lunedì 20 ottobre 2014

Gim Cassano: Inadeguatezza ed incongruenze della manovra di renzi

INADEGUATEZZA ED INCONGRUENZE DELLA “MANOVRA” DI RENZI. 1-PREMESSA Molti hanno dichiarato di vedere con favore questa manovra, salutandola come una pragmatica ed utile correzione rispetto alla linea del rigore puro e semplice. Ma, andando ad osservare le cose un po’ più da vicino, ci si accorge che la sostanza è ben diversa, e che quel che riluce non è affatto oro. In buona sostanza, la manovra prevede: A1- 6,9 miliardi per spese a legislazione vigente. A2- 1,2 miliardi per cofinanziamento fondi europei. A3- 0,85 miliardi per scuola e giustizia. A4- 0,3 miliardi per ricerca e sviluppo. A5- 2,35 miliardi ad investimenti (cofinanziamento fondi europei, opere Comuni, Roma-metro, Milano-Expo). A6- 20,2 miliardi di minori imposte e sgravii contributivi, che sarebbero ripartiti tra famiglie (13,3 miliardi) e imprese (6,9 miliardi). A7- 2,0 miliardi per ammortizzatori sociali e sostegno alle famiglie numerose. A8- 3,4 miliardi di riserva. Da coprire con: B1- 15,0 miliardi di spending review, dei quali circa 7 a carico di Regioni, Province, Comuni. B2- 3,8 miliardi dalla lotta all’evasione. B3- 3,6 miliardi dall’aumento della tassazione sulle rendite delle fondazioni bancarie e dei fondi di previdenza. B4- 2,6 miliardi da riprogrammazione spese, banda larga, gioco d’azzardo. B5- 11,0 miliardi da incremento del deficit al 2,9%. Cosa che invece non è stata affatto pubblicizzata, ma che si accompagna al progetto di “manovra”, essendo contenuta nella recente Nota di Aggiornamento al DEF emessa dal Ministero Economia e Finanza, è la clausola di salvaguardia che stabilisce che il mancato raggiungimento delle coperture previste debba comportare l’aumento di IVA ed accise per 12,4 miliardi nel 2016, 17,8 nel 2017, 21,4 nel 2018. Prescindendo per ora da una valutazione complessiva, la lettura preliminare di questi numeri (che bisognerà vedere, anche a seguito dei possibili rilievi in sede europea, se ed in quale misura verranno confermati) suggerisce alcune osservazioni di immediata evidenza: • Tosare ulteriormente i bilanci di Regioni, Comuni, Province, (di un’aliquota ben superiore a quella prevista per le Amministrazioni Centrali) è, oltre che insostenibile, credo anche impossibile. Ben lo sa lo stesso Governo, quando lo stesso ministro Padoan ha dichiarato che, nel caso, Regioni e Comuni potranno aumentare le aliquote di loro spettanza. Ed allora c’è da chiedersi a quanto si ridurrebbero i conclamati 18 miliardi di minori imposte. Ed i piccoli comuni privi di attività economiche significative, o le Regioni a basso reddito medio ed elevata disoccupazione, come sono in genere quelle meridionali, a cosa potrebbero applicare maggiori aliquote? • Stabilire, per il 2015, che da una spending review incompleta, interrotta, ed ostacolata a detta dello stesso Cottarelli da gran parte dei diretti interessati, possano emergere 15 miliardi, sembra quanto meno una pura ed ottimistica ipotesi. A parte i dubbi sul fatto che ciò sia praticabile, ciò significa prevedere tagli non tutti iscrivibili alla categoria degli sprechi, e ciò comporta un sicuro effetto deflattivo. Discorso analogo per quanto riguarda i previsti proventi dalla lotta all’evasione fiscale, a meno che non se ne stabiliscano con chiarezza metodi e strumenti. • E’ quindi più che probabile che il deficit reale “sfori” il 3% del PIL, specie se le previsioni di riduzione del PIL per il 2014 dovessero risultare sia pur di poco peggiorative rispetto alle già negative stime attuali, e se il 2015 non dovesse vedere una ripresa che, sulla scorta di quanto si vedrà qui avanti, non si capisce come possa prodursi. • Quindi, è bene che si sappia (cosa che non appare nelle slides del governo, e che certo Renzi non ha detto nei suoi tweets), come dietro l’angolo vi sia una clausola di salvaguardia che prevede, nel caso del mancato conseguimento degli obbiettivi stabiliti in termini di spending review, l’incremento di IVA ed accise per circa 50 miliardi nel triennio 2106-2018, con quali conseguenze sui vantati 18 miliardi di minori imposte, e con quali ulteriori fattori di recessione e deflazione, è facile immaginare. 