venerdì 19 luglio 2019

Franco Astengo: Fabbrica

IL FUTURO DELLA FABBRICA di Franco Astengo Il massimo ritardo accumulato dalla sinistra nell’uscire dal ‘900 si è verificato sulla capacità di delineare una nuova centralità, diversa da quella della fabbrica fordista. Attorno alla centralità della fabbrica fordista si era, infatti, incentrata la capacità della sinistra occidentale di definire il possibile modello di sviluppo, l’aggregazione sociale, il rapporto tra idea della trasformazione della società e futuro. Nel suo numero del mese di luglio “Le monde diplomatique” edizione italiana, dedica un’ampia riflessione su quest’argomento, con il contributo di diversi autori. L’analisi pubblicata dalla rivista poggia su alcuni presupposti che in questa sede s’intendono semplicemente riprendere con l’obiettivo di estendere il ragionamento per quanto possibile. Il tentativo è quello di fornire un contributo a un lavoro di ricostruzione di un’identità di sinistra. Un intervento sull’identità che deve procedere quello di proposta per una soggettività organizzata da costruirsi in modo adeguato per affrontare i profondi cambiamenti avvenuti soprattutto nel primo decennio del XXI secolo sul piano dello scambio comunicativo e di conseguenza politico. La presunta fine della fabbrica è stata letta da qualcuno come il risultato di un’evoluzione naturale: come una farfalla affiora dalla crisalide così l’economia sarebbe passata spontaneamente dalla fabbrica all’ufficio. Altri suggeriscono che la deindustrializzazione dell’Occidente si spieghi innanzitutto con una scelta politica di de localizzare gli stabilimenti verso i paesi del sud, meno costosi per il padronato. L’industria rimane comunque una delle principali fonti di occupazione ma il suo rilancio solleva opposizioni ideologiche, tecniche, ambientali. L’interrogativo di fondo però rimane uno solo: potrà la sola legge di mercato dare risposte a queste obiezioni? In Occidente hanno collassato interi rami produttivi, specialmente nel settore tessile, calzaturiero, nella produzione di elettrodomestici, nella chimica, nella lavorazione del legno, della plastica, del caucciù. A questo proposito abbiamo assistito a trent’anni di inerzia politica: adesso il conto viene presentato con un bilancio assai meno positivo di quanto non fosse mai stato promesso dai fautori della deindustrializzazione. I governi, forti della loro fede nella libera concorrenza elevata a principio costituzionale dell’Unione Europea, hanno abbandonato dagli anni’80 tutti i propri strumenti di intervento e assistito passivamente all’erosione della base industriale nazionale. Solo dopo la crisi del 2008, che ha messo in luce l’instabilità finanziaria generata dai gravi deficit strutturali del commercio estero, la necessità di una ripresa produttiva è tornata a preoccupare almeno a parole i poteri pubblici. La già ricordata inchiesta di “Le Monde diplomatique” cita Schumpeter” : “ Lo stato schiacciato dalla burocrazia e dalla letargia è incapace di stimolare “lo spirito animale dei creatori. Solo il mercato può far emergere menti innovatrici e fornire loro strumenti per realizzarsi”. In questo senso l’esempio più forte che si può trovare nella storia economica a cavallo tra il XX e il XXI secolo rimane quello della Silicon Valley, che sicuramente non può essere considerata una filiale del governo americano. Il racconto riguardante lo “spirito del tempo” degli imprenditori californiani omette però un dato di fatto. Lo ricorda Marianna Mazzucato (Lo stato innovatore . Sfatare il mito del pubblico contro il privato. Laterza 2018). Mazzuccato ricorda come le maggiori innovazioni tecnologiche degli ultimi decenni sono state raggiunte grazie al finanziamento attivo dello Stato: Internet è stato sovvenzionato da un organismo del dipartimento della difesa statunitense (Defense avances restarci Project agency, Darpa), il GPS (global positioning system) dal programma militare Navstar; la visualizzazione touch screen da due sovvenzioni della CIA (Central intelligence agency) e della fondazione nazionale per la scienza (NSF). Anche nell’industria farmaceutica, tanto per sviluppare un altro esempio, il 75% delle nuove entità molecolari prioritarie sono finanziate da laboratori pubblici. Naturalmente le start – up e il capitale di rischio rivestono un ruolo importante ma questo avviene sempre in un secondo momento, ossia quindici o venti anni dopo che i poteri pubblici hanno fornito l’apporto economico maggiore e assunto il maggior rischio. Dal punto di vista della sinistra si tratta allora di andare a fondo nell’analisi di questo stato di cose. Si tratta di partire da alcuni dati fatto, riguardanti delocalizzazione e costo del lavoro intesi come fattori della deindustrializzazione dell’Occidente e di conseguenza dell’impoverimento complessivo di una parte fondamentale nell’origine di una prospettiva di sviluppo per il mondo intero. Nel testo di riferimento per questo intervento si esemplifica attraverso il caso francese, laddove a giocare un ruolo determinante nel fenomeno della deindustrializzazione è stato prevalentemente il costo del capitale e non quello del lavoro, poiché i grandi gruppi hanno distribuito agli azionisti una percentuale sempre più elevata di valore aggiunto a danno dell’investimento e della ricerca. Trent’anni fa i dividendi rappresentavano meno del 5% della ricchezza creata dall’industria; oggi questa percentuale ha raggiunto il 25%. A causa delle pressioni degli azionisti, le imprese sono state costrette a rinunciare a progetti di investimento giudicati non sufficientemente redditizi o a realizzare costose operazioni finanziarie interne e a vere e proprie bolle speculative per arrivare alle soglie di redditività richieste. La causa delle delocalizzazioni e quindi del regredire industriale in Occidente risiederebbe nella voracità dei padroni ormai dedicatisi interamente all’immateriale e alla finanziarizzazione (il caso più clamoroso in Italia rimane quello della FIAT) e non certo alla crescita del costo del lavoro, con i salari praticamente fermi da oltre vent’anni. Come può essere possibile affrontare questo stato di cose tenendo assieme il quadro di obiezioni presentato all’inizio di questo intervento e tenendo conto che quelle di carattere ambientale stanno assumendo un’urgenza quasi assoluta e appaiono percepite come decisive da parti sempre più consistenti dell’opinione pubblica, in particolare giovanile. A sinistra si stanno discutendo due opzioni possibili: a) quella di una proposta di mutamento radicale nei modi di vita, rivendicando la sobrietà contro il consumismo. Una rivendicazione che risulterebbe insufficiente se non si trovasse la capacità di precisare quali categorie sociali sarebbe chiamate a modificare più profondamente il proprio comportamento in nome di un bene comune. Una proposta dalla quale fosse assente un piano di riclassificazione sociale rischierebbe di vanificare gli sforzi legati alla protezione dell’ambiente ma anche all’imposizione fiscale. Se gli ultraricchi emettono dalle trenta alle quaranta volte più gas effetto serra rispetto al 10% dei più poveri, l’attuale tassa sul carbonio pesa quattro volte meno sul reddito dei primi: questa palese ingiustizia provoca il rifiuto generalizzato delle misure imposte. La riduzione delle diseguaglianze diventa quindi la prima condizione di accettazione di una proposta di sobrietà energetica e materiale intesa come condizione essenziale per una modificazione del ciclo di produzione e, di conseguenza, del suo rilancio; 2) A sinistra si collocano anche i sostenitori del “protezionismo solidale” che propongono per esempio delle barriere doganali europee che penalizzino le importazioni dai paesi che non rispettano alcune norme salariali, fiscali ed ecologiche. L’obiettivo sarebbe quello di proteggere le industrie nascenti indispensabili alla transizione ecologica e, soprattutto, al di là della questione industriale, di instaurare un ordine commerciale più giusto ed equilibrato, partendo dal presupposto che – al contrario di ciò che afferma il presidente francese Macron – non è il protezionismo che conduce alla guerra. I proponenti di queste due opzioni (decrescita per una società sobria, protezionismo solidale) rispondono così alle due domande che ci vengono poste direttamente dalla lettura di queste proposte: quale sarà il peso economico di una industria finalizzata alla sobrietà dei consumi e vincolata da un “protezionismo solidale”? E come reagirà la società nel suo insieme a questa nuova sobrietà materiale ed energetica, e alla trasformazione della produzione e dell’occupazione? I presupposti per elaborare una risposta a questi interrogativi dovrebbero essere rappresentati dal completamento della proposta attorno a due punti: quello riguardante la protezione dei percorsi professionali dei lavoratori il cui attuale posto è minacciato nel bacino di occupazione o nelle aree circostanti e quello della fine delle forme vigenti di esasperazione del produttivismo e del tecnologismo. Si tratta di proposte appena abbozzate all’interno di un quadro non ancora completato da una necessaria rielaborazione di una “teoria delle fratture” che intrecci materialismo e post – materialismo. A questo proposito manca un’analisi compiuta sul valore di “modernità” del capitalismo occidentale, di fronte ai fenomeni di dimensione globale ai quali stiamo assistendo almeno da vent’anni a questa parte con l’entrata in scena di nuovi attori protagonisti a pieno titolo. Si era scritto di “fine della storia” e di egemonia incontrastata del “neo liberismo”: oggi quella fase sembra conclusa per lasciar posto a una transizione confusa nella quale si ripresentano elementi di pericolosa arretratezza. Dal nostro punto di vista sul piano del dibattito, se si resta stretti tra “decrescita” e “protezionismo solidale” non si può che non registrare un complessivo arretramento rispetto al livello che sarebbe necessario per poter puntare alla ricostruzione di una sinistra capace di incidere dentro la crisi dei sistemi liberali dell’Occidente. Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo, infatti, che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza tema di apparire “controcorrente”. Nel quadro di una resa ai meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e assenza di una visione industriale hanno pesato in maniera esiziale sulle prospettive di un nuovo sviluppo industriale. In Italia, tanto per restare dalle nostre parti, ancora una volta ci si sta muovendo in direzione ostinatamente contraria, recuperando il “peggio” dell’assistenzialismo, e della subordinazione delle scelte al clientelismo elettorale arrivato, in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018, a codificare su scala di massa il “voto di scambio”. Difficile pensare a una ripresa industriale in queste condizioni.

lunedì 15 luglio 2019

“La condizione giovanile in Italia”. Il Rapporto Giovani 2019 dell’Istituto Toniolo - Pandora Rivista

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A defeat for the populist right isn’t always a win for the social-democratic left • Social Europe

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Paolo Sylos Labini: le forze della dinamica economica e della dinamica sociale - nuovAtlantide.org

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Corbynism and the Remain Movement Need Each Other to Survive | Novara Media

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L’occupazione in Italia: divari, vulnerabilità e nuove potenzialità - Menabò di Etica ed Economia

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‘Andare oltre il PIL’: il Wellbeing Budget della Nuova Zelanda - Menabò di Etica ed Economia

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Il ‘populismo’ di destra e i perdenti della globalizzazione e del progresso tecnologico - Menabò di Etica ed Economia

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La gestione delle crisi di impresa al Mise: qualche riflessione critica - Menabò di Etica ed Economia

La gestione delle crisi di impresa al Mise: qualche riflessione critica - Menabò di Etica ed Economia

mercoledì 10 luglio 2019

Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due - Christian Raimo - Internazionale

Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due - Christian Raimo - Internazionale

