martedì 23 agosto 2016

Franco Astengo: Inganni

I MAESTRI DELL’INGANNO di Franco Astengo Il senso di confusione sembra essere l’elemento prevalente di questa fase nel sistema politico italiano. L’opinione pubblica appare pressata da un governo che non è riuscito a fornire una minima risposta ai gravi problemi del Paese, sia sul piano interno sia su quello internazionale. Dopo essersi insediato attraverso una manovra non legittimata (com’era già avvenuto in precedenza con i governi Monti e Letta) da alcun suffragio popolare, tramite l’acquisizione di un premio di maggioranza alla camera ottenuto dal PD grazie ad una legge elettorale dichiarata incostituzionale (e al voto all’estero) e l’appoggio di varie cordate di transfughi eletti in altri schieramenti, il governo Renzi (personaggio il cui unico riscontro derivante dal suffragio popolare risiede nelle primarie del PD dove ottenne 1.900.000 voti pari al 3,8% dell’intero corpo elettorale: il che significa che non è stato votato da ben oltre il 95% degli aventi diritto) ha impostato la propria attività sulla propaganda e il facile populismo. Populismo che ha retto per un breve periodo, grazie alla famosa mancia degli 80 euro che fornirono un rendimento notevole sul piano elettorale, anche se, alla fine, non va dimenticato che gli 11 milioni di voti ottenuti dal PD nelle elezioni europee del 2014 valevano soltanto il 22% dell’intero corpo elettorale. Il PD non fu votato, in quell’occasione dal 78% del totale degli aventi diritto. Questi dati, il 3,8% di Renzi, il 22% del PD diventano significativi allorquando si pretende, non tanto di governare un Paese attraverso una maggioranza, ma di spostarne addirittura l’asse costituzionale imponendo un regime di tipo plebiscitario – personale. In seguito la dura realtà dei fatti nel campo dell’economia, della politica estera, della politica riguardante i migranti ha fatto scemare rapidamente quell’effimero e presunto patrimonio elettorale, come si è constato in diverse tornate elettorali successive. Ciò nonostante questo governo ha imposto un imponente pacchetto di deformazioni della Costituzione Repubblicana, contenente norme tali da stravolgere l’impianto parlamentare voluto dall’Assemblea Costituente e ha fatto approvare, a colpi di voti di fiducia, una legge elettorale che ricalca i termini di quella precedente bocciata dalla Corte Costituzionale: Corte Costituzionale che, in seguito a ricorsi presentati da molti cittadini, riesaminerà la materia il prossimo 4 Ottobre. Nel frattempo le deformazioni costituzionali, non avendo ottenuto la maggioranza qualificata prevista in sede di approvazione definitiva da parte del Parlamento, saranno sottoposte a referendum popolare confermativo: referendum popolare confermativo per il quale, è bene ricordarlo, non è previsto alcun quorum di partecipazione come invece avviene nei casi di referendum abrogativo. Rispetto al referendum popolare confermativo c’è da ricordare ancora come, nonostante la Corte di Cassazione abbia già pronunciato in data 14 Agosto il proprio “via libera”, il Consiglio dei Ministri non abbia ancora fissato la data del voto. E’ stato sul referendum confermativo che si è scatenata la ridda della confusione. Il governo, o meglio il suo Presidente del Consiglio (in Italia non esiste né Premier, né Primo Ministro), aveva inizialmente messo in gioco, sull’esito referendario, non solo la prosecuzione dell’esperienza dell’esecutivo ma addirittura la propria personale “carriera” (molto tra virgolette) politica. Si è tentato anche di delegittimare in maniera molto pesante chi si è mosso per contrastare questa deriva organizzando i comitati del “NO”: gli strali si sono rivolti soprattutto verso l’Associazione dei Partigiani (partigiani veri o partigiani finiti), gli illustri costituzionalisti presenti nello schieramento del NO (parrucconi). Si è persino detto che votare NO avrebbe significato votare contro il Parlamento. Insomma: la previsione di un’apocalisse, ben