domenica 23 agosto 2026

Franco Astengo: La fragilità del sistema politico italiano

LA FRAGILITÀ’ DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO di Franco Astengo A destra si è lanciato l’allarme: sarà difficile raggiungere il quorum valido per il premio di maggioranza (42%). A sinistra si sta cercando rendere ancora più laceranti le già distruttive primarie impancandosi in un dibattito fortemente divisivo anchee soprattutto tra i diversi riferimenti sociali tra cultura woke/ riformismo/lotta di classe. Ferma restando l’indicazione dell’assoluta necessità di fermare questa destra sarà bene osservare come nessuno pare meditare sulla debolezza congenita di questo poco apprezzato sistema politico i cui protagonisti nel corso di questa legislatura non sono riusciti a realizzare l’obiettivo di costruire un “bipolarismo temperato” su cui fondare una possibilità di alternanza collegata ad una adeguata formula elettorale. Premesso che la data delle elezioni non è stata ancora fissata e che le condizioni attuali del sistema non rendono conveniente a nessuno un eventuale anticipo è il caso di formulare un pronostico: se davvero i fautori della riforma della formula si sono accorti del possibile danno che la modifica proposta arrecherebbe alla loro parte politica potrebbe apparire possibile che alla scadenza della legislatura (autunno 2027) si ritorni al voto con la formula attuale mista tra collegi uninominali e voto di lista in un quadro dove l’improvvida riduzione del numero dei parlamentari può sì garantire la governabilità ma non certo la necessaria capacità di rappresentanza politica e geografica delle Camere. Questo fatto rappresenterebbe un segnale di vero e proprio fallimento dell’operazione “mutamento nella forma di governo” che ha rappresentato il vero obiettivo di legislatura di Fdi; sarebbe fallito proprio l’obiettivo di una qualche forma (nel caso della proposta di legge in discussione del tutto surrettizia) di elezione diretta del presidente del Consiglio da contrapporre al Presidente della Repubblica eletto dal parlamento, quindi in secondo grado ponendone in discussione prerogative e ruolo aprendo così la strada – appunto – ad una modifica radicale della Costituzione. Così il sistema si dimostra fragile non essendo sufficiente quella soltanto apparente stabilità di governo che non risulta rappresentare elemento di sufficiente crescita di consenso e di riequilibrio del sistema. Un sistema bipolare non bipartitico:l’idea bipartitica rappresentò il primo decisivo fallimento del PD nel 2008 e provocò la crisi del PdL due fatti che rappresentarono un punto di importanza strategica nello spostamento a destra del sistema; spostamento a destra regolarmente avvenuto dopo il fallimento dell’ipotesi di riarticolazione del sistema rappresentato dal M5S, fatto sui cui ritorneremo in conclusione. Una diminuzione di consenso generale e di credibilità avviata a partire dalla modifica della formula elettorale attuata nel 2005 e poi smantellata dalla Corte Costituzionale. La formula elettorale elaborata nel 2005 ha provocato la rottura dell’equilibrio che pure a fatica era stata garantita dalla formula mista maggioritario/proporzionale varata a seguito dell’esito del referendum del 18 aprile 1993. Nel 2005 si varò una formula (poi utilizzata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013) concettualmente escogitata soltanto per limitare in quel preciso momento le dimensioni di una secca sconfitta per il governo uscente (fatto che poi nelle urne non si verificò comunque). A