Franco Astengo: Numero dei parlamentari

NUMERO DEI PARLAMENTARI: UN TEMA DELICATO di Franco Astengo Seguendo l’iter previsto dall’articolo 138 della Costituzione il Parlamento sta lavorando, su precipuo impulso del M5S, alla riduzione del numero dei membri delle due assemblee legislative: la Camera dovrebbe scendere da 630 a 400 deputati, il Senato da 315 a 200 senatori, complessivamente 600 parlamentari in luogo di 915. Scopo dichiarato: ridurre i costi. Una riduzione che farebbe, appunto, leva su di un minor numero di persone presenti nelle aule anziché sulla riduzione dei loro emolumenti. Non è semplice, e all’apparenza sicuramente impopolare, sottoporre a critica questo provvedimento. Pur tuttavia è necessario farlo precisando da subito alcuni dati che ignorati potrebbero far passare per verità dei semplici luoghi comuni. Prima di tutto con questa riforma l’Italia passerebbe, infatti, a uno degli ultimi posti in Europa sul piano della rappresentanza politica in rapporto alla popolazione. La riduzione del numero dei parlamentari prevista in questo momento porterebbe, infatti, il rapporto tra il singolo parlamentare e la popolazione di riferimento a 1: 151.000. Nel Regno Unito il rapporto è 1: 101.000; in Olanda 1:114.000; in Francia 1:116.000; Germania 1: 116.000; Spagna 1:133.000. Sono stati citati Paesi di consolidato assetto democratico con una presenza abbastanza ampia sul piano del pluralismo parlamentare (ormai neppure quello del Regno Unito può essere considerato un sistema bipartitico). Paesi che utilizzano diverse formule elettorali, dalla proporzionale pura dell’Olanda, alla proporzionale con sbarramento al 5% in Germania, ai relativamente piccoli collegi della Spagna dove non si recuperano i resti utilizzando il d’Hondt, al doppio turno francese. Del resto. Seguendo le vicende del sistema politico italiano, al numero dei 630 deputati e 315 senatori non si era arrivati . Dal 1918, infatti, con la crescita della popolazione e l’acquisizione di nuove province (sia dopo la prima, sia dopo la seconda guerra mondiale),il numero dei parlamentari eletti è sempre salito salvo che nell’occasione dei due plebisciti indetti dal regime fascista: in quei due casi (1929 e 1934) il numero dei parlamentari (il Senato era di nomina regia) fu fissato in 400: esattamente il numero previsto dalla riforma caldeggiata dal M5S, come ricorda anche Andrea Fabozzi in suo articolo pubblicato dal “Manifesto”. In realtà la questione del numero dei parlamentari non dovrebbe riguardare il tema dei costi della politica, come invece agitato dalle mode propagandistiche di questi tempi. Vale la pena ricordare alcune banalità: il numero dei parlamentari dovrebbe, infatti, essere legato a due questioni assolutamente decisive per il funzionamento di una democrazia complessa come dovrebbe essere quella italiana .Al riguardo della quale, è bene ricordarlo, sono in essere tendenze fortemente semplificatorie al punto da far pensare una situazione già collocata pericolosamente“oltre” quelle tensioni presidenzialiste che pure erano affiorate nel recente passato con l’inasprirsi del peso della personalizzazione della politica, fenomeno veicolato da un uso esasperato della comunicazione mediatica in maniera del tutto distorcente il messaggio generale del dibattito pubblico. Occorre allora chiarire che affrontare il tema del numero dei parlamentari non dovrebbe essere possibile in assenza di una valutazione complessiva circa il rapporto di popolazione esistente all’interno del collegio e/o circoscrizione; del metodo di elezione (lista bloccata “corta”, uninominale, lista lunga con preferenze, esprimibili in vario modo) e la realtà del sistema politico dal punto di vista della sua capacità di rappresentanza delle diverse “sensibilità politiche” (usando un termine togliattiano) presenti in una dimensione consistente nel territorio nazionale, garantendo anche la presenza delle minoranze linguistiche ed etniche. La questione deve essere intesa come afferente il sistema elettorale nel suo complesso e non soltanto vista sotto l’aspetto della formula di traduzione dei voti in seggi. In questo senso appare dunque fondamentale il disegno dei collegi: un punto sul quale, in passato, si erano già sviluppate criticità che portarono a rappresentare elementi dirimenti per il giudizio negativo espresso dalla Corte Costituzionale al riguardo dei ben due leggi elettorali, entrambe bocciate dalla stessa Alta Corte. Ricordando, infine, come la Costituzione preveda un sistema politico fondato sulla “centralità” del Parlamento, cui il governo è obbligato da un voto di fiducia espresso da entrambi i rami (come confermato dall’esito del referendum del 2016) mentre tocca al Presidente della Repubblica incaricare il Presidente del Consiglio e a controfirmare la lista dei ministri. Una composizione delle Camere insufficiente dal punto di vista dei riferimenti sia sotto l’aspetto espressione geografica, sia di presenza politica, magari con l’adozione di una formula elettorale maggioritaria che finirebbe con lo schiacciare ancor di più nel senso di una forzatura governativista il lavoro dell’aula (senza dimenticare che esiste anche un problema di regolamenti d’aula e di soglie di garanzia per la presenza delle minoranze) finirebbe con l’inficiare la stessa validità costituzionale di un provvedimento di riduzione numerica sviluppate in maniera meramente semplificatoria. La questione quindi non è quella dei costi ma di ordinamento delle massime istituzioni rappresentative dello Stato nell’ambito del dettato della Costituzione Repubblicana: e sarà questo il punto da analizzare con il massimo dell’attenzione nello svilupparsi dell’iter parlamentare del provvedimento di riduzione e, nell’eventualità, di una richiesta di referendum al momento dell’approvazione definitiva.

MILANO NON È “BALNEARE” |

MILANO NON È “BALNEARE” |

MILANO E L’INTELLIGENZA URBANA |

MILANO E L’INTELLIGENZA URBANA |

venerdì 5 luglio 2019

In bilico l'ipotesi di un governo Sanchez con Podemos | Left

In bilico l'ipotesi di un governo Sanchez con Podemos | Left

Franco Astengo: Migranti

PER LA SINISTRA LA QUESTIONE DEI MIGRANTI E’ QUESTIONE DI IDENTITA’ E DI EGEMONIA di Franco Astengo Una sola brevissima annotazione sul tema delicato dei migranti. Su di esso, infatti, si sta misurando per intero la vera e propria estraneità del PD dalla storia della sinistra italiana e l’incapacità di quelli che si ritengono eredi di quella storia di uscire dalla semplice logica della “buona volontà umanitaria” e di saper, invece, proporre una visione strategica. Nel definire la questione mancano, prima di tutto, una definizione d’identità e una proposta di egemonia misurata nella prospettiva. Il tema, infatti, non riguarda semplicemente l’accoglienza che si può e si deve realizzare anche attraverso ben diverse modalità organizzative poste in essere dallo Stato e dagli Enti Locali. La prima definizione d’identità necessaria, a questo proposito, è quella legata alla politica estera: materia totalmente assente da una riflessione di carattere generale – appunto – d’impostazione strategica posta al di fuori della semplice ricerca di protezione dei nostri interessi in campo energetico sullo scacchiere del Medio Oriente. L’Italia è priva da molto tempo di una politica estera adeguata, oscilla sui punti più delicati della necessaria visione geopolitica globale, pietisce mediazioni esterne su tutti i piani, non riesce a definire un proprio ruolo (se non mediocremente spartitorio) sul punto decisivo dell’appartenenza all’Unione Europea e alle sue prospettive. Nel frattempo non si è riusciti a sviluppare sulla materia un’adeguata politica interna. Un’assenza sulla quale si riflette pesantemente l’impostazione data da questo governo di negazione del tema dello sviluppo industriale e di conseguenza del tema del lavoro. Negazione che si sta realizzando attraverso la proposizione di meccanismi sul cui giudizio non si può prescindere da una valutazione di tendenza all’assistenzialismo in una visione distorta di scambio politico e di “decrescita felice”. “Decrescita felice” in realtà considerata in dimensione opposta da parte della Lega che intende favorire, invece, come in passato visioni di sviluppo produttivo interessanti settori economici ben precisi. La Lega intende continuare a favorire (partendo dal tema della tassazione) soggetti che operano incentrati sul lavoro nero e l’ipersfruttamento in funzione dell’esportazione di beni di consumo. In questo quadro i migranti funzionano splendidamente da “esercito di riserva”, senza contare sul loro di oggetto quotidiano di propaganda come dimostrano benissimo le diverse vicende riguardanti le navi delle ONG. Per una sinistra da ricostruire siamo di dunque di fronte a una questione di identità e di espressione di egemonia non tanto e non solo sul tema specifico delle migrazioni, ma del quadro complessivo che va delineato su uno dei punti fondamenti di una linea: quello riguardante proprio la politica estera. Serve definire una proposta di politica estera inserita in una visione che tenga finalmente conto del passaggio in corso da anni dal globalismo alla geopolitica con il ritorno di soggetti, come quello dello Stato –Nazione, che si ritenevano in via di assoluta obsolescenza.

mercoledì 3 luglio 2019

Cosa serve per un Green New Deal - Jacobin Italia

Cosa serve per un Green New Deal - Jacobin Italia

Social democrats and their allies—where now after the elections? • Social Europe

Social democrats and their allies—where now after the elections? • Social Europe

Sinistra, non farti incastrare nei giochini di Salvini - Strisciarossa

Sinistra, non farti incastrare nei giochini di Salvini - Strisciarossa

Guglielmo Forges Davanzati: La disoccupazione giovanile e la proposta di Stato innovatore di prima istanza

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La cultura politica oltre l’ostacolo PD « gianfrancopasquino

La cultura politica oltre l’ostacolo PD « gianfrancopasquino

lunedì 1 luglio 2019

Time for postcapitalism • Social Europe

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Is there a revival of the Socialist Party in Spain? • Social Europe

Is there a revival of the Socialist Party in Spain? • Social Europe

Highlights: Labour at the Fabian 2019 summer conference - LabourList

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Andrea Fumagalli: Minibot, debito pubblico e monete complementari: di che cosa stiamo parlando?

Andrea Fumagalli: Minibot, debito pubblico e monete complementari: di che cosa stiamo parlando?