alimentata anche da Confindustria e da alcuni giornali economici stranieri legati alla strategia liberista e di finanziarizzazione dell’economia (i promotori della “logica delle disuguaglianze”) che hanno tirato in ballo questioni legate all’andamento complessivo dell’economia (fin qui pessimo, con riforme tutte tese a favorire lo sfruttamento intensivo delle lavoratrici e dei lavoratori) e – addirittura – dell’assetto della disgraziata Unione Europea (messa a rischio dalla fuoriuscita decisa dai cittadini della Gran Bretagna). Proprio ieri, a questo proposito, si è svolta un’inaudita manifestazione propagandistica, davvero del tutto fuori senso, sia rispetto al luogo sia al riguardo del riferimento storico incautamente utilizzato. Intanto, però, il registro sembra essere cambiato: l’esito del referendum non mette più a rischio il governo (e soprattutto la “carriera”, sempre tra molte virgolette di Renzi), si cerca il dialogo sia con la minoranza PD, sia con l’ANPI proponendo dibattiti tra il “SI” e il “NO” come se si trattasse di una normale kermesse e cancellando (o meglio tentando di cancellare) tutto quanto di catastrofico era stato detto in precedenza. Tutto ciò nel solito stile arrogante, cercando di coniugare ricatto e mistificazione. Occorre chiarezza estrema per come questa vicenda si sta sviluppando ed è necessario che il NO della sinistra abbia piena consapevolezza dell’importanza della coerenza nel sostegno della propria posizione. Sulle colonne del “Fatto quotidiano” Alfiero Grandi ha messo tutti giustamente, in guardia, rispetto all’enormità delle pressioni cui sarà sottoposta, nei prossimi mesi, l’opinione pubblica e specificatamente quella parte orientata verso il “NO. In un’intervista al Corriere della Sera, invece, il presidente del Comitato per la Democrazia Costituzionale Alessandro Pace rigetta l’accusa di conservatorismo rivolta al campo del NO, smontando il presunto “riformismo” contenuto nella deforma e avanzando anche una serie di proposte tese al miglioramento dell’assetto istituzionale del Paese. Entrambi i testi, quello di Grandi e quello di Pace, pongono oggettivamente alle espressioni di sinistra presenti nel variegato fronte del “NO” una questione molto importante: quella di dotarsi di una precisa fisonomia politica, di evitare di apparire quasi come un’appendice di un regolamento di conti interno al PD (con le visioni di deleterio compromesso che già appaiono all’orizzonte a questo proposito) e soprattutto di svolgere una funzione di aggregazione e raccolta di consenso utile a favorire il successo dell’opzione contraria alla deformazione costituzionale in oggetto. E’ necessaria l’espressione di un “NO” a sinistra che insieme rappresenti l’opposizione a questo Regime, nel suo complesso, e l’alternativa possibile sul piano politico. La scienza e la coscienza (tanta) di cui dispone il fronte del NO va adoperata essenzialmente in funzione pedagogica perché le buone ragioni dell’opposizione siano diffuse in tutta la società attraverso un’opera di convincimento capillare dotando tutte le persone disponibili dei necessari strumenti di conoscenza della materia e dell’analisi del quadro politico dentro il quale questa vicenda s’inserisce. E’ il caso allora di ripensare alle roboanti affermazioni della “vocazione maggioritaria”, dell’ “Italia che cambia verso”, del nazionalismo sparso a piene mani, delle passeggiate con Marchionne, della fiducia posta a ogni piè sospinto per soffocare il dibattito parlamentare, dell’irrisione delle minoranze, della promozione del trasformismo, dei “salvataggi” delle banche di famiglia, delle nomine interne al “Giglio Magico”, della pretesa di attaccare la Costituzione nel senso indicato dai grandi finanzieri globali, e capiremo meglio la ragioni di costruire, da sinistra, una presenza importante del “NO” come pieno fatto politico, senza incertezze e concessioni e senza cadere nella trappola di una confusione inventata a bella posta da maestri dell’inganno.

