venerdì 3 luglio 2020

È arrivato il momento della riforma dell’Irpef - Lavoce.info

È arrivato il momento della riforma dell’Irpef - Lavoce.info

Franco Astengo: Categorie politiche e utopia

CATEGORIE POLITICHE E UTOPIA di Franco Astengo Massimo Cacciari, in un suo articolo dall’alto profilo culturale pubblicato da “Repubblica”, affronta il ricordo di Carlo Rosselli e il tema del “socialismo liberale” . Un tema che l’autore colloca a fronte della sparizione della borghesia, o meglio della grande tradizione culturale borghese. Cacciari richiama questa grande tradizione culturale individuandola ancora come fattore fondamentale perché si torni ad esprimere una cultura del lavoro, della responsabilità, dei sacrifici, dei diritti e dei doveri. E aggiunge “Chi sarà chiamato a funzioni di governo dovrà, secondo il “socialismo liberale” essere essere stato selezionato secondo tali principi. E questi dovranno valere anche per l’imprenditore – innovatore”. Più avanti il richiamo dell’ex-sindaco di Venezia si sofferma sulla perdita complessiva di status del ceto medio (crollato nella distribuzione del reddito e nelle sue attese di promozione sociale) e sull’impossibilità, in queste condizioni, di superamento delle fase che stiamo attraversando definita (giustamente) “demagogico – protestataria”. Ancora, Cacciari attribuisce alla scomparsa della borghesia la crisi complessiva della democrazia parlamentare rappresentativa, in Italia come in altri Paesi. Crisi della democrazia parlamentare rappresentativa che, nel nostro Paese, sarà sottoposta tra poco tempo al giudizio dell’intero corpo elettorale tramite il referendum confermativo sulla riduzione del numero dei parlamentari. Si tratterà infatti di un giudizio complessivo perché nell’occasione referendaria lo scontro non verterà su 100 deputati in più o in meno ma proprio sull’essenza della democrazia oggi: sulla concezione demagogico – protestaria della democrazia versus una visione costituzionale della rappresentatività parlamentare. Sarà proprio questo il confronto referendario misurato ben oltre il tema dell’utilizzo delle tecnologie nell’agire politico e della promozione della democrazia del pubblico trasformata in democrazia recitativa. Il punto sollevato dall’articolo non può però essere risolto invocando un avviato processo di proletarizzazione dei ceti intermedi: questa analisi richiamerebbe l’utilizzo di concetti ormai d’altri tempi. Il fatto è che non esiste neppure più il proletariato nelle sue varie definizioni più o meno classiche. Abbiamo registrato, infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di “frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica. In Italia, lo scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della ricostruzione post – bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali. E’ venuto a mancare lo strumento che permetteva un intreccio tra questi due elementi fondativi dell’agire politico: l’assunzione di responsabilità come presupposto etico portata avanti attraverso i partiti politici. Ci troviamo, infatti, in una fase in cui si registra una sorta di oblio nell’intreccio tra etica dei principi , etica della responsabilità, agire politico. In questo senso appare necessario confrontarsi al riguardo dell’emergere della “contraddizione post-moderna” intesa con l’esaurimento dei margini del dominio del genere umano sulla natura . Un “esaurimento”da considerarsi storico al punto da porre l’interrogativo se esso si presenti come emergenza tale da sostituire la centralità di quella che è stata definita “contraddizione principale” riguardante lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Mai come in questo caso, nella relazione che rimane ancora da stabilire tra dominio del genere umano sulla natura e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ci si propone il dilemma del come coniugare osservanza del principio ed esercizio della responsabilità. Su questo punto emerge una necessità di riflessione al riguardo dell’esistenza delle scansioni sociali da svilupparsi in maniera affatto diversa rispetto al passato. Fino ad oggi, infatti, la risoluzione della prima contraddizione sul dominio della natura da parte del genere umano (dando per scontato il superamento del “classico” schema elaborato da Stein Rokkan di cui, come si accennava poc’anzi deve essere reclamato l’aggiornamento) stava dentro alla risoluzione della seconda sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una risoluzione che doveva avvenire per via storica attraverso il superamento del capitalismo e la trasformazione del modo e delle finalità del produrre. Insomma: l’ape e l’architetto. Il punto sul quale si intravedevano le distorsioni impedienti questo tipo di soluzione era del tutto assegnato alla politica fattasi potere e ancora da potere a dominio nella sua forma più evidente: lo Stato. L’analisi riguardava le varie forme di dominio fattesi Stato attraverso l’azione politica. Con grande vigore, giudicandone impossibile una qualche riedizione, abbiamo criticato l’ inveramento statuale realizzatosi attraverso alcuni fraintendimenti novecenteschi dell’etica marxiana: per intenderci al meglio quello che è stato definito come “socialismo reale”. Una critica molto più netta quella verso il “socialismo reale”( è il caso di sottolinearlo) di quella che ha squilibrato, nell’occasione del crollo del sistema raccolto attorno all’Unione Sovietica,quella rivolta verso i cosiddetti regimi liberal-democratici, con le loro deviazioni colonialiste, razziste, totalitarie. La soluzione però non può essere quella che intende Cacciari nella conclusione del suo intervento: quella di ridare un senso al “socialismo liberale” invertendo la direzione di flusso “dell’impetuosa corrente della proletarizzazione del ceto medio”. Non può essere questa la soluzione perché, appunto, non siamo di fronte a un processo di proletarizzazione perché tale non si può intendere semplicemente la perdita di status e di reddito all’interno di questo tipo di società caratterizzata, in particolare in Italia, dall’individualismo corporativo, da un pesante assistenzialismo post-democristiano, da un richiamo all’economia corporativa. Serve, invece, la ricostruzione di una sinistra che superi le logiche novecentesche almeno su di un punto decisivo, fermo restando il richiamo alle grandi tradizioni del movimento operaio. Ai protagonisti di quei “fraintendimenti dell’etica marxiana” che avevano dato origine agli inveramenti statuali del ‘900 il rimprovero più severo che, probabilmente, è stato loro rivolto è stato quello del “tradimento dell’Utopia”. Dimenticando che U-topos significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo. In esito a questa discussione, preso atto delle grandi difficoltà di espressione delle grandi ideologie che hanno caratterizzato ‘800 e ‘900, forse è il caso di riflettere su alcune categorie probabilmente fin qui non analizzate a sufficienza. E’ il caso infatti di esaminare la materialità del crollo di molte parti dell’ “involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze di militanti. “L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia ufficiale,si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e l’estetica. Da un lato oggi, almeno nell’Occidente capitalistico sviluppato, appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica. Un’egemonia che trova le sue fondamenta anche in relazione allo sviluppo di una certa innovazione tecnologica destinata a stravolgere l’utilizzo dei mezzi di comunicazione. L’estetica intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione pubblica. Meglio ancora, nell’esercizio di riti collettivi e consensuali portati alla mostra della scena pubblica. La prospettiva è quella della teatralità della scena politica e il ruolo di “attori” degli agenti politici. Si è così valorizzato l’agire comunicativo in luogo di quello strategico. Una “forma del politico” armoniosa e composta nella cornice da un conflitto al più agonistico: laddove anche la più stridente contraddizione rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva” (altri più pratici scriverebbero: le pecore al pascolo). Un’estetica il cui obiettivo è quello dell’ anestetizzazione del “dolore sociale”, oggi composto da entrambi gli elementi cui si accennava :quello del limite che incontra il dominio umano sulla natura e quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, comprensivo anche dell’ulteriore livello dello sfruttamento di genere (sfruttamento di genere la cui risoluzione avevamo, erroneamente, affidato all’ obiettivo del superamento del capitalismo). Una “anestetizzazione del dolore sociale” come fenomeno ancora reso più evidente dal frangente dell’emergenza sanitaria che stiamo attraversando. Un’emergenza che ci ha fatto notare ancora di più la nostra difficoltà di dominio sulla natura e allargato a dismisura il quadro delle disuguaglianze oltre i semplici fattori di reddito. Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito. E’ soltanto attraverso il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso un costante confronto critico. La nostra tradizione ci dice , però, che i rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che apparivano mature del divenire storico. Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo”cui anche Cacciari si richiama, poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri). La domanda finale, riguarderebbe il chi espande e tutela i diritti della natura, già così fortemente compromessi da un’antropizzazione esasperata che attraverso la logica del consumo non riconosce più differenze di status e di scansione sociale in una sorta di “omogeneizzazione al ribasso”? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione al permanere della diseguaglianza versus la tensione all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano (nell’interrogativo della ricerca di Thomas Piketty in “Capitale e Ideologia”? Come può la politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione storica”? Le risposte non possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica. Ricostruire, perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione pubblica, l’agire politico,quella “democrazia pubblica” che riguarda la conduzione della vita dei cittadini. Beninteso una “democrazia pubblica” ispirata non a ideali generici, ma ad un “progetto di società” che riguardi il rinnovato rivolgersi all’Utopia. L’Utopia può essere ricercata attraverso il conflitto, inteso come solo veicolo per l’avanzamento delle idee sulle quali fondare l’identità dei soggetti destinati a tramutarli in azione, tra i quali stabilire elementi di “etica della collaborazione”. Una riconnessione , in sostanza, che deve avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche sembrano nere”.

giovedì 2 luglio 2020

Vittorio Giacopini: In mezzo al guado: socialismo o barbarie

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La sinistra ebraica contro l’annessione – Articolo21

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Milano. Ripartire dal mutuo soccorso e dal conflitto sociale

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How the UK Labour Party Lost the Working Class

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Come la rendita finanziaria e tecnologica soffoca l’economia. Sull’ultimo libro di Mariana Mazzucato - micromega-online - micromega

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Where Next for the Irish Left?

