Nucleare: Scajola "Entro l'anno criteri scelta siti centrali"
Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha confermato che entro la fine dell’anno saranno scelti i criteri per l’individuazione dei siti delle centrali nucleari e per la nuova agenzia di sicurezza. Il Ministro, a margine del workshop Ambrosetti, ha spiegato che “il nucleare è un elemento essenziale del mix energetico dell’Italia che è un Paese fortemente dipendente dalle importazioni dell’energia dall’estero e che fa pagare ai cittadini il 30% in più rispetto a quanto avviene nei Paesi concorrenti”.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
lunedì 8 settembre 2008
Un nuovo inizio
Dal sito di SD
Documento approvato dalla Direzione Nazionale di Sd il 6 settembre 2008
Un nuovo inizio per il futuro della sinistra italiana
Si è riunita il 5 e 6 settembre la Direzione Nazionale di Sinistra Democratica, due giorni di discussione intensa e approfondita sulla base di una analisi della situazione politica, degli impegni che ci attendono, e delle scelte che dobbiamo compiere nelle prossime settimane, tracciati da Claudio Fava nella relazione introduttiva. Moltissimi gli interventi delle compagne e dei compagni dell’organismo dirigenti che si sono confrontati, anche con una riflessione che Mario Tronti ha voluto dare al confronto. I lavori si sono conclusi con l’approvazione di un Documento che qui pubblichiamo.
Documento approvato dalla Direzione Nazionale di Sd il 6 settembre 2008
Un nuovo inizio per il futuro della sinistra italiana
Si è riunita il 5 e 6 settembre la Direzione Nazionale di Sinistra Democratica, due giorni di discussione intensa e approfondita sulla base di una analisi della situazione politica, degli impegni che ci attendono, e delle scelte che dobbiamo compiere nelle prossime settimane, tracciati da Claudio Fava nella relazione introduttiva. Moltissimi gli interventi delle compagne e dei compagni dell’organismo dirigenti che si sono confrontati, anche con una riflessione che Mario Tronti ha voluto dare al confronto. I lavori si sono conclusi con l’approvazione di un Documento che qui pubblichiamo.
Dal Tirreno: Trespiano e i ragazzi di Salò
DOMENICA, 07 SETTEMBRE 2008
Pagina 11 - Attualità
I RAGAZZI DI SALO’
CHI NON PUO’ DIMENTICARE
Si cominciò a parlare, anni fa, dei “ragazzi di Salò”, e non da destra. Si donava loro, così, la particolare vaga luce benevola romantica e assolutoria che porta con la sé la parola “giovinezza” non a caso, titolo di un famoso inno fascista. Qualche giorno fa, a Trespiano, Azione Giovani Firenze e Casaggì, in collaborazione con An ha commemorato “i franchi tiratori fiorentini nel 64 anniversario della “liberazione” di Firenze. I franchi tiratori, giovanissimi combattenti per l’Italia, si opposero strenuamente all’invasione alleata della città, resistendo eroicamente per giorni”. La citazione è letterale.FRANCHI TIRATORI I franchi tiratori fiorentini erano i cecchini fascisti che, per lunghi giorni, nella Firenze liberata, tirarono su truppe alleate, partigiani e popolazione civile. Disperati, impauriti, forse, ma irrimediabilmente fascisti. Fascisti che vollero difendere fino in fondo se stessi dal risentimento verso le prepotenze commesse (dalle più “piccole”: vessazioni, ceffoni, prepotenze da bulletti di quartiere) fino alle più grandi: minacce, delazioni, collaborazionismo nella denuncia e nella cattura di antifascisti, di partigiani e di ebrei. Fascisti che vollero difendere un regime dittatoriale che aveva represso, picchiato, offeso, ingiuriato, chiuso in galera per lunghissimi anni gli oppositori. Che aveva incendiato le case del popolo, privato del lavoro e costretto ad emigrare per sfuggire alle botte continue, alla fame e all’olio di ricino chi dissentiva. Che aveva massacrato gli oppositori. Che aveva le basi nella corruzione eletta a regola di comportamento e di governo. Che mandò i suoi soldati al massacro, impreparati e male equipaggiati in luoghi estremi come la Russia. Che trascinò il paese in una guerra che lo rase al suolo. Che emanò quella vergogna immedicabile, incancellabile che furono le leggi razziali. Fascisti che, dopo l’8 settembre, fornirono nomi, indirizzi e mappe ai tedeschi per andare a razziare le persone di religione ebraica. Che erano pronti, nei paesini e nelle città, ad indicare, sempre ai tedeschi, il partigiano, l’antifascista, il dissidente. Che, durante Salò, razziarono e deportarono in prima persona. Che collaborarono convinti