lunedì 18 febbraio 2019

Brexit, la spaccatura del Labour che frena il Referendum bis

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Franco Astengo: Ancora sulle Regioni

ANCORA SULLE REGIONI di Franco Astengo Il sistema politico italiano attraversa una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni autoritarie collocate ben oltre il concetto di “democrazia esecutiva e/ o illiberale” oggi in auge in diverse parti d’Europa. La testimonianza migliore di questa difficoltà è rappresentata dalla presenza italiana come quella della Lega nell’attrezzarsi di un’alleanza di estrema destra in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento di Strasburgo. Nel frattempo è scoppiato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla stessa Lega sia dal PD. Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi. La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito su questo tema: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo. Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. Chi scrive ha cercato nei giorni scorsi di affrontare questo punto delicatissimo attraverso un minimo di ricostruzione storica partendo dall’esplicitazione del concetto di “decentramento amministrativo“ così come elaborato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente. Adesso però è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera. In questo secondo caso, quello relativo alla politica estera, ci troviamo addirittura in una situazione di “supplenza” esercitata dallo stesso Presidente della Repubblica (tema da affrontare anche perché ci troviamo di fronte all’ennesimo tornante di una trasformazione di ruolo del Presidente della Repubblica rispetto a quello previsto dai dettami della Carta Costituzionale). All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione che oggi è affrontato esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti. E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970. Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution. La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”. Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale. L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa. L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente. Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti e adesso si starebbe cercando di far passare la competenza esclusiva su di un altro pezzo fondamentale come quello dell’istruzione pubblica. Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo (in particolare nella sanità) è stato elevato vieppiù a sistema. Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere, per quanto riguarda la situazione del Sud, con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo. Le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”. L’Ente Regione rappresenta un vero e proprio “buco nero” nella crisi del sistema politico italiano ricordando anche che è rimasto in piedi il valore costituzionale delle Province confermato da un largo voto popolare che ne ha bocciata la riforma nell’ambito del (fallito) progetto di revisione costituzionale del PD (R).

Lavoro e povertà: le conseguenze della flessibilità | Working poor

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We need a welfare system fit for the 21st century - LabourList

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La corsa della sinistra tedesca al reddito di cittadinanza - Lettera43

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Bisogna riunificare la sinistra divisa tra riformisti e radicali – Strisciarossa

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Sì a una vera Sinistra per una società più giusta e non sovranista #Europa « gianfrancopasquino

