mercoledì 17 agosto 2022

The State of American Socialism - Socialist Forum

The State of American Socialism - Socialist Forum

Franco Astengo: Le radici del socialismo e le necessità dell'oggi

PER I 130 ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PARTITO DEI LAVORATORI ITALIANI: LE RADICI DEL SOCIALISMO E LE NECESSITA' DELL'OGGI di Franco Astengo Questo intervento è stato elaborato per l'occasione dei 130 anni della fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani ma contiene anche una proposta rivolta alla costruzione di quella soggettività di sinistra socialista che manca in Italia rendendo incompleta l'offerta politica nel nostro Paese. Mi auguro che ci sia chi potrà impegnarsi nel raccogliere questo messaggio facendo in modo che, alla conclusione della campagna elettorale, si possa procedere in una direzione "fondativa". Sarebbe utile comunque che nella fase precedente alle elezioni questi temi vivessero nel dibattito pubblico e si riuscisse, in qualche modo, a rappresentarli. Da molto tempo appare evidente la necessità di procedere alla costruzione di una soggettività politica rappresentativa della sinistra italiana in una dimensione adeguata sia verso la storia sia al riguardo della drammatica attualità. Per arrivare a porre concretamente il tema della soggettività della sinistra appare evidente (ed urgente) la ricerca di una connessione da stabilire sul piano ideologico e progettuale con la capacità immediata di intervento sulle modificazioni dettate dall'emergenza rispetto a quanto si era pensato nel momento della caduta del "socialismo reale" e della presunta "fine della storia". Una fase che può essere definita come di post - modernità se la interpretiamo come momento di fuoriuscita dal meccanismo della globalizzazione e del ri-formarsi di un quadro internazionale più rigido sul piano della contrapposizione ideologica, politica, militare . Una fase quella dell'attualità e della prospettiva futura che appare di grande confusione sul terreno dello scambio e del comparire di insorgenze in evidente contraddizione tra di loro nella crisi della finanza, nel procedere dello sviluppo tecnologico,nell' emergenza sanitaria, nell'esplodere della guerra. Da questi fattori, appena elencati e non affrontati, nascono le difficoltà delle cosiddette "democrazia liberali" e il proporsi delle altrettanto cosiddette "democrature", all'interno delle quali crescono le disuguaglianze sociali, lo sfruttamento del genere umano e del territorio. Su questi punti nodali le cosiddette "democrazie illiberali" (il cui senso di marcia è ben presente anche in importanti forze politiche dell'Occidente maturo) contrappongono la negazione del confronto politico esercitando anche una forte repressione dell'eventuale dissenso. In questo quadro fin qui descritto sicuramente con eccessiva schematicità la sinistra italiana appare priva di una sufficiente rappresentatività politica. Una situazione quella italiana che presenta, inoltre, un "surplus" di contraddizioni poste sul terreno istituzionale - costituzionale: è probabile, infatti, che nella prossima campagna elettorale si ponga al centro della contesa l'ipotesi del cambiamento della forma di governo nel senso di una codificazione del piano costituzionale al riguardo del mutamento "de facto" avvenuto ormai da tempo, anche grazie all'utilizzo di formule elettorali incostituzionali. Attorno a questo tipo di complesse problematiche la sinistra italiana non può però partire da zero. Occorre riprendere un discorso sulle radici comuni delle forze che hanno caratterizzato in diverse forme oltre un secolo di vita politica italiana. Nei mesi scorsi si era sviluppata una forte discussione in occasione del centenario della scissione di Livorno dalla quale originò la fondazione del Partito Comunista Italiano poi liquidato senza eredi nel 1991. Nell'occasione