lunedì 14 gennaio 2019

La rivista il Mulino: Brexit e il Labour

La rivista il Mulino: Brexit e il Labour

L’Italia tra passato e futuro dell’euro | Insight

L’Italia tra passato e futuro dell’euro | Insight

Pensioni e flat tax: Senza investimenti pubblici sarà inutile | Vittorio Daniele

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Krugman: l’idea che abbassare le tasse ai più ricchi aiuti l’economia è una bufala - nuovAtlantide.org

Krugman: l’idea che abbassare le tasse ai più ricchi aiuti l’economia è una bufala - nuovAtlantide.org

Franco Astengo: Confini sempre più sottili

CONFINI SEMPRE PIU’ SOTTILI di Franco Astengo Felice Besostri, campione della lotta contro l’incostituzionalità delle leggi elettorali, sollecita un dibattito intorno ai temi sollevati da Azzariti in un articolo apparso il 12 gennaio sul “Manifesto”. Allo scopo di centrare al meglio il tema riporto di seguito tre citazioni dirette dal testo in questione: In principio: “Anomalo il comunicato della Corte costituzionale sul conflitto tra poteri dello Stato presentato dal gruppo del Pd al Senato contro le modalità di approvazione della legge di bilancio. Il comunicato dichiara l’inammissibilità, ma poi ci tiene a dire che i singoli parlamentari possono fare ricorso. Giustifica la compressione dei lavori parlamentari, ma poi paventa una futura incostituzionalità se si dovessero adottare di nuovo simili modalità.”. Di seguito: Non mi sembra, dunque, che si possa confidare più di tanto in futuro sul ruolo del giudice costituzionale per dirimere tale genere di conflitti. In una certa misura è questo un esito inevitabile. Lo è nella misura in cui la politica chiede alla giurisdizione (quella costituzionale, ma spesso anche a quella ordinaria) di supplire alle sue debolezze. La giurisdizionalizzazione del conflitto politico è un male in sé, poiché segnala l’incapacità dei cittadini associati liberamente in partiti di svolgere il ruolo che la costituzione assegna loro, ovvero di «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Infine: “Ogni volta bisogna ricordarlo: i garanti della Costituzione – la Corte costituzionale, ma anche il Presidente della Repubblica – sono l’ultima fortezza a difesa della superiore legalità costituzionale. In questo ruolo decisivo di salvaguardia, però, non possono essere lasciati da soli. Quando la politica tace, ovvero fa solo spettacolo, non può pretendersi che siano i garanti a urlare. Forse non è neppure auspicabile. Non è ai soli giudici che spetta la difesa dei principi della costituzione, in primo luogo spetta a tutti noi. E questo è il vero problema di oggi: la politica assente”. Definito così il quadro delineato da Azzariti è il caso di riprendere appieno il filo complessivo del discorso. In realtà da lungo tempo si stanno sempre più confondendosi i confini che segnavano la tripartizione dei poteri di derivazione illuministica e adottata dalle Costituzioni liberali in Occidente e segnatamente dalla Costituzione Italiana. La pressione per questo restringimento arrivato fin quasi ad annullare i confini è di duplice natura: da un lato l’invasione del legislativo da parte dell’esecutivo avvenuta non attraverso modifiche costituzionali (nel frattempo tutte fallite) ma per via dell’uso improprio della leva del governo. Il governo è stato sempre più protagonista– almeno dagli anni’80 del XX secolo, - dell’uso della legiferazione d’urgenza. All’epoca il tema dominante era quello della governabilità. Un tema vieppiù trasformatosi nel tempo in quello di un accrescimento di peso di un ritorno alla vocazione autoritaria. Vocazione autoritaria che, per un certo periodo, ha assunto anche le sembianze di una torsione presidenzialista almeno nella visione della riforma costituzionale tentata prima dalla Bicamerale(1997) e successivamente dal progetto del centro destra respinto dal voto popolare nel 2006. Dall’altro canto si è verificata la crescita di un impegno di supplenza svolto da parte della Magistratura a partire dalla “questione morale”. Anche in questo caso siamo agli anni’80 del secolo scorso con l’avvio delle inchieste riguardanti malversazioni a Torino e in Liguria (in ogni caso differenti nelle modalità tra di loro) per poi esplodere sul piano nazionale all’inizio del decennio successivo. Elementi che hanno portato a quella deprecabile giurisdizionalizzazione della politica cui fa cenno Azzariti nel suo articolo: un giudizio sicuramente condivisibile. Così come appare corretto l’accenno ai partiti: la loro trasformazione, in particolare al riguardo dei soggetti a radicamento e integrazione di massa, è risultata sotto quest’aspetto decisiva perché si è innestato un processo di cambiamento del concetto stesso di rappresentanza politica. Sotto l’aspetto della struttura istituzionale retta dai partiti l’Italia ha sempre costituito un caso molto particolare (dal punto di vista dell’analisi basta citare Scoppola): la nostra Costituzione è stata costruita proprio sulla base della presenza, nel corpo dell’Assemblea che ebbe il compito di redigerla, dei tre grandi partiti di massa; fu questo fattore decisivo per far sì che si evitasse di tradurre quel lavoro in un semplice “ritorno alla Statuto” considerando il fascismo soltanto “una parentesi” come intendeva Benedetto Croce. I confini che hanno diviso l’esecutivo dal legislativo e il giudiziario dal legislativo nel frattempo si sono così pericolosamente assottigliati proprio perché è mutata la funzione e il ruolo dei partiti in pieno senso politico (non certo e non solo perché è mancata l’applicazione dell’articolo 49). Questo assottigliamento dopo aver portato alla ribalta il tema della “personalizzazione” (beninteso in un quadro sociale molto modificato dall’irrompere del consumismo e dell’individualismo competitivo, fenomeni che hanno determinato un vero e proprio “sfrangiamento sociale”) sta ora fornendo terreno coltivabile sotto i piedi di che sta spingendo verso un ritorno a forme politiche che avevamo pensato di aver superato e comunque mantenuto ai margini. Si comprende la difficoltà a far fronte a questo stato di cose. Per scriverla proprio in sintesi: non è soltanto questione di recuperare la “politica” ma l’intero discorso sulla strutturazione dell’agire politico. A questo punto il tema dei partiti e della rappresentanza istituzionale risalta nuovamente come prioritario. Un tema da affrontare nella consapevolezza di quanto è cambiato attorno a noi nel corso di questi anni ma senza cedere alla tentazione di arrendersi ai meccanismi di supplenza e di sovrapposizione cui si è accennato sia da parte del potere esecutivo sia da parte di quello giudiziario.