Francesco Somaini: Se dalla scuola sparisce la storia | Left

Se dalla scuola sparisce la storia | Left

Franco Astengo: Democrazia liberale

DEMOCRAZIA LIBERALE di Franco Astengo La crisi della democrazia liberale, nell’epoca dei sovranismi e dei populismi, è saltata in questi giorni alla ribalta del dibattito internazionale tramite un’intervista rilasciata dall’autocrate russo Putin al “Financial Times” nella quale, l’ex-agente del KGB, ne dichiara la fine a favore delle cosiddette (semplifichiamo per economia del discorso) “democrazie illiberali” del tipo di quella praticata in Ungheria e ipotizzata in Italia, attraverso l’assunzione di un ruolo centrale all’interno del sistema politico da parte della Lega. Commenta il politologo Yascha Mounk autore di “Il popolo vs. la democrazia” (Feltrinelli) “Il liberalismo inteso come libertà dell’individuo e di scegliere come essere governato va difeso a oltranza. C’è invece una battaglia da fare contro il falso capitalismo mascherato da liberalismo economico che produce ineguaglianza e ingiustizia”. Sembra quasi di rintracciare, nella replica di Mounk, accenni nell’idea di passaggio dalla “democrazia repubblicana” (dalla Costituzione intesa come punto di non ritorno all’antico stato amministrativo liberale) alla “democrazia progressiva” che fu al centro della proposta della sinistra italiana negli anni difficili del consolidamento democratico post- fascismo. Esporre le cose in questo modo però finirebbe con il rischiare un eccesso di semplificazione e allora si rende necessario andare meglio nel merito rispetto a ciò che è accaduto nel determinare questa vera e propria crisi della democrazia occidentale. Siamo entrati, infatti, in una terza fase della democrazia: la prima fase era quella della democrazia dei partiti, capaci di ottenere un consenso di massa intorno alla propria ideologia; la seconda fase è stata quella della “democrazia del pubblico” con i leader che prevalgono sui partiti e il rapporto di fiducia personale tra il Capo e il pubblico della TV generalista scalza le ideologie. La terza fase è quella (definizione di Ilvo Diamanti) “ibrida” realizzata attraverso l’ingresso sulla scena di Internet che ha finito con il miscelare democrazia diretta e democrazia rappresentativa. La semplificazione “tranchant” imposta dall’uso di Internet nel dibattito politico ha poi fatto prevalere la semplicità delle “impressioni diritte” fra le quali la logica della paura, quella che determina nazionalismo e razzismo, ha finito con l’assumere una dimensione addirittura egemonica. In base all’analisi di questi cambiamenti può prefigurarsi una deformazione della democrazia, nel senso di uno smarrimento dei tratti identitari, pur conservando intatte le forme della democrazia novecentesca configuratesi attraverso il rito elettorale. Il risultato è quello di uno svuotamento di senso progressivo e di depotenziamento. Si aprirebbero (anzi si sono già aperti) varchi per avventure autoritarie e per lo strapotere delle lobbie in quadro di tecnocrazia dominante retta attraverso l’idea (fagocitante) dell’uomo solo al comando. Si verificherebbe, in sostanza, l’affermarsi di tre negative condizioni: quella tecnocratica, quella populista, quella plebiscitaria, riducendo la cittadinanza ad audience passiva del capo carismatico. Si otterrebbe così il risultato di una sorta di riunificazione tra rappresentanza e governabilità in una sorta di “simbiosi” del potere con l’estinzione dei corpi intermedi tra la società e la politica. Da dove partire, allora, per modificare questo tipo di pericolosa prospettiva? Prima di tutto sarà necessario stabilire i punti sui quali attestare una vera e propria “resistenza”partendo dalla diffusione del dibattito culturale sul tema della democrazia. I soggetti politici residui devono attrezzarsi per riprendere quella funzione pedagogica abbandonata il tempo della trasformazione del partito di massa. In secondo luogo va recuperato il concetto pieno di “partito”, quale “parte” che si occupa presentemente dell’interesse di ceti sociali ben precisi e, nello stesso tempo, offre al dibattito collettivo un’idea di una società alternativa, fondata sul recupero dei principi andati smarriti nel percorso tra democrazia del pubblico e democrazia ibrida. Non si deve avere timore, a questo proposito. di rialzare anche qualche bandiera lasciata cadere nel fango dalla borghesia, purché si abbia saldo l’orizzonte che abbiamo davanti: in questo senso dovrà verificarsi anche il recupero di un’ideologia che si contrapponga all’ideologia dominante dell’individualismo, del corporativismo, del governo separato completamente dalle istanza sociali. Agire in questo modo all’interno della società attuale potrebbe apparire uno sforzo inutile, circondati come siamo da un dominante “pensiero unico”. Il nostro motto deve essere per davvero “Resistenza” avendo consapevolezza delle grandi difficoltà nelle quali ci troviamo: allora se “Resistenza” deve essere, vale la pena di rimettere assieme una visione del futuro del mondo, una capacità di cogliere l’emergenza delle contraddizioni sociali, la strutturazione di una forma d’intervento politico fondato essenzialmente sulla partecipazione e la militanza. Da questi punti di principio risaltano poi gli elementi concreti di contrasto alla deriva in atto; il rifiuto della personalizzazione esasperata partendo da una capacità complessiva di governo nell’insieme del delicato sistema dei media; la difesa della centralità del Parlamento; la fondatezza di un pluralismo politico basato sulla capacità di lettura e d’interpretazione della complessità delle fratture sociali: una legge elettorale fondata sulla proporzionale nell’idea del privilegio della rappresentanza sulla governabilità.

mercoledì 19 giugno 2019

Bernie Sanders’ Democratic Socialism Speech Was a Landmark

Bernie Sanders’ Democratic Socialism Speech Was a Landmark

Ridefinire il rapporto tra economia e società

Ridefinire il rapporto tra economia e società

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

Seduzioni e delusioni del neoliberismo

La società dietro il voto

La società dietro il voto

Dopo le elezioni, la partita dell’Europa

Dopo le elezioni, la partita dell’Europa

TRENORD: SERVE UNA PROFONDA RIORGANIZZAZIONE |

TRENORD: SERVE UNA PROFONDA RIORGANIZZAZIONE |

Franco D'Alfonso: STRATEGIE ELETTORALI: INSICURI? GHE PENSI MI |

STRATEGIE ELETTORALI: INSICURI? GHE PENSI MI |

martedì 18 giugno 2019

La spagnola Iratxe García Pérez presidente dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo - Eunews

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The modest performance of radical left parties in the European elections reflected their limited transnational cooperation | EUROPP

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Caso Csm, la mediocrità di Lotti e il giustizialismo che infetta l'Italia - Strisciarossa

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Il nazionalismo che viene dall’est e i sovranismi post comunisti | Jobsnews.it

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Dopo le elezioni europee: ammutinamenti elettorali e usi rischiosi della democrazia - Menabò di Etica ed Economia

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Reddito di cittadinanza e politiche attive del lavoro - Menabò di Etica ed Economia

Reddito di cittadinanza e politiche attive del lavoro - Menabò di Etica ed Economia

lunedì 17 giugno 2019

La difficile sfida del secondo mandato di Ada Colau - Jacobin Italia

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La Teoria Monetaria Moderna: un’illusione che abbaglia - La Città Futura

La Teoria Monetaria Moderna: un’illusione che abbaglia - La Città Futura

Fiscal Money Can Make or Break the Euro by Yanis Varoufakis - Project Syndicate

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Franco Astengo: Mercato del lavoro

MERCATO DEL LAVORO:LA FRENESIA RIFORMISTA di Franco Astengo Totalmente priva di una strategia industriale, di un’idea di intervento pubblico in economia, avendo perso pezzi fondamentali nei settori strategici della produzione l’Italia, governata nel corso di questi anni da una pluralità di schieramenti politici, continua a trovare grandissime difficoltà ad esprimere un mercato del lavoro all’altezza della competizione internazionale e della possibilità di favorire sbocchi occupazionali adeguati in particolare alle aspirazioni delle giovani generazioni. L’Italia ha perso posizioni nei settori portanti dello sviluppo industriale: dalla siderurgia alla chimica, dall’elettromeccanico all’elettronico. In questa sede si ricorda come negli ultimi vent’anni si sia verificata una vera e propria “frenesia riformista” che non ha praticamente dato esito concreto. Abbiamo avuto: 12 riforme della giustizia per le imprese; 7 per l’ordinamento delle crisi di impresa; 7 del mercato del lavoro; 5 del sistema pensionistico 9 della tassazione d’impresa 8 della pubblica amministrazione. Fonte Corriere della Sera. 11 giugno scorso Una ridda di provvedimenti, in gran parte complicatori e nel caso delle riforme del mercato del lavoro alla fine orientate a far crescere in dimensione sempre più preoccupante la precarietà. Seguono senza commenti alcunj dati raccolti da varie fonti sull’andamento dell’occupazione nel nostro Paese dal 2010 al 2018, laddove si dimostra un andamento oscillatorio all’interno di una sostanziale stagnazione della crisi complessiva. Mi scuso per la schematicità purtroppo necessaria in casi come questi. 2010 Tra il 2009 e il 2010 l’occupazione italiana cala di 336.000 unità, con un tasso di occupazione in discesa dal 56,9% al 56,3%. L’occupazione straniera aumenta di 183.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 64,5% al 63,1% (dal 77,7% al 76,2% per gli uomini e dal 52,1% al 50,9 % per le donne). Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,9% (era pari al 57,5% nel 2009). A livello territoriale, alla riduzione dell’indicatore nel Nord e nel Centro si accompagna la nuova significativa flessione nel Mezzogiorno 2011 Tra il 2010 e il 2011 l’occupazione italiana diminuisce di 75.000 unità, a motivo del calo della sola componente maschile. L’occupazione straniera aumenta di 170.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 63,1% al 62,3% (dal 76,2% al 75,4% per gli uomini e dal 50,9% al 50,5 % per le donne). Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,9%, appena un decimo di punto al di sopra di quello del 2010. A livello territoriale, alla riduzione dell’indicatore nel Centro si accompagna il modesto incremento nel Nord e nel Mezzogiorno. Nella media del 2011, il tasso di disoccupazione è pari all’8,4%, invariato rispetto a un anno prima. L’indicatore, rimasto stabile nel Centro, registra una lieve flessione nel Nord (dal 5,9% al 5,8%) e una contenuta crescita nel Mezzogiorno (dal 13,4% al 13,6%) 2012 Nella media del 2012 l’occupazione diminuisce dello 0,3% su base annua (-69.000 unità). Come nel recente passato, il risultato sconta la differente dinamica delle componenti italiana e straniera. Tra il 2011 e il 2012 l’occupazione italiana cala di 151.000 unità, con il tasso di occupazione che si attesta al 56,4% (-0,1 punti percentuali). La discesa del numero degli occupati italiani riguarda i 15-34enni e i 35-49enni, mentre prosegue la crescita degli occupati con almeno 50 anni, presumibilmente a motivo dell’inasprimento dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione. L’occupazione straniera aumenta di 83.000 unità, ma il tasso di occupazione scende dal 62,3% al 60,6%. Nella media del 2012 il calo dell’indicatore interessa la sola componente maschile (dal 75,4% al 71,5%), a fronte del leggero incremento segnalato per le donne (dal 50,5% al 50,8%). Il tasso di occupazione complessivo si attesta al 56,8%, due decimi di punto al di sotto del 2011. A livello territoriale, la riduzione dell’indicatore riguarda tutte le ripartizioni ed esclusivamente la componente maschile. 2013 Nella media del 2013 l’occupazione diminuisce di 478.000 unità (-2,1%). La riduzione rimane più forte nelle regioni meridionali (-4,6%, pari a -282.000 unità). Prosegue il calo dell’occupazione maschile (-2,6%, pari a -350 mila) e torna a ridursi quella femminile (-1,4%, pari a -128 mila). La discesa del numero degli occupati riguarda i 15-34enni e i 35-49enni (rispettivamente -482.000 unità e -235.000 unità), cui si contrappone la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+239.000 unità). Il tasso di occupazione si attesta al 55,6%, 1,1 punti percentuali al di sotto del 2012. La riduzione dell’indicatore riguarda entrambe le componenti di genere e tutte le ripartizioni, specie il Mezzogiorno. Tra il 2012 e il 2013 l’occupazione italiana cala di 500.000 unità, con il tasso di occupazione che si attesta al 55,3% (-1,0 punti percentuali). L’occupazione straniera aumenta in misura contenuta (+22.000 unità), ma il tasso di occupazione scende dal 60,6% del 2012 all’attuale 58,1%; la diminuzione interessa sia gli uomini (dal 71,5% al 67,9%) sia le donne (dal 50,8% al 49,3%). Il calo dell’occupazione interessa tutti i segmenti del mercato del lavoro: i dipendenti a tempo indeterminato (-190.000 unità, pari a -1,3%), i dipendenti a termine (-146.000, pari a -6,1%) e gli indipendenti (-143.000 unità, pari a -2,5%). Nella media del 2014, dopo due anni di calo, l’occupazione cresce (+0,4%, pari a 88.000 unità in confronto all’anno precedente), a sintesi di un aumento nel Nord (+0,4%) e nel Centro (+1,8%) e di un nuovo calo nel Mezzogiorno (-0,8%, pari a -45.000 unità). La crescita degli occupati interessa sia gli uomini (+0,2%, pari a 31.000 unità) sia, soprattutto, le donne (+0,6%, pari a 57.000 unità). Prosegue tuttavia il calo degli occupati 15-34enni e dei 35-49enni (rispettivamente -148.000 unità e -162.000 unità), a fronte dell’incremento degli occupati con almeno 50 anni (+398.000 unità). Il tasso di occupazione si attesta al 55,7%, +0,2 punti percentuali rispetto al 2013. L’indicatore rimane invariato per gli uomini e sale di 0,3 punti per le donne. Alla crescita nel Centro e nel Nord si contrappone il calo nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali). 2014 Nel 2014 l’occupazione della componente italiana cala di 23.000 unità, con il tasso di occupazione 15-64 anni che sale al 55,4% (+0,1 punti percentuali). L’occupazione straniera aumenta di 111.000 unità, con il tasso di occupazione che torna a salire, dal 58,3% del 2013 al 58,5% del 2014. L’indicatore rimane invariato al 68,1% per gli uomini e cresce per le donne (dal 49,8% al 50,2% del 2014). La crescita dell’occupazione interessa in misura contenuta i lavoratori a tempo indeterminato (+18.000 unità) e in modo più sostenuto i lavoratori a termine (+79.000 unità). Prosegue, invece, a ritmo meno sostenuto il calo degli indipendenti (-9.000 unità). All’incremento dell’occupazione nell’industria in senso stretto (61.000 unità, pari a +1,4%) si contrappone il persistente calo nelle costruzioni (-69.000 unità, pari a -4,4%). 2015 Tra l’ottobre del 2014 e l’ottobre di quest’anno, il numero degli occupati è cresciuto dello 0,3 per cento, con 75mila occupati in più, ma il dato positivo non è strettamente legato alla creazione di nuovi posti di lavoro perché molto dipende anche dall’invecchiamento della popolazione. Infatti, il numero di occupati è aumentato soprattutto tra le persone con più di 50 anni, fascia di età che dall’inizio del 2013 è cresciuta del 4,7 per cento. L’Istat stima che almeno il 30 per cento della crescita occupazionale sia dovuto a questa dinamica demografica. Oltretutto le modifiche sulla previdenza introdotte dalla legge Fornero hanno diminuito il numero di pensionamenti nell’ultimo triennio, contribuendo così a loro volta all’aumento del numero di occupati con più di 50 anni. 2016 Nel 2016 l’occupazione è aumentata di 293.000 unità sul 2015 (+1.3%) con una crescita del lavoro alle dipendenze di 323.000 unità (+1,9%). Lo rileva l'Istat: la riduzione del tasso di disoccupazione è dall'11,9% all'11,7%. I disoccupati calano di 21.000 unità (-0,7%). L’aumento degli occupati,dice l'Istat, coinvolge oltre agli over 50 anche i giovani tra i 15 e i 34 anni. Il tasso di occupazione sale di 0,9 punti al 57,2%. Nel 2016 la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dall'inizio della crisi economica. Lo rileva l'Istat spiegando che nel 2008 erano 23.090.000 mentre nel 2009 sono scesi a 2.699.000. Con l'aumento registrato nel 2016 di 293.000 unità il 2016 ha riportato l'occupazione sopra i livelli 2009. Il tasso di disoccupazione è all'11,7%, il livello più basso degli ultimi quattro anni (nel 2012 era al 10,7% mentre nel 2013 era balzato al 12,1%). Sono diminuiti in modo consistente gli inattivi (-410.000 unità). 2017 Vediamo ora nel particolare cosa ci dicono i dati raccolti sulla occupazione in Italia per il 2017. I primi mesi hanno visto una situazione rallentata, con una lieve crescita di dipendenti a tempo determinato, e un calo di dipendenti a tempo indeterminato. Le persone in cerca di lavoro sono comunque diminuite (- 2,7%), anche grazie al tasso di disoccupazione che si è ristretto quotandosi all’11,5%. Un dato forse preoccupante è quello sugli inattivi (+0,4%), ad indicare una probabile sfiducia generale riguardo l’occupazione e il futuro. Gli inattivi vengono conteggiati fuori dalle forze di lavoro, e per l’Istat risultano non rientrano nella canonica classificazione tra persone occupate e/o in cerca di occupazione. 2018 Il nuovo anno è partito con la notizia relativa all’aumento del tasso di disoccupazione, che a fine dicembre ha registrato un rialzo dello 0,1% rispetto al dato registrato nel mese precedente, raggiungendo il 58,8%. Va per sottolineato che l’aumento del numero degli occupati è legato sopratutto all’incremento dei dipendenti a termine (47.000 in più) e degli autonomi (11.000 in più), mentre sono in netto calo gli occupati permanenti (35.000 in meno). Interessanti anche i dati dell’occupazione relativi alle fasce d’età: salgono gli occupati che hanno un’età compressa tra i 14 e i 24 anni (36.000 in più) e quelli con più di cinquanta anni (300.000 in più) e scendono quelli che hanno un’età tra i 25 e i 49 anni (ben 135.000 in meno). Scende di due decimi di punto il tasso di disoccupazione, che arriva al 10,3% anche se è in leggera crescita il tasso di disoccupazione giovanile (che sale dello 0,1% e si attesta al 31,9%). Rimane stabile invece il tasso di inattività, fermo al 34,3% (anche se si registra una riduzione di 16.000 unità tra gli inattivi di età compresa tra i 15 e i 64 anni). Il risultato del 2018: aumento del tasso di disoccupazione, incremento dei dipendenti a termine; calo degli occupati permanenti ci indica anche, infine, l’illusorietà della spinta in avanti prodotta dai provvedimenti del periodo 2015 – 2016 (job act) assunti senza affrontare, come già si è descritto in precedenza, i nodi di fondo dello sviluppo industriale che resta il problema centrale dell’Italia e del suo sistema di relazioni economiche all’esterno, dentro e fuori l’Unione Europea.