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mercoledì 1 luglio 2020

Spain’s Left-Wing Coalition on the Ropes

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IL CASO DI MILANO PER UNA RILETTURA DEMOCRATICA DELLA CONCENTRAZIONE URBANA - GLI STATI GENERALI

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Priorities for the COVID-19 Economy by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

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L’ideologia del capitalismo ideologico: sull’ultimo libro di Piketty - micromega-online - micromega

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Paolo Borioni: Senza internazionalismo del welfare non si risolve lo scontro tra i paesi frugali e l'Europa - Strisciarossa

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Al capezzale dell’Europa - micromega-online - micromega

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Europe’s Self-Help Moment by Mark Leonard - Project Syndicate

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How Labour Lost the Working-Class

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In Grenoble, a Green Mayor Is Uniting the Left

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Socialists and Super PACs

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Giorgio Cesarale: Dalla produzione alla riproduzione e ritorno: il socialismo di Nancy Fraser e i suoi problemi

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Roberto Biscardini. Non reggiamo senza una forte politica per il sud | Jobsnews.it

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Israel’s Annexation Plan: A Middle Eastern Perspective

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Semestre tedesco. Ritorno all'idea di Europa?

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Il secondo turno delle elezioni municipali francesi è stato l’attesa debacle per il presidente Macron.

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Debito pubblico, BCE e UE: il presente (e il futuro) alla luce del passato - Seconda parte - Menabò di Etica ed Economia

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Una lettera dal Nord (rivolta al Nord) per sfatare 7 luoghi comuni sull’economia italiana - Menabò di Etica ed Economia

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LA CALDA ESTATE DI SALA. ATM E DOPO COVID |

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sabato 27 giugno 2020

Solo il Labour può evitare una nuova era Thatcher | Left

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The Triple Crisis Shaking the World by Joschka Fischer - Project Syndicate

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Felice Besostri: Lettera aperta al M5S

LETTERA APERTA AI M5S Gli elettori, cioè il corpo elettorale, che rappresenta il popolo, al quale appartiene la sovranità nella nostra Repubblica democratica rappresentativa, il 4 marzo 2018, vi ha affidato la responsabilità di governare, malgrado una legge elettorale di sospetta costituzionalità, contro la quale avete condotto un’opposizione politica e giudiziale ferma e determinata, impegnandovi come singoli parlamentari e come gruppi di Camera e Senato, alla quale ho collaborato. Non ha avuto successo, ma ha contributo a far maturare un diverso orientamento alla Corte Costituzionale sui conflitti di attribuzione promossi da parlamentari ed ora il principio è acquisito: il singolo parlamentare è un potere dello Stato. Non ha ancora trovato una concreta applicazione, perché nei ricorsi in materia di bilancio la Corte Cost. non ha ravvisato la grave violazione delle prerogative del singolo deputato, ma lo strumento di tutela esiste e se il nostro ordinamento fosse minacciato nei suoi principi supremi ci si potrebbe appellare. Il suo fondamento è nell’art. 67 Cost. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” Ogni membro, non il Parlamento nel suo complesso, rappresenta la Nazione, che è un altro modo per dire il popolo, cui appartiene la sovranità. Quindi il parlamentare non rappresenta il partito che l’ha candidato, né gli elettori che l’hanno votato, né il territorio della circoscrizione di elezione. Per questa ragione c’è il divieto di mandato imperativo, pietra angolare della moderna democrazia, deve rappresentare l’interesse generale, non di clero, nobiltà o Terzo Stato o di altre corporazioni, meno ancora di lobby o gruppi di pressione o di interesse. Il divieto di mandato imperativo è tutela di questi valori non dei volta gabbana, perché la Costituzione è un corpo organico. L’art. 67 Cost. va letto con l’art. 54 Cost. in particolare il secondo comma “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.”Chi lascia un gruppo per ragioni personali o di convenienza viola l’art. 54.2 Cost. Il concetto di onore è chiaro per tutti. Per disciplina non si intende obbedienza, che sarebbe contraddittorio con l’art. 67 Cost., ma rigore morale, e chi abbandona per essere rieletto sotto altre bandiere dimostra di non avere disciplina e onore. Parliamoci chiaro, la responsabilità maggiore l’hanno i partiti che hanno preferito le liste bloccate, nell’illusione di avere soldatini ubbidienti, invece che parlamentari preparati ed interessati al bene pubblico. Sull’abolizione del divieto di mandato imperativo le nostre strade si sono divise, perché è il classico rimedio peggiore del male ( toppa peggiore del buco). Bastava imparare dalle regole del Parlamento europeo. Chi non fa più parte di un gruppo è un deputato non iscritto, , ma allora si doveva intervenire sulla legge elettorale e sui regolamenti parlamentari. I partiti o gruppi politici organizzati hanno il monopolio della presentazione di liste alle elezioni, ma non abbiamo una legge organica sui partiti politici. Soltanto così si potrebbe adottare una normativa di collegamento tra liste di candidati e gruppi parlamentari, che impedisca di lasciare a titolo individuale un gruppo e di iscriversi ad un altro, se non in caso di scissione di un partito o di abbandono collettivo di un gruppo in seguito a una discussione pubblica ed ad una votazione nel gruppo. Se ci fossero voti di preferenza o solo collegi uninominali sarebbe più difficile errare da un gruppo ad un altro: chi lascia deve metterci la faccia non trovare un nuovo capo che lo ricandidi in posizione eleggibile. Non sono mai stato iscritto al M5S, come l’amico Ferdinando Imposimato, con cui ho fatto scelte parallele, dopo le elezioni del 2013. Entrambi abbiamo fatto parte di una sinistra democratica di orientamento socialista. I risultati delle elezioni 2013 segnano il passaggio a un sistema politico tripolare a partire da un sistema politico bipolare artificiale, cioè indotto da leggi elettorali con coalizioni avvantaggiate rispetto alle liste singole e premi di maggioranza senza rapporto con il consenso popolare. Un fatto positivo che andava salvaguardato, specialmente da chi aveva combattuto la legge n.270/2005, da tutti conosciuta come porcellum, che sarà finalmente annullata nel gennaio 2014. Tuttavia il pensiero dominante andava in altra direzione, bisognava assicurare la governabilità e una nuova maggioranza che rompesse gli schemi bipolari non era ancora disponibile, come dimostra la fine prematura di un incarico a Bersani, che pure aveva sconfitto Renzi per la leadership del PD: il risultato è la deforma costituzionale Renzi-Boschi e la sua legge elettorale incostituzionale, la n. 52/2015, approvata con 3 voti di fiducia, richiesti dal governo e ammessi dall’allora Presidente della Camera Boldrini in violazione dell’art. 72.4 Cost. e dell’opinione di una Presidente di altro e più alto spessore, come Ia compagna Nilde Iotti, espressa con adamantina chiarezza nel 1980. “ Con la richiesta di voto di fiducia l’iter di approvazione di una legge diventa speciale, perché la norma è nella Parte Terza e non nella Seconda del Regolamento”(quella che regola appunto “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera” richiesta dall’art. 72 della Costituzione per le leggi “in materia costituzionale ed elettorale”: fate attenzione all’endiadi, che equipara Costituzione e legge elettorale) Il M5S ha dato il maggiore contributo di ricorrenti parlamentari ai ricorsi, anche parlamentari della sinistra lombarda e laziale e persino una deputata centrista umbra, erano della partita, ma a titolo individuale, solo il M5S è stato presente con i suoi capigruppo e con i più alti esponenti nelle istituzioni, basta vedere chi ha sottoscritto il ricorso in Campania. La sentenza n. 35/2017 ha coronato l’iniziativa eliminando per la seconda volta il premio di maggioranza bipolare, ma soprattutto facendo un’importante affermazione di principio, che in materia di tutela di diritti costituzionali fondamentali, se una norma crea dubbi sulla estensione di questi diritti, basta la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per attivare la tutela giudiziale. Non c’è bisogno che sia applicata. Si capisce il passo in avanti: la legge n. 52/2015 sarebbe stata di effettiva applicazione dal 1° luglio 2016 la sentenza di annullamento parziale è stata depositata il 9 febbraio 2017. Per fortuna del Ministro Buonafede i nemici della sospensione della prescrizione non si occupano di tutela dei diritti costituzionali, secondo loro violati, sarebbero già davanti alla Corte Costituzionale se avessero letto la sentenza, per la quale ci siamo battuti. Ma andare in Corte Costituzionale è un rischio, invece si voleva vivere di rendita politica per una qualche candidatura in elezioni che si sperava imminenti. La lezione delle sentenze n. 1/2014 e 35/2917 era stata recepita solo dal M5S e pochi altri in parlamento e grazie a loro il germanicum ( che sprezzantemente alcuni di noi chiamavano il tedeschellum o con ibrido di lingue maccheroniche tedeskellum) non passò proprio per una norma sudtirolese e per far digerire il rosatellum furono necessari 8 voti di fiducia 3 alla Camera senza problemi per la volonterosa on. Boldrini e 5 al Senato imposti a quel galantuomo e servitore dello Stato sen. Grasso, che ne trasse le conseguenze. Il contrasto al Rosatellum, che non è il nome di un buon vino ma di una pessima legge elettorale è stato fatto solamente, salvo le solite eccezioni individuali, dal M5S, senza apparente successo a meno di sorprese del tribunale di Catanzaro che deve depositare una sentenza entro settembre/ottobre Al tribunale di Roma la prossima udienza è il 2 dicembre 2020. Spero che sia approvata prima una nuova legge, con modifiche del ddl A.C. 2329, che è comunque meglio della l.n. 165/2017 come modificata dalla l.n. 51/2019, che ha accentuato l’incostituzionalità al Senato, dove nel riparto tra seggi uninominali maggioritari e plurinominali proporzionali, applicando regole diverse dalla Camera si sono sottratti 16 seggi su 196 alla parte proporzionale per darli in più al maggioritario, cioè alle coalizioni, di cui finora non avete fatto parte. Non sono pochi, superano quelli iniziali di LeU su 315, su 196 rappresentano un 8,16%, un partito molto sopra la soglia del 3%, ma anche del 5%. Quest’ultima soglia c’è in Germania ma con deputati, di norma più di 600, 631 quello in carica, come il precedente. Con 400 della futura Camera è discutibile, con i 200 del Senato eccessiva, forse anche incostituzionale. Quando, insieme con Imposimato, abbiamo prestato le nostre competenze per battaglie di principio, non c’era adesione politica a tutto il programma del Movimento, né ci è stato chiesto, né abbiamo chiesto nulla in cambio. Per vostra autonoma decisione avete candidato Imposimato alla Presidenza della Repubblica e me, tra altri alla Corte Costituzionale, un segno di simbolico riconoscimento, che ricordo con piacere. La ragione di fondo, anche se i nostri rapporti, per scelta di molti di voi, sono al lumicino è che il nostro sistema politico deve restare tripolare, almeno c’è speranza che sorga un polo di sinistra democratica e sociale di orientamento socialista e libertario, che sappia riunire le migliori tradizioni storiche del movimento operaio italiano, come sviluppo del Partito dei Lavoratori sorto a Genova nel 1892 e che si è rotto nel 1921: l’anno prossimo saranno 100 anni. Stiamo a vedere cosa si farà l’anno prossimo o nel 1922 nel 130° anniversario di Genova, magari nel nome di Gramsci e Matteotti, piuttosto che di Craxi e Berlinguer. Per avere un sistema tripolare il M5S non deve scendere sotto il 20%, meglio ancora intorno al 25%. Per la stabilità di un Governo giallo rosa il PD dovrebbe avere la stessa percentuale. Se poi si auspica un governo giallo-rosso (senza equivoci sono milanese ed interista) la terza gamba del Governo dovrebbe aspirare al 10%, ma solo dopo aver cambiato nome in LUeU, Liberi Uguali e UNITI. Resto di quest’idea anche se gli ultimi atti della maggioranza e del Governo sono deludenti. La fretta di convocare il referendum costituzionale per poi revocare comizi elettorali referendari senza indicare contestualmente o parallelamente una nuova data. Involontariamente si è creato precedente gravissimo se applicato all’art. 61 Cost. Una maggioranza meno attaccata di questa alla Costituzione, che grazie al premio di maggioranza nascosto nel Rosatellum facilitato e amplificato dalla legge n. 51/2019, si è scelto un Presidente complice, può in caso di scioglimento del Parlamento convocare le elezioni e poi revocarle. Per i referendum, pace, ma per le elezioni l’art 61 Cost. è chiaro “Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.” Non succederà mai, ma proprio per questo il Governo deve cambiare linea di difesa e non dire c’è carenza assoluta di giurisdizione, in altre parole si può fare impunemente: nessun giudice se ne può occupare. Dimostrate che non intendete creare precedenti: rinunciate alla Giornata Elettorale Unica, ottenuta con un voto di fiducia incostituzionale o almeno rispettate la lingua inglese e chiamatela election’s days: si vota domenica e lunedì. E non si celebri il referendum finché non è pronto un libretto informativo, completo della ragioni del SI’ e del NO, come si fa in Svizzera. Sarà difficile spiegare che il Trentino-Sudtirolo ha 6 senatori come la Calabria, con il 92% di abitanti in più del Trentino-Alto Adige. Questa lettera doveva partire il 23 ma il 24 si discuteva al TAR Lazio il ricorso contro il taglio drastico dei parlamentari, non contro una sensata riduzione, e il 25 contro il taglio dei vitalizi. Non è questa la sede per parlarne, posso solo ribadire che se fosse stata fatta con legge sarebbe già andata in Corte Costituzionale e non me ne sarei occupato. Ora tutti dimostrino se sono forze di governo e non momentaneamente al Governo o all’opposizione. Si è ancora in tempo per cambiare rotta e occuparsi dei problemi veri del paese. Felice Besostri , amico del popolo e della Costituzione

