martedì 27 settembre 2016

David Ellwood: Corbyn resiste

Regno Unito Corbyn resiste al terremoto post-Brexit David Ellwood 26/09/2016 In un’epoca di grandi problemi per il reclutamento politico in ogni angolo dell’Occidente, la conferma del vecchio Jeremy Corbyn alla leadership dei laburisti inglesi (battendo Owen Smith con un margine del 24%) esprime una fortissima reazione - soprattutto da parte dei giovani - contro i metodi di mobilitazione e persuasione praticati dalle macchine partitiche tradizionali negli ultimi decenni, tutti apparentemente convinti che la politica sia un gioco di mercato anch’esso, dove le regole sono dettate dai mass media. Corbyn invece ha concentrato i suoi sforzi sui social media dove ha trovato il richiamo che ha favorito l’entrata di una straordinaria massa di nuovi iscritti al vecchio partito laburista. Il fenomeno è particolarmente impressionante dato che questa fascia d’età si è rivelata negli ultimi anni allergica a qualsiasi forma di partecipazione politica, a partire dal voto. Basti pensare che solo il 30 per cento di questa fetta della società si è espresso nel referendum per la Brexit. Il futuro del governo ombra Resta da vedere in che modo questa affermazione di Corbyn si tradurrà in una effettiva leadership dentro e fuori il parlamento. Contestato duramente, formalmente sfiduciato dai parlamentari labour prima dell’estate, Corbyn deve ora ricostruire il governo ombra - più di 50 posti sono attualmente vacanti - e far capire come intende gestire il Comitato centrale del Partito. A differenza del Partito conservatore, dove vige un inossidabile rispetto per le gerarchie di status, successo e pedigree politico, all’interno del partito laburista c’è la convinzione che tutti abbiano gli stessi diritti - o almeno pari dignità - nel ricercare un posto negli vari organi del partito. Nella situazione attuale regna una confusione totale su come Corbyn intenda gestire le sue responsabilità di leader: favorendo elezioni democratiche per il governo ombra o imponendo regole che possano garantire a lui e i suoi - compreso i super-militanti del movimento che lo hanno sostenuto fino ad ora, ‘Momentum’ - un controllo completo del Consiglio nazionale esecutivo del partito. Movimento di massa più che partito di governo Tutti si aspettano ora - anche dentro e dopo il congresso del partito che si è svolto in questa fine settimana - un duro regolamento dei conti con la maggioranza in Parlamento che non aveva mai espresso tanta fiducia nei confronti di Corbyn, arrivando addirittura a sfiduciarlo. Molti temono che la lotta per domare le varie faide in corso nel partito - e dentro il mondo sindacale, anch’esso diviso sul personaggio - possa assorbire gran parte delle energie, della credibilità e del capitale politico di Corbyn. In tal caso, che fine faranno la passione e le energie dei tanti nuovi iscritti che si sono commossi per la purezza e coerenza di questa vecchia figura di profeta del socialismo stile britannico, così dogmaticamente pragmatico e moralistico, così poco ideologico ? Anche se Corbyn è convinto che il suo partito deve esprimersi soprattutto come movimento che nasce dal basso, piuttosto che come pura forza di governo, non ha ancora presentato alcun progetto per la sua corrente. Oltre alle solite assemblee locali e alle mobilitazioni in vista delle varie scadenze elettorali, servirebbe un progetto per rilanciare l’antica tradizione laburista di istruzione ed educazione politica, tentando di elevare il livello culturale - ora penoso - dei dibattiti politici in Gran Bretagna. Regno disunito Nonostante il suo legame con i nuovi media, in termini di contenuti e di proposte politiche specifiche, Corbyn torna al tradizionale modello del welfare state: sistema sanitario, edilizia sociale, scuola pubblica non privata; ri-nazionalizzazione delle ferrovie e di altri settori; rilancio del ruolo dello Stato nell’economia in grande stile; terzomondismo; opposizione al nucleare sia in campo militare che civile. Eppure ora nel Regno Unito non c’è solo questo in gioco. La sfida della Brexit dominerà per anni l’evoluzione economica e politica del Paese. Il Partito laburista è crollato proprio in Scozia, dove ha stravinto il Remain (sostenuto blandamente da Corbyn) e che vuole sempre più autonomia da Londra anche per questo motivo. Si profila un’inedita crisi costituzionale per il sempre meno United Kingdom. Intanto il ruolo delle grandi potenze nel mondo - Usa, Cina, Russia, India - e la globalizzazione in tutte le sue versioni condizioneranno la situazione di tutti gli europei con modalità ben diverse rispetto a quelle terzomondiste e buoniste di Corbyn. Avanzano le problematiche delle migrazioni, del cambiamento climatico, del fondamentalismo islamico. Chi riuscirà a domare i mercati finanziari internazionali e quelli energetici e digitali? Corbyn è convinto davvero che si possa affrontare tutto ciò - e sconfiggere i Tories alle elezioni generali - chiamando ogni tanto alla riscossa i suoi tanti giovani fan tramite Facebook e Twitter? David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.