Alla sinistra europea serve una visione del futuro - Jacobin Italia

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The Danish election: a red wave with black undercurrents • Social Europe

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sabato 15 giugno 2019

Franco Astengo: La natura del Pd

LA NATURA DEL PD di Franco Astengo Se mai ce ne fosse stato bisogno gli episodi di questi giorni rappresentano un ulteriore disvelamento della natura del PD, della logica del potere che ha mosso l’intenzione della “vocazione maggioritaria” e della “governabilità”. Altro che “la maionese impazzita” richiamata a suo tempo da Massimo D’Alema. La questione non sta tanto nella “qualità” di vera e propria mostra delle miserie umane evidenziata dalle intercettazioni riguardanti il giro degli “aggiustatori” del CSM e delle Procure, con tutto il loro corollario di cene segrete, turpiloqui, millanterie miranti addirittura a coinvolgere il Presidente della Repubblica. Il punto sta nella reazione che il PD ha dimostrato anche in quest’occasione nella quale sotto l’antica spoglia di consuete malversazioni si delinea una crisi di credibilità della magistratura che rende ancor più debole il già fragile impianto del sistema politico italiano mandando in pericolo (più ancora di quanto non lo fosse già qualche giorno addietro) la democrazia repubblicana. Da notare, inoltre, che al centro di questa pericolosa dinamica stanno personaggi protagonisti del tentativo, a suo tempo, di modificare la natura parlamentare della Repubblica attraverso riforme costituzionali per fortuna respinte dalla maggioranza di elettrici ed elettori. La reazione del PD è sconcertante: si permette al protagonista – principe di questa vicenda di usare la formula ambigua “dell’autosospendersi” e da notizie giornalistiche il nuovo segretario sta cercando di fare in modo che una parte del partito coinvolta oggettivamente in questa vicenda non provochi addirittura una scissione. Da dove deriva questa preoccupazione di Zingaretti ? Dal fatto che la corrente di Lotti controlla anche tanti pezzi di partito sul territorio (citazione testuale da articoli di giornale nei quali si sottolinea anche la divisione in correnti del gruppo parlamentare e dell’Assemblea Nazionale). Compreso bene? Il timore è quello di perdere pezzi di cordate di potere in giro per l’Italia: perché di questo si tratta senza nessun accenno all’enormità della questione che si sta ponendo che, ripetiamo, non è tanto quella dell’intreccio (già tante volte visto e mai affrontato) tra “questione morale” e “questione politica” ma della credibilità dell’intero sistema soprattutto sul nodo delicatissimo della divisione dei poteri. Calenda, dal canto suo, non è capace di dire altro che “Riformare il CSM”: anche in questo caso non si avverte la profondità della situazione, i rischi per la democrazia, l’alimento ulteriore per l’antipolitica che ormai – in via di esaurimento la sbornia del M5S – sta sempre di più assumendo i tratti della cosiddetta “democrazia illiberale”. I segnali ci sono tutti e rappresentano i frutti avvelenati della confusione tra governabilità e gestione del potere e dell’assemblaggio indiscriminato sul piano dei valori e dei contenuti che inevitabilmente sta dentro all’idea della “vocazione maggioritaria” e della dismissione del ruolo di “parte” dei partiti (altro discorso quello della politica delle alleanze, tanto per intenderci). Il pericolo riguarda, prima di tutto, la qualità della nostra vita democratica: sarà il caso di rifletterci prima di tutto a sinistra.

mercoledì 12 giugno 2019

Andrea Zhok: Quale socialismo?

Andrea Zhok: Quale socialismo?

Olivier Blanchard – L’Europa deve riformare le sue regole fiscali | Vocidallestero

Olivier Blanchard – L’Europa deve riformare le sue regole fiscali | Vocidallestero

Pietro Adami: Se la sinistra vuol essere credibile torni a occuparsi dei lavoratori | Left

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IL SOCIALISMO TORNA ATTUALE CON POLITICHE ANTI DISEGUAGLIANZE - N.Cacace - | Sindacalmente

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Syriza’s Failure Has Hurt Us All

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LE PAROLE DELLA LAICITÀ - Sinistra - micromega-online - micromega

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MILANO. QUARTIERI IBRIDI E GENTRIFICATI |

MILANO. QUARTIERI IBRIDI E GENTRIFICATI |

MILANO: MODELLO O PEZZO UNICO? |

MILANO: MODELLO O PEZZO UNICO? |

Franco Astengo: La sinistra in Italia. Punti di discussione

LA SINISTRA IN ITALIA: PUNTI DI DISCUSSIONE di Franco Astengo In vista di una necessaria apertura di confronto all’interno di ciò che rimane della sinistra italiana, mi permetto di portare all’attenzione di tutte/i quelli che mi paiono i punti prioritari da affrontare per tentare di avviare un vero e proprio processo di ricostruzione. Un processo di vera e propria “ricostruzione” ben oltre alla “rifondazione” o all semplice assemblaggio dell’esistente. Andando per ordine: SOTTO IL TITOLO “RICOSTRUZIONE” 1) AGGIORNARE LA TEORIA DELLE FRATTURE Si fa presto a seguire le mode e adesso l’effetto Greta sembra prevalere nelle disperse membra di quella che fu la sinistra, mentre i Verdi spingono per dire che “l’ambiente non è né di destra, né di sinistra”. Val pena ricordare che assumere le contraddizioni come “single issue” è sempre corporativo e che è necessario rielaborare una “teoria delle fratture” che intrecci cleavages cosiddetti “materialisti” e cleavages già definiti “post – materialisti”. Dalla teoria poi deve sorgere un progetto politico posto a livello di sistema e – in conseguenza – un insieme di adeguate lotte sociali dalle quali i soggetti intermedi prendano consenso, forza, possibilità d’incidenza sulla politica e sulla società. Diversamente si agirà a compartimenti stagni con l’idea che una porzione di realtà debba prevalere sull’altra mentre in questo modo emerge quella che è stata definita “antipolitica”. 2) AFFRONTARE LA FRAGILITA’ DEL SISTEMA Si è molto discusso in questi mesi di similitudine tra lo stato attuale e il fascismo. Fermo restando che qualsiasi analisi nel merito debba partire dal quadro internazionale, da questo punto di vista può risultare ancora valido un parallelo con l’analisi gramsciana. Nella sua analisi del fascismo Gramsci era partito dall’esempio del bonapartismo, pur sottolineando le differenze tra tale forma di Stato d’eccezione e il fascismo. La comparazione con l’oggi, stando dentro al quadro della riflessione proposta da Gramsci, può partire dalla constatazione delle difficoltà che, per varie ragioni di carattere interno e internazionale, stanno attraversando le classi economiche tradizionalmente dominanti e ormai incapaci di esercitare egemonia. A questo punto, pur di conservare il potere socio – economico, è avvenuta un’operazione trasformista. L’idea è quella di una cessione provvisoria e parziale di potere verso – appunto – l’ipotesi (non ancora concretizzata) di un “Lord Protettore” che, nel caso di Renzi, Grillo, Salvini (fatta salva ovviamente la diversità dettata dai modi d’interpretazione della politica spettacolo e della “democrazia recitativa”) proviene dalla piccola borghesia. In sostanza un tentativo di saldatura nell’intento di salvaguardare una continuità di comando per interessi storicamente prevalenti tra grande capitale e piccola borghesia corporativa e/o assistenzialista. Insomma: un nuovo blocco sociale reazionario. 3) IL TEMA DELLO SFRUTTAMENTO In un quadro di precarietà, disuguaglianze, salari al livello della sopravvivenza, percentuale di disoccupazione eternamente a due cifre: nel Paese delle mance (80 euro, reddito di cittadinanza) il tema dello sfruttamento, del disprezzo verso il lavoro è ancora una volta all’ordine del giorno e sembra mancare da questo punto di vista una reazione adeguata sia nella società e nei movimenti, sia sul piano della proposta politica. Il tema dell’allargamento e della continuità nei meccanismi di sfruttamento rappresenta, inoltre, il terreno più importante al fine di superare l’odio razziale e favorire processi positivi di integrazione. Vale ancora il vecchio motto della solidarietà internazionalista. 4) LA FORMA DELL’AGIRE POLITICO Il punto su cui porre l’attenzione è la comune necessità di sviluppare una “profondità di pensiero politico”. Salirebbe alla mente la definizione di “pensiero lungo”. Quella del “pensiero lungo” rappresenta forse la definizione più valida per ciò che si deve intendere oggi l’esigenza riguardante l’ampiezza della riflessione sui grandi temi richiamando il rapporto tra cultura e politica e adeguando così la forma dell’agire politico si potrà sviluppare anche sulla base delle ineludibili esigenze della modernità e dell’uso delle tecnologie equilibrando in questo modo le forme di militanza e d’intervento diretto sulle scelte da compiere sviluppate all’interno di un soggetto politico strutturato nell’evoluzione necessaria della forma – partito.

