sabato 27 dicembre 2008

Pia Locatelli: commento alla predica di natale di prampolini

Commento alla “Predica di Natale” di Camillo Prampolini
Reggio Emilia 22-12-08

E’ bello essere riuniti qui in ricordo di un uomo con cui vorremmo aver diviso il pane. Come potrà confermarvi Gianni Bernini, ho accolto la sua proposta di essere qui stasera senza esitazione e considero questo invito un onore, fuor di retorica. Per me, riformista da sempre, Prampolini rappresenta l'esempio del socialista, gradualista nella prassi politica e, al contempo, intransigente nei principi e nei valori. Camillo Prampolini ci parla ancora; rimane dopo tanti anni il ricordo della sua vita bene spesa, perché ancora c’è fame e sete di giustizia. Le sue parole e il suo ricordo ci richiamano al senso vero e profondo, originario, del nostro essere cittadini e cittadine impegnati in politica, gente di sinistra, socialisti.
Prampolini aveva fede ferma nel socialismo perché per lui il socialismo non era una teoria economica, un’ideologia, un programma in sette o dieci o cento punti; per Prampolini il socialismo era una scelta di principio, un valore morale. Tra noi troppo spesso le pratiche del culto (culto di partito, elettorale..) hanno preso il sopravvento sulla fede nella nostra religione laica di giustizia e libertà.
Laicità, intelligenza e senso pratico, per servire a qualcosa, hanno bisogno di una bella fede, sincera e anche ingenua, di cui siano al servizio. E di opere, tante opere, perché, “Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa”. Queste le parole dell’apostolo Giacomo, in una bella pagina degli Atti degli Apostoli, bella e per me, mi si scusi, la più socialista.
Nelle chiese romaniche che furono costruite a Reggio e in tutta la pianura padana dopo l’anno Mille, erano visibili l’espressione della fede e quella del lavoro di una comunità. Basse e robuste come granai, quelle chiese raramente avevano firma di architetti o scultori: quasi sempre anonime, erano la raccolta dei saperi e del lavoro di tutti, scalpellini e muratori, falegnami e carpentieri. Erano la casa di tutti, e anche chi non crede in un Dio trascendente ne dovrebbe venerare le mura, perché tirate su con la fatica di tanti, per la speranza e il rifugio di tutti. In quelle chiese, forse solo per l’ora di una messa, si era tutti uguali, e gli sbirri non potevano arrestarti, e per molti erano l’unico luogo dove trovare qualche frescura d’estate, e un po’ di caldo d’inverno.
Ma veniamo alla “Predica di Natale”, che Prampolini scrisse sul periodico “La Giustizia”, dove immagina che un predicatore socialista tenga un discorso innanzi a una chiesa il giorno di Natale. Chissà quante volte l'avete sentita, questa predica, ma mi piace riprenderne dei pezzi:
“Lavoratori ! Ancora una volta voi avete festeggiata nelle vostre case e nella vostra chiesa la nascita di Gesù Cristo. Ma interrogate la vostra coscienza: siete ben sicuri di meritare il nome di cristiani? Siete ben sicuri di seguire i principi santi predicati da Cristo e pei quali egli morì?Badate! Voi vi dite cristiani, perché recitate le preghiere che v'insegnarono i vostri parenti; perché andate alla messa e alla benedizione; perché infine vi confessate, vi comunicate e osservate tutte le altre pratiche del culto cattolicoMa credete voi che questo basti per chiamarsi cristiani? voi non potete crederlo, o amici lavoratori.
Non potete crederlo, perché diversamente ......... si dovrebbe arrivare alla strana, assurda, ridicola conclusione che i primi e più devoti seguaci di Cristo e lo stesso Cristo in persona... non furono cristiani!
Voi sapete, infatti, che mille e tanti anni fa, quando Cristo cominciò a predicare la sua fede, non c'erano né curati né parroci né vescovi né cardinali né papi e neppure «chiese» ...... Voi sapete che egli era quasi solo contro tutti; che lo seguivano soltanto gli umili popolani; dei pescatori, degli artigiani, delle povere donne e dei ragazzi; che i ricchi e i sacerdoti del suo paese, i farisei e gli scribi lo derisero dapprima come un matto: e poi........ lo fecero arrestare e.......... lo trassero a morte, condannandolo al crudele e infame supplizio della croce.”
Sin da questa prima parte il testo appare fortemente anticlericale, ma per comprenderne il senso non possiamo non contestualizzare: siamo alla fine dell'Ottocento, dove l'analfabetismo era diffusissimo, buona parte della popolazione era affetta da pellagra, viveva di lavori saltuari o di accattonaggio, in luoghi malsani. Di qui la forte sottolineatura del messaggio di Cristo, portatore di un progetto di riscatto degli umili e degli emarginati.
Certo l'obiettivo di Prampolini era quello di piegare il messaggio cristiano al credo socialista, ne avvertiva l'esigenza e la necessità soprattutto perché se il messaggio di Cristo era appunto di
“...un odio profondo per tutte le ingiustizie, per tutte le iniquità; un desidero ardente di uguaglianza, di fratellanza, di pace e di benessere fra gli uomini, un bisogno irresistibile di lottare, di combattere, per realizzare questo desiderio: ecco l’anima, l’essenza, la parte vera, santa ed immortale del cristianesimo…”
ial contrario la Chiesa dell'epoca non era attenta a questi valori e postulava soprattutto l'etica della rassegnazione, che altro non significava che il mantenimento di quelle condizioni di povertà e di sfruttamento.
Dopo la pubblicazione della “Predica di Natale” puntuale arriverà la scomunica al periodico “La Giustizia” e lo stesso Prampolini verrà bollato come istigatore di costumi immorali e anti-cristiani.