sabato 12 gennaio 2019

Franco Astengo: Boom

BOOM ECONOMICO di Franco Astengo Industria, a novembre crolla la produzione. E la crisi economica non si ferma Il premier Conte: "Mi attendevo e temevo un dato negativo come in Europa". L’indice è diminuito in termini tendenziali del 2,6%. Crolla il settore auto che sfiora una discesa del 20%. Moderata crescita tendenziale solo per i beni di consumo (+0,7%); in calo beni intermedi (-5,3%) ed energia (-4,2%) Di Maio: "Siamo alle soglie di un nuovo boom economico" Intervenendo agli Stati generali dei Consulenti del lavoro, Di Maio ha parlato di un nuovo boom grazie al digitale. Le due notizie sono di ieri e dimostrano la distanza che ai vertici del governo si situa tra la realtà drammatica concretezza della situazione in atto e la fantasia improvvisatrice di chi addirittura evoca il boom economico. Una dimostrazione lampante della difficoltà che incontra la politica italiana ormai immersa in una sorta di delirio mediatico attraverso il quale si sono sparse promesse, si è fatto lievitare un consenso fondato su di un gigantesco voto di scambio, si sono aperti conflitti a tutti i livelli che sarà difficile comporre in futuro. Come si combina poi l’idea del boom economico con la “decrescita felice” che apparentemente stava alla base della filosofia alternativa espressa dal M5S, rimane tutto da dimostrare. Evocare il boom economico poi non è affare da poco e quindi vale la pena rinfrescare un poco la memoria riassumendo, molto sommariamente, come si svolse la fase che tra la fine degli anni’50 e primi anni’60 del XX secolo segnò un salto negli indici di sviluppo dell’Italia mutando anche profondamente la vita quotidiana di una parte importante del Paese. Non erano tutte rose e fiori: quest’affermazione va posta in premesse e ricordata bene; si verificarono squilibri enormi sul piano sociale e dell’uso del territorio tra le diverse parti dell’Italia e si verificarono avvenimenti di grande importanza anche sul piano politico. Una sintetica ricostruzione della fase del “miracolo economico” L’Italia, in passato, è stata protagonista propri nella fase di ricostruzione dalla tragedia bellica di una particolare forma di economia mista che aveva già caratterizzato il fascismo (dal quale del resto la giovane Repubblica aveva ereditato strumenti d’iniziativa e gestione economica come l’IRI e l’ENI). Nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà del ‘900, si verificarono veri e propri spostamenti d’asse sul piano globale al riguardo dei riferimenti relativi all’economia, alla produzione industriale, alla distribuzione del reddito, alla diffusione del welfare state e della democrazia. In questo quadro però l’economia italiana mantenne comunque limiti strutturali sui quali vale la pena indagare anche dal punto di vista della ricostruzione storica. Limiti strutturali che poi ebbero un peso nel corso dei tumultuosi processi innestatisi nel corso degli anni’90 del XX secolo a causa dell’esplosione di Tangentopoli e delle esigenze di riallineamento dovute alla stipula dei trattati europei (specificatamente quello di Maastricht, datato 1992) e successivamente all’ingresso nell’area della moneta unica. Limiti già apparsi evidenti fin dalla fase della seconda ricostruzione post-bellica, preparatoria a quel “miracolo economico” che il nostro Paese visse a cavallo tra la fine degli anni’50 e i primissimi anni del decennio successivo. Una fase, quella 58 – 63 indicata come effettivamente contraddistinta dal “miracolo economico” e coincidente con fenomeni politici di grande rilevanza sia sul piano internazionale sia sul piano interno: dal cosiddetto “disgelo” tra i due grandi blocchi militari allora esistenti sul piano planetario, all’incubazione e formazione – in Italia – della formula del centrosinistra, con l’ingresso del PSI nell’area di governo a fianco della DC. Ricostruire quella fase, allora, può risultare un esercizio utile anche per capire alcuni fondamentali tratti della situazione attuale. Tratti che forse sfuggono a chi pensa di poter parlare di “miracolo economico” imminente. A partire dal 1951 i successivi dodici anni furono caratterizzati da un veloce sviluppo e da una profonda trasformazione strutturale. Gli aspetti fondamentali di questa evoluzione furono essenzialmente questi: a) Il forte sviluppo dell’industria manifatturiera, sviluppo che trasformò il Paese facendolo passare da un’economia prevalentemente agricola a un’economia prevalentemente industrializzata. Questo tipo di trasformazione risultò particolarmente accentuato nella zona del triangolo industriale Milano –Torino - Genova dove le novità manifatturiere arrivarono a contribuire per il 40% del PIL e per il quasi 45% al totale del prodotto del settore privato; b) Il passaggio da una struttura chiusa agli scambi con l’estero a una struttura fortemente caratterizzata da un processo di integrazione con gli altri paesi industrializzati; c) La conseguente trasformazione nella struttura degli insediamenti, nella direzione di una concentrazione sempre più elevata nelle grandi città con oltre 100.000 abitanti che nel 1955 raccoglievano il 21,6% della popolazione: nel 1968 ne raccoglievano già oltre il 28%. Oltre a questi aspetti, del resto comuni a ogni frangente di pronunciato sviluppo industriale, il “caso italiano” ha presentato, in quel periodo, alcune caratteristiche giudicate peculiari (formative, infatti, della dizione “caso italiano” fin troppo frequentemente usata nel tempo, anche a sproposito). Queste caratteristiche peculiari potevano essere così descritte: 1) Un progressivo “dualismo” della struttura produttiva, che nel contempo registrava la nascita e la crescita di imprese tecnologicamente avanzate al livello delle industrie più progredite nei paesi europei e il permanere di piccole strutture arretrate, caratterizzate da bassa produttività e inefficienza; 2) La cosiddetta “distorsione del consumismo” consistente nel fatto che, mentre alcuni consumi privati anche di genere non necessario (motorizzazione privata, elettrodomestici, televisori) si erano andati sviluppando molto velocemente mentre altrettanto non era avvenuto nel settore dei consumi pubblici, anche nei casi che avrebbero dovuto essere riconosciuti come assolutamente prioritari: istruzione, sanità, casa; 3) Si allargava, intanto, una distanza profonda fra il grado di sviluppo delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali, nonostante il flusso della spesa pubblica fosse orientato prevalentemente verso il Sud. Questi tre aspetti, appena elencati, potevano da subito essere individuati come elementi negativi eliminandoli attraverso una corretta impostazione della politica economica. Attorno a questi elementi si sviluppò all’epoca un importante dibattito politico che, alla fine, sortì però un esito sostanzialmente negativo : la politica di pianificazione che il PSI avrebbe voluto portare all’interno della formazione del centrosinistra fu sconfitta nell’arenarsi dello stesso centro sinistra a mera formula