martedì 11 giugno 2019

Il voto nelle città: le Europee a Milano - YouTrend

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Il ruolo dell’Italia: a confronto con Romano Prodi e Lucio Caracciolo - Pandora Rivista

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L'idea del "socialismo azionario" - Jacobin Italia

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Can Anyone Save the SPD?

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Facciamo i conti giusti sul federalismo differenziato

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Per la sinistra: una nuova identità socialista di Renzo Penna – Dalla parte del torto

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lunedì 10 giugno 2019

L'analisi dei flussi: Livorno torna al centrosinistra - YouTrend

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L'analisi dei flussi: Ferrara, crolla la roccaforte rossa - YouTrend

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Le tariffe e la pianificazione della mobilità nell’area milanese - Il Migliorista

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Franco Astengo: Numeri dai ballottaggi

NUMERI DAI BALLOTTAGGI di Franco Astengo Di seguito qualche prima considerazione sull’esito dei ballottaggi svoltisi il 9 giugno: i dati sono riferiti ai 16 comuni capoluogo di provincia impegnati nei comizi elettorali. In questi sedici comuni si è verificato il successo dei candidati presentati da coalizioni di centro sinistra in 7 occasioni, altrettante sono state quelle nelle quali è risultato vittorioso un candidato presentato dalla coalizione di centrodestra, un successo per il M5S nell’unico caso in cui questo movimento era pervenuto al ballottaggio, un successo per il candidato di una lista civica. Grande interesse era rivolto alla partecipazione al voto: come capita in queste occasioni da quando è stato introdotto il meccanismo del ballottaggio si è registrata una diminuzione nell’afflusso di elettrici ed elettori. La flessione è stata quasi del 14%, però – rispetto ad analoghe situazioni del passato –il totale dei voti validi espressi è rimasto al di sopra del 50% dell’intero corpo elettorale. Hanno espresso, infatti, voto valido nei 16 capoluoghi presi in considerazione 617.409 elettrici ed elettori pari al 51,95% dell’intero corpo elettorale che era composto da 1.188.447 unità. Dal punto di vista più specificatamente rivolto all’indirizzo politico dell’esito del voto si segnale una tendenziale caduta della coalizione di centro destra. Nel primo turno, infatti, i candidati pervenuti al ballottaggio come esponenti di coalizioni di centro destra avevano raccolto 295.602 voti, nel secondo turno sono scesi a 285.657 con una flessione di 9.945 suffragi. In crescita, invece, i candidati esponenti di coalizioni di centro sinistra: da 260.451 voti a 287.228 con una crescita di 26.777 unità. Nell’unico comune (Campobasso) nel quale il candidato del Movimento 5 stelle era riuscito ad approdare al ballottaggio si è assistito a un raddoppio: da 8.484 voti al primo turno a 16.139 nel secondo, mentre sono anche cresciuti i candidati delle liste civiche (presenti in 2 comuni) saliti da 20.300 voti a 27.755. Nei 7 comuni nei quali le candidature di centrosinistra hanno prevalso registriamo un aumento di voti per i candidati vincenti a Verbania, Livorno, Cremona, Rovigo e Cesena mentre i Sindaci di Reggio Emilia e Prato sono stati eletti perdendo voti tra il primo e il secondo turno. I candidati sconfitti presentati dal centro destra hanno fatto registrare un incremento di voti a Prato, Livorno e Cesena mentre sono arretrati a Verbania, Reggio Emilia, Cremona e Rovigo Dalla parte dei 7 successi fatti registrare dal centro destra, a parte la situazione di Biella nella quale entrambe le candidature appartenevano a quello schieramento l’unica situazione in crescita è stata Ascoli Piceno. In calo le candidature pur alla fine vincenti a Vercelli, Ferrara, Forlì, Foggia e Potenza. Per i candidati battuti nel centro sinistra aumento a Vercelli, Ferrara, Ascoli Piceno. In diminuzione Foggia. Già segnalato il raddoppio del M5S a Campobasso, resta da segnalare l’aumento del candidato della Lista Civica a Potenza (pur alla fine sconfitto) e il successo in crescita di una candidatura da Lista Civica ad Avellino. Tra il 1° e il 2°turno si sono effettuati questi sorpassi: a Verbania a favore del centro sinistra, a Rovigo a favore del centro sinistra, a Campobasso a favore del M5S, ad Avellino a favore della Lista Civica. Da segnalare, infine, il caso di Potenza: al primo turno, infatti, il candidato del centrodestra Guarente disponeva di un vantaggio sul candidato Tramutoli (Lista civica) di quasi 7.000 voti ridottisi esattamente a 200 (16.248 a 16.048) al ballottaggio. In sostanza, dalla prima analisi del voto nei 16 comuni capoluogo, si può rilevare un minor crollo nella partecipazione al voto rispetto a quanto poteva essere prevedibile considerata anche la stagione (ricordiamo, in questo senso, passaggi nettamente inferiori al 50%), un’evidente “fatica” nella tenuta tra un turno e l’altro da parte delle coalizioni di centro destra che complessivamente perdono voti in cifra assoluta e un buon impatto, anche se limitato nella capacità di estensione numerica, da parte delle coalizioni di centrosinistra.

venerdì 7 giugno 2019

Socialismo e socialismi

Socialismo e socialismi

Un Green New Deal per la Gran Bretagna - Jacobin Italia

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La favola dei minibot | T. Monacelli

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Cosa fare dopo la letterona da Bruxelles | F.Daveri

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Il Pd può essere l'alternativa solo di se stesso. Ma per ora di sinistra non si parla proprio - Il Fatto Quotidiano

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LA FLEXSECURITY IN EUROPA - R.Carlini - il mito infranto: le cause e le conseguenze - | Sindacalmente

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'The Social Democrats have succeeded in winning back voters' | International Politics and Society - IPS

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giovedì 6 giugno 2019

Paolo Borioni: Danimarca, la sinistra vince con nuove idee - Strisciarossa

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Gli italiani e l’Europa: tra sfiducia e paura dell’isolamento – Hume Page

Gli italiani e l’Europa: tra sfiducia e paura dell’isolamento – Hume Page

Nel lungo periodo Keynes è morto? - Jacobin Italia

Nel lungo periodo Keynes è morto? - Jacobin Italia

Franco Astengo: Industria

INDUSTRIA dI Franco Astengo Nelle pieghe della notizia riguardante i1.400 lavoratori messi in cassa integrazione da Arcelor Mittal a Taranto questa appare essere il punto all’ordine del giorno: “Crisi industriali: tagli all’orario e chiusure, in fumo 272 milioni di reddito : I dipendenti a rischio sono oltre 300 mila se si conta anche l'indotto. Pochi effetti dal decreto Dignità e dalle norme contro chi delocalizza” . Ancora una volta è il tema dell’industria quello che sale alla ribalta. La questione industriale (in tutti i suoi complessi risvolti, compreso il tema ambientale) ha rappresentato il vero nodo del mancato sviluppo italiano e della precaria situazione nella quale si trova la nostra economia . In questo caso si corre il rischio di semplificare ma è il caso comunque di indicare priorità nelle cause, a partire dall’operazione smantellamento delle PPSS e scioglimento dell’ IRI negli anni’80. Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 l'IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito. Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito,ben oltre la stessa Tangentopoli) i paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico – scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale. Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all'intervento diretto del settore pubblico, che permetterà di guardare al proprio futuro in modo più consapevole, mentre l'Italia dovrà importare l'innovazione da altri e rinunciare anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, rinunciando alla siderurgia. all'informatica, all'elettronica, alla chimica, addirittura all'agroalimentare. Questo del gap tecnologico è il vero disastro italiano perpetrato da un ceto politico, economico, industriale alternatosi in varie forme al potere dagli anni’80 a oggi anche attraverso quel bipolarismo centrodestra/centrosinistra che, alla luce dei fatti, appare sempre di più essere stato una finzione. Finzione che ha causato disastri materiali di livello epocale per questo nostro povero e maltrattato Paese. Disastri dei quali si pagano ancora oggi amare conseguenze.

Riflessioni sulla crisi dell'unione europea

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mercoledì 5 giugno 2019

The Last Socialists

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What to Do About China? by J. Bradford DeLong - Project Syndicate

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Redefining austerity: a lesson from Greece   • Social Europe

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Scordarsi gli Stati Uniti d’Europa, ma non Ventotene | Reset

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Sulle considerazioni finali del governatore di Bankitalia - Sbilanciamoci.info

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Corbyn Stands up to Trump

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venerdì 31 maggio 2019

A Marxist in the European Parliament

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The Socialist Manifesto: Bhaskar Sunkara | Novara Media

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The Indian Catastrophe

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L’Europa del futuro secondo Giuliano Amato

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Sergio Cesaratto: Lettera UE all'Italia

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Franco Astengo: A sinistra, complicata analisi del voto