a nutrire i campi di concentramento e di sterminio. La Shoah è anche un fatto italiano, fascista e italiano. Questa è una descrizione rapsodica e per sommi capi di cosa sia stato il fascismo. Provo vergogna e rabbia al pensiero che qualcuno pensi che erano ugualmente rispettabili, il cecchino che spara sul partigiano, il repubblichino che razzia la famiglia ebrea e i ragazzi e le ragazze partigiani offesi, torturati, stuprati, uccisi, “abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio”. Trovo intollerabile che, anche da parte di chi dice di non essere fascista, si civetti con quella storia, si cerchi di smussare le differenze, di addomesticarle, di confonderne i confini. Trovo intollerabile che un partito oggi al governo nel nostro Paese collabori ad una iniziativa che commemora i franchi tiratori di Firenze, i cecchini fascisti. A Firenze, dove agì la fascistissima banda Carità, che violentò torturò e uccise al di là di ogni immaginazione. A Trespiano, dove sono sepolti i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi. In questi giorni si fa un gran discutere, anche a Livorno, del libro di Antonio Carioti sugli orfani di Salò. Io credo che di un libro si debba discutere e che la censura sia sempre sbagliata, proprio se si vogliono affermare i valori di giustizia e libertà fondativi della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza antifascista. E credo anche, pervicacemente, nell’importanza del confronto, che non significa sfumare e confondere le posizioni. Un dibattito tra diversi punti di vista può essere inconcludente, ma chissà che qualche dubbio non venga seminato. Per esempio, sull’opportunità che un partito politico, il quale sostiene di avere abiurato al fascismo, commemori, definendoli eroi, i franchi tiratori fiorentini. Il mio babbo era ragazzino. Ricorda sempre, nei giorni convulsi della Liberazione, quando suonò la Martinella per chiamare all’insurrezione, un partigiano giovanissimo, giù in strada, serrato nella rientranza di un portone, sotto tiro, appunto, dei cecchini fascisti. La gente gli gridava di scappare, ma lui rimaneva lì, forse doveva coprire la ritirata di altri. Dice babbo che si vedeva dalla finestra quanto tremasse di paura: eppure, rimase lì, a fare il suo dovere.LACRIME Il mio babbo lo ricorda e tuttora piange. Io so perché rimase: lo scrive Italo Calvino, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”. È una discussione tra partigiani: “Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa [...]; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. [...] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo [...] L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e a perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.Paola Meneganti
Pagina 11 - Attualità
I RAGAZZI DI SALO’
CHI NON PUO’ DIMENTICARE
Si cominciò a parlare, anni fa, dei “ragazzi di Salò”, e non da destra. Si donava loro, così, la particolare vaga luce benevola romantica e assolutoria che porta con la sé la parola “giovinezza” non a caso, titolo di un famoso inno fascista. Qualche giorno fa, a Trespiano, Azione Giovani Firenze e Casaggì, in collaborazione con An ha commemorato “i franchi tiratori fiorentini nel 64 anniversario della “liberazione” di Firenze. I franchi tiratori, giovanissimi combattenti per l’Italia, si opposero strenuamente all’invasione alleata della città, resistendo eroicamente per giorni”. La citazione è letterale.FRANCHI TIRATORI I franchi tiratori fiorentini erano i cecchini fascisti che, per lunghi giorni, nella Firenze liberata, tirarono su truppe alleate, partigiani e popolazione civile. Disperati, impauriti, forse, ma irrimediabilmente fascisti. Fascisti che vollero difendere fino in fondo se stessi dal risentimento verso le prepotenze commesse (dalle più “piccole”: vessazioni, ceffoni, prepotenze da bulletti di quartiere) fino alle più grandi: minacce, delazioni, collaborazionismo nella denuncia e nella cattura di antifascisti, di partigiani e di ebrei. Fascisti che vollero difendere un regime dittatoriale che aveva represso, picchiato, offeso, ingiuriato, chiuso in galera per lunghissimi anni gli oppositori. Che aveva incendiato le case del popolo, privato del lavoro e costretto ad emigrare per sfuggire alle botte continue, alla fame e all’olio di ricino chi dissentiva. Che aveva massacrato gli oppositori. Che aveva le basi nella corruzione eletta a regola di comportamento e di governo. Che mandò i suoi soldati al