Franco Astengo: Contributo di idee per il no

UN CONTRIBUTO DI IDEE PER IL “NO” NEL REFERENDUM COSTITUZIONALE di Franco Astengo Fissata la data del 4 Dicembre, si profila così una lunghissima campagna elettorale (del resto già cominciata da tempo) che risulterà particolarmente difficile da portare avanti dalla parte del “NO” i cui esponenti si troveranno a combattere con una pluralità di avversari esterni, fuori e dentro l’Italia, in possesso di strumenti finanziari e comunicativi del tutto esorbitanti: le TV, la gran parte dei giornali, le centrali finanziarie, gli apparati di governo. Inoltre il cosiddetto “fronte del NO” appare variegato e frastagliato con punti di debolezza interni sicuramente sensibili per un tratto così lungo alle sirene del potere: non a caso, sul terreno della legge elettorale che è strettamente connesso a quello delle deformazioni costituzionali sottoposte al voto, si stanno muovendo i consueti trasformisti, quelli che al Senato rappresentano l’indispensabile stampella del governo, allo scopo di elaborare un progetto sulla base del quale, superato l’Italikum, possa rinnovarsi il quadro dell’usato “Patto del Nazareno”. “Patto del Nazareno” da rinnovare e da utilizzare già nella contesa del 4 Dicembre. Questi motivi debbono indurre quella consistente parte di sinistra schierata con il “NO” ad evitare, prima di tutte, strumentalizzazioni finalizzate alla lotta interna al PD: è necessario muoversi in campagna elettorale in totale autonomia di pensiero e di azione fissando con grande chiarezza alcuni punti distintivi che consentano, superato positivamente il guado delle urne, di fissare alcuni tasselli utili alla costruzione di un soggetto politico all’altezza della sfida per l’alternativa che richiesta dalla drammaticità della situazione, sia sul piano internazionale sia interno. Limitiamo comunque il campo d’osservazione all’elaborazione di una strategia referendaria. Mi permetto, quindi, di riproporre – almeno parzialmente, due elaborati già resi pubblici nei giorni scorsi e afferenti quei due nodi che possono essere ritenuti dirimenti all’interno di questa vicenda: 1) Il primo riguarda la domanda: qual è la scaturigine vera di questa esigenza di riforme orientate alla sostanziale limitazione del confronto democratico e allo sbilanciamento a favore della governabilità nell’asse di riferimento del sistema politico? 2) Il secondo posto in relazione direttamente al primo: come si colloca, in realtà, nel quadro delle deformazioni costituzionali che saranno sottoposte al voto la questione dei “poteri”? Al primo punto è possibile rispondere rispolverando i rapporti che il Governo Italiano mantiene con la grande banche d’affari JP Morgan, come appariva ieri in un articolo pubblicato dall’inserto “ Affari e Finanza di Repubblica”. Una situazione già denunciata proprio domenica scorsa da chi scrive queste note in un articolo che si riproduce parzialmente in questa sede, scusandoci della (necessaria) ripetitività. Ecco di seguito “Ricordiamo prima di tutto l’orientamento politico sostenuto da questa banca (JP Morgan) e cominceremo a capire molte cose : Report della banca d'affari statunitense, considerata dal governo Usa responsabile della crisi dei subprime: "I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l'integrazione. C'è forte influenza delle idee socialiste". E cita, tra gli aspetti problematici, la tutela garantita ai diritti dei lavoratori. Quella stessa JP Morgan, che attraverso un’operazione di “derivati” il cui costo lo stato italiano sta ancora pagando in maniera occulta senza che ciò compaia come passività nella contabilità nazionale favorì l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea, conta molto il governo Renzi per mettere in sicurezza il sistema bancario italiano, quello di MPS , CARIGE e Banca Etruria. Anzi, sempre nella definizione usata dall’articolo di “Affari e Finanza”, JP Morgan è definita la “più preziosa alleata di Palazzo