Praga ’68: finisce la Primavera, inizia il lungo inverno | il Blog della Fondazione Nenni

Praga ’68: finisce la Primavera, inizia il lungo inverno | il Blog della Fondazione Nenni

Referendum: lettera aperta all’Anpi ed al Presidente Smuraglia

Referendum: lettera aperta all’Anpi ed al Presidente Smuraglia

La campagna referendaria più lontana dalla Costituzione che si sia mai vista – [ciwati]

La campagna referendaria più lontana dalla Costituzione che si sia mai vista – [ciwati]

domenica 21 agosto 2016

Livio Ghersi: Il dramma di Aleppo

Il dramma di Aleppo Tutti abbiamo visto in televisione Omran, il bambino di Aleppo fotografato subito dopo essere stato estratto dalle macerie dell'edificio in cui abitava. Omran non piangeva; era frastornato, stupito. Cercava di togliersi dal volto la polvere ed il sangue. Un bambino di cinque anni, testimone perfetto del fatto che le guerre non risparmiano niente e nessuno. Eppure, tra i tantissimi commentatori intervistati dagli organi di informazione, ci è sembrato di cogliere accenti stonati; tanto più stonati quando espressi da persone che rendevano dichiarazioni in qualità di rappresentanti di Organizzazioni non governative che operano nel settore del volontariato. Sembrava, infatti, che tutto questo orrore avesse un unico responsabile: il Governo siriano di Bashar al-Assad e la Russia che lo sostiene. Rappresentanti ufficiali di importanti Organizzazioni di volontariato non governative dovrebbero sapere che potranno operare più efficacemente se è riconosciuta la loro neutralità rispetto alle parti belligeranti; così come serve davvero a poco piagnucolare che occorre imporre la pace subito! In Siria, almeno dal 2012, si svolge una sanguinosissima guerra civile e le vittime fra la popolazione inerme (bambini, donne, vecchi) non sono cadute da una parte sola. Fino all'estate dell'anno scorso (2015) sembrava che la sorte del regime siriano di al-Assad fosse segnata. Gli organi d'informazione diffondevano mappe che dimostravano come l'ISIS ed altri gruppi combattenti controllassero ormai la quasi totalità del territorio siriano, eccetto Damasco, che pure era minacciata da vicino. Quando la Russia ha deciso di intervenire e le dinamiche della guerra guerreggiata hanno cominciato ad invertirsi, è successa una cosa curiosa: i medesimi organi di informazione hanno diffuso nuove mappe del territorio, da cui risultava che la presenza dell'ISIS in Siria era in fondo marginale (Raqqa e poco più), perché gli altri gruppi armati ribelli sarebbero stati niente meno che "moderati" e "filo occidentali". Ci vuole proprio una grandissima faccia tosta nel presentare i combattenti del Fronte di al-Nusra, per intenderci quello che ancora controlla una parte di Aleppo, come "moderati". Al-Nusra è una filiazione di al-Qaida. Ricordate l'attentato terroristico che determinò la distruzione delle torri gemelle a New York nel settembre del 2001? Due semplici domande. Prima: al-Nusra vuole imporre con la forza la sharia, ossia la legge islamica, a tutti gli abitanti? Seconda: al-Nusra, esattamente come l'ISIS, perseguita tutti i non credenti nell'Islam rettamente inteso (islamici sciiti, cristiani di tutte le osservanze, altre minoranze religiose, pagani)? La risposta ad entrambe le domande è sì. Sarebbe questa la formazione "filo-occidentale"? Bisogna avere chiaro cosa sia diventata la guerra, in relazione al progresso scientifico e tecnologico che ha reso possibile la produzione di armamenti sempre più distruttivi. Le armi sempre più distruttive possono essere usate anche da coloro che, in un conflitto, teoricamente stanno dalla parte giusta. Si pensi all'aviazione inglese e americana che, per affrettare la conclusione della seconda guerra mondiale in Europa, iniziò a bombardare grandi città con il deliberato intento di raderle interamente al suolo, come nel caso di Dresda nel febbraio del 1945. Si pensi all'aviazione degli Stati Uniti che, per affrettare la conclusione della seconda guerra mondiale in Asia, sganciò bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, nell'agosto del 1945. Di fronte ad episodi come quelli richiamati, si smarrisce la distinzione fra buoni e cattivi. In modo pianificato si decide di togliere la vita, non a forze combattenti, ma a centinaia di migliaia di persone inermi che costituiscono la popolazione civile. In questi casi, ciò che sicuramente viene sconfitto e mortificato è il sentimento di umanità, che dovrebbe derivare dalla coscienza di appartenere all'unica specie umana. Non si cada nell'errore di pensare che Dresda e le bombe atomiche sul Giappone siano episodi isolati. Per limitarci alla storia recente della nostra Italia, basti richiamare alla memoria qualche fatto: lo sbarco alleato in Sicilia (iniziato nel luglio del 1943) fu preceduto e accompagnato da importanti bombardamenti aerei delle maggiori città siciliane, come Palermo e Messina. Le bombe non cadevano soltanto su obiettivi militari, ma anche al centro delle città, dove c'erano edifici di civile abitazione. Sempre nel luglio 1943 ci fu il bombardamento aereo di Roma, in particolare nel quartiere San Lorenzo, ed il Papa del tempo, Pio XII, accorse subito per portare conforto alla popolazione. L'elenco potrebbe essere molto lungo, purtroppo; ci limitiamo a ricordare che, ad esempio, anche Milano fu oggetto di violenti bombardamenti aerei. Bisogna avere chiaro che, quando una guerra è in corso, è quasi impossibile presentarsi a chi sta vincendo militarmente e chiedere che si fermi. La risposta sarà che non può fermarsi, perché anni ed anni di guerra civile non sono stati uno scherzo, e ci vuole rispetto anche per i tanti che sono morti combattendo per la propria causa. Il ritorno alla normalità, la costruzione della pace, che coinciderà con la ricostruzione materiale, saranno possibili soltanto dopo che il territorio sarà riportato sotto il sicuro controllo di un'unica autorità di governo, con l'eliminazione sistematica di tutte le sacche di resistenza armata. Il regime degli Assad è sicuramente una dittatura, che si protrae dagli anni Settanta del Novecento. Ribellarsi ad una dittatura è giusto; ma non tutto ciò che fanno gli oppositori in armi è altrettanto giusto. I ribelli possono essere, a loro volta, non innocenti. Ad esempio, non è innocente farsi scudo della popolazione civile. Un comandante militare che sa di avere perduto cerca di trattare, non soltanto per salvare i propri soldati, ma anche e soprattutto per evitare ulteriori inutili devastazioni ed ulteriori inutili lutti alla popolazione civile. Recentemente la città siriana di Manbij è stata liberata (dai