venerdì 20 luglio 2018

PS. In Theory: Rethinking Austerity by PS editors - Project Syndicate

PS. In Theory: Rethinking Austerity by PS editors - Project Syndicate

What Is Democratic Socialism?

What Is Democratic Socialism?

Franco Astengo: Competitività, innovazione, intervento pubblico

COMPETITIVITA', INNOVAZIONE, INTERVENTO PUBBLICO IN ECONOMIA di Franco Astengo Il nodo della presidenza della Cassa Depositi e Prestiti sta assumendo l’aspetto di una vera e propria “questione dirimente” all’interno dello schieramento di governo. In ballo pare esserci la volontà della maggioranza Lega – M5S di tentare (riassumo semplificando sulla base di letture giornalistiche) di utilizzare la CDP (5 miliardi di depositi postali) quasi come una “Nuova IRI” o meglio come una “IRI 4.0” per sviluppare una nuova stagione di intervento pubblico in economia, inaugurata con l’acquisizione del 4,9% di Telecom attuata per fermare la scalata di Vivendì e che proseguirebbe con l’acquisizione della maggioranza della super- dissestata Alitalia. Sarebbe il caso, a questo proposito, di ricostruire accuratamente la storia dell’IRI, almeno nel secondo dopoguerra: non mancheranno occasioni in questo senso. Per adesso, invece, sarà il caso di limitarci all’idea di intervento pubblico in economia così come questo potrebbe essere proposta nell’attualità. Attualità molto diversa da quando il tema fu proposto (e bloccato) all’epoca del primo centrosinistra e dell’avvio del “miracolo economico”. Il quadro generale di riferimento oggi è tracciato, da un lato dalla strategia dei dazi da parte degli USA e dalla continuità delle regole di “austerità” dettate dall’UE, a fronte di una complessità del mercato internazionale che presenta fortissimi squilibri strutturali anche da parte di quei paesi che si ritenevano emergenti e che avrebbero dovuto funzionare da nuovi riferimenti complessivi. Si tratta di fattori decisivi che ci richiamano a una necessità di un livello strategico tale attraverso il quale fronteggiare questa fase di fuoriuscita dallo schema della cosiddetta “globalizzazione” così come questo fenomeno si era evidenziato nell’ultimo decennio, a livello planetario. L’Europa impostata su di una logica strettamente monetarista è ancora in una situazione di deficit (che appare a prima vista incolmabile) sui rispettivi piani nazionali e subisce, forse più di altre parti del mondo, l’impatto di questo stato di cose e si trova di fronte alla contesa tra identità e globalismo (ben oltre il tema dei migranti, dominante soltanto per i media e sul piano propagandistico dell’ultradestra nazionalista). Intanto, mentre si verificano questi imponenti spostamenti di capitale, la condizione materiale dei lavoratori peggiora e la situazione economica complessiva dell’Unione Europea appare in una situazione di arretramento complessivo sicuramente non certificata dalle percentuali di crescita o di decrescita del PIL dei rispettivi Paesi L’Italia si trova in una situazione d’incapacità di difesa del proprio residuo patrimonio economico soprattutto perché si trova di fronte ad uno specifico intreccio perverso tra politica ed economia che finisce con il paralizzare scelte di fondo che sarebbero necessarie, soprattutto dal punto di vista dell’intervento del pubblico sia sul piano degli investimenti che della gestione in un quadro complessivo d’insufficienza grave anche dal punto di vista della realtà finanziaria(pensiamo alle difficoltà del sistema bancario, stretto anche dalla “questione morale”) e delle infrastrutture. Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una crisi strutturale che condiziona l'economia del Paese e non si riesce a varare un’efficace programmazione economica, all'interno della quale emerga la capacità di selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo. Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva, ideati nel corso degli ultimi vent'anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito. Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit di innovazione e di ricerca. Ebbene, è proprio su questo punto che appare necessario rivedere il concetto di intervento pubblico in economia: un concetto che, forse, richiama tempi andati, di gestioni disastrose e di operazioni “madri di tutte le tangenti”. Oggi si tratta di riconsiderare l'idea dell'intervento pubblico in economia; non basta (anzi appare pericolosa) l’idea di usare la CDP come salvadanaio per acquisire quote di società già pubbliche poi privatizzate e adesso in totale dissesto. Si evidenzia così un’assoluta mancanza di strategia. Emerge, infatti, la consapevolezza di dover finanziare l'innovazione produttiva: è questo il nodo di fondo di un possibile rinnovamento della capacità di intervento pubblico in economia. Mentre il mercato internazionale si specializzava nei beni di investimento e intermedi, con alti tassi di crescita, l'Italia si specializzava nei beni di consumo, con bassi tassi di crescita. Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito) i paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale. Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all'intervento diretto del settore pubblico ed è questo il vero elemento di squilibrio all’interno dell’UE mentre l'Italia è rimasta al palo nel campo dell'innovazione rinunciando anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, nell'informatica, nell'elettronica, nella chimica, addirittura nell’agroalimentare. Queste sono state le responsabilità dirette e comuni di centro – destra, centro – sinistra, tecnici, larghe e piccole intese avvicendatesi al governo del Paese tra il 1992 e il 2018. Si è così’aperta l’involuzione del sistema, fino al distacco totale di interi settori sociali e all’acquisizione della maggioranza da parte di soggetti fondati, da una parte sul semplice schematismo dell’odio razziale (cresciuto fortemente a livello di massa) e dall’altro sull’improvvisazione e la pura sete di potere. Se si vuol pensare all’intervento pubblico in economia occorre affermare con grande chiarezza che l’approccio dato, in questo senso, alla questione di CDP è – perlomeno – sbagliato (ci sarebbe da dire anche colpevole, perché è colpevole pretendere di governare soltanto sulla base di slogan). L’intervento pubblico in economia necessita prioritariamente di programmazione e di capacità di gestione e, in questo momento, va rivolto prioritariamente, alla capacità di finanziamento e di regolazione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l'Università, in primis, L'Enea, il CNR, le grandi utilities, le infrastrutture, al punto di far pensare a una proposta della costituzione di un’Agenzia per la ricerca e la programmazione pubblica. Si tratta di rilanciare un intervento pubblico in economia in grado di stabilire criteri vincolanti di collaborazione anche con imprese miste, nel cui quadro interventi di finanziamento siano collegati alla generazione di processi di alta ricaduta industriale e al perseguimento di precisi obiettivi di crescita occupazionale, nei settori avanzati e non tradizionali. Si delineerebbe così un processo lungo e difficile, il cui presupposto dovrebbe essere quello di non affidarsi al mercato e ai suoi meccanismi, prevedendo una capacità di intervento del pubblico, sia sotto l'aspetto della programmazione, che della correzione degli indirizzi generali. L’idea dell’intervento pubblico, della programmazione, della gestione si pone naturalmente, come accennato all’inizio, in diretta relazione con il quadro internazionale e – in specifico – con il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea, nella necessità di rompere la gabbia monetarista. Sarebbe il caso di discuterne sul serio, fuori dalle improvvisazioni e dai propagandismi.

Intervista a Riccardo Staglianò sulla gig economy - Pandora Pandora

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martedì 17 luglio 2018

Rischi e perché della guerra economica Usa-Cina - Sbilanciamoci.info

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Le capitalisme démocratique - La Vie des idées

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Ferrari: “La ricostruzione della sinistra” | LABOUR

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Overcoming Crisis Of Globalisation: Rebuild Politics, Rethink International Cooperation • Social Europe

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Bernie Sanders: Bold Politics Is Good Politics