"SOCIALISMO? MA DI COSA PARLIAMO?" di Paolo Bagnoli

"SOCIALISMO? MA DI COSA PARLIAMO?" di Paolo Bagnoli

mercoledì 24 giugno 2020

La lotta delle ideologie secondo Thomas Piketty - Annamaria Testa - Internazionale

La lotta delle ideologie secondo Thomas Piketty - Annamaria Testa - Internazionale

To get through the current crisis, we must look to Keynes - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

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Quale sinistra? - micromega-online - micromega

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Franco Astengo: Industria, sanità, scuola

INDUSTRIA, SANITÀ’ SCUOLA: COSE SERIE di Franco Astengo L’emergenza sanitaria ha messo a nudo l’estrema fragilità del presunto e sedicente “Sistema Italia”. Una fragilità evidente in tutte le articolazioni sistemiche: nelle istituzioni centrali, nel decentramento, nel complesso delle infrastrutture, nell’assenza di una programmazione economica e di un piano industriale, nella capacità di affrontare la molteplicità di esigenze derivanti dai problemi emergenti nei servizi collettivi, come sanità e scuola,abbandonati alla logica della privatizzazione del profitto e dall’incuria. Una società quella italiana al riguardo della quale la politica ha coltivato, nel corso del tempo, individualismo, corporativismo e clientelismo: fattori non affrontati in passato e non risolti dalla supplenza esercitata per anni dalla Magistratura posta a guardia della ricorrente “questione morale”. Anzi, aggiungendosi l’elemento di spostamento in negativo nel ruolo delle Regioni che si è accompagnato alle spinte autonomiste e alla personalizzazione esasperata realizzata con l’elezione diretta dei Presidenti diventati chissà perché “Governatori”, i fattori appena citati di individualismo, corporativismo, assistenzialismo si sono esaltati con l’arrivo al governo del M5S. Gli esponenti del MoVimento in partenza corifei della cosiddetta “antipolitica” si sono dimostrati pronti a tramutarsi nei più voraci divoratori di potere mai visti nella recente storia d’Italia. M5S ovviamente collocati al Governo non da soli , senza i “pieni poteri” che altri hanno reclamato ma perno di una operazione trasformistica che, attraverso le figure lasciate fisicamente inalterate del Presidente del Consiglio e del Guardasigilli (particolare questo secondo non trascurabile secondo l’attualità) sono transitati dall’alleanza con la Lega a quella con il PD. M5S e alleati di volta in volta tutti molto disinvoltamente. Così, nella crisi verticale che stiamo attraversando la centralità sembra essere quella del rilancio dei consumi individualistici, dell’abbattimento dell’IVA, della riduzione delle tasse, della rottamazione delle cartelle, in un Paese soffocato da bonus e CIG ma che dispone di 4400 miliardi di ricchezza privata e nasconde 120 miliardi all’anno di utili al fisco nel quale (pensando alla “vexata quaestio” degli aiuti europei) il rapporto deficit/PIL è schizzato al 158,9%. Domani 25 giugno i metalmeccanici (beninteso CGIL – CISL – UIL hanno la loro buona parte nel disastro fin qui descritto) tenteranno di sollevare l’attenzione sulle “cose serie” dell’assenza di programmazione e di piano industriale. In questo momento, nonostante il MISE sia sempre saldamente in mano ai taumaturghi del MoVimento, rimangono aperti 144 tavoli di crisi industriale. Sono a rischio, per adesso senza aver fatto i conti con la situazione post – emergenza sanitaria resa occultata da CIG e blocco dei licenziamenti, circa 300.000 posti di lavoro. I settori interessati sono quelli centrali per l’intera economia nazionale: siderurgia, automobilistico (chissà perché adesso chiamato “automotive”), elettrodomestico, avionica, civile. Qualcuno oggi ha opportunamente scritto che siamo nel cuore della manifattura italiana. Un cuore, ha aggiunto, sfibrato però dal declino delle partecipazioni statali, dalle scommesse azzardate dell’imprenditoria privata italiana, dalle scorribande delle multinazionali. Tanto per fare esempi: Nella siderurgia dopo l’accordo di marzo tra governo e Arcelor Mittal, che confermava il progetto di una guida pubblico/privato, la situazione dell’Ilva di Taranto è tornata in alto mare: la multinazionale franco – indiana, infatti, nel frattempo, ha presentato un piano che prevede circa 5.000 esuberi. A Piombino gli indiani di Jindal faticano a rilanciare la fabbrica e si sta facendo strada l’idea del fiancheggiamento da parte dello Stato. A Trieste Arvedi ha spento l’altoforno e si attendono certezze sul futuro degli attuali esuberi, mentre a Terni ThyssenKrupp ha deciso la dismissione dell’impianto Ast aprendo di fatto una fase di grandissima incertezza e fibrillazione per i suoi 1400 addetti. Continuano a sperare i 500 operai della ex Alcoa, in Sardegna: la nuova proprietà (SiderAlloys) si è impegnata a far ripartire l’unica fabbrica italiana dell’alluminio primario dopo aver ottenuto dal governo un costo dell’energia ribassato, ma già troppe volte i lavoratori del Sulcis sono stati illusi. Ricordiamo che si parla di alluminio, cioè di un materiale assolutamente strategico. Nell'industria automobilistica, in attesa di vedere sviluppi ed effetti della fusione tra Fca e Psa, restano irrisolte la crisi della Blutec di Termini Imerese (ex Fiat), ancora alla ricerca di un nuovo soggetto industriale e con i 680 dipendenti in cassa integrazione da 10 anni; della Bosch di Bari (un migliaio di lavoratori), vittima del declino del motore diesel; della Mahle, con i licenziamento dei 400 addetti ritirato ma con il futuro tutto da decifrare; della CnhI. Nel settore degli elettrodomestici tremano la Whirlpool di Napoli, con la multinazionale americana che conferma il disimpegno; la Embraco in Piemonte finita nel gorgo dell'inchiesta giudiziaria sul progetto di reindustrializzazione di Ventures; la Wanbao di Belluno che, dopo la "fuga" della multinazionale cinese ha il futuro nelle mani del commissario straordinario. E ancora, la Fiac della multinazionale svedese Fiac che trasferisce forzatamente oltre 100 lavoratori da Bologna a Torino, praticamente un licenziamento "mascherato", operazione per adesso stoppata; mentre è in atto l’operazione trasferimento della Cavalli di Sesto Fiorentino (alta moda) a Milano che costerà almeno 100 posti di lavoro. Ancora: la Bekaert di Figline Valdarno, con il sogno (in salita) coltivato dai suoi oltre 300 operai che attraverso il workers buyout puntano a rilevare la fabbrica abbandonata dalla multinazionale belga. La Sirti con 764 esuberi su 3500 addetti. La Alpitel, la Somitech (avviata al concordato liquidatorio), i traballanti 1500 posti di lavoro della Lfoundry. La Jabil di Marcianise che, grazie alla lotta degli operai, è riuscita a scongiurare i licenziamenti decisi dalla multinazionale hi-tech americana nonostante l'emergenza Covid. Nel settore aerospaziale, la Dema, la PiaggioAero e i suoi 1250 dipendenti per il 50% in cassa integrazione, così come quelli della Ema di Avellino. Per la Bombardier di Vado Ligure, trazione ferroviaria,a gennaio era stato prorogata la CIG per 12 mesi. Intanto Romano Prodi, il grande promoter ,fin dagli anni’80, delle privatizzazioni propone l’ingresso dello stato come socio di minoranza nelle grandi strutture industriali: un modo curioso di piangere sul latte versato. Non si esaminano qui, per evidenti ragioni di economia del discorso, il tema delle forniture energetiche e degli effetti dello scambio ,nel passato intercorso su larga scala, “industria/speculazione edilizia” affrontando il quale si arriverebbe, nel nostro discorso, al nocciolo del tema (in ogni caso non obliabile) dell’occupazione di spazio da parte del cemento e relativo tema della difesa ambientale, dell’assetto idro geologico, ecc,ecc. Intanto Confindustria pensa soltanto a demolire definitivamente il concetto di contratto nazionale, si pone arrogantemente come debitrice nei confronti dello Stato per gli spiccioli della restituzione delle accise e sembra far finta di non sapere che il crollo economico atteso per l’autunno non sarà paragonabile a quello della crisi del 2008, né a quello causato dallo shock petrolifero degli anni’70, quello dell’austerità. In quel tempo sindacato e forze politiche tentarono, giusto o sbagliato che fosse l’indirizzo, una reazione al livello cui si ponevano le questioni; oggi ci sarebbe bisogno di andare oltre, di ridelineare un progetto di vera e propria nuova identificazione collettiva sul piano economico e sociale ma non paiono proprio esserci le risorse, prima di tutto intellettuali e morali.

