venerdì 7 dicembre 2018

Franco Astengo: Censis

RAPPORTO CENSIS: IL FRUTTO DELLE DISUGUAGLIANZE dì Franco Astengo Questo è il sunto del rapporto CENSIS sull’Italia 2018 reso pubblico oggi: “Un'Italia sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia. Il 52° Rapporto Censis parla di "sovranismo psichico" e delinea il ritratto di un Paese in declino, in cerca di sicurezze che non trova, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro. "Il processo strutturale chiave dell'attuale situazione è l'assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive", sintetizza il Censis”. Quale risposta, quale spiegazione? Si può accennare a un avvio di riflessione senza ritornare su di una –pur necessaria – elaborazione riguardante la storia d’Italia (e d’Europa e del Mondo) di questi ultimi vent’anni. Secondo i dati diffusi dall’Ocse alla fine del 2014, l’1% della popolazione italiana possedeva il 14,3% della ricchezza nazionale, praticamente il triplo del 40% più povero che ne possiede solo il 4,9%. Il 20% più ricco possedeva il 61,6% della ricchezza, dunque al restante 80% della società ne rimane solo il 38,4%. Quale significato si poteva attribuire a questi dati allora e ancora oggi con la situazione ulteriormente aggravata come denuncia il rapporto del CENSIS? In primo luogo quei dati significavano e significano che lo sfruttamento capitalistico cresce continuamente e l’abisso tra la classe lavoratrice e l’area sempre più ristretta delle élite economiche diviene sempre più profondo. La legge generale dell’accumulazione capitalistica genera costantemente concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza sfruttatrice e accrescimento della miseria, sia relativa sia assoluta, dei lavoratori che sono la stragrande maggioranza della società. L’ampliamento del fossato fra le classi è cresciuto senza soste e in questo fossato sono inghiottiti un’articolazione di settori sociali dalla composizione complessa e si afferma l’idea della disintermediazione da parte della rappresentanza sociale e della rappresentanza politica. Fino a questo punto siamo alla classica fotografia dell’esistente, ma è necessario scavare più a fondo e interrogarci su alcuni punti assolutamente fondamentali per cercare di capire la realtà dentro la quale ci troviamo e trovare la capacità e la forza di avanzare una proposta che prima di tutto è necessario si collochi sul piano culturale. La crescita delle disuguaglianze, così vistosa ed evidente, come si riflette sulla composizione e sulla stratificazione sociale? Si tratta, prima di tutto, di capire come possa essere possibile ricostruire una coscienza di questo stato di cose a livello di massa, in una società così articolata e scomposta come l’attuale, in una sede di capitalismo avanzato. Una società che si misura in maniera disordinata con “fratture” collocate ben diversamente da quelle tradizionali, attorno alle quali si erano mossi i partiti politici al momento dei successivi cicli di rivoluzione industriale tra ‘800 e ‘900. Serve forse, sul piano teorico, uno sforzo pari a quello che fu compiuto negli anni’60 con la lettura critica del secondo libro del Capitale di Marx, consentendo un’elaborazione più avanzata da quella derivante dall’analisi del solo libro primo della stessa opera. E’ necessario riflettere, infatti, sull’esigenza di ripartire non semplicemente dal solo antagonismo sociale, ma da una ricostruzione di forma teorica che contempli una proposta di egemonia per una visione di alternativa nella società e nella politica. Ci troviamo in una fase di arretramento storico e d’isolamento dell’autonomia del politico: una fase sulla quale pesa ancora l’esito fallimentare dei tentativi d’inveramento statuale dei fraintendimenti marxiani del ‘900 e la realtà di una pesantissima controffensiva reazionaria vincente fin dagli anni’80 del XX secolo e che oggi, secondo analisi elaborate all’interno degli stessi ambienti della politologia americana, punta a una secca riduzione del rapporto tra politica e società in senso schiettamente autoritario facendo prevalere la cosiddetta “democrazia esecutiva” su quella cosiddetta “deliberativa”. Una “democrazia esecutiva” che assume la maschera e il volto di una desolante “democrazia recitativa” del tipo di quella delle cui pantomime assistiamo da molto tempo in Italia. L’applicazione concreta, insomma, del programma elaborato da Huntington nel 1973 per la Trilateral che, rispetto al “caso italiano”, ha avuto ampio riflesso nel documento di Rinascita Nazionale elaborato nel 1975 dalla P2 e oggi in fase di avanzata realizzazione. La sola risposta possibile, per quanto possa apparire difficile da realizzare in questo momento di vero e proprio “vuoto del pensiero politico”, com’è dimostrato molto bene dalla nuova qualità di governo emersa dal voto del 4 marzo scorso, è quella di un’espressione di soggettività che recuperi e riprenda un piano di cultura politica che non lascia alla sola spontaneità della reazione sociale il compito del contrasto, limitandosi ad agire nelle pieghe di una relazione marginale al riguardo del sistema. E’ necessario che il terreno del conflitto sia occupato a pieno titolo dalla visione del cambiamento e dall’organizzazione operativa nell’immediato partendo dalla piena comprensione dell’estensione piena delle contraddizioni su di una società che ha bisogno di contrastare collettivamente il durissimo attacco cui è sottoposta nelle sue fondamenta di convivenza civile.

