Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 13 agosto 2011
Franco Astengo: Opinione controcorrente
RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI, COSTI DELLA POLITICA: UN'OPINIONE CONTROCORRENTE
Non sarà facile argomentare, in maniera convincente per i più, una posizione politica contraria, nell'immediato, alla riduzione del numero dei parlamentari.
Corrono tempi di furia iconoclasta, di vera e propria rozzezza istituzionale.
Importanti esponenti del "ceto politico", investiti da grande responsabilità, dimostrano un disarmante pressapochismo, si fanno riunioni ad alto livello attorno a "lettere riservate" il cui testo non viene mostrato agli interlocutori.
In questo clima, assurdo, è però necessario tentare la formulazione di un’opinione diversa da quella che ormai appare dominante, tentando di esporre alcuni argomenti, a nostro giudizio, del tutto fondamentali e decisivi, almeno nella fase.
Prima di tutto va fatto rilevare, come in frangenti di questo tipo, la soluzione ormai appare essere quella dei "tagli", sacrificando sempre, quando tocca alla "politica" possibili spazi di partecipazione e di rappresentatività democratica, senza pensare mai a una riforma seria al riguardo del ruolo e della funzione delle istituzioni (è accaduto con le comunità montane e con le circoscrizioni, si è tentato di farlo con le province).
In secondo luogo deve essere fatto rilevare come il tema sia da impostare, invece, guardando ai "costi complessivi", e all'esistenza di privilegi che davvero, in particolare nella condizione in cui ci troviamo, dovrebbero far arrossire chi ne usufruisce.
Partiamo dai rimborsi elettorali elargiti ai partiti (così pudicamente chiamati "rimborsi elettorali", dopo che l'esito di alcuni referendum avrebbe dovuto abolire il finanziamento pubblico): cifre esorbitanti, fuori da qualsiasi logica di mercato quasi come la compravendita dei calciatori, elargita a soggetti alcuni dei quali, a destra, al centro, a sinistra, non rispettano l'articolo 49 della Costituzione (fuori e dentro il Parlamento).
Passiamo alla necessità di una verifica circa la realtà effettiva degli emolumenti dei parlamentari (non si tratta di tornare ai tempi del deputato-contadino Abbo di Imperia che, sprovvisto del denaro per pagarsi la pensione a Roma, utilizzava il "permanente" per dormire sul notturno Roma - Firenze e ritorno, ma una riflessione seria andrebbe fatta).
Andiamo a vedere l'enorme sottobosco rappresentato dalle cosiddette "collaborazioni" che, in realtà, svanito il radicamento sociale e territoriale dei partiti, rappresentano semplicemente l'espressione dei "comitati elettorali permanenti" dei singoli (un frutto questo della scelta di accettare supinamente l'esaustività del meccanismo della "personalizzazione della politica", verificatosi dopo la "discesa in campo" del 1994 e mai affrontato attraverso la definizione del "conflitto d’interessi" e anzi imitato fino al sorgere, anche e addirittura, a sinistra di "partiti personali").
Ancora, riflettiamo sull'estensione "fisica" dei palazzi del potere nel centro di Roma, ormai pressoché occupato tra Piazza del Popolo e Piazza Venezia da sedi della Camera e del Senato (evitiamo di fare l'elenco, sarebbe troppo lungo: immobili affittati a prezzi esorbitanti o acquistati fuori mercato per la gioia degli intermediari e della "nobiltà nera"). Compresa nell'elenco una terrazza posta in cima alla Galleria di Piazza Colonna, e trasformata in un "roof-garden".
Oltrepassiamo i casi P3, P4 e via dicendo, citandoli soltanto per ricordare l'enormità della corruzione imperante, che ormai appare soffocata anche nella valutazione dei grandi mezzi di comunicazione di massa, mentre il tutto sembra navigare verso il "porto delle nebbie" della Procura di Roma.
Un elenco, questo, del tutto sommario dei punti dolenti che dovrebbero essere affrontati proprio in tema di "costi della politica", altrimenti della riduzione del numero dei parlamentari che si tradurrebbe, alla fine, mantenendo le condizioni di privilegio attuali, in un ulteriore restringimento nel rapporto tra società e politica, di lontananza di un ceto dal "reale", della costruzione di una vera e propria oligarchia d’intoccabili e irraggiungibili.
Sono tanti gli argomenti che dovrebbero essere affrontati e non è possibile farlo, per ovvie ragioni di economia del discorso.
E' però necessario ricordare come ci si trovi davanti ad un parlamento di "nominati" (in realtà sono state le Regioni ad adottare per prime il sistema delle liste bloccate, attraverso i famigerati "listini", attraverso i quali promuovere oltre le igieniste dentali del cavaliere anche, senza colpo ferire i "pretoriani del principe").
Le Regioni rappresentano comunque un vero e proprio "buco nero" al riguardo del deficit politico italiano e pare non si abbia il coraggio di affrontare la questione, partendo dall'enormità degli apparati, cresciuti a dismisura da quando vige il meccanismo dell'elezione diretta e dal fallimento di due grandi operazioni di regionalizzazione: trasporti e sanità.
Tornando alla legge elettorale occorre aggiungere che non sarà certamente il ripristino dei collegi uninominali a risolvere la questione: ricordiamo la gestione della distribuzione delle candidature nei collegi, eseguita con metodo spartitorio dalle coalizioni, con candidati "paracadutati" (Di Pietro nel Mugello, tanto per ricordare un caso eccellente) nei posti più impensati, esaltando la personalizzazione di personaggi davvero improbabili (quasi quanto quelli emersi dalla demagogica, da abolire immediatamente, elezione dei rappresenti degli italiani all'estero).
Siamo di fronte, quindi, a esigenze di mutamento nell’"agire politico", di razionalizzazione, di recupero delle funzioni, di applicazione della Costituzione (in questo senso, tra art.41 e art.81 non possiamo non rinnovare il nostro consueto grido d'allarme).
Temi molto più pregnanti e incisivi di quello semplicistico della riduzione del numero dei parlamentari.
Il numero dei parlamentari deve garantire rappresentatività politica e territoriale e non si faccia, per carità, il discorso riguardante il senato USA, che ha funzioni ben diverse in un sistema dove i livelli elettivi sono molteplici, articolati e complessi nella distribuzione del potere.
