domenica 25 gennaio 2009

Domijanni: Berlusconi fuori del tempo

EDITORIALE di Ida Dominijanni - Manifesto 23.01.2009
BERLUSCONI FUORI DAL TEMPO
Per quanto si affanni a seminare ottimismo e a ingiungere consumismo (salvo il tardivo allarme per la crisi dell'auto), a promettere sfracelli sulla giustizia e a costruirsi pioli per il Quirinale, a tenersi incollati Fini e Bossi e a emettere decreti legge, Silvio Berlusconi appare ormai un capo di governo e un leader politico fuori dal tempo e dalla storia. E per quanto possa sembrare una fantasticheria dirlo a fronte della nuda realtà dei numeri del parlamento e dei sondaggi, il suo astro appare destinato a tramontare nella svolta politica, geopolitica e culturale che l'elezione di Barack Obama imprime a ciò che negli ultimi decenni si è configurato come l'ordine egemonico del discorso occidentale.
Non si tratta di attribuire alla presidenza americana un effetto immediato di trascinamento sugli equilibri di governo europei: questo effetto non è detto che ci sia, anche se è auspicabile e prevedibile che di qui a poco il vento del cambiamento che spira dall'altra sponda dell'oceano si farà sentire, se non sui governi, almeno sulle società anche da questa. Si tratta, più realisticamente, di ricollocare Berlusconi in un contesto cambiato, e di riproporzionarlo di conseguenza.
Berlusconi, lo sappiamo, è stato e resta un fenomeno prettamente e autenticamente italiano, radicato nella modernizzazione degli anni Ottanta, concimato da una più lunga storia di cittadinanza debole e di «uomini forti» al comando, sbocciato nella crisi del sistema politico degli anni Novanta, alimentato dal consenso di un immaginario sociale ricalcato su di lui dalla sua televisione. Una «autobiografia della nazione», com'è stato detto, della quale non è stato dato tutt'ora sufficientemente conto e con la quale non smetteremo di dover fare i conti anche dopo il suo esaurimento politico.
Tuttavia, Berlusconi non è stato solo un fenomeno italiano: è stato un fenomeno italiano che ha anticipato tendenze più larghe, o le ha imitate o ne ha risentito. La sua «discesa in campo» del '94 ricordò a molti quella di Ross Perot alle presidenziali americane del '92. La sua costruzione di una leadership mediatica ha coinciso con la mediatizzazione della leadership in tutto il mondo, e la personalizzazione della politica da lui incarnata con la personalizzazione della politica in tutto il mondo. I processi di svuotamento e deformazione della democrazia da lui innescati in Italia - attacco allo stato di diritto, de-costituzionalizzazione, rafforzamento dell'esecutivo e indebolimento del parlamento e della rappresentanza - sono gli stessi processi che hanno svuotato e deformato le democrazie di tutto l'occidente. La sua narrativa antipolitica di imprenditore cresciuto fuori dal palazzo ha anticipato la diffusione di sentimenti antipolitici e di infatuazione per gli outsider nelle democrazie di tutto l'occidente.
Ancora, la sua concezione imprenditoriale dello stato, della società e della «riuscita» individuale è stata potenziata dalla razionalità neoliberista che dal centro dell'Impero americano ha irradiato in tutto il pianeta il verbo della forma-mercato, della libertà come imperativo cocainomane al «fai-da-te», della logica costi-benefici come misura morale dell'esistenza. La sua alleanza con i convertiti al fondamentalismo cattolico ratzingeriano ha imitato l'alleanza made in Usa fra la suddetta razionalità liberista e il neoconservatorismo, un'alleanza che lì e qua ha garantito al neoliberismo quel supplemento morale di cui la religione del mercato sarebbe stata altrimenti priva. Infine, l'altra sua alleanza strategica con il localismo razzista della Lega ha trovato eco e potenziamento nell'epidemia dello «scontro di civiltà» che ha colpito il mondo globale su scala micro e macroregionale.
Con l'elezione di Obama questo contesto internazionale, questa onda che ha disegnato il profilo di un'epoca, sono finiti. Ed è questa fine che consegna alla sua fine anche Silvio Berlusconi e la sua «impresa» politica, come se una nuova reazione chimica rivelasse improvvisamente l'obolescenza e le rughe del materiale plastico di cui è fatta.
