domenica 18 novembre 2018

Quali politiche contro l’austerità liberista? di Domenico Gallo

Quali politiche contro l’austerità liberista? di Domenico Gallo

Marta Fana e Lorenzo Zamponi: Cottarelli, il fascino discreto dell’austerità

Marta Fana e Lorenzo Zamponi: Cottarelli, il fascino discreto dell’austerità

Franco Astengo: Bipolarismo

NUOVO BIPOLARISMO di Franco Astengo Prevedere quale meccanismo di riallineamento s’innesterà nel sistema politico italiano da qui alle elezioni europee, e in seguito in esito al risultato delle stesse, appare molto complicato, al limite dell’azzardo nella formulazione di una previsione politica. Pur tuttavia va svolto un tentativo di delineare in questo senso uno scenario. Lo scopo nel far questo è anche quello di stimolare una riflessione complessiva per non trovarci comunque totalmente impreparati al momento della determinazione di talune scelte politiche che pure si dovranno compiere. Si notano, infatti, segnali ancora embrionali e del tutto sotto traccia di una modifica nelle relazioni tra i contraenti il patto di governo ben oltre la sceneggiata della “lite continua”. Il collante della maggioranza è il potere e tutto questo bailamme è inscenato soprattutto dal M5S per avere visibilità e cercare di mantenere, allungando il filo delle promesse, la maggior parte possibile del proprio elettorato. Torniamo al merito. Fino a qualche tempo si poteva immaginare, nel corso della fase, l’apertura di uno scenario di confronto bipolare tra i due soggetti, Lega e M5S. Confronto bipolare che avrebbe avuto nelle elezioni europee un sicuro momento di show down con una possibile modificazione dei rapporti di forza e una successiva ricontrattazione degli equilibri, oggi si scorgono elementi utili a far pensare possibile (se non ancora probabile) un rinsaldamento comunque dell’alleanza, magari anche attraverso l’innesto di nuovi partner. L’esito della votazione al senato del cosiddetto “decreto Genova”potrebbe anche aver rappresentato una prova generale per questa nuova frontiera di maggioranza e di governo. Si tratta di analizzare due elementi di grande importanza: 1) Proprio la natura dei nuovi innesti nella maggioranza e il determinarsi di una definizione negli equilibri politici nel M5S finirebbe con lo spostare nettamente a destra l’asse politico dell’ attuale maggioranza che risulterebbe rinforzata da FdI e da settori di Forza Italia come quelli facenti capo al Presidente della Regione Liguria, Toti. 2) In questo modo l’esito delle europee si modificherebbe di senso: non più la regolazione del conto nella contesa interna, ma l’affermazione complessiva di un’area di governo capace di puntare davvero al 60% dei votanti per porsi quindi in una condizione di effettiva egemonia. Del resto la stessa pregnanza dei temi europei avrà, nella valutazione dell’esito della scadenza elettorale della prossima primavera, anche un decisivo impatto sugli equilibri interni; 3) Questa situazione determinerebbe (tenuta ben conto della ferrea legge per la quale in politica non esistono vuoti) un’oggettiva richiesta bipolare. Nello spostamento secco a destra della maggioranza di governo naturalmente si tiene conto dello sfrangiamento della società afflitta da elementi d’impoverimento generale, sia sul piano economico sia sul terreno culturale. Inoltre si consoliderebbero relativa nuove oligarchie strettamente collegate proprio al nuovo blocco politico di governo. 4) La sinistra sarebbe così chiamata a riempire il vuoto creato con il recupero della dimensione bipolare. Una dimensione bipolare che però si sarebbe formata in maniera affatto diversa da quella che abbiamo vissuto a cavallo della fase di transizione tra il 1994 e il 2008. Non ci sarebbe, infatti, più spazio per il “bipolarismo temperato” e la ricostituzione del centro sinistra. L’inesistenza di una classe definibile di per sé come “borghese” (sull’argomento si è cimentato recentemente anche De Rita) spiazzerebbe definitivamente il PD indipendentemente dall’esito del congresso e vane le attese di rientro di qualcuno. La necessità vera, come stiamo reclamando di molto tempo, sarebbe quella della presenza di una spiccata e radicale espressione di sinistra. Tornerebbe il tema dell’alternativa in luogo dell’alternanza. 5) Nel sistema politico italiano si presenterebbe così in sostanza un bipolarismo “secco. Bipolarismo “secco” fondato sulla necessità di affrontamento della nuova qualità delle contraddizioni sociali tra materialiste e post – materialiste tali da reclamare un’alternativa e non un’alternanza. Andrebbero in gioco anche elementi fondamentali rispetto alla stessa essenza della democrazia. Uno spostamento a destra porterebbe ancora al centro della scena la modifica della Costituzione e il tema di una legge elettorale in grado di assicurare il “possesso” delle istituzioni alla maggioranza. In questo momento (e da molto tempo) è però assente un soggetto fondamentale: quello di una sinistra capace di interpretare questa nuova possibile dimensione del bipolarismo. All’ordine del giorno appaiono, invece, nuovi elementi di rottura e scissione trasversali rispetto a ciò che rimane di sinistra nel nostro sistema politico. Tenuto conto dell’analisi fin qui svolta il tema è semplice e già sollevato da un sacco di tempo nell’insensibilità generale e nella prevalenza della cura di orticelli sempre più di dimensioni ridotte: quello del soggetto, del partito, in grado di funzionare da riferimento per l’alternativa necessaria.

