mercoledì 14 agosto 2019

L'ex premier israeliano Barak ad Huffpost: "La mia ultima missione: abbattere il regime di Netanyahu" | L'HuffPost

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Liberalsocialismo

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The Puzzle of Economic Progress by Diane Coyle - Project Syndicate

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Alberto Benzoni: Compagni, sveglia | Risorgimento Socialista

Compagni, sveglia | Risorgimento Socialista

Argentina, l'accoppiata Alberto Fernández-Cristina Fernández de Kirchner batte Macrì alle primarie - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

Argentina, l'accoppiata Alberto Fernández-Cristina Fernández de Kirchner batte Macrì alle primarie - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

martedì 13 agosto 2019

Anna Falcone: "Chi odia non ha idee e nasconde il suo vuoto dietro la rabbia. Noi idee ne abbiamo tante e sappiamo come realizzarle. Facciamolo" - nuovAtlantide.org

Anna Falcone: "Chi odia non ha idee e nasconde il suo vuoto dietro la rabbia. Noi idee ne abbiamo tante e sappiamo come realizzarle. Facciamolo" - nuovAtlantide.org

Why the Labor Movement Needs the Left

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Il fascismo (storico) non tornerà ma la democrazia (costituzionale) non può resistere a tutto – laCostituzione.info

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LA FRAGILITA' ITALIANA E LA UE - R.Prodi - crisi di governo, i conti, manuale di difesa - | Sindacalmente

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Daniel Finn, Corbyn, Labour and the Brexit crisis

Daniel Finn, Crosscurrents, NLR 118, July–August 2019

Macaluso: «Una destra pericolosa, nessuno ora indebolisca il centrosinistra»

Macaluso: «Una destra pericolosa, nessuno ora indebolisca il centrosinistra»

lunedì 12 agosto 2019

Franco Astengo: Crisi

LA CRISI di Franco Astengo In queste ore di grande confusione la non ancora ufficializzata crisi di governo sta mostrando la sua vera cifra complessiva: 1) Autoreferenzialità del sistema politico; 2) Unico obiettivo l’incasso o il pagamento di dividendi (veri e/o presunti) da parte di alcuni spericolati imprenditori politici che già conoscevamo come veri e propri avventurieri: Salvini e Renzi “in primis”; 3) Cambiali in scadenza molto salate da pagare: prima fra tutte quella relativa all’aumento dell’IVA; 4) Assoluta mancanza di un’alternativa credibile. Comunque vada, elezioni o non elezioni, il risultato finale sarà quello di un’ulteriore caduta di credibilità del sistema e di scivolamento verso l’affermazione dell’idea dell’antipolitica da trasformarsi in svolta autoritaria. A sinistra dovremmo cercare di occuparci della qualità della democrazia e delle fragilità (ormai arrivata al limite del logoramento) del sistema politico – istituzionale, partendo dalla difesa della Costituzione Repubblicana.