Non si tratta, lo ripetiamo, di attribuire alla nuova presidenza americana capacità miracolistiche mimandone l'apparenza, né di fantasticare per domani mattina un impossibile ribaltone della maggioranza di governo qui in Italia. Una fine può essere lenta, travestirsi di potere livido, combinare molti guai. E nemmeno la prevedibile erosione di consensi che a Berlusconi verrà dal dispiegarsi della crisi economica autorizza l'opposizione a mettersi nella passiva attesa di una automatica alternanza di governo. Si tratta di percepire, registrare e interpretare questo cambiamento dell'epoca, questo smottamento di egemonia, questa nuova energia. E di reinventarsi, al di là delle alchimie delle sigle esistenti, un'alternativa politica, sociale e etica in grado di camminare in questo «dopo» in cui siamo già sospinti.
Quando un'epoca finisce, travolge nella sua fine i vincenti, ma anche i perdenti se restano attaccati a ciò che in quell'epoca sono stati. Ne può derivare una catastrofe o una rinascita. Prima l'immaginazione che non è al potere realizzerà che l'incubo è finito, smetterà di tenere in vita i propri spettri o di tenersi occupata col caso Villari, comincerà a far vivere nelle maglie di un presente ancora afferrato dal passato le possibilità del futuro, prima si chiarirà se c'è una catastrofe o una rinascita ad aspettarci dietro l'angolo.
presidenziali americane del '92. La sua costruzione di una leadership mediatica ha coinciso con la mediatizzazione della leadership in tutto il mondo, e la personalizzazione della politica da lui incarnata con la personalizzazione della politica in tutto il mondo. I processi di svuotamento e deformazione della democrazia da lui innescati in Italia - attacco allo stato di diritto, de-costituzionalizzazione, rafforzamento dell'esecutivo e indebolimento del parlamento e della rappresentanza - sono gli stessi processi che hanno svuotato e deformato le democrazie di tutto l'occidente. La sua narrativa antipolitica di imprenditore cresciuto fuori dal palazzo ha anticipato la diffusione di sentimenti antipolitici e di infatuazione per gli outsider nelle democrazie di tutto l'occidente.
Ancora, la sua concezione imprenditoriale dello stato, della società e della «riuscita» individuale è stata potenziata dalla razionalità neoliberista che dal centro dell'Impero americano ha irradiato in tutto il pianeta il verbo della forma-mercato, della libertà come imperativo cocainomane al «fai-da-te», della logica costi-benefici come misura morale dell'esistenza. La sua alleanza con i convertiti al fondamentalismo cattolico ratzingeriano ha imitato l'alleanza made in Usa fra la suddetta razionalità liberista e il neoconservatorismo, un'alleanza che lì e qua ha garantito al neoliberismo quel supplemento morale di cui la religione del mercato sarebbe stata altrimenti priva. Infine, l'altra sua alleanza strategica con il localismo razzista della Lega ha trovato eco e potenziamento nell'epidemia dello «scontro di civiltà» che ha colpito il mondo globale su scala micro e macroregionale.
Con l'elezione di Obama questo contesto internazionale, questa onda che ha disegnato il profilo di un'epoca, sono finiti. Ed è questa fine che consegna alla sua fine anche Silvio Berlusconi e la sua «impresa» politica, come se una nuova reazione chimica rivelasse improvvisamente l'obolescenza e le rughe del materiale plastico di cui è fatta.
Non si tratta, lo ripetiamo, di attribuire alla nuova presidenza americana capacità miracolistiche mimandone l'apparenza, né di fantasticare per domani mattina un impossibile ribaltone della maggioranza di governo qui in Italia. Una fine può essere lenta, travestirsi di potere livido, combinare molti guai. E nemmeno la prevedibile erosione di consensi che a Berlusconi verrà dal dispiegarsi della crisi economica autorizza l'opposizione a mettersi nella passiva attesa di una automatica alternanza di governo. Si tratta di percepire, registrare e interpretare questo cambiamento dell'epoca, questo smottamento di egemonia, questa nuova energia. E di reinventarsi, al di là delle alchimie delle sigle esistenti, un'alternativa politica, sociale e etica in grado di camminare in questo «dopo» in cui siamo già sospinti.
Quando un'epoca finisce, travolge nella sua fine i vincenti, ma anche i perdenti se restano attaccati a ciò che in quell'epoca sono stati. Ne può derivare una catastrofe o una rinascita. Prima l'immaginazione che non è al potere realizzerà che l'incubo è finito, smetterà di tenere in vita i propri spettri o di tenersi occupata col caso Villari, comincerà a far vivere nelle maglie di un presente ancora afferrato dal passato le possibilità del futuro, prima si chiarirà se c'è una catastrofe o una rinascita ad aspettarci dietro l'angolo.