di governo; il dibattito nel partito comunista (sviluppatosi nel periodo a cavallo della morte di Togliatti, tra il convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano del 1962 e l’XI congresso del 1966) si attestò alla fine su di un punto di mediazione di tipo politicista sboccando alla fine in una proposta quella del “compromesso storico” che poneva il tema del governo con la DC tutta intera quale prospettiva decisiva per l’avvenire della sinistra e del movimento operaio. Rimase senza seguito anche la celebre “Nota aggiuntiva alla relazione della situazione economica del Paese”, redatta da Ugo La Malfa nel 1962, in cui si riconobbe che l’imponente trasferimento di popolazione e di forza lavoro si risolveva in un “depauperamento di un ambiente economico, sociale e umano incapace di trovare un nuovo equilibrio sulla base di condizioni più moderne di produzione e di produttività”. Si segnò così un evidente “dualismo” nella realtà produttiva: da un lato un settore comprendente industria meccanica, chimica e in un momento successivo anche l’abbigliamento e le calzature caratterizzato da livelli di produttività assai elevati e dall’adozione di tecnologie molto avanzate e dall’altro settori definiti “stagnanti” comprendete le industrie tessili e alimentari, l’industria delle costruzioni e il commercio al dettaglio. Un dualismo mantenuto anche dal tipo di intervento pubblico in economia sostenuto dalla presenza dell’IRI e dalla mancata realizzazione di un progetto di uscita dalla sudditanza dalla politica energetica incentrata sul petrolio governato dalla “sette sorelle” attraverso l’ENI, mutilato a quel punto dall’ancora misteriosa scomparsa di Enrico Mattei. Fin dagli ultimi anni del miracolo economico, quando l’espansione era ancora in atto, emerse già la consapevolezza che il veloce sviluppo del decennio precedente, se pure aveva risolto alcuni problemi tra i più impellenti del paese (elettrificazione, infrastrutture, case popolari, istruzione di base, aggressione alle più evidenti sacche di povertà), altri ne aveva lasciati totalmente insoluti, se non addirittura aggravati e che si trovano ancora alla base dai limiti di fondo dell’economia italiana, pur nel mutato quadro tecnologico e di riferimenti di “vincolo esterno” come realizzatosi nei decenni successivi: a) Dualismo della struttura industriale che ha portato con il soccombere della parte a quel tempo più dinamica (siderurgia, chimica, elettronica); b) Distorsione nei consumi; c) Distacco tra Nord e Sud; d) Inefficienza crescente della spesa pubblica. Il quadro dello sviluppo economico italiano di quel periodo non sarebbe completo se non si tentasse un minimo di approfondimento su di un punto debole che, oggi come oggi, si trova proprio al centro del dibattito: l’inefficienza progressiva della spesa pubblica. L’espansione del pubblico impiego è stato uno dei modi che, di fatto, sono stati impiegati per alleviare la disoccupazione, specie meridionale, rappresentando una sorta di attività sostitutiva dell’investimento diretto. Eguale esito di complessiva inefficienza ebbero le politiche riguardanti l’assetto urbano e le abitazioni. Una delle caratteristiche comuni di tutte le Regioni italiane a partire dal periodo preso in esame da questo lavoro, sia al Nord sia al Sud, fu rappresentato dall’accrescimento delle concentrazioni urbane. La crescita tumultuosa degli insediamenti urbani recava con sé una domanda crescente di case di abitazione. Il tema dello sviluppo edilizio richiederebbe un capitolo a parte che allungherebbe troppo questo testo. Si rimanda quindi a una successiva ricostruzione non senza ricordare quanto abbia pesato e stia pesando il disordine urbanistico e il degrado dell’assetto del territorio sui fattori fondamentali della crescita economica. Nella sostanza da quella fase risultò favorita l’industria delle costruzioni, assistita anche da una politica creditizia particolarmente generosa e che poteva contare su profitti cospicui e sicuri e l’industria automobilistica, ma ne dovettero subire gli intralci tutte le altre attività produttive. Emerge da questo quadro, allora, l’insieme dei limiti profondi già presenti nell’economia italiana fin dagli anni dello sviluppo più forte: dualismo tra i diversi settori, distacco tra Nord e Sud, bassi salari e distorsione nel consumo, disordine urbano, inefficienza della spesa pubblica. Si aprì, in questo modo, la stagione delle svendite: le grandi PPSS del dopoguerra, l’IRI, l’Intersind, la Grande ENI di Mattei, il piano siderurgico di Sinigaglia, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la STET (che Agnelli si portò a casa pagando lo 0,6% del capitale), la privatizzazione delle Banche Credito e Comit finirono dentro i giochi della borghesia dei “salotti buoni”. Tutto è cambiato attorno a noi, sul piano della tecnologia, dei riferimenti internazionali, del quadro possibile di sviluppo economico e tutto è cambiato nella struttura produttiva italiana, in particolare per responsabilità delle privatizzazioni compiute negli anni’90 fino alla dismissione dell’IRI, ma quegli elementi di sofferenza del sistema sono ancora presenti e ci fanno affermare come, anche per il futuro, rappresentino elementi di grande difficoltà che soltanto un diverso approccio sul piano politico potrà affrontare seriamente. Le drammatiche vicende legate al progressi processo di ulteriore de-industrializzazione, di degrado del tessuto infrastrutturale e nell’uso del territorio , di smantellamento dello stato sociale e di improvvisa crescita di una visione politica di tipo populista e sovranista che sta assumendo addirittura tratti egemonici,in atto nel nostro Paese in parallelo con la crisi dell’Unione Europea,. chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica. Il concetto di fondo che sarebbe necessario portare avanti e rilanciare rimane quello della programmazione economica, combattendo a fondo l'idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili. Una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare la base per un avvio di programma d’alternativa all’esistente,anche se bussano alle porte nuovamente i temi della limitazione della democrazia e di manomissione della Costituzione Repubblicana. Quello redatto in questo testo rimane un appunto schematico e lacunoso tirato giù tanto per ricordare qualche passaggio allo scopo di indicare contraddizioni e difficoltà che pure s’incontrarono e si svilupparono nel tempo, ricordando ancora come non sia mai vissuta una presunta “età dell’oro” ma una stagione di grandi lotte sociali e politiche in un quadro di grandi contraddizioni. Tutto ciò che si ottenne a livello di miglioramento complessivo delle condizioni di vita, che in effetti si verificò, fu frutto di enormi sacrifici di gran parte delle popolazione pagando il prezzo di una distorsione storica che ancora agisce sul presente e sulla quale fanno leva le operazioni in corso da tempo tese a provocare un vero a proprio “arretramento” economico, politico, sociale, culturale.

