lunedì 26 ottobre 2009

Massimo Faggioli: Ad un mese dalle elezioni tedesche

Dal sito Europressresearch
Focus
AD UN MESE DALLE ELEZIONI TEDESCHE 2009: NUOVI EQUILIBRI POLITICI E DI GOVERNO
Massimo Faggioli - 10/ 2009
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Un mese dopo le elezioni politiche in Germania, che hanno premiato i liberali, confermato con qualche riserva Angela Merkel e la CDU-CSU, e duramente punito i socialdemocratici (al loro minimo storico), le trattative per la formazione del governo di coalizione “nero-giallo” formato da liberali e cristiano-democratici sono ancora incentrate sul programma di politica economica e fiscale. I temi di politica estera sembrano essere assenti da questa fase di dibattito politico, così come lo sono stati durante la campagna elettorale (se si eccettua la polemica sulle vittime civili causate da un’azione delle truppe tedesche in Afghanistan). Per questo è utile fare qualche riflessione sulle possibili conseguenze della configurazione del nuovo governo sul ruolo internazionale della Germania.

1. Dal rosso-verde, al rosso-nero, al nero-giallo: un breve decennio di politica estera tedesca
Il destino della SPD nelle elezioni del 2009 era segnato dalla debolezza dei suoi leader e del suo candidato alla cancelleria e dalla concorrenza convergente – specialmente sui temi di politica economica – di verdi, liberali e “Die Linke” sulla estrema sinistra. Ma il risultato elettorale riflette anche le ambiguità della politica estera tedesca che, nell’ultimo decennio, aveva rappresentato uno spazio per il protagonismo della sinistra politica in Germania. Vinte le elezioni del 2002 in gran parte grazie all’opposizione all’incipiente guerra in Irak, la SPD di Schröder (in coalizione con i verdi di Joschka Fischer) aveva creato un binomio franco-tedesco di opposizione a G.W. Bush, e nel contempo aveva cementato l’opposizione franco-tedesca a tutta l’Europa orientale che ben presto si sarebbe schierata con gli anglo-americani sulla questione irachena (Cfr. J. Fischer, Die rot-grünen Jahre. Deutsche Außenpolitik, Köln 2007). L’azione tedesca in Europa si era risolta in quell’episodio, insieme ad una recezione dell’allargamento del 2004 rassicurante per i vicini della Germania. La creazione di legami di intimità politica e personale con la Russia di Putin e il tentativo di aprire le porte dell’Europa alla Turchia di Erdogan rappresentavano scenari di contorno: il primo appannaggio del personalismo di Erdogan, il secondo pieno di riflessi di matematica elettorale interna alla Germania. Con le elezioni del 2005 la SPD vide la sconfitta dell’alleanza coi verdi in favore di una “grande coalizione” con CDU-CSU guidata da Angela Merkel. Ma la SPD conservò il ministero degli Esteri, dal quale Steinmeier aveva lanciato una serie di iniziative che puntavano ad una “Ostpolitik 2.0” destinata a quella area geopolitica che va dall’“Europa di mezzo” (quei paesi già membri dell’Unione sovietica o ex membri del Patto di Varsavia, ma non ancora parte dell’Unione europea) all’Asia Centrale (fino al Kazakhstan) in cui i tedeschi hanno sempre avuto interessi e riferimenti di lungo periodo. Ma fu il primo semestre 2007, presidenza di turno tedesca della Ue, a segnare il punto alto della politica estera tedesca dell’ultimo decennio: ma il salvataggio della riforma della Ue e del trattato di Lisbona, orchestrato da Merkel assieme a Sarkozy nel summit tedesco del giugno 2007, non nascondeva i punti irrisolti della politica europea ed estera della Germania: un irrisolto contenzioso interno (ma con grandi effetti esterni) circa la posizione tedesca sul rapporto tra Ue e Turchia; un’ambiguità circa i rapporti con la Russia, il cui ruolo di fornitore energetico ha un peso nella tolleranza verso le “specificità” della democrazia limitata e guidata da Putin; le resistenze verso uno sviluppo delle strutture di difesa europee; la possibile nascita di un nuovo Sonderweg tedesco verso l’Europa, specialmente dopo la sentenza della Corte di Kalrsuhe del giugno 2009 sul trattato di Lisbona. Tutte queste ambiguità sono comuni alla politica estera tedesca: attribuibili alla SPD, il partito che meglio incarna le contraddizioni della moderna politica estera tedesca tra idealismo internazionale e realismo della possibilità, ma anche all’europeismo di basso profilo di Angela Merkel (grande elettrice di Barroso per entrambi i mandati di presidente della Commissione europea). Ora, il lascito di politica estera della grande coalizione al governo nero-giallo vede alcuni obbiettivi di primaria importanza, in cui la Germania è impegnata in prima linea: specialmente lo scenario afghano e il confronto col regime iraniano circa il nucleare (Cfr. K.-D. Frankenberger, Wünsche und Erwartungen, “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 30-9-2009). Ma se si seguono le trattative per il nuovo governo federale, si ha l’impressione che la politica tedesca non consideri la politica estera come uno degli obbiettivi del nuovo governo, e gli osservatori interni e internazionali iniziano a percepire questo atteggiamento come un ripiegamento della promettente “nuova Germania” entro i sicuri confini di una politica europea di corto respiro (Cfr. S. Kornelius, Deutschland von außen, “Süddeutsche Zeitung”, 1-10- 2009).