2-CARATTERI RECESSIVI. Ma il punto vero è che la manovra, nel suo insieme, è recessiva. Pur ammettendo che possano venir pienamente conseguite le coperture previste dal Governo, come ha scritto Gustavo Piga, Il più grande taglio delle tasse della storia dell’uomo sarà recessivo. (vedi). In effetti, e ragionando in termini puramente macroeconomici e prescindendo da ogni valutazione sulla possibilità, opportunità e doverosità di tagliare o meno sprechi e costi, le cose stanno come segue: A meno di 18 miliardi di nuove spese e riduzioni di entrate fiscali (considerato che il “bonus” degli 80 euro è già operante, ma deve essere coperto per 7,5 miliardi), che dovrebbero costituire la parte “espansiva” della manovra, si contrappongono, pur prescindendo dalla clausola di salvaguardia, tagli di spesa ed aumenti di entrate fiscali per circa 20 miliardi, sicuramente ed ampiamente recessivi. Quindi, delle due l’una: o si riuscirà ad attuare i tagli previsti ed a rispettare tutte le previsioni della manovra, ed allora l’effetto sarà complessivamente recessivo e certo non espansivo; oppure, ciò non sarà possibile, ed allora il deficit sforerà ampiamente il 3% e certamente a farne le spese saranno i già modestissimi investimenti pubblici previsti; ed in più, la clausola di salvaguardia produrrà ulteriori e devastanti effetti recessivi. Non solo; l’inconsistenza della manovra a contrastare la recessione e far ripartire investimenti ed occupazione si manifesta ancor più nel fatto che, oltre ad avere un carattere recessivo nel suo insieme, questo carattere è amplificato dal fatto che il lato di essa che dovrebbe produrre effetti espansivi (quello delle minori entrate fiscali e contributive, che viene sbandierato sotto lo slogan dei 18 miliardi di minori tasse, e che ha spinto alcuni a definirla come una manovra antideflattiva), si fonda su presupposti molto deboli, e tutt’altro che scontati. Infatti, la “ratio”, non occulta, ma dichiarata, del provvedimento è la seguente: 1- Contenere, almeno formalmente il deficit sotto un 3% preventivo in ossequio parziale agli impegni europei, pur essendo prevedibile che ben difficilmente ciò potrà venir confermato nel corso del 2015, aprendo quindi la strada ad ulteriori provvedimenti di aggiustamento e salvaguardia a marcato contenuto recessivo. 2- Sperare (non si può dire di più) che gli effetti recessivi dei tagli di spesa siano più che compensati da quelli espansivi dei 18 miliardi di minori imposte, del bonus famiglie numerose, degli 1,9 miliardi di ammortizzatori sociali, che evidentemente si valutano molto più robusti di quanto non sia ragionevole prevedere. Questo è il nocciolo ottimista della manovra, nella speranza che possa innescare una crescita pur modesta, ma tale da mantenere comunque il rapporto deficit/PIL entro il 3%, come continuano a ripetere le esternazioni e tweets di Renzi, che il Presidente della Repubblica riprende pappagallescamente ed inappropriatamente. 3- E’ una logica che, accantonata ogni velleità di investimenti pubblici (limitati a circa 2,3 miliardi, dei quali 1,2 di cofinanziamento sostanzialmente obbligati), più utili al fin di produrre sviluppo capace di autosostenersi, ma meno produttivi ai fini della capacità di portare credito al governo, affida ogni prospettiva di crescita a tre ipotesi: A)- Quanto arriva alle famiglie in termini di detassazioni, bonus, contributi, va automaticamente e per intero a tradursi in incremento dei consumi privati; B)- Quanto arriva alle imprese (IRAP e agevolazioni sui nuovi contratti a tutele crescenti) va a tradursi in nuovi investimenti ed assunzioni; C)- Anche se questo non è un fattore strettamente economico, le facilitazioni concesse alle imprese in termini di maggior flessibilità e di più agevole possibilità di licenziare vanno miracolosamente a tradursi in nuove assunzioni. Sono, queste, tre ipotesi che la valutazione delle condizioni attuali e l’esperienza dimostrano