Le socialisme français peut-il être sauvé par ses maires ?

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martedì 23 giugno 2020

Sono 30 anni dalla prima legge sulle Città Metropolitane. Intanto a Milano si rivota, cosa proporrà il centrosinistra? – ControPiede

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Angelo Turco: Nessun problema del PD può essere risolto dai moderati e dai liberali – ControPiede

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Rethinking economic recovery in Europe - The Progressive Post

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Joseph Stiglitz e il futuro del capitalismo

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Le PS bouge encore - La Vie des idées

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Stati Uniti, la crisi è epocale - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Stati Uniti, la crisi è epocale - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro: Le comunità nere si sono ribellate spesso, dagli anni Sessanta fino a tutto il nuovo millennio, fino a ora. Ma questa volta è diverso, la sollevazione non è mai stata così generale, così duratura, così politicamente forte e propositiva.

lunedì 22 giugno 2020

Un pezzo mancante del marxismo - Il Ponte

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A volte ritornano: chi vuole ripristinare il Jobs Act?

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Con Zeev Sternhell si spegne una voce pacifista in Israele - Pierre Haski - Internazionale

Con Zeev Sternhell si spegne una voce pacifista in Israele - Pierre Haski - Internazionale

La rivista il Mulino: Contro il populismo di sinistra

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Protests, the left and the power of democracy – Sheri Berman

Protests, the left and the power of democracy – Sheri Berman

Brexit Divides Almost Killed the Labour Party — But the Left Can Rebuild

Brexit Divides Almost Killed the Labour Party — But the Left Can Rebuild: A new report on Labour's defeat highlights the damage caused by its Brexit stance, exposing the decades-long weakening of its roots in the working class. There’s no quick fix to Labour’s problems — we need to do the long work of rebuilding the structures that tie our MPs to working-class life.

sabato 20 giugno 2020

Italia e deficit di innovazione. Intervista a Luciano Segreto - Pandora Rivista

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La meglio gioventù cilena. Frente Amplio e rinnovamento generazionale in Cile - Pandora Rivista

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Felice Besostri. La sfida referendaria e le ferite inferte alla Costituzione | Jobsnews.it

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Alfonso Gianni. I “prenditori” di Confindustria | Jobsnews.it

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Who Labour lost in 2019 – and why – LabourList

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lunedì 15 giugno 2020

Da Yehoshua a Shalev, gli appelli israeliani contro il piano d’annessione | Reset

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Carlo Galli: La Sovranità e lo scontro tra economia e politica

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Il liberalsocialismo presunto di Eugenio Scalfari - Il Ponte

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The Covid-19 crisis: inflationary or deflationary? – Peter Bofinger

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Un’inchiesta senza fine: l’omicidio Palme 34 anni dopo

Un’inchiesta senza fine: l’omicidio Palme 34 anni dopo: di Monica Quirico -- Olof Palme, il premier svedese ucciso nel 1986, è stato autentico interprete di una politica di solidarietà internazionale, amato a sinistra e odiato a destra. Ciò ha moltiplicato le richieste di verità sulla sua morte. Ma il 10 giugno scorso anche l’ultima Commissione d’inchiesta ha lasciato il caso irrisolto, limitandosi a generici sospetti.

Debito pubblico, UE e BCE: il presente (e il futuro) alla luce del passato – Prima parte - Menabò di Etica ed Economia

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venerdì 12 giugno 2020

Salvatore Rossi e il sistema di governo dell’economia

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VERSO LE PRESIDENZIALI, 1 – Mario Del Pero

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Dario Balotta: Piano Colao, un tuffo nel passato per ambiente e infrastrutture. Non vedo innovazione gestionale di ferrovie e scali (inutili) - Il Fatto Quotidiano

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Jacopo Foggi: Dirsi socialisti oggi? Parliamo di democrazia economica e autogestione

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Il piano Colao e le politiche governative | Global Project

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mercoledì 10 giugno 2020

Costruire l’agenda comune del sindacato mondiale. Intervista a Susanna Camusso - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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Europe’s New Deal Moment by Daniel Gros - Project Syndicate

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Come prima, più di prima. Il piano Colao - Jacobin Italia

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Può esistere davvero il patriottismo europeo? - Linkiesta.it

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Colao: un piano deludente per il post-epidemia - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

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Il grande balzo indietro dell’economia mondiale

Il grande balzo indietro dell’economia mondiale: A causa della pandemia, l’economia mondiale va verso la peggiore recessione dal secondo dopoguerra. A lanciare l’allarme è la Banca Mondiale.

The Illusion of a Rapid US Recovery by James K. Galbraith - Project Syndicate

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SALA, CORAGGIO E PERICOLO: UN LIBRO |

SALA, CORAGGIO E PERICOLO: UN LIBRO |

martedì 9 giugno 2020

Il labirinto del debito pubblico e privato in Italia - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Il labirinto del debito pubblico e privato in Italia - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Decreto “Rilancio”: un buon inizio, ma servono altri passi - micromega-online - micromega

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Franco Astengo: L'occasione della sinistra

L’OCCASIONE DELLA SINISTRA di Franco Astengo Per la sinistra si sta presentendo una grande occasione di recupero di identità e di espressione di qualità progettuale su cui basare una proposta di ricostruzione per una adeguata soggettività politica. L’occasione arriva nella confusione che si sta creando attorno ai termini della necessità di affrontare la fase di crisi economica che si sta evidenziando con l’emergenza sanitaria. Fase di crisi economica sulla quale la destra sta puntando per arrivare ad una pericolosa svolta autoritaria. Tutto questo avviene in un Paese dove sono emersi con chiarezza segnali forti di qualunquismo e corporativismo sui quali sta basandosi questo serio tentativo di assalto alla democrazia repubblicana fondata sulla Costituzione. Ma non c’è soltanto la destra: appare evidente che l’impostazione che questo governo cerca ancora di seguire nella stretta dell’attualità è ancora quella dello “scambio politico”. D’altro canto è bene ricordare che proprio qualunquismo e corporativismo hanno rappresentato gli elementi sui quali ha costruito le proprie fortune il partito di maggioranza relativa alle elezioni del 2018. Partito di maggioranza relativa (nelle elezioni del 2018) alleatosi subito con l’estrema destra e successivamente passato all’alleanza con il PD attraverso la più eclatante operazione trasformistica della storia d’Italia. Partito di maggioranza relativa (nelle elezioni del 2018)trasformatosi in un semplice riferimento di quell’assistenzialismo, che non va confuso con la lotta alla povertà e la ricerca dell’uguaglianza. Assistenzialismo cui ha sempre aspirato il “ventre molle” di questo Paese all’interno di un disegno complessivo di cronica disuguaglianza economica, territoriale, democratica. La fase dello “scambio politico” infatti, si è fin qui attuata, dall’avvento del M5S al governo nella loro vocazione trasformista di qualunquismo molto spicciolo, in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno cinque fenomeni concomitanti: 1) L’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione; 2) La perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di vista della produzione industriale: siderurgia, chimica, elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si diceva con orgoglio “ produciamo cose che l’indomani non si trovano al supermercato”; 3) A fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori nevralgici in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica, ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese assolutamente decisivo per leggere correttamente la crisi; 4)Si segnalano infine due elementi tra loro intrecciati: la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio. Un discorso di programmazione affatto diverso, beninteso, dal semplicistico “sblocco delle grandi opere”. 5) In questo quadro è andato perduto il “welfare”, sono arretrati spaventosamente i diritti dei lavoratori, si è stupidamente reso fragile il rapporto “centro/periferia” cedendo a errate suggestioni autonomiste. Sono stati questi ,riassunti in una dimensione molto schematica, i punti che dovrebbero essere affrontati all’interno di quell’idea di riprogrammazione e intervento pubblico in economia completamente abbandonata dai tempi della “Milano da Bere” fino ad oggi. Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di apparire “controcorrente” dialogando anche con tutti i soggetti disponibili a livello europeo. La sinistra deve fare del “ruolo del pubblico” l’ oggetto di una sua precisa identità progettuale e, di conseguenza, politica. Nel quadro di una resa ai meccanismi dello “scambio politico” e in assenza di una visione è avvenuto il tracollo della presenza industriale in Italia e si è instaurato un modello di sviluppo profondamente sbagliato. Oggi ancora una volta, come dimostra anche il “Piano Colao” si sta, ancora una volta, cercando di recuperare il “peggio” degli anni passati esprimendo semplicemente una vaghezza di stampo propagandistico. Verrebbe da scrivere che nel momento più drammatico della recente storia d’Italia e d’Europa, siamo ben infilati dentro il tunnel senza segnali di fuoriuscita. Al centro della nostra iniziativa i temi della programmazione economica, dell’intervento pubblico, del welfare universalistico, della democrazia rappresentativa, della Costituzione, dell’identità di una sinistra solidale, egualitaria, democratica, debbono rappresentare i punti di forza per contrastare il progetto in atto che prevede un orizzonte che si vorrebbe determinato da un processo di integrazione delle priorità sociali all’interno della tecnologia, utilizzando l’isolamento fisico per realizzare una vera e propria “frantumazione sociale” utilizzando le esigenze dell’emergenza sanitaria come fatto strutturale. La politica sarebbe ridotta a puro ruolo di rappresentanza, simulacro di una “fu democrazia” e non possiamo permettercelo.