Blanchard: il debito pubblico non è poi così male - SOLDI E POTERE - Blog - Repubblica.it

Blanchard: il debito pubblico non è poi così male - SOLDI E POTERE - Blog - Repubblica.it

venerdì 11 gennaio 2019

Riccardo Bellofiore: Euro: dopo vent’anni, riforma cercasi disperatamente

Riccardo Bellofiore: Euro: dopo vent’anni, riforma cercasi disperatamente

Augusto Graziani: L’Italia prima e dopo l’euro - nuovAtlantide.org

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Chi ha paura della Catalogna? - Il Migliorista

Chi ha paura della Catalogna? - Il Migliorista

L’onda nera arriva in Spagna - Jacobin Italia

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The Vast, Stupid, Useless Wall

The Vast, Stupid, Useless Wall

Franco Astengo: Referendum propositivo

REFERENDUM PROPOSITIVO DI FRANCO ASTENGO La Commissione Affari Costituzionali della Camera sta lavorando attorno alla proposta di Referendum propositivo avanzata dal M5S e, a latere, si stanno susseguendo chiose commenti, prese di posizione ispirati sicuramente da un notevole livello di conoscenza e di capacità culturale. Si discute di democrazia diretta. In realtà il punto in discussione non può essere quello della democrazia diretta ma quello della partecipazione popolare all’iter legislativo, così come questo fu affrontato nell’Assemblea Costituente. L’Assemblea Costituente determinò attraverso l’articolo 75 le condizioni di svolgimento per il referendum abrogativo e attraverso il secondo comma dell’articolo 71 la possibilità di iniziativa di legge popolare. Si era così affermato un sistema misto tra Parlamento e capacità di proposta popolare affermando il ruolo centrale del Parlamento nella potestà legislativa (sottoponibile appunto soltanto per un certo numero di materie a processo di abrogazione attraverso referendum). Fuori dalla discussione tecnica è necessario però far rilevare come ci troviamo in una fase nella quale il Parlamento è stato ed è sottoposto a un duplice attacco: da parte dei Governi (ormai da lungo tempo) attraverso l’uso smodato della decretazione d’urgenza che ha svilito fortemente la funzione legislativa lasciando alle Camere soltanto quella ratificatrice; e da parte delle forze politiche che spostato il loro asse di riferimento al tema della governabilità sopravanzante quello della rappresentanza politica, hanno varato leggi elettorali tutte tendenti alla formazione di “minoranze” governanti fuori controllo e alla nomina dei parlamentari senza possibilità di intervento nella scelta soggettiva da parte di elettrici ed elettori. Leggi elettorali che, è sempre bene ricordarlo, sono state smontate del tutto o parzialmente, dalla Corte Costituzionale. All’interno di questo quadro si verifica, quindi, il tentativo di passaggio a quella che è stata definita “democrazia diretta” e che altro non è che il prolungamento fino al voto, da parte del corpo elettorale, della possibilità di avanzare proposte di legge di iniziativa popolare. Il tema del ruolo del Parlamento salta fuori con grande evidenza proprio nella discussione riguardante la possibilità che il referendum propositivo si svolga egualmente anche in presenza di modifiche da parte delle Camere del testo presentato dalla proposta popolare. Se, verificate le modifiche apportate dalla Camere il referendum propositivo si tenesse egualmente risalterebbe il “vulnus” inferto al lavoro parlamentare e si proporrebbe l’apertura di un canale legislativo alternativo e autonomo stravolgendo l’impianto costituzionale “misto” cui si è già accennato e inferendo un duro colpo al Parlamento stesso. La domanda di fondo che ci si deve porre allora riguarda dunque ruolo e funzioni del Parlamento. Domanda che si colloca ben oltre, in prospettiva, la discussione in corso e riguarda l’intero assetto della funzione legislativa e di governo. Ruolo e funzioni del Parlamento che sono state tra l’altro confermate dal referendum del dicembre 2016. E’ bene non dimenticare quel risultato: l’esito del referendum del 2016 ha confermato l’articolazione bicamerale e la responsabilità di entrambe le Camera del voto di fiducia e indicando ancora di conseguenza le Camere come luogo deputato alla produzione legislativa nell’ambito di quell’intreccio con l’iniziativa popolare come disegnato dalla stessa Costituzione Repubblicana di cui si è già accennato anche in questo testo. A questo punto non rimane che rilevare come, anche attraverso la proposta di referendum propositivo, si stia procedendo spediti sulla strada della “partitocrazia qualunquista”. L’obiettivo comune delle forze che sostengono questo governo è quello del ridimensionamento e in prospettiva dell’eliminazione del Parlamento considerato come di un ingombro tra il dialogo diretto tra il “Potere” con la P maiuscola (e il M5S ha dimostrato di esserne affamato, dalla RAI, al Consiglio Superiore di Sanità, solo per fare degli esempi) e il Popolo. Dialogo diretto che i 5 stelle pensano doversi realizzarsi preferibilmente attraverso il web, con elezioni e referendum improntati alla logica plebiscitaria mentre per la Lega, probabilmente, appare più adatta l’elaborazione di un’impronta autoritaria modellata sul classico stilema del “Führerprinzip”. Al di là delle osservazioni, giustamente dotte, dei costituzionalisti e del dibattito in corso nella commissione affari costituzionali della Camera, la questione del referendum propositivo deve essere vista in questo quadro di pericoloso superamento complessivo delle garanzie costituzionali fornite da una forma di governo parlamentare. Emergono tutte le ragioni per lanciare, ancora una volta, l’allarme democratico come già capitato in tante altre occasioni nelle quali una mancata o una blanda reazione ha portato a questo progressivo immiserimento della vita politica e al restringimento effettivo dei margini possibili di pratica democratica. ;

mercoledì 9 gennaio 2019

Italy’s Writing on the Wall by Harold James - Project Syndicate

Italy’s Writing on the Wall by Harold James - Project Syndicate

Dove va l'economia mondiale? L'outlook del FMI - Pandora Rivista

Dove va l'economia mondiale? L'outlook del FMI - Pandora Rivista

The latest amendment, government defeat and Brexit debate within Labour | LabourList