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The Country With No Left

The Country With No Left

domenica 15 luglio 2018

Franco Astengo: Sondaggi e spazio politico

SONDAGGI E SPAZIO POLITICO di Franco Astengo Gli esiti dei sondaggi politici sono sicuramente opinabili e vanno presi con assoluto beneficio d’inventario. Stabilito questo punto fermo, è risultato sicuramente di un qualche interesse l’andamento dell’indagine svolta, per conto del “Corriere della Sera”, da Nando Pagnoncelli: Indagine pubblicata il 14 luglio nel merito del giudizio che, in questo momento, elettrici ed elettori stanno formulando sulla collocazione politica del PD. Le risposte fornite nell’occasione sulle quali appuntare maggiormente la nostra attenzione possono essere considerate quelle che riguardano queste domande: la prima “ Secondo lei oggi il Partito Democratico sta facendo un’opposizione efficace al governo Conte.” ; la seconda “ Secondo lei oggi il Partito Democratico non sta facendo alcuna opposizione ed è sostanzialmente scomparso dalla scena politica?”. A sorpresa, ma forse neppure troppo, prevale la risposta alla seconda domanda, quella riguardante l’assenza di opposizione e di sparizione del PD dalla scena politica: è d’accordo con quest’affermazione il 59% del totale degli interpellati. Ancor più significativo l’esito se si restringe il campo delle risposte agli elettori del PD: anche in questo caso la maggioranza assoluta, il 53%, ritiene il PD assente dall’opposizione e inesistente sul piano politico. La maggioranza assoluta dei suoi stessi elettori giudica, dunque, il PD “inesistente sul piano politico” (risposta naturalmente interpretabile in diversi modi, ma comunque ben chiara nella sua sostanza complessiva). Una percentuale alla stessa domanda che diventa plebiscitaria tra elettrici ed elettori della sinistra (LEU e Potere al Popolo, ma anche delle stesse liste alleate con il PD): in questo caso la dichiarazione di sostanziale scomparsa del PD dalla scena politica raggiunge la percentuale addirittura dell’83%. Quasi tutti gli elettori di sinistra concordano con questo dato e nel caso se ne può arguire più facilmente l’indirizzo politico fornito dalle loro risposte. Concentriamo allora la nostra attenzione su quest’ultimo dato cercando di attribuirgli, sia pure con tutte le cautele del caso, il relativo significato – appunto – sul piano politico. Gli elementi di giudizio, in questo caso, possono essere soprattutto due: 1) Il tipo di richiesta di opposizione a questo governo che emerge dalle elettrici e dagli elettori della sinistra chiude finalmente con l’equivoco del PD come appartenente a quell’area politica. Quanto al governo va comunque segnalato il clima parossistico nel quale sta operando. Si veda ad esempio il continuo richiamo a presunti “complotti” e l’idea di attuare “repulisti” nel personale dei Ministeri. Clima parossistico ed esasperato da non sottovalutare nell’analisi; 2) L’altra valutazione che emerge nel dato fornito dalle risposte di elettrici ed elettori della sinistra, riguardante la sostanziale scomparsa del PD dalla scena politica. Tutto questo significa che: a) Si evidenzia la necessità di riempire lo spazio politico ch il PD ha lasciato dopo l’esaurimento del “rigonfiamento” arbitrario che si era verificato alle Europee 2014. Esistono sicuramente settori che non sono rifluiti nel M5S o addirittura nella Lega e che hanno accordato poca fiducia sia a LeU, sia a Potere al Popolo (si ricorda inoltre, ancora una volta, che tra le elezioni del 2013 e quelle del 2018 i voti validi sono diminuiti di 1.400.000 unità). Esiste, insomma, uno spazio politico lasciato vuoto che può essere occupato soltanto attraverso un’espressione di opposizione molto più incisiva dell’attuale. Opposizione da agire sia sul piano politico, sia – soprattutto – sul piano sociale, fuori e dentro il Parlamento; b) L’opposizione necessita però di essere espressa da soggettività politiche poste all’altezza delle contraddizioni che pesantemente stanno esprimendosi in questa fase sia sul piano progettuale, sia su quello organizzativo. Il tema delle soggettività politiche (o della soggettività politica) della sinistra appare essere, ormai da diverso tempo, la questione dirimente. Una questione che è affrontata finora in maniera esitante, confusa, con inutili accenni conservativi da diversi dei soggetti in campo, sia sul versante di quella sinistra che potremmo definire “riformista”, sia di quella che mi permetto di giudicare come “alternativa” e non semplicisticamente “radicale”; c) Sarebbe necessario uno sforzo di adeguamento del dibattito sul tema della soggettività politica da costruire. Una discussione da portare avanti senza forzature di alcun genere, partendo però da un dato che l’esito del sondaggio citato pone in evidente rilievo: i punti di partenza possono essere due, quello dell’opposizione senza tentennamenti verso questo governo alimentandone soprattutto con l’azione sociale gli evidenti limiti e contraddizioni e quello dell’impossibilità (ormai acclarata) di ricostituzione di un’alternativa di governo nel senso del ritorno al bipolarismo “classico” e al centro sinistra. Uno schema quello del bipolarismo fondato sul maggioritario del quale non è possibile conservare alcuna nostalgia. Centro sinistra e centro destra così come si sono evidenziati nel sistema politico italiano nei primi 15 anni del nuovo secolo, si sono definitivamente “bruciati” e il processo di riallineamento del sistema politico italiano si trova ancora agli inizi di una nuova fase di transizione. Da parte delle esistenti forze di sinistra, allora, chiusure improprie nei rapporti politici e affrettate appropriazioni di identità potrebbero rappresentare errori esiziali per una parte politica, quella della sinistra, che, nelle elezioni del 4 marzo 2018, ha toccato il proprio minimo storico in entrambe le versioni nelle quali si è presentata al giudizio del voto. Per ovvie ragioni di economia del discorso sono state qui tralasciate possibili analisi sulle “forme politiche” che in questo momento potrebbero risultare utili per fronteggiare il difficile stato di cose in atto. Si rimanda, per affrontare quest’ulteriore argomento, alla prossima occasione.

venerdì 13 luglio 2018

La rivista il Mulino: Città del Messico, 13/7/2018

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Felice Besostri: Non sono le soglie di sbarramento la risposta al populismo in Europa | Left

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Are We Still Good Europeans? • Social Europe

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Moruno: “Il governo Sánchez e l’accordo con Melenchon. Vi spiego la nuova Podemos” - micromega-online - micromega

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L’economia di Putin non fa gol | A.Goldstein

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Difesa comune: così l’Europa dovrebbe rispondere a Trump | R.Caruso

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Brexit, la difficile partita di Corbyn – Strisciarossa

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mercoledì 11 luglio 2018

Erdogan presenta il suo nuovo governo, a conduzione familiare - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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Not An Abdication By The Left • Social Europe

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Franco Astengo: Democrazia diretta e corporativismo

DEMOCRAZIA DIRETTA E CORPORATIVISMO di Franco Astengo L’intervento svolto dal prof. Panebianco e pubblicato dal Corriere della Sera del 10 luglio sotto il titolo “ Il potere dello stato corporativo” va segnalato all’attenzione di chi si sta misurando con l’analisi delle trasformazioni imposte al sistema politico italiano dall’esito delle elezioni del 4 marzo scorso e dalla formazione del governo Lega – M5S. Ribadisco, per introdurre il discorso, un dato già esaminato in altra sede e relativo all’accettazione da parte delle due forze interessate delle definizioni di “populista” e “antisistema”. “Antisistema” che nella visione in particolare del M5S, può essere tradotto nel passaggio dalla democrazia rappresentativa, prevista dal nostro ordinamento costituzionale, alla democrazia diretta. Nel suo intervento il prof. Panebianco sostiene che nelle democrazie complesse l’alternativa alla democrazia rappresentativa non è la democrazia diretta. L’alternativa (che lo stesso prof. Panebianco giudica comunque come “instabile”) è invece, a suo giudizio, lo Stato Corporativo: lo Stato cioè dominato da alcune (poche) potenti corporazioni. Si tratta, sempre secondo l’autore, di un’alternativa che cresce sulla base di una debolezza della struttura dello Stato e delle sue forme democratiche. Un pericolo quello del progressivo indebolimento della struttura dello Stato, denunciato da tempo e snobbato non solo dai partiti ma anche dagli stessi analisti che hanno sempre considerato - ad esempio – l’abbassamento nel numero dei partecipanti al voto come un semplice segnale di riallineamento del sistema italiano a quelli delle democrazie mature (da ricordare sotto quest’aspetto giudizi espressi dal prof. D’Alimonte, poi padre ispiratore dell’incostituzionale “Italikum”). Un sistema indebolitosi progressivamente perchè imperniato per decenni sulla considerazione della governabilità quale fattore esaustivo dell’agire politico. In questo modo si è così generata la reazione opposta: quella della cosiddetta “democrazia diretta” (alimentata anche dall’illusione del web) fino a sfociare –appunto – nel corporativismo. Uno Stato debole che, alla fine, resosi incapace di programmare e gestire i grandi settori dell’economia e della produzione si riduce a cercare di soddisfare gli appetiti di determinate categorie sociali al riguardo delle quali agitare l’idea del consenso esercitata come “scambio politico”. Siamo di fronte dunque alla possibilità concreta d’involuzione del sistema in un quadro che prevede da un lato – come si è già più volte cercato di ricordare - l’espressione di un “imperium” personalistico quale punto di riferimento dell’azione politica e la risposta di tipo corporativo ai bisogni espressi da segmenti della società complessa. Bisogni sempre più spesso derivanti da “paure collettive” piuttosto che da esigenze reali. Così si formano i fenomeni più pericolosi di involuzione nel rapporto tra società e politica che assumono la forma delle cosiddette “democrazie illiberali”. Nel frattempo appaiono, all’interno di questo quadro, del tutto saltate le intermediazioni possibili esprimibili ai diversi livelli in un quadro di democrazia rappresentativa. E’ il caso allora di soffermarci su tre questioni: a) Il corporativismo, in tempi moderni, si configura come l’elemento di raccordo tra l’unità di un potere politico – statale considerato trascendente (quindi incentrato su di un “dominus” individuale o collettivo che sia) e il riconoscimento in esso, in forma totalitaria, dei corpi organizzati attorno ad interessi, non soltanto riducibili alla sfera prettamente economica o sociale. In questo senso la pluralità delle corporazioni sostituisce la pluralità delle espressioni politiche; b) Si presenta, in questo senso, la possibilità di una vera e propria “torsione” nei meccanismi di raccolta del consenso e di aggregazione sociale (e di conseguenza della stessa possibilità di espressione di voto). Una torsione realizzata proprio sulla base della costruzione di soggetti rappresentativi delle diverse corporazioni praticando l’obiettivo del” riconoscimento unico” nel potere dello Stato inteso come demiurgo (si ricorda: “stato trascendente”, incarnato da un “dominus” partito e /o persona che sia). Uno “stato trascendente” basato sull’etica della superiorità di gruppo (in questo caso razziale) e sulla capacità di elargizione diretta di incentivi di massa (verrebbero in mente i “premi di natalità” del fascismo, ma anche gli 80 euro del PD come omologhi del reddito di cittadinanza così come questo era stato promesso in origine). c) Tutto questo dovrebbe avere riflessi anche sul piano della forma istituzionale. Sotto quest’aspetto dal punto di vista storico andrebbe analizzata con attenzione la fase preparatoria del plebiscito fascista del 1929. Quel plebiscito che si svolse quando era ancora recente una pur labile parvenza di pluralismo politico emerso dalle elezioni del 1924 (legge Acerbo). Andrebbe verificato come il lascito di quella parvenza di pluralismo politico fosse stata incorporata dal Regime anche dal punto di vista della formazione della “lista unica” sottoposta – appunto –a Plebiscito (non tutto, infatti, era stato risolto dalle leggi “fascistissime”). In conclusione: l’elemento di analisi sul quale concentrare la nostra attenzione rimane quello della possibilità di saldatura tra M5S e Lega in una sorta di “coalizione dominante” (terreno sul quale sta cercando di muoversi il segretario della Lega, almeno a livello mediatico e prendendo spunto dalla vicenda "migranti" assunta a contraddizione di fase). Se questa prospettiva dovesse essere giudicata come potenzialmente praticabile nella formazione di un vero e proprio “blocco” allora una seria valutazione circa la trasformazione in senso autoritario / corporativo del sistema dovrà pur essere compiuta anche perché la “coalizione dominante” potrebbe essere tentata di trasformare la prossima occasione elettorale proprio in un “plebiscito” (toccherà alle Europee 2019 e in quell’occasione ci sarà anche l’aggancio sovranazionale ai “sovranisti”). Da ricordare, sempre per cercare le origini di questo stato di cose, come l’idea plebiscitaria abbia già percorso la più recente vicenda del sistema politico italiano con il referendum del 2016. Come andò a finire lo ricordano tutti. I risultati elettorali più recenti riguardanti le elezioni amministrative indicherebbero l’ipotesi della saldatura della “coalizione dominante”come molto problematica. In ogni caso l’analisi riguardante questa eventualità di formazione del “blocco” (innervato dalle corporazioni e avendo alla testa il riferimento filosofico dello stato “trascendente”) deve stare al centro della riflessione che la sinistra ha l’obbligo di sviluppare per costruire la propria soggettività e tornare a esprimere opposizione e alternativa. E’ sicuro che il tempo dell’alternanza sulla base del “bipolarismo temperato”, del centrosinistra come del centrodestra si è concluso.