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sabato 16 febbraio 2019

Franco Astengo: Regioni e Costituzione

REGIONI E COSTITUZIONE di Franco Astengo La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito sul tema dell’autonomia differenziata delle Regioni, così come chiesto da Veneto, Lombardia, Emilia Romagna: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo. Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. In una sua intervista rilasciata a “Repubblica” l’ex-presidente della Corte Costituzionale Onida ha interpretato il progetto come momento di attuazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, così come questo era stato modificato con la riforma del titolo V avvenuta nel 2001. Un punto di grande interesse perché, esaminandolo, ci consente di tornare a verificare quel tipo di riforma eseguita all’epoca dal governo di centro sinistra con il solo scopo di “inseguire”, in una certa misura, la Lega (in allora “Nord”) sul suo terreno: una riforma costituzionale poi giudicata come svolta in maniera affrettata e incompleta. In quest’occasione però cercheremo di sviluppare un discorso riguardante l’ipotesi che al riguardo dell’istituto regionale fu portata avanti in sede di Assemblea Costituente. Un punto di premessa: alla Costituente le Regioni erano considerate come soggetti di “decentramento amministrativo”, questo indirizzo è stato poi modificato proprio nell’occasione della già citata riforma del titolo V, dopo una fase nella quale erano apparse forti le spinte alla “devolution”. Il decentramento amministrativo è stato introdotto nel 1948 con la Costituzione Italiana, in cui viene esplicitamente citato all'articolo 5, come principio alternativo e opposto al principio dell'accentramento amministrativo. Il più ampio decentramento amministrativo viene realizzato concretamente attraverso l'attribuzione delle relative funzioni a organi diversi da quelli centrali, ovvero gli enti locali. Sebbene costituzionalmente previsto, il decentramento avvenne in maniera graduale e progressivo, in tema si ricordano la legge 16 maggio 1970, n. 281, la legge 22 luglio 1975, n. 382 e il d.lgs. 31 marzo 1998, n. 112. ] Le istanze regionaliste e federaliste avevano trovato ampia espressione nel Risorgimento italiano: Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari furono i principali sostenitori dello Stato federale. Si ricorda, nei primi anni dell’Unità d’Italia, un progetto “Minghetti” di «discentramento amministrativo» che prefigurava l'istituzione di un ente intermedio tra Province e Stato, il «consorzio interprovinciale», le cui competenze comprendevano: 1) lavori pubblici; 2) scuole pubbliche superiori; 3) bonifiche fondiarie, caccia e pesca. Per quanto riguarda gli organi direttivi, come la provincia aveva un consiglio ed era guidata da un organo monocratico (il prefetto), così il consorzio interprovinciale sarebbe stato guidato da un «Governatore» con poteri effettivi, concepito come "delegato del ministro dell'Interno". Nel 1864, quando emerse la necessità di realizzare le prime statistiche nazionali sociali ed economiche, si dovette ovviare alla mancanza delle regioni. Il primo coordinatore della statistica nazionale, Pietro Maestri, superò il problema "ritagliando" delle circoscrizioni territoriali "secondo la loro coesione topografica". Il Maestri, cioè, non eseguì il suo lavoro basandosi su criteri storici, ma effettuò un puro e semplice raggruppamento di province. L'autore, inoltre, sostenne che la propria ripartizione aveva valore provvisorio, nell'attesa che i criteri di ripartizione fossero meglio precisati. Nel 1870 Alfeo Pozzi pubblicò il manuale L'Italia nelle sue presenti condizioni fisiche, politiche, economiche, monumentali, un libro per le scuole. Le 14 "Circoscrizioni di decentramento statistico-amministrative" elaborate dal Maestri divennero, dopo l'aggiunta del Veneto, 15 "Regioni". Il lavoro di Maestri, che fino ad allora era stato diffuso solamente tra gli specialisti, divenne noto al grande pubblico. Però Maestri non era citato nel libro, quindi i lettori attribuirono a Pozzi anche l'ideazione delle 15 regioni. Il suo manuale incontrò un'enorme fortuna in tutte le scuole del Regno di ogni ordine e grado. In virtù del consenso che circondò l'opera del Pozzi, questa denominazione ebbe un riconoscimento ufficiale nel 1913: nell'Annuario Statistico Italiano 1912 (Roma, 1913) i 15 compartimenti di Pozzi vennero definiti per la prima volta "Regioni". Con il regio decreto del 13 dicembre 1923 il governo fissò le circoscrizioni elettorali in previsione delle elezioni politiche del 1924. Le regioni individuate furono 16, poi ridotte a 15 per l'inclusione del Sannio nella Campania. La successiva legge elettorale (15 febbraio 1925, n. 122) abolì la suddivisione del territorio nazionale in circoscrizioni. Il regime fascista arrivò a sopprimere addirittura le autonomie locali, facendo dipendere i comuni e le province direttamente dall'esecutivo centrale. Nell’assemblea