come largamente infondate. Il fatto che il bonus degli 80 euro, in atto da maggio, non abbia determinato alcuna ripresa dei consumi sta a dimostrare come, nelle condizioni di oggi, la prudenza sia la prima forma di difesa degli italiani: lo dimostrano anche l’altrimenti inspiegabile aumento dei depositi bancari, la tendenza a sfruttare sino in fondo low cost e campagne di promozione, la strategia di mutamento dei consumi. Chi non sa bene cosa gli riserverà il futuro, e vede prezzi cedenti, ma teme emergenze, rincari di accise, aumenti di tickets e venir meno di servizi, non è assolutamente propenso ad anticipare spese ed a consumare. D’altra parte lo stesso governo sembra non esser molto convinto dell’adeguatezza di questa strada, nel momento in cui si è fortemente enfatizzata, anche in dichiarazioni ufficiali, l’importanza e l’effetto dell’anticipazione mensile in busta-paga delle quote di TFR, avvertendo gli italiani (o meglio, una parte di essi) del fatto che tra poco, chi lo vorrà non troverà solo 80, ma 200 euro in più nella propria busta-paga, cumulando così due elementi del tutto disomogenei, e definendo il tutto come “una buona dote”. In sostanza, si cerca di sostenere i consumi fornendo cinicamente ad una gran parte degli italiani, non maggiore reddito, ma la percezione ingannevole di un maggior reddito che in realtà non c’è: “ora spendete; poi si vedrà”. Considerato il significato che il TFR ha tradizionalmente ed utilmente avuto nei comportamenti delle famiglie italiane, la maggior tassazione che colpirebbe le quote di TFR anticipate rispetto a quelle accantonate, ed il venir meno della rivalutazione, è da presumere che il ricorso a tale provvedimento sarebbe visto come l’ultima risorsa cui attingere. In sostanza, scambiando la possibilità di arrivare alla fine del mese con quella di arrivare alla vecchiaia. E la maggior imposta che verrebbe a colpire le quote di TFR anticipate in busta-paga, risulterebbe una vera e propria tassa sulle difficoltà. L’altra gamba della fiducia espansiva del governo poggia sulle imprese. Anche qui, si spera (non c’è altro termine): in questo caso, che il taglio dell’IRAP e le agevolazioni sui futuri contratti a tutele crescenti (6,5-7 miliardi in totale), possano direttamente ed automaticamente tradursi in investimenti e, insieme alle modifiche delle norme relative ai licenziamenti, in nuove assunzioni. Sono, con tutta evidenza, norme che agevolano le imprese. Ma non è dato di capire da dove il governo tragga queste ottimistiche convinzioni. E’ molto più ragionevole supporre che, in assenza di una effettiva, nuova, ed aggiuntiva, domanda, il taglio dell’IRAP produca l’effetto, per le imprese in condizioni non brillanti, di nient’altro che un utile, ma non risolutivo, alleggerimento della situazione finanziaria delle stesse; e, per quelle in condizioni migliori, vada invece a consentire accantonamenti di riserve e/o politiche di dividendi più generose nei confronti degli azionisti. Ma non nuovi investimenti, ed ancor meno nuove assunzioni: gli uni e le altre potranno manifestarsi solo quando le imprese saranno in presenza di nuova domanda, che oggi può esser rapidamente e direttamente generata solo per via di investimenti pubblici (sperabilmente, quelli che abbinino alla creazione di domanda la capacità di ammodernare il sistema infrastrutturale e mettere in sicurezza il territorio). In altre parole, come già scrivevo mesi fa [ I limiti dello Jobs Act: incentivi o creazione di domanda? ], una politica fatta di soli incentivi (economici e normativi nei confronti del lavoro), di per sé, è insufficiente a rimettere in moto le cose: quali che siano gli incentivi, nessuna impresa assumerà dipendenti se non avrà domanda aggiuntiva da soddisfare. Occorre cioè che un motorino d’avviamento sufficientemente potente provveda prima a far ripartire il motore principale: dopodichè, gli incentivi potranno avere efficacia. E questo motorino, oggi, non può esser costituito che da nuova domanda per investimenti pubblici, dei quali si vede invece ben modesta traccia nella manovra che il governo propone. 