lunedì 18 maggio 2026

Mamdani alla prova del primo bilancio - Jacobin Italia

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Il decreto Sicurezza smontato dalla Corte di Cassazione • Diritti Globali

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Franco Astengo: Crisi e capitalismo di guerra

CRISI E CAPITALISMO DI GUERRA di Franco Astengo La decisione, per noi del tutto improvvida, di fare la guerra all'Iran ha aperto scenari inediti sul piano globale innescando (ulteriormente) quel meccanismo di "capitalismo di guerra" che sta ricordando a tutti come in ultima analisi quella che conta davvero è la questione energetica. Ne scrive su "Le monde diplomatique" Frederic Lordon sotto il titolo "La Crisi anomala" : così riprendiamo alcune delle sue argomentazioni cercando di ricavarne qualche conferma di nostra indicazione politica. Tornando al tema centrale del momento storico l'affermazione più semplice e comprensibile è che senza energia non si può far niente (immateriale, cloud, digitalizzazione): nemmeno il minimo movimento, di automobili, di merci (che non passano ancora per la fibra) processi industriali o di elettroni come nel caso dei data center. Al riguardo dell'AI; Hbc stima che entro la fine del decennio OpenAI consumerà 36 gigawatt di elettricità: una quantità compresa tra il fabbisogno della Florida e quella del Texas. Pensiamo all'elio indispensabile per la produzione dei chip che i vari operatori dell'AI utilizzano a tonnellate (diverse centinaia di migliaia per ciascun data center). A metà marzo 2026 quasi un terzo della produzione di elio era già stato consumato. Non si può nemmeno escludere l'ipotesi di vere e proprie carenze e non solo di benzina per le automobili o di cherosene per gli aerei: pensiamo alla produzione di fertilizzanti (per mancanza di composti azotati) di plastiche e di prodotti farmaceutici, di prodotti per la lavorazione elettrochimica di rame, nichel e uranio. La Cina, ad esempio, ha già vietato l'esportazione di acido solforico. Così stiamo vivendo due crisi autonome fra di loro: quella finanziaria e quella economico - petrolifera sulle quali impatta una terza crisi derivante dall'interazione fra le prime due. Una crisi che ha innescato- appunto - il ricorso al "capitalismo di guerra". Cosa ci riserverà allora l'economia di guerra? Ci stiamo dirigendo verso qualcosa di inedito: una crisi nucleare senza giri di parole che potrebbe vedere tutte le sue componenti amplificarsi reciprocamente in una reazione a catena senza alcuna messa in moto di meccanismi di contenimento. Le dimensioni della prova a cui la società sarà sottoposta sono difficili da immaginare se non prevedere l'innesto di tsunami finanziari che porteranno a un disastro sociale (questa la previsione di Lordon che in tutta sincerità ci sentiamo di condividere). Quale risposta potrebbe essere possibile a sinistra, con specifico (ma non esaustivo) riferimento all'Europa? Prima di tutto l' avvio di una riflessione posta sul piano dell'analisi circa la prospettiva di delineare una vera e propria "alternativa di società" capace di delineare un quadro opposto alla prospettiva del "capitalismo di guerra". Su questo punto mi permetto riassumere quell'idea di "socialismo della finitudine" che conseguirebbe alla necessità di rovesciare il paradigma "sviluppo/limite". “Socialismo della finitudine” per ripartire dall’idea dell’impossibilità, rispetto a quello che abbiamo pensato per un lungo periodo di tempo,di procedere sulla linea dello sviluppo infinito inteso quale motore della storia inesorabilmente lanciato verso “le magnifiche sorti e progressive”. Il primo punto di programma così teoricamente impostato dovrebbe allora essere quello rappresentato dalla progettazione e da una programmazione di un gigantesco spostamento di risorse tale da modificare profondamente il meccanismo di accumulazione dominante. Una progettazione e una programmazione che non potrà essere che governata dal “pubblico” e rivolta alle grandi transizioni in atto: comunicativa, digitale, ecologica e soprattutto rivolta a fronteggiare l'intreccio delle crisi che abbiamo appena cercato di descrivere. E' indispensabile organizzare una sinistra sovranazionale che recuperi la centralità del diritto pubblico europeo come proprio fondamento nel determinare l’indirizzo della propria politica e ritrovi autonomia nella contesa internazionale. La sollecitazione di una forte ripresa di conflitto sociale deve far parte integrante di questa proposta preparando una risposta di pace e considerando l'Europa uno spazio politico e non acriticamente un bene in sè.