sabato 25 febbraio 2017

Movimento democratico progressista, nasce il gruppo di ex dem e sinistra italiana: "Un nuovo inizio con i nostri valori"

Movimento democratico progressista, nasce il gruppo di ex dem e sinistra italiana: "Un nuovo inizio con i nostri valori"

Franco Astengo: Politica, ideologia, realtà

POLITICA, IDEOLOGIA, REALTA’ di Franco Astengo Un bell’intervento dell’editore Giuseppe Laterza (titolare della casa editrice che pubblicò Benedetto Croce) apparso oggi (25 Febbraio) su Repubblica affronta, sotto il titolo “Ma la politica non è morta”, un tema assolutamente fondamentale. Laterza mette in discussione, infatti, un punto decisivo partendo da una valutazione molto precisa “ Dopo la caduta del muro di Berlino in effetti si brindò non solo alla fine dell’ideologia comunista ma di tutte le ideologie, considerandole camicie di forza del pensiero, strumenti di autoritarismo culturale e politico. Molti liberali non consideravano la loro come ideologia: la intendevano piuttosto come l’unica concessione del mondo possibile per chi avesse a cuore la libertà”. La conclusione che Laterza trae da questo assunto la si trova più avanti nel testo: “Date per morte tutte le ideologie, la maggioranza dei professionisti della politica ha smesso da tempo di citare i libri che ha letto mentre si dedica con passione ad inseguire i ritmi e le logiche della comunicazione televisiva. Siamo alla politica del giorno per giorno, la cui agenda è dettata dai sondaggi e in cui la personalità dei capi fa premio sulla qualità dei programmi” Insiste Laterza “Certo, bisogna fare una rivoluzione culturale. Compito molto difficile ma (la storia ci dice) non impossibile. E oggi quanto mai necessario”. Un discorso antico, quello di Laterza, ma sempre attuale e che pone un interrogativo: come si passa dalle idee alle opinioni e dalle opinioni all’azione politica? Attraverso quali strumenti d’iniziativa culturale, di aggregazione sociale, di raccolta di consenso, di formazione e sviluppo delle decisioni a tutti i livelli ? Interrogativi ai quali fornivano una risposta le grandi agenzie e le grandi strutture politiche organizzate, i partiti, le fondazioni culturali, i sindacati: soggetti oggi tutti azzerati nella pratica dall’omologazione avvenuta attorno al feticcio dell’immagine intesa quale esaustivo veicolo per condurre al potere in tutti i campi. Nel frattempo sono cresciute le contraddizioni, si sono spazzati i fili dell’intreccio sociale, non esiste più rapporto tra progresso, sviluppo, eguaglianza : anzi quel rapporto si è rovesciato in un quadro di assoluta dequalificazione dell’agire politico. Restiamo in Italia. Ormai la condizione culturale del Paese è talmente ai minimi termini laddove la situazione si presenta in queste condizioni: 1) Nel 2015 si stima che le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta siano pari a 1 milione e 582 mila e gli individui a 4 milioni e 598 mila (il numero più alto dal 2005 a oggi).L'incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile sui livelli stimati negli ultimi tre anni per le famiglie, con variazioni annuali statisticamente non significative (6,1% delle famiglie residenti nel 2015, 5,7% nel 2014, 6,3% nel 2013); cresce invece se misurata in termini di persone (7,6% della popolazione residente nel 2015, 6,8% nel 2014 e 7,3% nel 2013).Quest’andamento nel corso dell'ultimo anno si deve principalmente all'aumento della condizione di povertà assoluta tra le famiglie con 4 componenti (da 6,7 del 2014 a 9,5%), soprattutto coppie con 2 figli (da 5,9 a 8,6%) e tra le famiglie di soli stranieri (da 23,4 a 28,3%), in media più numerose. 