domenica 11 agosto 2019

Livio Ghersi: per un governo di garanzia elettorale

Per un governo di garanzia elettorale Nella politica italiana si naviga a vista. Tutto è incerto; quindi i protagonisti politici si rifugiano nell’ambiguità. Ci sono dichiarazioni ufficiali, ma in questa fase contano più i retropensieri. Il fatto politico oggettivo è la decisione della Lega di sfiduciare il Governo presieduto da Giuseppe Conte. Del tutto discutibile, invece, che a questa scelta politica della Lega debba conseguire, necessariamente, la conclusione della diciottesima Legislatura del Parlamento. Certo, il partito della Lega vuole le elezioni prima possibile, nella previsione di aumentare considerevolmente il numero dei propri deputati e senatori nella legislatura successiva. Non c’è, però, nessuna legge ineluttabile, di natura politica, o giuridico-costituzionale, che lo imponga. La Lega ha ridato potenza alla destra italiana; ma è una "potenza" più apparente che reale. La strategia di continuare a contrapporsi alle Istituzioni dell’Unione Europea è di per sé sbagliata e pericolosa. Immaginare di poter, non soltanto evitare l’aumento dell’Iva, ma, contemporaneamente, di poter spendere altre ingenti risorse per ridurre significativamente le entrate tributarie, il tutto in deficit, significa non soltanto violare le regole europee in materia di tenuta dei conti pubblici, ma, soprattutto, equivale a sfidare i mercati finanziari. Considerate le dimensioni del debito pubblico italiano e tenuto conto che Mario Draghi sta per lasciare la presidenza della Banca centrale europea, assumere atteggiamenti di sfida nei confronti dei mercati finanziari è la cosa peggiore da fare. C’è da stendere un velo pietoso, poi, sull’incultura istituzionale che contraddistingue l’uscente Ministro dell’Interno, in costume da bagno e maglietta. Egli, infatti, chiede i "pieni poteri". Li chieda pure, ma sta proprio a quanti hanno sufficiente esperienza di mondo, memoria storica, attaccamento ai valori della Costituzione repubblicana, rispondergli cortesemente, ma con la massima fermezza, un chiaro "No". Nelle situazioni difficili, si vede quale sia la stoffa di un politico. L’intervista, rilasciata da Matteo Renzi al quotidiano Corriere della Sera di domenica 11 agosto 2019, dimostra come Renzi sia un uomo che non si impicca alla "coerenza". Ciò per un politico puro è un bene, non un male. La coerenza va bene per Martin Lutero che, nell’aprile del 1521, al cospetto della Dieta imperiale di Worms, diceva: «Qui sto io. Non posso fare altrimenti. Dio mi aiuti. Amen». I rappresentanti del popolo in Parlamento, invece, siedono nelle due Camere proprio per trovare, di volta in volta, la soluzione che sembra loro più rispondente agli interessi generali dell’Italia. Nelle situazioni difficili e confuse, devono scegliere l’orientamento che costituisca il meno peggio, per evitare un peggio certo e sicuro. Renzi ha parlato dell’esigenza di dar vita ad un "governo di garanzia elettorale" con tutti quelli che ci stanno; va da sé, infatti, che non si possa consentire all’uscente Ministro dell’Interno di gestire tutta la delicatissima fase elettorale. Tanto più in un momento in cui la tensione fra le forze politiche è alta. Ha poi aggiunto che bisogna far entrare in vigore la riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. L’iter è quasi completato, perché già ci sono state tre letture e manca soltanto l’ultimo e definitivo voto della Camera dei deputati. