lunedì 23 marzo 2026

Franco Astengo: Il No nel referendum

IL NO NEL REFERENDUM di Franco Astengo Espressa la massima soddisfazione per l'esito referendario e in attesa di poter analizzare a fondo i numeri definitivi vale forse la pena porre alcuni immediati elementi di riflessione posti sul piano dell'analisi politica: 1) In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo, oggi: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato ; 2) la correlazione tra voto politico e voto referendario è apparsa evidente fin da subito: una correlazione che era già insita, infatti, nel metodo seguito per arrivare all'approvazione della riforma. Proposta di riforma costituzionale da parte del governo, nessuna possibilità emendataria da parte del Parlamento. Il modello della "decisionalità" espresso in forma autoritaria. Cosa ci poteva essere di più politico da proporre all'elettorato ? (ben oltre il tema specifico): stare o non stare con l'idea di una vera e propria trasformazione autoritaria. Era quello il merito dell'oggetto del contendere referendario; 3) non è stato notato anche da parte dello schieramento del "NO" il valore del referendum perduto nel 2025 sul tema del lavoro. In quell'occasione si aggregarono oltre 12 milioni di voti che, a mio giudizio, hanno costituito la base, quasi il piedistallo su cui si è realizzato il risultato di oggi. Analogo fenomeno si verificò nel 2016 con il referendum sulle trivelle: anche in quel caso non si raggiunse il quorum ma si fornì comunque una identità a un nucleo molto vasto (anche in quel caso al di là del tema specifico si giocò molto sulla questione democratica). Il punto rimane quello di riuscire a fornire occasioni di una identità ad un preciso settore sociale e culturale ("la nostra parte") che poi, in occasioni di ancor più ampia portata può riuscire a svilupparsi fino a formare aggregazioni potenzialmente vincenti. Una operazione di radicamento che i partiti in quanto tali nella loro conformazione attuale non riescono più a compiere fino in fondo; 4) Si conferma la spaccatura tra il Nord-Ovest lombardo-veneto- friulano e il resto del Paese dove il "NO" è sicuramente trainato dalle antiche zone rosse Emilia e Toscana ma dove anche Liguria e Piemonte forniscono un rilevante apporto mentre il Sud, con una bassa partecipazione, conferma la sua tradizionale ostilità referendaria (come nel caso del referendum del 2016). Il tema territoriale appare questione di grande delicatezza da affrontare soprattutto perchè mentre si sta applicando l'autonomia differenziata la possibilità di recrudescenza della problematica secessionista potrebbe rappresentare una eventualità non remota per l'agenda del sistema politico; 5) Un altro punto sul quale si dovrà appuntare l'attenzione sarà quello del peso delle grandi questioni internazionali e della guerra sull'orientamento politico complessivo. Argomento sul quale ci fermiamo per evidenti ragioni di economia del discorso; 6) Rimane intero il problema del "come e con chi" si dovrà avviare lo schieramento democratico - progressista verso la prossima scadenza delle elezioni politiche: su questo elemento andrebbe aperto un confronto molto largo non semplicemente ristretto all'interno delle forze politiche e comprendente anche il tema propriamente "politico" della configurazione dell'alleanza e non soltanto limitandoci alla pur fondamentale proposta programmatica.

Elezioni Slovenia, i verdi liberali di Svoboda! si confermano primo partito. Battuti i nazionalisti di Jansa