2) I nuovi dati riguardano l’Italia nel 2016 arrivano dall’Ocse, che nel suo rapporto sulle disuguaglianze calcola che l’1% più benestante della popolazione della Penisola detiene il 14,3% della ricchezza nazionale netta, praticamente il triplo rispetto al 40% più povero, che detiene solo il 4,9 per cento degli attivi totali. La crisi ha inoltre accentuato le differenze, dato che la perdita di reddito disponibile tra il 2007 e il 2011 è stata del 4% per il 10% più povero della popolazione e solo dell’1% per il 10% più ricco. Quanto ai redditi, nel 2013 il 10% più ricco della popolazione guadagnava undici volte di più del 10% più povero. La ricchezza nazionale netta, riporta ancora l’organizzazione parigina, in Italia è distribuita in modo molto disomogeneo, con una concentrazione particolarmente marcata verso l’alto. Il 20% più ricco (il cosiddetto “primo quintile”) detiene infatti il 61,6% della ricchezza e il 20% appena al di sotto (secondo quintile) il 20,9%. Il restante 60% si deve accontentare del 17,4% della ricchezza nazionale, di cui appena lo 0,4% per il 20% più povero. Anche nella fascia più alta, inoltre, la distribuzione è nettamente squilibrata a favore del vertice. Il vertice della piramide, cioè 5% più ricco della popolazione, detiene infatti il 32,1% della ricchezza nazionale netta, ovvero oltre la metà di quanto detenuto del primo quintile, e di questa quasi la metà è in mano all’1% più ricco. 3) 40,1 è il tasso di disoccupazione giovanile in Italia 22%, è la percentuale media di disoccupazione giovanile nell’Eurozona 19,4%, è il tasso di disoccupazione giovanile avuto in Italia nel 2007, uno dei tassi più bassi mai registrati Uno dei grandi problemi del nostro Paese è sicuramente la disoccupazione giovanile (15-24 anni), un male non solo economico ma anche psicologico e culturale per i giovani italiani. Le cause della disoccupazione sono ricondotte al sistema scolastico, ai cattivi collegamenti fra scuola e impresa, ad una diffusa mentalità anti-impresa e alla criminalità organizzata .Secondo una rilevazione datata dicembre 2015, il tasso di disoccupazione in Italia è del 37,9%, in Germania del 7%, in Grecia del 48,6%. Il tasso medio dell’Eurozona è del 22%. Nel 2007 il nostro Paese ha avuto un livello di disoccupazione basso (disoccupazione giovanile al 19,4%, disoccupazione totale al 5,9%) a dimostrazione della cattiva conduzione della cosa pubblica così come è stata attuata in Italia nella fase delle crisi della globalizzazione a causa del processo di finanziarizzazione dell’economia e di crescita dei conflitti armati nel mondo. Dove si sviluppa allora, nella situazione data, la battaglia delle idee in Italia: non certo rispetto ai temi che Laterza suggerisce nel suo intervento (che in realtà appare del tutto anomalo rispetto al quadro politico – culturale corrente) ma attorno al tetto degli stipendi alla RAI fissato in 240.000 euro all’anno e al riguardo del quale alcuni inamovibili che si aggirano attorno ai 2 milioni protestano e c’è chi argomenta che riducendo i compensi come previsto dalla legge la RAI finirebbe “fuori mercato”. E’ questo il livello drammatico della situazione nella quale ci troviamo e questo il livello infimo della discussione di merito che si sta sviluppando: ben oltre lo scenario delle mosse delle contromosse che il vieto politicismo corrente ci sta mostrando. Non ci si venga, alla fine, a replicare che descrivere le cose in questo modo (come effettivamente stanno) alla fine alimenta il cosiddetto populismo (le cui espressioni meramente verbali, nel caso italiano, alla fine risultano tra l’altro complici della conservazione di quel potere che ha costruito il disastroso stato di cose in atto). Non servirebbe forse portare avanti un’ideologia alternativa a quella dominante (che non vuol definirsi tale) adottata da tutti e che ha portato a questi esiti?