Antonio Caputo: 80 anni dopo l’assassinio fascista dei fratelli Rosselli, esiste un socialismo del futuro? | L'HuffPost

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domenica 7 giugno 2020

Paolo Borioni: Il welfare nella pandemia e dopo la pandemia

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Yes, Power Corrupts. That’s Why Socialists Want to Democratize Society

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Gli “aiuti” europei? Briciole. All’Italia servono una grande banca pubblica e la moneta fiscale - micromega-online - micromega

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Chi fa le culture politiche? I network intellettuali nei tempi nuovi - Pandora Rivista

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Una sinistra liberalsocialista? - Pandora Rivista

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venerdì 5 giugno 2020

Thomas Piketty: Dopo il Coronavirus, è l'ora di un nuovo socialismo

Thomas Piketty: Dopo il Coronavirus, è l'ora di un nuovo socialismo: Intervista all'economista francese, da poco in libreria col suo nuovo libro "Capitale e Ideologia": "Bisogna andare oltre al dogma...

Sergio Bologna: Lo sguardo del drone su Milano

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The Post-COVID State by Daron Acemoglu - Project Syndicate

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Più politica nell'economia - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

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Geopolitics and Italian Foreign Policy in the Age of Renewable Energy | IAI Istituto Affari Internazionali

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Podcast ISPI Express: Israele ai tempi del coronavirus

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mercoledì 3 giugno 2020

Franco Astengo: La destra, la piazza, la sinistra che verrà

LA DESTRA , LA PIAZZA, LA SINISTRA CHE VERRÀ’ DI Franco Astengo Il bilancio della giornata del 2 giugno, festa della Repubblica, può essere considerato quasi come un punto fermo per la complicata fase politica, economica, sociale che si sta aprendo, sempre che potrà essere possibile considerare il lockdown come un passato senza ritorno. Due punti di prima sintesi: 1) La Destra sta tentando di occupare lo spazio della protesta sociale e cercherà di farlo nella maniera più rumorosa possibile. 2) Quel che rimane della Sinistra fuori dal PD appare priva di iniziativa politica ma non può e non deve permettersi di rimanere acquattata nelle spire di un governo debole, minato all’interno dall’antipolitica e dalle nostalgie destrorse del M5S. Un Governo per di più che rimane il frutto di una non obliabile operazione trasformistica di grandi proporzioni . Un fatto che incide anche sul piano del giudizio possibile sulla “qualità morale” di un già pallido gruppo dirigente. Proprio nella manifestazione romana di ieri la destra ha mostrato tutta una preoccupante potenzialità eversiva, ben orchestrata da quella parte politica che nell’estate del 2019 chiedeva “pieni poteri”. Sono evidenti le possibilità, per chi intende muoversi in quella direzione, di sfruttare quanto il disagio economico lascerà sul terreno dello sfrangiamento sociale e del non riconoscimento reciproco tra soggetti e categorie in un Paese da sempre malato di corporativismo, di contrapposizione geografica, di assistenzialismo. Non ci si potrà rifugiare nella solidarietà nazionale e nei paragoni con l’unità del dopoguerra, che fu vicenda affatto diversa da quella di oggi e comunque “guidata” da fortissimi partiti provvisti di chiara identità e strutturati nel modello dell’integrazione di massa rappresentativi di precisi ceti sociali oppure interclassisti provvisti di un forte collante ideologico. Sulla protesta della destra si innesterà, probabilmente, anche una forte reazione di stampo padronale tendente a determinare un’ulteriore squilibrio nelle condizioni di lavoro riaffermando il primato dello sfruttamento e della precarietà del lavoro (fenomeni cui il centro – sinistra ha concesso ampio spazio nel recente). Ricordiamo che, nel quadro internazionale, il nostro rimane un Paese finanziariamente e tecnologicamente molto debole. Sotto questo aspetto il tema degli aiuti europei, dopo gli entusiasmi iniziali, presenterà il conto non soltanto delle difficoltà d’accesso ma anche delle incertezze di tipo “progettuale” e delle modalità di controllo da parte di organismi europei che rimangono comunque fondati su di una non certo abbandonata logica monetarista. Su questo piano, delle vicende europee, non deve essere sottovalutato il rischio del ripresentarsi di un vero e proprio “boomerang” sul cui un possibile “effetto di ritorno” offrirebbe ulteriori spunti per far crescere fenomeni di protesta indiscriminata. E’ necessario ed urgente presentare un’alternativa a questo stato di cose. Il quadro è quello del pericolo di uno scivolamento in una dimensione da “democrazia vigilata” e dell’ emergere di tendenze all’autoritarismo che sono già ben presenti a livello di opinione pubblica. La sinistra deve aprire una propria nuova stagione “costituente”. Una fase costituente che dovrà essere agita nel segno della costruzione di una alternativa politica e sociale fondata sull’identità repubblicana, sull’applicazione della Costituzione, su una visione “aperta” della democrazia, su di una progettualità fondata su alcuni punti ben precisi di cui rappresentino l’asse portate la riduzione delle diseguaglianze, la capacità del pubblico di intervenire nell’economia (partendo da una seria analisi di ciò che ha rappresentato la privatizzazione dell’industria di stato e la dismissione dell’IRI), il riequilibrio territoriale, generazionale, di genere, la vocazione ambientalista. Sul “Corriere della Sera” Paolo Franchi ha ricordato i grandi momenti di confronto di merito svolti, all’interno delle principali aree politiche del paese al momento dell’avvio del centro – sinistra e dei prodromi del “miracolo economico”: il convegno democristiano di San Pellegrino (relatori Pasquale Saraceno e Achille Ardigò), quello liberal socialista delle “sei riviste d’area” svolto al Teatro Eliseo di Roma, quello dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano con gli interventi di Trentin, Magri, Foa da una parte e Amendola dall’altra nel corso del quale si delinearono ancora presente Togliatti diverse “sensibilità” all’interno del PCI. Ecco: il livello della nostra discussione deve collocarsi a quell’altezza isolando la destra e ponendosi l’intento di fornire un’impronta decisiva alla prospettiva futura del sistema politico italiano. Il tema da mettere in campo per primo riguarda però la “forma politica”, il superamento di divisioni ormai del tutto sorpassate dalla storia, l’avvio di un processo non semplicemente unitario ma di vera e propria ricostruzione di cui il nostro progetto di “Dialogo Gramsci – Matteotti” intende rappresentare soltanto un esempio sul quale intendiamo comunque insistere rivolgendoci a tutti i soggetti, singoli o organizzati, che intendano misurarsi con la prospettiva del futuro. Una ricostruzione della sinistra che non può che principiare alzando il tiro sul livello culturale dell’analisi politica: 1) chiamando a raccolta quanto c’è (e di non secondario) di una intellettualità riflessivamente e propositivamente non genericamente progressista; 2) prendendo atto della radicalità richiesta dal momento; 3) lavorando per presentare una proposta politica unitaria e alternativa alla confusione e ai pericoli insiti in questo difficile momento storico.

Una rottura epocale in Europa per uscire dalla crisi - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Una rottura epocale in Europa per uscire dalla crisi - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Un futuro più giusto è possibile. Promemoria per il “dopo” Covid-19 in Italia - Forum Disuguaglianze Diversità

Un futuro più giusto è possibile. Promemoria per il “dopo” Covid-19 in Italia - Forum Disuguaglianze Diversità

A fairer future is possible. Memorandum for post Covid-19 in Italy - Forum Disuguaglianze Diversità

A fairer future is possible. Memorandum for post Covid-19 in Italy - Forum Disuguaglianze Diversità

martedì 2 giugno 2020

Franco Astengo: Viva la repubblica!