Curdi, sostenuti dagli Stati Uniti) ed è stato consentito ad una colonna di miliziani dell'ISIS di abbandonare la città e di mettersi in salvo, oltre tutto portando con sé le armi. A differenza di chi soffre di preconcetti negativi, ritengo che né il Presidente russo Putin, né il Presidente siriano Bashar al-Assad, siano indifferenti a vicende come quella del piccolo Omran. Tutte le persone responsabili vorrebbero farla finita con la violenza, soprattutto quando fa versare sangue innocente. Di conseguenza, i nostri pacifisti, invece di preoccuparsi soltanto dei corridoi umanitari per portare acqua e viveri alla popolazione civile, dovrebbero comprendere che è almeno altrettanto importante favorire una trattativa affinché sia consentito ai miliziani combattenti di al-Nusra di lasciare vivi la città di Aleppo e trovare riparo altrove, con un percorso di fuga concordato e garantito. Qualora invece i predetti miliziani volessero inutilmente resistere fino all'ultimo uomo, il giudizio etico e politico su di loro non potrebbe essere diverso da quello che gli storici hanno espresso su Adolf Hitler, il quale, chiuso nel bunker della Cancelleria a Berlino, voleva che tutti i tedeschi morissero con lui, per espiare la colpa di essere stati sconfitti. Quando finalmente sarà possibile chiudere la guerra in Siria, con l'assenso di tutti i soggetti internazionali coinvolti, è probabile che Bashar al-Assad dovrà lasciare il potere; ma è importante che si determinino le condizioni per mantenere quello che è il lascito migliore del regime. Perché qualcosa di buono ha fatto, oltre i tanti difetti. Gli al-Assad, facenti parte, dal punto di vista religioso, di una comunità di Alauiti, di osservanza sciita (ma, non coincidente con gli Sciiti duodecimani dell'Iran), hanno realizzato un regime di tolleranza religiosa che per decenni ha effettivamente garantito sia gli islamici Sunniti, che sono la stragrande maggioranza della popolazione in Siria, sia tutte le minoranze cristiane, o di altri culti. Tale tolleranza religiosa trae origine anche dalle caratteristiche laiche del partito Ba'th, manifestazione peculiare del socialismo arabo, in cui gli al-Assad si sono formati. La Siria ha una storia antichissima e lì tutte le religioni si sono confrontate ed hanno lasciato importanti tracce di sé. Azzerare tutto per imporre l'Islam rettamente inteso dei fanatici wahhabiti (originari dell'Arabia Saudita, fin dal diciottesimo secolo) o salafiti (originari del Nord Africa, dal diciannovesimo secolo), significa perdere tesori di cultura, di spiritualità, di umanità. Altro merito del regime è quello di aver rispettato, conservato e valorizzato tutti gli importanti monumenti e resti archeologici che si trovano nel territorio siriano. Emblematica, da questo punto di vista, l'uccisione, da parte di miliziani dell'ISIS, il 18 agosto 2015, dell'anziano archeologo Khaled al-Asaad, responsabile del sito archeologico di Palmira. Bisogna comprendere che numerosi oppositori del regime non chiedevano le nostre libertà (di manifestazione del pensiero, di associazione, di culto, di iniziativa economica, eccetera), ma volevano abbattere uno Stato dal loro punto di vista ateo, per imporre la legge islamica, secondo l'osservanza delle frange più radicali dei Sunniti. Palermo, 21 agosto 2016 Livio Ghersi