costituente la seconda sottocommissione fu incaricata di elaborare gli articoli relativi all'organizzazione costituzionale dello Stato. Tra i suoi compiti figurò anche la stesura dell'elenco delle regioni. Ne furono eletti Presidente Umberto Terracini (PCI) e segretario Tomaso Perassi (PRI). Quando la Seconda Sottocommissione iniziò ad affrontare l'argomento, si trovò davanti due opzioni distinte: a) un testo, redatto dal Comitato dei Dieci (un comitato di coordinamento), che riproponeva la ripartizione “tradizionale” (quella in uso dall'inizio del secolo e confermata in occasione del Referendum istituzionale del 1946, appena un anno prima l'inizio dei lavori); b) un insieme di mozioni relative all'istituzione di nuove regioni oltre a quelle “tradizionali”. Quelle più consistenti riguardavano. al Nord: Friuli (si chiedeva l'autonomia dalla Venezia Euganea); Emilia appenninica (la parte del Ducato di Modena che si affacciava sul mare Tirreno, accorpata alla Toscana dopo l'Unità d'Italia); Romagna (autonoma rispetto all'Emilia); al Centro: Sabina (si chiedeva l'autonomia dal Lazio); al Sud: il Sannio (si chiedeva l'autonomia dalla Campania); il Molise (autonomo rispetto all'Abruzzo); il Salento (autonomo dalla Puglia). Il risultato fu che, all'elenco delle regioni tradizionali, se ne aggiunsero quattro: Friuli, Emilia appenninica, Molise e Salento. Inoltre, “Romagna” fu giustapposto a Emilia per comporre la nuova denominazione “Emilia e Romagna”. Le altre istanze non superarono l'esame del Comitato dei Dieci. Successivamente si aprì la discussione generale dell'Assemblea sul Titolo V. Tra le prime decisioni dei costituenti vi fu l'attribuzione dell'autonomia regionale alla Sicilia (e, di conseguenza alla Sardegna) e alla Valle d'Aosta. L'Assemblea fu chiamata a votare il 29 ottobre Quel giorno, inaspettatamente, venne sottoposto ai deputati costituenti non l'elenco approvato il 31 gennaio, ma quello “originale”, cioè la versione precedente Il fatto sollevò una vivace disputa giuridica: una parte dell'Assemblea considerò illegittima la sostituzione operata dal Comitato dei dieci. Furono presentati due ordini del giorno: Targetti, Cevolotto e Grieco proposero la votazione dell'elenco delle 14 regioni a statuto ordinario; De Martino, Codacci Pisanelli ed altri proposero invece di non inserire in Costituzione l'elenco delle regioni, ma di demandarlo alla legislazione ordinaria I regionalisti si schierarono con la prima mozione, individuandola come la più rappresentativa della 'causa' della Regione. Essi posero inoltre una pregiudiziale sull'ordine del giorno opposto. L'Assemblea votò sulla pregiudiziale: i sì prevalsero sui no per un voto. In pratica, non fu introdotta nessuna innovazione rispetto all'ordinamento già esistente ai tempi della monarchia. Semplicemente, le "Circoscrizioni di decentramento statistico-amministrative" furono promosse a Regioni. L'elenco delle regioni fu licenziato dalla Seconda sottocommissione il 30 ottobre. Il 22 dicembre 1947 il testo fu votato dall'Assemblea, diventando così l'articolo 131 della Costituzione, che fu promulgata dal capo provvisorio dello Stato De Nicola il 27 dicembre seguente, e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 298, edizione straordinaria, dello stesso giorno, entrando in vigore il 1º gennaio 1948. Le autonomie speciali furono coperte dall'art. 116 della nuova Costituzione italiana. La XVII disposizione transitoria e finale della Costituzione previde che l'Assemblea Costituente avrebbe dovuto decidere in materia di statuti regionali speciali (oltre che di legge elettorale del Senato della Repubblica e legge sulla stampa) entro il 31 gennaio 1948. In virtù di questa previsione, il 26 febbraio 1948 vennero promulgate le leggi costituzionali contenenti gli statuti in questione, in deroga al procedimento ordinario di approvazione di una legge costituzionale previsto dall'art. 138 della Costituzione stessa: leggi costituzionali 26 febbraio 1948, nn. 2, 3, 4 e 5. La vicenda della Venezia Giulia, essendo parte di un difficile contesto internazionale, troverà soluzione solamente nel decennio successivo. L'elenco delle regioni a statuto ordinario sarà aggiornato nel 1963, quando verrà aggiunto il Molise, che diventerà così la ventesima regione italiana (Legge Costituzionale 27 dicembre 1963 n. 3). La scelta di allora fu sicuramente quella del decentramento amministrativo, opposta a quella dell’accentramento ma diversa da quella dell’autogoverno che in una qualche misura oggi si reclama e che, a giudizio, dei contrari porterebbe a rischio addirittura l’unità nazionale o almeno un’Italia (vestita da arlecchino). Aver riepilogato, anche se in maniera molto schematica, il tipo di dibattito che sull’argomento si era svolto in Assemblea Costituente, può non essere stato inutile in questo momento nel quale appare molto forte (non soltanto su questa materia) il rischio di scelte avventate e ispirate da un’angusta visione politica dettata dalla propaganda.