giovedì 5 luglio 2018

Franco Astengo: Bipolarismo consociativo

BIPOLARISMO CONSOCIATIVO? di Franco Astengo L’esito delle elezioni del 4 marzo scorso e la formazione del governo Lega –M5S sta destando hanno creato una situazione molto complessa e per certi versi inedita. L’interesse degli osservatori riguarda soprattutto un punto riguardante la prospettiva politica del Paese nel breve – medio periodo: si profila, infatti, la possibilità di strutturazione di un nuovo bipolarismo dopo quello “temperato” e sostanzialmente omologante tra centrodestra e centrosinistra, che vedrebbe a confronto per l’egemonia i due soggetti attualmente al governo. L’alternativa al nuovo bipolarismo può essere invece configurata in questo interrogativo: gli stessi soggetti saranno costretti a un lungo periodo di convivenza al governo fino a formare una sorta di entità consociativa all’interno della quale dovrà essere costantemente esercitata un’attenta opera di mediazione? Da tener conto, per definire meglio il quadro, come la Lega stia puntando sull’annessione della piccola formazione di Fratelli d’Italia (le cui caratteristiche di fondo si prestano sicuramente all’inglobamento) e di Forza Italia, scesa nei sondaggi a minimi storici francamente impensabili fino a qualche tempo fa, ma fortemente divisa su questa prospettiva. In questo modo la Lega allargherebbe la propria dimensione di destra, in una visione tradizionalmente maggioritaria nel Paese almeno dalle elezioni del 1994 in avanti. Da aggiungere che, nel caso di una stabilizzazione della formula di governo e dell’avvio di una pratica consociativa si aprirebbe oggettivamente uno spazio all’interno del sistema che, a prescindere da programmi e qualità dei soggetti politici e dei loro gruppi dirigenti, non potrà che essere occupato dall’opposizione. Un’opposizione strutturata in forme articolate rispetto alle diverse progettualità e rappresentatività sociali e non necessariamente orientata a sinistra. In più , nel caso della soluzione consociativa (della quale individuiamo già alcuni evidenti segnali fin dai primi atti del nuovo esecutivo: ad esempio nel “decreto dignità”) il piano di governo non potrà discostarsi di molto da quello definito, proprio sul piano dell’espressione di progettualità politica, da quello indicato dai precedenti governi di centrodestra, centrosinistra, “tecnici” e di solidarietà nazionale: le possibilità di utilizzo delle risorse, all’interno del quadro dato, indicano già con chiarezza questo recinto. In sostanza si verificherebbe un’occupazione sistematica del centro, sia sul piano sociale sia politico, con l’asse rivolto verso destra. Lega e M5S si presenteranno comunque all’appuntamento di fase, che prevede come prima scadenza complessiva quella delle elezioni europee 2019, presentando una fondamentale diversità tra loro nel vincolo da affrontare tra “vincolo interno” e “vincolo esterno”. Il M5S, infatti, si troverà a dover essenzialmente affrontare il “vincolo interno”: lo dimostra la composizione geografica del suo elettorato (prevalentemente meridionale) e le aspirazioni che questo esprime legate soprattutto alla concretizzazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Fatto salvo il giudizio sull’approccio sbagliato che il M5S mantiene al riguardo del tema del lavoro (approccio sbagliato che però è stato alla base di buona parte delle sue fortune elettorali), la tensione che dai più diversi settori sociali viene proprio in direzione del “reddito di cittadinanza” è indicativo del clima culturale che si respira in ampie parti del Paese, a dimostrazione anche (come fattore non secondario) del permanere di una profonda spaccatura sul piano geografico. Quasi un’Italia ridotta dalle “tre società” di Bagnasco, a una suddivisione “duale”, con la sparizione del centro assorbito dal Nord nella modificazione profonda del modello di sviluppo avvenuta nel corso degli ultimi 20 anni (i risultati elettorali di Emilia e Toscana non si sono verificati a caso). La Lega dal canto suo, nonostante le iniezioni di sovranismo nazionalista, rimane Partito incentrato sul Nord, dove governa le due regioni fondamentali come Lombardia e Veneto con in più la Liguria regione nella quale esercita una forte azione di vera e propria “trazione”al limite dell’egemonia, in particolare rispetto al rapporto tra Regione e Comune di Genova. Riferirsi al Nord significa rapportarsi a un certo tipo di borghesia produttiva sulla base dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo. Una borghesia per la quale è determinante il cosiddetto “vincolo esterno” fattore decisivo per l’orientamento della produzione soprattutto verso l’export (da qui, tra le altre cose, nasce anche l’ostilità all’euro). Sistemato l’incoraggiamento che la Lega rivolge all’evasione fiscale (mentre la flat – tax dovrà attendere tempi migliori) i punti decisivi sui quali la stessa Lega dovrà incentrare la sua azione di governo (svolta finora in funzione egemonica) riguardano la ristrutturazione che si sta verificando a livello europeo in coincidenza con l’esprimersi di un nuovo quadro globale (dazi, denuncia dei trattati commerciali, “shopping” cinese: perché su questo punto si risolverà la nuova “via della seta”) . Una situazione che sta portando a uno spostamento d’asse verso Est con un diverso ruolo della Germania rispetto al progetto dell’Europa carolingia. Alla fine agitato lo spettro dell’uomo nero ,l’utilizzo del tema dei migranti non si discosterà molto nella visione leghista in funzione di un nuovo “esercito di riserva” al fine di disporre di manodopera a basso costo(come tradizionalmente avvenuto nelle ferriere bresciane o nelle concerie vicentine). Da tener conto, ai fini di un necessario compimento d’analisi, come risulti ben più solido l’insediamento leghista, sia sul piano sociale sia elettorale; mentre l’area elettorale che ha votato 5 stelle appare sottoposta a più rapidi processi di vero e proprio smottamento in un quadro di accresciuta volatilità del voto. Le possibilità di un ulteriore riallineamento del sistema politico italiano sono quindi legate all’emergere di un confronto attorno ai temi proposti dai due differenti vincoli di riferimento al riguardo delle due formazioni di governo. Se si arriverà a questo confronto ci troveremo di fronte ad un inedito schema bipolare, che non conterebbe più la previsione del dualismo destra / sinistra. In caso diverso si proporrà una fase non breve di comunanza al governo e di formazione, com’è già stato accennato, di un quadro di tipo consociativo. In un modo o nell’altro l’eventuale volontà di opposizione e la formazione di una soggettività politica che la rappresenti, sul versante di sinistra, non potrà che avviarsi analizzando con attenzione le priorità sociali emergenti (in specifico nel mondo del lavoro e nei settori che proprio dal mondo del lavoro risultano emarginati) e le possibilità di collegamento con le forze più radicalmente progressiste sul piano europeo, avviando da subito una verifica di possibilità attorno alla prospettiva di una presentazione comune nelle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019. Da sinistra è il caso di valutare una possibilità di ripresa partendo dalla condizione materiale di lavoratrici e lavoratori posta in relazione al fenomeno dell’allargarsi dello sfruttamento collettivo e individuale e della marginalizzazione che ha caratterizzato decisamente la fase apertasi dal 2007 in avanti, con l’innesto dei fenomeni migratori resisi particolarmente evidenti nei primi quindici anni del nuovo secolo. Concludendo con una battuta servirebbe, a sinistra, un maggiore attenzione al fenomeno emergente della “proletarizzazione collettiva”.

domenica 1 luglio 2018

Franco Astengo: Lavoro e sviluppo

LAVORO E SVILUPPO: LE COSE SERIE di Franco Astengo Il governo italiano sta inondando l’opinione pubblica di tweet e annunci Facebook sugli argomenti più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc. ecc. Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza münchhausiana” delle promesse avanzate in campagna elettorale. E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo . Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi. Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni. Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio. La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi. Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate). Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate. Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati: acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate). Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi. L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia. Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump. In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali. Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC! Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura. E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi . Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri. Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato. Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti. Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica. Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier. Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva. In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”. Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l'idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili. Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose . Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione. Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo. Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

Cottarelli, quando gli economisti danno i numeri - SOLDI E POTERE - Blog - Repubblica.it

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IL POPULISMO CHE VINCE? - M.Walzer - .. figlio dei fallimenti della sinistra - in Usa come Eu - | Sindacalmente

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Explaining The Electoral Debacle Of Social Democratic Parties In Europe • Social Europe

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Ma il Pd può fare ancora una cosa buona: sciogliersi.