3-CONCLUSIONI Queste sono le ragioni strettamente e freddamente tecniche che fanno giudicare la manovra come inappropriata e priva di realismo la manovra, e che possono esser sinteticamente riassunte così: 1- Insostenibilità della parte di spending review accollata agli Enti Locali. 2- Manca ogni certezza sulle ulteriori riduzioni di spesa riguardanti le Amministrazioni Centrali e sul ricavato della lotta all’evasione fiscale. 3- Nel suo insieme, la manovra non ha affatto i caratteri espansivi che essa si prefigge (vedi Piga). 4- A peggiorar le cose, gli effetti espansivi in termini di consumi, di investimenti, di nuove assunzioni, che si suppone possano derivare dai conclamati 18 miliardi di minori tasse, in base alle esperienze precedenti, risulteranno di molto inferiori a quanto è stato previsto. 5- L’eventuale e non improbabile scattare della clausola di salvaguardia in virtù di quanto qui esposto ai punti 1 e 2, verrebbe a più che azzerare (ma essenzialmente in danno delle famiglie delle fasce di reddito più basse) i benefici che sono stati previsti. 6- Senza un programma di investimenti pubblici serio ed adeguato in qualità e dimensioni è inutile sperare in una ripresa. Infine, una notazione che riguarda la filosofia politica che è sottesa a questa manovra. Che è quella di creare consenso sociale non più in via indiretta, attraverso l’espansione della spesa pubblica, come è troppo spesso stato costume della repubblica, ma in via assolutamente diretta: e cioè attraverso defiscalizzazioni e concessioni che arrivano direttamente nelle tasche di beneficiari costituiti essenzialmente dalla fascia medio-alta dei ceti popolari e da un ceto medio impoverito, da diverse centinaia di migliaia di piccole partite IVA, dalle imprese. Nulla tocca a chi non ha un lavoro ed ai pensionati. Questa è la ragione che ha indotto commentatori non certamente imputabili di sinistrismo, come Folli o come Diaconale, a definire come elettoralistica la manovra-Renzi, leggendola come mirata a consolidare attorno a sé il consenso della maggior parte del lavoro dipendente ed a poter vantare meriti nei confronti del mondo delle imprese. Va da sé che, come è avvenuto a proposito degli 80 euro, provvedimenti del genere sembrano fatti apposta per chiudere la bocca a chi non condivide l’operato del governo, che viene tacciato di estremismo e di sinistrismo da salotto. Qui sta la grande abilità di Matteo Renzi, che riesce a far percepire come riformismo progressivo quanto nei fatti e negli effetti rappresenta la prosecuzione delle politiche sinora seguite, incapaci di contrastare la recessione, ma capaci al tempo stesso di produrre l’incremento del debito. Meglio sarebbe, anziché far finta di “stare” nel limite del 3% cercando un accomodamento all’italiana con l’Europa basato sul far finta di non vedere, avere il coraggio di indicare il superamento di questo limite come condizione per rimettere in ordine i conti in una logica di crescita, sviluppando seriamente, accanto alle riduzioni di imposte, politiche di investimenti, innovazione, ed ammodernamento. E’ il senso della proposta “PER UNA LEGGE DI STABILITA’ ALTERNATIVA”, che Iniziativa 21 Giugno ha messo a punto. E’ una proposta che è molto più prudente sulle possibilità offerte dalla “spending review”, che prevede investimenti sensibilmente maggiori ed una diversa definizione dei sostegni al reddito e delle riduzioni di imposte. Ovviamente, portando il rapporto deficit/PIL al 4,2%, ma con risultati sicuramente più efficaci dal punto di vista dell’incremento del PIL, e quindi della stabilizzazione del debito. Senza alcuna pretesa che la proposta di Iniziativa 21 Giugno sia corredata da alcuna bacchetta magica, questa potrebbe esser assunta come utile contributo ad un ragionamento realistico che dovrebbe essere affrontato da tutti coloro che intendano finalmente affrontare i problemi veri superando facilonerie e facili speranze. Gim Cassano [Alleanza Lib-Lab], 19-10-2014

domenica 19 ottobre 2014

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