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A Socialist in Every District

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The Left must respond to grievances over immigration • Social Europe

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Why the Differences Between Sanders and Warren Matter

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Il reddito di cittadinanza come Jobs Act 2 - Sbilanciamoci.info

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ATTESE, PROPOSTE E SPERANZE PER MILANO | ArcipelagoMilano

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MILANO E IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO | ArcipelagoMilano

MILANO E IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO | ArcipelagoMilano

Renato Fioretti. Quale Sanità

QUALE SANITA’? (di Renato Fioretti) La pubblicazione di un articolo , attraverso il quale confutavo alcune entusiastiche dichiarazioni del Presidente Trump (riportate, con grande enfasi, dalla stampa filogovernativa) - secondo il quale la sua politica aveva realizzato, a fine estate 2018, ben 250 mila di lavoro in più e un aumento dei salari pari a circa il 3 per cento - aveva prodotto l’effetto di indurre, alcuni lettori, a cogliere l’occasione per una serie di commenti; molti dei quali relativi al sistema sanitario vigente negli States. Con l’ausilio di un interessantissimo ed esauriente articolo di Jack Rasmus (e la pur minima esperienza personale, frutto di numerosi soggiorni in California; in particolare, Los Angeles e San Francisco), era stato facile dimostrare che i numeri vantati dal sempre sorridente inquilino della Casa Bianca nascondevano, in sostanza, una vera e propria “bufala”. In estrema sintesi, dallo studio del suddetto economista statunitense, risultava che, per effetto della consistente e perdurante (sin dal 2000) diminuzione della quota di reddito nazionale spettante ai salari (- 1,5 trilioni di $, nel solo 2017-2018) e del combinato disposto, tra le quote relative alle retribuzioni di dirigenti, manager, amministratori e banchieri e quelle spettanti al 10 per cento più ricco (perché meglio retribuito) delle famiglie della classe lavoratrice (tutte da detrarre dallo stesso “monte salari”), i restanti 130/135 milioni di lavoratori statunitensi avrebbero scontato, a fine 2018, mancate entrate pro-capite pari a oltre 10 mila $! Tornando ai commenti dei lettori, relativamente agli aspetti principali dei diversi sistemi sanitari presenti negli Usa e nel nostro paese, erano due gli elementi di discussione predominanti: da un lato, la parzialità della protezione offerta dal sistema d’oltre Atlantico e, dall’altro, l’appesantimento del nostro; frutto, soprattutto, di cattiva politica, scelte manageriali errate, disfunzioni operative, distrazione dei fondi, frodi e ruberie varie. Tra le conseguenze, anche l’auspicio - da parte di qualche nostro connazionale - di una riforma del nostro sistema attraverso la totale apertura del “mercato” ai privati e una politica di incentivazione (nonché agevolazioni fiscali) alla stipula di polizze assicurative in materia di sanità. In effetti, però, come noto, anche se, nel nostro paese, la parola “pubblico” produce una sorta di sintomi da vera e propria intolleranza e spesso coincide con “cattiva gestione” - generando, contemporaneamente, una visione distorta della realtà - chi ha maggiore conoscenza e dimestichezza con la situazione statunitense, ben lontana dal luccichio di serial televisivi di grande successo, è in grado di affermare che essa non è, di certo, invidiabile. Ciò nonostante, credo sia ancora vivo il ricordo delle peripezie cui fu costretto Barack Obama quando manifestò l’intenzione di operare una riforma, seppure in termini minimali, del sistema sanitario statunitense. In realtà, tra l’Italia - dove si usa dire che l’assistenza sanitaria è, tout court, “gratuita e garantita” - e gli States, la differenza fondamentale è rappresentata dalla universalità della platea coinvolta, cui si aggiungono i cittadini dell’UE e, finanche, quelli extracomunitari; piuttosto che nella gratuità delle cure mediche. Cosa che, a mio avviso, rende onore al nostro paese. È certo, però, che sostenere la gratuità delle ns. cure mediche, in verità, non risponde al vero. Infatti, ai costi dei ticket - per l’acquisto di farmaci, analisi cliniche o altre prestazioni sanitarie - va, naturalmente, aggiunto quanto versato dai contribuenti attraverso la fiscalità generale (progressiva). Godiamo, comunque, di un’assistenza che è parte integrante del welfare. Negli Usa, invece, tutto il settore della sanità è privatizzato e, a parte alcuni programmi di assistenza pubblica - riservati a fasce diverse di cittadini - non esistono cure mediche che non siano a pagamento. Naturalmente, nel confrontare due “sistemi operativi” diversi, sarebbe assolutamente fuorviante lasciarsi influenzare da quelle che, purtroppo, sono le storture e le anomalie che, come anticipato, pure si realizzano nel nostro paese. Sono questioni, queste, che, credo, richiedano altre soluzioni e che non hanno titolo per essere presenti nella valutazione complessiva di un “modello possibile di assistenza sanitaria”. In questo senso, certamente merita di essere riportata la posizione di chi, ad esempio, dichiara di preferire il sistema statunitense a quello italiano perché, con