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Alla sinistra non serve un gattopardo dipinto di rosso – Strisciarossa

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Elezioni in Messico: sfide e incognite di un paese in trasformazione | ISPI

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La rivista il Mulino: New York, 28/6/18

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"La flat tax? Farebbe tornare l'Italia indietro di 100 anni" - su Repubblica - Forum Disuguaglianze Diversità

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mercoledì 27 giugno 2018

L'Istat certifica il nuovo record dei poveri assoluti, sono oltre 5 milioni - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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Ordoliberalismo 2.0 e ordopopulismo | Economia e Politica

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Zingaretti, la fine del Pd e il futuro della sinistra - Lettera43.it

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La rivista il Mulino: Il crollo di un progetto velleitario

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La rivista il Mulino: L’impasse socialdemocratica

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Turkish Presidential Candidate Demirtaş “We will continue to fight” - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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BALLOTTAGGI IN LOMBARDIA | Walter Marossi - ArcipelagoMilano

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lunedì 25 giugno 2018

Turchia. Locatelli: “Risultato Hdp dà sollievo” | Avanti!

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Ballottaggi, la sinistra sconfitta e la speranza Milano - Lettera43.it

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I divari regionali nell’Unione Europea: l’impatto della Grande recessione | Economia e Politica

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Intervista a Branko Milanovic sulle disuguaglianze - Pandora Pandora

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Franco Astengo: Ballottaggi 2018

NUMERI DAI BALLOTTAGGI 2018 di Franco Astengo 14 comuni capoluogo al ballottaggio: questo l’elemento politico più saliente del secondo turno delle amministrative 2018. L’attenzione maggiore naturalmente è rivolta alle singole sfide, a quante città conquistate da uno schieramento o l’altro. E’ il caso però, anche se l’operazione risulta molto difficile , di dare uno sguardo al risultato complessivo cercando anche, se pure in misura parziale, di attribuirgli un significato politico. Andando per ordine, nei 14 centri capoluogo di provincia (è il caso di ricordare che le province continuano a far parte del nostro ordinamento istituzionale e che è stata soltanto sottratta ad elettrici ed elettori la facoltà di eleggerne direttamente i Consigli) i ballottaggi prevedevano questi confronti: 7 tra candidati del centro – destra versus candidati del PD ( Ancona, Massa, Pisa, Siena, Sondrio, Teramo);1 tra candidato del Pd e candidato del M5S ( Avellino); lo scontro “anomalo” tra Scajola e il centro – destra ad Imperia; 1 tra candidato del centro – destra e M5S (Terni), 3 tra candidati del centro destra e candidati di liste civiche (Messina, Siracusa, Viterbo), 1 tra M5S e Destra (Ragusa). La prima annotazione riguarda la partecipazione al voto che, nei 14 capoluoghi è risultata superiore a quella della media nazionale, sia pure egualmente in calo rispetto a quella fatta registrare nel primo turno. Il totale dei voti validi infatti, il 24 giugno, nei 14 comuni capoluogo è stato di 427.246 unità, rispetto ai 517.521 del primo turno (55,42% rispetto al totale degli iscritti nelle liste che era di 770.859). Un calo di 90.276 suffragi. I candidati passati al ballottaggio avevano ottenuto complessivamente 340.897 voti : quindi sono stati recuperati dei 176.624 voti andati al primo turno ai candidati esclusi 86.349 voti pari al 48,88%: si può quindi confermare la tendenza della maggioranza dei candidati esclusi al primo turno a non partecipare al voto di ballottaggio. Esaminando i dati complessivi per schieramento: I candidati del PD ammessi al ballottaggio in 7 comuni al primo turno avevano ottenuto 87.666 voti, saliti al ballottaggio a 107.297 suffragi. Un incremento del 22,71% rispetto al totale dei voti recuperati (che ricordiamo è stato di 86.349). Si comprende come il PD stia pagando il caro prezzo della perdita delle roccheforti toscane, ma il dato complessivo non appare così disdicevole (da notare che nell’insieme dei 14 comuni arrivati al ballottaggio liste di sinistra fuori dal PD avevano ottenuto 30.581 voti). Il centro – destra, sicuramente affermatosi sul piano del confronto diretto, ha realizzato – tra un turno e l’altro – un incremento minore di quello fatto segnare dal PD: da 171.409 voti a 179.699, un più 8.290 pari al 9.59% de voti recuperati dai candidati esclusi. Naturalmente, in questo caso, non è possibile distinguere tra i voti arrivati dalla Lega e quelli del resto dello schieramento . Ricordo soltanto le proporzioni del pre – ballottaggio riferite però a tutti e 20 i capoluoghi impegnati: Lega 11,22, Forza Italia 8,01, Fratelli d’Italia 8,48%, UDC 1,38% Popolo della Famiglia 0,37, PRI – ALA 0,45, Civiche di centro destra 22,67%. I candidati del M5S sono stati sconfitti in 2 casi su 3 rispetto ai Comuni qui presi in esame: pur tuttavia la somma dei loro voti ha fatto registrare un discreto incremento rispetto al primo turno, allorquando ottennero 27.470 voti saliti a 40.730 il 24 giugno (una crescita di 13.260 suffragi pari al 15,34% dell’incremento). Nel computo riguardante le liste civiche è stato sottratto il dato di Scajola ad Imperia, che costituiva sicuramente un caso particolare. I tre candidati di lista civica hanno ottenuto il massimo incremento tra un turno e l’altro passando da 39.660 voti a 77.892: una crescita di 38.322 suffragi pari al 44,38% dei voti recuperati dall’insieme dei candidati in tutti i comuni capoluogo interessati. Naturalmente mettere questi dati in un unico calderone rappresenta una forzatura: ogni singolo caso andrà esaminato specificatamente a sé. Da rilevare, infine, il dato di Ragusa, dove un candidato della Destra (non Centro – Destra) ha sconfitto quello del M5S raddoppiando quasi i propri voti da 7.295 a 13.492. Infine il “caso Scajola”: vittoria avvenuta in “discesa” incrementando tra un turno e l’altro di soli 739 voti, meno della metà dell’incremento del suo diretto concorrente Lanteri ma sufficiente per mantenere un margine di vantaggio e creare sicuramente un “affaire” di natura insieme politica e morale. Questi i primi dati utili per soddisfare qualche curiosità di carattere politico generale, anche se in occasioni del genere è complicato assegnare particolari valenze in quel senso. Sarà necessaria anche un’analisi specifica Comune per Comune, magari estesa anche a Comuni non capoluogo: ma per quell’operazione sarà necessario disporre di più tempo. Intanto si possono affermare almeno tre cose (anche se con beneficio d’inventario) 1) Il centro- destra consolida sicuramente le posizioni acquisite e conquista altre città importanti e significative sul piano simbolico, ma l’impressione che forniscono i dati complessivi non è quella di uno sfondamento vero e proprio; 2) Sul piano della raccolta dei voti il PD non fa registrare, in questo turno di ballottaggio, una debacle specialmente in raffronto al primo turno. Certo vale il discorso già fatto della perdita di Città- simbolo e di una conseguente drastica cura dimagrante sul piano della gestione del potere, però quanto ai voti come tali l’idea che forniscono i numeri è quella di una tenuta. Quale sarà la linea del Piave del PD dovranno in ogni caso deciderla i suoi dirigenti; 3) IL M5S uscito malconcio dal primo turno, ha realizzato nei ballottaggi un risultato di sostanziale arresto della caduta. Ai candidati del M5S non è escluso siano arrivati una parte di voti da sinistra. Quella sinistra che, in questa occasione, risultava totalmente assente: e questo è un altro elemento da considerare.

domenica 24 giugno 2018

Where’s the “Gig Economy?”

Where’s the “Gig Economy?”

Per la Grecia allenta la morsa del debito, e Tsipras prova a voltare pagina - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Per la Grecia allenta la morsa del debito, e Tsipras prova a voltare pagina - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Franco Astengo: Internazionalismo