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato d’accordo con la proposta di ridurre il numero dei membri del Parlamento italiano. Ai rappresentanti del popolo si possono applicare i medesimi criteri che spiegano il meccanismo dell’inflazione monetaria in economia: più aumenti il numero complessivo dei rappresentanti, meno vale il singolo parlamentare. Viceversa, se fissi un numero equilibrato, avrai un parlamentare "pesante", realmente rappresentativo di un territorio. Avrai un singolo parlamentare che conta individualmente di più, quindi può essere più incisivo. A me, poi, non piace che un troppo alto numero di persone "vivano" di politica; ossia che facciano del loro ruolo istituzionale la propria fonte di sussistenza economica. La democrazia rappresentativa ha dei costi inevitabili, certo, e ben volentieri occorre sopportarli. Non bisogna, tuttavia, ampliare a dismisura il numero degli eletti, nella falsa logica di aumentare la partecipazione democratica. Chi ha a cuore la cosa pubblica fa politica indipendentemente dalle indennità parlamentari; anzi, investe nella politica tempo e denaro proprî. Ciò di cui certamente non c’è bisogno è di mantenere, a spese dei contribuenti, un ceto politico sovradimensionato; il quale, proprio nella misura in cui è sovradimensionato, è parassitario. Il numero alla fine individuato dalla riforma costituzionale ora in discussione, 400 deputati e 200 senatori, è equilibrato. Un Senato di 200 membri può funzionare perfettamente; mentre, invece, non avrebbe potuto funzionare un Senato di soli 100 membri, come previsto dalla scriteriata riforma costituzionale proposta proprio da Matteo Renzi ed a ragione respinta dal Corpo elettorale nel referendum del 4 dicembre 2016. La riforma costituzionale è "minimalista"? Non realizza un bicameralismo differenziato, diversificando le competenze delle due Camere? Dal mio punto di vista è, comunque, un passo in avanti. Realizza finalmente almeno una parte di progetti riformatori che si trascinano da decenni. Quindi, non soltanto mi farebbe piacere che questa riforma costituzionale venisse approvata; ma la difenderei anche in un eventuale, successivo, Referendum confermativo. La riduzione del numero dei parlamentari rimette in qualche modo in discussione le leggi elettorali di Camera e Senato. É previsto che si possa votare con le leggi elettorali vigenti, però rideterminando le percentuali di quanti vanno eletti nei collegi uninominali con metodo maggioritario e di quanti vanno eletti nei collegi plurinominali con metodo proporzionale. Dipendesse da me, lascerei invariato l’attuale numero dei collegi uninominali; il che presenterebbe il vantaggio di non doverli ridisegnare un’altra volta. Così, alla riduzione del numero dei parlamentari, conseguirebbe un’accentuazione del carattere maggioritario dei sistemi elettorali; nel senso che resterebbe una significativa quota di deputati e senatori eletti con metodo proporzionale, ma il loro numero non sarebbe così preponderante come adesso. In ogni caso, posto che occorrono tempi tecnici, anche se non lunghi, per ricalibrare le leggi elettorali, l’approvazione della riforma costituzionale adesso farebbe il gioco di quanti vogliono rinviare la data della fine anticipata della Legislatura. Anche i nemici della riforma dovrebbero fare buon viso a cattiva sorte. Il Movimento Cinque Stelle, che sembrava annientato dall’iniziativa della Lega, potrebbe rivendicare il merito di avere determinato una effettiva, concreta, riforma della Costituzione, in un senso certamente gradito alla stragrande maggioranza del popolo italiano. Ne uscirebbe così con onore, limitando i danni. Anche se l’esperienza del Governo Conte è sotto gli occhi di tutti e gli elettori avranno ora tanti elementi di giudizio in più per esprimere il proprio voto in proseguo di tempo. Un governo di garanzia elettorale, appoggiato in qualche modo (la fantasia dei politici è illimitata) sia dal Movimento Cinque Stelle, sia dal Partito Democratico, e con l’apporto di tutte le altre forze politiche disponibili, non potrebbe mai rappresentare una bizzarria politica superiore alla bizzarria della quale ha dato prova la cosiddetta maggioranza "giallo-verde". Ci rimettiamo, per il resto, alla saggezza del Presidente della Repubblica. Palermo, 11 agosto 2019 Livio Ghersi