Chigi nelle scelte più importanti di economia pubblica degli ultimi anni”. Naturalmente tutto ciò comporta anche l’occupazione “fisica” del potere: Marco Morelli alla guida di MPS, Matteo Del Fante ad di Terna, Giovanni Gorno già numero uno di Cassa Depositi e Prestiti, mentre Vittorio Grilli, già ministro, siede nel board della banca americana. Grilli che, nel frattempo : “Ieri Repubblica ha confermato che i manager della banca e quattro dirigenti di via XX Settembre dovranno presentarsi alla Corte (dei Conti n.d.r). Secondo l'edizione online sarebbero Maria Cannata, attuale direttore del Debito, il suo predecessore Vincenzo La Via, Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro poi passato in forze proprio a Morgan Stanley e anche Vittorio Grilli, anche lui ex direttore generale del Tesoro”. La vicenda in questione è così riassunta : “Alcuni contratti derivati sottoscritti dall'Italia, secondo i magistrati, erano delle vere e proprie speculazioni andate male. Tanto da consentire a Morgan Stanley di guadagnare 1,3 miliardi a fronte di un esborso di 47 milioni di euro, riporta Repubblica”. Fino a questo punto siamo di fronte a un classico delle truffe legate alla finanziarizzazione dell’economia. E’ il caso però di approfondire due punti : quello sopra riportato riguardante il parere di JP Morgan sulle Costituzioni europee e la definizione della stessa banca d’affari come alleata di Palazzo Chigi. Non nascono forse da questo connubio le deformazioni costituzionali approvate dalla maggioranza di un Parlamento eletto con una legge elettorale giudicata incostituzionale dall’Alta Corte ? La prima conclusione da trarre è quindi molto semplice: i veri mandanti di questo itinerario di deformazioni costituzionali sono proprio quelle banche d’affari che, attraverso il giochetto dei subprime, sono state le prime artefici di quel tipo di gestione del ciclo capitalistico che, a partire dal 2007, ha accresciuto enormemente il quadro complessivo delle diseguaglianze a livello planetario : livello di diseguaglianze intollerabili che stanno a ragione come causa principale dell’escalation bellica in tante parti del mondo con la conseguente fuga di milioni e milioni di profughi in un quadro di destabilizzazione sociale e di secco spostamento autoritario nel complesso del quadro politico internazionale” Il secondo punto da analizzare è quello della definizione dei poteri all’interno del sistema politico italiano, così come questo si configurerebbe se le deformazioni costituzionali sottoposte a referendum dovessero diventare effettivamente operative. Anche in questo caso riprendo parti di un testo elaborato qualche giorno fa e già pubblicato: “Riprendo da Felice Carlo Besostri, vera punta di diamante nello schieramento del “NO” alle deformazioni costituzionali e attore tra i principali nella fondamentale lotta sulla legge elettorale, alcune argomentazioni nel merito di un aspetto di cui si sta discutendo in questi giorni con grande intensità, in particolare dopo l’intervista dell’ex-sindaco di Milano Pisapia che ha affermato di non “vedere pericoli per la democrazia”: l’argomento è quello dell’accentramento dei poteri nella figura del Presidente del Consiglio. Prima di tutto però mi preme riportare una frase dello stesso Besostri :”Se siete favorevoli fa parte della libertà di opinione ma non dite una mezza verità, che come insegna il Talmud è UNA BUGIA INTERA.” Dunque andando per ordine è vero che I poteri del Presidente del Consiglio formalmente non sono toccati, ma questo avviene perché, nel pieno dell’ipocrisia dominante si diminuiscono i poteri delle altre istituzioni. Del resto aumentano formalmente i poteri del Governo attraverso la formulazione del ballottaggio così come appare enunciata nell’Italikum (anche la K è copyright del già citato Besostri). Questo è affermato con chiarezza nel testo, e rafforza l’altra verità che deve essere conclamata e che invece è negata dai corifei di