partire dal 2013 poi è stato spezzato quell’abbozzo di bipolarismo che pure si era tentato di rimettere in piedi: fallita l’ipotesi centrista scaturita dal governo tecnico il sistema si è suddiviso in tre spicchi, uno dei quali, quello emergente fondato su di un populismo antipolitico che una volta svanito ha dato origine ad un fenomeno di astensione così consistente da porre il quadro ad un vero e proprio livello di guardia. Un forte contributo alla perdita di credibilità lo aveva fornito il tentativo di riforma costituzionale (imperniato anch’esso sul prevalere della governabilità sulla rappresentanza) bocciato clamorosamente nelle urne nel dicembre 2016. Non basta misurare la produttività di un sistema politico sulla base di una presunta stabilità di governo (si aprirebbe qui una discussione storica al riguardo della continuità di governo garantita dalla DC attraverso diverse combinazioni che le garantivano comunque la necessaria centralità in una situazione favorita, ad onor del vero, dalla “conventio ad excludendum” poi attenuata dall’ingresso in scena delle Regioni) oppure da una difficilmente misurabile capacità legislativa delle Camere. Il vero metro di misura rimane quello del grado di consenso complessivo del sistema comparabile attraverso due parametri: la partecipazione al voto e la quota di consenso raccolto dal partito di maggioranza relativa (dati relativi al territorio nazionale) Elezioni 2006: iscritti 46.997.601 voti validi 38.153.343 maggioranza relativa: Ulivo 11.930.383 Elezioni 2008: iscritti 47.041.814 voti validi 36.457.254 maggioranza relativa: PdL 13.629. 464 Elezioni 2013: iscritti 46.905.154 voti validi 34.005.755 maggioranza relativa: M5S 8.691.406 Elezioni 2018 iscritti 46.505.350 voti validi 32.841.025 maggioranza relativa : M5S 10.732.066 Elezioni 2022 iscritti 46-021.956 voti validi 28.098.156 maggioranza relativa : FdI 7.301.303 Numeri che parlano da soli senza commento: in 16 anni si sono persi (con una sostanziale stabilità nel numero degli aventi diritto) più di 10.000.000 di voti validi, mentre il partito di maggioranza relativa è dimagrito di oltre 4.000.000 di suffragi. Si segnala ancora come il M5S per due volte partito di maggioranza relativa sul territorio nazionale non sia stato in grado di realizzare un “sistema” raccolto attorno alla propria centralità (in realtà ancora adesso il M5S pare insistere in una tattica divisoria pur facendo parte almeno a parole del cosiddetto “Campo Largo”). La stessa incapacità è stata dimostrata da FdI (pur con numeri ridotti) che sta arrivando al traguardo con una coalizione di governo divisa e dovendo fronteggiare una scissione che mira a spostare l’asse politico dell’intero sistema. In sostanza un sistema fragile i cui attori insistono nell’accentuarne la debolezza nella convinzione che in questo modo la spartizione delle reciproche fette di potere sia praticabile più agevolmente e il potere derivantene più facilmente conservabile. Si aprirebbe qui una discussione (doverosa) sul mutamento nelle forme della politica e sul peso dei mezzi di comunicazione di massa e nell’uso della nuove tecnologie: andremmo troppo lontano almeno per questa occasione. Basterà ricordare come il tema centrale rimane quello della difficoltà di credibilità dell’intero sistema, della corporativizzazione delle opinioni politiche, di una società fondata sull’individualismo competitivo, dalla presenza di movimenti partecipati ma non in grado di incidere sulla decisionalità generale in assenza di adeguati soggetti politici.