È in gioco la democrazia, la sinistra non si divida come nel 1921 | Left

È in gioco la democrazia, la sinistra non si divida come nel 1921 | Left

Franco Astengo: Sinistra costituzionale

SINISTRA COSTITUZIONALE di Franco Astengo Possiamo considerare la battuta pronunciata da Salvini sui “pieni poteri” una sorta di “voce dal sen fuggita” in occasione di un eccitato comizio d’apertura di quella che si annuncia come una campagna elettorale decisiva per molti degli imprenditori politici attivi nello scenario italiano? Tralasciamo i paragoni con le analoghe richieste mussoliniane all’indomani della Marcia su Roma e concentriamoci su di una realtà innegabile legata al tempo presente: la richiesta di “pieni poteri” arriva in chiusura di una lunga stagione nel corso della quale, in nome della “modernità del decisionismo” abbiamo assistito a una serie di attacchi alla Costituzione Repubblicana e soprattutto alla forma parlamentare della Repubblica, all’introduzione del maggioritario addirittura inteso come “vocazione”, all’esasperazione del concetto di “personalizzazione della politica”. Sulla “personalizzazione della politica” ci sarebbe ancora da ragionare nei termini di corrispondenza del fenomeno al tipo di mutamenti avvenuti in direzione dell’affermarsi dell’individualismo (prima “competitivo” poi “della paura”). L’egemonia culturale dell’individualismo ha così provocato un vero e proprio sfrangiamento sociale al punto tale da far salire la richiesta del ritorno a un “Comando autoritario”. L’esasperazione dei concetti di governabilità e di decisionismo sono degenerati in una richiesta di forme autoritarie di governo considerate come i soli strumenti in grado di affrontare drasticamente le contraddizioni emergenti e in particolare quella riguardante il flusso dei migranti. E’ stato questo l’humus sul quale è fiorita l’idea dei “pieni poteri” e oggi fior di analisti, svegliatisi in colpevole ritardo, si affrettano a ricordare come un tale passaggio non sia previsto in alcuna parte del nostro ordinamento. E’ lecito però aspettarsi che, in base all’esito elettorale prossimo venturo (indipendentemente dalla data di svolgimento dei comizi) assisteremo a un nuovo attacco alla Carta Fondamentale: ed è lecito, in questa situazione, pensare che difenderla sarà molto più problematico di quanto non sia avvenuto in passato. Proprio in previsione di questo passaggio deve essere rilanciata la prospettiva di una “Sinistra Costituzionale”, autonoma sul piano della presenza politica, capace sul terreno elettorale di sviluppare un discorso di alleanze, formata nel segno di una vera e propria “ricostruzione di soggettività” e programmaticamente orientata su di un progetto legato al riconoscere la complessità delle contraddizioni da affrontare nel segno di una capacità di “riconoscimento sociale” all’altezza dei tempi avendo sempre al centro la necessità di combattere l’imperante logica dello sfruttamento, ormai estesa ben oltre i classici “clevages” investendo il rapporto tra struttura e sovrastruttura ormai modificatosi radicalmente rispetto ai canoni classici del ‘900. Infine un’annotazione di stretta attualità riguardante il tema del taglio nel numero dei parlamentari: si prospetta, infatti, una gigantesca truffa all’insegna di un voto semplicemente mediatico e propagandistico, in piena linea con l’attacco nuovamente in corso che prevedibilmente proseguirà intensificato se si arriverà a una nuova legislatura in tempi brevi. Attenzione: sul tema della struttura del Parlamento si gioca il bene inalienabile della rappresentanza politica. In conclusione: il tema della qualità della democrazia, in tempi di attacchi di matrice autoritaria e di crisi del liberalismo classico, deve diventare il tema prioritario per una sinistra che intende essere attivamente presente nei processi politici attuali e di conseguenza anche nell’eventualità di una campagna elettorale che dovrebbe svolgersi in tempi molto ristretti. Una “Sinistra costituzionale” capace anche di valorizzare le diverse matrici storiche che a suo tempo rappresentarono il fulcro di quel pensiero superando divisioni ormai anacronistiche. Si tratta di tenere sulle nostre spalle, come prezioso bagaglio culturale, quel pensiero profondo che tradotto in politica costituì la base per affrontare il consolidamento della democrazia dopo il fascismo, contribuì a ricostruire il Paese dalle macerie della guerra rappresentando i settori sociali che in quel frangente pagarono il prezzo più alto sapendo esprimere compattezza sociale e visione di un concreto e non semplicisticamente utopico futuro di cambiamento.

sabato 10 agosto 2019

Pierluigi Fagan: Dove va la transizione italiana?

Pierluigi Fagan: Dove va la transizione italiana?