regime, circa la stretta connessione tra legge elettorale e deformazioni costituzionali, che rappresentano un tutt’uno nella logica di privilegio assoluto della governabilità e di dispregio altrettanto assoluto della rappresentatività politica. Dunque l’Italikum prevede – al momento – il ballottaggio (non secondo turno che è cosa diversa: in questo il programma dell’Ulivo non c’entra proprio nulla) tra 2 liste identificate attraverso i cosiddetti " capi della forza politica"(figura che, come già il capo della coalizione nel Porcellum non esiste da nessuna parte sul piano costituzionale). Questo significa, in pratica, una forma surrettizia di elezione diretta e di conseguenza una modifica sostanziale negli equilibri istituzionali. Abbiamo già tante volte indicato come vero e proprio “vulnus” della democrazia rappresentativa il fatto che è possibile (anzi probabile) che il premio di maggioranza di 340 deputati (pari al 53,96% dell’assemblea) risulti, alla fine appannaggio di una lista che al primo turno raggiunga – più o meno il 30% dei voti validi. Calcolata una percentuale di votanti attorno al 60%, così come indicano adesso come adesso i sondaggi più accreditati, si avranno all’incirca 30 milioni di voti validi. Una lista che arrivasse al ballottaggio con il 30% assommerebbe all’incirca 9 milioni di voti (quelli attribuibili al PD in proiezione sulla base dell’esito delle più recente amministrative): quindi un partito che vale 9 milioni di voti si vedrebbe attribuito un premio di maggioranza del valore (fermi restando i 30 milioni di voti validi, ovviamente) di oltre 16 milioni di voti: un regalo di circa 7 milioni di voti. Discorso eguale, naturalmente, in caso di successo del M5S o di una lista unitaria della destra : inoltre permane l’incognita sulla partecipazione al voto nel ballottaggio. Le esperienze in sede di enti locali indicano un calo fisiologico tra i due turni e non si prevede, come in Francia, una validità del voto in relazione ad una percentuale riguardante gli aventi diritto e non i voti validi (regola in vigore Oltralpe per il passaggio dal primo e il secondo turno dei candidati nei collegi che debbono raggiungere, nel primo passaggio, il 12,5% proprio degli aventi diritto). Risultato finale su questo punto: avremo un’elezione diretta mascherata di un Presidente del Consiglio espresso da una lista la cui maggioranza in Parlamento scaturirà da un regalo di circa 7 milioni di voti (su circa 30 milioni di voti validi, il 23%). Ne sortiranno due effetti ben precisi: il primo è quello dell’oggettiva inversione di ruoli tra Presidente della Repubblica (eletto per via indiretta dal Parlamento) e il Presidente del Consiglio (eletto direttamente attraverso l’ipocrita formula del “capo della lista”). Inversione di ruoli che avviene senza mutamenti formali. Il Presidente del Consiglio eletto in questo modo usufruirebbe, inoltre, della facoltà di approvazione a data fissa dei ddl autodefiniti essenziali e la possibilità sempre su iniziativa del Governo di deliberare in materie non comprese nella sua competenza esclusiva. In primo luogo, riconosce all’esecutivo una corsia privilegiata, ovvero il potere di chiedere Che un disegno di legge indicato come essenziale per l'attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all'ordine del giorno della Camera e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della stessa entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione, ulteriormente prorogabili per non oltre quindici giorni (istituto del voto a data certa). Da questo itinerario sono escluse le leggi bicamerali, le leggi elettorali, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, le leggi che richiedono maggioranze qualificate (artt. 79 e 81, comma sesto, Cost.). L’esito concreto di questa vicenda, se prevarrà la conferma delle deformazioni costituzionali e sarà applicato l’Italikum nella versione “ballottaggio”, presenterà almeno 3 aspetti certi : un “presidenzialismo” dell’esecutivo in forma mascherata; una subordinazione di fatto del Presidente della Repubblica; una limitazione, di fatto, del ruolo del Presidente della Camera e della conferenza dei capigruppo nella potestà di redazione del calendario d’Aula. Conclusione su questo secondo punto : Ci apprestiamo così ad uscire, melanconicamente e dolorosamente, dalla Repubblica parlamentare disegnata dall’Assemblea Costituente con lo scopo prioritario di evitare il ritorno del fascismo. Pericolo più che mai incombente se guardiamo sia alle dinamiche interne, sia a quelle in atto nell’Unione Europea e che gli attenti guardiani dell’austerity non solo tollerano ma incoraggiano con le loro disastrose politiche. Tornando comunque al caso italiano :La centralità del parlamento cederà così il passo al personalismo, alla concentrazione dei poteri, al propagandismo spicciolo, all’incultura politica, alla dittatura di una maggioranza costruita artificialmente.” Dunque tanto per fissare con chiarezza: 1) I veri mandanti di questo perverso itinerario di deformazioni costituzionali sono proprio quelle banche d’affari che, attraverso il giochetto dei subprime, sono state le prime artefici di quel tipo di gestione del ciclo capitalistico che, a partire dal 2007, ha accresciuto enormemente il quadro complessivo delle diseguaglianze a livello planetario : livello di diseguaglianze intollerabili che stanno a ragione come causa principale dell’escalation bellica in tante parti del mondo con la conseguente fuga di milioni e milioni di profughi in un quadro di destabilizzazione sociale e di secco spostamento autoritario nel complesso del quadro politico internazionale” 2) La centralità del parlamento cederà così il passo al personalismo, alla concentrazione dei poteri, al propagandismo spicciolo, all’incultura politica, alla dittatura di una maggioranza costruita artificialmente.” Per concludere: all’interno di quale quadro generale si svolgerà il referendum ? Per ben due volte nel giro di vent’anni chi si occupa dell’analisi al riguardo delle dinamiche del sistema politico italiano si è mosso sulla base di un abbaglio, dal quale sono scaturite situazioni imbarazzanti e molto negative per il nostro Paese e per il quadro complessivo delle sue relazioni internazionali. Due casi clamorosi: quelli dell’avvento alla presidenza del Consiglio di Berlusconi nel 1994 (presidenza poi intervallata in più di un’occasione come sappiamo fino al Novembre 2011) e quello, riguardante lo stesso incarico di Matteo Renzi a far data dal 2014. Entrambi questi frangenti furono catalogati come frutto dell’accentuarsi del processo di personalizzazione della politica (esito mortale del referendum Segni – Occhetto del 1993 sul sistema elettorale) che aveva portato alla guida del Paese uomini del “fare” che avrebbero buttato per aria il vecchio sistema sostituendolo con il pragmatismo e l’efficienza. Pragmatismo ed efficienza che reclamavano gran parte degli italiani in una situazione dominata dalle difficoltà economiche, dalla crescita delle disuguaglianze, da vasti fenomeni di corruzione. Al secondo passaggio contribuì fortemente, promuovendo alcune operazioni al limite della legalità repubblicana il presidente della Repubblica Napolitano, ormai definitivamente convintosi della necessità di inserire una forte dose di autoritarismo nel processo di riduzione dei margini di esercizio della democrazia, come richiesto da un presunto allineamento all’Europa dei banchieri e delle grandi lobbie che detengono il potere a Bruxelles e Francoforte e dalle pressioni delle grandi banche d’affari intestatarie della gestione del ciclo capitalistico portato avanti in chiave puramente speculative e le cui ricette, tra l’altro, si stanno rivelando clamorosamente fallimentari. Non c’è stato pragmatismo ed efficienza nelle gestioni Berlusconi e poi Renzi, condite entrambi da una politica – spettacolino molto provinciale . Intanto il punto vero