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EDITORIALE di Ida Dominijanni Manifesto 21.01.09
OBAMA - L'eredità ritrovata all'uscita dall'infanzia
Non è da dio che ci viene la chiamata né dal futuro, diceva Walter Benjamin, ma da chi ci ha preceduto su questa terra. Sono loro, le generazioni passate, che ci chiamano a ereditare e completare la loro opera, a riscattare le ingiustizie che hanno patito, a onorare le promesse che non hanno avuto il tempo di mantenere. Investito di attese messianiche e di transfert salvifici, Barack Hussein Obama manca sapientemente l'investitura dell'onnipotenza divina e parla da umano ad altri umani, indicando nei comuni antenati la stella della via da percorrere e del lavoro da fare. Sta lì, nelle radici e nell'origine, nella memoria e nell'eredità, nei «sacrifici dei nostri predecessori» e nelle parole dei «nostri documenti fondativi», il futuro dell'America. E' da lì, più precisamente, che bisogna «cominciare di nuovo il lavoro di rifare l'America».
Lavoro simbolico e materialissimo insieme. Scarno di retorica - assai più scarno di quello della notte della vittoria a Chicago - eppure poetico nella scelta di ogni aggettivo e ogni sostantivo, il discorso inaugurale non evoca solo valori - libertà e uguaglianza, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - ma è popolato di immigrati, di pionieri, di lavoratori con le mani callose, di madri che sanno nutrire i figli, di tutto ciò che materialmente ha fatto e deve rifare l'America e che simbolicamente l'ha resa grande, prima che venisse, in tempi più vicini a noi, disfatta. Da che cosa? Dall'irresponsabilità economica. Dalla retorica della grandezza, che invece «non è data ma va conquistata». Da «le piccole lagnanze e le false promesse, le recriminazioni e i dogmi scaduti, che per troppo tempo hanno soffocato la nostra politica». Cambio di retorica, cambio di stagione: «Restiamo una nazione giovane, ma è giunto il tempo di lasciare da parte le cose infantili». Uscire dall'infanzia, per l'America, significa abbandonare il falso mito dei primati garantiti e muscolarmente esibiti, e ritrovare la misura. La misura di un paese che rischia il declino ma resta purtuttavia «il più prosperoso e potente della terra», e da questa posizione deve parlare al resto del mondo, ritrovando «la forza delle convinzioni e delle alleanze e non solo delle armi», riaprendo il dialogo con altre culture, offrendo amicizia ai più deboli, mostrando alla minaccia terroristica «che il nostro spirito è più forte», imparando a giocare il proprio ruolo «in una nuova era di pace». Uscire dall'infanzia significa, in una parola, entrare nell'età della responsabilità.
E' una svolta di centottanta gradi dalla retorica del dopo-11 settembre, una data che Obama non cita, dichiarando così implicitamente finita la stagione della grandezza ferita, della revanche, del contrattacco, della rivendicazione identitaria militarmente presidiata. Adesso, bisogna «tirarsi su, togliersi di dosso la polvere», e ricominciare a tessere con il filo «della nostra storia migliore». E se c'è qualcosa da rivendicare non è l'identità monolitica e aggressiva di un primato occidentale, ma l'eredità «patchwork», differenziata e plurale, di «una nazione di cristiani e musulmani, giudaici e indu e non credenti», di una comunità di lingue e culture diverse, che ha assaggiato «l'amaro pasto» della guerra civile e della segregazione, e proprio per averlo assaggiato sa e crede che «gli antichi odi devono passare e le linee tribali devono dissolversi». Il nuovo leader, l'afroamericano che ha giurato sulla bibbia col suo nome musulmano è lì per questo, per mostrare che «il mondo è cambiato e l'America deve cambiare», che la segregazione razziale è alle spalle e le guerre di civiltà sono sospese, che una nuova generazione sa rispondere alla chiamata di chi l'ha preceduta sulla terra, raccoglierne e rilanciarne l'eredità. L'incubo è finito, l'America può ricominciare a vivere.