Trump’s Deficit Economy by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

Trump’s Deficit Economy by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

Scandals Aren’t Enough to Stop Salvini

Scandals Aren’t Enough to Stop Salvini

What a Socialist Society Could Actually Look Like

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The Myth of Welfare Dependency by Rema Hanna - Project Syndicate

The Myth of Welfare Dependency by Rema Hanna - Project Syndicate

Socialism After the United Kingdom

Socialism After the United Kingdom

Quel silenzio sul Donbass, stretto tra il regime ucraino e quello russo | Left

Quel silenzio sul Donbass, stretto tra il regime ucraino e quello russo | Left

martedì 6 agosto 2019

How can we build a 21st-century Labour Party? - LabourList

How can we build a 21st-century Labour Party? - LabourList

Franco Astengo-Felice Besostri: Per la ricostruzione della sinistra italiana

PER LA RICOSTRUZIONE DELLA SINISTRA ITALIANA: LINEE DI SUCCESSIONE di Franco Astengo e Felice Besostri Da molto tempo la sinistra italiana ha bisogno di avviare un processo di vera e propria ricostruzione. Alcuni punti fermi di una tale rifondazione sono a nostro avviso ben individuabili e costituiscono i presupposti fondamentali della possibile ripartenza: 1) L’inutilità del mero assemblaggio delle residue forze esistenti e della stanca riproposizione di liste elettorali sempre diverse, ma immancabilmente votate al fallimento; 2) la necessità di richiamarsi ad un patrimonio storico e culturale valido sia sul piano della teoria, sia su quello della dinamica politica, superando in avanti antiche divisioni. Di qui l’impegno ad evitare d’ora in avanti ogni ridicola diatriba sul “aveva ragione questo” o “aveva torto quello”, come ogni pretestuosa richiesta di scuse davanti alla storia (anzi alla Storia) ecc., ecc.; 3) è ora di riavviare, senza anacronistici riferimenti a modelli passati (Bad Godesberg, Epinay, Primavera di Praga: tra l’altro tra loro del tutto diversi) l’elaborazione di un progetto originale che riparta delle contraddizioni e “fratture” fondamentali, incrociandole però con le nuove contraddizioni imposte dal presente. Se da una parte infatti non basta più da sola l’antica “contraddizione principale” fra capitale e lavoro, certo non si può neanche sbilanciare il discorso dall’altra parte, lasciando campo solo a temi pure urgenti come la questione ambientale, peraltro strettamente legata al modo di produzione, o una strategia dei diritti riorganizzata esclusivamente attorno alle questioni di genere. Occorre invece tornare a pensare insieme i due piani: materiale e immateriale, struttura e sovrastruttura, economia e diritto. Le faglie oggi definite “post- materialiste” devono stare dentro una strategia complessiva di trasformazione dell’esistente. Per dirla con Carlo Marx: “Non basta interpretare il mondo, occorre cambiarlo”; 4) Strettamente connesso a quanto appena detto sui mutati rapporti tra economia e politica, finanza e modello sociale, tecnica e vita civile, è anche lo sfrangiarsi individualistico della società, ma soprattutto la crisi evidente della democrazia, palesatasi dopo il 1989. Allora la fine della Guerra Fredda lungi dall’aprire ad un’epoca di “noia democratica”, ad un mondo pacificato all’insegna del liberalismo/liberismo, aprì piuttosto all’epoca della “guerra infinita” ovvero a modelli equivoci detti di “democrazia del pubblico” o “democrazia recitativa”. Si aprì insomma un’epoca di tensioni planetarie potenzialmente antidemocratiche, fondate sulla scissione tra procedimento elettorale e partecipazione dei cittadini, con l’esercizio del potere popolare messo pericolosamente in discussione. Per questo la sua rifondazione è oggi più che mai una priorità per una nuova sinistra che voglia essere all’altezza delle sfide del tempo nuovo; 5) della crisi di sistema appena richiamata sono indizio anche alcune pulsioni che pensavamo ormai accantonate, da quelle nazionalistiche, a