INTERNAZIONALISMO di Franco Astengo Esiste e non può essere negato il rischio concreto che, a sinistra, lo smarrimento che si sta affermando nella drammatica situazione in corso finisca con il far prevalere opzioni contrarie a quelle che debbono continuare a essere le basi teoriche di un movimento per l’eguaglianza e la solidarietà. Un movimento per l’eguaglianza e la solidarietà collegato, nel suo divenire, alla storia del movimento operaio europeo, a quelli che sono stati – in passato – i partiti socialisti e comunisti nel loro sviluppo storico pur contraddittorio, complesso, difficile. Mi riferisco al rischio dell’affermazione del cosiddetto “sovranismo di sinistra” che, addirittura prende per buona la possibilità di “incidere” – almeno per quel che riguarda il “caso italiano” - sul governo Lega – 5 stelle fornendo rispetto a esso quello che (pericolosamente) viene formulato come “giudizio articolato” sul quale basare una “opposizione flessibile”. Verrebbe da dire: tanta voglia di accodarsi, visto che si vede occupato sia lo spazio di lotta sia quello di governo. Verrebbe da pensare che una posizione del genere derivi – addirittura – da un retro pensiero da “socialismo in un solo paese” senza riflettere su tutte le conseguenze del caso. Siccome in gioco c’è la possibilità di ricostituzione di una soggettività politica della sinistra italiana capace di affrontare le contraddizioni dell’oggi senza smarrire il proprio passato è il caso, allora, di rinverdire qualche principio di fondo, come quello del concetto d’internazionalismo. Il concetto d’internazionalismo sottende l’esistenza di un principio comune : quello dell’impossibilità di concepire l’aspirazione alla libertà e all’eguaglianza entro i confini di una singola realtà statuale o, anche, sovranazionale come nel caso dell’Unione Europea. Si ritiene, infatti, che ai valori di solidarietà ed eguaglianza sia connaturato un orientamento all’universalità che trascende i nazionalismi (fenomeno cui oggi stiamo assistendo come momento di imbarbarimento di ritorno) e si estende a tutto il mondo in nome della solidarietà tra i popoli e le classi. Nell’internazionalismo socialista, il concetto si basa sul carattere universale dei principi di emancipazione sociale e porta a individuare nell’abolizione delle società divise in classi il presupposto per il superamento dei conflitti tra le nazioni. L’internazionalismo deve trovare alimento nella necessità di coordinare le diverse organizzazioni nazionali all’interno di soggetti sovranazionali nella lotta comune contro l’organizzazione capitalistica che, come ha ben dimostrato anche la gestione della crisi in atto, applica ovunque la stessa logica di sfruttamento. Sotto questo aspetto, in Europa, non si è compreso il rallentarsi, a causa di fenomeni particolarmente complessi, del meccanismo di cessione di sovranità dello “Stato – Nazione” che avrebbe dovuto essere incalzato proprio da una proposta internazionalista e non di ritorno proprio all’ambito nazionalista di cui sono stati protagonisti proprio i paesi dell’attuale gruppo di Visegrad, dopo la loro ammissione all’Unione Europea e l’esaurimento di funzione delle forze che erano state protagoniste della fase immediatamente seguente alla caduta del muro di Berlino. Quelli dell’internazionalismo rappresentano principi elementari che dobbiamo tornare a portare avanti con grande determinazione e che debbono ispirare una ripresa di presenza delle forze di sinistra, anche in una realtà come quella italiana nella quale appaiono, in questo momento, quasi del tutto assenti. Gli esempi storici cui riferirci non mancano, se si pensa al punto effettivo di sconfitta del movimento operaio che fu determinato nell’agosto del 1914 dallo scioglimento della seconda internazionale dovuto allo schierarsi del Partito Socialista Francese e della SPD tedesca all’interno delle rispettive “union sacrée” al momento dello scoppio della prima guerra mondiale. Così come, sul versante opposto, non può essere dimenticato il coraggio di chi seppe opporsi a quella guerra esplicitando il proprio dissenso nel corso di ben due conferenze internazionali svoltesi in Svizzera, a Zimmerwald e a Kienthal. Da ricordare ancora le brigate internazionali in Spagna come conseguenza del valore internazionalista dei Fronti Popolari e ancora , per riferirci alla seconda guerra mondiale, il carattere “europeo” della Resistenza così come in seguito sarebbe il caso di soffermarsi sul valore internazionalista del dissenso rivolto verso la realtà del cosiddetto “socialismo reale”. Dissenso dimostrato soprattutto nelle grandi occasioni storiche come quelle dell’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Dissenso palesato senza deflettere dalle concezioni fondamentali riguardanti appunto il principio di eguaglianza accompagnato a quello di libertà politica, pur restando all’interno del movimento comunista e socialista, senza scivolare a destra come sarebbe stato (anche opportunisticamente) facile. Oggi è il caso davvero di tornare a riflettere meglio sui passaggi dell’internazionalismo: lo stesso recente documento di Lisbona siglato da alcune forze politiche di diversi paesi d’Europa va inteso utile per sviluppare un’azione politica rivolta ad altri soggetti in una visione più ampia della battaglia per la modifica e il superamento dell’attuale assetto dell’Unione Europea, così come prevede lo stesso “Piano B” elaborato da France Insoumise che, almeno a mio giudizio, potrebbe rappresentare il punto di partenza per lo sviluppo di un’azione politica comune. Così come servirebbe la costruzione di un più largo spettro di rappresentanza politica, sia a livello di Sinistra Europea (considerato tra l’altro il progressivo esaurimento della funzione del PSE) e – in chiave istituzionale – dello stesso GUE al Parlamento Europeo. Le elezioni europee del 2019 rappresenteranno un passaggio sicuramente importante da affrontare proprio in questa chiave: guai se la sinistra si presentasse con una visione nazionalistica, con l’idea di rinchiudere la rappresentazione (indispensabile) della lotta sociale dentro i confini nazionali. Su quest’ultimo punto il cedimento alla destra sarebbe totale. E’ il caso dunque di aprire un confronto a tutti i livelli in una dimensione sovranazionale per raggiungere un equilibrio di decisionalità politica capace di metterci in grado proficuamente di affrontare quelli che sono i dati d’incremento della disuguaglianza e di crescita della sopraffazione e dello sfruttamento che caratterizzano fortemente l’offensiva di destra in atto e che richiedono un forte livello di contrasto nella società e nella politica. Contrasto senza sconti e senza ammiccamenti di sorta. Non è retorico affermare ancora una volta (proprio in questi giorni in cui tanti si affannano a ricordarne i 170 dalla pubblicazione e i 200 anni dalla nascita del suo autore) il principio contenuto nell’appello che chiude il “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels: “ Proletari di tutti i paesi unitevi!”. Quell’esortazione rappresenta ancor oggi l’espressione di un’esigenza storica insuperabile e incancellabile.

mercoledì 20 giugno 2018

L’utopia dell’Equilibrio Economico Generale | Economia e Politica

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OECD Meets Piketty: An Alternative Economic Narrative • Social Europe

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La prima intervista di Pedro Sánchez da presidente del Governo in 10 frasi – L'Argine

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Italy’s Quadruple Threat to Europe by Michael J. Boskin - Project Syndicate

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Flat tax, chi la vuole? Storia di un dibattito - Pandora Pandora

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How serious is Italy’s public indebtedness? A view from outside | ISPI

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LO SMONTAGGIO DELLA CITTÀ METROPOLITANA | Franco D'Alfonso - ArcipelagoMilano

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martedì 19 giugno 2018

Europe’s Left Turns Right on Immigration by Michael Bröning - Project Syndicate

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Italy and the Future of Europe by Mark Leonard - Project Syndicate

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Turkish Presidential Candidate Demirtaş Speaks - From Prison - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Turkish Presidential Candidate Demirtaş Speaks - From Prison - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

L’Euro dei Populisti by Barry Eichengreen - Project Syndicate

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Sánchez and the Catalan Crisis

Sánchez and the Catalan Crisis

Paolo Bagnoli: Il capo vero e il fuoco di paglia

Da Non mollare la biscondola il capo vero e il fuoco di paglia paolo bagnoli Non era difficile capire – lo avanzammo già su queste pagine – che, se si fosse fatto il governo, esso sarebbe stato targato Matteo Salvini. Così è stato. Non c’è bisogno che il Ministro dell’Interno di metta la felpa con la scritta GOVERNO perché lo si capisca meglio. La svolta a destra è stata istituzionalizzata dalla Lega oggi nazionale, che Salvini ha voluto e costruito, tanto da farne l’unico partito articolato sul territorio, capace addirittura di subentrare, nelle cosiddette regioni rosse, a quella che era la sinistra dominante e sulla quale aveva campato il Partito democratico. Il Movimento 5 Stelle, finché si è trattato di sfruttare la rabbia e di urlare nelle piazze la necessità del cambiamento soprattutto in funzione anticasta, ossia di tradurre in narrazione politica quel Vaffa che è, e rimane, l’unico indirizzo politico del grillismo, ha raccolto il consenso della pancia di un Paese sconcertato e depoliticizzato rispetto alla politica democratica e alle sue regole. Ciò gli ha fruttato il primo posto nei consensi elettorali, ma non è sulla rabbia che si costituisce una nuova classe dirigente ossia personale all’altezza di compiti istituzionali aventi cultura della Repubblica. Alla prova del governo sono arrivati impreparati, pieni di parole, ma sostanzialmente vuoti di idee vere eppure, come ci dicono i fatti romani di questi giorni, intrallazzatori se pur non professionali. La Lega, invece, è arrivata agli appuntamenti con un disegno preciso; un azzardo che poteva anche non funzionare, ma la furbizia e la capacità di muoversi di Salvini le hanno permesso di intitolarsi il governo. Salvini ha sfruttato soprattutto la paura degli italiani verso gli stranieri ridando sostanza politica a una questione mai seriamente governata e, su ciò, non solo ha tolto Di Maio dalla scena per quanto riguarda lo specifico, ma a poco a poco lo ha relegato a badante politico di Giuseppe Conte. Singolare personaggio il presidente del consiglio; da persona educata, come si è visto durante il dibattito sulla 7 nonmollare quindicinale post azionista | 022 | 18 giugno 2018 _______________________________________________________________________________________ fiducia alla Camera, ha chiesto addirittura a Di Maio il placet sulle cose da dire in Aula. Il giovane “capo politico”, di par suo, per lo più sorride, proclama, ma sostanzialmente annaspa; cerca di recuperare soprattutto via social . Con la comunicazione, tuttavia, non si risolvono questioni di fondo quali l’Acciaieria di Taranto oppure le Infrastrutture, sulle quali il balbettio banale del nuovo ministro che dovrebbe avere la competenza è addirittura assordante. Alla fine, per capire il vento che tira, basta vedere i telegiornali: Salvini viene sempre prima di Di Maio, fatte salve le notizie sull’indagine di Roma relativa al nuovo stadio nelle quali i 5Stelle vengono prima della Lega Pensare che Salvini abbia in mente il modello Putin fa venire i brividi. Per divenire il nuovo dominus della politica italiana la scaltrezza e la furbizia non sono fattori sufficienti perché, come le pile, dopo un po’ si consumano e non c’è possibilità di ricaricarle. La parabola di Matteo Renzi, al proposito, è addirittura da manuale. Non occorre essere raffinati politologici per sapere che le crisi acute delle democrazie finiscono sempre a destra e questo governo lo conferma con buona pace dell’anima di sinistra del M5S che, se c’era davvero, doveva venir fuori al momento opportuno. Le sortite di Roberto Fico non ingannino; parla a nuora perché suocera intenda, ma la suocera, anche se volesse, non può intendere; esse non smuovono nulla e poi il Presidente della Camera ha il dovere esclusivo di far funzionare con autorevolezza Montecitorio; in questo e solo in questo è un’istituzione. Al resto devono pensarci altri. Le presidenze delle Camere non possono essere strumenti della politica politicata. Con i Vaffa si possono prendere voti, ma, alla lunga, non si va tanto lontano anche se la smania di farsi notare sembra quasi insopprimibile. Viene da domandarsi se Salvini sarà in grado di realizzare una destra compiuta, magari profilata sul modello decisionale e autoritativo di Putin o se la deriva sia quella che conduce a Visegrad. Ad oggi la crescita della Lega sembra quasi inarrestabile, ma l’Italia è un Paese complesso e, al di là della contingenza, quale idea di esso abbia il Ministro degli Interni non è dato sapere. Le piazze producono consenso, ma a questo non vi corrisponde sempre la politica. Silvio Berlusconi lo dimostra; oggi Forza Italia non sembra nelle condizioni di bloccare lo smagrimento continuo e pure per il partito democratico il futuro appare assai incerto.