Prampolini fu oggetto di una forte campagna di denigrazione da parte del clero, più di molti altri suoi compagni dell'epoca, proprio perché usava il messaggio cristiano e il suo linguaggio utilizzava spesso parabole e citazioni di Cristo. Non casualmente proprio la “Predica di Natale” fu l'oggetto vero della scomunica al periodico “La Giustizia”.
Il messaggio cristiano e quello socialista, nella lettura che ne dà Prampolini, si confondono, diventano una cosa sola. E questo non poteva che spaventare il clero.
Al di là del desiderio o della intenzione di Prampolini di piegare il pensiero cristiano al credo socialista, penso che siamo davvero tutti figlie e figli di questo bisogno di condivisione e di giustizia, bisogno che non è solo cristiano ma anche di altre fedi: nelle diverse parti del mondo, sotto diversi cieli, tanti uomini e tante donne, non tutti, per la verità, ma tanti, hanno espresso le medesime necessità spirituali, i medesimi bisogni, le stesse paure e speranze.
Da laica, e poco versata in questioni teologiche, ho letto senza gioia le congratulazioni di papa Benedetto XVI all’ultima fatica del filosofo Marcello Pera, che ha scritto un libro su liberalismo e cristianesimo per sostenere che senza cristianesimo non si dà liberalismo, e quindi, se capisco bene, che l’Europa liberale deve continuare a proclamarsi cristiana. Non solo, l'Europa deve inserire nelle proprie leggi di governo laico della cosa pubblica il richiamo alle proprie radici cristiane, solo così sarebbe compiutamente liberale: questione politica, a me pare, più che di fede ! Il Papa, elogiandone l’argomentazione, ha precisato che “un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile”, perché altrimenti si metterebbe “fra parentesi la propria fede”, mentre è necessario al limite “un dialogo interculturale” che permetta in sostanza una qualche centralità delle diverse religioni. Quindi, se capisco bene, un’Europa che si dà una costituzione che la definisce “cristiana”, e che magari “dialoga” con nazioni di legge ebraica e islamica.
Sempre da laica, mi turba l’idea che il capo della Chiesa cattolica non trovi possibile il dialogo interreligioso: davvero, dietro ai diversi dogmi, non c’è un’unica umanità, e quindi un unico Dio ? Un’antica favola racconta di tre anelli, uno autentico e due copie, e il cristiano, l’ebreo e il musulmano li portano con l’identica fede di avere al dito l’anello originale: nessuno sa chi ha ragione, tranne Iddio…che non lo dice ! L’ultimo senatore pagano, Quinto Aurelio Simmaco, scrisse a un imperatore: “Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo?”.
Ho paura di una religione che è ideologia e che divide tra fedeli e infedeli. Non mi convince un’ideologia liberale che prima separa fortunati e sfortunati, e addirittura trova nella religione fondamenti troppo comodi a leggi umane, troppo umane. Non prevediamo un’Europa che si dà leggi “cristiane”, anche perché così tra l'altro lasceremmo soli i tanti arabi che non vogliono essere governati da leggi “islamiche” e i tanti amici d’Israele che ogni giorno faticano ad arginare la pressione dei fondamentalisti e dei bigotti. Vogliamo leggi umane, fatte da esseri umani per esseri umani, che riconoscano che il patrimonio dell’Europa è fatto di tante fedi, tante culture, tante meravigliose diversità. Così affermiamo nel nostro Manifesto dei socialisti europei, e questo proporremo agli elettori di 27 Stati europei: un’Europa libera, aperta alle fedi, aperta ai migranti, in nome della propria storia plurale e ricca di tante diverse radici.
Non solo i Socialisti vogliono un'Europa libera ed aperta perché “UNITI NELLA DIVERSITA'” era il motto contenuto nel Trattato costituzionale europeo che ha preceduto il Trattato di Lisbona, che ancora aspetta la ratifica referendaria dell'Irlanda.
Noi, anche in nome di Prampolini, non marceremo al tamburo della “Guerra di Civiltà”. Il socialismo riformista è legalitario e perciò stesso pacifico: le armi del diritto e quelle del dialogo sono le più forti e le più sicure.
Chi è riformista in casa non può essere per la guerra fuori dei confini: se è scontato il diritto alla legittima difesa, non è con le armi che l’Europa avrà forza e sicurezza. Questo ci ha ricordato Josè Luis Zapatero a Madrid qualche giorno fa, e questa è l’Europa che vogliamo: un’Europa che persegua la sicurezza attraverso la pace, l’Alleanza tra Civiltà, il dialogo e il consenso. Quando hanno perso la battaglia per la pace, i socialisti hanno perso l’anima: penso ai crediti di guerra del 1914 e alle poco “radiose” giornate del 1915, alla guerra coloniale in Algeria difesa dai socialisti francesi per malinteso patriottismo, al processo di pace in Medio Oriente che non si conclude anche per carenza di fiducia, da una parte e dall’altra, nella forza della pace, e sì che abbiamo tanti laici, e tanti laburisti sia in Israele che in Palestina! Penso alla guerra in Iraq, che è stata una guerra sbagliata, non per la caduta di un dittatore, ma per il prezzo di vite umane che ha comportato, e il dolore e il lutto che ha lasciato. L’orrore del sangue è dei socialisti e dei cristiani, è orrore per le guerre e le rivoluzioni, è amore per il lavoro e il dialogo. Pare che nel 1943 o '44 (credo che Mauro Del Bue lo abbia ricordato in un suo scritto) i socialisti reggiani dovettero essere rimproverati, dai comandi della Resistenza, perché prevedevano una lotta solo nonviolenta all’occupante nazista. Forse allora sarà parsa debolezza, oggi ammiriamo la forza di quella proposta.
Ma torniamo a Prampolini: oppositori e detrattori del suo pensiero provenivano da mondi diversi, da mondi anche in lotta fra di loro.
Ma c'era anche chi capiva e già da allora vi erano settori del mondo cattolico che non condividevano questa opposizione clericale a Prampolini. Tra questi Romolo Murri che proprio qui a Reggio Emilia riunì al “Politeama Ariosto” gli esponenti cattolici reggiani per convincerli che non aveva senso battersi contro Prampolini senza occuparsi degli operai “che con tanto affetto si volgevano a lui”.
