martedì 27 maggio 2008

Pescati nella Rete: l'economia di Pollicino

Dal sito del Cer

L'economia di Pollicino. L'Italia nell'economia globale, di L. De Benedictis
27 maggio 2008
L'ECONOMIA DI POLLICINO. L'ITALIA NELL'ECONOMIA GLOBALE[1]
di Luca De Benedictis
A guardarla così, con l’instabilità internazionale alle porte, con la recente eredità di una crescita fiacca e con un problema di produttività che ha fatto discutere, di nuovo, per quasi un decennio, lo specialista e l’uomo della strada, l’Italia sembra stanca e sfiduciata. È più vecchia, più cinica, più spaventata, e si sente più povera[2]. Fa fatica ad orientarsi, a individuare la strada da percorrere. Come Pollicino si è smarrita. Ma i segni che indicano il sentiero da percorrere sono lì, ci si deve guardare intorno, capire da dove si è venuti e scegliere dove andare.
Nel cercare i sassolini della retta via è bene sfrondare il passaggio da alcune questioni. Cominciamo dalla prima: l’Italia è un paese ricco (in media, ovviamente). Lo è diventato nel tempo e lo è ora. Come ci ricorda «Nel 2005 l’Italia contribuiva per il 2,7 per cento alla produzione mondiale, mentre i suoi 59 milioni di cittadini rappresentavano meno dell’1 per cento della popolazione del globo. Due secoli prima il peso relativo della produzione della penisola era simile, allorché i suoi abitanti peraltro costituivano più del 2 per cento della popolazione mondiale. Quest’ultima quota si è nel tempo dimezzata, mentre la quota sul prodotto arrivava a sfiorare il 4 per cento negli anni sessanta del Novecento per ripiegare poi su valori lievemente inferiori a quelli di due secoli fa (...). Nel 2005 per prodotto pro capite l’Italia si poneva di un terzo al di sotto degli Stati Uniti; di qualche punto percentuale al di sotto di Germania, Regno Unito, Giappone; sul livello della Francia; quattro volte al di sopra della Cina; nove volte al di sopra dell’India. Rispetto a quello medio mondiale il dato dell’Italia era più che triplo, quello del Mezzogiorno doppio»[3]. Siamo ricchi dunque; lo siamo anche agli occhi degli altri. L’Italia, negli ultimi tre decenni, è divenuto paese di immigrazione, passando, secondo l’ultimo rapporto della Caritas[4], da una presenza di poco meno di 300.000 immigrati a più di 3 milioni e mezzo. Più del 10% di questi lavorano stabilmente presso famiglie italiane. Siamo anche più ricchi di quello che dichiariamo come reddito nazionale. Secondo i calcoli dell’ISTAT, nel 2004 il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa era circa il 17% del Pil[5].
La seconda questione preliminare è che anche se siamo ricchi, non lo siamo tutti. La sperequazione distributiva, che si era ridotta negli anni Settanta e Ottanta, ha cominciato a crescere negli anni Novanta ed è ora ai livelli più elevati tra i paesi industrializzati[6]. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2006 le famiglie che vivevano in condizione di povertà relativa erano pari all’11% delle famiglie residenti, 7 milioni e mezzo di individui poveri[7].
La terza questione è che non siamo soli: facciamo parte di un’area economicamente integrata, con una singola politica monetaria e una moneta unica. E questo non è una cosa da poco in termini di capacità di tenuta in caso di una prolungata crisi economica internazionale. Immaginate cosa sarebbe accaduto ad una Italia che cresce in previsione di meno dell’1% e in piena instabilità politica se non ci fosse stato l’euro ad ancorarci al continente europeo. D’altra parte non siamo soli neanche dal punto di vista della politica commerciale internazionale, che non gestiamo autonomamente, in termini di capacità di adozione unilaterale di misure di protezione tariffaria e di tipo quantitativo: dal 1957, con l’istituzione della Comunità europea e con la delega alla stessa dei nostri interessi in sede GATT, e ora nel WTO. In fondo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, siamo una regione di una entità più vasta, e quello che saremo dipenderà in buona parte da quel che sarà l’Europa, da quello che diventerà anche grazie al nostro contributo.