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venerdì 15 febbraio 2019

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giovedì 14 febbraio 2019

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martedì 12 febbraio 2019

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DOCUMENTO UNITARIO PER AUDIZIONE IN SENATO - Cgil, Cisl e Uil su decreto manovra - | Sindacalmente

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Salari bassi anche col reddito di cittadinanza | A. Garnero e A. Salvatori

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In Abruzzo un voto dalle molte conseguenze | P. Balduzzi

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Italia-Francia, la partita comune | M. Janiri e L. Sala

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ABRUZZO, ITALIA - GLI STATI GENERALI

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Le responsabilità della sinistra italiana nell’affermarsi dei populismi/1 di Rino Genovese – Dalla parte del torto

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Democratising Europe: by taxation or by debt? • Social Europe

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lunedì 11 febbraio 2019

Franco Astengo: Abruzzo, numeri elettorali

ABRUZZO. NUMERI ELETTORALI di Franco Astengo Le elezioni regionali svoltesi domenica 10 febbraio in Abruzzo erano molto attese da tutti gli addetti ai lavori con l’obiettivo di misurare i nuovi rapporti di forza tra i partner di governo, così come i vari sondaggi stavano indicando da tempo. L’attesa non è andata delusa ma, come sempre, è bene procedere a una valutazione più attenta svolta sulla base delle cifre assolute e non semplicemente attraverso le percentuali. In ogni caso ci troviamo di fronte ad un altro dato di forte volatilità elettorale verificatasi sia all’interno del perimetro della coalizione di centro destra, sia in uscita da parte del Movimento 5 stelle e del PD. Il risultato della coalizione di centro sinistra deve comunque essere valutato tenendo conto della presenza di un numero considerevole di liste locali. Iniziamo però dalla partecipazione al voto. Il numero dei voti validi è risultato, infatti, in netto calo rispetto alle occasioni precedenti. Le elettrici e gli elettori iscritti nelle liste risultavano 1.211.204 a fronte di 1.211.678 nelle elezioni regionali del 2014 (un dato sostanzialmente stabile). Nelle elezioni politiche il dato degli aventi diritto deve essere depurato dal numero di elettrici ed elettori iscritti all’estero:per questo motivo nelle liste dei comuni abruzzesi, al 4 marzo 2018, risultavano iscritti 1.045.163 unità. In ogni caso il calo nella partecipazione al voto appare piuttosto evidente. Nelle urne delle elezioni regionali 2014 furono, infatti, depositati 691.492 voti validi per l’elezione del Presidente e 672.467 destinati alle liste; con le politiche 2018 questo numero risultò in crescita fino a 760.188. Il 10 febbraio 2019 abbiamo avuto 624.482 voti validi per i candidati – presidente e 595.644 per le liste. Tra le elezioni regionali 2014 e quelle 2019 il calo è stato di 67.010 unità per i presidenti e di 78.623 per le liste. Tra i voti validi espressi nelle elezioni politiche del 2018 e quelli espressi per le liste delle regionali 2019 il calo è di 164.544. Percentualmente nel 2014 i voti validi per i presidenti furono il 57.06% mentre per le liste il 55,49%. La percentuale dei voti validi alle politiche 2018 fu del 72,73%. Regionali 2019: per i presidenti 51,55%, per le liste 49,17%, al di sotto del 50%. Il primo punto da valutare quindi è quello dell’aumento della disaffezione al voto: si tratterà di stabilire, da questo punto di vista, quanto risultino poco attrattive le elezioni regionali oppure quanto pesi in certi strati di elettorato l’assenza di un’adeguata offerta politica. Passiamo allora all’esame dei voti espressi, cominciando da quelli per i candidati presidenti. Il candidato eletto per il centro destra, Marsilio, appoggiato da 5 liste ha ottenuto 299.499 voti. Nelle elezioni 2014 il candidato Chiodi, appoggiato da 4 liste (la Lega, allora Nord, non era presente) registrò 202.346 suffragi. L’incremento è stato dunque di ben 97.603 voti. Percentualmente, esaminando però il dato sul totale degli iscritti e non dei voti validi il candidato del centro destra ha ottenuto: nel 2014 il 16,69%, nel 2019 il 24,76%. In sostanza il presidente della Regione Abruzzo è stato eletto da meno di un quarto degli aventi diritto. Dato di rilevante flessione per la candidatura a presidente avanzata dal centro-sinistra. Nel 2014 D’Alfonso (appoggiato da 8 liste) fu eletto con 319.887 voti. Nel 2019 il candidato Legnini è stato sconfitto con 195.394 voti, una flessione di 124.493 suffragi. In percentuale, sempre sul totale degli iscritti e non dei voti validi, il candidato del centro sinistra ebbe, nel 2015, il 26,40% mentre nel 2019 la percentuale si è abbassata al 16,13%. Una flessione superiore al 10%. Il movimento 5 stelle ha candidato sia nel 2014, sia nel 2019 Sara Marcozzi: nel 2015 i voti ottenuti furono 148.035 , quattro anni dopo la quota si è abbassata a 126.165 suffragi, con un meno 14.987. In percentuale: 2015 12,21%, 2019 10,41% L’attenzione degli osservatori e degli addetti ai lavori era però tutta concentrata sul risultato del Movimento 5 stelle in relazione a quello ottenuto in occasione delle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Principiamo allora da lì l’analisi dell’andamento delle liste, seguendo i passaggi possibili tra l’esito delle Regionali 2014, le Politiche 2018 e le Regionali 2019. La lista del Movimento 5 stelle alle Regionali 2014 ottenne 141.152 voti, una cifra impennatasi nelle Politiche 2018 fino a 303.006 unità e ridiscesa bruscamente a 117.386 