il primo, non è costretto a scegliere tra il fare una prenotazione di controllo all’ospedale perché non costa niente ma deve aspettare 6 mesi, oppure andare da uno specialista e pagare almeno 100 euro. Col sistema Usa, preferisce recarsi subito in ospedale o dallo specialista e non pagare niente, o solo 20 $, a titolo di compartecipazione (o, meglio, “franchigia” o “scoperto”, per restare a termini a noi già ampiamente noti). Così come riferiva di preferire il sistema statunitense una paziente ricoverata in una clinica (in California) nella quale: l’accesso dei parenti era consentito anche di notte, il vitto era scelto attraverso un menù quotidiano e il coniuge aveva potuto pernottare con lei durante il breve periodo (tre giorni) di degenza. Il tutto, pagando il 20 per cento dell’importo totale. Naturalmente, c’è da valutare anche l’altro lato della medaglia che, credo, può, addirittura, presentare aspetti di carattere drammatico. Solo a titolo di cronaca, riporto che, abbastanza frequentemente, le polizze sanitarie prevedono che l’assicurato anticipi l’intero ammontare della spesa sostenuta. Solo successivamente, la sua compagnia provvederà al rimborso. Un altro dato, altrettanto importante, è relativo al fatto che il costo delle polizze può variare - anche di molto - da uno Stato all’altro. I cittadini di San Francisco , ad esempio, lamentano i premi maggiori, ai quali, a loro parere, non sempre corrispondono le migliori prestazioni. Chi, ad esempio, non ha la fortuna di lavorare presso un’azienda che non copre tutti i costi assicurativi, può essere costretto a sborsare anche alcune centinaia di $ mensili se non vuole limitarsi alla copertura delle sole spese “di base” e all’esclusione di particolari patologie. È frequente, inoltre, il caso in cui, in presenza di particolari patologie o anche per soggetti definiti “ad alto rischio”, quali, ad esempio, i cardiopatici, la compagnia di assicurazione si rifiuti di stipulare la polizza o chieda il pagamento di premi che, definire esosi, appare un eufemismo! Tra l’altro, sono molti coloro che, bisognosi di cure particolarmente costose, all’atto della naturale scadenza della polizza, se ne vedono rifiutare il rinnovo. In questo senso, fu eclatante ciò che capitò, alcuni anni or sono, a Christopher Reeve; il mitico Superman del cinema hollywoodiano. In seguito a una rovinosa caduta da cavallo, era rimasto completamente paralizzato (dal collo in giù) e, quindi, bisognoso di assistenza continuativa e cure molto costose. Inizialmente, tutto questo avvenne grazie alle “coperture” previste dalla sua polizza sanitaria, ma, inevitabilmente, quando essa giunse a scadenza, la compagnia gli negò il rinnovo della stessa. Fu solo grazie alla mobilitazione del c.d. “mondo del cinema” e alla partecipazione attiva di tanti suoi colleghi che si riuscì’ a mettere insieme i fondi necessari a garantirgli la continuità delle ingenti spese mediche. Tutto questo, però, pare ancora non sortire alcun effetto pratico, nella pur non soporifera società nordamericana. La stessa riforma dell’ex Presidente Barack Obama, tanto osteggiata all’epoca quanto oggi invisa a Trump, tesa, in sostanza, a non modificare nulla del sistema vigente - nel senso che, fermo restando il ricorso alle compagnie assicuratrici, aveva semplicemente esteso, attraverso un contributo federale, l’accesso alle cure mediche a oltre 40 milioni di cittadini a basso reddito (oltre ad incentivare misure sanitarie preventive) - sembrò essere dettata, addirittura, dal Maligno. Ci fu persino chi - per una volta, senza alcuna distinzione, tra repubblicani e democratici - accusò Obama di voler introdurre, nella società statunitense, misure e princìpi di carattere socialista! In definitiva, il confronto pare potersi ridurre, da un lato, alla rappresentazione di una situazione che, a parere di qualcuno, potrebbe essere così (brutalmente) sintetizzata: “Sanità negli Usa: se paghi, ti curi (forse)!” Dall’altro, nonostante tutte le negatività, che caratterizzano negativamente il nostro sistema, pochi sanno che l’Italia, nel corso degli ultimi anni, ha ricevuto non pochi riconoscimenti internazionali per il tanto bistrattato settore della sanità pubblica. Nel 2000 infatti, l’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) inserì l’Italia al 2° posto nella classifica dei migliori sistemi sanitari nazionali al mondo, in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i suoi cittadini. Al primo posto, la Francia. Ancora nel 2013, il nostro paese, a parte una lieve contrazione della spesa sanitaria realizzata negli anni 2011 e 2012, fu promosso dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Ritenere, quindi - come pure molti, in Italia, sostengono - che l’affermarsi dei “privati” nella sanità (attraverso, evidentemente, le compagnie assicurative private) contribuirebbe ad agevolare la concorrenza, evitare l’attuale malcostume, ridurre i costi e, in definitiva, migliorare i servizi ai cittadini, equivale, a mio parere, a una gigantesca sciocchezza. Ciò non toglie che, se è vero che la sanità italiana - insieme a Francia, Regno Unito e Germania - è tra le prime in Europa, soprattutto per il livello delle prestazioni, è altrettanto vero che essa “è migliore in potenza, ma, troppo spesso, viene fatta funzionare male”; come sottolinea il noto blogger Totentanz.