Franco Astengo: Praga

ANCORA SU PRAGA ’68: IL CONTESTO POLITICO E CULTURALE DELLA “PRIMAVERA” di Franco Astengo Ancora una volta è importante ricordare Praga ’68, momento fondamentale di snodo nella storia europea e mondiale. Una vicenda molto diversa da quella di Budapest ’56. Da Praga sortì la lunga fase del “gelo brezneviano” e si posero le condizioni oggettive del crollo del sistema sovietico. Emerse l’impossibilità di una autoriforma che pure nel periodo ’56- ’64 aveva animato il dibattito all’interno del movimento comunista internazionale. Questa analisi intende proprio addentrarsi, sia pure superficialmente, in questo fondamentale aspetto di una delle più drammatiche vicende del ‘900. L’invasione di Praga, da parte delle truppe del Patto di Varsavia, avvenuta il 21 agosto 1968 allo scopo di stroncare il tentativo di riforma del “socialismo reale” da parte del Partito Comunista Cecoslovacco guidato da Dubcek è stato un punto di tale importanza nella storia della sinistra mondiale che è giusto, ancor oggi, analizzarne gli sviluppi con il massimo dell’attenzione e della capacità di approfondimento. Ritorniamo allora sull’argomento, uscendo da un filone forse eccessivamente “italocentrico” (pur importantissimo per i riflessi che quella vicenda ebbe su di un soggetto di grande portata come il PCI) ed esaminare con maggior cura il contesto politico – culturale al cui interno i fatti avvennero. Il tentativo della “primavera di Praga” iniziò coltivando l’ipotesi che fosse possibile andare oltre le diagnosi e i rimedi proposti dal XX congresso del PCUS nel 1956, utilizzando lo spazio aperto dalla nuova politica di destalinizzazione inaugurata da Kruscev. Data la situazione complessiva entro il blocco sovietico, in un primo tempo, i successi dei tentativi che furono svolti sulla base di quell’ analisi, risultarono scarsi ed effimeri. L’idea di “andare oltre” il XX congresso pur essendo presente come corrente all’interno dei partiti comunisti in tutto l’ambito del Patto di Varsavia, ebbe effettivamente una funzione politica decisiva soltanto in due casi: in Ungheria e in Cecoslovacchia. Il caso ungherese risultò anomalo in due sensi: infatti, il primo insorgere di un movimento di riforma comunista (il governo Nagy tra il 1953 e il 1955) si verificò addirittura in precedenza alla celebrazione del XX congresso e fu inevitabilmente destinata al fallimento; il secondo tentativo, invece, nel 1956 la temporanea egemonia della corrente riformista era solo la conseguenza di un’esplosione rivoluzionaria incontrollabile e la reazione dell’apparato dirigente conservatore e dell’URSS fu, logicamente, commisurata a quel dato d’incontrollabilità. In contrasto con la nascita precoce e la distruzione prematura della variante ungherese, il tentativo di riforma in Cecoslovacchia fu più lento a maturare, più saldamente radicato e meglio attrezzato per una graduale radicalizzazione. Ebbe origine, infatti, da una reazione tardiva rispetto al XX congresso e acquisì un più deciso impulso a partire dal 1963; la sua vittoria nel 1968 fu il segnale di partenza per movimenti di base, che avevano negli intellettuali il supporto più attivo, ma si espandevano ad altri settori della popolazione. Il modello cecoslovacco può essere perciò considerato il solo caso completo di tentativo di riforma di un regime “a socialismo reale”. Su queste basi si verificò una grande osmosi tra l’ideologia di trasformazione del regime e l’analisi critica complessiva del “socialismo reale” stesso. Negli anni’60 il crescente movimento di riforma assorbì l’immissione di energie intellettuali di varie correnti e discipline e anche dopo l’invasione, l’eredità della “primavera” continuò a influire in modo diretto sull’insieme del dissenso, a Est come a Ovest. Si dimostrò subito come il programma di riforme fosse incompatibile con gli interessi costituiti del gruppo dirigente sovietico, nel quadro – tra l’altro – di un nuova forzatura bipolare dell’equilibrio mondiale in conclusione del tentativo di distensione attuato nella prima metà degli anni ’60 (pur con grandi contraddizioni: muro di Berlino, missili a Cuba). Dopo la seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia (paese di grande tradizione industriale, con una classe operaia molto avanzata fin dagli anni’20 in un contesto di disponibilità di alta tecnologia in campo meccanico , dell’industria di precisione e degli armamenti) era il paese nel quale il partito comunista disponeva del maggior sostegno di massa tra i lavoratori e gli intellettuali. Ciò aveva reso più facile la conquista del potere e meno vulnerabile il regime postrivoluzionario, anche se il meccanismo iniziale era stato quello del classico colpo di stato nella primavera del ’48. Di fronte alla politica di “normalizzazione” si aprì, dunque, fin dall’inizio degli anni’60 per poi prendere corpo nel corso del decennio l’idea di un nuovo sistema