Dalla Lega Nord a Salvini

Dalla Lega Nord a Salvini

La redistribuzione del reddito nei Paesi OCSE: misure e tendenze - Menabò di Etica ed Economia

La redistribuzione del reddito nei Paesi OCSE: misure e tendenze - Menabò di Etica ed Economia

domenica 17 giugno 2018

Spagna, Governo Sánchez: la sanità torna universale e «via le lame da Ceuta» - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Spagna, Governo Sánchez: la sanità torna universale e «via le lame da Ceuta» - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Franco Astengo: Agenda politica e lavoro

AGENDA POLITICA E LAVORO di Franco Astengo Poche righe scritte per esprimere ancora una volta un personale moto dell’anima d’indignazione e la sensazione di distacco profondo che il rutilante mondo del sottobosco politico – affaristico dimostra nei riguardi dei nodi vita della vita quotidiana e delle sue drammatiche realtà. Mentre si stanno consumando le ormai usuali schermaglie legate – appunto – ad affari e a lotte di potere all’interno dello schieramento del “governo di cambiamento” (pubblicità personale, parole a vuoto, cene, pranzi, tangenti, speculazioni propagandistiche sulla pelle dei più deboli e non solo verso i migranti: il tutto come da copione) esplode sempre più violento il dramma del lavoro. Dramma del lavoro che si è espresso come nel caso dell’operaio del gruppo GEDI che si è tolto la vita all’annuncio della possibilità che il centro stampa dove lavorava fosse in procinto di essere chiuso da parte dei “cervelloni” che dirigono il maxi –gruppo editoriale. Possiamo aggiungere questa vittima alle centinaia di morti sul lavoro già avvenute nel 2018 (nel 2017 furono 632) a suffragio e testimonianza del processo d’intensificazione dello sfruttamento, materiale e morale, che sta contrassegnando questa fase di feroce gestione del ciclo capitalistico. Tutto questo avviene in un’Italia nella quale il tema del lavoro appare assolutamente trascurato e l’impoverimento generale crescente (7,3 milioni di cittadine e cittadini in stato di disagio economico) mentre i nuovi governanti esercitano la fantasia del reddito di cittadinanza e nulla viene pensato sia in relazione al rapporto tra innovazione tecnologica e posti di lavoro, sia al riguardo del deficit di industrializzazione nei settori decisivi (siderurgia, chimica, meccanica, agro alimentare) che l’Italia accusa almeno dal tempo dello scioglimento dell’IRI e delle privatizzazioni di quelle che furono le PPSS e ancora del ruolo dell’Italia nel processo di ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro. Se non ci si occupa di questo, se non si cerca di rappresentare la realtà dello sfruttamento, delle disuguaglianze, dell’assenza di lavoro, difficilmente si potrà risalire la china: per tutto ciò, vale la pena affermarlo in questo ennesimo momento di lutto, servirebbe ancora la “politica”, quell’attività capace di riflessione, proposta di soluzione, sentimenti collettivi di solidarietà. “Politica” dell’esercizio della quale nel senso appena indicato si sono da tempo perse le tracce, sostituita dall’espressione di vanità individualistica che ormai sembra presiedere alla gestione del dimenticato interesse pubblico. Ho scritto questo per sommi capi allo scopo di esprimere un immediato “grido di dolore”: per le analisi sui massimi sistemi ci sarà tempo più avanti. L’indignazione è forse in questo momento la migliore espressione possibile di un’idea pienamente politica.

mercoledì 13 giugno 2018

Can the Euro Be Saved? by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

Can the Euro Be Saved? by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale. Il caso italiano - Pandora Pandora

La trasformazione dello Stato dentro la transizione neoliberale. Il caso italiano - Pandora Pandora

Le disuguaglianze tra i mondi e nei mondi. Un commento e una congettura - Forum Disuguaglianze Diversità

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Il Pd studi il caso Del Bono e ne faccia tesoro - Lettera43.it

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GOVERNO O “GOVERNANCE” DELL’AREA METROPOLITANA DI MILANO? | Ugo Targetti - ArcipelagoMilano

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martedì 12 giugno 2018

“Non un’operazione nostalgia, abbiamo battuto i 5 stelle partendo dal basso” – Strisciarossa

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La discussione sulla Flat Tax rimuove la riforma fiscale - micromega-online - micromega

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How Democratic Is the Euro? by Dani Rodrik - Project Syndicate

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A Cheer for Italy’s Awful New Government | International Politics and Society - IPS

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Où en est la gauche en Inde ? - La Vie des idées

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Franco Astengo: Amministrative 2018