Sul piano della rappresentatività politica e territoriale torna a galla il tema della legge elettorale, ricordando infine come ridefinito complessivamente il quadro istituzionale (al centro come in periferia: attraverso la creazione del Senato delle Autonomie e la ristrutturazione delle province, tanto per fare degli esempi) si potrà anche affrontare il nodo del numero dei parlamentari, rammentando in ultimo come, negli anni'80 il centro di Riforma dello Stato, presieduto da Ingrao e il PCI proponessero una Assemblea monocamerale di 400 componenti.
Savona, 12 agosto 2011 Franco Astengo
Non sarà facile argomentare, in maniera convincente per i più, una posizione politica contraria, nell'immediato, alla riduzione del numero dei parlamentari.
Corrono tempi di furia iconoclasta, di vera e propria rozzezza istituzionale.
Importanti esponenti del "ceto politico", investiti da grande responsabilità, dimostrano un disarmante pressapochismo, si fanno riunioni ad alto livello attorno a "lettere riservate" il cui testo non viene mostrato agli interlocutori.
In questo clima, assurdo, è però necessario tentare la formulazione di un’opinione diversa da quella che ormai appare dominante, tentando di esporre alcuni argomenti, a nostro giudizio, del tutto fondamentali e decisivi, almeno nella fase.
Prima di tutto va fatto rilevare, come in frangenti di questo tipo, la soluzione ormai appare essere quella dei "tagli", sacrificando sempre, quando tocca alla "politica" possibili spazi di partecipazione e di rappresentatività democratica, senza pensare mai a una riforma seria al riguardo del ruolo e della funzione delle istituzioni (è accaduto con le comunità montane e con le circoscrizioni, si è tentato di farlo con le province).
In secondo luogo deve essere fatto rilevare come il tema sia da impostare, invece, guardando ai "costi complessivi", e all'esistenza di privilegi che davvero, in particolare nella condizione in cui ci troviamo, dovrebbero far arrossire chi ne usufruisce.
Partiamo dai rimborsi elettorali elargiti ai partiti (così pudicamente chiamati "rimborsi elettorali", dopo che l'esito di alcuni referendum avrebbe dovuto abolire il finanziamento pubblico): cifre esorbitanti, fuori da qualsiasi logica di mercato quasi come la compravendita dei calciatori, elargita a soggetti alcuni dei quali, a destra, al centro, a sinistra, non rispettano l'articolo 49 della Costituzione (fuori e dentro il Parlamento).
Passiamo alla necessità di una verifica circa la realtà effettiva degli emolumenti dei parlamentari (non si tratta di tornare ai tempi del deputato-contadino Abbo di Imperia che, sprovvisto del denaro per pagarsi la pensione a Roma, utilizzava il "permanente" per dormire sul notturno Roma - Firenze e ritorno, ma una riflessione seria andrebbe fatta).
Andiamo a vedere l'enorme sottobosco rappresentato dalle cosiddette "collaborazioni" che, in realtà, svanito il radicamento sociale e territoriale dei partiti, rappresentano semplicemente l'espressione dei "comitati elettorali permanenti" dei singoli (un frutto questo della scelta di accettare supinamente l'esaustività del meccanismo della "personalizzazione della politica", verificatosi dopo la "discesa in campo" del 1994 e mai affrontato attraverso la definizione del "conflitto d’interessi" e anzi imitato fino al sorgere, anche e addirittura, a sinistra di "partiti personali").
Ancora, riflettiamo sull'estensione "fisica" dei palazzi del potere nel centro di Roma, ormai pressoché occupato tra Piazza del Popolo e Piazza Venezia da sedi della Camera e del Senato (evitiamo di fare l'elenco, sarebbe troppo lungo: immobili affittati a prezzi esorbitanti o acquistati fuori mercato per la gioia degli intermediari e della "nobiltà nera"). Compresa nell'elenco una terrazza posta in cima alla Galleria di Piazza Colonna, e trasformata in un "roof-garden".
Oltrepassiamo i casi P3, P4 e via dicendo, citandoli soltanto per ricordare l'enormità della corruzione imperante, che ormai appare soffocata anche nella valutazione dei grandi mezzi di comunicazione di massa, mentre il tutto sembra navigare verso il "porto delle nebbie" della Procura di Roma.
Un elenco, questo, del tutto sommario dei punti dolenti che dovrebbero essere affrontati proprio in tema di "costi della politica", altrimenti della riduzione del numero dei parlamentari che si tradurrebbe, alla fine, mantenendo le condizioni di privilegio attuali, in un ulteriore restringimento nel rapporto tra società e politica, di lontananza di un ceto dal "reale", della costruzione di una vera e propria oligarchia d’intoccabili e irraggiungibili.
Sono tanti gli argomenti che dovrebbero essere affrontati e non è possibile farlo, per ovvie ragioni di economia del discorso.
E' però necessario ricordare come ci si trovi davanti ad un parlamento di "nominati" (in realtà sono state le Regioni ad adottare per prime il sistema delle liste bloccate, attraverso i famigerati "listini", attraverso i quali promuovere oltre le igieniste dentali del cavaliere anche, senza colpo ferire i "pretoriani del principe").
Le Regioni rappresentano comunque un vero e proprio "buco nero" al riguardo del deficit politico italiano e pare non si abbia il coraggio di affrontare la questione, partendo dall'enormità degli apparati, cresciuti a dismisura da quando vige il meccanismo dell'elezione diretta e dal fallimento di due grandi operazioni di regionalizzazione: trasporti e sanità.
Tornando alla legge elettorale occorre aggiungere che non sarà certamente il ripristino dei collegi uninominali a risolvere la questione: ricordiamo la gestione della distribuzione delle candidature nei collegi, eseguita con metodo spartitorio dalle coalizioni, con candidati "paracadutati" (Di Pietro nel Mugello, tanto per ricordare un caso eccellente) nei posti più impensati, esaltando la personalizzazione di personaggi davvero improbabili (quasi quanto quelli emersi dalla demagogica, da abolire immediatamente, elezione dei rappresenti degli italiani all'estero).