politico. Questa idea fu al centro dei più franchi dibattiti pubblici che ebbero luogo nei Paesi dell’Est, tra il gennaio e l’agosto del 1968. Nella sinistra in cui i comunisti lavoravano in direzione dell’emancipazione politica delle forze sociali, c’era una traccia autenticamente pluralista. Nel loro programma c’era anche, e veniva apertamente affermato da alcuni teorici del movimento, uno sforzo per cambiare i rapporti tra stato e società civile. In questo senso, un primo documento programmatico di Zdenek Mlynar rappresentava in modo fedele questa linea di sviluppo “ Prima di tutto si deve riconoscere che lo status di agente politico indipendente doveva essere attribuito alle diverse componenti specifiche dei gruppi e degli strati sociali, ai gruppi d’interesse comune e, in ultimo, a ogni cittadino in quanto individuo”. Nelle discussioni meno ufficiali emergevano due linee di differenziazione: una di esse divideva i gradualisti da coloro che sostenevano che solo un’accettazione immediata dei principi pluralistici poteva assicurare il successo a lungo termine del movimento. Il tema dibattuto in modo più vivace era quello dell’istituzionalizzazione dell’opposizione politica. Questo tema, dopo un serrato scambio di vedute fra maggio e giugno, fu posto in ombra da questioni più urgenti ma non vi è ragione per dubitare che per molti all’interno del PCC si concepisse l’introduzione di un sistema pluripartitico come lo sbocco logico del processo di democratizzazione, anche se non si arrivava a pensare che le condizioni del 1968 fossero mature per un simile esito. Il secondo aspetto delle discussioni si sviluppò più lentamente e riguardava l’introduzione di elementi di democrazia diretta, in luogo della scelta di una più stretta osservanza dei principi della democrazia parlamentare. In termini più pratici ciò significava la richiesta di autogestione. Dopo alcuni inizi incerti l’idea di “organi democratici di gestione” guadagnò rapidamente terreno e quando apparvero sulla scena i “Consigli del popolo lavoratore” (da non confondersi con i consigli operai intesi in senso stretto) il conflitto prima latente fra concezioni democratiche e tecnocratiche si fece più acuto. I tentativi di difendere i Consigli furono gli atti più importanti della resistenza durante i sette mesi tra l’invasione e l’avvento della normalizzazione completa avvenuta nell’aprile del 1969. A posteriori, si può vedere in questo passaggio un primo accenno a una strategia che, più tardi, sarebbe stata applicata in Polonia: basare la lotta per le riforme su un movimento sociale esterno al Partito. Ma in Cecoslovacchia questa ipotesi fu prospettata solo quando il movimento della “primavera” era ormai sulla difensiva. Il dibattito sull’autogestione chiamava in causa anche il terzo pilastro dell’ideologia delle riforme: la teoria della “produzione socialista di beni di consumo”. Riforme del genere erano discusse e in una qualche misura messe in atto dappertutto, ma solo in Cecoslovacchia questo tema era legato a quello di un generale rinnovamento di carattere intellettuale e politico. In Ungheria le riforme economiche si spinsero più avanti rispetto agli altri paesi dell’Est europeo, ma il loro contesto sociale fu determinato dalla sconfitta della rivoluzione del 1956 e dalla distruzione dell’ipotesi di riforme politiche; in Polonia le proposte di riforme economiche divennero negli anni’60 sempre più accademiche e fuori sintonia con la politica di Gomulka. Dopo l’aprile del 1969 il tentativo di riforma, nel senso tradizionale del termine, non costituì più un’opzione praticabile, ma le conclusioni da trarre dalla sconfitta non erano per nulla ovvie. In seguito Rossana Rossanda introducendo, dieci anni dopo a Venezia, un convegno su “potere e opposizione nelle società post – rivoluzionarie” organizzato dal PdUP-Manifesto e al quale parteciparono per la prima volta di persona dissidenti dell’Est russi, polacchi, cecoslovacchi, sostenne che si era smarrita in quel frangente l’idea del socialismo, non come generica aspirazione, ma come “teoria di una società”, modo diverso degli uomini di organizzare la loro esistenza. Ricordare gli elementi fondativi della primavera di Praga, oggi di fronte al fallimento epocale dell’ipotesi capitalistica seguita alla caduta dei blocchi e all’affermazione di un solo modello di egemonia sociale fondato sull’ìper-liberismo e sull’assolutismo della finanza, è ancora esercizio utile se partiamo proprio dall’idea di non abbandonare l’obiettivo di una società “altra” fondata sull’eguaglianza e sulla fine dello sfruttamento indiscriminato sul genere umano e nella stessa divisione di genere e sulla natura, che erano rimaste le aspirazioni di fondo anche di coloro che condussero, sconfitti, quel drammatico tentativo dei primi mesi di quel fatidico ’68. I carri armati lo spezzarono irrimediabilmente nella notte tra il 20 e il 21 agosto.