A SINISTRA: COMPLICATA ANALISI DEL VOTO di Franco Astengo La netta sconfitta subita dalla lista della Sinistra in occasione delle elezioni europee 2019 richiede senz’altro un’analisi di merito riferita soprattutto ai flussi di voto che stabilitisi fra le elezioni europee 2014, quelle politiche 2018 e infine – appunto – quelle europee 2019. Un’analisi complicata soprattutto dal fatto che stiamo verificando diverse modalità di presentazione elettorale che comunque debbono essere accomunate nella comparazione. Inoltre è indispensabile verificare l’andamento degli scambi tra quest’area e il Partito Democratico, in entrata e in uscita oltre al determinare quali altre forze politiche hanno potuto e possono essere considerate “a sinistra del PD”. Andando per ordine e cercando di intenderci: nelle elezioni europee del 2014 erano presenti la Lista Tsipras (che comprendeva Sinistra Italiana, il PRC, I Comunisti Italiani e altri gruppi) oltre ai Verdi e l’IDV che potevamo considerare in allora parte della stessa area politica, essendo stati presenti nella lista dell’Arcobaleno, il cui esito disastroso alle elezioni del 2008 sicuramente si colloca all’origine del tracollo di cui stiamo scrivendo (naturalmente le ragioni sono diverse e molto più lontane nel tempo, ma in questa sede si sviluppa semplicemente un’analisi elettorale). Nell’occasione delle elezioni politiche 2018 il quadro a sinistra del PD cambia: non ci sono più Verdi e IDV e sostanzialmente sono presenti 4 liste: Liberi e Uguali (con Articolo 1 composto da dirigenti di grande prestigio appena usciti dal PD e capeggiati dal presidente uscente del Senato con Sinistra Italiana) Potere al Popolo (in quel momento una coalizione formata dal PRC, sindacalisti di base o usciti dalla FIOM , dai Comunisti Italiani ,e da alcuni centri sociali fra i più importanti d’Italia fra i quali il napoletano ex-OPG che aveva svolto una funzione promotrice della lista), il Partito Comunista con segretario Marco Rizzo che cerca di ricostruire le liturgie dell’antico modello terzinternazionalista addirittura pre -svolta kruscioviana e la lista “Per una sinistra rivoluzionaria” che ricompattava in pratica la vecchia corrente di “Progetto Comunista” che aveva operato ,all’interno del PRC, un tentativo di ricomposizione trotzkista. Alle elezioni europee 2019 si ripresentano i Verdi (richiamando anche nel simbolo proprio la dimensione europea), si forma la lista “La Sinistra” composta da Sinistra Italiana e PRC oltre ad altri gruppi con l’estraneità degli altri soggetti che avevano composto Potere al Popolo nel frattempo organizzatosi come movimento autonomamente organizzato. Inoltre si è verificata nuovamente la presenza della lista Comunista. Per una valutazione seria dell’andamento elettorale di questo periodo naturalmente è necessario considerare anche il trend del “non voto”. Come al solito nei nostri dati sono considerati i voti riferiti al territorio nazionale e nel “non voto”, esprimendo i numeri dei voti validi risulta sommata la non presenza alle urne, il voto nullo e quello bianco. Nell’occasione delle elezioni europee del 2014 risultavano iscritti nelle liste 50.662.460 elettrici ed elettori. I voti validi sono stati 27.448.906, quindi il “non voto” è assommato a 23.213.554 unità. Teniamo allora conto del voto del PD per cercare di verificarne in seguito gli scostamenti nei riguardi delle liste alla sua sinistra. Alle Europee 2014 il PD ha ottenuto 11.203.231 voti. La Lista Tsipras ne aveva conseguiti 1.108.457.I Verdi 250.102. L’IDV 181.373. Forzando l’analisi per ragioni di migliore comprensibilità si può affermare che l’area a sinistra del PD già facente parte della lista Arcobaleno del 2008 aveva assommato alle elezioni europee 2014 un totale di: 1.539.932 voti. L’esito delle elezioni politiche 2018 hanno fatto registrare queste variazioni. Su di un totale di iscritte/i nelle liste sul territorio nazionale di 46.505.350 (la differenza con le Europee deriva dalle diverse modalità di voto all’estero) si sono avuti 32.841.705 voti validi con un incremento tra il 2014 e il 2018 di 5.392.799 unità. Il PD, in questa occasione, ha avuto 6.161.896 voti, con una flessione di ben 5.041.339 voti. I voti in uscita dal PD, come è stato del resto dimostrato da molte analisi successive, si sono rivolti per la gran parte al M5S (M5S del quale non abbiamo analizzato i dati in questa sede considerata la sua natura “antipolitica” e assolutamente svincolata dagli schemi “destra/sinistra”). A sinistra, infatti, come abbiamo già avuto modo di segnalare erano presenti due liste: LEU, riformista e incline a considerare la possibilità di ricostruire il centrosinistra (non abbiamo usato il trattino) che ha ottenuto 1.114.799 (risultato giudicato in realtà molto deludente) e Potere al Popolo , di identità da sinistra radicale movimentista, che ha avuto 372.179 voti (risultato questo giudicato dai dirigenti del movimento come incoraggiante per una prospettiva futura). La Lista Comunista aveva avuto 106.816 voti, quella “Per una sinistra rivoluzionaria” 29.364 peraltro in forte contrazione rispetto alle precedenti partecipazioni elettorali del Partito Comunista dei Lavoratori. La somma di queste liste (a questo punto si sviluppa un’altra forzatura analitica ma necessaria ai fini della completezza del discorso) arriva a 1.623.158 voti distribuiti però ben diversamente da quelli conseguiti attraverso la somma di Lista Tsipras, Verdi e IDV alle europee del 2014. In questa occasione delle elezioni 2018 si era potuto però constatare la difficoltà di un passaggio di voti tra il PD e le forze alla sua sinistra (ancorché il LEU fossero presenti personalità istituzionali e politiche provenienti direttamente dal PD e/o dalla sua area di riferimento) e l’assoluta assenza di una capacità a sinistra di intercettare quello che nell’occasione era avvenuto sul piano dell’evidente recupero dell’astensionismo. Elezioni 2019: iscritte/i nelle liste 49.192.602 unità, voti validi 26.662.968, “non voto” 22.466.634 (45,72% massimo storico in un’elezione di dimensione nazionale). Il PD scende ancora a 6.050.351 voti perdendone ulteriormente 111.545 voti rispetto al 2018. A Sinistra succede questo: la lista della Sinistra si ferma a 465.092 voti, i Verdi risalgono a 609.678 voti, la Lista comunista aumenta fino a 234.232 voti. Impossibili raffronti tra il 2018 e il 2019 tra LEU (articolo 1 presenta suoi candidati nelle liste del PD e il PRC non era presente in LEU) e la Sinistra, sono da segnalare gli incrementi fatti registrare (tra il 2014 e il 2019) dai Verdi (più 359.576 voti: effetto Greta?) dalla Lista Comunista (tra il 2018 e il 2019) con un più 127.416, un dato quest’ultimo da guardare con attenzione sotto il duplice aspetto dell’utilizzo del simbolo della falce e martello e del fascino che sui giovani può esercitare la partecipazione a determinati rituali collettivi. In ogni caso sono proprio Verdi e Lista Comunista che realizzano un incremento mentre la caduta della Sinistra e la contemporanea perdita di voti del PD segnalano un’assoluta inconsistenza di un meccanismo di ritorno di elettrici ed elettori già usciti dal’area di consenso al Partito Democratico (con buona pace delle argomentazioni di Piero Fassino sul colpevole non riconoscimento del “buon governo”). Sul risultato della Sinistra avrà sicuramente influito il disimpegno di Potere al Popolo ma in ogni caso un giudizio di massima che può essere speso a questo punto (considerata anche la fortemente diminuita attrattività del M5S il quale a sua volta ha sicuramente ceduto voti alla Lega nell’ambito del complessivo spostamento a destra) riguarda il rifugio nel “non voto” da parte di quote rilevanti di elettrici ed elettori che avevano abbandonato il PD e non vi sono ritornate/i. Un’idea migliore della situazione elettorale a sinistra può venire da questi dati: complessivamente le tre liste (La Sinistra, Verdi e Lista Comunista ) hanno ottenuto 1.309.002 voti con la redistribuzione interna che vede i Verdi valere il 46,57% di quest’area, la Sinistra il 35,53%, La Lista Comunista il 17,89%. Ci troviamo quindi, all’interno di quest’area a un fenomeno di frazionamento dovuto anche alla diversità di impostazione organizzativa e politica, quindi con le sue ragioni di fondo da valutare con attenzione. Ai dirigenti di Sinistra Italiana e del PRC, i due soggetti maggiormente colpiti da questo vistoso arretramento, non saranno sfuggiti i termini della caduta di presenza elettorale (che significa anche beninteso di caduta nella presenza sociale: non s’illudano su questo punto i movimentisti) e della necessità non tanto e non solo di vaghi richiami all’unità della sinistra ma di vera e propria ricostruzione di un’area politica al riguardo della quale nessuno può vantare lasciti di supremazia o di peso per richiamati quarti di nobiltà.

Europee in Portogallo: non solo socialisti, l’ascesa delle sinistre lusitane - YouTrend

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Un anno di governo tra riforme monche e mancate | G.Ardito e S.Picalarga

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Prima gli italiani: una politica sopra le righe | A. Stuppini

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"DOPO IL 26 MAGGIO"

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"IL POPULISMO" di Paolo Bagnoli

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giovedì 30 maggio 2019

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Four Reasons the European Left Lost

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After Neoliberalism by Joseph E. Stiglitz - Project Syndicate

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Svezia: socialdemocratici in calo, ma i Democratici non entusiasmano - YouTrend

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Enzo Marzo: PENSIERINI POST-ELETTORALI: TRA GLI INDIFFERENTI VERSO L’EUROPA E GLI IDIOTI MASOCHISTI (ALLEGATA LA TABELLA A CURA DI RICCARDO MASTRORILLO SUI RISULTATI IN TERMINI ASSOLUTI) | Fondazione Critica Liberale, dal 1969 la voce del liberalismo

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L’identità del Pd e la battaglia per la guida del Paese – Strisciarossa

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Paolo Ciofi. Il voto e la sinistra che non c’è | Jobsnews.it

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La sconfitta di Colau (anche se forse...). In Spagna si chiude il ciclo del cambiamento - micromega-online - micromega

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mercoledì 29 maggio 2019

Jeremy Corbyn vs. Operation Chaos

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Non è solo colpa di Salvini se la sinistra colleziona sconfitte | il manifesto

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Roberto Biscardini. Dopo le elezioni. Il Pd e il caso Milano | Jobsnews.it

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Paolo Borioni: Fa male alla sinistra la grande coalizione che regna in Europa – Strisciarossa

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Brancaccio: “Salvini? Un gattopardo. Ma l'opposizione non è la sinistra spread” - micromega-online - micromega

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AI SEGGI S’INCONTRA UN LEGHISTA SU TRE |

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martedì 28 maggio 2019

Elezioni Europee, il suicidio claustrofobico della sinistra radicale - l'Espresso

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Labour's priority should be helping to build a European socialist left - LabourList

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'Social democratic parties will only survive if they build bridges' | International Politics and Society - IPS

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Europa. Un’altra utopia capovolta? di Michelangelo Bovero

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Elezioni europee in Germania. Sconfitta dei partiti di governo e trionfo dei Verdi | Jobsnews.it

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The ECB’s Changing of the Guard by Lucrezia Reichlin - Project Syndicate

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PD, DIVENTA SOCIALISTA E AMBIENTALISTA SE NON VUOI LA LEGA AL 50% - GLI STATI GENERALI

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Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali - Giap

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Franco Astengo: Europee 2019. Analisi voto a livello regionale