Felice Besostri: Unione europea 2019, la vittoria dei lemming

Unione Europea maggio 2019: la vittoria dei lemming I lemming sono piccoli roditori artici, il cui habitat è normalmente il bioma tundra, vivono dunque per la stragrandissima maggioranza al di fuori dei territori appartenenti all’Unione Europea, se si eccettua la piccola colonia groenlandese, grazie alle speciali relazioni con la Danimarca. I lemming sono uno dei pochi vertebrati che può riprodursi così rapidamente da dare origine a fluttuazioni caotiche, anziché seguire una crescita uniforme verso il numero massimo di individui o ad oscillazioni regolari, hanno dato così origine alla credenza popolare che in caso di sovrappopolazione diano origine ad una migrazione collettiva, il cui esito finale, dopo una folle corsa, è un suicidio di massa. Si tratta di una leggenda, questa credenza popolare non ha nessun fondamento scientifico. I lemming migrano spesso in gruppi numerosi, e di conseguenza molti di loro periscono per cause accidentali oppure per la pressione degli altri individui che può causarne la caduta in corsi d'acqua, dirupi, scogliere e burroni. A causa della loro associazione con questo bizzarro comportamento, il suicidio dei lemming è una metafora assai usata per riferirsi a persone che seguono acriticamente l'opinione più diffusa, con conseguenze pericolose o addirittura fatali. I lemming europei sono di un tipo particolare divisi in due grandi tribù, gli europeisti responsabili e i populisti sovranisti, ma come lemming hanno un destino comune: correre verso le elezioni del 2019 in ordine compatto travolgendo tutto e tutti, in particolare i dissidenti. E’ scomparsa la tradizionale divisione destra-sinistra, liquidata come relitto ideologico del passato. Gli europeisti responsabili avevano una volta un collante, che risaliva ai padri fondatori dei primi embrioni di unità europea la CECA e la CEE, cristiano democratici e socialdemocratici , che si è riflesso nell’accordo di potere PPE- PSE: un accordo sempre più logorato dallo squilibrio dei rapporti di forza con i cristiano democratici, il gruppo parlamentare più numeroso, sempre più conservatori e sempre meno sociali. Dal canto suo il PSE, non sta meglio, pur conservando il primato di raggruppamento politico più votato, junior partner di una politica economica sempre più lontana da quella socialista democratica tradizionale, anche sul terreno dei diritti e della solidarietà internazionale. I due grandi partiti europei PPE e PSE non si sono mai trasformati in partiti sovranazionali, trasformazione possibile soltanto con un’UE federale, con un esecutivo, la Commissione europea responsabile verso il Parlamento europeo, a sua volta competente a tracciare l’indirizzo politico. Per avere partiti europei serve una legge elettorale europea uniforme, invece che 28 presto 27 leggi elettorali nazionali. Sono leggi sì con principi comuni, ma alcuni di essi, la soglia d’accesso per esempio o la suddivisione in circoscrizioni, facoltativi ( 14 stati non avevano soglia d’accesso), variabili ( soglie d’accesso del 1,8, 3 , 4 e 5 per cento) e, appunto nazionali: situazione al limite della tollerabilità con un Parlamento rappresentativo delle popolazioni degli Stati membri ( art. 190 TCE), ma incompatibile con un Parlamento europeo, che, dopo il Trattato di Lisbona, rappresenta direttamente i cittadini UE ( art. 10 TUE). Nell’UE attuale il potere è concentrato nei governi degli Stati nazionali, che formano la Commissione Europea e costituiscono il Consiglio europeo. Logico che comandino gli Stati più forti e i partiti, che ne esprimono Primi Ministri o i Presidenti, nelle forme di governo semi-presidenziali. I partiti eurooei sono confederazioni di partiti, che nulla hanno a che vedere con quelli prefigurati dai trattati europei , cioè formazioni politiche, che “a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell'Unione”( art. 10 par. 4 TUE e 12 CDFUE) e che hanno statuti determinati da regolamenti europei ex art. 224 TFUE, che ne stabiliscono anche il finanziamento milionario in Euro ex art 224 TFUE. La realtà è altra, nel PPE stanno i catalani semiseparatisti della Unió Democràtica de Catalunya e gli spagnoli centralisti del Partido Popular. Sempre del PPE fanno pare la FIDESZ dell’ungherese Orban e la OeVP dell’austriaco Kurz, che sabotanllllllllllllllll-. lo ogni possibile intesa sui migranti. La leadership del PPE sarà per la prima volta in un erede di Strauss il CSU Weber e non un esponente della tradizione europeista della CDU di Adenauer e Kohl. Il PSE non sta meglio, orfano dei laburisti di Corbyn sarà ancora più distanziato nel voto popolare, anche per le sconfitte elettorali disastrose dei socialisti francesi, olandesi e tedeschi e del PD italiano, ircocervo centrista, nelle loro ultime elezioni nazionali. I pochi partiti al potere nell’Europa orientale (Slovacchia, Bulgaria e Romania) sono impresentabili come modelli di buon governo e rispetto dei diritti umani. Gli spagnoli del PSOE e i portoghesi del PSP sono periferici e tenuti in sospetto per le loro aperture a sinistra. La