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Manifesto 20.01.2009
COMMENTO |di Ida Dominijanni
OBAMA - Reinventare la democrazia
«Sono le vostre voci che porterò con me ogni giorno nello Studio Ovale». Così ieri Barack Obama alle folle convenute a Washington, nel breve discorso al concerto che ha dato il via alla tre giorni della sua incoronazione imperiale. Mentre tutto il mondo attende la cerimonia del giuramento, conviene mettere a fuoco questa promessa. Perché è sulla relazione con le folle che l'hanno eletto e con le loro aspettative che si deciderà alla fine la partita del primo presidente americano del XXI secolo, una partita che si gioca sì sui due tavoli della crisi e della politica estera, ma prim'ancora su quello della reinvenzione della democrazia.
Certo, mentre tutti assistiamo, da vicino o da lontano, in presenza o in connessione virtuale, al più grande spettacolo politico multimediale della storia, è un altro l'aspetto che resta prevalente, quello del primo leader globale che incarna nella sua pelle e nella sua biografia il presente e il futuro «meticcio», transnazionale e transculturale del mondo globale, e che al modo globale, non solo alla sua nazione, parlerà oggi da tutti i video e da tutti i computer connessi con la piazza di Washington. Certo, mentre su tutti i continenti, e primo fra tutti su quello americano, incombe il cono funesto della crisi e il crollo, nient'affatto funesto, di credibilità di un modello economico ed etico basato sull'illusione della crescita infinita, è un'altra l'urgenza che balza al primo posto dell'agenda, quella della riabilitazione delle funzioni del pubblico mortificate dall'onnipotenza del mercato. E certo, mentre sullo scacchiere internazionale si allunga ancora una volta l'ombra luttuosa dell'insolubilità del problema mediorientale, è sulla promessa del «cambio di approccio» alla politica estera, più volte ripetuta da Obama in campagna elettorale, che si concentra l'apettativa della comunità internazionale. Ma il terreno della reinvenzione della democrazia non tarderà a rivelarsi come la vera cartina di tornasole della presidenza di Obama: è su questo terreno che si deciderà se l'evocazione dell'american dream prenderà forma o resterà retorica, se il desiderio di cambiamento si tradurrà in un vero cambio di stagione rispetto agli anni di Bush o resterà sospeso nell'aria, se la relazione fra il presidente e le aspettative messianiche delle masse che lo sostengono produrrà nuova politica o ricadrà in vecchie forme di delega riverniciate da un immaginario salvifico e da un'investitura teologica.
Il problema, è bene ricordarlo, non è solo americano, per la buona ragione che è stata americana la micidiale torsione che il termine «democrazia» ha subito nell'ultimo ventennio e soprattutto nell'ultimo decennio in tutto l'occidente, svuotandosi di significato, facendosi ideologia conquistatrice, militare e securitaria e legandosi simbioticamente con l'ideologia del mercato, lungo una deriva somigliante più a una china irreversibile che a una degenerazione temporanea. E dunque resta americana la scommessa di un'inversione di tendenza, di un recupero di senso, di una risignificazione convincente di quel termine.
Non è impresa facile, perché non si tratta solo di ripristinare le garanzie costituzionali, la certezza del diritto interno e internazionale, i diritti individuali e sociali patentemente violati, all'ombra della «guerra al terrore», dal perenne stato d'eccezione decretato da Bush dopo l'11 settembre. La deriva del disfacimento democratico parte da prima e ha camminato anche su altre gambe; e da questo punto di vista, gli otto anni della presidenza Bush lasciano sul campo una materia di analisi che non si esaurisce e non svanisce con la cerimonia di Washington di oggi, né si esaurirà o svanirà con la pur urgente chiusura di Guantanamo o con la pure auspicabile correzione neokeynesiana del governo dell'economia. In gioco c'è un cambiamento più profondo che ha a che fare con la mentalità collettiva e con l'etica pubblica.