A left-wing critique of the migration pact | International Politics and Society - IPS

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Zita Gurmai rieletta presidente del Pes Women | Avanti!

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mercoledì 5 dicembre 2018

A lezione da Keynes, ripensando la macroeconomia. Recensione de “La scienza inutile” di F. Saraceno | Keynes blog

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"Our country deserves better than this" – Corbyn's Brexit statement, Day One | LabourList

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La crisi del Welfare State, il modello di Beveridge e Meade | Avanti!

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We want an election now. But what would Labour's manifesto say on Brexit? | LabourList

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Crisi Svezia, la ciambella socialdemocratica - Sbilanciamoci.info

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Il ritorno in auge della "austerità espansiva" - Sbilanciamoci.info

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Dove va l’occupazione | B. Anastasia

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martedì 4 dicembre 2018

Franco Astengo: Democrazia diretta, parlamento, costituzione

DEMOCRAZIA DIRETTA, PARLAMENTO, COSTITUZIONE di Franco Astengo Dal punto di vista della tenuta costituzionale non può che suscitare profonda preoccupazione l’avvio della discussione sull’introduzione del referendum propositivo. Leggendo, infatti, il resoconto delle audizioni tenute in Commissione da alcuni costituzionalisti pare emergere, infatti, ben oltre il dibattito sull’assenza del quorum o su altre particolari tecnicalità, il principio di fondo che anima l’idea di questa proposta in particolare da parte del Movimento 5 stelle. L’idea è quella dell’anti – parlamento, del superamento della democrazia rappresentativa, del populismo eretto a sistema con una costante contrapposizione tra il “popolo” e le istituzioni rappresentative, lasciando il Governo a diretto confronto con la massa senza volontà di espressione dell’intermediazione politica. Nella sostanza ci troviamo di fronte ad un’ipotesi di rovesciamento dell’impianto costituzionale proprio sul terreno più delicato: quello della forma di governo. Un tentativo che si reitera nel tempo, già presente nei testi elaborati dalla Bicamerale presieduta da D’Alema tra il 1997 e il 1998, successivamente nella proposta di riforma costituzionale fatta approvare dal governo Berlusconi nel 2006 e poi bocciata nel referendum confermativo e – ancora – nella riforma voluta e approvata dal PD nel 2016 e sonoramente sconfitta dal voto popolare il 4 dicembre dello stesso anno. I tre progetti disponevano però di un punto in comune: quello di avviare comunque la forma di governo verso il presidenzialismo, sia con l’elezione diretta (il progetto della Bicamerale prevedeva il semipresidenzialismo alla francese, quello del PD del 2016 spostava dal Parlamento al Governo la potestà legislativa). In questo caso, invece, l’obiettivo è quello della disintermediazione compiute (comunque pure vagheggiata anche dal già ricordato progetto del PD 2016), dell’annullamento di tutti gli strumenti organizzati della mediazione politica e sociale. Risulterà fondamentale la questione dei limiti dell’ammissibilità del referendum propositivo soprattutto al riguardo delle leggi di spesa e di quelle riguardanti i trattati internazionali. A questa situazione corrisponderà, ovviamente, il rafforzamento dell’uso del web per la decisionalità politica, inoltrandosi così per quella strada di vera e propria abolizione dell’istituto parlamentare già preconizzata da qualche tempo dai vertici dello stesso movimento. In conclusione, allo scopo di argomentare al meglio le ragioni per le quali l’Assemblea Costituente scelse la forma di governo Parlamentare dell’idea che all’epoca si aveva dell’istituzione e per confermare la volontà di difendere la forma di