voti nel 2019. La perdita tra le politiche del 2018 e le Regionali del 2019, in meno di dodici mesi, è stata di 185.620 voti e rimane comunque in flessione anche il dato del rapporto i voti del 2014 e quelli del 2019 con un calo di 23.766 suffragi. In percentuale, sempre riferita al totale degli iscritti, il M5S è passato dal 11,64% al 28,99% e ancora al 9,69%. Si può quindi parlare, almeno per quel che riguarda la Regione Abruzzo, di declino incipiente: resta da stabilire quanto abbia pesato un’eventuale debolezza nelle candidature locali oppure quanto stia incidendo la situazione generale caratterizzata dal ruolo di governo assunto dal Movimento Stesso. L’altro fenomeno fortemente atteso era quello rappresentato dal sicuro, almeno secondo i sondaggi, incremento realizzato dalla Lega. Anche in questo caso le attese non sono andate deluse: ovviamente il raffronto riguarda soltanto quanto avvenuto nelle politiche 2018 e nelle Regionali 2019. Nelle Regionali 2014, come è già stato ricordato, la Lega non era presente. Il 10 febbraio 2019 si è verificato, prima di tutto, il rovesciamento nei rapporti di forza all’interno del centro destra tra la Lega e Forza Italia. Se il 4 marzo 1918 Forza Italia, sia pure a fatica, aveva mantenuto una supremazia, il 10 febbraio 2019 si è delineato un quadro completamente diverso. Forza Italia che alle Regionali 2014 aveva realizzato 112.316 voti mantenendo, nelle politiche del 2018, un dato sufficientemente stabile con 110.427 voti ha praticamente dimezzato con le regionali 2019 scendendo a 54.068 voti. Dal canto suo la Lega è salita da 105.449 voti nel 2018 a 164.086 nel 2019. In sostanza tra il 2018 e il 2019 Forza Italia ha perso 56.359 voti, mentre la Lega ha incrementato di 58.637 unità, quasi una partita di giro. Se consideriamo nell’ambito del centro destra come FdI sia cresciuto sia pure di un minimo tra il 2018 e il 2019(da 37.605 a 38.412) così come l’UDC (dal 16.688 a 17.179) con 19.406 al movimento civico Azione Politica,si può ben affermare che il successo del centro destra si sia verificato soprattutto in ragione della stabilità del proprio elettorato, spostatosi in quota molto rilevante dal voto a Forza Italia a quello verso la Lega e non soffrendo dell’aumento dell’astensioni ma neppure ricevendo quote significative da altri schieramenti. Il voto alle liste di centro destra (diverso come abbiamo visto il voto rivolto al candidato Presidente) si può definire un voto di conservazione con uno spostamento di leadership. Quanto il voto abruzzese, sotto quest’aspetto, avrà valore al riguardo del quadro nazionale sarà questione da verificare nei prossimi giorni, ma il segnale sembra proprio inequivocabile. Discorso diverso per quel che concerne il centro sinistra presentatosi con all’interno anche la sinistra di LeU e un tentativo di ripresa di presenza dell’Italia dei Valori. La perdita rilevante di voti fatta registrare dalla candidatura a Presidente coincide con un calo molto netto da parte della lista del PD. Nel 2014 la lista del PD aveva fatto registrare 171.520 voti, scesi alle politiche a 108.549 e ridotti alle regionali del 2019 a 66.344. Un calo tra il 2014 e il 2019 di 105.176 unità. In percentuale sul totale degli aventi diritto il PD scende dal 14,15% al 10,38% sino al 5,47%. Si potrebbe affermare che il PD paga, come del resto il Movimento 5 stelle, l’aumento della non partecipazione. Il fronte del centro sinistra però fa registrare un altro elemento al quale prestare grande attenzione: quello della presenza di liste civiche al fianco della lista principale. Nelle elezioni 2014 le due liste “Regione Futura” e “Valore Abruzzo” avevano ottenuto complessivamente 47.830 suffragi (voti rivelatisi completamente di natura locale, perché come abbiamo visto la lista PD era poi calata tra le Regionali e le Politiche). In quest’occasione, 2019, tre liste Abruzzo in Comune, Abruzzo Insieme e la lista Legnini Presidente- Abruzzo Futuro hanno ottenuto complessivamente 72.246 voti colmando però solo parzialmente il deficit del PD. Si può però affermare che l’abbassamento nel totale dei voti validi abbia colpito maggiormente il Movimento 5 stelle: senza voler anticipare alcuna affermazione riferita al quadro generale emerge quindi la sensazione evidente di un passaggio di elettrici ed elettori dal M5S alla disaffezione al voto in misura che può essere giudicata tendenzialmente rilevante. Nessuna delle liste presenti, almeno in Abruzzo, sembra essersi avvantaggiata più di tanto dal calo del M5S. Rimane da esaminare l’esito del voto per quel che ha riguardato la sinistra di LeU. Nel 2014 SeL aveva ottenuto 16.156 voti (senza contare 11.936 voti avuti da una lista socialista alleata del centro sinistra): Leu alle politiche del 2018 aveva toccato quota 19.793 mentre la lista presente alle Regionali 2019 si è fermata a 14.532 voti. Un segnale di ulteriore difficoltà. Nell’ambito del centro sinistra erano presenti anche una lista del Centro Democratico (13.975 voti rispetto ai 17.031 del 2014 e i 14.419 di più Europa nel 2018), una lista di “Centristi per l’Europa” (7.860 suffragi) e la lista IDV Avanti Abruzzo (5.603). In conclusione quali tendenze si possono individuare dal voto abruzzese? 1) Cresce ancora la disaffezione al voto pur tenendo conto della minore appetibilità delle elezioni regionali rispetto a quelle politiche (normalmente però sono le elezioni europee quelle meno frequentate). Questo dato consiglia grande cautela nel considerare le percentuali che, da molte parti, sono avventatamente enfatizzate (come accadde nel 2014 al fantomatico 41% del PD(R)) 2) Il calo del M5S potrebbe preludere davvero a un “declino incipiente”; 3) Il PD non trova ragioni di pensare a un arresto del suo declino: anzi.