E' di una filosofa californiana, Wendy Brown, l'individuazione precisa di ciò che lei definisce la «de-democratizzazione» americana all'incrocio di due potenti ideologie, il neoliberismo e il neoconservatorismo, che senza coincidere, e anzi divergendo l'una dall'altra per molti aspetti cruciali, si sono supportate a vicenda nell'erosione sistematica dei principi basilari e delle istituzioni democratiche. Ben più che una tecnica economica di laissez-faire, il neoliberismo ha funzionato come una forma di razionalità politica tesa a improntare al modello del mercato e ai criteri dell'efficienza e dell'imprenditorialità ogni aspetto della vita pubblica e privata, trasformando contemporaneamente lo Stato in un soggetto economico, i cittadini in consumatori e imprenditori di se stessi, la libertà politica in libertà proprietaria. Mentre dal canto suo il neoconservatorismo, pur proveniendo da una matrice culturale opposta, forniva a questa forma di razionalità politica il supplemento morale e teologico necessario per riaggregare su falsi valori, identità riciclate e coperture religiose una società sradicata e disintegrata dall'ideologia del mercato, del consumo, dell'autoimprenditorialità senza tutele. All'esito di queste due tendenze non c'è solo la distruzione delle norme e delle istituzioni democratiche, ma il disfacimento di un tessuto di connettività sociale, della stessa idea di pubblico e di una visione politica, non solo normativa, della democrazia intesa come mobilitazione e partecipazione soggettiva a una costruzione in comune e del comune.
E' su questo disfacimento che lo yes, we can di Obama ha inserito la marcia della controtendenza, richiamando, in quel «we», la forza del «tutti e ciascuno» della Costituzione americana. E' stato ed è un inizio travolgente, che da oggi passa alla prova della costruzione di pratiche concrete e dell'invenzione di forme inedite. Obama sembra saperlo, quando non cessa di evocare quel «we» e di chiedere che il sostegno attivo dei suoi seguaci non si esaurisca con la sua incoronazione. La sua forza sta nella relazione con loro, con quelle voci che dice di portarsi appresso nello studio ovale, e senza di essa diventerebbe debolezza.
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Si intitola «Passaggio Obama» il volumetto Ediesse che raccoglie la discussione fra «realisti» e «entusiasti» scaturita al Centro Studi per la riforma dello Stato da una «lettera provocatoria» scritta ai collaboratori del Centro dal suo presidente Mario Tronti all'indomani dell'elezione del nuovo presidente Usa. A Tronti rispondono Rita Di Leo, Ida Dominijanni, Mattia Diletti, Luisa Valeriani, Stefano Rizzo, Roberto Ciccarelli.

APERTURA | di Nicola Vincenzoni
Effetto Obama Manifesto 16.01.2009
Il dibattito fra «realisti» e «entusiasti» in un libro del Crs nato da una «provocazione» di Mario Tronti
Entusiastici e scettici, dreamers e realisti: già emersa di fronte al trionfo elettorale di Barack Obama, la divisione sentimentale e politica dell'opinione pubblica, e in particolare della sinistra critica americana e internazionale, nei confronti del nuovo presidente Usa si è accentuata dinnanzi alla composizione della sua squadra di governo e alle sue prime dichiarazioni programmatiche. Questa divisione, che scompagina ogni schieramento politico e culturale predefinito, dice già qualcosa: quale che sia il suo futuro politico, Obama è un grande risignificatore. La sua vicenda ha rotto gli schemi che strutturano le aspettative, modificando la percezione di ciò che è «normale» e di ciò che è possibile. Visti in questa chiave, entusiamo e scetticismo non sono solo di due tonalità emotive, ma due rivelatori del nostro atteggiamento di fronte al divenire storico.
Scoprendo, sull'onda di una «lettera provocatoria» del suo presidente Mario Tronti scritta all'indomani dell'elezione di Obama, di essere attraversato al suo stesso interno da questa divisione, il Centro studi per la riforma dello Stato ne ha fatto materia per una discussione senza veli, che oggi restituisce in un libro intitolato Passaggio Obama. Tronti non cede ad alcun trasporto per il primo presidente nero americano. «Non cambierà niente», ammonisce impugnando le armi del realismo politico. «Vi ricordate l'11 settembre? Nulla sarà come prima. Tutto è stato come prima. Questo è un 11 settembre rovesciato». Sotto una dimensione superficiale, «d'immagine», l'evento lascia intatta la «realtà» della sostanza politica. Si tratta di un cambio di leadership che non scuote le fondamenta dell'«egemonia-mondo» americana e anzi la rafforza, reagendo alla crisi che affligge il sistema: «la chiusura del ciclo neoliberista, il crollo della finanziarizzazione selvaggia del capitale, la rivincita dell'economia reale». Obama è la risposta, necessaria e vincente, «quasi all'altezza del problema» del rilancio di un'egemonia declinante. Il neo-eletto, Tronti lo riconosce, «ha persino un pizzico di carisma», ma resta il fatto che «Obama ha vinto perchè a un certo punto l'establishment ha scelto Obama». Dunque in guardia: «Obama è la figura nuova che assume il nostro avversario». Lo scetticismo di Tronti non riguarda solo il leader, ma anche le masse «entusiaste» che da Twitter e Facebook lo investono di aspettative messianiche. Al fondo, c'è il problema della personalizzazione della politica, sintomo acuto della malattia della forma democratica contemporanea, di cui Tronti é notoriamente critico affilato. «Perchè la democrazia al pari del totalitarismo ha bisogno dell'idea e della pratica della personalità?», si chiede, guardando «con curiosità e diffidenza» alle masse «virtuali», «second life», della notte di Chicago, a suo giudizio depoliticizzate e passive a confronto con le masse militanti novecentesche compattate dalla forza delle ideologie.