che accomuna le due disgraziate gestioni (a differenza, in verità, di quelle pur negative dei governi Prodi, Monti Letta. Mentre per quello D’Alema restano aperti due grandi dossier: quella relativo alla Bicamerale e quello riguardante i bombardamenti sulla Jugoslavia nel 1999) è stato quello dell’attacco alla Costituzione Repubblicana: respinto dal voto popolare quello portato da Berlusconi, da respingere seccamente nello stesso modo quello portato da Renzi. Una gestione del Paese, quello dei governi succedutisi tra il 1994 e il 2016, davvero disastrosa. Ma c’è dell’altro: in realtà ciò che è accaduto di analogo nelle due “gestioni” è stato l’avvento di fameliche orde di “parvenu” assetati di potere, pronti a spartirsi le spoglie, dalla gestione delle grandi utilities, alle banche, ai più diversi centri di potere. In entrambi i casi all’insegna del “nuovo”. Via, via è andato così definitivamente in pezzi l’intero sistema politico, si sono dissolti i partiti, ridotta al minimo storico la credibilità delle istituzioni con esiti molto negativi sul piano economico – sociale. E’ aumentata a dismisura la disaffezione rispetto all’impegno politico delle cittadine e dei cittadini anche soltanto per il semplice atto della partecipazione al voto, scesa da oltre l’80% a meno del 60%. Sul piano più strettamente politologico c’è ancora da ricordare come l’esito di questa avventura abbia, ovviamente, frantumato il tentativo (che pure era stato svolto) di costruire un quadro bipolare all’interno del sistema politico: questi brillanti interpreti della politica – spettacolo non si sono accorti che si stava costruendo una situazione diversa, dando spazio a soggetti costruiti per “l’interdizione del sistema”. Tutto ciò avveniva mentre la sinistra si consumava in una posizione di retroguardia ancora assunta all’insegna di categorie ormai superate sia sul piano delle contraddizioni sociali, sia delle dinamiche di sistema. Nella loro assurda vanità e cecità di potere i corifei del governo Renzi hanno anche pensato a un sistema elettorale (convinti della loro invincibilità) che finisce con il favorire questo potere d’interdizione, a scapito della loro tanto decantata “governabilità”, ma soprattutto cancellando il dato essenziale della rappresentatività politica. Intanto si scivola verso una sorta di “dissoluzione civile” all’interno della quale emergono retaggi fascistoidi non propriamente secondari: un nazionalismo d’accatto molto simile a quello del colonialismo straccione degli anni’30 del XX Secolo, addirittura il varo di una politica di crescita della natalità degna dell’Opera della Madre e del Fanciullo nella quale emerge un incredibile ritorno del ruolo della donna a quello di “fattrice” delle future 8 milioni di baionette, l’assoluta incapacità di affrontare i temi decisivi della politica internazionale e delle sue conseguenze (in primis il tema dei migranti), il favorire una visione del lavoro tutta incentrata su di una costruzione dell’offerta in un senso fortemente accentuante i termini di sfruttamento e precarietà per le lavoratrici e i lavoratori già insistiti per tutti gli anni ’90 e primi ‘2000 favoriti anche dalle politiche del centro sinistra, l’annullamento delle autonomie territoriali. Un paese in mano, per buona parte del territorio in mano alla criminalità organizzata (che del resto esercita la sua potenza economica anche ben al di fuori dalle zone di suo tradizionale insediamento), e alla corruzione politica. Questo il quadro, riassunto sinteticamente, alla vigilia del referendum: poche righe, in sostanza, per fornire un quadro più che sufficiente al fine di esprimere un voto consapevole a favore del “NO”, chiaro e tondo, ben motivato da parte di una tensione alternativa da sinistra. “Tensione” e non di più perché dal punto di vista politico e organizzativo la sinistra non esiste ed è tutta da ricostruire: ci sono le buone ragioni, ma mancano i frati e i conventi per ospitarli.