martedì 8 gennaio 2019

What is Corbyn thinking? « LRB blog

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Di fronte alla crisi occorre riscoprire Karl Polanyi - Jacobin Italia

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The Left’s Choice by Dani Rodrik - Project Syndicate

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Sweden Has a 70% Tax Rate and It’s Just Fine

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What Will Cause the Next US Recession? by J. Bradford DeLong - Project Syndicate

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Roberto Biscardini: 2019

2019 di Roberto Biscardini Con il documento “Socialismo o barbarie” abbiamo proposto, in un momento molto particolare della politica italiana, a tutti coloro che credono nel socialismo come necessità, di ragionare intorno ad una nuova prospettiva. Un documento, come abbiamo sottolineato, non da sottoscrivere per salvarsi l’anima, ma un “appello” da praticare, nel senso più ampio del termine, nella convinzione che la cultura e l’azione socialista siano l’unica risposta efficace contro la “barbarie” democratica, sociale e dei valori. Una sorta di viatico per “un nuovo corso socialista”, quale unica risposta convincente e concreta al pericolo di “disfacimento” verso il quale il nostro paese sembra destinato ad andare a sbattere. Nonostante le tante idee che albergano tra di noi, a sinistra e tra i socialisti, spesso diverse persino all’interno di piccole organizzazioni o associazioni politiche, “Socialismo o barbarie” si rivolge a tutti coloro che credono nella necessità di costruire, attraverso un percorso federativo, una “casa socialista”, nuova e unitaria, non ancora un nuovo partito, avendo un quadro di riferimento, persino ideologico, entro cui muoversi con concretezza e con iniziative adeguate. Un movimento per le nuove generazioni, fortemente collegato al bisogno e alla voglia di socialismo che sembra rinascere nel mondo. Certo, occorre un po’ di coraggio e cogliere il momento. Intanto il coraggio di essere socialisti o di ritornare ad esserlo, dopo anni di sostanziale afasia, mettendo in rete le energie disponibili che ancora sono a disposizione, energie vecchie e nuove, intellettuali, umane presenti nella società, avendo ormai imparato bene la lezione di questi ultimi decenni: il collante per i socialisti non sono le parole e non basta il reiterato richiamo all’orgoglio socialista, occorrono i fatti, occorre la battaglia politica, da perseguire con passione, pazienza e tenacia. Senza scorciatoie. Si tratta di riprendere il percorso salutare della battaglia delle idee per la definizione di un’alternativa possibile insieme alla necessaria battaglia politica sul campo, nell’azione, evitando di parlare a vuoto, spesso confondendo l’apparenza con la realtà. Si tratta di costruire azione politica non su tutto (non é il momento, né saremmo credibili) ma solo su poche idee forza, cercando di dare risposte concrete per contrastare la tendenza allo “spappolamento” e dissoluzione dei principi fondamentali della democrazia liberale ovunque si può, anche a partire dai territori e dalle realtà locali, dimostrando che si può combattere il populismo senza bisogno di rincorrerlo. Il senso di disfacimento dello Stato, il clima di sfiducia, di insicurezza, di disorientamento e di solitudine dei cittadini non è maturato in un solo un momento, o solo negli ultimi anni, e di colpo il 4 marzo scorso. Esso é frutto di un processo lento, scientifico, in cui la politica ha risposto alla pulsioni populiste solo e con altre politiche populiste, di destra, di sinistra o vagamente “inclusive”. Per tutte è stato facile attribuire quasi esclusivamente tutti i mali o i ritardi del paese alla sola responsabilità del sistema politico e dei partiti. E il logoramento del sistema politico dei partiti e dei corpi intermedi che con la Seconda repubblica ha trovato il suo più naturale brodo di cultura (prima con la Lega, poi con Forza Italia, poi con Di Pietro efficacemente sostenuti dalla stampa, da autorevoli giornalisti, insieme a tanti poteri economici e finanziari interessati a salvarsi l’anima) si è identificato con l’attacco generalizzato alle “elite” istituzionali e alla “casta” dei politici e degli eletti. Una demagogia infernale che ha consentito di tenere fuori dalle responsabilità del disastro, l’economia, il mercato e il ruolo fondamentale della nuova cultura neoliberale internazionale. Purtroppo la sinistra post comunista, fin dal 1994, non capì cosa stava accadendo, ed anzi ne divenne, più o meno consapevolmente, complice. Praticò anch’essa cultura populista e antipolitica attraverso la peggiore pratica del giustizialismo, non riuscendo ad essere neppure “populista di sinistra” al pari di altre esperienze e movimenti europei . Ecco perché occorre oggi ritrovare fiducia in un nuovo corso socialista, da percorrere con concretezza e determinazione, facendo leva su tutto ciò che positivamente cova nella società, ed è prodromo di nuovi conflitti e contraddizioni. Il socialismo di oggi, che ha bisogno di poche idee ma chiare, non può pensare di rigenerarsi contando solo sulle energie di ciò che resta del glorioso Psi di ieri e men che meno del Psi di oggi, tutto serve, ma non basta. Ne basta ripetere la parola “socialisti” mille volte per dare forma concreta ad un azione politica nuova ed efficace. Bisogna fare molto di più, là dove si può, nel sociale soprattutto, ricostruendo un legame largo con tutti coloro che possono potenzialmente rappresentate le aspirazioni di un socialismo autentico. Che sentono il socialismo come un bisogno. Che esprimono socialismo senza sapere neppure di che si tratta. Per questo bisogna saper costruire unità, bisogna essere pronti ad aprirsi verso gli altri con una certa generosità, bisogna tenere insieme culture diverse, diversi orientamenti, recuperando nel modo migliore lo spirito plurale, riformatore, laico e cristiano del socialismo delle origini. Lavorando guardando al futuro, attraverso politiche concrete, e andando al sodo delle questioni strategiche, quelle che possono avere un peso nel delineare una proposta alternativa alle politiche enunciate dalla destra populista a livello nazionale e internazionale. - L’impoverimento sempre più largo della popolazione (in alcune aree al confine della miseria) fortemente legato all’assenza di lavoro e alle nuove forme di sfruttamento in una società in cui pesano sempre di più le nuove modalità di organizzazione del mercato del lavoro e le nuove tecnologie. - I temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’integrazione (questione economica, sociale ed umanitaria) che spetta soprattutto a noi affrontare con coerenza, senza cedere alle logiche propagandistiche usate dalle destre europee e mondiali. - La grande questione del divario crescente tra Nord e Sud, delle diseguaglianze territoriali e sociali e del disagio di masse che non arrivano alla fine del mese. Di fronte ad un Sud che avrebbe ancora bisogno, e più di prima, di uno Stato imprenditore, di investimenti pubblici massicci in infrastrutture, per la difesa del suolo e dell’ambiente, e per il riassetto idrogeologico, non c’è pressoché niente. - La questione democratica, fortemente connessa al tema fondamentale del ruolo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, pone con forza il tema dell’Europa insieme a quello delle autonomie locali, per una battaglia ancora tutta da aprire per la valorizzazione “vera” e non solo a parole, del ruolo dei Comuni, essenza della partecipazione e della libertà. - E la questione dei valori, l’ancoraggio ai valori tradizionali tipici dello spirito e dell’azione del socialismo italiano, in particolare: l’internazionalismo e la fraternità. Il 2019 riparte anche da qui, insieme all’obiettivo di costruire in prospettiva una solida alternativa a questo governo. Come? Lavorando nel concreto, sapendo proporre politiche diverse da quelle della destra, nella consapevolezza che i populismi non sono tutti uguali e che bisogna entrare nel merito delle cose, cercando di capire le ragioni di chi oggi non vedrebbe altra strada che la protesta e la ribellione. Non per inseguire facili chimere, ma per cogliere il senso profondo di un disagio che non trova più nella politica tradizionale le risposte ai propri problemi. Infine la questione elettorale in coerenza con quanto abbiamo detto finora. Per le amministrative (nei prossimi mesi si vota per il rinnovo dei consigli di alcune importanti Regioni e di moltissimi Comuni) la risposta alla “barbarie” politica e istituzionale sarà la presentazione di liste unitarie di ispirazione socialista, là dove si può. Per le elezioni europee, occorrerà a breve individuare una proposta per la partecipazione dei socialisti italiani in una competizione che per diverse ragioni sarà di assoluta importanza: per il parlamento europeo (che rischia una forte involuzione a destra) e per i socialisti e la sinistra europea che devono già da questa competizione dimostrare di avere una proposta di ripresa. La questione del socialismo europeo non può considerarsi chiusa, e contemporaneamente buona parte delle sorti del socialismo italiano sono legate alla capacità di ripresa o meno del socialismo europeo. Proprio in un momento in cui l’obiettivo della destra, con assoluta chiarezza, é abbattere il socialismo, o come dice Salvini “far uscire in Europa il socialismo dalla stanza dei bottoni”, spetta anche a noi fare la nostra parte. Nella grande difficoltà del momento, è questa un’opportunità che bisogna tentare di cogliere, per rilanciare il tema dell’Europa socialista, “dell’Europa dell’equilibrio sociale e internazionale“ e ben sapendo che l’unico vero “antidoto al degrado nazionale” é trovare risposte efficaci a livello europeo e internazionale. Noi non siamo semplicemente europeisti o più europeisti degli altri: siamo europeisti perché crediamo che solo con la forza del socialismo si può cambiare profondamente questa Europa e perché crediamo ancora all’Europa dei nostri padri: spazio di libertà e di civiltà, federale, pacifica, democratica, aperta e disponibile a costruire rapporti equi con i propri vicini verso est e nel Mediterraneo. Ecco il senso di “Socialismo o barbarie” al quale dare seguito.