AMMINISTRATIVE 2018: NUMERI SPARSI di Franco Astengo Non è facile riuscire a fornire un indirizzo politico complessivo ai dati usciti dalle urne il 10 giugno scorso: elezioni comunali che hanno visto impegnati, tra gli altri, elettrici ed elettori di 20 Città capoluogo. Brescia, Catania, Siena, Pisa, Ancona, Avellino, Barletta, Brindisi, Imperia, Massa, Messina, Ragusa, Siracusa, Sondrio, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Vicenza, Viterbo: su questi 20 comuni si è concentrato il nostro tentativo di focus. Tentativo perché di nient’altro si è trattato proprio perché l’obiettivo è quello di stabilire l’individuazione di un “trend” sul piano esclusivamente politico cercando di raffrontare i dati del 10 giugno con quelli espressi, nelle stesse Città, il 4 marzo in occasione delle elezioni legislative generali. Ci troviamo di fronte, nuovamente, ad una alta volatilità elettorale (Diamanti azzarda un “elettorato liquido”) che fino a qualche anno fa non si reperiva facilmente nelle urne italiane. In questo caso comunque non interessa il gioco dei Sindaci eletti al primo turno, dei ballottaggi, del mutamento di schieramento nella formazione delle maggioranze nei consigli comunali: si cerca di esaminare l’andamento dei singoli partiti e / o liste sul piano generale. Inoltre la scadenza delle elezioni comunali ha indotto alla presentazione di un grande numero di liste cosiddette “civiche”, in particolare al Sud e più specificatamente in Sicilia dove sulle schede è stato difficile reperire simboli di partito oltre a quello del Movimento 5 stelle presentatosi invece “en solitaire” su tutto il territorio nazionale (questo dato favorisce il raffronto degli analisti). Liste civiche di diversa natura: ci sono quelle presentate in appoggio a candidature a Sindaco connotate politicamente e quindi facilmente collocabili (liste civiche hanno fiancheggiato anche candidature di Casapound); altre messe in piedi da conosciuti professionisti della politica, magari in rotta con il loro schieramento d’origine come nel caso di Scajola ad Oneglia e che quindi debbono per forza essere collocate in uno schema di riferimento politico ben preciso; ancora le liste civiche non connotabili- almeno a prima vista – e che quindi debbono essere analizzate a parte. Vedremo meglio andando avanti. Prima di tutto però il dato della partecipazione al voto. Come ci capita ormai da diverso tempo il nostro riferimento al proposito è quello del totale dei voti validi: in questa occasione davvero nessuno può vantarsi di essere riuscito a portare al seggio elettrici ed elettori abitualmente astensionisti. Il 4 marzo infatti, nel 20 comuni capoluogo presi in esame, erano stati espressi 1.042.549 voti validi; cifra scesa al 10 giugno a 888.468 con un calo di 154.081 unità. Si accennava alle liste civiche: quelle non catalogabili all’interno degli schieramenti hanno raccolto 66.593 voti pari al 7,49%, dato non raffrontabile ovviamente con altri derivanti dall’esito delle elezioni politiche di marzo. Partiamo allora conducendo il nostro raffronto dal Movimento 5 Stelle che, nel frattempo, ha effettuato il difficilissimo esercizio del passaggio dall’opposizione al governo. Il M5S ha ottenuto il 10 giugno 103.279 voti (da tener presente che il Movimento non aveva presentato il simbolo in alcuni comuni come Vicenza e Siena) pari all’11,62%sul totale dei voti validi. Il 4 marzo scorso M5S aveva totalizzato, nell’insieme dei 20 comuni capoluogo presi in esame in questa sede, 384.825 voti pari al 36,91% sempre sul totale dei voti validi. La flessione è quindi di 281.546 voti e del 25,29% in percentuale. Assolutamente frastagliata la presenza di quello che è stato il centro – destra e che comunque analizziamo in blocco stante la partecipazione comune in molte situazioni locali come avvenne, il 4 marzo, nei collegi uninominali di Camera e Senato (i nostri dati di raffronto sono però sempre desunti dal voto della Camera). Il primato all’interno del centro – destra spetta, in questo caso, alle liste civiche di appoggio ai candidati – Sindaci (in questo dato sono comprese le liste d’appoggio a Scajola, come già riferito, esclusa quella del Popolo della Famiglia che ha una sua valutazione a parte). Le liste civiche di centro – destra hanno dunque messo assieme, sempre in riferimento ai 20 comuni capoluogo analizzati, 178.596 voti pari al 20,10%. Tra i simboli di partito tradizionali: la Lega ha ottenuto 88.369 voti pari al 9,94%% ( 4 marzo: 133.539 pari al 12,80%); Forza Italia 63.123 , 7,10% ( 4 marzo: 152.596 pari al 14,63%), Fratelli d’Italia 35.356, 3,97% ( 45.115 il 4 Marzo pari al 4,32%), UDC 10.900, 1,22% , presente in 9 comuni( 4 marzo. Lista Noi per l’Italia – UDC 11.665 pari all’1,11%), Popolo della Famiglia,presente in 8 comuni, 2.943 voti, 0,33% ( 4marzo 7.812, 0,74%). Con il centro destra anche la presenza in un solo comune del PRI 3.618 voti , 0,40% (PRI – ALA il 4 marzo, nei 20 comuni, 1.339 voti 0,12%). La Lega quindi mantiene il primato all’interno di quello che fu il raggruppamento di centro – destra e raccorcia notevolmente le distanze, rispetto al 4 marzo, dall’alleato di governo del M5S ma non fornisce l’impressione di un vero e proprio sfondamento elettorale, ciò nonostante il calo secco di Forza Italia che, probabilmente, molto concede (assai più della Lega) alle liste civiche. Riassumendo, per quel che riguarda il centro – destra analizzandolo ancora come schieramento tale e quale quello presentato alle politiche: il 10 giugno i voti raccolti sono 382.905 pari al 43,09%. Il 4 marzo, sempre in riferimento ai 20 comuni in questione, il centro destra ebbe 350.727 suffragi pari al 33,64%. Siamo di fronte quindi ad un incremento notevole dovuto in gran parte alla “tenuta” del proprio elettorato tradizionale, alla presenza di liste civiche che possono aver catturato voti in altri campi e – anche – da una qualche cessione da parte di elettrici ed elettori 5 stelle. Il PD temeva un vero e proprio tracollo,invece il risultato – pur in perdita – non è disprezzabile considerate anche le condizioni interne dell’ex-PdR. Il risultato del PD, inoltre come è già capitato al centro – destra, è corroborato dalla presenza delle liste civiche a sostegno del sindaci presentati dal Partito Democratico: in Sicilia, come è già stato fatto notare, il simbolo del PD non è stato presentato in importanti città (Catania) e sostituito da diversi simboli di varie liste civiche. In sostanza il PD ha avuto, sul proprio simbolo, l’apposizione di 112.784 suffragi (12,69%), il 4 marzo erano stati 191.734 (18,39%). Un calo di 78.950 voti e del 5,70%. Le liste civiche d’appoggio hanno avuto 167.479 voti pari al 18,85% (più 1.731 voti di una lista verde pari allo 0,19%). Lo schieramento attorno al PD ha quindi ottenuto complessivamente, il 10 giugno, 280.263 voti pari al 31,54%. Il 4 Marzo lo schieramento raccolto attorno al PD, comprendente più Europa, Insieme e Civica Popolare ebbe, sempre nei 20 comuni presi in esame, 229.724 voti pari al 22,03%. Siamo quindi fronte ad un incremento di 50.539 voti pari al 9,51%. Un riconoscimento, con tutta probabilità, al buon lavoro di alcuni Sindaci come ad esempio è accaduto in un centro importante come Brescia. A sinistra del PD la presentazione elettorale del 10 giugno è risultato complessivamente episodica ed eccessivamente frastagliata, anche nella collocazione rispetto alle candidature. In prevalenza abbiamo avuto la presenza di liste civiche di sinistra promosse, in parte, anche da candidati sindaci propostisi in termini soprattutto di “difesa dei diritti” e dei “beni comuni”. In qualche caso queste liste civiche hanno appoggiato candidati del PD, ma si è ritenuto di conteggiarle a parte proprio per la loro evidente connotazione politica. In conseguenza: le liste civiche di sinistra hanno avuto 28.784 voti pari al 3,29%. A sinistra la presenza autonoma maggiormente caratterizzata è stata quella di Potere al Popolo che ha presentato propri candidati sindaci e relative liste in 6 città (la lista di PaP non era presente in alcun altro comune capoluogo in appoggio ai candidati sindaci di altro schieramento. In un solo caso si è avuto un connubio PaP – S.I). Le liste (i nostri dati, è bene ricordarlo sono riferiti alle liste e non ai candidati – Sindaci proprio per l’intenzione di analisi direttamente politica con la quale è stato eseguito questo lavoro) di PaP hanno quindi ottenuto 4.137 voti pari allo 0,46% misurato sul totale dei voti validi. Sinistra Italiana ha presentato liste con il proprio simbolo in 4 comuni con 2.256 voti (0,25%), Il simbolo di Leu e quello di MDP sono comparsi in 4 comuni per 6.124 voti (0,68%). Presente, un solo comune alla volta, una lista del PRC con 689 voti (0,07%), del PCI (ex-Comunisti Italiani) con 359 voti (0,04%) e del PSI con 212 voti ( 0,02%). A parte la presentazione in 3 comuni del Partito Comunista di Marco Rizzo con 845 voti complessivi (0,09%). Ricordiamo allora i voti e le percentuali raccolte da queste forze il 4 marzo scorso: Leu (che comprendeva MDP e SI) 40.237 voti pari al 3,85%; Potere al Popolo 13.836 voti ( 1,32%), Partito Comunista (Marco Rizzo) 4.010 (0,38%). A destra con presentazioni sporadiche abbiamo trovato, il 10 giugno: Forza Nuova, un solo comune, con 548 voti (0,06%), Casapound , in 6 comuni, 2.429 voti (0,27%), e liste civiche d’appoggio (in 5 comuni) con 3.000 voti pari allo 0,33%). Da segnalare ancora in un solo comune la presenza della lista di Grande Nord con 289 voti (0,03). Il 4 marzo, nei 20 comuni in questione, Casapound aveva avuto 10.345 suffragi pari allo 0,99% e Grande Nord 504 voti pari allo 0,04%. In conclusione, aspettando di poter effettuare analisi più dettagliate anche rispetto al tipo di presenza realizzato dalle liste civiche, si può affermare: 1) Si è registrato un netto calo di partecipazione (rispetto al 2013 – 6% ); 2) Le liste civiche, sia di appartenenza sia apparentemente “apartitiche” hanno ottenuto buoni risultati dimostrando di incontrare il favore dell’elettorato più incline a localismi per così dire “temperati”; 3) Il centro – destra, comprendendo la Lega, ha ottenuto una netta maggioranza. Pur tuttavia il partito di Salvini, nonostante l’incensamento dei media non appare in grado di produrre un livello di crescita tale da consentirgli di snobbare il quadro di alleanze all’interno del quale si è sempre tradizionalmente inserito. Il declino di Forza Italia continua, ma andrebbe valutato meglio appunto al netto delle liste civiche d’appoggio. Il voto di Fratelli d’Italia può essere giudicato usando il vecchio motto occhettiano dello “zoccolo duro”; 4) Sul PD si possono confermare i giudizi dei principali organi di stampa: esce malconcio, perdendo molto potere, ma ancora vivo. Forse sarebbe il caso per i democratici di guardare meglio al territorio; 5) A Sinistra prosegue la frammentazione che produce marginalità. L’unica forza che appare, sia pure in dimensioni limitate, provvista di una certa identità anche elettorale sembra essere Potere al Popolo ricordiamo che questa lista, almeno alle elezioni politiche era stata promossa dagli attivisti napoletani dei centri sociali, dopo il fallimento dell’assemblea del Brancaccio, cui avevano aderito, tra le principali formazioni, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Rete dei Comunisti); 6) Per il Movimento 5 stelle appare davvero presto scrivere già di elezioni di Midterm ma la composizione davvero arlecchinesca del suo elettorato raccolto come voto di protesta ha come conseguenza una estrema volatilità che si è già espressa, assieme al limite di presenze territoriali che si dimostrano davvero poco incisive. 7) L’estrema destra appare, almeno sul piano elettorale, sempre più ai margini del sistema.

venerdì 8 giugno 2018

The Italian Economy’s Moment of Truth by Michael Spence - Project Syndicate

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La flat tax in Europaè una flop tax – Strisciarossa

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Crisis Of Globalisation: From Its Causes To Emancipation • Social Europe

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Spagna. Chi è Pedro Sánchez e chi sono i ministri del nuovo governo socialista – L'Argine

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Il governo Conte e i dilemmi della sinistra – L'Argine

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Italy’s Crisis: Democracy And The Euro • Social Europe

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Franco Astengo: Classe, consigli, blocco storico