Luciano Belli Paci: Craxi non ha colpe per la riforma Boschi

La grande riforma di Craxi non c’entra nulla con la deforma Boschi Il dibattito sul referendum costituzionale del prossimo autunno è accompagnato dalla pubblicazione di numerosi saggi nei quali si ricostruisce la storia dei ripetuti tentativi di riformare la nostra Costituzione che, nel corso dei decenni e con alterne fortune, hanno visto impegnati esponenti politici, commissioni bicamerali e governi. Tra i più recenti è il caso di menzionare il libro di Nadia Urbinati e David Ragazzoni “La vera Seconda Repubblica - l’ideologia e la macchina” e quello di Antonio Ingroia "Dalla parte della Costituzione - da Gelli a Renzi: quarant'anni di attacco alla Costituzione". Ho l’impressione che nessuno di questi autori si sottragga al vizio di inserire Craxi e la sua idea di Grande Riforma dello Stato in un indistinto calderone con tutti gli altri che nei decenni hanno mirato a stravolgere la nostra Carta fondamentale e questo mi induce, da socialista impegnato per il No alla deforma Renzi-Boschi, a proporre qualche considerazione critica. Se si vuole evitare di fare di tutte le erbe un fascio, di appiattire disegni molto diversi tra loro in un coacervo senza tempo, nella classica notte in cui tutte le vacche sono nere, occorre tracciare alcune nette linee di demarcazione. La prima è di carattere storico, giacché il diverso contesto politico nel quale le proposte di riforma si sono via via inserite è di decisiva importanza. Fino alla caduta del muro di Berlino la nostra democrazia ha vissuto in una condizione patologica. Eravamo una democrazia bloccata perché, essendo l'opposizione di sinistra egemonizzata dal più grande partito comunista dell'occidente, non è mai stata possibile quella fisiologica alternanza tra diverse coalizioni di governo che invece altrove era la regola. Questo ha fatto sì che durante tutto il corso della cosiddetta Prima Repubblica vi fosse un gruppo di partiti permanentemente al potere, la Dc ed i suoi alleati, e che di conseguenza si creasse quella commistione insana tra partiti ed amministrazione pubblica che è stata chiamata partitocrazia. Anche la cronica instabilità dei governi di quell'epoca deriva principalmente dalla stessa patologia, visto che le normali fibrillazioni prodotte dalla dialettica politica, non potendo mai trovare sfogo in una vera alternanza, si traducevano in crisi governative foriere ogni volta di balletti di poltrone e limitati aggiustamenti programmatici, ma nell'ambito di una stabilità sostanziale tale da rasentare il rigor mortis. L'idea di Craxi, peraltro rimasta a livello di ipotesi politica e mai trasfusa in definite proposte di revisione costituzionale, era quella che per forzare questa situazione di paralisi di cui all'epoca – si parla del 1979 ! – nessuno vedeva la fine potesse servire una riforma del sistema politico tale da imporre una competizione tra proposte di governo (e non solo tra singoli partiti come accadeva allora) e così stimolare una vera alternanza, una democrazia compiuta. Il sistema semipresidenziale francese, che proprio in quegli anni vedeva l'impetuosa crescita del partito socialista e del suo leader Mitterrand (che nel 1981 sarebbe stato eletto per la prima volta presidente), pareva il modello più adatto allo scopo. È innegabile che dentro questa riflessione vi fosse anche un calcolo di parte perché solo un netto cambiamento dei rapporti di forza tra comunisti e socialisti avrebbe potuto consentire, proprio come stava accadendo in Francia, di rendere rassicurante e dunque competitiva una coalizione di sinistra; però la diagnosi del male italiano e la strategia per curarlo erano corrette. Di tutt'altro segno sono i progetti di "Grande Riforma" che hanno accompagnato la nascita e poi il corso della cosiddetta Seconda Repubblica. Essi non hanno avuto più lo scopo di creare le condizioni dell'alternanza, che dopo la fine della guerra fredda e la trasformazione del Pci erano ormai acquisite, bensì quello di produrre un prosciugamento della democrazia, attraverso la trasformazione dei partiti in ectoplasmi, la personalizzazione forsennata della