venerdì 16 ottobre 2026

Le elezioni svedesi tra armi, migranti e adulti nella stanza

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La fila dietro Besostri - Gli Stati Generali

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Franco Astengo: I nodi irrisolti dell'industria italiana

PRODUZIONE, INNOVAZIONE, GRANDI TRANSIZIONI, COMPETITIVITÀ’ : I NODI IRRISOLTI DELL’INDUSTRIA ITALIANA di Franco Astengo Il deficit della sinistra nella capacità di progettare una visione alternativa di società e di modello di sviluppo sta misurandosi con una realtà molto difficile che l'attualità ci pone di fronte ogni giorno. La condizione generale di conflitto e di conseguente crisi energetica in relazione al modello di sviluppo capitalistico impostosi negli ultimi anni sta portando a un disegno di mutazioni già in atto .Il primo punto da affrontare dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante secondo i principi della programmazione democratica e una visione di "società sobria" di forte tensione verso l'uguaglianza e fondata sull'intervento pubblico in economia verso settori decisivi dell'industria, dell'ambiente, dei trasporti, della scuola(la cui priorità di intervento dovrebbe essere quello di affrontare il deficit cognitivo che assilla diversi settori sociali) della sanità. Oggi il ritorno della guerra come prospettiva globale, il riferimento a innovazioni tecnologiche in grado di mutare il quadro di riferimento sociale, l'emergere di tensioni "dittatoriali" sconvolgono l’assetto consolidato in un momento in cui si sta attraversando una forte difficoltà per quell’accelerazione nei meccanismi di scambio che abbiamo definito come “globalizzazione” e di evidente ripresa del nazionalismo . Di seguito uno schematico richiamo ai punti “critici” della produzione e dello sviluppo industriale nel nostro Paese al riguardo dei quali non solo il governo sta operando perché siano affrontati come uniche idee attraverso la ripresa del settore militare e di quello nucleare, magari aggiungendo qualche cosiddetta “grande opera” anche se la vicenda del ponte sullo Stretto sembra davvero in ritirata. L’opposizione appare incerta e priva di una linea adeguata: di questi temi e del mondo del lavoro in generale non pare proprio che si stia discutendo con i capi-partito per dirla con Giusti “in tutt’altre faccende affaccendati”. Si può aggiungere il tema dell’Europa al riguardo della possibilità di affrontare in comune questioni come quelle della ricerca applicata alla produzione, dell’energia, del superamento di barriere economiche. Nella sinistra ci sono difficoltà a considerare quello europeo come spazio politico. Esaminiamo schematicamente cinque punti decisivi analizzati anche in base ai dati pubblicati più recentemente: “Economia non osservata”. (l’antica economia sommersa) Gli ultimi dati Istat, relativi al 2024, sul valore della cosiddetta “economia non osservata”, ovvero l'insieme del sommerso e delle attività illegali, è pari a 218,2 miliardi. Le unità di lavoro irregolari sono circa 3.270.000, con un incremento di 145.000 unità rispetto al 2023. Il lavoro non regolare cresce sia nella componente dipendente (+5,4%,+121,8mila unità), sia in quella indipendente (+2,7%, +23,4mila unità). Il valore aggiunto generato dall'impiego di lavoro irregolare presenta un peso particolarmente elevato negli altri servizi alle persone, dove rappresenta il 19,4% del valore aggiunto del settore, anche per l'inclusione del lavoro domestico e in agricoltura dove il valore aggiunto sommerso, connesso esclusivamente alla componente di lavoro irregolare, è pari al 15,2% del totale del comparto. Al contrario, il fenomeno risulta più limitato nei comparti industriali (con una incidenza compresa tra lo 0,9% e il 2,8%) e negli Altri servizi alle imprese (1,5%). Non fatichiamo a prevedere che per il 2025 e il 2026 questi dati risulteranno numericamente accresciuti. “Produzione industriale” Riportiamo il commento ISTAT ai dati del primo semestre: Anche in termini tendenziali la produzione, al netto degli effetti di calendario, è in flessione. Il calo è marcato nei beni di consumo, mentre l’energia e i beni strumentali registrano una crescita moderata. Nel primo semestre dell’anno, la produzione totale al netto degli effetti di calendario registra una crescita tendenziale modesta (+0,5%), con un incremento