VIVA LA REPUBBLICA di Franco Astengo Mai come oggi è il caso di esclamare: Viva la Repubblica! La Repubblica non ha mai attraversato un momento così difficile: né nel luglio ‘60, né nel maggio ‘78 e nell’agosto ‘80, né con Tangentopoli, né con gli assalti tentati alla Costituzione nel 2006 e nel 2016 e respinti dal voto popolare, né con l’emanazione di leggi elettorali giudicate incostituzionali dall’Alta Corte. Abbiamo attraversato periodi di supplenza della democrazia esercitata da soggetti esterni al Parlamento come nel caso della Magistratura. Oggi però il pericolo viene da dentro, da una classe politica chiaramente al di sotto del proprio compito storico e con al proprio interno forti tendenze negative(dall’uno vale uno, alla richiesta di pieni poteri, alla voglia di frantumazione dell’identità nazionale, al dilagare di un personalismo addirittura competitivo sul piano istituzionale) e dalla marea, sorda ma montante di una disaffezione crescente verso l’esercizio della politica. Una disaffezione che sull’onda del peso fortissimo della crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria potrebbe tramutarsi in protesta in grado di generare una tensione sociale capace di reclamare un restringimento dell’agibilità democratica. Senza tema di essere tacciati di retorica è il caso allora di ricordare ancora una volta che la democrazia repubblicana è nata dalla Resistenza ed è stata inverata dalla Costituzione. E’ anche il caso di entrare nel merito del significato profondo di ciò che accadde il 2 giugno 1946, snodo decisivo della nostra vita democratica: punto conclusivo della Resistenza e di principio per il progetto della Costituzione. La nascita della Repubblica Italiana ha rappresentato un evento preciso e datato, e occorre studiarlo valorizzando il fatto che si trattò di una scelta affidata direttamente alle elettrici e agli elettori, dopo lunghi anni in cui gli uomini non avevano esercitato il diritto di voto e le donne non erano mai state chiamate alle urne. La valutazione circa il valore della scelta referendaria va quindi inserita in un contesto ampio dando maggior rilievo di quanto non ne sia stato dato in precedenza agli aspetti istituzionali legati allo strumento usato del referendum. In quel voto furono investite, da entrambe le parti quella repubblicana come quella monarchica, grandi cariche emotive popolari come mai prima di allora e come forse non è mai avvenuto in seguito. Accenniamo agli aspetti istituzionali della scelta del 2 giugno 1946, perché fu proprio attraverso la scelta del Referendum che l’Italia voltò pagina davvero senza alcuna possibilità di una sorta di “ripresa di continuità” con l’Italia dei notabili liberali pre- fascisti. La Repubblica è dunque nata in Italia a seguito di un referendum, con uno strumento per sua natura bipolare. Forse la predominante attenzione, in molte ricostruzioni riferite agli anni successivi, alla “consociazione tramite la partitocrazia” come elemento caratterizzante del sistema politico italiano, ha reso meno sensibili storici e analisti politici al momento fortemente bipolare rappresentato dal referendum istituzionale. Lo strumento referendario, per sua natura bipolare e non consociativo e nel caso specifico di tipo propositivo, servì essenzialmente alla difficile saldatura tra l’Italia repubblicana che stava nascendo e l’Italia monarchica, garantendo il consenso popolare al nuovo ordinamento. Una risposta necessaria alla realtà di allora, una realtà nella quale c’erano tante cose e tanti vissuti contraddittori difficilmente compatibili: c’erano le forti appartenenze popolari che mobilitavano il Paese, più che in ogni altro momento della sua storia, ma lo dividevano anche in profondità; c’era l’esperienza della Resistenza; c’era la frattura creata dalla Repubblica sociale. Tornando alla valutazione relativa alla realtà istituzionale rappresentata, in quel momento, dal referendum si può dunque affermare che, forse più dell’elezione dell’Assemblea Costituente, proprio il referendum servì a realizzare una nuova saldatura, a creare le condizioni per una nuova cittadinanza per tutti gli italiani. La scelta istituzionale divenne così per i partiti che la sostennero con accanimento, quelli della sinistra comunista, socialista, laica un’occasione per porre i problemi di contenuto e non una mera scelta di bandiera. Emerge, così, un’ulteriore linea di ricerca: quella del ruolo dei partiti come fattori di educazione politica, e di riflesso, della condizione del cittadino italiano nell’esercizio della sovranità popolare e più concretamente del diritto di voto: il problema della sua informazione, della sua educazione alla politica, dei condizionamenti sulle sue scelte e quindi della libertà di voto. Nelle contraddizioni di quella fase si può parlare del ruolo dei partiti come di un fattore fondamentale del recupero di un senso della cittadinanza, dell’adesione ai partiti come forma personale di appartenenza alla collettività politica nazionale: si determinò così il modo di essere cittadino dalle origini della Repubblica almeno per tutto il quarantennio successivo. Una memoria da non disperdere e un monito per l’oggi.

lunedì 1 giugno 2020

Il prestito statale a FCA non sia una cambiale in bianco - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Il prestito statale a FCA non sia una cambiale in bianco - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