venerdì 24 febbraio 2017

Luciano Belli Paci: Scissione, la domanda sbagliata

I personaggi della "Ditta" che si accingono, forse (finché non lo vedo non ci credo), alla scissione negli anni passati hanno fatto tutti gli errori possibili ed hanno trangugiato tutti i rospi immaginabili, rendendosi ridicoli con i loro penultimatum. Hanno addirittura inaugurato un nuovo genere letterario surreale, che consiste nel paventare cose già avvenute, nel lanciare caveat a proposito di disastri che si erano già consumati. E non è neppure chiaro cosa li abbia spinti a subire tanto a lungo così umilianti adattamenti: l’antica disciplina comunista ? l'ancor più vecchio "tengo famiglia" ? o proprio non capivano l'irreversibilità di alcuni passaggi ? Eppure glielo spiegammo, dieci e più anni fa, che facendo nascere un partito senz'anima e retto da meccanismi plebiscitari si creavano le premesse per approdare a quella subalternità culturale che puntualmente si è poi determinata. Detto tutto questo, a me pare che il dibattito di questi giorni ruoti, tanto per cambiare, attorno alla domanda sbagliata: "perché fanno la scissione?" La domanda corretta dovrebbe essere quest'altra: "perché hanno atteso tanto ? come facevano a rimanere insieme ?" Molti sembrano non distinguere più un partito da una società commerciale. Non è che si sta insieme per vincere o per non far vincere gli altri; quello semmai può essere lo scopo di un'alleanza. Si sta in uno stesso partito (che, forse è bene rinfrescare l'etimologia, significa parte, segmento, porzione ...) se si è uniti da: a) un certo grado di adesione ad un profilo identitario, cioè ad una almeno minima visione del mondo; b) un certo grado di condivisione di alcune fondamentali priorità programmatiche; c) un livello accettabile di stima e fiducia nei confronti del gruppo dirigente. Nessun osservatore obiettivo potrebbe negare che nel caso di specie tutte e tre queste condizioni non vi sono più, e da molto tempo. Il profilo identitario comune non c’è mai stato, ma vi era un accordo tacito di rimozione del problema (il famoso “ma anche” veltroniano), che Renzi ha rotto. Ed è l’unico merito che gli riconosco. Le priorità programmatiche di Renzi sono mutuate dal programma vintage di Berlusconi, quello del 2001, che con i programmi del PD e della coalizione Italia Bene Comune c’entra come i cavoli a merenda. La disistima e la sfiducia, tra renziani e minoranza, sono reciproche e totali: ciascuno dei due pensa che l’altro, se appena potrà farlo, lo “asfalterà”. Se questa è la realtà oggettiva, è evidente che non possono stare in uno stesso partito; magari potranno allearsi, alla bisogna, sulla base di patti chiari. Patti tra diversi, quali sono. Basta il buon senso per riconoscerlo. Bastava il buon senso per evitare fin dall’inizio di iniziare una marcia verso il nulla. Luciano Belli Paci

Lavoro, unità, diritto alla felicità. Così la sinistra discute senza litigare

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Tony Wood reviews ‘Return to Cold War’ by Robert Legvold, ‘Should We Fear Russia?’ by Dmitri Trenin and ‘Who Lost Russia’ by Peter Conradi · LRB 2 March 2017

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Trump’s Strategy: il caotico disegno del presidente - Pandora Pandora

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Andrea Ermano: Il meglio del talk show