Uno strano paese: il modello di specializzazione italiano
Effettivamente siamo un paese strano: siamo ricchi ma facciamo cose diverse dai paesi ricchi. Fin dagli anni Settanta, ciò che appariva sorprendente era la progressiva divergenza della struttura produttiva italiana dai modelli tipici degli altri paesi industrializzati: in particolare in quegli anni cominciava a emergere un forte orientamento delle esportazioni italiane verso produzioni cosiddette “tradizionali” e una dipendenza da importazioni di prodotti tecnologicamente avanzati[8]. Uno sguardo alla nostra bilancia commerciale settoriale[9] ci dice che – utilizzando la classificazione dell’ISTAT – esportiamo prodotti tessili e dell’abbigliamento, calzature e prodotti in pelle e cuoio, prodotti in gomma e plastica, vetro e ceramica, mobili, gioielleria e oreficeria, macchine e apparecchi meccanici; importiamo il resto. Siamo specializzati in ciò che abbiamo voluto chiamare made in Italy e siamo deficitari nei comparti tecnologicamente avanzati, nella chimica e farmaceutica, nel ITC, nei mezzi di trasporto e anche nella fornitura di servizi. Siamo dunque molto dissimili dalle altre economie industrializzate, specializzate proprio in questi ultimi comparti. E questo può essere un problema se è proprio di questi beni che la domanda mondiale fa più richiesta, oltre che di energia e materie prime.
Ma non è stato sempre così. Un recente volume di Sergio de Nardis e Fabrizio Traù ci ricorda che il modello di specializzazione italiano degli anni del miracolo economico era ben diverso da quello attuale[10]: molto più differenziato, incentrato su comparti settoriali “moderni”, fortemente caratterizzato dal ruolo della grande impresa e sostenuto dall’intervento pubblico. Quel modello, «volto a colmare il ritardo accumulato rispetto ai paesi first comer», è collassato durante gli anni Ottanta; ne è seguita la crisi delle partecipazioni statali, mentre il modello stesso ha subito gli effetti della riconsiderazione del ruolo dello Stato nell’economia e dell’assenza di una politica industriale che non sia la mera svalutazione del tasso di cambio. In quegli anni abbiamo preso una strada diversa da quella degli agli altri paesi industrializzati.
La cosa sorprendente è che se smettiamo di essere simili ai principali paesi OCSE, non diventiamo più simili ai paesi in via di sviluppo o alle economie emergenti. Produciamo e vendiamo sui mercati internazionali beni inclusi nelle stesse macro-categorie settoriali di questi ultimi, come i prodotti tessili o le calzature, ma non gli stessi beni. Le analisi sulla similarità della struttura settoriale delle esportazioni[11] mostrano che confrontando dati settoriali ad un livello di disaggregazione particolarmente elevato o utilizzando indicatori che effettuino il confronto tenendo conto della differenza nel prezzo dei beni (valori medi unitari) il risultato è che non siamo simili neanche alle economie emergenti come quella cinese.
Questa anomalia rispetto agli altri paesi industrializzati è un male? Non lo è sempre stato. Negli anni Ottanta la domanda mondiale in settori quali i prodotti tessili, l’abbigliamento, le calzature e i mobili mostrava un tasso di crescita relativamente sostenuto[12]: La correlazione tra la specializzazione settoriale italiana e i tassi di crescita della domanda era tendenzialmente positiva.
Le condizioni sono cambiate invece, radicalmente, negli anni Novanta: la domanda mondiale si è orientata verso altri beni, quelli maggiormente tecnologici, e così il segno della correlazione è divenuto negativo. Ma non è tutto. Il decennio successivo ha visto l’ingresso di nuovi concorrenti sui mercati internazionali. Soprattutto le imprese dei paesi asiatici hanno moltiplicato le esportazioni proprio nei settori in cui ci siamo specializzati e in cui la domanda mondiale cresce poco. La concorrenza è sostenuta e il risultato di tutto ciò è stata una forte contrazione delle quote di esportazione italiana sul totale mondiale. Le quote di mercato sono passate tra il 1992 e il 2006 dal 5,1% al 3,2%. Tale contrazione ha contribuito ad alimentare il dibattito sul declino economico italiano e sulla crisi del sistema industriale nazionale[13], venendo letta come il segno più tangibile delle difficoltà delle imprese italiane a vendere i propri prodotti soprattutto nei mercati maggiormente concorrenziali. La questione è di rilievo e merita alcune puntualizzazioni.
