giovedì 16 settembre 2021

Lo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen nasconde i conflitti sotto al tappeto • Diritti Globali

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Sapore di miele. La sinistra in Europa - Articolo21

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Patrimoniale e riforme sociali, dalla SPD un programma per portare la Germania a sinistra - Strisciarossa

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Europa: Von Der Leyen e lo Stato dell’Unione

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Why Germany Must Go Red-Red-Green

Why Germany Must Go Red-Red-Green: Next week’s German election looks set to offer the SPD a path into government – but if there is to be real change, they must align with the Left.

Smart working, il futuro è nella contrattazione collettiva - Collettiva

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Gianluca Mercuri: Cosa possono insegnare alla sinistra italiana i paradossi di quella francese

Corriere della sera Cosa possono insegnare alla sinistra italiana i paradossi di quella francese editorialista di Gianluca Mercuri Ogni anno Le Monde commissiona un sondaggio sulle «Fractures françaises» e i risultati del 2021 sono molto interessanti, soprattutto se visti dal lato sinistro del panorama politico. Quasi un francese su due, per esempio, pensa che «per rafforzare la crescita, deve essere rafforzato il ruolo dello Stato in alcuni settori dell’economia». In più, per il 42% degli intervistati «non c’è abbastanza solidarietà nei confronti delle persone in difficoltà». E in tanti chiedono «più protezione per i lavoratori dipendenti». Insomma, valori tradizionalmente associati alla sinistra — in Francia ma ovunque, a cominciare dall’Italia — come Stato, solidarietà e sicurezza sociale, sembrano in buona forma. Le Monde nota però che a questo stato di salute dei suoi ideali non ne corrisponde uno altrettanto incoraggiante dei suoi partiti e delle sue personalità. In attesa di pesare l’entrata in campo della sindaca di Parigi Anne Hidalgo, annunciata tre giorni fa, i candidati della gauche alle Presidenziali del 2022 non hanno finora accumulato più del 30% delle intenzioni di voto. Eppure, dopo lo choc iniziale dell «svuotamento» della sinistra riuscito a Emmanuel Macron, il successivo spostamento a destra del presidente avrebbe dovuto restituirle spazio elettorale. A maggior ragione con il revival dei suoi valori di base prodotto dalla pandemia. Perché non è successo? Una possibile spiegazione, scrive il giornale parigino che dal dopoguerra è il principale punto di riferimento del progressismo moderato — quello radicale si riconosce di più in Libération — «è legata al peso che, accanto alle questioni sociali ritenute prioritarie, hanno assunto altri temi nell’elettorato di sinistra: l’atteggiamento verso gli stranieri, la percezione dell’Islam e il ruolo delle donne». E qui vengono le note fondamentali: «Essere di sinistra oggi significa anche pensare che “non ci sono troppi stranieri in Francia”, che l’Islam sia “compatibile con i valori della società francese” e che la Francia sia “una società patriarcale”». Sembrano fondamentali, queste note, per il loro valore universale. Per come, cioè, siano clamorosamente riferibili allo spettro mondiale della sinistra, e in particolare a quella italiana. Che anche nei momenti di maggiore difficoltà, in seguito ai grandi flussi migratori del biennio 2015-16, ha mantenuto tra i suoi elementi identitari la lotta alla xenofobia e alla sua variante islamofoba, laddove il tema della «compatibilità» dell’Islam con le società occidentali, e l’opportunità di accordare una preferenza ai migranti di culture più affini — ergo: di discriminare in partenza i musulmani in base alla loro appartenenza religiosa — è stato evocato non solo dalla destra politica ma anche da commentatori autorevoli. Che la sinistra abbia tenuto il punto su tali questioni — e che la sinistra francese ci sia riuscita nonostante l’ondata terroristica che ha colpito quel Paese negli anni scorsi — può essere giudicato nei modi più diversi, a seconda delle angolazioni. Quella scelta da Le Monde, un giornale non sospettabile di derive «securitarie, è interessante proprio per la sua provenienza, ma è importante anche nel merito: «La riluttanza dei partiti di sinistra a occuparsi di questioni come la sicurezza, la giustizia, la difesa e persino la scuola, e la loro difficoltà a rispondere alle preoccupazioni sul presunto declino della Francia o sulla messa in discussione della sua identità, possono far luce sul loro indebolimento, o addirittura sul passaggio al Rassemblement National (ex Front, il partito di estrema destra di Marine Le Pen) di una parte del loro elettorato popolare. L’impressionante livello di fiducia in istituzioni come l’esercito (81%), la polizia (75%) e le scuole (73%), anche nelle file della sinistra, dovrebbe far riflettere». Insomma, le difficoltà elettorali della gauche sono attribuite dal più prestigioso giornale di Francia a questa scarsa sensibilità rispetto ai timori più istintivi di un elettorato che pure ne sposa volentieri i valori di base sul piano sociale. Per questo, a otto mesi dalle Presidenziali, appare valido il consiglio di «rinnovare le proprie analisi e il proprio discorso per rispondere alle richieste dei cittadini destabilizzati». Anche questo suggerimento, come i dati emersi dal sondaggio di Le Monde, parrebbe a prima vista replicabile tout court in Italia, vista l’acclarata difficoltà della sinistra nostrana a riconnettersi agli strati popolari, alle periferie urbane e alle comunità rurali. Eppure, la recente evoluzione del Partito democratico sembra smentire in parte questa tendenza. La scelta di fondo di Enrico Letta — reduce guarda caso da una lunga esperienza professionale parigina — è stata sorprendentemente gauchiste; è stata quella, come ha scritto Paolo Mieli nel suo ultimo editoriale, «di impegnarsi in battaglie identitarie di testimonianza che non mettessero in difficoltà il governo» ma che hanno fortemente ribadito che il Pd è una forza di centrosinistra che non smette di guardare a sinistra. E quindi i migranti (ius soli), la sessualità e il genere (legge Zan), l’equità sociale (tasse di successione) sono state mosse per niente estemporanee. E se inizialmente hanno suscitato perplessità, alla fine hanno consentito al leader di non scendere sotto il 20%, di mantenere l’asse con i post-grillini da una posizione culturalmente e politicamente egemone (di guida, non succube) e di apparire «nel momento della verità, più di tutti gli altri in sintonia con il governo guidato da Mario Draghi». Mieli ne conclude che «si può ipotizzare che il segretario del Pd sia stato fin qui un po’ sottovalutato». Proprio la recente scelta francese di Letta — l’aver espresso un chiaro endorsement ad Anne Hidalgo con un bon courage su Twitter che pare abbia deluso Macron — ha ribadito la volontà di stare nel campo del socialismo europeo, lui che è espressione dell’ala postdemocristiana del Pd. Ma è prevedibile che passata la contingenza elettorale — in cui è impegnato anche personalmente nel collegio di Siena: il suo primo bagno di voti — il leader del Pd non trascuri i suggerimenti di Le Monde e affronti la grande sfida di ogni sinistra occidentale: senza cedere al populismo, tornare ad essere autenticamente popolare. Sfida complicata, perché soffiare sul fuoco delle paure è molto più facile che provare a capirle, e a spegnerle.