2. Ricezione e scenari della politica estera nero-gialla
La percezione di questo rischio di ripiegamento compare anche in alcuni interlocutori della diplomazia tedesca: la loro soddisfazione e rassicurazione rispetto ai risultati elettorali del 2009 dovrebbe preoccupare più che rassicurare quanti hanno a cuore gli interessi tedeschi ed europei. In primo luogo, il risultato elettorale ha significato una sostanziale conferma dei principali interlocutori internazionali di Berlino. Le aspettative delle elezioni da parte di Bruxelles e della Commissione europea si sono in qualche modo avverate, con una storica sconfitta per la sinistra tedesca che significa anche un ridimensionamento dell’influsso della sinistra in Europa sulle politiche sociali e di mercato. I risultati sono stati accolti con simile soddisfazione in Francia, dove Sarkozy ha sempre sofferto la “grande coalizione” tedesca e le sue ambiguità di politica estera (oltre che l’insofferenza della SPD verso la personalità politica di Sarkozy). Anche la vicina Polonia si ritrova rassicurata dalla vittoria di Angela Merkel, e sente lo scampato pericolo di un candidato come l’ex ministro degli esteri, identificato con un atteggiamento di appeasement verso Mosca. Più complessa è la reazione dalla Russia, dove la percezione della palese debolezza della candidatura alla cancelleria del ministro degli esteri Steinmeier faceva da contraltare al ricordo degli alcuni anni di indulgenza socialdemocratica verso le peculiarità del cammino della Russia verso la piena democrazia. Quanto agli Stati Uniti, il risultato delle elezioni tedesche del 2009 è stato considerato in relazione allo scacchiere internazionale Usa-Russia-Cina e allo scenario afghano, che attualmente occupa quasi tutte le risorse della politica estera di Obama (Cfr. S. Kotkin, The Unbalanced Triangle, “Foreign Affairs”, Sept./Oct. 2009: “There can be no resetting of the US-Russian relations without a transcending of Nato and the establishment of a new security architecture in Europe. And without such a genuine reset, China will retain the upper hand”). Era significativo leggere, nel commento alle elezioni del “New York Times”, la preoccupazione per il ritorno di una Germania neo-isolazionista o addirittura filo-russa e, sullo sfondo, la delusione per una mancata crescita della statura internazionale tedesca dopo i primi promettenti anni del post-1989. L’editorialista Roger Cohen arrivava a vedere lo sviluppo di un possibile prossimo allineamento tra Berlino e Mosca: “Germany is Russia’s largest trading partner. Russia is Germany’s 10th largest. A kind of moral complicity – two large nations that made big historical mistakes – binds them” (R. Cohen, Germany Unbound, “The New York Times”, 1-10- 2009). Sarà interessante vedere la formazione del nuovo governo nero-giallo, il nome del nuovo ministro e le linee di politica estera. Ad oggi, pare che la politica estera ed europea della Germania sia tutta da ridefinire. Il binomio SPD-verdi era stato più velleitario che idealista, e quello conservatori-SPD più reattivo che attivo: ora, il binomio CDU/CSU-liberali rischia di non essere più audace dei precedenti, e di inaugurare così la strage delle illusioni sul ruolo trainante della Germania nello scenario continentale e mondiale.

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