giovedì 6 agosto 2020

Il programma economico della Costituzione e il «nuovo modello di sviluppo» alla luce del pensiero di Federico Caffè - micromega-online - micromega

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Why the left must condemn China’s brutal authoritarianism

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Franco Astengo: Ristrutturazione

RISTRUTTURAZIONE di Franco Astengo In questa fase la situazione economico – produttiva in atto in Italia può apparire assimilabile a quella di un periodo d’immediato dopoguerra. Il monitoraggio del dati, infatti, ci indica come l’indice manifatturiero risulti migliore del previsto, il settore delle vendite auto ha arrestato la caduta e varrebbe la pena distinguere tra diversi piani: l’andamento della produzione, l’evoluzione della domanda, e la riorganizzazione dell’offerta. La produzione industriale ha viaggiato, a luglio, sul più 7,5 rispetto a giugno (che a sua volta presentava un più 2,3%) mentre gli ordini han fatto segnare più 6,6 a luglio e più 5,4 a giugno, mese su mese. Esattamente come accadde settant’anni fa, tra il 1945 e il 1960: tempi più lunghi degli attuali perché la guerra aveva portato a distruzioni materiali che l’emergenza sanitaria non ha contemplato ed allora era necessario un radicale mutamento nel modello di sviluppo con la promozione della crescita dell’industria sull’agricoltura. Crescita favorita proprio dall’edilizia e dalla costruzione delle infrastrutture: piano INA – Casa e Autostrada del Sole come emblema (761,3 Km, mica i millesessantasette metri del Ponte sul Polcevera celebrati molto impropriamente come il segno della rinascita). Un radicale cambiamento, quello del dopoguerra, fatto pagare ai contadini e alla classe operaia: un cambiamento dal quale uscì l’Italia della fragilità del consumismo individuale. In un interessante articolo apparso sul “Corriere”, Dario Di Vico, dopo aver ironizzato sul “Ministero dei Bonus” , ha presentato due punti ai quali prestare estrema attenzione: è già in atto una pesante ristrutturazione del ciclo nei settori strategici; si rimarca ancora di più il divario esistente sul piano geografico e tra i diversi settori. Un divario che rischia di crescere anche per via delle ataviche carenze infrastrutturali e per il peso eccessivo di settori eccessivamente “fragili” sull’insieme dell’economia italiana (il bonus per i ristoranti e i negozi di scarpe indicativi di questa eccessiva debolezza legata – appunto – al consumo individuale). Il risultato di questo insieme di questioni, nell’assenza di una programmazione e di un intervento pubblico, sarà quello di un rafforzamento di determinate concentrazioni industriali con possibili perdite su terreni strategici (la siderurgia), una stretta sul piano occupazionale, un allargamento delle disuguaglianze tra Nord e Sud, un ulteriore impoverimento in altri comparti, dalla logistica al turismo. Il tutto in un contesto di deficit tecnologico, un ritardo nell’informatizzazione, un proseguire della “fuga dei cervelli” un’assenza di visione strategica nella produzione energetica e nella riconversione del territorio. In questo quadro la pur sacrosanta richiesta di allontanare ancora nel tempo lo spettro dei licenziamenti (come reclama Landini in alcune interviste) rischia di rimanere una classica “battaglia di retroguardia”. I nodi sono due: una ripresa di forza e capacità propositiva da parte del Sindacato in una visione nella quale la dimensione progettuale deve accompagnarsi con la consapevolezza della crescita e dell’estensione dei meccanismi di sfruttamento; una capacità di presenza politica e istituzionale della sinistra che non risulti subalterna alla concezione della “governabilità” del PD ormai acconciato alla “democrazia recitativa” del presidente del Consiglio e al pressapochismo assistenzialista e neo – corporativo del M5S, movimento rivelatosi molto permeabile alle lobbie anche perché elettoralmente gonfiato in maniera indebita da un voto dettato in buona parte da “logiche di scambio”. Sinistra (da costruire) e Sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente , tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’immediato. Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi strategici, serve affermare la forza del movimento dei lavoratori da proiettare in avanti, non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale. Quando (e se ) arriveranno i miliardi europei sarà indispensabile essersi già mossi in una dimensione alternativa: nel frattempo sarà necessario non farci schiacciare dall’emergenza che molti stanno creando ad arte da un lato per continuare il loro gioco di un’antipolitica fondata sulla mera elargizione, e dall’alto per portare avanti quella che si preannuncia come un dura ristrutturazione industriale di cui far pagare interamente il prezzo ai lavoratori, con disoccupazione, precariato, sfruttamento. Disoccupazione e precariato che piacciono tanto ai produttori di “bonus” e di allungamento dei sussidi.