Innanzitutto, a partire dal 2000, la dinamica delle quote di mercato non è la medesima se queste vengono considerate a prezzi correnti o a prezzi costanti. La quota in volume (a prezzi costanti) ha continuato a peggiorare ininterrottamente, mentre al contrario la quota in valore è rimasta, a partire dal 2001, sostanzialmente stabile. La spiegazione condivisa[14] di tale divario è attribuita all’aumento costante dei prezzi (valori medi unitari) all’esportazione. Negli ultimi anni, dunque, esportiamo beni di valore maggiore, nonostante la forte concorrenza internazionale e l’apprezzamento dell’euro. Cosa sta accadendo? Qui le ipotesi si differenziano. La prima è che sia avvenuto un upgrading qualitativo dei beni esportati: prezzi più alti possono indicare una più elevata qualità dei beni, il che potrebbe voler dire che le imprese esportatrici hanno risposto strategicamente all’aumento della concorrenza internazionale abbandonando le produzioni di gamma bassa e incrementando il contenuto qualitativo dei prodotti venduti. Una ipotesi differente sostiene invece che la forte concorrenza internazionale abbia selezionato le imprese esportatrici, riducendone il numero[15], aumentando la produttività e rendendo il mercato più concentrato. Le imprese vincenti sono sì più produttive, ma hanno anche un grado di monopolio maggiore, che le rende maggiormente capaci di differenziare i prezzi a seconda dei mercati di sbocco. Le due spiegazioni, che non sono certamente antitetiche, si differenziano per le implicazioni sul benessere dei consumatori, i quali, nel primo caso, traggono vantaggio dalla più elevata qualità dei beni acquistati, e nel secondo, possono essere penalizzati dalla riduzione della concorrenza. È bene notare che tali trasformazioni nei comportamenti d’impresa avvengono a modello di specializzazione immutato. Ovverosia, i cambiamenti in atto avvengono all’interno dello stesso settore e non tra settori diversi. In termini esemplificativi, ciò che i dati mostrano è un comportamento così riassumibile: una impresa calzaturiera sottoposta ad una maggior concorrenza internazionale o esce dal mercato (essendo presumibilmente una impresa caratterizzata da una bassa produttività) facendo aumentare la produttività media del settore calzaturiero, altrimenti cessa la produzione di bassa qualità e si concentra in quella più elevata; continua dunque a produrre scarpe, ma le scarpe prodotte sono ben diverse da quelle prodotte in precedenza. Il cambiamento avviene ma non è colto osservando la struttura settoriale del modello di specializzazione.
La seconda puntualizzazione riguarda l’interpretazione del fenomeno. Nel 2003 Riccardo Faini scriveva che «è pressoché inevitabile che un Paese la cui popolazione e quindi di riflesso anche il proprio reddito aggregato crescono a tassi relativamente modesti inevitabilmente vedrà prima o poi contrarsi il proprio peso sia nel reddito che nelle esportazioni mondiali. Se (...) si considerassero le esportazioni per abitante il quadro catastrofico sulla perdita di competitività dell’Italia verrebbe del tutto ridimensionato»[16]. Il calo delle quote di mercato deve quindi essere letto tenendo conto delle dinamiche demografiche e di reddito. Inoltre, esportare è una delle possibili opzioni per una impresa che intenda operare sui mercati mondiali, guardare unicamente alle quote di mercato delle esportazioni senza considerarle congiuntamente alle altre forme di internazionalizzazione[17] quali la delocalizzazione di fasi della produzione o gli investimenti diretti all’estero può distorcere, anche solo parzialmente, lo stato reale delle cose.
Ma anche tenendo conto di queste sensate considerazioni resta il fatto che in termini relativi, rispetto ai nostri partner europei, quelli con cui è opportuno effettuare una comparazione, quali la Francia e la Germania, tendiamo ad avere un grado di internazionalizzazione più basso. Ma questo, come il calo delle quote di mercato, non è la malattia ma il sintomo di qualcosa che con i mercati internazionali ha solo parzialmente a che fare.