venerdì 16 novembre 2018

Immigrazione irregolare: il fallimento è tutto interno | M. Barbagli

Immigrazione irregolare: il fallimento è tutto interno | M. Barbagli

Why the left must talk about migration | International Politics and Society - IPS

Why the left must talk about migration | International Politics and Society - IPS

Franco Astengo: Ancora su Iri, industria e programmazione economica

ANCORA SU IRI, INDUSTRIA, PROGRAMMAZIONE ECONOMICA di Franco Astengo L’inserto economico del “Corriere della Sera” ha ospitato, lunedì 12 novembre, un importante articolo di Riccardo Gallo dal titolo: “IRI, io ci sono stato, credetemi non si può rifare”. L’autore è stato un protagonista della fase conclusiva del ciclo delle PPSS, prima come consigliere dell’Efim tra il 1985 e il 1990 e successivamente vicepresidente dell’IRI nel 1991: IRI trasformata in SPA l’anno successivo per l’avvio del piano di privatizzazioni. Si è discusso molto in questi mesi d’intervento pubblico in economia e alcuni hanno proprio accennato alla ricostituzione di un soggetto tipo – IRI, all’interno del quale concentrare le risorse di un rinnovata iniziativa pubblica in grado di avviare una una ripresa di capacità industriale del Paese. Rammentato il quadro generale nel quale ci stiamo muovendo caratterizzato dai vincoli europei, dall’enormità del debito pubblico e dalla presenza di un governo che da un lato si muove sul terreno dell’assistenzialismo (reddito di cittadinanza) e di una nuova ondata di privatizzazioni (cioè in pieno regime di confusione) è il caso di riprendere alcuni temi sollevati nell’articolo di Gallo e di sviluppare contemporaneamente alcuni punti di discussione. Nell’articolo Gallo ricostruisce la storia dell’IRI nelle sue tre fasi: dal 1933 l’istituzione voluta dal fascismo (affidandone però le sorti a un manager socialista come Beneduce) per reazione alla grande crisi del ’29 e per salvare le banche nazionali; nell’immediato dopoguerra quando l’ente fu mantenuto in vita e non sciolto (com’era stato deciso anche all’ENI e al CONI,prima posti in liquidazione e poi ricostituiti) per realizzare le infrastrutture indispensabili per uscire dal disastro della guerra. Così l’IRI gestì autostrade, telecomunicazioni, mezzi di trasporto terrestri, aerei e navali, sistemi di difesa, materiali da costruzione (cemento, acciaio) e credito (banche). Poi dagli anni’70 la fase dello “scambio politico”, attraverso l’acquisizione d’imprese private realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica. Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti, l’UE imposte di trasformare l’IRI in s.p.a. Il governo a quel punto si vantò di aver privatizzato ma sostiene Gallo era tutta una finta. Fin qui il Bignami ma l’articolo tocca un punto di grande interesse al riguardo del quale proprio oggi è necessario recuperare non soltanto una capacità riflessione ma anche di proposta e d’iniziativa politica. La fase dello “scambio politico” infatti, si attuò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti: 1) L’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione; 2) La perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di vista della produzione industriale: siderurgia, chimica, elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si diceva con orgoglio “ produciamo cose che l’indomani non si trovano al supermercato”; 3) A fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori nevralgici in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica, ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese assolutamente decisivo per leggere correttamente la crisi; 4) Si segnalano infine due elementi tra loro intrecciati: la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio. Sono questi riassunti in una dimensione molto schematica i punti che dovrebbero essere affrontati all’interno di quell’dea di riprogrammazione e intervento pubblico in economia completamente abbandonata dai tempi della “Milano da Bere” fino ad oggi. Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di apparire “controcorrente”. La stessa questione del “deficit spending” andrebbe affrontata in questa dimensione. Nel quadro di una resa ai meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e assenza di una visione industriale hanno pesato in maniera esiziale sulle prospettive di crescita dell’Italia. Oggi ancora una volta ci si sta muovendo in direzione osticamente contraria, recuperando il “peggio” degli anni passati: dall’assistenzialismo, alla subordinazione delle scelte al clientelismo elettorale arrivato, proprio in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018, a codificare su scala di massa il “voto di scambio”,come pure era già avvenuto su scala numericamente più modesta negli anni scorsi:ricordando “meno tasse per Totti” e il solito “milione di posti di lavoro”. Ma forse, da questo punto di vista, ci trovavamo ancor in una fase artigianale. Oggi verrebbe da scrivere che siamo ben infilati dentro il tunnel.