Il meglio del talk show di Andrea Ermano Per me le cavalcate ussare del professor Cacciari appartengono al me­glio del talk show italiano. Scaturiscono da una naturale intem­peran­za del carattere mediterraneo, che poi si rinfocola per il vivo disappunto, da parte dell'uomo erudito, di non riuscire a contenersi. Da un lato la tensione verso un'ideale di sé che includerebbe a rigore anche il freno inibitorio. Dall'altro lato la resa indocile a un temperamento che alla fine dell'assedio ti espugna l'animo al grido di "verità!", intimandoti di mandar tutti a quel paese. cid:image005.jpg@01D28DDD.878DC630 "Rivoluzione socialista" - Massimo Cacciari e Enrico Rossi martedì scorso a "Otto e mezzo" «Gli uomini di carattere hanno un brutto carattere», diceva Pertini, che se ne intendeva, e al quale Cacciari in fondo un poco somiglia. Quando era sindaco di Venezia, si scagliò in Piazza San Marco contro due famiglie di turisti che lanciavano briciole ai piccioni: «Mandatemi un vigile!», urlò in mezzo alla folla. «Ce ne sarà almeno uno, no? Per questi quattro deficienti». Lui è fatto così, sempre incavolato. E guai a chi ce lo tocca: «Me ne frego di Halloween! E, di festeggiarlo a Venezia, non se ne parla proprio: roba da Peschiera del Garda!»: quando rilasciò questa dichiarazione, i primi a trovarla divertente furono, naturalmente, quelli di Peschiera. Tutti gli perdonano tutto, ma le sue migliori incavolature sono quelle contro il socialismo e i socialisti. Negli anni Ottanta, il ministro De Michelis disse a Cacciari, reduce da una deludente esperienza parlamentare nel Pci: «Massimo, molte delle tue idee mi piacciono. Perché non vieni nel Psi?» Erano impe­gna­ti in un dibattito pubblico tra veneziani, mi pare. «Grazie, Gianni, della tua generosa offerta», replicò quello, «ma sono già ricco di famiglia». Chissà come si sarebbero svolte le vicende della politica e della filosofia italiana, senza quella battuta memorabile. Nel frattempo sono passate due Repubbliche. Il PSI di Bettino Craxi non c'è più da un quarto di secolo. La gente del crucifige, oggi per lo più rimpiange l'ex premier sepolto a Hammamet. Ma i "socialisti" restano un nervo scoperto. Nell'inconscio collettivo italiano continua l'interminabile tafferuglio tra indignazione e senso di colpa. Quando, qualche giorno fa, Lilly Gruber ha chiesto lumi sullo stato di salute del socialismo in Italia dopo la scissione del PD, l'ex sindaco-filosofo è esondato: «Se "socialismo" significa nostalgia di vecchie forme di welfare che erano già superate teoricamente e praticamente verso la fine degli anni Settanta, se significa conservatorismo assoluto, com'è stato durante tutta la Seconda repubblica da parte del centro-sinistra sulle questioni di riforma costituzionale eccetera, eccetera, sugli assetti amministrativi, su tutto: conservatorismo assoluto! (…) Se è questo il "socialismo", allora è chiaro che non ha nessuna prospettiva», ha esordito Cacciari. E però non si è capito bene con quale "socialista", in concreto, egli ce l'avesse. I quattro premier italiani in qualche modo riconducibili all'orizzonte del socialismo europeo – Renzi, D'Alema, Amato e Craxi – si sono spesi non poco per le "riforme", anche se talvolta con uno slancio degno di miglior causa. Né certo hanno frenato le "riforme" Napolitano, Pertini o Saragat, i tre Capi di Stato socialisti avvicendatisi finora al Quirinale. Napolitano, addirittura, ha vincolato la propria rielezione al tema delle riforme. Anche se poi, sì, il risultato è stato quel disastroso "combinato disposto" tra l'Italicum e la revisione Renzi-Boschi che tutti conosciamo. cid:image003.jpg@01D28DDD.85F572F0 "Dal Pci al Socialismo Europeo" Cacciari con Giorgio Napolitano «Dopodiché, la si chiami come si vuole, ma una politica di difesa e di promozione del lavoro e dell'innovazione, di difesa dei