In realtà il rapporto di Prampolini con l'etica cristiana era profondo, il suo messaggio era molto più intrinsecamente legato al messaggio evangelico rispetto anche ai socialisti dell'epoca, tanto che il suo venne definito “la lotta senza odio”, poiché proponeva una lotta non contro la classe dei ricchi e dei padroni ma una lotta per una riforma sociale che ponesse le basi di una ricchezza collettiva, una lotta senza odio per una società di liberi e uguali.
Consentitemi una digressione: potremmo dire, attualizzando e citando una polemica di poco tempo fa, non “anche i ricchi piangono”, ma “anche i poveri ridono, perché non sono più tali”.
Tra i detrattori di Pratolini non ci fu solo la Chiesa ma anche Lenin e esponenti comunisti che, avendo individuato nel biennio rosso la possibilità di sviluppo rivoluzionario in Italia, condannò l'azione di Turati, D'Aragona e Prampolini come manovra tendente a “ostacolare la rivoluzione”. “La Giustizia” aveva qualificato “praticamente utopistico e moralmente ripugnante” il metodo bolscevico, suscitando aspre critiche di Gramsci che attribuì a Prampolini e Zibordi l'etichetta di “guardie bianche”.
Ma furono soprattutto le realizzazioni concrete del socialismo riformista reggiano, di cui Prampolini era il massimo esponente: la prima farmacia municipale per la vendita dei farmaci ai poveri, la municipalizzazione della luce e del gas, l'apertura di un mulino, un forno e un pastificio comunali per il pane, la costruzione di scuole comunali, gli asili in tutte le frazioni del Comune di Reggio, le prime cooperative di consumo con prezzi di vendita più bassi per i soci, le prime cooperative di lavoro per offrire un'attività a chi non l'aveva – che costruiranno la ferrovia Reggio-Ciano – fu tutto questo ad attirare il giudizio da parte dei detrattori che questo non era socialismo ma sola una sorta di solidarismo cristiano, e fra questi lo stesso Gramsci che ebbe l'ardire di definire i riformisti reggiani “utili idioti”. Oggi tutti, compresi gli eredi di Gramsci, sottolineano il valore di queste realizzazioni, dimenticando però troppo spesso di riconoscerne la paternità.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, vi sono state un'evoluzione e un'emancipazione oggettive del mondo dei lavoratori – e io aggiungo delle donne – sul piano economico, sociale, culturale, e le opposizioni al suo pensiero si sono di molto ridimensionate. Ampi settori cattolici hanno trovato una convergenza con la cultura riformista, uno per tutti: il “cattolico adulto” Romano Prodi, che aveva concepito l'Ulivo come contenitore, con possibilità di sintesi, di tutte le tradizioni riformiste. La preoccupazione che vivo è che capiti a lui un'analoga, seppur diversa, emarginazione.
Prampolini concludeva così la sua Predica di Natale:
“Lo disse Gesù stesso nel famoso «discorso sul monte»: 'Beati coloro che sono affamati e assetati di giustizia, perciò che saranno saziati! Beati coloro che son vituperati e perseguitati per cagion di giustizia!'
Prendete a guida della vostra vita queste parole, o amici lavoratori, e... sarete socialisti. Voi sarete con noi, lotterete al nostro fianco, perché noi socialisti siamo oggi i soli e veri continuatori della grande rivoluzione sociale iniziata da Cristo; siamo noi 'gli assetati di giustizia'; siamo noi che in nome dell'uguaglianza umana leviamo alta un'altra volta la bandiera dei poveri, dei diseredati, dei piccoli, degli umili, degli oppressi, degli avviliti, dei calpestati; siamo noi che - innalzando un inno al lavoro produttore d'ogni ricchezza - annunciamo ai ricchi padroni del mondo il trionfo immancabile e il regno dei lavoratori; noi che ci sforziamo di affrettare questo regno; noi i derisi, i 'vituperati e perseguitati per cagion di giustizia'.”
Sembrano parole d'altri tempi, ma se noi volgiamo lo sguardo al di là dei nostri confini, vediamo in molti Paesi del mondo quelle stesse condizioni di sfruttamento, di povertà e di schiavitù del bisogno. E proprio per questo le parole di Prampolini non possono che tornare di attualità.
Viviamo in tempi di grave crisi economica, determinata dalle contraddizioni e dalla mancanza di regole del mercato finanziario. Udiamo voci, quasi soddisfatte, di ecclesiastici che prevedono un Natale più santo e meno consumistico. Occorrerebbe però considerare che la crisi non toglierà solo settimane bianche e panettoni mandorlati, ma colpirà posti di lavoro, la sicurezza della casa, getterà nell’angoscia tante famiglie. Non c’è santità nella povertà, quand’è imposta e non scelta. C’è ingiustizia, invece, negli esiti di una crisi che non tocca i responsabili, i ricchi executives che hanno ricevuto in questi vent’anni stipendi centinaia di volte più ricchi di quelli dei loro dipendenti, e che spesso vengono oggi sontuosamente liquidati purché lascino i loro uffici e almeno cessino di far danni alle aziende e alle banche. C’è di nuovo bisogno di politiche di redistribuzione del reddito (ma erano mai state inutili ?), di sicurezza sociale, di regole e valori che contengano l’avidità, l’egoismo, l’isolamento dei deboli e la prepotenza dei forti.
C’è bisogno dei socialisti. E anche noi abbiamo bisogno di fiducia in noi stessi, di fede sincera e genuina, di essere tutti un po’ meno furbi e inutilmente smaliziati, per essere meglio in grado di portare avanti la nostra fede e i nostri ideali. Senza vergognarci se non saremo brillanti, salottieri e cinici, ma anzi noiosi e idealisti, e dediti alla fatica delle opere.
Buon Natale.
Pia Locatelli