Siamo di fronte, quindi, a esigenze di mutamento nell’"agire politico", di razionalizzazione, di recupero delle funzioni, di applicazione della Costituzione (in questo senso, tra art.41 e art.81 non possiamo non rinnovare il nostro consueto grido d'allarme).
Temi molto più pregnanti e incisivi di quello semplicistico della riduzione del numero dei parlamentari.
Il numero dei parlamentari deve garantire rappresentatività politica e territoriale e non si faccia, per carità, il discorso riguardante il senato USA, che ha funzioni ben diverse in un sistema dove i livelli elettivi sono molteplici, articolati e complessi nella distribuzione del potere.
Sul piano della rappresentatività politica e territoriale torna a galla il tema della legge elettorale, ricordando infine come ridefinito complessivamente il quadro istituzionale (al centro come in periferia: attraverso la creazione del Senato delle Autonomie e la ristrutturazione delle province, tanto per fare degli esempi) si potrà anche affrontare il nodo del numero dei parlamentari, rammentando in ultimo come, negli anni'80 il centro di Riforma dello Stato, presieduto da Ingrao e il PCI proponessero una Assemblea monocamerale di 400 componenti.
Savona, 12 agosto 2011 Franco Astengo
Franco Astengo: La contesa nella crisi internazionale
LA CONTESA NELLA CRISI INTERNAZIONALE
Da molti anni un’insistente propaganda ha toccato il tasto del superamento dell’ideologia, della fine della distinzione destra/sinistra, di una “globalizzazione virtuosa”, fino a far spingere qualche politologo di grido a parlare di “fine della storia” e di “ondate di democrazia”.
I nodi sono ormai venuti al pettine e la crisi sta mostrando il vero volto del neo-liberismo sfrenato, del processo incontrollato di finanziarizzazione dell’economia, dell’evidente sottrazione di democrazia e di conseguenza di politica che si è realizzato a favore di tecnocrazie invisibili, di nuovi fossati scavati tre le diverse parti del mondo e tra le persone al loro interno, dell’emergere di populismi autocratici anche nel cuore dell’Occidente.
Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha individuato, a proposito del caso USA, l’oggetto vero del contendere all’interno di questa crisi: un oggetto “tutto politico”.
Ci troviamo di fronte, infatti, scrive Krugman, all’assalto da parte di una destra estremista, maggiormente propensa a creare crisi a ripetizione che a cedere di un solo millimetro nelle proprie richieste che sono, nella sostanza, quelle del ritorno al potere, costi quel che costi, dei rappresentanti dell’“individualismo proprietario”.
Uno scontro, ci permettiamo di annotare, dalle chiare dimensioni di “classe”, cui l’attuale governo USA non riesce a replicare per debolezze congenite e per l’accettazione sostanziale di quel meccanismo di superamento delle distinzioni politiche cui si accennava all’inizio: non sarà il caso di ricordare, invece, come la risposta di Roosevelt alla crisi del ’29 fu quella del keynesismo spinto del “New Deal” e della “Tennessee Valley”, senza tema di essere tacciato – nella società americana dell’epoca – di “socialismo”.
Tornando all’oggi, è necessario dedurre invece che lo scontro è ancora tra destra e sinistra, che le nuove contraddizioni planetarie (che nessuno nega) reclamano un aggiornamento nel modo di fare politica, di rivolgersi alla gente, di approntare progetti, programmi, di definire priorità, ma è certo che tutte queste nuove contraddizioni si avviluppano attorno a quella che per tutto il ‘900 abbiamo definito come “principale” e che Stein Rokkan, nella sua fondamentale opera d’individuazione delle grandi fratture epocali, ha individuato come il “cleavage” nel quale si misurano capitale e lavoro.
E’ necessario che le forze politiche individuino in fretta l’oggetto vero del contendere della crisi, che è ancora quello della democraticità nella gestione del potere: è necessario, in questo uno sforzo a livello internazionale, tra tutti i soggetti che non hanno ancora introiettato definitivamente il meccanismo dell’integrazione supina al sistema.
Alle risposte della destra, vanno fornite risposte di sinistra sulla base dei grandi principi dell’eguaglianza, della solidarietà, della liberazione dallo sfruttamento, della capacità di collegamenti “forti sul piano sovranazionale”.
Ci troviamo sicuramente in forte ritardo, e la crisi dei sistemi politici (quello italiano in particolare) appare esiziale sotto questo profilo, ma deve essere ancora possibile muoverci nella direzione di contrapporre all’evidente egemonia culturale dell’avversario un progetto di egemonia alternativa.
Non entro nel dettaglio, per carità: basterebbe avviare una riflessione seria sulla qualità delle contraddizioni, sull’uso strumentale della crisi, sulla necessità di una risposta alternativa, a tutti i livelli.
Savona, lì 10 agosto 2011 Franco Astengo
Da molti anni un’insistente propaganda ha toccato il tasto del superamento dell’ideologia, della fine della distinzione destra/sinistra, di una “globalizzazione virtuosa”, fino a far spingere qualche politologo di grido a parlare di “fine della storia” e di “ondate di democrazia”.
I nodi sono ormai venuti al pettine e la crisi sta mostrando il vero volto del neo-liberismo sfrenato, del processo incontrollato di finanziarizzazione dell’economia, dell’evidente sottrazione di democrazia e di conseguenza di politica che si è realizzato a favore di tecnocrazie invisibili, di nuovi fossati scavati tre le diverse parti del mondo e tra le persone al loro interno, dell’emergere di populismi autocratici anche nel cuore dell’Occidente.
Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, ha individuato, a proposito del caso USA, l’oggetto vero del contendere all’interno di questa crisi: un oggetto “tutto politico”.
Ci troviamo di fronte, infatti, scrive Krugman, all’assalto da parte di una destra estremista, maggiormente propensa a creare crisi a ripetizione che a cedere di un solo millimetro nelle proprie richieste che sono, nella sostanza, quelle del ritorno al potere, costi quel che costi, dei rappresentanti dell’“individualismo proprietario”.