La provocazione di Tronti tocca problematiche aperte del pensiero e della prassi politica: l'archiviazione del Novecento, il declino dell'occidente, la fine della lotta di classe, l'incerto avvio di un'era post-ideologica piena di contraddizioni. Ma apre un interrogativo di fondo, che funge da motore per gli altri interventi: dove va individuata la «realtà» dell'ordine politico? Con quale metro si misura la trasformazione? Nella prospettiva di Tronti, Obama è troppo poco «reale» per dar ragione dell'entusiasmo che suscita; la sua é una novità da smascherare, che merita tutto il nostro sospetto.
Se Tronti «provoca» ma non scherza, le reazioni non sono da meno: tutti gli altri interventi stanno infatti sul versante opposto dell'entusiasmo. Per difendere «la realtà» dell'evento Obama, Rita Di Leo e Stefano Rizzo fanno riferimento alla biografia del giovane neopresidente, individuando già lì i segnali di una discontinuità promettente. Di Leo vede Obama «in guerra», in contraddizione con quell'establishment che sorprendentemente lo ha scelto, e insiste sul carattere extra-ordinary della sua vicenda umana: Obama é quasi un «alieno», un fattore dirompente, dal quale è lecito - sebbene non garantito - attendersi una rottura, così come un elemento di rottura c'è già anche nei suoi sostenitori, «uomini e donne chiamate o richiamate alla politica dopo gli otto anni della coppia Bush-Cheney». La principale guerra di Obama sarà, per di Leo, una guerra «domestica», per la supremazia del politico sull'economico. Ne potrebbe conseguire una certa «europeizzazione dell'America», «una rivoluzione culturale prima ancora che politica» contro la religione liberista del business. Con Di Leo, dunque, il fronte dell'entusiasmo é speranzoso, ma in attesa. Così pure per Ciccarelli, che legge la novità di Obama all'interno del paradigma dell'impero, confidando che il presidente sappia declinare in senso libertario le pratiche governamentali del mondo globale.
Mattia Diletti la novità l'ha vista già in atto nella campagna elettorale, dove il populismo tradizionale americano - quello del «we, the people» - si é saldato all'efficace costruzione di una «nuova narrazione collettiva». L'attivazione di questa risorsa simbolica ha fatto sì che «il meglio della società americana», dagli anni '70 in poi silente, sia tornato sulla scena politica.
Decisamente in difesa dell'entusiasmo l'intervento di Ida Dominijanni (e analogamente quello di Luisa Valeriani), che nella «differenza Barack» vede già realizzato «un caso di rivoluzione simbolica». Dominijanni rovescia l'ottica «realista» di Tronti: il cambiamento non è da ricercare tanto nelle misure concrete che Obama prenderà (per quelle «la delusione é già nel conto»), sta già nello «spostamento simbolico» che ha reso possibile la sua elezione. L'evento è già avvenuto: uno schema si è rotto, si è sbloccato il ciclo della ripetizione, si è imprevedibilmente ri-tracciato il confine che separa il possibile dall'impossibile. Seguendo Slavoj Zizek che richiama l'«entusiasmo degli spettatori» della Rivoluzione francese di kantiana memoria, Dominijanni osserva che gli spettatori-elettori di Obama, tutt'altro che masse passive, si sono de-identificate dai valori dell'amministrazione Bush e hanno riattivato un immaginario politico latente, che giaceva «sotto le macerie dell'11 settembre». L'immaginario di una società aperta, multiculturale, «meticcia». Incarnato da Obama, rinato insieme al desiderio di politica del popolo americano, questo immaginario già c'é, opera nel presente, è reale, e ci obbliga a riconsiderare i termini del «realismo» politico.

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