quelle imperialiste, al ritorno di fantasmi quali il razzismo e il fascismo. Anche tutto questo ovviamente deve essere inquadrato nel contesto del mutamento delle dinamiche internazionali degli ultimi decenni. La fase presenta infatti elementi di emersione di nuovi livelli di confronto tra le grandi potenze e di profonda modificazione del processo di globalizzazione, così come si era presentato alla fine del XX secolo e, successivamente, nella fase della “grande crisi” del 2007. Sotto quest’aspetto il grande tema rimane quello di un rilancio concreto dell’internazionalismo e della prefigurazione di un modello economico e sociale alternativo a quello neoliberista; 6) in questo quadro un “dialogo Gramsci - Matteotti”, che parta dalla loro analisi dell’avvento del fascismo dopo la fine della Grande Guerra, può essere propedeutico ad un rinnovato discorso culturale e politico di sinistra all’indomani della fine della Guerra Fredda (e in presenza dei ricordati fenomeni di crisi della democrazia e di fascismo di ritorno). Non ci interessa costruire una sorta di Pantheon comune fra compagne e compagni che hanno vissuto passate divisioni e che invece oggi sono unicamente impegnati ad affrontarne sfide nuove ed inedite; molto più interessante semmai una ricerca in mare aperto su quelle che definiamo “linee di successione” rispetto ai grandi del pensiero e dell’azione politica di sinistra del ‘900. Ritornare a Gramsci e Matteotti dunque. E non solo in ragione del grande valore morale e politico rappresentato dalla loro comunanza di martirio, ma soprattutto per alcuni tratti comuni della loro analisi. Che ci paiono tanto proficue a tanta distanza di tempo ed entro tutt’altra temperie politica e sociale. Come preziosa ci appare la coerenza e l’intransigenza, scevra di settarismo, che sempre sottese la loro vita. Sicuramente qualcuno potrà trovare fra i due autori testi o passaggi contradditori tra loro: condanne reciproche, interventi svolti sull’onda del contingente, che in apparenza parrebbero smentire la praticabilità di una ricerca attorno appunto a comuni “linee di successione”, ma si tratterebbe di letture superficiali e strumentali. Non ci si rapporta così ai classici. E Gramsci e Matteotti sono certamente dei classici della nostra modernità politica. Di certo a noi non interessa indulgere in polemiche di corto respiro. Molto più utile fissare alcune “linee” di lavoro: 1) intanto l’impegno a sviluppare una adeguata “profondità di pensiero politico”. Potrebbe essere utile in questo senso riscoprire la categoria di “pensiero lungo”, a indicare uno sforzo di analisi e proposta che abbia respiro e profondità; premessa indispensabile tanto alla ricerca delle origini classiche di una teoria critica dell’esistente, quanto alla immaginazione e realizzazione di scenari futuri all’insegna della qualità e della civiltà; 2) recuperare poi la capacità di riflessione e intervento sul presente che fu innanzitutto propria di Gramsci e Matteotti. Se il primo infatti è stato tanto l’organizzatore degli operai di Torino, quanto l’acuto interprete dei termini essenziali della “questione meridionale” (all’epoca coincidente in larga parte con la “questione contadina”), Matteotti è stato il riferimento dei braccianti di una delle zone più povere e d’intenso sfruttamento, quella del Delta del Po, ma anche chi indagò e denunciò le trame spesso oscure che intrecciavano già allora finanza e sfruttamento delle fonti energetiche; 3) ma decisiva è anche la questione morale. In Gramsci essa costituiva una sorta di stile di pensiero e di vita, strettamente connessa alla fatica del pensiero, al rigore degli studi e delle analisi indispensabili all’azione politica di una classe operaia che doveva essere classe dirigente nazionale. Ebbene era la stessa serietà e intransigenza che animava Matteotti, quella che sempre ne sostenne l’azione politica e parlamentare; si pensi solo alla capacità d’inchiesta, alla fermezza con cui agitò proprio la “questione