Uno scontro, ci permettiamo di annotare, dalle chiare dimensioni di “classe”, cui l’attuale governo USA non riesce a replicare per debolezze congenite e per l’accettazione sostanziale di quel meccanismo di superamento delle distinzioni politiche cui si accennava all’inizio: non sarà il caso di ricordare, invece, come la risposta di Roosevelt alla crisi del ’29 fu quella del keynesismo spinto del “New Deal” e della “Tennessee Valley”, senza tema di essere tacciato – nella società americana dell’epoca – di “socialismo”.
Tornando all’oggi, è necessario dedurre invece che lo scontro è ancora tra destra e sinistra, che le nuove contraddizioni planetarie (che nessuno nega) reclamano un aggiornamento nel modo di fare politica, di rivolgersi alla gente, di approntare progetti, programmi, di definire priorità, ma è certo che tutte queste nuove contraddizioni si avviluppano attorno a quella che per tutto il ‘900 abbiamo definito come “principale” e che Stein Rokkan, nella sua fondamentale opera d’individuazione delle grandi fratture epocali, ha individuato come il “cleavage” nel quale si misurano capitale e lavoro.
E’ necessario che le forze politiche individuino in fretta l’oggetto vero del contendere della crisi, che è ancora quello della democraticità nella gestione del potere: è necessario, in questo uno sforzo a livello internazionale, tra tutti i soggetti che non hanno ancora introiettato definitivamente il meccanismo dell’integrazione supina al sistema.
Alle risposte della destra, vanno fornite risposte di sinistra sulla base dei grandi principi dell’eguaglianza, della solidarietà, della liberazione dallo sfruttamento, della capacità di collegamenti “forti sul piano sovranazionale”.
Ci troviamo sicuramente in forte ritardo, e la crisi dei sistemi politici (quello italiano in particolare) appare esiziale sotto questo profilo, ma deve essere ancora possibile muoverci nella direzione di contrapporre all’evidente egemonia culturale dell’avversario un progetto di egemonia alternativa.
Non entro nel dettaglio, per carità: basterebbe avviare una riflessione seria sulla qualità delle contraddizioni, sull’uso strumentale della crisi, sulla necessità di una risposta alternativa, a tutti i livelli.
Savona, lì 10 agosto 2011 Franco Astengo
Giuliano Pisapia: Un augurio di buona estate
Cari milanesi
sono passati appena due mesi da quando mi avete eletto sindaco della nostra città. La ricchezza più grande di questa esperienza, quella che non possiamo permettere che vada dissipata, è stata la vostra straordinaria partecipazione in risposta alla mia volontà di ascolto. Ho assunto con voi l’impegno di trasformare Milano e sono certo che è quello che faremo, insieme, nell’arco dei cinque anni che ci aspettano. Oggi che il compito di governare ci impone scelte difficili eccomi dunque a parlare direttamente con voi e a spiegare le nostre decisioni. Non vi parlo delle tante cose fatte in queste poche settimane, ma affronto un tema delicato come credo sia mio dovere, con chiarezza e trasparenza.
Non sono state decisioni facili. Conoscete le ragioni: il bilancio che abbiamo trovato era un bilancio non veritiero, le entrate più importanti semplici voci astratte (cessione di quote di società importanti come Serravalle e Sea), come se nel vostro bilancio casalingo ci fosse il corrispettivo del servizio buono di piatti, che però dovete ancora vendere. E i primi a riconoscerlo sono stati proprio i revisori dei conti del Comune che avevano anche informato l’ex sindaco della reale situazione del bilancio comunale. La Moratti aveva annunciato 48 milioni di attivo mentre c’era un disavanzo di 186 milioni di euro A questo si è aggiunta la manovra del Governo, che, per superare le difficoltà dello Stato ha spostato nuovi oneri sui Comuni. Al Comune di Milano questa manovra costerà 100 milioni di euro. Ma la cosa più difficile sono i vincoli che siamo costretti a rispettare per quello che si chiama Patto di stabilità: se i conti non sono a posto, calano i trasferimenti. E ciò vorrebbe dire per il 2012 altri 90 milioni in meno, oltre all’obbligo di eliminare spese correnti per 353 milioni.
Sono cifre impressionanti. Ma dietro quei numeri che possono sembrare astratti si nascondono cose molto concrete: il posto all’asilo nido, il bonus per i bambini, la ristrutturazione della case popolari che oggi sono sfitte e che vogliamo mettere sul mercato, i pasti a domicilio per gli anziani, i contributi attraverso il Fondo anticrisi alle persone in difficoltà. Se non risanassimo, non potremmo nemmeno pagare i fornitori del Comune; dovremmo cancellare lo sportello imprese; non saremmo in grado di sostituire i 42 «ghisa» che a settembre andranno in pensione; saremmo costretti a tagliare il 10 per cento delle corse dei mezzi dell’Atm.
Non avevamo molte strade. Non è affatto vero, come qualcuno ha affermato, che avremmo potuto tassare i grandi patrimoni; «castigare» i Suv; far pagare di più chi ha un reddito più alto o intervenire sulle transazioni finanziarie. Il Comune non ha questo potere. Sono le leggi dello Stato a stabilire che cosa si può fare. Introdurre l’addizionale Irpef era l’unica cosa che la legge ci consentiva di fare. L’aliquota dello 0,2%, quella che abbiamo introdotto, è la più bassa tra quelle di tutte le grandi città italiane: a Roma è dello 0,9; a Torino 0,7; a Bergamo 0,6; a Bologna 0,5. Mentre la nostra soglia di esenzione è la più alta del nostro Paese: oltre il 70% dei milanesi non pagherà nulla.
Sul rincaro dei biglietti - che ci è imposto per legge – siamo stati costretti ad alzare il prezzo del biglietto ordinario a 1,50 euro per evitare ogni aumento degli abbonamenti annuali e mensili, così che chi utilizza regolarmente i mezzi pubblici non dovrà pagare nulla in più rispetto ad oggi. Potrà viaggiare gratis chi supera i 65 anni e ha un reddito basso; l’abbonamento studenti è stato esteso a tutti i ragazzi sotto i 26 anni, comprendendo quindi anche i giovani lavoratori, e saranno anche introdotte misure a favore di cassintegrati e disoccupati.