L’ascension de l’extrême droite au Brésil - La Vie des idées

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Perché la flat tax non funziona nei paesi occidentali | M. Baldini e L. Rizzo

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venerdì 4 gennaio 2019

Perché secondo Onida il dl sicurezza ha elementi anticostituzionali - Lettera43

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Orban e la memoria di Nagy, eroe dell’Ungheria

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Franco Astengo: Conflitto istituzionale

CONFLITTO ISTITUZIONALE, POLITICO, SOCIALE di Franco Astengo Mentre in Francia si stanno esprimendo forme abbastanza classiche di conflitto sociale in una fase di assenza della politica e comunque in linea con la tradizione di quel paese, in Italia potrebbe aprirsi, invece, una forma del tutto inedita di conflitto istituzionale. Il riferimento per questa affermazione è rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate dai sindaci di diverse grandi Città, in particolare le due capitali del Sud Napoli e Palermo, circa il “non riconoscimento” e la conseguente “non applicazione” della legge sulla cosiddetta sicurezza approvata dal parlamento in sede di conversione di un decreto del governo. Non è capzioso far notare come l’oggetto del contendere sia una legge di conversione: una legge per l’approvazione della quale si è richiesto, come accade quasi sempre da qualche tempo, un’azione di mera ratifica da parte del Parlamento al riguardo dei cui componenti si sta tramando l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione che non prevede il “vincolo di mandato”. Verificheremo se l’azione dei sindaci andrà avanti e come questa si espliciterà con atti amministrativi e non semplicemente con prese di posizione poste esclusivamente sul piano della dialettica politica: cioè se, come avrebbe annunciato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, sarà adottata una delibera di “sospensione degli effetti della legge” sul territorio cittadino di competenza oppure nei termini di un eventuale ricorso all’autorità giudiziaria (in ogni caso con provvedimento di sospensione degli eletti di legge) Fondamentale sarà la motivazione sulla base della quale l’eventuale delibera di “sospensione degli effetti della legge” sarebbe adottata: in particolare nel caso in cui si segnalasse non soltanto la difficoltà (o l’impossibilità) di applicazione ma proprio un giudizio prima di tutto di peggioramento che l’applicazione della legge porterebbe ai termini – in questo caso - di sicurezza sul territorio e in secondo luogo di valutazione preventiva di incostituzionalità (configgendo così oggettivamente con la valutazione del Presidente della Repubblica che ha promulgato questo stesso provvedimento.) Sarà questo, nell’eventualità si verificasse, un fatto di grande interesse sul piano istituzionale perché porrebbe a diretto confronto diversi organi dello Stato come l’esecutivo centrale, la giunta di una città, la stessa Presidenza della Repubblica chiamando in causa di conseguenza la Corte Costituzionale e ponendo questioni molto complesse. Si porrebbe comunque un tema di fondo circa le modalità del conflitto a tutti i livelli istituzionale, politico, sociale. A questo punto andrebbero in discussione sia le capacità di produrre iniziativa da parte dei nuovi movimenti sociali, sia la dimostrazione di sintesi tra conflitto e proposta storicamente esercitata dai partiti (compito cui hanno abdicato ormai da tempo) quanto l’espressione istituzionale della rappresentanza politica. Ci si troverebbe, insomma, a un punto di svolta della stessa crisi della democrazia liberale. Si evidenzierebbero così domande non facili cui fornire risposte lineari: Dove possono stare i termini del conflitto, superata la stagione della materialità immediata della contraddizioni sociali ormai estesesi a una complessità di “fratture” fin qui non valutate nell’elaborazione dell’analisi teorica e politica? . Dove potrebbero stare, in questo quadro, i termini della ribellione? In una sottrazione individuale ai canoni della sorveglianza imposta o in un recupero dell’identità collettiva legata alle contraddizioni sociali? Potrà risultare ancora possibile il richiamo all’organizzazione politica intesa come strumento per la realizzazione di una mediazione intesa come collocata oltre, come si vorrebbe oggi, al tecnicismo giuridico, alle “regole”? Paiono le domande decisive sul nodo della legittimità del potere e del conflitto. Ed è su questo che, a mio giudizio, sarebbe necessaria una riflessione teorica adeguata, anche se l’urgenza della quotidianità impone visioni di ben più corto respiro. Qualcuno aveva accennato al tema della “disobbedienza” civile, ma l’azione dei Sindaci si colloca già più avanti entrando direttamente nello schema del conflitto tra istituzioni ponendo questioni di competenza, legittimazione, rappresentanza. Competenza, legittimazione, rappresentanza: tre nodi che lo svilimento dell’istituzione centrale, dell’architrave del nostro sistema rappresentato dal Parlamento pongono in evidenza come difficili da sciogliere salvo che non li si voglia affrontare attraverso il taglio gordiano dell’autoritarismo. La lunghissima “transizione italiana”, ancora stretta tra superamento incompleto e imperfetto della “Repubblica dei Partiti”, “federalismo intravisto”, presidenzialismo senza Presidente, potrebbe entrare in una fase diversa da quella del ritorno alla “sovranità” e della sperimentazione della democrazia diretta cui sembravano puntare (divergendo tra loro) i “contractor” (proprio nel senso di occasionali mercenari della politica) del governo.