Una nuova visione: imprese e mercati internazionali
Negli ultimi anni la teoria del commercio internazionale si è concentrata su un particolare effetto dei processi di liberalizzazione commerciale: la selezione[18]. La riduzione degli ostacoli al commercio internazionale, sia quelli legati alla tecnologia (costi di trasporto) che alla politica (misure protezionistiche), rende più semplice per le imprese operare nei mercati internazionali e aumenta il grado di concorrenza negli stessi. Sul fronte dei mercati interni dei singoli paesi, la concorrenza di imprese estere più efficienti seleziona le imprese nazionali. Come nel precedente esempio dell’impresa calzaturiera, quelle inefficienti escono dal mercato, mentre quelle caratterizzate da un grado di efficienza tale da competere sui mercati esteri rimangono attive e profittevoli. L’effetto complessivo sul sistema produttivo è quello di aumentarne l’efficienza e la produttività media.
Alla base di tale visione teorica vi è l’evidenza che, anche all’interno del medesimo settore, esistono imprese notevolmente eterogenee. Tra queste solo quelle più produttive operano sui mercati internazionali: tanto più sono produttive, tanto più articolate saranno le loro modalità di internazionalizzazione; tanto meno sono produttive, tanto più tenderanno a servire esclusivamente il mercato nazionale.
Dal punto di vista empirico le imprese che operano sui mercati internazionali, qualsiasi sia il loro settore di appartenenza, tendono ad essere oltre che mediamente più produttive, anche più grandi, meglio organizzate dal punto di vista manageriale, più innovative, più propense ad investire in ricerca e sviluppo e ad assumere personale qualificato con un grado di istruzione relativamente elevato. Come mostrano le prime analisi empiriche su dati di impresa confrontabili internazionalmente, come ad esempio quelle contenute nel rapporto prodotto per Bruegel da Thierry Mayer e Gianmarco Ottaviano, queste caratteristiche sono comuni alle imprese dei maggiori paesi europei[19].
Tornando quindi allo scarso grado di internazionalizzazione delle imprese italiane, questo trova una spiegazione, a prescindere dai settori di specializzazione, nelle caratteristiche tipiche della struttura industriale italiana.