giovani, di difesa dell'occupazione, una politica di reddito garantito per ragioni di fondo, storiche, perché siamo in un sistema sociale ed economico che lavora e funziona a riduzione del tempo di lavoro necessario, e quindi non è che possono sopravvivere soltanto i finanzieri, gli economisti e i creativi», ha aggiunto il professore: «Perché ci sono grossissimi problemi nuovi da affrontare… E allora se una forza che affronta questi problemi vuole chiamarsi "socialista", si chiami "socialista"!». Oibò, nulla è scontato, ma questo l'avevamo capito anche noi, dopo gli otto anni trascorsi alla Casa Bianca dal socialdemocratico Obama, dopo che il socialista americano Bernie Sanders si è rivelato essere il candidato preferito dalle giovani generazioni USA, dopo che il socialista portoghese António Guterres è stato eletto Segretario generale dell'ONU, e dopo l'avvento al soglio petrino di Francesco, pontefice della questione sociale globale, anche se sua eminenza il card. Camillo Ruini – in tutt'altre faccende affaccendato – fa il nesci. Che gli importava se c'era una legge dello Stato, confermata dal 70% degli italiani nel referendum del 1981? Il card. Ruini, quando fu giunto alla guida della CEI, intensificò la strategia "informale" dei "disincenti­vi economici e di carriera" in grado di "convincere" i ginecologi italiani all'obiezione di coscienza. La quale salì dal 58,7% del 2005, al 69,2% del 2006, al 70,5% del 2007, al 71,5% del 2008, con punte di oltre il 90% in alcune regioni. cid:image004.jpg@01D28DDD.85F572F0 Alleati storici: Berlusconi e il card. Ruini Disse una volta Loris Fortuna, con grande pacatezza e ironia: «Se gli alti prelati rimanessero "incinti", l'interru­zione di gravidanza sarebbe "un sa­cra­mento"». Ecco, al coraggio delle idee di quel socialismo dobbiamo tornare. E, in effetti, in quella dire­zione va la sterzata a sinistra del Labour di Jeremy Corbyn, la vittoria di Benoît Hamon alle primarie del PSF, l'impennata di consensi della SPD di Martin Schulz e, anche, perché no, la "Rivoluzione socialista" argomentata dal gover­natore toscano Enrico Rossi mentre esce, insieme a Pierluigi Bersani, da quello che loro ormai definiscono il "Partito di Renzi" (PdR). Il quale Renzi, tuttavia, rivendica anch'egli, ogni volta che può, il proprio ruolo decisivo nell'adesione del PD alla grande famiglia del Socialismo Europeo, dove la sinistra cristiana per altro si sente ormai a casa. Dopodiché, in tema di socialismo e socialisti, rispunta sempre in Italia una coda di paglia incredibile. Ed è forse in questa chiave che si comprende la conclusione di Massimo Cacciari: «Ma il termine "socialista", chiara­mente, appartiene al Novecento. In tutti i sensi. È chiaro. E le forze che vogliono rimanere aggrappate a quello che quel termine significava sono spacciate, come sta avvenendo». «Ma Bernie Sanders, col suo socialismo rooseveltiano, non è stato propriamente spacciato», gli ha ribattuto Rossi. «Veramente ha perso», è stata la controreplica di Cacciari. «Ha perso, però ha preso tanti voti», ha tenuto fermo Rossi. «Ecco, tanto basta: prendere i voti», ha osservato Cacciari. «Ma da quando la sinistra pensa che dobbiamo soltanto "vincere", si è condannata regolarmente a perdere, sempre di più», è stata la stoccata finale di Rossi. Touché. Insomma, la "questione sociale" ha riconquistato il centro della scena: la difesa del lavoro, delle giovani generazioni, del salario di garanzia... Temi che si diffondono, nuovamente, tra le barbe dei filosofi come pure tra le vaste masse del ceto medio occidentale instradato sulla via della decadenza. Quindi non importa quale termine userete per evitare di pronunciare la parola "socialismo". Ciò che importa davvero è che: o socialismo o forconi. E questo oggi ormai, in un modo più o meno esplicito, lo ammettono tutti. Poi si vedrà.