Cosa ci hanno detto le elezioni regionali in Abruzzo - Lettera43

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Münchau – Il colpo di testa di Macron e la crisi franco-italiana | Vocidallestero

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venerdì 8 febbraio 2019

China’s Difficult Balancing Act by Gene Frieda - Project Syndicate

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Corbyn issues five demands for Brexit in letter to Prime Minister - LabourList

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Trump Is Right to Be Afraid of Socialism

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Una nuova alleanza è necessaria - Sbilanciamoci.info

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Reddito di cittadinanza: a chi va e dove | M. Baldini e L. Lusignoli

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La doppia sfida per Landini | Eguaglianza & Libertà

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mercoledì 6 febbraio 2019

Lo State of the Union di Trump: fra appelli bipartisan e una nuova polarizzazione | ISPI

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The Return of Left Internationalism

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Why top rates of income tax should be much higher • Social Europe

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Il governo gialloverde e l’economia politica del declino - Sbilanciamoci.info

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Who is to blame for Italy's recession? | EUROPP

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The Coming China Shock by Arvind Subramanian & Josh Felman - Project Syndicate

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Venezuela and the Left

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Moins d’inégalités pour plus de croissance - La Vie des idées

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venerdì 1 febbraio 2019

Maurizio Landini: dalla CGIL una cultura politica alternativa che riparta dal lavoro - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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Rosa Fioravante: Dopo la socialdemocrazia - Jacobin Italia

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Finalmente con Landini la sinistra può tornare all'attacco - Lettera43

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Ma perché gli africani emigrano?

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Cuperlo: «Pd, cambiare forte. Se no consegneremo il paese alle destre per anni» - nuovAtlantide.org

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Landini e la sfida che attende alla Cgil - Sbilanciamoci.info

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Una recessione annunciata - Sbilanciamoci.info

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Il nuovo Reddito di cittadinanza ed il Rei: analogie e differenze - Menabò di Etica ed Economia

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Un Reddito di Cittadinanza con molti punti critici - Menabò di Etica ed Economia

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Ordoliberale e neo-mercantilista: la problematica identità del modello tedesco - Menabò di Etica ed Economia

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