governo di tipo parlamentare non trovo di meglio che riportare le parole con cui Umberto Terracini aprì, il 4 marzo 1947, in Assemblea Costituente, la discussione generale del progetto di Costituzione della Repubblica italiana: «... La imminente discussione, onorevoli colleghi, deve assolvere - oltre che quello costituzionale —un altro compito, che non dirò gli sovrasta, ma certo gli sta a paro. Essa deve dare conforto a tutti coloro — e sono incommensurabilmente i più, fra il popolo italiano — che nell’ ʼ istituto parlamentare vedono la garanzia maggiore di ogni reggimento democratico; a tutti coloro che, soffrendo in sé — nel proprio spirito — di ogni offesa e ingiuria che venga portata contro il principio rappresentativo e gli istituti nei quali esso storicamente oggi sʼincarna, vogliono però a buon diritto, e si attendono, che questi non vengano meno al proprio dovere: che non è solo quello di elaborare testi legislativi e costituzionali, ma anche di essere in tutti i propri membri esempio al Paese di intransigenza morale, di modestia di costumi, di onestà intellettuale, di civica severità; e ancora — me lo si permetta — di reciproco rispetto, di responsabile ponderatezza negli atti e nelle espressioni, di autocontrollo spirituale ed anche fisico, di sdegnosa rinuncia a ogni ricerca di facili popolarità pagate a prezzo del decoro e della dignità dell’ʼAssemblea. È certo difficile, dopo tanta immensità di umiliazione nazionale, ritrovare dʼun tratto quellʼincrollabile equilibrio interiore senza il quale non può darsi alcuna consapevole e conseguente attività politica, e cioè attività in servizio del bene pubblico. Ma ciò che per tanti, più prostrati dalla miseria e meno ferrati nel sapere, può ancora essere una meta da raggiungere, per noi — che abbiamo osato accogliere lʼofferta di farci guida del popolo — per noi ciò deve essere, o dovrebbe essere, certamente una meta già conquistata. Io amo, dunque, pensare, onorevoli colleghi, che lʼalta impresa cui oggi moveremo i primi passi, impegnandovi ogni nostra forza dʼingegno, ogni nostro moto di passione, ogni nostro fervore di fede, riuscirà a dare prova ai nostri e ai cittadini di tutti i Paesi del mondo che lʼAssemblea Costituente italiana è pari alla sua missione, e degnamente rappresenta il popolo che lʼha eletta, un popolo probo, eroico, incorrotto». Primo compito dellʼAssemblea rappresentativa è dunque dare esempio ”: di intransigenza morale, di modestia di costumi, di onestà intellettuale, di civica severità, di reciproco rispetto, di responsabile ponderatezza negli atti e nelle espressioni, di autocontrollo spirituale ed anche fisico, di sdegnosa rinuncia a ogni ricerca di facili popolarità. Compito che non avrebbe potuto essere surrogato dalla perfezione tecnica del metodo, che «non sarà sufficiente a soddisfare le attese ansiose che circonderanno il nostro lavoro. E neanche le placheranno lʼabbondanza di erudizione, lo splendore della dottrina, il dominio del ragionamento, lʼabilità polemica, la ricercatezza del linguaggio di cui la nostra tornata parlamentare sarà ricca e generosa». Dal basso e dallʼ alto: le due direzioni della rappresentanza. Si potrebbe facilmente dire che alla situazione odierna, di disprezzo/dileggio della rappresentanza, siamo giunti perché coloro che si attendevano quel buon esempio sono rimasti delusi e frustrati dal cattivo esempio. Ricordo, infine, che Umberto Terracini (1895 – 1983) fu arrestato dai fascisti nel 1926 in violazione dell’immunità parlamentare e liberato soltanto al 25 luglio 1943, dopo aver trascorso 11 anni in carcere e 8 anni al confino prima a Ponza poi a Santo Stefano.

lunedì 3 dicembre 2018

Beyond GDP by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

Beyond GDP by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

AMLO: a new hope for Latin America? | International Politics and Society - IPS

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La rivista il Mulino: Siviglia, 2/12/2018