Maria Rita Pierleoni: Il capitalismo dopo il coronavirus

Il capitalismo dopo il coronavirus: beni pubblici, sostenibilità e ruolo dello Stato Maria Rita Pierleoni - 31 Maggio 2020 Scarica pdf Partecipa alla discussione Torna indietro Home POLITICAL AND SOCIAL NOTES economiaepolitica.it La pandemia da Coronavirus rappresenta l’occasione di mettere in atto il tanto discusso cambiamento dell’attuale sistema capitalistico, attraverso la riaffermazione: i) di principi etici e morali, come quello solidaristico e di uguaglianza, che sono stati di ispirazione proprio per la costituzione delle moderne società e ii) del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni sovranazionali nella fornitura di beni pubblici anche globali. La pandemia da Coronavirus ha portato alla luce una profonda debolezza delle moderne società, dov’è l’economia a dettare le regole del gioco. Tale debolezza, già “diagnosticata” da tempo, riguarda le teorie economiche tradizionali, applicate ad un contesto di riferimento complesso, nel quale un ruolo cruciale è assunto dalle dinamiche di interazione (Bertalanffy, 1969). Secondo una prospettiva sociologica, il funzionamento delle moderne società potrebbe essere meglio spiegato seguendo una nuova e rivisitata teoria dell’azione individuale e collettiva, maggiormente incentrata sul tema della soggettività e dei sentimenti che alimentano le decisioni (Bonolis et al, 2014). Inoltre, i contributi di Kahneman e Tversky (1982 e 2000) relativi alla psicologia cognitiva hanno favorito la nascita dell’economia cognitiva che cerca di spiegare la complessità dei sistemi. Questa branca dell’economia riconosce come vi sia un’importante parte della cognizione umana, responsabile delle decisioni, che non può essere rappresentata dall’accumulo di informazione esplicita, dalla ricerca della completezza conoscitiva e dall’applicazione consapevole di regole decisionali selezionate intenzionalmente dall’attore. Questi recenti sviluppi teorici non sono stati “ancora” recepiti dal mainstream economico ed i sistemi attuali continuano ad essere spiegati sulla base di principi economici tradizionali, come: la massimizzazione del profitto, il libero mercato e il conseguente ridimensionamento dell’intervento dello Stato nell’economia, la razionalità degli individui, la mano invisibile, le aspettative razionali e l’informazione simmetrica e perfetta (Pierleoni, 2017). In particolare, l’attuale situazione dimostra che il principio del libero mercato e della mano invisibile, da cui deriva che il buon operato di un sistema economico dipende solo dai singoli individui, non ha funzionato correttamente perché il loro comportamento ottimizzante, rivolto al perseguimento di interessi privati, è stato confliggente con quello collettivo. Si deve prendere atto che la crescente privatizzazione nella fornitura di alcuni beni ha contribuito ad aggravare una situazione senza precedenti. Mi riferisco al bene salute e alle connesse attività (sanità pubblica e welfare) per la sua tutela, che risultano fondamentali per la vita umana. In seguito alle crisi del 2008 e del 2012, le politiche di contenimento della spesa pubblica adottate nella maggior parte dei Paesi europei hanno condotto ad una riduzione della spesa sanitaria, in prevalenza pubblica. Inoltre, per quanto riguarda l’Italia, la gestione della sanità pubblica ha subito un processo di privatizzazione crescente negli anni ed è stata ridimensionata nell’offerta dei servizi sanitari. Entrambi i fattori si sono rivelati “fatali” nel momento in cui la vita di migliaia di persone, con e senza un’adeguata disponibilità a pagare, è stata messa in pericolo. Come argomentato da Bruni (2011) esistono dei beni economici e sociali decisivi per la qualità della vita sulla Terra e forse per la sua stessa sopravvivenza; questi beni sono e saranno utilizzati contemporaneamente da tanti individui, tutti in alcuni casi, e pertanto la loro fornitura non deve sottostare a leggi che regolano la produzione e il consumo dei beni privati. Un altro assunto chiaramente “saltato” è quello della condizione di conoscenza simmetrica e perfetta. Le moderne società sono caratterizzate da una condizione di sostanziale incertezza. L’incertezza rimanda al concetto di conoscenza imperfetta che origina da lacune o asimmetrie informative (Knight, 1971), o in altre parole dalla mancanza o perdita di informazione. Il sostanziale ritardo nella diffusione delle informazioni da parte delle Autorità cinesi è stata una “colossale” asimmetria informativa. Inoltre, una volta resa nota la notizia, la successiva diffusione delle informazioni è avvenuta a volte in ritardo ed è stata poco chiara. Il meccanismo di coordinamento delle comunicazioni tra le Autorità locali e centrali non ha funzionato ed alcune decisioni sono state prese in ritardo, come l’acquisto di dispositivi medici. La comunicazione degli esperti al grande pubblico è stata ed è a volte fuorviante e/o contradditoria, anche perché non si conosce ancora pienamente il virus. Infine, continuiamo ad essere afflitti da notizie false, come per esempio le affermazioni sull’efficacia della clorochina nel trattamento del COVID-19 (Anderson et al 2020). Ciò dimostra anche che gli individui non usano le informazioni in modo efficiente, senza compiere errori sistematici e non hanno la stessa capacità e gli stessi mezzi per elaborarle. Un’altra conseguenza negativa è stata la mancata gestione in termini previsionali della Pandemia. Probabilmente con l’adozione di misure preventive e la definizione di adeguati protocolli di sicurezza, da attuare in caso di necessità, l’impatto del virus non sarebbe stato così devastante per la vita umana. Entrambe le azioni richiedono chiaramente l’impiego di risorse per scopi diversi da quello del profitto. Al riguardo, però, l’OMS aveva sia raccomandato agli Stati periodiche verifiche sullo stato dei virus in circolazione, che allertato la comunità internazionale del pericolo di nuove epidemie capaci di scatenare un’emergenza sanitaria globale. La crisi conclamata dell’attuale sistema capitalistico e la rinascita del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni internazionali L’evoluzione dei sistemi socio-economici ha condotto ad una forma di capitalismo deludente. I principi e la scala di priorità che ne sono alla base, hanno determinato una distorta attribuzione del valore ai beni economici e sociali, e alla remunerazione dei fattori produttivi, come la tutela del bene salute e quindi della vita umana, e del profitto. La tutela della vita umana è un bene pubblico che deve ritenersi globale e pertanto va garantito e salvaguardato dai moderni sistemi, a prescindere dalla logica di mercato della massimizzazione dei profitti, da regole di efficienza e di contenimento della spesa pubblica. Questi principi hanno determinato un ridimensionamento del ruolo dello Stato, principale fornitore, insieme alle Organizzazioni sovranazionali, di beni pubblici, con caratteristiche di non rivalità e non escludibilità. La Pandemia ha reso straordinariamente evidenti le conseguenze derivanti da questo ridimensionamento, da cui è conseguita una subordinazione dell’interesse pubblico a quello privato. La crisi sanitaria e la perdita di molte vite umane stanno spingendo a ripensare con maggiore convincimento al ruolo centrale svolto dallo Stato e dalle Organizzazioni internazionali nella fornitura di beni pubblici, anche globali. E’ necessario guardare a nuove forme di organizzazione istituzionale e, quindi, di governance che siano capaci di affrontare sfide transnazionali, come: la tutela della salute, la povertà, le disuguaglianze e più in generale la sostenibilità nella sua accezione più ampia[1]. Già in seguito alle crisi del 2008 e del 2012, il dibattito economico internazionale si era focalizzato su un nuovo ruolo dello Stato e della politica fiscale per il fine di stimolare la crescita economica che risultava stagnante. Una parte della letteratura ha dimostrato come gli stimoli fiscali anche in Paesi con debito pubblico elevato possono produrre effetti benefici sullo sviluppo economico. In termini più generali, sono state messe fortemente in discussione le teorie economiche tradizionali e il sistema capitalistico da esse derivante. Per esempio, Stiglitz nel suo ultimo libro, uscito poco prima della pandemia, propone un “capitalismo progressista”, dove contempla un ruolo rinnovato e fondamentale dello Stato. La sua visione del capitalismo si basa sulla ricostituzione da parte dei riformatori politici di un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile, perché l’eccessivo potere dei primi ha determinato una bassa crescita dell’economia, un aumento delle diseguaglianze, l’instabilità finanziaria e un degrado dell’ambiente. I Governi devono limitare e dar forma ai mercati attraverso una regolamentazione per l’ambiente, per la salute, per l’occupazione e per ridurre l’inuguaglianza delle classi sociali. Infine, lo Stato deve occuparsi della fornitura di beni pubblici per l’interesse della comunità. Piketty nel suo ultimo libro (2019) sostiene, in modo più radicale, che l’organizzazione capitalistica e della proprietà privata possano essere superate in vista di una società più giusta, attraverso il socialismo partecipativo e il socialfederalismo. Il primo punta ad una migliore ripartizione dei poteri nelle imprese e soprattutto all’implementazione del principio della “proprietà temporanea” del capitale; il secondo alla lotta alle disuguaglianze. Anche i portatori di interesse più influenti e importanti dell’attuale sistema capitalistico, come il gruppo finanziario australiano Macquaire Wealth, il maggiore al mondo nel settore delle infrastrutture, e Black Rock, la più grande società di investimento, ne hanno messo in dubbio la validità. Questa linea di pensiero è sostenuta anche dai rappresentanti della Business Roundtable, l’organizzazione composta dagli amministratori delegati di duecento tra le più importanti imprese americane, da Amazon ad Apple, dalla Ford a JP Morgan. Queste imprese hanno sottoscritto un documento con cui si impegnano ad orientare le loro attività verso una nuova “mission”, focalizzata non solo sui profitti, ma anche sull’adozione di comportamenti responsabili verso l’ambiente, le future generazioni e tutti gli stakeholder. La necessità della revisione dell’attuale sistema capitalistico non è quindi solo teorica, ma si hanno anche dei riscontri concreti. Il cambiamento deve andare nella direzione di un perseguimento di principi più di origine etica e morale che strettamente economica. In altri termini, è importante rimettere al centro della governance del sistema i principi solidaristici e più in generale la tutela degli interessi pubblici e collettivi. Come sostiene la Mazzacuto in un’intervista rilasciata al The Guardian del 18 marzo scorso, “questo è il momento per portare al centro del capitalismo gli interessi pubblici”. Ciò chiaramente è strettamente connesso ad un maggior coinvolgimento dello Stato. Si tratta di una sfida ardua, che implica la definizione di un nuovo paradigma di sviluppo sociale ed economico, in uno scenario che resta comunque molto incerto. Tuttavia è proprio adesso il momento di cogliere l’opportunità del cambiamento. La strada è stata tracciata già 5 anni fa, quando sono state sottoscritte le due principali linee di azione su scala mondiale: l’Agenda 2030, firmata da 193 Paesi, nella quale sono ricompresi i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs), declinati in 169 target e la Conferenza sul clima di Parigi (COP21). Questi accordi fissano obiettivi da raggiungere ed impegni da rispettare per creare società sostenibili. Sono l’espressione di una consapevolezza diffusa, che questioni come lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico, devono essere trattati su scala globale, secondo il presupposto di una responsabilità comune. In questi Accordi è stato applicato un approccio integrato e sistemico che si basa sulla partecipazione di tutti gli Stati. Chiaramente il successo o il fallimento di queste linee di azione dipenderà da una fattiva collaborazione tra tutti i portatori di interesse delle società. Ciò implica: la concreta realizzazione di politiche attuative da parte dei Governi, il supporto delle istituzioni internazionali, la partecipazione attiva del settore privato, della società civile e della comunità scientifica (Seth, 2016). Si tratta di un cambiamento complesso perché prevede una trasformazione profonda sia sul piano intellettuale e teorico sia sul piano più operativo, ossia quello istituzionale, privato e della società civile. Le Istituzioni (sovranazionali, nazionali e locali) sono attori principali per quanto riguarda il governo e la guida di una effettiva transizione delle moderne società verso sistemi sostenibili. Il ruolo delle istituzioni – attraverso l’implementazione di adeguate politiche di intervento – è cruciale nella messa in pratica dei principi dettati dai nuovi paradigmi di sviluppo, come quello della scienza della sostenibilità (Pierleoni, 2019). Al riguardo, sono stati proposti approcci di policy omnicomprensivi su come i processi di transizione verso società sostenibili potrebbero essere modulati in un contesto di politica pubblica. In proposito Giovannini (2018) propone un modello teorico partendo dalla considerazione che il Pianeta è un “sistema chiuso” e vi inserisce gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile. Questi ultimi diventano le fondamenta per definire una strategia in grado di migliorare il funzionamento del sistema e aumentare il benessere della società. La visione integrata proposta con questo modello serve a valutare se, a fronte di una perturbazione, il sistema debba essere riportato alle condizioni antecedenti ad essa, dove coerenti con i principi dello sviluppo sostenibile, o se convenga cogliere l’opportunità originata dall’instabilità sopravvenuta, per accelerare la transizione verso un nuovo stato di equilibrio. La seconda alternativa trae ispirazione dal concetto di “resilienza trasformativa”, cioè dalla possibilità di sfruttare l’instabilità generata dalle perturbazioni per compiere “balzi in avanti”. La Pandemia rappresenta la “perturbazione” che deve spingere la comunità globale a cogliere l’opportunità di compiere balzi in avanti verso il raggiungimento di un nuovo stato di equilibrio, al quale si arriva con l’adozione di un modello di sviluppo sostenibile, fondato su una nuova scala di priorità. Conclusioni La pandemia da Coronavirus rappresenta l’occasione di mettere in atto il tanto discusso cambiamento dell’attuale sistema capitalistico, attraverso la riaffermazione: i) di principi etici e morali, come quello solidaristico e di uguaglianza, che sono stati di ispirazione proprio per la costituzione delle moderne società e ii) del ruolo dello Stato e delle Organizzazioni sovranazionali nella fornitura di beni pubblici anche globali. In proposito Collier (2018) parla di un fallimento “morale” dell’attuale sistema capitalistico che però può riscattarsi attraverso l’introduzione di nuovi principi fondanti, quelli etici. Ci troviamo di fronte a una crisi globale che va affrontata con una governance globale, in particolare al fine di garantire la fornitura di alcuni beni pubblici, come la tutela della salute e la salvaguardia dell’ambiente, che sono fortemente correlati tra loro. Le linee guida dell’Agenda ONU 2030, declinate in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, delineano il percorso da seguire. La strada del cambiamento si conosce, ma la sfida è ardua perché riguarda l’accettazione di una trasformazione radicale, sul piano intellettuale, scientifico e operativo, ma non è impossibile. In proposito come sostiene Scheidel (2019) nel suo libro sulla disuguaglianza, le pandemie letali, insieme alle guerre con mobilitazione generale della popolazione, alle rivoluzioni trasformative interne alle singole società e alle cadute degli Stati, sono gli eventi con maggiore potenza di trasformazione della storia umana. *Le opinioni espresse hanno carattere personale e non impegnano in alcun modo la responsabilità Amministrazione di appartenenza Bibliografia Anderson M., Mckee M. e Mossialos E. (2020), Developing a sustainable exit strategy for COVID-19: health, economic and public policy implications, Journal of the Royal Society of Medicine, 113(5) 176–178 Bertalanffy L. (1969), General System Theory, Foundations, Develpoment, Applications, New York, George Braziler Inc.. Bonolis M., Laurano P. e Sonzogni B. (2014), Le “ragioni” del crimine – Devianza e razionalità soggettiva, Roma, Carocci Editore. Bruni L. (2011), “Il significato del limite nell’economia dei beni comuni”, Sophia – Ricerche sui fondamenti e la correlazione dei saperi 2011-2, III, pp. 212-225. Collier P. (2018) The Future of Capitalism: Facing the New Anxieties. Harper Collins Publishers Giovannini E. (2018), L’utopia sostenibile. Editore Laterza Kahneman D. e Tversky A. (2000), Choices, Values, and Frames, New York: Russell Sage Foundation. Kahneman D., Tversky A. e Slovic P. (1982), Judgment under Uncertainty. Heuristics and Biases, Cambridge, Cambridge University Press. Kaul, I., Grunberg I. e Stern M.A. (1999), Global public goods: international cooperation in the 21st century. Oxford University Press Knight F. (1971), Risk Uncertainty and Profit, Chicago, Chicago University Press (prima ed. 1921). Mazzacuto M. (2020)La crisi Covid-19: ripensare il capitalismo. Intervista su The Guardian, 18 marzo 2020. Pierleoni M.R. (2019), La sfida della sostenibilità: il ruolo delle Istituzioni e la spesa infrastrutturale sostenibile, in Rivista Verde Ambiente n. 4, 5 e 6. Pierleoni M.R. (2017), L’analisi delle disuguaglianze: la rivisitazione dell’approccio economico e nuove politiche di intervento, in Sociologia e ricerca sociale (ISSN 1121-1148, ISSNe 1971-8446), 114, 2017. Piketty T. (2019), Capital and Ideology. Harvard University Press Scheidel W. (2019) La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi. Il Mulino Seth, N. (2016) Linking SD

Sergio Bologna: Industria 4.0, modello tedesco. Dove è finito il Lavoro?