di quel dibattito emersero spunti in qualche caso interessanti ma segnati nel complesso da un eccesso di difensivismo sia da parte di chi ha sostenuto la tesi della condanna della scissione e del processo politico che ne è seguito, sia da parte di chi ha difeso la scelta dei comunisti di allora. Nell'occasione del centenario del PCI è stato concesso poco spazio a chi ha cercato di sviluppare un discorso riguardante il superamento delle ragioni della divisione: anzi hanno sembrato prevalere motivazioni collegate alle fasi più recenti di separazione e contrasto accentuatesi nella fase terminale della "Repubblica dei Partiti". La mia proposta è quella di aprire una riflessione su di un possibile ritorno alle origini comuni aprendo un dibattito sull'unità della sinistra che riprenda il tema di fondo di oltre un secolo fa. Appare ovvia la considerazione sul radicale mutamento avvenuto nel frattempo su tutti i piani, dall'incidenza della tecnologia, al mutamento del costume e dell'insieme delle relazioni politico - sociali, alla globalizzazione esasperatamente velocizzata, ad un quadro sociale e di costume dominato da un individualismo competitivo generatore di sfangiamento sociale. Il primo punto da affrontare nello sviluppo di questo discorso è quello che la ricerca che dovrà essere aperta non potrà rimanere semplicemente interna a una logica eurocentrica ma dovrà porsi all'altezza della planetarietà della crisi democratica. Si tratta di procedere in questa direzione, collegandoci a quanto stava avvenendo più di un secolo fa quando si compì la scelta del collegamento organico in forma di partito tra il settore più avanzato dell'intellettualità borghese e le punte più avanzate nelle espressioni di allora della lotta di classe. Si tratta, infatti, ora come allora di rompere la sostanziale dicotomia moderata che alberga da tempo nella crisi del sistema politico italiano. Una dicotomia moderata che ha generato il trasformismo populista come forma di utilizzo dell'autonomia del politico. Il trasformismo populista ha così dimostrato l'inadeguatezza, addirittura l'inconsistenza, delle forze in cerca di una dislocazione più o meno "definitiva" (coincidente, alla fine, con la sistemazione al governo in una forma tendente a superare il vecchio concetto di rappresentatività). La ricerca delle radici potrebbe così coincidere con una proposta di costruzione di una soggettività politica capace di porsi a contrasto del modello trasformista realizzato del reciproco moderatismo egemone nel sistema fin dalla caduta dei grandi partiti di massa. Si tratta di costituire un partito dell'alternativa di chiara ispirazione solidaristica ed egualitaria come primo soggetto della modernità. Un soggetto che si presenterebbe avendo alle spalle la complessità di una tradizione che nacque unitaria avendo davanti la costruzione di una progettualità in forma sistemica rivolta a un futuro da costruire. Occorrerebbe farsi carico unitariamente del tipo di impostazione fin qui delineata lavorando, attraverso l'esercizio di una funzione pedagogica sulla "qualità delle radici" comprendendo appieno che al momento una costruzione politica ha bisogno di misurarsi con la confusione della domanda (confusione che corrisponde alla complessità sociale e all’assenza di una proposta di adeguata relazione politica posta anche sul piano organizzativo) e quindi adempiendo all'esigenza di modificazione dell'offerta politica. Serve una maggiore radicalità nell'espressione delle istanze caratterizzanti l'identità della sinistra partendo dalla tradizione socialdemocratica europea e analizzando anche il concreto della "svolta" con la quale si liquidò il PCI procedendo verso un indirizzo indefinito di un "nuovo" senza volto alla ricerca di un confuso "sblocco del sistema politico" dentro al quadro generale del grande abbaglio della "fine della storia".