Non c’era alternativa e la sofferenza per dover percorrere questa strada mi porta ad impegnarmi ancora di più in quello che era già il mio intendimento: una seria e severa lotta all’evasione. Quello che chi ci ha preceduto, nei suoi 18 anni di governo, non ha fatto e oggi noi non siamo disponibili ad accettare lezioni da chi ha impoverito la città e imbrogliato i milanesi. Abbiamo assistito a un surreale ribaltamento della realtà: abbiamo sentito difendere le categorie deboli da chi ha sempre fatto gli interessi dei forti; da chi ha cercato di trasformare una grande capitale morale in una piccola capitale ministeriale.
Cari milanesi, avevamo solo due strade: chiudere gli occhi, mantenere il deficit e ipotecare il futuro oppure chiedervi sacrifici, risanare il bilancio e investire risorse per costruirlo, il futuro. Sto chiedendo a tutti voi di fare la vostra parte per dare a Milano il futuro che vogliamo. Tutta l’Italia guarda a Milano. Non possiamo condannare Milano, non possiamo deludere l’Italia.
sono passati appena due mesi da quando mi avete eletto sindaco della nostra città. La ricchezza più grande di questa esperienza, quella che non possiamo permettere che vada dissipata, è stata la vostra straordinaria partecipazione in risposta alla mia volontà di ascolto. Ho assunto con voi l’impegno di trasformare Milano e sono certo che è quello che faremo, insieme, nell’arco dei cinque anni che ci aspettano. Oggi che il compito di governare ci impone scelte difficili eccomi dunque a parlare direttamente con voi e a spiegare le nostre decisioni. Non vi parlo delle tante cose fatte in queste poche settimane, ma affronto un tema delicato come credo sia mio dovere, con chiarezza e trasparenza.
Non sono state decisioni facili. Conoscete le ragioni: il bilancio che abbiamo trovato era un bilancio non veritiero, le entrate più importanti semplici voci astratte (cessione di quote di società importanti come Serravalle e Sea), come se nel vostro bilancio casalingo ci fosse il corrispettivo del servizio buono di piatti, che però dovete ancora vendere. E i primi a riconoscerlo sono stati proprio i revisori dei conti del Comune che avevano anche informato l’ex sindaco della reale situazione del bilancio comunale. La Moratti aveva annunciato 48 milioni di attivo mentre c’era un disavanzo di 186 milioni di euro A questo si è aggiunta la manovra del Governo, che, per superare le difficoltà dello Stato ha spostato nuovi oneri sui Comuni. Al Comune di Milano questa manovra costerà 100 milioni di euro. Ma la cosa più difficile sono i vincoli che siamo costretti a rispettare per quello che si chiama Patto di stabilità: se i conti non sono a posto, calano i trasferimenti. E ciò vorrebbe dire per il 2012 altri 90 milioni in meno, oltre all’obbligo di eliminare spese correnti per 353 milioni.
Sono cifre impressionanti. Ma dietro quei numeri che possono sembrare astratti si nascondono cose molto concrete: il posto all’asilo nido, il bonus per i bambini, la ristrutturazione della case popolari che oggi sono sfitte e che vogliamo mettere sul mercato, i pasti a domicilio per gli anziani, i contributi attraverso il Fondo anticrisi alle persone in difficoltà. Se non risanassimo, non potremmo nemmeno pagare i fornitori del Comune; dovremmo cancellare lo sportello imprese; non saremmo in grado di sostituire i 42 «ghisa» che a settembre andranno in pensione; saremmo costretti a tagliare il 10 per cento delle corse dei mezzi dell’Atm.
Non avevamo molte strade. Non è affatto vero, come qualcuno ha affermato, che avremmo potuto tassare i grandi patrimoni; «castigare» i Suv; far pagare di più chi ha un reddito più alto o intervenire sulle transazioni finanziarie. Il Comune non ha questo potere. Sono le leggi dello Stato a stabilire che cosa si può fare. Introdurre l’addizionale Irpef era l’unica cosa che la legge ci consentiva di fare. L’aliquota dello 0,2%, quella che abbiamo introdotto, è la più bassa tra quelle di tutte le grandi città italiane: a Roma è dello 0,9; a Torino 0,7; a Bergamo 0,6; a Bologna 0,5. Mentre la nostra soglia di esenzione è la più alta del nostro Paese: oltre il 70% dei milanesi non pagherà nulla.
Sul rincaro dei biglietti - che ci è imposto per legge – siamo stati costretti ad alzare il prezzo del biglietto ordinario a 1,50 euro per evitare ogni aumento degli abbonamenti annuali e mensili, così che chi utilizza regolarmente i mezzi pubblici non dovrà pagare nulla in più rispetto ad oggi. Potrà viaggiare gratis chi supera i 65 anni e ha un reddito basso; l’abbonamento studenti è stato esteso a tutti i ragazzi sotto i 26 anni, comprendendo quindi anche i giovani lavoratori, e saranno anche introdotte misure a favore di cassintegrati e disoccupati.
Non c’era alternativa e la sofferenza per dover percorrere questa strada mi porta ad impegnarmi ancora di più in quello che era già il mio intendimento: una seria e severa lotta all’evasione. Quello che chi ci ha preceduto, nei suoi 18 anni di governo, non ha fatto e oggi noi non siamo disponibili ad accettare lezioni da chi ha impoverito la città e imbrogliato i milanesi. Abbiamo assistito a un surreale ribaltamento della realtà: abbiamo sentito difendere le categorie deboli da chi ha sempre fatto gli interessi dei forti; da chi ha cercato di trasformare una grande capitale morale in una piccola capitale ministeriale.
Cari milanesi, avevamo solo due strade: chiudere gli occhi, mantenere il deficit e ipotecare il futuro oppure chiedervi sacrifici, risanare il bilancio e investire risorse per costruirlo, il futuro. Sto chiedendo a tutti voi di fare la vostra parte per dare a Milano il futuro che vogliamo. Tutta l’Italia guarda a Milano. Non possiamo condannare Milano, non possiamo deludere l’Italia.
Franco Astengo: Crisi e governo della globalizzazione
CRISI E GOVERNO DELLA GLOBALIZZAZIONE
Gli strumenti attraverso i quali gli Stati stanno cercando di affrontare l’intricata matassa della crisi finanziaria globale che sta interessando, soprattutto, i più importanti mercati dell’Occidente, paiono rivelarsi del tutto inefficaci mettendo a nudo un nuovo elemento sul quale, forse, non abbiamo riflettuto a sufficienza: il deficit di sovranità.