andrea natalini: la malattia della sinistra va curata con il socialismo europeo

Da Labouratorio

Sinistritudini]La malattia della Sinistra va curata con il Socialismo Europeo
di Andrea Natalini - venerdì 26 dicembre 2008 - 15 views
Leggevo sui giornali che qualcosa sta accadendo nella Sinistra italiana. Che cosa? Ma non era tutto finito? Un magma ancora incandescente . Una lenta digestione(non si sa di cosa), che da tempo le sta lacerando le viscere. Sono morti gloriosi partiti, uno il PCI di vecchiaia e l’altro il PSI di morte violenta e precoce, ma lo shock post trauma ancora non è passato del tutto, anzi si è entrati in una lunga degenza curativa, avendo sperato che qualche buon medico la rianimasse dalla paralisi. Questo processo è durato da troppo tempo, quasi 15 anni! Ebbene la ripresa da questo malessere, non è ancora avvenuta, anzi credo proprio che molti medici vicino al suo capezzale non abbiano avuto la volontà di operare. Tutti i chirurghi sono stati accecati dall’illusione che qualche medicina governativa la aiutasse a superare l’impasse post-ideologico senza bisogno di un’operazione che la rimettesse in carreggiata. Le medicine, i paliativi e le stampelle non aiutano chi ha una malattia cronica, infatti non è risultata la migliore cura per ridestare il paziente. Di chi è la colpa? Io credo che sia una commistione di fattori, i quali agendo con il tempo hanno influenzato e aggravato la malattia. Un malessere, dicevamo, che - per quanto riguarda un primo fattore - è stato generato da due tipi di virus con un ceppo comune: il neomassimalismo alternativo di matrice comunista e il cattocomunismo riformista dell’Ulivo-PD . Entrambi sono le evoluzioni del gene PCI, cioè un’anima con una forma strana e deviante della Sinistra. Una Sinistra che è chiamata tale deve essere il cambiamento, deve avere in sé la volontà di rinnovare il Paese e non essere l’ultimo baluardo delle rendite di posizione conquistate nel tempo. Nel contempo il solo rinnovamento non basta, ma servono delle certezze che il cambiamento da solo non ti da, per questo la tradizione può dare una mano. Far capire chiaramente chi sei a chi vuole insieme a te cambiare il mondo, anche facendoti dei nemici lungo la strada. Questo è il compito di una moderna Sinistra. Nel mondo la Sinistra è sinonimo di progresso e non di conservatorismo come in Italia. Perché questo? La ragione una risposta me l’ha data: si passa dalla fase propositiva, quindi attiva, ad una passiva e conservatrice, se non si ha un programma o manifesto per la società; insomma un vero e proprio progetto di vita da condividere con gli altri. Sarebbe ingiusto attribuire tutta la colpa ai virus sopracitati e alla natura conservatrice del PCI, anche perché il corpo ospite (la Sinistra italiana) li ha prodotti e mantenuti al suo interno per lungo tempo. Un secondo fattore è l’incapacità della classe dirigente italiana nel dirigere e controllare le svolte del Paese, siano queste politiche, economiche e sociali. Ciò deriva dagli ultimi anni di formazione avvenuta in più settori non per merito, ma per cooptazione, fiducia, conoscenza o addirittura per bieco servilismo. Tutti sappiamo però, che non si può condannare solo la classe politica di questo malessere, ma si può allargare lo sguardo critico al complesso marchingegno educativo - tradizioni, costumi, valori, forma mentis italiana etc… - che plagia dalla nascita o devia nel corso della vita, i comportamenti degli italiani. Detto questo la classe politica è solamente lo specchio della società nella quale vive e i politici in Parlamento sono solo i legittimi rappresentanti di questa comunità.
Cosa fare? L’analisi del presente è negativa, ma il futuro diventerà convincente quando la Sinistra vorrà cambiare la società in meglio e lo farà con convinzione, quando avrà dei mezzi a sua disposizione adeguati. Quali sono? I valori, con i quali si sa bene da dove si è partiti in passato; le idee e i progetti per capire quale uso si vuole fare della politica, se personale o per il bene comune; una tradizione di solidarietà, giustizia sociale abbinata a moderne idee di libertà (economica e civile) e soprattutto una volontà di voler comunicare ed integrare le varie culture. Chi abbina tutto questo? In Europa esiste un gruppo che si chiama PSE, dove si mette a frutto il meglio del passato per capire con l’esperienza, quali sono le battaglie del futuro.
“Eppur il vento soffia ancora…” come diceva Bertoli nella sua famosa canzone. Si ha voglia di nuovo, ma necessariamente il tutto viene rapportato ad un cuore antico e glorioso, il cuore socialista.