lunedì 15 agosto 2022

Franco Astengo: Parlamento

PARLAMENTO: NON E' SOLTANTO QUESTIONE DI NUMERI di Franco Astengo Avevamo impegnato la campagna elettorale avverso la riduzione del numero dei rappresentanti parlamentari (Settembre 2020) su due punti : quello riguardante la difficoltà che avrebbe incontrato la rappresentanza politica ad esprimersi in una dimensione più o meno compiuta e quello relativo alla probabile caduta verticale nella capacità del sistema di rappresentare i territori. Non siamo stati ascoltati e alla fine i contrari a quell'operazione caratterizzata da istanze meramente demagogiche e lontane da qualsivoglia ipotesi di equilibrio nel rapporto tra istituzioni e cittadini sono stati 7.691.837 contro 17.913.259 che hanno approvato lo stupido slogan della "casta contro la casta". Ci porterebbe troppo lontano un discorso riguardante la risposta politica che non è stata fornita a quegli oltre 7 milioni di voti da parte dei sostenitori del NO alla riforma. Entriamo allora per un momento nel merito di un aspetto che, in piena campagna elettorale, si sta rivelando assai complesso almeno se si cerca di seguirlo attraverso le correnti diverse espressione di opinione. Infatti nelle periferie gli organizzatori dei corpi intermedi (associazioni datoriali, categoriali, sindacati) hanno scoperto l'acqua calda della difficoltà ad avere rappresentanti alla Camera e al Senato con i quali interloquire nel senso di cercare di definirli come portatori di specifiche istanze. Beninteso: istanze specifiche che nella maggior parte delle occasioni rappresentano questioni di interesse generale e soltanto limitatamente temi di natura localistica e/o corporativa; quindi un sistema di relazioni non riducibile al semplice lobbismo. C'è da aggiungere che proprio la riduzione del numero dei parlamentari ha rappresentato un ulteriore tassello del processo di declassificazione sociale dei corpi intermedi. La "diminutio" dei corpi intermedi ha rappresentato un aspetto di quella ricerca di riduzione nel rapporto tra politica e società che ha costituito un punto strategico di "taglio" autoritario dell'eccesso di domanda frutto dell'affermazione ideologica del neo-liberismo fin dagli anni'80 del XX secolo. Sul terreno della rappresentatività politica e di quella territoriale il passaggio della riduzione del numero dei parlamentari ha comunque condotto alla necessità di aprire il discorso sulla qualità delle presenze sia nelle candidature sia, di conseguenza, nelle figure degli eletti nella ricerca di intreccio tra dimensione politica complessiva e presenza nella specificità locale (un parlamentare "glocal" si potrebbe affermare). Allo scopo di esplicitare al meglio questo discorso assumo ad esempio un caso che conosco per immediata esperienza locale: quello della provincia di Savona. Una provincia quella di Savona che dalla XVII legislatura si è trovata iperappresentata in entrambi i rami del Parlamento a causa di una combinazione fortuita che ha consentito (grazie al gioco delle liste bloccate, altro argomento che non si affronta in questa sede per economia del discorso ma che andrebbe sviscerato a fondo) al Movimento 5 stelle di eleggere 3 parlamentari poi confermati nella successiva XVIII legislatura. Ebbene questa massiccia presenza parlamentare mai registrata nella storia repubblicana (il PCI negli anni gloriosi eleggeva 1 deputato e 1 senatore, in questo caso sacrificando però un collegio di Genova con una doppia candidatura, idem la DC ma con il senatore sempre a rischio in competizione con la Spezia, al PSI capitò una volta nel 1958 così come allo PSIUP nel 1968 mentre l'elezione di Pertini alla Camera dalla II legislatura in avanti deve essere considerata come di carattare "nazionale" e non certo rappresentativa del territorio) non è stata minimamente avvertita sul territorio, anzi i 3 parlamentari del M5S sono risultati praticamente assenti dal dibattito politico locale sia al riguardo dei temi di carattere generale e ancor di più da quello sui temi riguardanti la provincia in materia di economia, sociale, sanità, lavoro. Localismo e corporativismo (si pensi alla vicenda dei balneari) hanno poi collegato l'iniziativa degli altri parlamentari (Lega e PD) eletti in provincia di Savona con determinati aspetti di "trasversalità" riferiti al governo della Regione: governo esercitato in forma paternalistica e clientelare. Insomma: un territorio quello della Provincia di Savona preso come esempio rappresentativo sotto molteplici punti di vista in una dimensione molto negativa per ovviare alla quale servirebbe proprio un salto di qualità sul piano della preparazione, della coerenza e dell'impegno anche morale. Lo scopo di questo intervento non era però quello di aprire una ricerca in quella direzione. In conclusione: L'evoluzione e la crisi dei fondamenti ideologici e dei caratteri originari della rappresentanza politica sembrano ormai irreversibilmente egemonizzati dal pensiero "unico"delle teorie (e conseguenti pratiche) ordoliberali e neoliberiste che stanno trasformandosi in teorie neo-corporative, ed è questo il vero pericolo derivante dalla probabile vittoria della destre il 25 settembre. Questi processi hanno svelato quel senso di alienazione e isolamento del cittadino globalizzato, un fenomeno dal quale deriva quella ricerca della disintermediazione politica che che si situa all'origine dei movimenti populisti.E’ necessario contrastare questa deriva che ha aperto la strada ad un mutamento profondo della sostanza di governo ben oltre la modifica della "forma" costituzionale. Da sinistra non possono bastare movimentismo, personalizzazione e semplificazione delle contraddizioni sociali ma si può rispondere soltanto attraverso una rielaborazione nell'utilizzo del concetto di autonomia del politico affrontando la necessità di modifica dell’offerta politico – elettorale e rispondendo con una proposta sistematicamente progettuale alla confusione della domanda che deriva dalla condizione appena descritta,confusione che corrisponde alla complessità sociale e all’assenza che dura ormai da troppo tempo (almeno dallo scioglimento dei grandi partiti di massa) di una visione di adeguata relazione politica posta anche sul piano organizzativo.