La rivista il Mulino: Siviglia, 2/12/2018

Socialismo o barbarie

Care compagne e cari compagni, vi inviamo questo documento con l’obiettivo di coinvolgere, nelle forme che saranno possibili, tutti coloro che credono nella necessità di dar vita ad una "cosa socialista", la cui natura, scopo e dimensione dipenderà dal processo e dalle azioni che ciascuno di noi saprà costruire. Non stiamo proponendo la ricostruzione di un altro partito di socialisti, né ci interessa un dibattito mirato ad approvare, contestare o modificare un testo. L'idea-base del documento è che il socialismo, nella sua dimensione concreta, non "appartiene" a nessuno; ma che ciascuno di noi si sente socialista come dovere politico e morale. Vi inviamo questo documento non per chiedervi di firmare un testo ma di aderire ad un “appello” nel senso più ampio e forte del termine, per un nuovo corso socialista, cogliendone l’esigenza più profonda. Fraternamente Luciano Belli Paci, Alberto Benzoni, Roberto Biscardini, Paolo Borioni, Rosa Fioravante, Jacopo Perazzoli, Giovanni Scirocco, Francesco Somaini SOCIALISMO O BARBARIE Per un nuovo corso socialista Dal documento di Bad Godesberg, che fu alla base delle migliori esperienze del socialismo europeo, si legge quanto segue: “Nello Stato democratico ogni potere deve sottostare al controllo pubblico. Gli interessi della collettività devono avere priorità sugli interessi del singolo. Nell’economia dominata dalla sete di profitto sono in pericolo la democrazia, la sicurezza sociale e la libertà personale. Per questo il socialismo democratico auspica un nuovo ordinamento sociale ed economico.” Queste parole dicono qualcosa di essenziale per il socialismo di sempre: per quanto si ricerchi una via innovativa e non dottrinaria, chi crede nel socialismo autentico è e deve rimanere consapevole di almeno due questioni fondamentali: 1) senza intervento pubblico democratico il capitalismo prevale e distorce tutte le sfere della vita, pubblica come privata; 2) quando ciò accade il “profitto” mette in pericolo la democrazia. Quindi ciò che vediamo accadere in Europa e altrove, risponde al sempre valido principio: “socialismo o barbarie”. Molti sistemi politici e sociali sono preda della mercificazione crescente da un lato e del nazionalpopulismo dall’altro: è un degrado profondo, che va dalla instabilità anche di sistemi fino a ieri affidabilissimi (Germania e Svezia fra gli ultimi) al decadimento del linguaggio, della tolleranza e della qualità democratica. Un importante dirigente della socialdemocrazia nordica diceva anni addietro parole che spiegano tutto questo: “se le persone smettono di avere fiducia nella eguaglianza, smettono di combattere per essa, e pensano solo a difendersi dagli effetti della diseguaglianza”. Questo spiega la migrazione dei voti operai e della classe media dai partiti tradizionali alla nuova destra. I partiti nazional-populisti, oggi come un tempo, sono “imprenditori politici” di questa difesa (e della protesta che suscita) nella assenza di una forte offerta socialista. Di ciò sono colpevoli in buona parte i socialisti stessi e il PSE, che devono ritornare al proprio ruolo storico, di forza essenziale per la costruzione e il mantenimento di democrazie avanzate ed inclusive. Di fronte all’aumento, a livello mondiale, di ingiustizie, diseguaglianze, guerre e povertà, bisogna essere consapevoli che solo il Socialismo rappresenta una risposta di segno opposto, e mai come oggi è una necessità dei popoli. Ovviamente tutto ruota intorno al modello economico e sociale. Se il nazionalpopulismo avanza anche in Baviera, la regione più ricca della Germania, ovvero lo Stato che maggiormente beneficia di questa Unione Europea, ciò significa che le dottrine economiche e le ideologie dominanti di questo capitalismo europeo sono ormai insostenibili. Le diseguaglianze, la cui esistenza spiega la necessità stessa del socialismo, sono il portato diretto del corso economico attuale. Se l’unica fonte di crescita è l’esportazione verso altri Stati sottoposti a parametri restrittivi, ciò significa criminalizzare la domanda interna e quindi non ridistribuire i pure altissimi profitti di questa crescita: ma meno domanda interna e minore ridistribuzione dei profitti significa meno salario, meno stato sociale, meno scuole pubbliche e sanità. Non solo perché i capitali migrano (globalizzazione finanziaria), ma anche perché le scelte su come indirizzare quel motore di crescita che è la domanda interna sono l’essenza della democrazia stessa, che vive della differenziazione delle proposte su come usare le risorse e a beneficio ci cosa. Sia chiaro: il Socialismo ha sempre anche riformato il capitalismo spingendolo alla innovazione ed al sapere e per decenni gli ha sempre meno consentito di fare profitti con lo sfruttamento delle persone. Quindi il Socialismo ha agito sempre su due motori di crescita: da un lato la capacità competitiva “buona”, quella del sapere, che rendeva le società capaci di esportare, dall’altro la domanda interna (welfare e migliori salari), che aumentava globalmente la domanda disponibile ad assorbire le esportazioni