Gabriele Ariola: un tuffo nel passato del socialismo

Un tuffo nel passato del socialismo partenopeo e meridionale.Condividi
Oggi alle 11.32
Napoli, 2 settembre 1944.
Avevamo lavorato l'intera notte, nella tipografia Barca, per tirare in rosso la testata dell' "Avanti! ". L'energia elettrica,come allora era normale,era mancata e per quattro ore avevamo a turno girato a mano, a lume di candela, la grande ruota di ghisa che azionava la pesante stampatrice piana.
La testata in rosso delle grandi occasioni: il giorno dopo 3 settembre,nel salone delle adunanze della Società Operaia in via Egiziaca a Pizzofalcone, si sarebbe tenuto il primo Consiglio Nazionale del Partito Socialista di Unità Proletaria dopo la liberazione di Roma.
Nel meridione presidiato dalle truppe alleate le ferrovie erano di fatto inesistenti,le strade dissestate erano percorse dalle colonne militari anglo-americane. A Napoli regnava Charle Poletti.
Uno alla volta giungevano nella nostra città, con mezzi di fortuna, i leggendari capi delle lotte contadine e socialiste nel meridione. I fondatori delle leghe, gli animatori delle battaglie contro Giolitti prima e della resistenza al fascismo poi.
Vennero Pietro e Attilio Mancini da Cosenza, Fioritto da Foggia, Dino Napoli da Melfi, Luigi Cacciatore da Salerno. Da Bari giunsero Fiore e Laricchiuta col giovanissimo Rino Formica, da Campobasso Attilio Rossi, da Potenza Tommasino Pedio e tanti, tanti altri.
A fare gli onori di casa erano impegnati il Segretario della Federazione Scipione Rossi ed il patriarca del socialismo napoletano Giovanni Lombardi, ex deputato e cognato di Ettore Ciccotti.
Da pochi giorni maggiorenne, ero unico redattore fisso, tuttofare e gratuito dell' "Avanti!" settimanale diretto da Nino Gaeta ed insieme alla turatiana Rosellina Balbi dirigevo "La Squilla" organo barricadiero e trotzkysteggiante della Federazione Giovanile Socialista.
I due giornali si stampavano,composti a mano, nella tipografia dei compagni Mario, Elio ed Aldo Barca, che ancora si trova in un seminterrato del grande cortile dell'ex lanificio, a lato della chiesa di Santa Caterina a Formiello, a Porta Capuana.
Avevo impaginato le otto facciate dell' "Avanti!" ed Aldo stava sistemando il piombo sul fondo della macchina; in apertura di prima -neretto bodon corpo 9- un messaggio di Nenni che Lizzadri aveva portato la sera prima da Roma.
Elio e Mario chini sulle casse dei caratteri mobili aiutati da Saturnino (un anziano tipografo con la mano sinistra deformata dall'avvelenamento da piombo) stavano componendo "La Squilla" , che la F.G.S. voleva stampata per la sera.
Seduto allo scrittoio nero d'inchiostro (sovrastato da un grande ritratto di Lorenzo Barca, defunto capo della Lega Tipografi Socialisti e padre dei tre fratelli) correggevo le bozze di un mio infuocato articolo di fondo ferocemente polemico col Togliatti della svolta di Salerno, col Papa del concordato, e nel quale, in nome della rivoluzione e della giustizia proletaria, si chiedevano le teste di Badoglio, Vittorio Emanuele ed Umberto di Savoia, complici di Mussolini.
Un gruppo di persone discese i quattro gradini che portano dal cortile in tipografia. Erano Oreste Lizzadri, Lelio Porzio, Luigi Renato Sansone, Nino Gaeta ed un uomo magro, insaccato in un gualcito vestito marrone che gli ricadeva dalle spalle, il collo della camicia slacciato, rotonde e spesse lenti da miope, un basco nero a proteggere la calvizie dal cocente sole napoletano.
Era Pietro Nenni, il leggendario leader socialista dell'Aventino, dell'esilio, della guerra di Spagna, del carcere, del confino a Ponza, della Resistenza a Roma dopo il settembre '43.
Direttore dell' Avanti! dal 1923, appena giunto a Napoli aveva voluto vedere dove si stampava, qui, quello che era comunque il "suo" giornale.
Sansone ce lo presentò urlandone il nome,con le braccia allargate nel gesto che gli era abituale. Ci emozionammo tutti; Aldo andò di corsa a chiamare, nella vicina casa, mamma Barca, vecchia ed ardente compagna, professoressa alla quale la fede socialista aveva precluso l' accesso alla scuola.
E mamma Barca arrivò ansimante in tipografia ed abbracciò e baciò a lungo, singhiozzando forte, il "compagno Pietro" sorridente commosso.
Nenni volle vedere le bozze dell' Avanti! , si complimentò con me per l'impaginatura, rafforzò un titolo, mi chiese della Federazione Giovanile di cui ero segretario per l'Italia liberata.
La sua cordialità mi fece ardito e gli chiesi di scrivermi subito un pezzo per "La Squilla". Raggrinzì un attimo le rughe della fronte, fissando dal finestrone la ciminiera annerita ed in disuso del Lanificio, si tolse lentamente la giacca, rialzò con la mano destra, che già teneva la penna, gli occhiali sulla fronte mentre sedeva al vecchio scrittoio e su una striscia di carte da bozze di getto, senza una correzione scrisse di Fernando De Rosa. Un giovane socialista, esule in Francia ed in Belgio, che aveva attentato a Bruxelles alla vita di Umberto Savoia e che aveva concluso la sua vita breve ed esaltante morendo da eroe in Spagna, combattendo con le Brigate contro il fascismo.
Nenni, in brevi periodi essenziali, lo indicava a noi, giovani socialisti, come esempio di militanza, di fede, di coerenza politica perseguita sino al sacrificio.
Volle poi leggere il fondo che avevo scritto per "La Squilla".
Ancora lo rilesse attentamente,un po' perplesso, mentre io -neofita- attendevo ansioso e trepidante il giudizio di uno dei più grandi giornalisti politici del secolo.
Depose le bozze umide, ricalò gli occhiali sul naso, indossò lentamente la giacca, mi guardò un attimo perplesso; poi, mollandomi una pacca sulla spalla ed illuminando il viso ad un ampio, divertito sorriso, allungando le vocali nel suo accento romagnolo, mi disse "Ma sì,compagno. Un buon articolo,va bene". Poi, rivolto agli altri "Perdio! se non si è giacobini a vent'anni si finisce codini e clericali a quaranta".