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After Bernie: where next for the US left?

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sabato 30 maggio 2020

Franco Astengo: La data del referendum

LA DATA DEL REFERENDUM di Franco Astengo Sul tema della riduzione del numero dei parlamentari chi ha ancora a cuore la democrazia repubblicana ha il dovere di essere particolarmente chiaro, questa volta senza sfumature: Il Comitato per la Democrazia Costituzionale dovrebbe chiedere udienza al Presidente della Repubblica, naturalmente non per chiedere un suo intervento che sicuramente non può eventualmente oltrepassare il limite di una “moral suasion” . L’occasione dovrebbe però essere colta per fare in modo che alla più Alta Magistratura della Repubblica possano essere direttamente illustrate le ragioni di chi si oppone a questo sicuramente nefasto provvedimento. La riduzione nel numero dei parlamentari, nelle condizioni in cui questo provvedimento potrebbe realizzarsi se il voto del Parlamento dovesse essere confermato nel referendum, rappresenterebbe il “vulnus” più grave inferto alla Costituzione dal 1948 in avanti. Si tratterebbe, infatti, del frutto avvelenato dell’antipolitica accettato dai gruppi parlamentari soltanto per pavidità e opportunismo, al di fuori dai 5 stelle che ne sono stati promotori all’insegna “dell’aprire le Camere come una scatola di tonno” (discorso che echeggiava “l’aula sorda e grigia, bivacco di manipoli”). Un’ emergenza questa della pavidità e dell’opportunismo che rappresenta un vero problema per il corretto funzionamento delle istituzioni, come abbiamo constatato anche nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria, suggellando così la davvero mediocre qualità politica e di dimensione istituzionale che fin qui è stata espressa dal combinato disposto Governo – Parlamento. Un Parlamento eletto ancora una volta attraverso una legge elettorale nel cui testo si ravvisano diversi profili di incostituzionalità. Del resto i Parlamenti della XV, XVI,XVII legislatura erano stati eletti con leggi elettorali dichiarate incostituzionali dall’Alta Corte. Quello dell’incostituzionalità delle leggi elettorali rappresenta un altro particolare dimenticato quando si cerca di definire un profilo della classe politica che ha agito sul piano istituzionale nel corso degli ultimi anni. Appare meschino il tentativo di confondere una scadenza come quella referendaria, di massima importanza per il futuro della qualità della democrazia italiana, con la canea di basso profilo che si misurerà con l’elezione diretta dei Presidenti di Regione (si tralascia, in questa occasione, il discorso sulla vera e propria “disgrazia democratica” rappresentata dall’elezione diretta a cariche monocratiche). E’ necessario far emergere con chiarezza i termini della questione in gioco che ancora una volta, come nell’occasione dei due altri referendum confermativi del 2006 e del 2016, riguarda il cuore stesso dell’impianto previsto dalla Carta fondamentale sui temi delicatissimi della forma di governo, del ruolo delle Camere, della rappresentatività dei soggetti politici in entrambe le direzioni della piena rappresentatività delle più significative sensibilità culturali e dei territori. Dobbiamo sollevare il tema al massimo livello. Il voto referendario necessita di una accurata e specifica preparazione, nel corso della quale le diverse ragioni in campo debbono poter disporre dello spazio temporale e fisico per essere esposte all’intero corpo elettorale, senza interferenze varie e senza asimmetrie nel numero di schede da votare da territorio a territorio, come accadrebbe nel caso dell’accorpamento. Si sta compiendo, in questi giorni, un vero e proprio “sopruso” al riguardo dell’esercizio pieno e legittimo della democrazia nella sua espressione più alta che è quella del diritto di voto dal punto di vista della libertà personale di espressione. Occorre riprendere da subito la mobilitazione e portare al massimo della visibilità e della presa di coscienza collettiva, i motivi che sostengono la necessità di un regolare svolgimento del voto.

Covid ed economia: ciò che si sa, ciò che ci aspetta - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro

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venerdì 29 maggio 2020

Recovery fund, freniamo gli entusiasmi

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Paolo Bagnoli: "50 ANNI FA LO STATUTO DEI LAVORATORI: UNA CONQUISTA DI CIVILTA' GRAZIE AI SOCIALISTI"

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Sinistra, l'azione del governo non basta - Strisciarossa

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Global: An internationalist approach to economic democracy | IPS Journal

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Franco Astengo: Una ricostruzione di senso e di indirizzo

UNA RICOSTRUZIONE DI SENSO E DI INDIRIZZO di Franco Astengo In avvio due punti di assoluta precisazione, perché non è possibile lasciar far tutto soltanto in nome della propaganda: 1) Come era già avvenuto con i vari decreti emanati dal governo nel corso del lockdown Il gran concerto dell’informazione si è precipitato sulla vicenda del “Recovery Fund” dando per scontato un esito che invece è al di là da venire, dai tempi incerti e che sarà determinato dalla conclusione di una durissima trattativa. E’ sbagliato quindi affermare che all’Italia toccheranno 127 miliardi come se fossero già lì pronti sull’unghia. Anche questo è un aspetto della prevalenza dell’apparire al posto dell’essere che finisce con l’assumere un significato quanto mai deleterio rispetto alla costruzione di un corretto “immaginario pubblico”; 2) E’ sbagliato scrivere semplicisticamente di “Ricostruzione”: non ci sono le macerie da portare via e non c’è bisogno di alcun “Piano Fanfani” di edificazione di case popolari. Piuttosto si dovrebbe parlare e scrivere di “Ricostruzione di senso e di indirizzo” prima di tutto nella direzione di una riedificazione di un “patrimonio sociale” e di spostamento verso una nuova dimensione del “collettivo” anche sul piano morale e culturale; In ogni caso l’obiettivo primario di questa operazione non può essere quello della riduzione indiscriminata delle tasse in piena linea berlusconiana del “risveglio degli spiriti animali del capitalismo” lasciando intatto l’enorme sottobosco del lavoro nero e dell’evasione fiscale correlato con l’avvio di un’altra stagione di elargizione di bonus e di sussidi come appare essere nell’imprinting di questo governo formato sulla base di un coacervo di vecchia democristianità e di eterno populismo. Non ci si può rivolgere soltanto verso la crescita della domanda interna per alimentare il consumismo come accadde con il “miracolo economico” degli anni’60. Se vogliamo guardare all’indietro sembra riprodursi un confronto che assomiglia a quello di quegli anni, con l’avvento del centro – sinistra e la necessità di modernizzare il paese: confronto che si chiuse, sul piano del governo, con il “tintinnar di sciabole” e nel PCI con l’XI congresso e l’affermazione della linea che avrebbe portato al “compromesso storico” e, quindi, al topolino della solidarietà nazionale. Occorre tenere ben conto delle esigenze di sovranazionalità e del pericolo esistente di un ripiegamento sovranista . Il cosiddetto “sovranismo” non rappresenta soltanto un patrimonio dalla destra più o meno classica ma anche e soprattutto di aree culturali,politiche e di potere economico e nel campo della comunicazione che si potrebbero definire formate da”poteri forti”. Si tratta allora di riflettere su cinque punti che, almeno a mio giudizio, dovrebbero distinguere la presenza di una moderna sinistra all’interno del debole sistema politico italiano: 1) Programmazione dell’economia rivolta nel senso di recuperare una presenza nei settori strategici e inaugurare una stagione di crescita nella qualità tecnologica del nostro sistema produttivo; 2) Una vera e propria “riprogettazione strutturale” dell’intervento sociale del pubblico ridefinendo anche i termini del rapporto “centro - periferia” 3) Forti investimenti nella modernizzazione complessiva della rete infrastrutturale; 4) Forti investimenti nella formazione con un progetto di riqualificazione dell’Università; 5) Nuovo welfare universalistico dentro al quale trovare forza e capacità per una nuova stagione di diritti del lavoro abbattendo la precarietà, le disuguaglianze economiche e territoriali, il peso della differenze di genere e di generazione, le chiusure razzistiche. 6) Avvio di un piano per la completa digitalizzazione delle transazioni commerciali con l’obiettivo dell’abolizione del contante. Un programma “riformista” a mio giudizio,a questo punto del tutto rivoluzionario Questi punti, assieme a una visione della democrazia repubblicana saldamente ancorata ai principi costituzionali nel senso della centralità parlamentare , della rappresentanza politica, del valore dell’intermediazione sociale. dovrebbero rappresentare gli elementi sui quali far poggiare quel progetto di ricostruzione (in questo caso davvero di ricostruzione) di una sinistra unitaria e rappresentativa (come ha scritto sul Manifesto, Tommaso Di Francesco) adeguatamente attrezzata per affrontare la complessità delle contraddizioni evidenti nello stato delle cose presenti e nel futuro.