Due editoriali, ieri, affrontavano sia pure lateralmente la questione: Mario Monti sul “Corriere della Sera” (riferendosi specificatamente al “caso Italiano”) scriveva di “Podestà forestiero” e oggi i giornali rincarano la dose scrivendo di “commissariamento” (indicando diversi livelli di quest’operazione, anche con una certa confusione) e Marco d’Eramo sul “Manifesto” scriveva di “nuova superpotenza” alludendo all’agenzia di rating che ha declassato gli USA.
Abbiamo studiato molto, nel corso di questi ultimi anni, la cosiddetta “crisi dello stato-nazione” ponendoci sul piano, appunto, del velocizzarsi del processo definito – appunto - di globalizzazione (che comunque è sempre esistito, da quando lo scambio commerciale si è esteso geograficamente): abbiamo studiato il fenomeno affrontandolo, da destra e da sinistra, senza però riuscire a produrre un piano intermedio praticabile, un livello di transizione, che riuscisse, in una qualche misura, a intrecciare le esigenze di tutti gli attori politici, economici, sociali.
Sicuramente abbiamo individuato come le spinte verso una politica più globale significassero come sempre più le decisioni fossero determinate all’esterno degli Stati; e non soltanto in campo economico, come dimostra la gestione delle punizioni di violazioni nei diritti umani.
E’ cambiato il principio di sovranità. Se la politica internazionale era determinata, fino a qualche decennio fa, soprattutto da accordi multilaterali (ricordate quando c’erano le due “superpotenze”: Salt 1, Salt 2, e via dicendo; in fondo anche l’ONU, che in origine escludeva le nazioni perdenti nella seconda guerra mondiale, era nato a un accordo multilaterale), oggi è evidente come gli artefici della politica internazionale si sono moltiplicati e sono entrati in scena anche attori privati, come appunto le agenzie di rating, le organizzazioni non governative, altre organizzazioni internazionali di vario tipo, che hanno dato vita a una “governance” che costituisce sempre più un sistema multicentrico e multidimensionale.
Nascono in questo contesto i “commissariamenti” e le nuove “superpotenze”, mentre sono assolutamente deperiti gli organismi internazionali rappresentativi delle realtà statuali (l’ONU, in primis) e tutti questi soggetti sono sfuggiti alla logica della politica, per muoversi prioritariamente sul terreno del primato della tecnocrazia (anche la stessa scienza politica non è sfuggita a questa logica).
Emerge davvero, in sostanza, un “deficit democratico”, un’assenza di “luoghi di governo” adeguati al frangente storico: l’Europa “politica” avrebbe potuto rappresentare il fondamentale punto di novità, in questo quadro così difficile e complesso.
La scelta è stata quella di abbandonare questa strada per imporre, dopo Maastricht, l’unione monetaria e promuovendo un allargamento delle presenze statuali in funzione meramente mercatistica: una scelta che ha aperto la strada a un massiccio intervento speculativo verificatosi all’insegna del processo di finanziarizzazione dell’economia.
Lasciamo da parte la specificità della situazione italiana che, in questo contesto, soffre dell’assoluta incredibilità dell’attuale governo nazionale, di una debolezza dell’intero sistema politico, di un ritardo ormai strutturale in campo economico e produttivo, e cerchiamo di approdare al punto centrale: quello della ripresa di un’idea di Europa Politica :anche la sinistra anti-europeista, in funzione di una visione della dimensione di classe di matrice internazionalista dovrebbe cercare di riflettere su questo punto.
Certo: l’Europa è quella delle banche (e qualcuno aggiunge “dei padroni”) e i cosiddetti “commissariamenti” avvengono su un certo tipo di gestione della crisi, quello delle finanze e dei mercati, ma a sinistra dobbiamo ritrovare la dimensione giusta degli obiettivi: l’Europa politica, il ripristino della democrazia a quel livello, potrebbe rappresentare un momento importante di recupero di coesione e di prospettiva.
Savona, li 8 agosto 2011 Franco Astengo
Gli strumenti attraverso i quali gli Stati stanno cercando di affrontare l’intricata matassa della crisi finanziaria globale che sta interessando, soprattutto, i più importanti mercati dell’Occidente, paiono rivelarsi del tutto inefficaci mettendo a nudo un nuovo elemento sul quale, forse, non abbiamo riflettuto a sufficienza: il deficit di sovranità.
Due editoriali, ieri, affrontavano sia pure lateralmente la questione: Mario Monti sul “Corriere della Sera” (riferendosi specificatamente al “caso Italiano”) scriveva di “Podestà forestiero” e oggi i giornali rincarano la dose scrivendo di “commissariamento” (indicando diversi livelli di quest’operazione, anche con una certa confusione) e Marco d’Eramo sul “Manifesto” scriveva di “nuova superpotenza” alludendo all’agenzia di rating che ha declassato gli USA.
Abbiamo studiato molto, nel corso di questi ultimi anni, la cosiddetta “crisi dello stato-nazione” ponendoci sul piano, appunto, del velocizzarsi del processo definito – appunto - di globalizzazione (che comunque è sempre esistito, da quando lo scambio commerciale si è esteso geograficamente): abbiamo studiato il fenomeno affrontandolo, da destra e da sinistra, senza però riuscire a produrre un piano intermedio praticabile, un livello di transizione, che riuscisse, in una qualche misura, a intrecciare le esigenze di tutti gli attori politici, economici, sociali.
Sicuramente abbiamo individuato come le spinte verso una politica più globale significassero come sempre più le decisioni fossero determinate all’esterno degli Stati; e non soltanto in campo economico, come dimostra la gestione delle punizioni di violazioni nei diritti umani.
E’ cambiato il principio di sovranità. Se la politica internazionale era determinata, fino a qualche decennio fa, soprattutto da accordi multilaterali (ricordate quando c’erano le due “superpotenze”: Salt 1, Salt 2, e via dicendo; in fondo anche l’ONU, che in origine escludeva le nazioni perdenti nella seconda guerra mondiale, era nato a un accordo multilaterale), oggi è evidente come gli artefici della politica internazionale si sono moltiplicati e sono entrati in scena anche attori privati, come appunto le agenzie di rating, le organizzazioni non governative, altre organizzazioni internazionali di vario tipo, che hanno dato vita a una “governance” che costituisce sempre più un sistema multicentrico e multidimensionale.