Lucrezia Reichlin: “Rischiamo una crisi globale su energia e mercati finanziari” - nuovAtlantide.org

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martedì 11 agosto 2026

Franco Astengo: Visione del mondo e ottimismo della ragione

VISIONE DEL MONDO E OTTIMISMO DELLA RAGIONE di Franco Astengo Mentre la media moralità presente nel sistema politico italiano si rispecchia nel “caso Lavitola” Massimo Cacciari (“Il Corriere della Sera” 10 agosto 2026) scrive ( o meglio dichiara in una intervista) a proposito del cosiddetto “Campo Largo”: “Un’alleanza priva di una idea del mondo..Un’unità politico-strategica non può nascere soltanto dal primum vivere. Mancano analisi serie che si costruiscono sulla base di analisi, di dibattiti, attraverso mozioni congressuali che stabiliscano modalità, termini e limiti dell’azione politica”. Oswald Spengler nel suo “Tramonto dell’Occidente” (1918) traccia un quadro che può essere così riassunto “L’idea che il nostro mondo, o meglio la nostra civiltà, stia per finire è nell’aria. E non solo a causa del cambiamento climatico, Chi concorda con questa deplorazione, ancestrale, tende a incolpare la ragione universalista, che separa l’uomo dal resto dei viventi e sostituisce l’inscrizione nel concreto di una terra e di un gruppo con una democrazia astratta. Nozioni che per alcuni non sono più appannaggio dell’estrema destra”. In questo modo con la separazione dell'uomo dal resto dei viventi si compirebbe la parabola della teoria della “fine della storia” che coinciderebbe con l’idea della “fine del nostro mondo” : è la filosofia di Musk e dei grandi padroni delle “big-tech” ben oltre quella “Maga” e già proiettati verso il dominio dello spazio. Si dovrebbe riflettere sulla diversità di intrecci che si stanno determinando rispetto alla visione tradizionale della "teoria delle fratture" ( struttura e sovrastruttura) superando il pessimismo del: non rimane altro che “sospirare il passato”, arrendendoci all’esistente e ai dettati imperativi della comunicazione mainstream nell’ammissione che “il nostro mondo è perduto” e magari davvero “si stava meglio quando si stava peggio”. Così un presunto progressismo si allinea alla destra all’interno di una sorta di teoria della catastrofe. Poco si discute intorno alla possibilità di elaborare un progetto di “società sobria” intesa proprio come soggetto di prosecuzione della storia. Non possiamo e non dobbiamo permettere che la "fine del nostro mondo" coincida appunto con la "fine della storia" confluendo in nuovo ordine del tipo di quello descritto da Kurzweil quando prevede (per la fine di questo secolo) un "futuro in cui le macchine intelligenti saranno umane, anche se non biologiche e avranno corpi virtuali all'interno di realtà virtuali". A quel punto, secondo l'autore, gli esseri umani vivranno individualisticamente all'interno di realtà virtuali e il destino del genere umano sarà quello della "Singolarità". Se vogliamo contrastare l’affermarsi definitivo dell’egemonia della forza basata sull’esclusività del dominio della tecnologia e della conseguente concentrazione di potere basato sul dominio dell'immateriale sul singolo bisognerà dunque prometterci di "cercare ancora". L'interrogativo più pressante appare allora quello dello stabilire se saremo in grado di disegnare una nuova collettività, un ruolo della "Cosa pubblica" (inteso come "stare assieme") : quella che abbiamo definito "Stato" e/o "Sovranazionalità" proponendo un'alternativa, un “socialismo della finitudine” (per André Tosel "comunismo della finitudine") e che adesso, senza richiamare necessariamente le "magnifiche sorti e progressive" potremmo provare a intitolare al "socialismo dell'orizzonte" utilizzando per definirne il pensiero d'origine l'inedita categoria dell' "ottimismo della ragione". Non servono voci figlie della catastrofe. Si può pensare di poter “cercare ancora” per trovare vie di nuovo sviluppo per modificare le grandi storture della modernità. Nel momento ci troviamo davanti alla necessità di un ripensamento generale. Una riflessione rivolta al globale posta ad un livello che non avremmo mai immaginato e che potrebbe essere indicato come “di civiltà”. Sarà soltanto in questa dimensione, di vera e propria ridefinizione del concetto di civiltà che si potrà rispondere a quegli "infingimenti scenici" che nascondano il solito egoismo vorace dei più forti. Si tratta di trovare assieme la sede di una riflessione e di ricerca di una strada utile anche per adeguare la nostra pratica perché abbiamo disperato bisogno di ritrovare tutto il pragmatismo necessario per affrontare le lotte del giorno per giorno che, beninteso, continuano a pressarci in una quotidiana “edizione straordinaria”.