Giuseppe Ariola
lì 2 gennaio 1980


Il titolo di questo articolo è "Il giorno in cui conobbi Pietro Nenni".
Fu scritto in suo onore, all'indomani della morte, da un anziano giovane socialista che mi insegnò tantissimo.
Il 1° Gennaio ricorre pure l'anniversario della scomparsa materiale del nostro caro "zio Pietro".
Che il suo esempio resti sempre vivo nei nostri cuori,anche dei più giovani. Che la sua passione politica ci sia da monito e da stimolo.
Ho voluto,dunque, riproporre questo vecchio pezzo quale auspicio di un ulteriore passo in avanti per superare le divisioni e di un anno di proficuo lavoro per tutti i socialisti.
Tanti auguri,compagni.

vittorio melandri: conformismo

Moni Ovadia scrive su l’Unità di oggi sulla tragica situazione di Gaza, a ciò indotto dall’ennesimo rinfocolare di guerra, e afferma: “niente di nuovo sotto il cielo della Terrasanta, se non le sofferenze degli inermi”.



Una affermazione tragicamente conforme alla realtà, ma non per questo “conformista”, anzi.



Ma ….. delle “conformi” sofferenze degli inermi, e sotto tutti i cieli, sembra che addirittura gli inermi per primi, se ne parlano, lo facciano appunto in preda al “conformismo” più trito, l’unico “ismo” che non sia incalzato da alcun tipo di spinte re-visioniste.



Da quando poi la logica dell’economia di scala, si applica a tutto ma proprio a tutto, anche al modo di portare i libri a scuola, e le divise che un tempo erano segno di distinzione, e servivano chessò, fra le classi alte a distinguere quelli di Oxford da quelli di Cambridge, e fra quelle basse a distinguere chi andava all’asilo Mirra da quelli che andavano all’asilo S. Eufemia, capita oggi di osservare che in ogni parte del mondo gli studenti si radunano in “mandrie” omogenee, tutti vestiti di “jeans giubbotto jeans e zainetto”.



Fenomeno se vogliamo marginale ma carico di un qualche significato, e che, ancora in forme primitive, colpì la mia provinciale esperienza, quando a Roma, a metà degli anni settanta, prendevo il tram a Porta Maggiore per andare alla filiale Olivetti sulla Prenestina, dove da operatore della formazione, facevo esperienza in “field”.



Credo che il conformismo, inteso come passivo adeguamento a quello che viene imposto alle masse, e una volta avviato, da sé stesso autoalimentato in un vortice di fatto masochista quanto inarrestabile, sia uno dei “mostri” che divorano l’umanità.



In morte di Harold Pinter, Gianfranco Capitta sulla prima pagina de “il manifesto” riporta un suo pensiero:



“Il popolo americano non immaginava neppure che ci potesse essere un odio così profondo nei suoi confronti, perché è tenuto nell’ignoranza più assoluta delle azioni del suo stesso paese”.



E parla del paese a più antica costituzione moderna e democratica. Figuriamoci cosa il conformismo può determinare altrove, dove le istituzioni democratiche sono più fragili, e l’ignoranza di massa, come gli Stati Uniti d’America insegnano, pianificata con “geometrica potenza” e alimenta senza soste.



Anche quando sia dettato dalla paterna benevolenza di “avanguardie illuminate”, il conformismo resta fra i principali colpevoli delle sofferenze degli inermi. E rimanendo al tragico della vita, non di rado si staglia al nostro orizzonte anche il “conformismo dell’anticonformismo”, dove il secondo termine è inghiottito dall’onnivoro primo, proprio come è accaduto, ben al di là delle intenzioni di Sciascia, che i veri “professionisti dall’antimafia” abbiano inghiottito i combattenti della mafia; i proletari si facciano anche con paradossale gran voluttà, complici del capitale che li brucia; i credenti in Dio si riducano ad adoratori di Padre Pio.



Quest’ultima forma di conformismo, rivelatasi capace addirittura, di spianare a pontificati alterni, uno favorevole, uno contrario, l’anticonformismo vaticano.



Sono un sostenitore de “il manifesto”, sue sono le uniche “azioni” che mi è capitato di acquistare in vita mia, questo a dire della stima che da sempre nutro per questo foglio quotidiano, ma non sono così sicuro che la sua, sia sempre stata una “temeraria avventura anticonformista”, come la definisce Angelo D’Orsi, in chiusura del suo articolo lì oggi pubblicato.



Il “conformismo anticonformista di matrice comunista”, che sin dal famoso “titoletto” da sempre lo accompagna, spesso mi è parso tradire, anche sulle pagine de il manifesto, persino la validità di una idea comunista, che meriterebbe di uscire appunto anche lei, dal “conformismo” che la imprigiona da sempre.



Questa però è solo una mia idea che potrebbe rivelarsi al confronto con altre peregrina.



Sostengo invece con altera imprudenza, e credo pure con lo spirito evocato da Angelo D’Orsi, che di “anticonformismo”, abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo.