ELEZIONI EUROPEE 2019: ANALISI DEL VOTO A LIVELLO REGIONALE di Franco Astengo Crescita dell’astensionismo forse oltre la fisiologicità del fenomeno in occasione delle elezioni europee, nuova espressione di fortissima volatilità elettorale, esaurimento del “centro” e della “sinistra” con un chiaro spostamento a destra come segno dei tempi; forte dispersione di voti a causa di una soglia di sbarramento molto alta. Sono questi principali fattori che emergono dall’analisi del voto italiano al riguardo del Parlamento Europeo svoltesi il 29 maggio 2019 e che richiamano la necessità di un’analisi disomogenea comprendendo in questa i dati sia delle due tornate europee sia di quella politica del 2018. Ne è uscita un’Italia spaccata in due: con la Lega egemone fino a Campobasso e il M5S che cerca di reggere da Caserta in giù; in mezzo a questa geografia dai termini bipolari ribaltati rispetto alle politiche 2018 qualche minuscola “enclave” segna, in Emilia e in Toscana, la precaria presenza del Partito Democratico. Si evidenzia un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia (con la seconda che si rafforza evidentemente). Quindi non appare automatico un passaggio diretto tra Forza Italia e la Lega. La Lega in diverse situazioni attinge dal serbatoio M5S che sicuramente ha approvvigionato l’astensione. Lega e M5S risultano protagonisti della volatilità elettorale in entrata e in uscita di proporzioni molto spesso superiori al 50%. Non sono esaminati in questa sede gli sconfortanti dati della lista della Sinistra che mi riprometto di studiare a parte. Tutto il resto sembra di contorno. Per capire meglio però la dislocazione del voto ho lavorato su i dati regione per regione presentando alcuni raffronti che possono aiutare un’analisi maggiormente compiuta. Piemonte In Piemonte si svolgevano anche le elezioni regionali che hanno registrato il successo della coalizione di centro destra. Dal punto di vista della partecipazione al voto hanno espresso un suffragio valido 2.188.183 piemontesi. Il dato risulta in flessione sia rispetto al 2014 ( meno 60.674) sia rispetto alle Politiche 2018 ( meno 259.705). Di grande rilievo l’incremento della Lega passata da 171.119 voti nel 2014 a 553.336 nel 2018 fino ai 813.001 del 2019. Vale la pena esaminare l’incremento avuto dalla Lega con la flessione accusata da Forza Italia, verificatasi soprattutto tra le politiche 2018 e le europee 2019. Questo il trend di Forza Italia: 2014: 354.401, 2018: 328.202, 2019 198.721. Tra il 2018 e il 2019 Forza Italia cala di 129.481 unità. La Lega sale di 259.667, Considerato l’incremento di Fratelli d’Italia ( da 95.342 a 98.690 fino a 198.721) è evidente che l’incremento della Lega, in Piemonte, vada ricercato anche fuori dal perimetro del centro destra. Così è necessario esaminare la flessione del M5S avvenuta tra il 2018 e il 2019. Il M5S aveva ottenuto nel 2014 486.613 voti salendo nel 2018 a 648.710 suffragi e scendendo nel 2019 a 290.141 con una caduta tra il 2018 e il 2019 di 358.565 unità. In questi voti debbono essere ricercate una parte dell’incremento della Lega, la crescita dell’astensione e anche il piccolo incremento del PD che sicuramente aveva ceduto ai 5 stelle parte del proprio patrimonio accumulato nel 2014. PD: 2014, 916.571, 2018. 501.113, 2019. 524.078 (tra il 2014 e il 2019 una caduta di 392.493 voti). Valle d’Aosta Dal punto di vista della partecipazione al voto la Valle d’Aosta ha fatto registrare un forte decremento tra il 2018 e il 2019 e un dato sostanzialmente in linea tra 2014 e 2019. Totale voti validi: 2014, 46.426, 2018 66.370, 2019 49.844. Anche in questo caso il balzo in avanti della Lega appare di notevole portata: dai 3.17° voti del 2014 agli 11.588 del 2018 fino ai 18.525 voti del 2019. Il travaso a favore della Lega in questo caso, considerata la limitata flessione di Forza Italia (4755 nel 2014, 2.684 nel 2019) può essere ricercata nel voto sia di M5S, sia di PD. Il M5S aveva avuto nel 2014 9.096 voti per salire nel 2018 fino a 15.999 e scendere nel 2019 a 4.830 (più di 11.000 voti in meno). Ancor peggio il PD tra il 2014, 21.854 e il 2019 8.084 (con un intermedio nel 2018 di 14.429 voti). Si può dire che in Valle d’Aosta la Lega potrebbe aver pescato sia dal M5S sia dal PD. Liguria In Liguria flessione nei voti validi sia rispetto al 2014, erano stati 776.812 e al 2018, 860.592. Nel 2019 i voti validi in Liguria sono stati 742.915. Il successo della Lega molto vistoso se il riferimento è al 2014 appare meno eclatante se i voti si comparano tra il 2018 e il 2019. Si passa, infatti, da 43.211 a 171.352 per approdare a 251.696. Molto netta la flessione di Forza Italia: 2014 107.908 voti, saliti nel 2018 a 108.907 e calati bruscamente nel 2019 a 57.887 (circa 50.000 voti in meno). La flessione di Forza Italia, particolarità ligure,è accompagnata da una robusta crescita di Fratelli d’Italia: 22.905 nel 2014, 32.517 nel 2018, 42.118 nel 2019. Dopo il crollo registrato tra il 2014 e il 2018 il PD (perse Regione e i comuni capoluogo) con una discesa da 323.728 voti a 169.755, il PD ha sicuramente fatto registrare un incremento tra il 2018 e il 2019 salendo a 185.260 voti. Caduta verticale per il M5S (una parte di questi voti sono sicuramente confluiti nella crescita del non voto): 2014 201.617, 2018 259.264, 2019 122.536. Tra il 2018 e il 2019 ceduti circa 137.000 voti. Lombardia Dal punto di vista della partecipazione al voto il totale dei suffragi validi appare in linea tra il 2014 e il 2019 con una flessione rilevante tra il 2018 e il 2019. 2014: 4.890.123; 2018 5.582.469; 2019 4.857.151 (quindi oltre 500.000 voti validi ceduti tra il 2018 e il 2019). In Lombardia la Lega compie un vero e proprio balzo in avanti affermando una sicura egemonia : si pensi che il secondo partito, il PD, risulta quasi doppiato. La Lega, infatti, nel 2019 totalizza 2.107.080 voti (2014: 714.835, 2018 1.180.909) mentre il PD si ferma a 1.120.933 voti (2014:1.971.915; 2018 1.180.909: dunque una flessione costante). Cede Forza Italia,dimezzando o quasi rispetto al 2014 e al 2018: 2014 826.601, 2018 776.007, 2019 430.141 mentre registra un robusto incremento Fratelli d’Italia da 134.939 (2014) a 226.159 (2018) a 268.414 (2019). La chiave dello scombussolamento elettorale in Lombardia però sta tutto nelle oscillazioni del M5S che dai 769.862 voti del 2014 era salito a 1.195.814 voti nel 2018 (maggioranza relativa) per scendere nel 2019 a 453.863 suffragi, con una perdita del 60% circa del proprio elettorato. Trentino Alto Adige In questa situazione la Lega fa registrare un exploit assolutamente notevole strappando la maggioranza relativa all’SVP. La Lega infatti ottiene 129.795 voti (2014 31.1170, 2018 106.982) mentre i trentino-sudtirolesi si fermano a 129.795 voti (134.651 nel 2018 e 118.138 nel 2014). Crollo verticale di Forza Italia: 2014 31.288, 2018 38.938, 2019 17.587 accompagnato, come pare costante a livello nazionale, dalla crescita di Fratelli d’Italia saliti dai 7.593 voti del 2014, ai 14.660 del 2018 fino ai 16.695 del 2019. Il calo dei 5 stelle in Trentino tra il 2018 e il 2019 appare sicuramente tra i più considerevoli sul piano percentuale in tutto il territorio nazionale: da 50.783 voti nel 2014 a 108.686 nel 2018 fino a 31.167 nel 2019. Persi in 12 mesi 77.519 voti pari al 71,32% del proprio (umbroso) elettorato. Il PD dopo il calo tra il 2014 e il 2018: da 122.982 a 81.679 tiene le posizioni scendendo a 79.329 nel 2019. Veneto Come in Lombardia l’egemonia leghista appare assolutamente preponderante. La Lega infatti assomma nel 2019 1.234.610 voti (2014 384.477, 2018 920.638) mentre il secondo partito in regione è il PD con 468.789 voti, quindi meno della metà dei voti della Lega (PD 2014 899.723, 2018 478.206). Accade in Veneto un altro fenomeno di sicuro rilievo: Il sorpasso di Fratelli d’Italia su Forza Italia. Fratelli d’Italia registrano 167.394 voti ( 2014 79.503, 2018 119.970) mentre Forza Italia scende a quota 149.636 dopo aver toccato i 352.788 nel 2014 e aver resistito fino a 301.496 nel 2018. M5S in calo netto sia rispetto al 2014 (476.305) sia al riguardo del 2018 (695.561).Il M5S nel 2019 ha ottenuto 220.429 voti (altra perdita del 60% dell’elettorato delle politiche). La partecipazione al voto in Veneto registra un incremento tra il 2014 e il 2019, da 2.397.744 voti validi a 2.475.148 (in calo ma contenuto rispetto al 2018 dove si erano espressi validamente 2.856.590 elettrici ed elettori). Friuli Venezia Giulia Aumento dei voti validi tra il 2014 e il 2019 (flessione invece come d’uso tra il 2018 e il 2019). Questo il responso dell’analisi della partecipazione al voto in Friuli Venezia Giulia. Totale dei voti valdi: 2014 573.152, 2018 689.048, 2019 577.192. La Lega si afferma come primo partito passando dai 53.337 voti del 2014 ai 178.194 del 2018 fino ai 245.636 del2019 . Anche in Friuli Venezia Giulia Fratelli d’Italia scavalcano Forza Italia: Nel 2014 Fratelli d’Italia raccolse 25.457 voti saliti a 36.598 nel 2018 per arrivare a 43.898 nel 2019. La discesa di Forza Italia invece si è composta di questi numeri: 81.756 voti nel 2014, 73.958 nel 2018, 38.593 nel 2019: quindi meno della metà di cinque anni prima. Il PD mantiene la quota del dopo – crollo 2014/2018: da 241.970 a 129.261 fino a 128.302 nel 2019. IL M5S cala seccamente anche tra il 2014 e il 2019 da 108.163 a 55.259. In mezzo il risultato del 2018 che era stato addirittura di 169.299 voti. Tra il 2018 e il 2019 il M5S cede il 68% dell’elettorato acquisito dodici mesi prima. Emilia Romagna Quadro di flessione nei voti validi: da 2.308.559 nel 2014 fino a 2.535.184 nel 2018 per scendere a 2.250.389 nel 2019 con una diminuzione anche tra il 2014 e il 2019. La Lega si afferma come il primo partito anche se la distanza con il PD è ridotta. La Lega è salita, infatti, dai 116.394 voti del 2014 ai 486.997 del 2018 fino ai 759.948 del 2019, mentre il PD è prima calato tra il 2014 e il 2018 da 1.212.392 voti a 668.837 per risalire a 703.131 nel 2019.L’Emilia _ Romagna rappresenta quindi una di quelle regioni nelle quali il PD fa registrare un incremento reale in cifra assoluta. Mentre Forza Italia cala, da 271.951 voti nel 2014, a 251.732 nel 2018 fino a 131.992 nel 2019 crescono ancora Fratelli d’Italia da 62.217 nel 2014, a 84.785 nel 2018 a 104.861 nel 2019. La disponibilità per la crescita dell’astensione e l’incremento per altre forze politiche arriva, come appare costante in quasi tutte le situazioni regionali, dal calo del M5S: 443.936 voti nel 2014 saliti fino a 698.204 nel 2018 (maggioranza relativa) e scesi a 290.019 nel 2019. Toscana Tra i voti validi espressi nel 2014 e quelli del 2019 si registra una flessione moderata: da 1.897.292 a 1.870.391. Secco invece il calo rispetto al 2018 dove i voti validi in Toscana erano stati 2.134.586. Il PD mantiene, anche se con margini ridotti, la maggioranza relativa. Il calo dei democratici tra il 2014, il 2018 e il 2019 è particolarmente netto. 