morale” in faccia al fascismo rampante, quella stessa che costituì la vera ragione della sua condanna a morte; 4) ora fu proprio una radicale e coerente capacità di analisi a consentire sia a Gramsci sia a Matteotti di antivedere le dinamiche sociali e politiche che avrebbero portato al regime fascista. La cosa è tanto più significativa perché le loro intuizioni si sviluppavano in un clima nel quale, anche in ambiente antifascista, inizialmente ci si illuse che il movimento mussoliniano potesse essere solo un fenomeno passeggero, una “parentesi”, magari addirittura utile per riportare all’ordine liberale, dopo i drammi della guerra mondiale e dell’immediato dopoguerra. Del resto allora addirittura a sinistra vi fu chi non riuscì a cogliere la pericolosità del fenomeno, considerandolo mero elemento degenerativo del capitalismo, cui ovviare attraverso il mero rilancio della dinamica della lotta di classe. Ebbene le analisi ben altrimenti approfondite di Gramsci e Matteotti, un certo stile intellettuale e morale, tornarono utili non solo dopo il 1945 per la ricostruzione dei grandi partiti della sinistra dell’Italia repubblicana, ma mantengono un’intatta utilità ancora oggi, in un paese in cui la sinistra è letteralmente scomparsa e ci troviamo di fronte a problemi immani ed inediti di rifondazione e ricostruzione. Per questo ci sembra indispensabile avviare un processo di “confronto costituente”. Gramsci e Matteotti possono contribuire a trovare la giusta direzione di marcia. Resta per altro per noi chiaro che quella che ci attende non è una operazione di mero valore scientifico, individuare infatti le linee “di frattura” e “di successione” deve servire a meglio preparare il terreno per lo sviluppo del più alto livello possibile di progettualità sistemica. Se ancora a cavallo tra il XIX il XX secolo definire cosa fosse il socialismo era abbastanza semplice e la divisione era su come raggiungere l’obiettivo di una società senza classi e con i mezzi di produzione in proprietà collettiva, oggi non solo in quel che resta della sinistra ci sono profonde differenze programmatiche, ma proprio il punto del socialismo è tutt’altro che condiviso. Si tratta dell’ennesima riprova della profondità di una crisi che è politica, teorica, morale, di classi dirigenti. Di qui l’esigenza, che avvertiamo impellente, di un ripensamento dei fondamenti di una teoria e pratica politica che possano dirsi di sinistra, socialiste, riformiste, radicali, intransigenti. Partire da Gramsci e Matteotti dunque come modo migliore per riprendere il cammino. Per dare sostanza ad un progetto politico ambizioso: che mira a ridare a poveri e sfruttati il loro partito e alla democrazia italiana una soggettività politica indispensabile. Necessaria alla sua qualità, alla sua rappresentatività, alla sua stessa sopravvivenza.

giovedì 1 agosto 2019

Fracassi e Scacchetti (Cgil). In un anno il governo ha portato l’economia in stagnazione. Dati Istat: occupazione non cresce. Crescita zero. Critiche da Renzi, Speranza, Brunetta, Confindustria, Confesercenti, Confcommercio, Federdistribuzione | Jobsnews.it

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La sinistra latinoamericana ci riprova - Jacobin Italia

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The Democratic Debate Showed the Left Is Winning

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Red and green values | Fabian Society

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Corbyn on a vote of no confidence, Brexit, antisemitism and diversity - LabourList

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Giovanna Baer: Fra Stato e Mercato. L'ossimoro cinese

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La rivista il Mulino: Madrid, 29/7/2019

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In Night 1 of the Democratic Debate, It Was Elizabeth Warren and Bernie Sanders Versus the Moderates | The New Yorker

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