particolarmente sostenuto nella fabbricazione di mezzi di trasporto, mentre ritorna qui il nodo del militare. “Innovazione Tecnologica” Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, il sistema italiano dell’innovazione continua a scontare alcune debolezze strutturali che ne limitano l’efficacia complessiva. La prima riguarda il persistente divario tra ricerca e impresa. A fronte di una produzione scientifica di alto livello, gli investimenti privati in ricerca e sviluppo restano inferiori rispetto a quelli dei principali partner europei, con un ritardo particolarmente evidente nel tessuto delle piccole e medie imprese. Il rapporto Istat sulla ricerca e sviluppo in Italia indica infatti un sistema imprenditoriale sempre più polarizzato. Mentre le grandi imprese, con almeno 250 addetti, continuano ad aumentare la propria spesa in R&S, le imprese di minori dimensioni mostrano segnali di arretramento. Nella fascia sotto i 50 addetti si registra una riduzione del 2,3%, mentre la spesa cresce del 7,3% nelle grandi imprese e del 2,8% in quelle di media dimensione. Si tratta di un dato particolarmente rilevante, perché sono proprio le PMI a costituire l’ossatura del sistema produttivo italiano. Questo squilibrio si traduce quindi in una minore capacità di trasformare i risultati della ricerca in applicazioni industriali, innovazione diffusa e nuovi prodotti. Minore capacità che causa il deficit tecnologico che frena in particolare la produzione industriale. Transizione ecologica e industria italiana Il sistema industriale e le rappresentanze politiche nazionali stanno sollevando forti critiche verso l'attuale struttura dei mercati dei permessi di emissione europei. Il rischio evidenziato dal mondo produttivo è il cosiddetto paradosso industriale: imporre normative rigide senza tutele tariffarie globali rischia di penalizzare le imprese italiane che investono in sostenibilità, spingendo alla delocalizzazione della produzione verso Paesi con standard ambientali inferiori (carbon leakage), senza un reale beneficio per il pianeta. In quest'ottica, l'Italia ha proposto a livello europeo la revisione e la sospensione temporanea del meccanismo ETS (Emission Trading System) per frenare le speculazioni finanziarie sui costi della CO2. “Difficoltà energetica e ritorno al nucleare” L'approvazione della legge delega del 2026 non si traduce nell'immediata apertura di cantieri. L'effettivo ritorno all'energia atomica dipenderà dalla stesura dei decreti legislativi, dalla costituzione di una nuova Autorità per la sicurezza nucleare, dall'attrazione di capitali privati e dal superamento dei vincoli legati al consenso dei territori coinvolti. Rimangono aperti i nodi storici sulla localizzazione degli impianti, sul rifiuto sociale delle comunità locali e sulla mancata individuazione di un Deposito Nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi già esistenti. Inoltre I costi iniziali di investimento sono altissimi. Gli SMR commerciali non dispongono ancora di filiere industriali mature o prototipi standardizzati su larga scala, rendendo incerti i reali costi operativi. La costruzione e la messa in funzione delle centrali richiede tempi lunghi (almeno 10-15 anni). Inoltre, l'approvvigionamento di uranio espone a dinamiche geopolitiche simili a quelle dei combustibili fossili. “Competitività complessiva” I principali freni competitivi, si concentrano su 3 dinamiche: 1) Nanismo Aziendale: Le micro e piccole imprese costituiscono ancora il tessuto portante del Paese, mentre le imprese medie (tra 100 e 400 addetti) pesano solo per il 10% del totale (contro il 17,5% della Germania). La carenza di grandi aziende frena lo sviluppo economico: l'80% della ricerca industriale in Italia viene effettuato da aziende con più di 500 dipendenti 2) Costo dell'Energia: Rappresenta un ostacolo critico per ben il 92% delle associazioni industriali nazionali, penalizzando i margini e rendendo la produzione meno competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE 3)Investimenti Immateriali: L'Italia sconta un ritardo cronico negli investimenti in digitalizzazione, brevetti e competenze (R&S), che rimangono stabilmente inferiori rispetto alla media delle principali economie europee

Berlin : une coalition à gauche toute ? - Fondation Jean-Jaurès

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