2014: 1.069.179, 2018: 632.507, 2019: 622.934. Di converso appare costante l’ascesa della Lega che, appunto, incalza il PD nel primato regionale: da 48.639 nel 2014 a 371.396 nel 2018 fino a 588.277 nel 2019. Anche in Toscana si accorciano le distanze tra Forza Italia e Fratelli d’Italia che dimostrano in sostanza di disporre di elettorati assolutamente contigui. Forza Italia si trova a quota 222.988 nel 2014, scende di poco a 212.281 nel 2018 e flette decisamente nel 2019 fino a 108.793. Nel contempo Fratelli d’Italia sale da 61.229 nel 2014, a 89.093 nel 2018 e a 92.233 nel 2019. L’altalena del M5S si è concretizzata in Toscana in questa dimensione: 316.492 voti nel 2014, 527.01e nel 2018,, 237.109 nel 2019. Anche in questo caso tra il 2018 e il 2019 una perdita superiore alla metà dell’elettorato acquisito 12 mesi prima. Marche Di particolare rilievo, nel quadro marchigiano, la flessione nell’espressione di voti validi tra il 2014 e il 2019, da 795.238 a 766.303 (nel 2018 se ne erano espressi 889.837). La Lega assume la maggioranza relativa nelle Marche attraverso un incremento di voti molto forte, distanziando nettamente il PD. La Lega sale dai 21.471 voti del 2014 ai 153.742 del 2018 per arrivare ai 291.061 del 2019: laddove il PD si ferma a 170.596 suffragi, in calo sia rispetto al 2018 (189.847) oltre che, ovviamente, all’irripetibile 2014 (361.463). Anche in questo caso il M5S flette di oltre la metà dell’elettorato conquistato nel 2018 quando fece registrare un attivo di 316.417 voti (all’incirca quelli che erano stati assegnati al PD nel 2014). Il M5S nel 2014 aveva avuto 194.927 voti ridotti nel 2019 a 141.239. Nelle Marche Forza Italia ha sicuramente ceduto direttamente suffragi alla Lega: 2014, 104.654, 2018, 88.305, 2019 42.381. Non si registra infatti una crescita sostenuta di Fratelli d’Italia che passa da 32.630 voti nel 2014 a 43.289 nel 2018 fino a 44.644 nel 2019 Umbria Flessione nel totale dei voti validi sia rispetto al 2014, sia al 2018: 2014 464.550, 2018 511.279, 2019 449.074 Quanto avrà pesato la vicenda della questione morale al vertice del PD regionale sarà dato valutare in futuro. Rimane il fatto che la Lega diventa il primo partito anche in Umbria con 171.458 voti, dopo essere salita dagli 11.673 del 2014 fino ai 103.056 del 2018. Discesa secca per il PD: 228.329 nel 2014, 126.856 nel 2018, 107.687 nel 2019: più di 120.000 voti ceduti in cinque anni in quella che era una regione tradizionalmente “rossa”. Anche in Umbria si registra il sorpasso di Fratelli d’Italia su Forza Italia: sorpasso che si verifica per una discesa veramente rilevante nei consensi di Forza Italia: 66.017 voti nel 2014, 57.368 nel 2018, 28.828 nel 2019. Fratelli d’Italia tocca i 29.551 suffragi nel 2019 dopo averne avuti già 29.146 nel 2018 partendo dauna quota rilevante, 25.163 nel 2014. Il M5S era passato dai 90.492 voti del 2014 a 140.731 nel 2018 per scendere a 65.718 nel 2019. Lazio La flessione nei voti validi tra il 2018 e il 2019 nel Lazio appare di grandi dimensioni: nel 2018 si erano espressi 3.643.287 suffragi validi, scesi a 2.431.086 nel 2019 (1.200.000 voti in calo). Nel 2014 erano stati 2.536.572 quindi una quota ancora superiore a quella del 2019. La Lega si impone nettamente come primo partito del Lazio dopo il boom del M5S nel 2018. La Lega ha ottenuto infatti 793.889 voti nel 2019 (410.871 nel 2018 e 40.536 nel 2014, quando era ancora Lega Nord). Il calo del M5S (che com’è noto governa Roma) è da segnalare: nel 2014 638.554 voti saliti a 1.025.178 nel 2018 e scesi bruscamente a 436.102 nel 2019 (64% in meno). Il PD contiene perfettamente le perdite fatte registrare tra il 2014 e il 2018 allorquando era sceso da 993.539 voti a 578.828. Nel 2019 578.253. Nel Lazio si registra ancora il sorpasso tra Fratelli d’Italia e Forza Italia. Forza Italia scende da 446.904 voti nel 2014 a 406.814 nel 2018 per arenarsi a quota 164.749 nel 2019. Fratelli d’Italia, salita da 141.770 nel 2014 a 251.114 nel 2018, scende leggermente nel 2019 a 218.875 ma effettua l’operazione “sorpasso” in discesa. Abruzzo Le elezioni europee 2019 hanno fatto registrare in Abruzzo un forte calo nell’espressione dei voti validi sia rispetto al 2014 sia al confronto del 2018. 2014, 674.768, 2018 760.188, 2019 581.643. La Lega è primo partito anche in Abruzzo con largo margine sul secondo, il M5S. Nel 2014 la Lega aveva avuto 10.075 voti saliti a 105.449 nel 2018 e poi fino a 205.370 nel 2019. Il M5S ha mantenuto in Abruzzo tra il 2018 e il 2019 un trend sfavorevole più contenuto nei numeri rispetto ad altre regioni d’Italia: dal 200.699 nel 2014, a 303.006 nel 2018 fino a 130.513 nel 2019. Calo netto per il PD anche tra il 2018 e il 2019: 2014, 218.529, 2018 108.549, 2019 sotto quota centomila a 98.665. Forza Italia ha mantenuto, in questo caso la supremazia su Fratelli d’Italia pur calando da 126.144 nel 2014 a 110.427 nel 2018 fino a 54.631 nel 2019. Fratelli d’Italia salita da 31.397 a 37.605 fra il 201r4 e il 2018 è ancora crescita nel 2019 fino a 40.724 suffragi. Molise Il totale dei voti validi si è mantenuto stabile, in Molise, tra il 2014 e il 2019 anche se in flessione rispetto alle politiche 2018 con questi numeri: 2014. 150.066, 2018 174.329, 2019 150.646. Il M5S mantiene la maggioranza relativa nella regione pur facendo registrare un calo sensibile: 41.043 nel 2014, 78.093 nel 2018 e 43.330 nel 2019. La Lega però si dimostra in sicura crescita anche in questa situazione: 1.535 voti nel 2014 saliti a 15.129 nel 2018 e ancora a 36.544 nel 2019. Forza Italia mantiene il terzo posto: 2014 35.167, 2018 28.079, 2019 23.060, mentre il PD prosegue il calo già fatto registrare (in dimensioni ben più massicce) tra il 2014 e il 2018: 2014, 46.838, 2018, 26.499, 2019, 22.058. Fratelli d’Italia in questo caso non insidia la posizione di Forza Italia pur crescendo tra il 2018 e il 2019: 5.983 voti nel 2014, 5.390 nel 2018, 9.534 nel 2019. Campania Forte flessione nell’espressione di voti validi tra il 2018 e il 2019 (con un calo anche rispetto al 2014): 2014 2.303.894, 2018 3.010.297, 2019 2.184.604. Il M5S dimezza praticamente i suffragi tra le politiche del 2018 e le europee del 2019 ma mantiene largamente il primato regionale doppiando le liste competitrici, con la Lega che supera di misura il PD. In sostanza: M5S 2014, 528.371, 2018, 1.487.505, 2019 739.541. Lega 2014, 15.235, 2018 129.432, 2019 419.623. PD 2014 832.183, 2018 396.864, 2018 417.396. PD quindi in tenuta attiva. Forza Italia dopo aver mantenuto i suffragi tra il 2014 e il 2018 ha fatto registrare in questa occasione un considerevole calo: 2014 551.729, 2018 549.063, 2019 298.254. Nella situazione campana Fratelli d’Italia si mantiene lontana dalla quota di Forza Italia e anzi dimostra margini ridotti di miglioramento: 2014, 104.030, 2018 104.797, 2019 127.211. La Campania appare rappresentare un’altra di quelle situazioni nelle quali il calo delM5S alimenta sia la Lega, sia l’astensionismo. BASILICATA Tenuta del totale dei voti validi tra il 2014 e il 2019 con flessione verso il 2018: 2014, 241.644, 2018 313.719, 2019 237.840 IL M5S mantiene il primato regionale anche se, pure in questo caso, dimezza i voti tra le politiche 2018 e le europee 2019: 2014 51.149, 2018, 139.158, 2019 70.559. Al secondo posto la Lega supera il PD (coinvolto nella vicenda Pittella). La Lega parte nel 2014 con 1.718 voti per salire nel 2018 19.704 e ascendere nel 2019 a 55.453. Il calo del PD invece si concretizza in questo modo: 2014 102.007, 2018 50.653, 2019 41.307. Nella Basilicata Fratelli d’Italia si avvicina molto a Forza Italia. Forza Italia 2014, 33.926, 2018 38.906, 2019 22.360. Fratelli d’Italia 2014 10.427, 2018 11.587, 2019 19.964. Si conferma anche in questo caso un passaggio diretto di voti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Puglia Significativo il calo dei voti validi in Puglia non solo tra il 2018 e il 2019 fisiologicamente accertato tra politiche e europee ma anche tra 2014 e 2019. 2014, 1.637.959; 2018 2.184.160; 2019 1.595.373 Il M5S mantiene il primato regionale ma a stretto contatto con la Lega. Anche nel caso della Puglia i penta stellati dimezzano il risultato del 2018: 2014, 403.180, 2018 981.580, 2019 419.344 La Lega sale in Puglia dai 9.095 voti del 2014 ai 135.125 del 2018 fino ai 403.424 del 2019. Il PD nel 2019 non tampona il buco creatosi tra il 2014 e il 2018 e cala ulteriormente: 2014, 550.086, 2018 298.772, 2019 265.412. Anche Forza Italia nell’arco di tempo preso in esame da questa analisi dimezza: 2014 385.382, 2018 409.401 per scendere a 177.304 nel 2019 Fratelli d’Italia invece tra il 2014 e il 2019 raddoppia e oltre. 2014, 60.080, 2018 82.098, 2019 141.865 Calabria Anche in Calabria calo nell’espressione dei voti validi tra il 2014 e il 2019 da 747.917 a 729.337. Nel 2018 impennata fino a 937.710 voti. In Calabria il M5S mantiene il primo posto con 194.695 suffragi, pur subendo un calo superiore al dimezzamento: nel 2018 infatti i voti erano 406.684 (nel 2014 160.828, quindi tra il 2014 e il 2019 permane un margine in attivo). La Lega fa registrare anche in questo caso una crescita esponenziale: da 5.526 voti nel 2014, a 52.676 nel 2018, a 164.915 nel 2019. Il PD mantiene le posizioni dopo aver subito anch’esso tra il 2014 e il 2018 un salasso pari alla metà dei voti in allora conseguiti: 267.736 nel 2014, 134.511 nel 2018, 133.136 voti nel 2019. Forza Italia scende dai 146.677 voti del 2014 poi risaliti a 188.667 nel 2018 fino a 97.135 nel 2019. Sempre in crescita Fratelli d’Italia: 2014 27.076, 2018 42.733, 2019 74.885 Sicilia Forte calo nell’espressione di voti validi anche nel raffronto tra elezioni omogenee: 2014 1.704.959, 2019 1.537.935 (nel 2018 2.423.262). Da segnalare per quel che riguarda la situazione siciliana il dato nel rapporto tra M5S e Lega, primo e secondo partito in regione. Nel 2014 il M5S ottiene 448.539 voti saliti a 1.181.357 nel 2018 e bruscamente ridiscesi a 479.562 (poco più della quota originaria). La crescita della Lega parte da 14.848 voti nel 2014 (quindi oltre 400.000 voti di distacco dal M5S) sale a 123.911 voti nel 2018 per ottenere 319.439 voti nel 2019 con il distacco dal M5S ridotto a circa 160.000 voti. Forza Italia era risalita dai 362.415 voti del 2014 ai 500.662 del 2018 ripiombando bruscamente a 261.340 nel 2019. Sempre in ascesa il trend di Fratelli d’Italia: 2014 55.162, 2018 88.356, 2019 117.131. Sardegna Anche in Sardegna calo nell’espressione dei voti validi tra il 2014 e il 2019 da 564.449 a 491.454 (2018: 869.000) Lega primo partito con 135.496 voti (7.892 nel 2014, 93.771 nel 2018). Il M5S cala anche rispetto al 2014 8 e si riduce ad un terzo tra il 2018 e il 2019): 2014: 172.216, 2018 369.196, 2019 126.301. Anche in Sardegna il PD contiene, anche se a stento, la botta presa tra il201r4 e il 2019: 2014 218.703, 2018 128.884, 2019 119.260. Vero e proprio tracollo per Forza Italia: 2014 92.670 voti, poi crescita nel 2018 fino a 128.053 per scendere nel 2019 a 38.389. Fratelli d’Italia fa registrare invece un calo tra il 2018 e il 2019: 19.867 nel 2014, 34.963 nel 2018, 30.681 nel 2019