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venerdì 20 marzo 2026

Luciano Belli Paci: LA COSTITUZIONE MESSA IN SCACCO DALLA FINE DEL PROPORZIONALE E LE RIFORME SENZA POPOLO

LA COSTITUZIONE MESSA IN SCACCO DALLA FINE DEL PROPORZIONALE E LE RIFORME SENZA POPOLO La nostra Costituzione, disgraziatamente, non prescrive il sistema elettorale proporzionale. Il 23 settembre 1947, l'Assemblea Costituente approvò l'ordine del giorno Giolitti che così recitava: «L'Assemblea Costituente ritiene che l'elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale». Ma si preferì lasciare la materia alla legge ordinaria per non irrigidire il sistema elettorale. Il fatto è che, tuttavia, la nostra Costituzione presuppone una legge elettorale proporzionale, o quantomeno presuppone che non vi sia un sistema elettorale con un premio di maggioranza attribuito a una minoranza (la "legge truffa", infatti, lo attribuiva solo a chi avesse superato il 50% dei voti). Questa "presupposizione" risulta, oltre che dall'art. 48 (uguaglianza del voto), anche da una serie di articoli che prevedono i casi in cui il parlamento può deliberare solo con maggioranze rafforzate: per esempio art. 64 (regolamenti di ciascuna camera), art. 83 (elezione del presidente della Repubblica), art. 90 (messa in stato d'accusa del PdR), art. 138 (revisione della Costituzione). Tutte queste norme prevedono che per deliberare occorra la "maggioranza assoluta dei membri" di ciascuna camera, o delle camere riunite in seduta comune. E' palese che questa prescrizione, in regime di legge proporzionale, obbligava a raggiungere un'ampia convergenza tra diversi partiti, o comunque assicurava che le scelte del parlamento godessero del sostegno di un'effettiva maggioranza del corpo elettorale. La cosiddetta stagione del maggioritario, sull'onda dello scandalo di tangentopoli, impose a furor di popolo leggi elettorali maggioritarie che poi sono state frequentemente modificate via via peggiorandole: Mattarellum 1993, Porcellum 2005, Italikum 2015, Rosatellum 2017. Nella foga di seppellire il proporzionale - e con esso i partiti storici (l'odiata "partitocrazia"), il parlamentarismo (gli esecrati "inciuci") e il principio di rappresentanza (l'unica cosa che conta è "sapere la sera stessa chi governerà") - sembra che i frettolosi legislatori non si siano accorti che, catapultando nell'ordinamento leggi che manomettevano sempre più in profondità, fino a stravolgerlo, il rapporto tra maggioranza popolare e maggioranza parlamentare, a Costituzione invariata, si sarebbe prodotto uno sconquasso nell'equilibrio democratico e istituzionale. Eppure doveva apparire del tutto ovvio che, con leggi che regalano maggioranze assolute a nette minoranze - si pensi al 43% ottenuto nel 2022 dalla coalizione della Meloni e trasformato dal Rosatellum nel 59% del parlamento, o peggio al 29% ottenuto nel 2013 dal centro-sinistra e trasformato dal Porcellum nel 54% degli eletti alla Camera - le maggioranze qualificate previste dalla Costituzione non avrebbero più potuto svolgere la funzione di garanzia per la quale erano state pensate: la minoranza che vince la lotteria del premio controlla sempre la maggioranza dei parlamentari. Invece di applicarsi ad adeguare la Costituzione al nuovo sistema, alzando l'asticella delle maggioranze qualificate oltre il livello regalato dai ricchi premi e cotillon, da decenni quasi tutte le maggioranze fittizie che si sono alternate hanno avuto la fissazione di marcare il territorio varando ambiziose riforme costituzionali. Riforme che facilmente vengono bocciate dal corpo elettorale perché, appunto, le maggioranze di governo non corrispondono alla maggioranza del Paese. Fanno eccezione due casi: a) le riforme "del nemico", come quella del titolo V che venne confermata nel 2001 perché era un tale regalo alle destre che sarebbe stato assurdo rifiutarlo; b) le riforme più spudoratamente populiste, come la riduzione del numero dei parlamentari confermata nel 2020. Per la riforma dell'ordinamento giudiziario varata dalla coalizione della Meloni prevarrà lo logica di schieramento politico, e dunque verrà bocciata, oppure prevarrà la seduzione delle ragioni garantiste (che sono naturaliter di sinistra) e/o delle spinte populiste anti-magistrati, e dunque verrà confermata ?

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