CLASSE, CONSIGLI, BLOCCO STORICO di Franco Astengo La dolorosa scomparsa di Pierre Carniti ha giustamente stimolato in molti compagni protagonisti con lui di una irripetibile stagione sindacale un insieme di importanti riflessioni. In particolare, in alcuni interventi, si è rinnovata l’analisi sulla particolare dimensione che ebbe, in quel tempo, la lotta di classe (elemento totalizzante anche dal punto di vista della vita quotidiana per quanti s’impegnarono in quel contesto) e la trasposizione di questa in una espressione anomala dal punto di vista dell’organizzazione sindacale: i consigli. Si può allora ancora sviluppare una riflessione di merito che può risultare utile a comprendere ciò che è stato e, di conseguenza, a fornire prospettive per l’oggi in una situazione che riconosciamo senza difficoltà apparire affatto diversa da quell’epoca. In particolare il tema principale della discussione che emerge dalla riflessioni dei compagni riguarda le ragioni del “blocco” subito dalla strategia consiliare dopo l’autunno caldo, con la torsione negativa imposta dall’arresto del processo di unità sindacale avvenuto attraverso la costituzione della Federazione CGIL – CISL –UIL formata sulla base di organismi paritari fra le tre organizzazioni. Si formò così a livello di categoria l’FLM: si aprì un dibattito sul “quarto sindacato”, dibattito che non decollò, i consigli furono relegati in fabbrica (pur continuando per un non breve periodo a rappresentare soggetti di grande rilievo per il riferimento di classe), ripresero fiato le appartenenze partitiche e le conseguenti logiche di componente: il tutto assumendo via via l’ingiustificato moderatismo della linea dell’EUR fino al passaggio topico del decreto di San Valentino. In realtà il punto che intendevo introdurre in questa riflessione riguarda il fatto che l’esaurimento dell’esperienza consiliare e la relativamente modesta incidenza sugli equilibri sociali e politici del Paese è stata dovuta alla mancata possibilità che i consigli contribuissero sul serio alla formazione di un nuovo blocco storico, all’interno del quale sarebbe stato possibile – in quel momento – che risultasse egemone la dimensione della classe. Un blocco storico agibile politicamente in luogo del sistema di alleanze sociali e politiche fino ad allora consolidate, a partire dall’unità delle sinistre (già incrinata con la formazione del centro – sinistra, ma ancora attiva nelle giunte locali e nella CGIL, attraverso lo schema delle rigide suddivisioni di componente) Abbiamo avuto in quella fase, diciamo fino all’esplodere dello choc petrolifero di fine ’73, un vero e proprio disequilibrio nel quadro politico originato da una fortissima spinta sociale. In quella breccia, come scriverebbe Edgar Morin, non si infilò nessuno nonostante sforzi generosi compiuti attraverso lo schermo della visione operaista o delle iniziative di “dissenso” avanzate sia da parte del movimentismo cattolico, sia di derivazione comunista. La classe che era stata protagonista insieme della trasformazione del ciclo produttivo e di se medesima (almeno dal punto di partenza delle grandi migrazioni interne e dell’acquisizione della coscienza di classe all’interno della divisione del lavoro imposta dal ciclo fordista) irruppe dopo una lunga gestione (almeno da Piazza Statuto in poi) nel grembo della società che la accolse benevolmente provvedendo a mutare alcuni dei suoi più importanti canoni di riferimento nel costume quotidiano. La politica, invece, si richiuse quasi immediatamente nel fortilizio della sua apparentemente immodificabile liturgia. La politica “ufficiale” fu più tenera e condiscendente con gli studenti, nella convinzione di integrarne presto le ambizioni e rompere la saldatura con la classe operaia che, pure, nell’autunno del 1969 (almeno fino a Piazza della Fontana) si era dimostrata fattore di rivoluzionamento del quadro dato. Se ci furono segnali di rottura politica(e ci furono) apparvero come semplici increspature di un mare piatto. La “politica” e il suo sistema dei partiti si mosse per metabolizzare ciò che stava avvenendo e raccogliere soltanto i frutti maturi dell’aggregazione del consenso che le venivano offerti. Eppure c’erano condizioni propizie per definire una svolta, ma la forza del patrimonio solidificato negli anni trascorsi dalla Resistenza in avanti si rivelò alla fine, almeno in apparenza vincente: ma mai vittoria si rivelò come quella foriera della sconfitta, presupposto di uno squassamento epocale che avrebbe percorso il ventennio successivo fino alla caduta di tutti i miti. Il concetto di “blocco storico” rimase sostanzialmente inoperante soprattutto al riguardo della spaccatura verticale, ideologistica, verificatasi nel dopoguerra tra schieramenti politici: da un lato quello che prevedeva l’unità cattolico – conservatrice e dall’altro quello che prevedeva il limitarsi all’egemonia sulla rappresentanza che, per i suoi legami di massa e i suoi collegamenti internazionali,disponeva il partito che incarnava la classe operaia. I consigli si ridussero (o furono ridotti) a soggetto tra gli altri del sistema di alleanze sociali del proletariato. Alleanze tradizionalmente costruite come convergenze di interessi lesi anziché come unità degli interessi di classe portati nel vivo di una lotta politica coerente quale elemento fondante del progetto di trasformazione. Su questo punto la FIM che pure appariva più aspramente rivendicativa della stessa FIOM perché maggiormente rappresentativa di quei settori di classe operaia che avevano modificato profondamente il loro essere (come ci è già capitato di segnalare nel corso di questo intervento) non riuscì a fornire un contributo determinante ad operare quel “salto” che era necessario. Quanti potevano rappresentare una “rottura” del fronte cattolico – conservatore (ben dimostrato proprio dall’egemonia raggiunta dal soggetto significante l’unità politica dei cattolici) furono confinati (e/o si lasciarono confinare) all’interno della fabbrica oppure considerati, anche da chi avrebbe avuto l’interesse di muoversi diversamente, una entità strutturalmente minoritaria da integrare oppure da mantenere ai margini. Stessa sorte toccò a chi si mosse per incrinare l’altro fronte, quello che automaticamente si auto designava interprete della classe operaia: presto fu decretata la qualifica di “dissenso” . Un dissenso addirittura da espellere dal proprio corpo storico. La saldatura operai/studenti si tradusse, alla fine, soltanto nella formazione di gruppi e gruppetti dai quali uscirono certo atti di grande generosità collettiva ma anche male piante che avrebbero tormentato il cammino della classe in nome della quale si proclamava, artatamente, di operare e ne avrebbero ostacolata, in una dimensione probabilmente decisiva, il cammino. Sul versante sindacale si sviluppò qualche tentativo per contrastare quello di stato di cose come fu,ad esempio, il varo, effimero, dei Consigli di Zona unitari ma il peso della “tripartizione dall’alto” li vanificò presto: in provincia, alla prima riunione nella quale si avanzò – ad esempio – un’idea d’appoggio al movimento dell’autoriduzione delle bollette – il C.U.Z. non fu più riunito e non si svolse alcun incontro successivo. Egualmente, dal punto di vista della società, il movimento dei Consigli di Quartiere (che pure ebbe occasione di dar prova di grande capacità di mobilitazione in momenti di particolare difficoltà come quelli legati al terrorismo) fu presto inquadrato nella logica del sistema politico e non fu mai sciolto il nodo tra l’ essere il consiglio espressione diretta dei bisogni sociali oppure di un livello ulteriormente decentrato dell’amministrazione pubblica. La legge del 1976 stabilendo la nascita delle circoscrizioni da eleggere su liste di partito suggellò la chiusura dell’esperimento dei consigli di quartiere. Ho sviluppato una ricostruzione sicuramente schematica e abborracciata, tesa soltanto a dimostrare che in quel tempo non fu posto il tema di fondo dei “consigli” come soggetto portante della costruzione di una blocco storico nuovo, come base di una saldatura sociale tra soggettività “storiche” e soggettività emergenti (dall’operaio – massa, alla studente – proletario: dalle femministe agli intellettuali capaci di rompere il quadro accademico consolidato). L’espressione di una coerente critica alla modernità avrebbe forse reso possibile questo processo coinvolgendo ciò che stava avvenendo in fabbrica e ciò che stava mutando nella quotidianità. Emerse invece proprio un limite di capacità critica e si arrestò la possibilità di esercitare un’estensione concreta della lotta di classe portata fino alla modifica delle espressioni politiche tradizionali. Dei “se” e dei “ma” però “son piene le fosse”. Si rientrò allora molto presto nell’ambito dello schema elettoralistico, della logica delle alleanze: si registrarono momenti fondamentali di modernizzazione nella vita civile del Paese ma alla fine fu delegato al “Governo” il processo di adeguamento ai nuovi tempi della società e della politica italiana. Una logica di “Governo diverso”, di caduta della “conventio ad excludendum”, di inclusione del blocco sociale di riferimento dentro al gioco dettato dall’autonomia del politico. Nel prosieguo di quella stagione, dentro gli anni’70 inoltrati, si ebbero ancora sussulti e ci fu chi cercò di organizzarli, si vissero momenti di grande tensione ma logica dominante era ormai quella dell’emergenza. Non si trovò più il bandolo della matassa del rapporto tra espressione dei bisogni e sintesi politica, furono smarrite le coordinate dell’identità di classe e delle forme più adatte per esprimerla. La stagione del riflusso era stata inaugurata, ben oltre quelle che apparivano come ancora alte capacità di mobilitazione di massa e confortanti numeri elettorali. Non si compresero i termini della successiva ondata di cambiamento: certo non fu tutta colpa nostra, ma lo smarrimento di una riflessione, uno smarrimento colpevole, ci fu e agevolò prima di tutto la disgregazione sociale che l’avversario ci impose egemonizzando la natura del lavoro come finalizzata esclusivamente al consumo da parte dell’individuo. Era stata persa l’occasione del provare a formare quel “blocco storico” che avrebbe pur potuto consentire di affrontare la temperie della trasformazione del modo di lavorare e di conseguenza di vivere imposto dalla controffensiva avversaria aperta negli ultimi anni del nostro secolo: di quel ‘900 del quale, in occasioni come queste dedicate necessariamente al ricordo, non possiamo non sentirci donne e uomini. Un altro secolo: espressione ben diversa dal sospiroso “altri tempi!” che a volte si esclama aprendo il film del revival della gioventù. Intanto le contraddizioni si inaspriscono e si allargano, contribuendo a immiserire non soltanto la condizione materiale di vita ma le fonti stesse del pensiero e nessuno o quasi osa più proporre e lottare per una alternativa. Il resto della storia abbiamo continuato a viverlo in primissima persona durante questi primi anni 2000 e il suo drammatico epilogo sta sotto i nostri occhi, almeno di quelli dei sopravissuti al naufragio. Il cambiamento sembra soltanto essere il prodotto di un più feroce egoismo, di un individualismo che ci mette in competizione gli uni contro gli altri soffocando inevitabilmente, in una eterna rincorsa, i più deboli storicamente per sesso, colore dei pigmenti, condizione sociale di partenza provocando prima di tutto emarginazione, sopraffazione, rassegnazione.