Nascono in questo contesto i “commissariamenti” e le nuove “superpotenze”, mentre sono assolutamente deperiti gli organismi internazionali rappresentativi delle realtà statuali (l’ONU, in primis) e tutti questi soggetti sono sfuggiti alla logica della politica, per muoversi prioritariamente sul terreno del primato della tecnocrazia (anche la stessa scienza politica non è sfuggita a questa logica).
Emerge davvero, in sostanza, un “deficit democratico”, un’assenza di “luoghi di governo” adeguati al frangente storico: l’Europa “politica” avrebbe potuto rappresentare il fondamentale punto di novità, in questo quadro così difficile e complesso.
La scelta è stata quella di abbandonare questa strada per imporre, dopo Maastricht, l’unione monetaria e promuovendo un allargamento delle presenze statuali in funzione meramente mercatistica: una scelta che ha aperto la strada a un massiccio intervento speculativo verificatosi all’insegna del processo di finanziarizzazione dell’economia.
Lasciamo da parte la specificità della situazione italiana che, in questo contesto, soffre dell’assoluta incredibilità dell’attuale governo nazionale, di una debolezza dell’intero sistema politico, di un ritardo ormai strutturale in campo economico e produttivo, e cerchiamo di approdare al punto centrale: quello della ripresa di un’idea di Europa Politica :anche la sinistra anti-europeista, in funzione di una visione della dimensione di classe di matrice internazionalista dovrebbe cercare di riflettere su questo punto.
Certo: l’Europa è quella delle banche (e qualcuno aggiunge “dei padroni”) e i cosiddetti “commissariamenti” avvengono su un certo tipo di gestione della crisi, quello delle finanze e dei mercati, ma a sinistra dobbiamo ritrovare la dimensione giusta degli obiettivi: l’Europa politica, il ripristino della democrazia a quel livello, potrebbe rappresentare un momento importante di recupero di coesione e di prospettiva.
Savona, li 8 agosto 2011 Franco Astengo
Francesca Lacaita: Simboli religiosi
Due articoli sull'Unità di oggi da posizioni diverse sul disegno di legge della Sbai sul divieto di coprirsi il volto nei luoghi pubblici, uno dell'antropologa Ruba Salih ("La guerra al velo fa il gioco dell'ala dura del mondo islamico": http://www.facebook.com/l/lAQALZXfcAQCkpYy-OAa_SqIRmGeFs3zXIvhhd54D8zLcrQ/newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12Z1JH) e l'altro di Stefano Ceccanti ("Ma la società aperta chiede riconoscibilità": http://www.facebook.com/l/xAQB_IFvSAQAHnRHeG0A6Jk3gT7Cxts2mXXHHe2JE4DlCbg/newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12Z1JR). Come, il Ceccanti del disegno di legge PD sull'esposizione del crocifisso??? Sì, proprio lui - quando si dice una vita dalla parte sbagliata... Se davvero fosse una questione di riconoscibilità non si mancherebbe di disciplinare anche i barboni (nel senso di grandi barbe) - se ti fai crescere il barbone non sei riconoscibile, e neanche se te lo tagli (chi riconoscerebbe Marx senza barba?). Delle barbe non parla nessuno, tutti si acceniscono contro le donne - perché??
Lanfranco Turci: Di male in peggio
Di male in peggio
Il pareggio di bilancio in Costituzione è una mossa ideologica tipicamente
di destra (idem la modifica dell'art.41) che se messo in pratica davvero
paralizzerebbe le capacità di politica economica degli stati. Il che non
vuol dire che non si possa avere in certi anni anche il bilancio in pareggio
o addirittura in attivo. Ma vincolarlo in Costituzione è la prova estrema di
come il liberismo abbia fatto danni devastanti anche a sinistra. Segnalo
l’ampia letteratura in tema su http://www.levyinstitute.org/ .Che poi
Tremonti sostenga questa modifica e quella dell’art.41,quel Tremonti che due
o tre anni fa accusava la sinistra di soggezione al mercatismo, è la prova
ulteriore che siamo di fronte a gruppi dirigenti screditati,che si
troveranno uniti,con Berlusconi o meno,solo nel dare l'ennesima stangata ai
ceti popolari e un'ulteriore spinta recessiva al paese. Intanto Usa e Europa
marciano felici nella stagnazione se non peggio. Ieri l'altro Krugman
osservava che non siamo di fronte a una seconda caduta recessiva dopo quella
del 2008, perchè la ripresa non è mai cominciata davvero. Interessante
capire la dinamica della decisione di ieri del governo di anticipare al 2013
il pareggio di bilancio,cioè 25 md di tagli fra assistenza e detrazioni
fiscali soprattutto a carico dei ceti popolari e tagli ulteriori agli enti
locali e alla sanità. La Bce si è rifiutata fin dall’inizio della crisi di
fare il suo dovere di sostenere i titoli di stato contro la speculazione,
l’Europa ha rinviato all’infinito lo strumento degli eurobond per sostenere
i debiti sovrani e avviare un piano Marshall europeo. Idem per la tassa
sulle transazioni finanziarie. Così di fronte al precipitare della crisi è
diventata senso comune (indotto dal pensiero unico che pervade i mass media)
la accettazione della necessità dell’austerity, propugnata dalle destre e
dalla cultura neoliberista tuttora dominante, con i suoi contenuti classisti
(Secondo la definizione di Bersani) e le sue implicazioni recessive. Ora
Berlusconi e Tremonti hanno un paravento “oggettivo” per le loro scelte, i
sindacati sono divisi e quasi disarmati (devo dire che non ho capito
l’union sacré delle forze sociali, un protagonismo confuso,velleitario e al
limite autolesionistico per le organizzazioni rappresentative di ceti
popolari)e la sinistra non sa che dire,spiazzata dalla mossa collaborativa
di Casini e dalla malcelata disponibilità a dare copertura al governo da
parte di un pezzo importante del PD. Non sa che dire perché fin dall’inizio
ha rifiutato una lettura sociale della crisi e degli interessi in conflitto
all’interno di essa e alla sua stessa origine. Ha rifiutato di abbandonare
una visione irenistica e assolutoria delle politiche delle istituzioni
europee, della cultura neoliberista che le ispirava e degli interessi
nazionali forti che le condizionavano. Si è rifiutata quindi di assumersi
l’onere di un autonomo progetto di risposta alla crisi, sia a livello
nazionale che europeo, attorno a cui cercare di costruire un movimento di
lotta , una forte pressione popolare e quindi una propria maggioranza. Da
qui anche è derivato, al di là delle sollecitazioni del Presidente della
Repubblica,il modo disarmato con cui ha ingoiato il passaggio in due giorni
della manovra Tremonti in Parlamento. Manovra che doveva cambiare le sorti
del paese e che invece è stata seguita dalla rincorsa verso l’alto degli *
spread* fra i titoli di stato italiani e tedeschi, secondo lo schema già
visto all’opera in Grecia e negli altri paesi periferici. Ora può darsi che
la Bce, Germania permettendo, decida di sostenere in modo efficace i nostri
e altrui titoli pubblici o che invece li lasci a un livello tale da tenerci
un ferreo morso in bocca. Ciò non toglie che nel frattempo, dopo la
irresponsabile inerzia iniziale del governo e di Tremonti, avremo imboccato
quella strada della austerity e della recessione che a livello europeo,
almeno a voce, tutti i Partiti socialisti e il Pd condannano. E la avremo
imboccata senza una reazione ancora adeguata nel paese e senza che si
delinei una alternativa a sinistra. Complimenti!