Vittorio Melandri

venerdì 26 dicembre 2008

adriano prosperi: quel natale nelle baracche

QUEL NATALE NELLE BARACCHE
Adriano Prosperi, La Repubblica, 24 Dicembre 2008

Strano Natale.
Una cronaca televisiva da Forte dei Marmi mostra un mercatino di Natale nel luogo più caro d'Italia. Un venditore dichiara soddisfatto: «Spendono, spendono». La televisione diffonde immagini da cartolina: paesaggi, consumi, uomini e donne tutto di lusso. Spostiamoci di poco. Siamo nei pressi dell'Arno, a poca distanza da Pisa. Altre immagini, altre parole. Si vedono ma non in televisione alcune baracche.
Gli abitanti hanno scritto un appello, in italiano e in inglese. Ne riporto alcune frasi:
«Siamo dei Rom rumeni, siamo circa 60 famiglie.Viviamo nella città di Pisa, nelle baracche in condizioni non buone, senza acqua e senza luce.
Noi non vogliamo vivere nelle baracche. Siamo costretti a vivere nelle baracche perché non ci è data la possibilità di prendere una casa: il Comune non ha interesse ad aiutarci a trovare una casa. Non possiamo mandare a scuola i bimbi perché non abbiamo le condizioni igienico-sanitarie. Alcuni bimbi vanno a scuola, ma spesso le scuole rifiutano di iscrivere i nostri figli.
Facciamo lavori che gli italiani non vogliono fare, in condizioni peggiori. Alcuni di noi lavorano con contratto regolare, altri al nero, altri sono in cerca. Alcune persone hanno fatto dei corsi di specializzazione, anche se vivono in queste condizioni.
E' difficile trovare lavoro perché molti datori di lavoro chiedono la residenza dell'anagrafe. Anche se viviamo a Pisa da tanti anni, anche se lavoriamo, anche se i nostri figli vanno a scuola, il Comune non ci dà la residenza dell'anagrafe perché viviamo nelle baracche.
Noi siamo persone che vogliamo integrarci, siamo persone intelligenti, con cultura, con tradizioni.
Il Sindaco di Pisa ha firmato una ordinanza per sgomberare i campi, senza soluzione, in stagione di inverno. Noi non possiamo lasciare la città di Pisa, abbiamo lavoro, paghiamo i contributi, abbiamo anche alcuni figli malati. Ordinare uno sgombero in queste condizioni è inumano».
Mi dicono che lo sgombero sarà spostato a dopo Natale. Pietà? Forse è vero che, come ha scritto Machiavelli, gli uomini non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi. Forse si è temuto l'effetto sgradevole dello sgombero nel freddo intenso di questi giorni, mentre i cittadini bennati vanno alla messa. O forse anche i vigili incaricati della demolizione delle baracche e della deportazione dei rom in quel giorno hanno altro da fare.
Non chiedete da quale parte politica viene quell'ordinanza. La cosa non è importante, non più. La politica, sia quella delle lotte dei partiti, sia l'antica paziente arte del possibile è morta. Rimane solo la caccia al favore degli elettori. Che non la faranno mancare.
Me ne offre la prova una lettera anonima (non del tutto, c'è una firma collettiva: «un gruppo di lettori del Tirreno») speditami un mese fa dove si legge fra l'altro: «In città ci sono troppi immigrati e zingari, tutta gente che non fa nulla ai quali si aggiungono una miriade di ambulanti di colore che danneggiano gravemente il turismo. Di qui l'ordinanza più che giusta anti-borzoni» (sic: trattasi di un'ordinanza che vietava le grosse borse dei venditori ambulanti di colore). E continuava: «Case ai rom? Cose da pazzi! Gli zingari prima o poi dovranno essere rispediti nei loro paesi di provenienza. Di questo ne è convinto il novanta per cento della gente. Quella degli zingari, in particolare, è l'etnia più odiata dagli italiani».
Dai tempi dell'esplosione di violenza con l'aggressione fascista al campo di Ponticelli le cose sono dunque cambiate. Come, lo lasciamo giudicare ai lettori. Nel paese che ricorda ufficialmente le leggi razziali del 1938, nella regione che ha dedicato solenni e commosse cerimonie pubbliche e convegni di studio, a pochi passi da quel Parco di San Rossore dove quelle leggi vennero firmate, l'odio «etnico» è professato apertamente da anonimi lettori di un quotidiano di sinistra.
Forse è il caso di progettare su quell'argine dell'Arno, al posto delle baracche destinate alla ennesima demolizione (ché molte altre ce ne sono già state) un monumento alla memoria di Arturo Bocchini, il capo della polizia che nel settembre del 1940 emanò i primi provvedimenti di internamento degli zingari italiani. Lui li internava nei campi di concentramento, i suoi imitatori di oggi li buttano fuori dalle baracche, all'aperto, in questa stagione. Forse moriranno di freddo. L'importante è che lo facciano lontano dai nostri occhi.
Questo accade in un paese dove nella distrazione generale si parla apertamente di regime presidenziale e si portano a termine gli ultimi dettagli di quel piano della P2 di cui giustamente Licio Gelli rivendica la lungimiranza e il successo. Buon Natale e felice anno nuovo.

vittorio melandri: un produttore d'aceto

Un produttore d’aceto



A Parigi, al ristorante L’Assiette, 181, rue Du Chateau, si entra se lo si conosce perchè il suo aspetto esteriore, difficilmente attrae l’attenzione di un passante, turista o altro che sia.



Con la compagna che mi è anche moglie, la prima volta, ci siamo arrivati sulla scorta di una dritta di Slow Food N. 3, rivista in quel caso monografica, del Marzo 1992, dal titolo accattivante, “Una lumachina a Parigi”, in prima pagina una bella caricatura di Andrea Pedrazzini.



Per tutta la mattina eravamo andati gironzolando senza meta, per il quartiere latino, a sera, alle 20.09 partiva dalla gare de Lyon, il treno che ci avrebbe riportato a casa, avevamo il tempo per un ultimo pranzo. La Lumachina, non ci aveva ancora tradito, ma molti dei bistrot indicati, risultavano chiusi il sabato e la domenica, la scelta perciò si restrinse ed anche se era un po’ fuori mano, rispetto al luogo dove ci trovavamo, verso le tredici e trenta, provammo a telefonare a quel bistrot sconosciuto.