Sassolini
La cosa forse risulterà sorprendente ma, come per il modello di specializzazione, le cose possono essere cambiate. Nulla vieta alle imprese, di qualsivoglia settore, di essere più innovative, di avere maggior attenzione agli sviluppi tecnologici, di richiedere lavoratori più istruiti, di reagire ai mutamenti della domanda (anche quella fuori dal proprio cortile nazionale) e di guardare oltre il breve periodo. Per far questo ci vuole fiducia e iniziativa: il pane e il sale dell’imprenditoria.
Certo, uno Stato con un quadro finanziario sotto controllo, in grado di investire in infrastrutture e fermo nel garantire il rispetto di un sistema di regole condivise, aiuterebbe. Cosi come sarebbe auspicabile che maggiore attenzione si ponesse alla perequazione del reddito, alla tutela della concorrenza nei mercati e alla dimensione europea delle nostre scelte, rifuggendo da strategie difensive, di chiusura e protezione[20]. Non bisogna chiudere ma aprire. Spingere le nostre imprese a superare i confini nazionali. Quando le vedremo uscire numerose, capiremo che Pollicino ha ritrovato la strada.
[1] Articolo pubblicato in Italianieuropei n.2/2008.
[2] Ne riferiscono le indagini interne dei sondaggi di casa nostra (ad esempio I. Diamanti in “la Repubblica” del 23 marzo 2008, le prime pagine dei quotidiani nazionali, le opinioni degli editorialisti, le lettere dei lettori ai giornali e la stampa internazionale. L’Italia è stata additata come The sick man of Europe, dal “Economist” nel 2005 e descritta come un paese in sostanziale declino dal “New York Times” nel dicembre 2007.
[3] P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri, Torino 2007.
[4] Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2007, Roma 2007.
[5] M. Bovi, Evasione e sommerso nella Contabilità nazionale, in M. C. Guerra, A. Zanardi, Rapporto di finanza pubblica, il Mulino, Bologna 2006.
[6] A. Brandolini, The Distribution of Personal Income in Post-War Italy: Source Description, Data Quality, and the Time Pattern of Income Inequality, in “Temi di discussione del Servizio Studi”, Banca d’Italia, 350/1999.
[7] In base alla classificazione dell’ISTAT, la spesa media mensile per persona, che indica la soglia di povertà per una famiglia di due componenti era, nel 2006, pari a 970,34 euro. Le famiglie composte da due persone che hanno un reddito media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.
[8] Si veda, ad esempio, F. Onida, Industria italiana e commercio internazionale, il Mulino, Bologna 1978, e P. Modiano, Competitività e collocazione internazionale delle esportazioni italiane: il problema dei prodotti “tradizionali, in “Economia e politica industriale”, 33/1982. La letteratura sul tema è vasta e non cessa di essere alimentata da nuovi contributi. Per una rassegna articolata del tema si veda S. De Nardis, F. Traù, Il modello che non c’era, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.
[9] ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2005-2006, ICE, Roma 2007, in particolare il capitolo 6.
[10] S. de Nardis e Fabrizio Traù (2007), Il modello che non c’era, Rubbettino, soprattutto il capitolo 3.
[11] Sergio de Nardis, F. Traù, Specializzazione settoriale e qualità dei prodotti: misure della pressione competitiva sull’industria italiana, in “Rivista Italiana degli Economisti”, 2/1999; L. De Benedictis, M. Tamberi, La specializzazione internazionale dell’Italia: anomalie, dinamica e persistenza, in Cento Studi Confindustria, Rapporto sull’industria italiana, Sipi, Roma 2000; B. Quintieri Declino o cambiamento? Il (ri)posizionamento dell’industria italiana sui mercati internazionali, Quaderni della Fondazione Masi, Roma 2007.
[12] Cfr. De Benedictis, Three Decades of Italian Comparative Advantages, in “The World Economy”, 11/2005.
[13] Anche su tale tema la letteratura è sterminata. Per una lettura accurata e articolata del declino economico italiano e dei contributi al dibattito si veda il bel volume della rivista “Meridiana” dedicato a tale questione e soprattutto l’introduzione di Maurizio Franzini e Anna Giunta, e il saggio di Luciano Marcello Milone. Per avere un’idea della diversità di opinioni a confronto si vedano inoltre T. Boeri, R. Faini, A. Ichino, G. Pisauro, C. Scarpa, Oltre il declino, Il Mulino, Bologna 2005; L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino 2003; G. Becattini, Il calabrone Italia. Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana, Il Mulino, Bologna 2007, soprattutto il capitolo 8.
[14] Si veda a tale proposito S. de Nardis, C. Pensa, How intense is Competition in International Markets of Traditional Goods? The Case of Italian Exporters, in “Economia internazionale”, 57/2004; C. Pensa, M. Rodà, L. Segni, Le trasformazioni del made in Italy. Alcune evidenze empiriche, Centro Studi Confindustria, 2008; R. Basile, S. de Nardis, A. Girardi, Pricing-to-Market of Italian Exporting Firms, in “Applied Economics”, 2008, in corso di pubblicazione; M. Bugamelli, R. Tedeschi, Le strategie di prezzo delle imprese esportatrici italiane, in “Temi di discussione della Banca d’Italia”, 563/2005; B. Quintieri, Eppur si muove: come cambia l’export italiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per un’analisi degli ultimi dati sulle quote di mercato italiane cfr. ISAE, Le previsioni per l’economia italiana. Comportamenti d’impresa, ISAE, Roma 2008.
[15] Nel 2004 il numero delle imprese esportatrici italiane si è ridotto del 6,3%. Cfr. M. G. Calza, A. de Panizza, S. Rossetti, Dinamica dell’internazionalizzazione delle imprese manifatturiere italiane nel periodo 2000-2004, in ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2006-2007, ICE, Roma 2007.
[16] R. Faini, Fu vero declino? L’Italia negli anni Novanta,in “il Mulino”, 52/2003.
[17] Sul tema si veda D. Castellani, L’internazionalizzazione della produzione in Italia: caratteristiche delle imprese ed effetti sul sistema economico, in “L’industria”, 3/2007.
[18] M. Melitz, The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity, in “Econometrica”, 71/2003. K. Head, J. Ries, Exporting and FDI as Alternative Strategies, in “Oxford Review of Economic Policy”, 3/2004. Melitz, International Trade and Heterogeneous Firms, in S. Durlauf, L. Blume, New Palgrave Dictionary of Economics, Palgrave, Basingstoke 2008, in corso di pubblicazione.
[19] T. Mayer, G. Ottaviano, The happy few: the internationalisation of European firms. New facts based on firm-level evidence, Bruegel,Policy Report, novembre 2007. Per una rassegna dei lavori su dati italiani si veda D. Castellani, op. cit.
[20] Cfr. L. De Benedictis, Navigare tra Scilla e Cariddi: recessione, inflazione e protezionismo, in “Il Cerino”, 20 marzo 2008, disponibile su www.centroeuroparicerche.it/cerino.asp?idn=59.

1 commento:

Circolo Rosselli Milano ha detto...

Ma che fine hanno fatto i dibattiti fra aziende e sindacati (anche la Fiom del Nord) sulla qualità, sull'innovazione di prodotto e di processo, sulla formazione permanente? A proposito: erano gli anni ottanta!

Sergio Tremolada