politica, lo svuotamento del parlamento e delle assemblee politiche locali, la concentrazione illimitata del potere negli esecutivi, la sterilizzazione della sovranità popolare attraverso leggi elettorali incostituzionali che stravolgono il principio di rappresentanza. La seconda linea di demarcazione riguarda il merito dei disegni riformatori. Altro è delineare a viso aperto una riforma in senso presidenziale, riprendendo proposte che furono avanzate all'assemblea costituente da personaggi del calibro di Piero Calamandrei e Leo Valiani e che comprenderebbero sia nel modello statunitense sia in quello semipresidenziale francese tutti i pesi e contrappesi del caso, e altro è tentare di introdurre surrettiziamente adulterazioni del nostro modello costituzionale attraverso forme di premierato assoluto instaurate de facto da inediti e selvaggi meccanismi ultramaggioritari. Quest'ultima tendenza, che è davvero eversiva sia nei metodi sia negli obiettivi, raggiunge l'apoteosi nella Grande Riforma prodotta dal governo Renzi e sulla quale saremo chiamati, prima o poi, ad esprimerci nel referendum. In essa, alcune mirate manomissioni della funzione legislativa, presentate come innocenti razionalizzazioni a fini di efficienza e risparmio, sono funzionali al solo scopo reale di portare a compimento lo stravolgimento della democrazia parlamentare innescato dall'Italicum, senza ahinoi portarci al vero presidenzialismo con la sua accurata separazione dei poteri. No, obiettivamente Craxi non merita di essere annoverato tra i progenitori di questo scempio. Luciano Belli Paci Milano, 23 settembre 2016

sabato 24 settembre 2016

Franco Astengo: Per il no

PER IL NO NEL REFERENDUM: PRESSIONI E FORZA MORALE di Franco Astengo La provocazione attuata dal Governo nella stesura del testo del quesito da apporre sulla scheda referendaria (reso noto tra l’altro a referendum ancora formalmente da convocare) rappresenta soltanto un passaggio nell’insieme delle formidabili pressioni che i sostenitori del “NO” dovranno fronteggiare nelle prossime settimane e delle quali abbiamo già avuto larghe avvisaglie: ambasciatore USA, minacce di disastro economico, disimpegno di investitori stranieri, ecc, ecc., partigiani veri e partigiani finti. Indicativa, sotto questo aspetto, la questione riguardante il testo del quesito da sottoporre alle elettrici e agli elettori, che segna sicuramente il carattere meramente propagandistico dell’operazione segnalando, però, anche un ritardo evidente dell’incerta opposizione parlamentare. Non è questo però il punto. Il punto risiede nella necessità che lo schieramento del NO, almeno dal punto di vista dei riferimenti ideali, culturali e politici posti nel solco della migliore tradizione della sinistra italiana, sia posto in grado di esprimere il massimo della forza morale, dell’autorevolezza del pensiero. Serve un elemento fondativo : quello dell’affermazione (non della difesa, beninteso: difesa è un termine da abbandonare) del concetto di Democrazia Repubblicana, in piena sintonia e continuità con il lavoro dell’Assemblea Costituente che disegnò appunto una repubblica fondata sulla centralità di un parlamento che rappresentava “lo specchio del Paese”. Questo concetto fondamentale deve essere contenuto, assieme ad un giudizio netto e senza equivoci sul degrado della qualità nella vita democratica avvenuto nel corso di questi anni, in un Manifesto della Sinistra per il NO sul quale dovrebbero convergere tutti i principali esponenti dei diversi comitati. Per dirla in soldoni : un vero e proprio CLN. Deve essere chiaro che questa contesa politica non serve agli interessi di corrente o al rilancio di questo o quell’esponente politico, ma serve a fare in modo che l’Italia esca dal pericolo concreto di una “recessione autoritaria”. Si tratta di un giudizio morale prima ancora che politico ? Certo, perché fu un giudizio morale quello che mosse i nostri Padri sulla via della montagna, a scrivere l’epopea della Resistenza. C’era anche la politica beninteso e in seguito diede frutti dolci e amari, ma prima veniva la “qualità morale” e la Repubblica fu l’esito di quell’affermazione di moralità.