PS:ho visto una foto degli indignados spagnoli con un cartello:”Trichet và a
casa!”.Quando in Italia?
Lanfranco turci
Il pareggio di bilancio in Costituzione è una mossa ideologica tipicamente
di destra (idem la modifica dell'art.41) che se messo in pratica davvero
paralizzerebbe le capacità di politica economica degli stati. Il che non
vuol dire che non si possa avere in certi anni anche il bilancio in pareggio
o addirittura in attivo. Ma vincolarlo in Costituzione è la prova estrema di
come il liberismo abbia fatto danni devastanti anche a sinistra. Segnalo
l’ampia letteratura in tema su http://www.levyinstitute.org/ .Che poi
Tremonti sostenga questa modifica e quella dell’art.41,quel Tremonti che due
o tre anni fa accusava la sinistra di soggezione al mercatismo, è la prova
ulteriore che siamo di fronte a gruppi dirigenti screditati,che si
troveranno uniti,con Berlusconi o meno,solo nel dare l'ennesima stangata ai
ceti popolari e un'ulteriore spinta recessiva al paese. Intanto Usa e Europa
marciano felici nella stagnazione se non peggio. Ieri l'altro Krugman
osservava che non siamo di fronte a una seconda caduta recessiva dopo quella
del 2008, perchè la ripresa non è mai cominciata davvero. Interessante
capire la dinamica della decisione di ieri del governo di anticipare al 2013
il pareggio di bilancio,cioè 25 md di tagli fra assistenza e detrazioni
fiscali soprattutto a carico dei ceti popolari e tagli ulteriori agli enti
locali e alla sanità. La Bce si è rifiutata fin dall’inizio della crisi di
fare il suo dovere di sostenere i titoli di stato contro la speculazione,
l’Europa ha rinviato all’infinito lo strumento degli eurobond per sostenere
i debiti sovrani e avviare un piano Marshall europeo. Idem per la tassa
sulle transazioni finanziarie. Così di fronte al precipitare della crisi è
diventata senso comune (indotto dal pensiero unico che pervade i mass media)
la accettazione della necessità dell’austerity, propugnata dalle destre e
dalla cultura neoliberista tuttora dominante, con i suoi contenuti classisti
(Secondo la definizione di Bersani) e le sue implicazioni recessive. Ora
Berlusconi e Tremonti hanno un paravento “oggettivo” per le loro scelte, i
sindacati sono divisi e quasi disarmati (devo dire che non ho capito
l’union sacré delle forze sociali, un protagonismo confuso,velleitario e al
limite autolesionistico per le organizzazioni rappresentative di ceti
popolari)e la sinistra non sa che dire,spiazzata dalla mossa collaborativa
di Casini e dalla malcelata disponibilità a dare copertura al governo da
parte di un pezzo importante del PD. Non sa che dire perché fin dall’inizio
ha rifiutato una lettura sociale della crisi e degli interessi in conflitto
all’interno di essa e alla sua stessa origine. Ha rifiutato di abbandonare
una visione irenistica e assolutoria delle politiche delle istituzioni
europee, della cultura neoliberista che le ispirava e degli interessi
nazionali forti che le condizionavano. Si è rifiutata quindi di assumersi
l’onere di un autonomo progetto di risposta alla crisi, sia a livello
nazionale che europeo, attorno a cui cercare di costruire un movimento di
lotta , una forte pressione popolare e quindi una propria maggioranza. Da
qui anche è derivato, al di là delle sollecitazioni del Presidente della
Repubblica,il modo disarmato con cui ha ingoiato il passaggio in due giorni
della manovra Tremonti in Parlamento. Manovra che doveva cambiare le sorti
del paese e che invece è stata seguita dalla rincorsa verso l’alto degli *
spread* fra i titoli di stato italiani e tedeschi, secondo lo schema già
visto all’opera in Grecia e negli altri paesi periferici. Ora può darsi che
la Bce, Germania permettendo, decida di sostenere in modo efficace i nostri
e altrui titoli pubblici o che invece li lasci a un livello tale da tenerci
un ferreo morso in bocca. Ciò non toglie che nel frattempo, dopo la
irresponsabile inerzia iniziale del governo e di Tremonti, avremo imboccato
quella strada della austerity e della recessione che a livello europeo,
almeno a voce, tutti i Partiti socialisti e il Pd condannano. E la avremo
imboccata senza una reazione ancora adeguata nel paese e senza che si
delinei una alternativa a sinistra. Complimenti!
PS:ho visto una foto degli indignados spagnoli con un cartello:”Trichet và a
casa!”.Quando in Italia?
Lanfranco turci
Iscriviti a:
Post (Atom)