altrui. La via alla competizione va quindi indirizzata alla qualità sociale del reddito, al suo impiego sociale tramite anche esperimenti di autogestione e/o di partecipazione agli utili e alla gestione delle imprese, favorendo così non solo lo sviluppo della libertà di (di intraprendere, di muoversi non solo fisicamente, di disporre liberamente della propria esistenza), ma anche la libertà da (dal bisogno, dall’ignoranza ecc.), per quella “società diversamente ricca” tanto cara alla storia del socialismo italiano. Ecco l’Europa dell’equilibrio sociale e internazionale, capace di combattere la barbarie. Del resto un’Unione europea basata su questi tipi di capitalismo regressivo non potrà tenere. Lottare per cambiare questo capitalismo europeo è utile per l’immediato, ma anche perché di un’integrazione fra Stati a democrazia sovrana ci sarà sempre bisogno, anche se andasse in pezzi l’attuale Unione Europea. Impegnarsi, dunque, servirà comunque ad affermare che può reggere solo una integrazione dei diritti sociali, in cui la competizione non sarà sfruttamento e il commercio internazionale aperto sarà trainato da salari, investimenti e welfare di qualità. Invece, purtroppo, oggi il metodo di competizione tende ad abbassare le tutele di ampie fasce popolari, e quindi i costi del proprio sistema produttivo per spiazzare gli altri. Chi crede in una interdipendenza virtuosa, socialista e democratica (europea e non solo) deve sapere che alla lunga non può tenere un’Unione come l’attuale. Il Socialismo per buona parte del ‘900 ha fatto la differenza fra la barbarie e la civiltà: la competizione era a vantaggio di tutti gli Stati, mentre, all’interno degli Stati, questo creava una crescita della inclusione ampia, una mobilità spesso impegnativa ma gratificante e ascendente, laddove oggi si offrono solo una flessibilità alienante e maggiore sfruttamento. Infine, si creava una Europa della interdipendenza, fra la sovranità democratica degli Stati (che non è nazionalismo) e la comunità integrata dell’Europa (che non è guerra agli Stati mediante la guerra ai diritti sociali alle decisioni delle democrazie). Da questo quadro di riferimento, l’alternativa alla barbarie è il socialismo democratico, cioè un movimento che, pur accettando l’economia di mercato come contesto entro cui curare gli interessi di larghi settori della popolazione, ha comunque come fine ultimo un orizzonte di eguaglianza e di libertà. Del socialismo c’è dunque bisogno, è una necessità per garantire più giustizia economica e sociale, per ridare dignità al lavoro e alle persone, per combattere lo sfruttamento, per difendere l’ambiente e contenere le politiche liberiste di questo capitalismo. Ma l’antidoto al degrado nazionale può avere risposte efficaci solo se affrontato a livello internazionale attraverso politiche comuni a tutte le forze che si richiamano al socialismo. La dimensione dello Stato nazionale è in larga misura inadeguata ad affrontare i grandi problemi del nostro tempo (l’ambiente, i mutamenti climatici, le grandi diseguaglianze, lo strapotere della finanza globale ecc.), ma proprio per questo motivo questa Europa deve essere radicalmente riformata. Il socialismo non può stare dalla parte di questo capitalismo e non può stare quindi dalla parte di questa Europa. Si è europeisti solo se con la forza del socialismo si ha il coraggio di cambiare profondamente questa Europa senza bisogno di uscirne. Ciò significa credere nell’Europa che volevano i nostri padri, spazio di libertà e di civiltà, realmente federale, pacifica, aperta, disponibile a costruire rapporti equi con i propri vicini verso est e nel Mediterraneo. Essere autenticamente europeisti significa essere contro tutti coloro che, in nome dell’unità europea, la stanno distruggendo sull’altare della austerità e della difesa dei confini. Ma quali sono le condizioni per rilanciare una politica socialista in Italia e in Europa? Riunendo tutti coloro che si riconoscono a livello nazionale e locale nei valori socialisti – così declinati. Costruendo la prospettive di un socialismo largo, che cammini sulle gambe dei giovani. Unendo attraverso un patto federativo (come alle origini del socialismo italiano) associazioni e formazioni politiche, in rapporti stretto con i corpi sociali, con i sindacati, con il mondo del lavoro, della cultura e della conoscenza Per ricostruire una comunità che si impegna a promuovere una politica socialista coerente a questi principi.

sabato 1 dicembre 2018

Messico. Comincia oggi l’era di Obrador, detto «l’uovo del serpente» - Diritti GlobaliDiritti Globali | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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What are the economic consequences of May’s deal – and of no deal? | EUROPP

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Di che cosa parliamo quando parliamo di diseguaglianze – Strisciarossa

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The Demise of the International Liberal Order and the Future of the European Project | IAI Istituto Affari Internazionali

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