Un tavolo per due era disponibile, e verso le quattordici entrammo appunto a L’Assiette, il giorno era sabato 28 Marzo 1992. (Non è la memoria a sorreggermi ma il conto del ristorante che ho conservato.)



Il locale presenta, subito al di là dell’ingresso, la porta che si affaccia sulla cucina e si sviluppa tutto a sinistra, disegnando una elle.



Erano occupati solo due tavoli, uno proprio accanto all’ingresso, e l’altro accanto a quello in cui ci fecero accomodare. Questo, occupato da due uomini, seduti uno di fronte all’altro, attrasse la mia attenzione, perché entrando, fui sicuro di riconoscere uno dei commensali, ma lì per lì non sapevo dove andarlo a “pescare”. Una volta seduti, io e Laura ci concentrammo sul menù, e poi per qualche minuto sul tentativo di riconoscere quell’uomo, che lei entrando non aveva notato, e che a me dava, a quel punto, le spalle. Laura però, grazie ad uno specchio, aveva agio di osservarlo senza apparire indiscreta. Nel mio campo visivo entrava con facilità, l’altro tavolo, vicino all’ingresso, occupato anch’esso da due uomini, molto più giovani di quelli al centro della nostra attenzione. La sosta fu piacevole; l’atmosfera era tranquilla, la “môme” si affacciava in sala per intrattenere simpaticamente (noi compresi) i pochi clienti, la qualità dei piatti gustati davvero ottima, tutto concorse, come sempre in questi casi, a far scorrere velocemente il tempo, e quando verso le sedici ci alzammo per tornare in albergo, anche gli altri commensali avevano finito, ma erano ancora tutti ai loro tavoli, anche se tutti avevano già pagato il conto, e messo via diligentemente la ricevuta. I due più anziani avevano continuato a chiacchierare fra loro e quello da noi riconosciuto, per due volte si era alzato da tavola, scusandosi con il suo compagno, perché un cameriere lo aveva avvisato che era desiderato al telefono (nessun “telefonino” era alle viste), fu durante la seconda assenza, a pranzo ormai concluso, che “l’altro” pagò il conto. I due più giovani, che invece con il conto avevano fatto alla “romana”, quando uscimmo, ci rivolsero un sorriso, quasi volessero ringraziarci della nostra discrezione, che aveva facilitato il loro compito.



Io e Laura ci avviammo verso il metrò, da dove eravamo venuti un paio d’ore prima, eravamo sicuri che saremmo tornati a l’Assiette, a far visita a la “môme”, (e così è stato), ma quella fu l’unica volta che pranzammo “insieme” a Francois Mitterand.



Nel film di Robert Guediguian “Le promeneur du champ de Mars” (2004) che mi sono rivisto nel pomeriggio di Natale, “monsieur le president” si definisce con malcelata, e in questo caso innocente, vanità senile, un “borghese di provincia produttore d’aceto”, ché tali erano i suoi genitori che nella natia Charente si distinguevano dagli aristocratici che producevano cognac. (“E che non li invitavano mai”)



Il mio racconto può anche essere inteso come quello di un insignificante episodio da turista per caso, non fosse che l’Italia, è attanagliata da una proterva arroganza delle classi dirigenti (tutte), che è una arroganza esposta con sempre maggiore insofferenza a qualsiasi rilievo, critico, satirico, ironico o solo appena accennato che sia.



Il ricordo di un sondaggio che ha visto i francesi indicare in Mitterand il loro Presidente preferito, dagli stessi francesi che quando era in vita lo consideravano un “faraone”, mi ha ulteriormente immalinconito al ricordo di un “faraone” che a quanto pare pagava il conto del ristorante, senza che il gesto fosse riservato a nessun “borghese da stupire”, ma per costume consolidato, e in tutta evidenza, senza fare troppa fatica.



Chissà quando anche da noi, si affermerà una classe dirigente capace di accontentarsi del “privilegio” di essere tale, capace di non confondere sobrietà con ipocrisia e/o pauperismo, capace di affrontare i propri errori qualche volta riconoscendoli (magari in tempo reale, come si usa dire con sfoggio di moderno linguaggio) e non solo affidandoli alle proprie memorie.



Una classe dirigente che si rivelasse capace, non solo a parole, di “servire” e non solo di farsi servire, senza per altro essere mai serva di nessuno.



Vittorio Melandri

lettera aperta ai responsabili di critica sociale

cari Sergio (Scalpelli), Ugo (Finetti), e Stefano (Carluccio),
non voglio rovinarvi le feste. Però non posso nascondervi che la lettura dell'ultimo numero di critica sociale mi ha procurato un certo fastidio, non per i vostri contributi, ma per il tono generale e in particolare per l'articolo della solita Stefania Craxi. Non entro nel merito dell' atteggiamento insopportabilmente livoroso contro tutti quelli che non la pensavano come suo padre, ma quali responsabili della rivista vi pregherei di controllare sempre quello che scrive, onde evitare i numerosi strafalcioni di cui riempie le sue dissertazioni. Un paio per tutte: come potevano Lelio Basso e Tristano Codignola attaccare Craxi nel 1983, essendo rispettivamente morti nel 1978 e nel 1982?
Piuttosto, ricordo benissimo l'atteggiamento di Craxi nei confronti di Tristano Codignola al congresso di Palermo del 1981, quando rifiutò ostentamente di stringergli la mano dopo il suo intervento: anche in politica, spesso lo stile è l'uomo.
Un caro saluto e scusatemi per il disturbo
Giovanni