massacro, impreparati e male equipaggiati in luoghi estremi come la Russia. Che trascinò il paese in una guerra che lo rase al suolo. Che emanò quella vergogna immedicabile, incancellabile che furono le leggi razziali. Fascisti che, dopo l’8 settembre, fornirono nomi, indirizzi e mappe ai tedeschi per andare a razziare le persone di religione ebraica. Che erano pronti, nei paesini e nelle città, ad indicare, sempre ai tedeschi, il partigiano, l’antifascista, il dissidente. Che, durante Salò, razziarono e deportarono in prima persona. Che collaborarono convinti a nutrire i campi di concentramento e di sterminio. La Shoah è anche un fatto italiano, fascista e italiano. Questa è una descrizione rapsodica e per sommi capi di cosa sia stato il fascismo. Provo vergogna e rabbia al pensiero che qualcuno pensi che erano ugualmente rispettabili, il cecchino che spara sul partigiano, il repubblichino che razzia la famiglia ebrea e i ragazzi e le ragazze partigiani offesi, torturati, stuprati, uccisi, “abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio”. Trovo intollerabile che, anche da parte di chi dice di non essere fascista, si civetti con quella storia, si cerchi di smussare le differenze, di addomesticarle, di confonderne i confini. Trovo intollerabile che un partito oggi al governo nel nostro Paese collabori ad una iniziativa che commemora i franchi tiratori di Firenze, i cecchini fascisti. A Firenze, dove agì la fascistissima banda Carità, che violentò torturò e uccise al di là di ogni immaginazione. A Trespiano, dove sono sepolti i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi. In questi giorni si fa un gran discutere, anche a Livorno, del libro di Antonio Carioti sugli orfani di Salò. Io credo che di un libro si debba discutere e che la censura sia sempre sbagliata, proprio se si vogliono affermare i valori di giustizia e libertà fondativi della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza antifascista. E credo anche, pervicacemente, nell’importanza del confronto, che non significa sfumare e confondere le posizioni. Un dibattito tra diversi punti di vista può essere inconcludente, ma chissà che qualche dubbio non venga seminato. Per esempio, sull’opportunità che un partito politico, il quale sostiene di avere abiurato al fascismo, commemori, definendoli eroi, i franchi tiratori fiorentini. Il mio babbo era ragazzino. Ricorda sempre, nei giorni convulsi della Liberazione, quando suonò la Martinella per chiamare all’insurrezione, un partigiano giovanissimo, giù in strada, serrato nella rientranza di un portone, sotto tiro, appunto, dei cecchini fascisti. La gente gli gridava di scappare, ma lui rimaneva lì, forse doveva coprire la ritirata di altri. Dice babbo che si vedeva dalla finestra quanto tremasse di paura: eppure, rimase lì, a fare il suo dovere.LACRIME Il mio babbo lo ricorda e tuttora piange. Io so perché rimase: lo scrive Italo Calvino, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”. È una discussione tra partigiani: “Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa [...]; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. [...] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo [...] L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e a perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.Paola Meneganti
Claudio Vercelli: Ebrei in Italia
Sulla questione delle leggi razziali, con l'intervista di Alemanno al Corriere della Sera del 7 settembre, posto questo mio articolo, anche se già ucito un paio di mesi sul bimestrale ebraico Ha Keillah.
CV
Ebrei in Italia
Qualcosa di nuovo sotto il sole di Roma?
di
Claudio Vercelli
L’onda lunga della vittoria politica ed elettorale del centro-destra non si è ancora esaurita e tuttavia il quadro appare già sufficientemente chiaro. Pur bandendo gli allarmismi di circostanza, occorre prendere atto che i partiti che si riconoscono sotto l’egida di Berlusconi sono maggioranza non solo dentro le urne ma anche nell’intero paese. Parliamo di una maggioranza che esercita una sostanziale egemonia culturale, ovvero che raccoglie una diffusa e condivisa opinione, generando e riproducendo un senso comune. L’esito delle elezioni per il Comune di Roma sono la cartina di tornasole di quanto stiamo affermando. La vittoria di Gianni Alemanno, esponente di primo piano di Alleanza Nazionale e capofila della cosiddetta "destra sociale" (l’area più prossima per sensibilità culturale al lascito missino), costituisce il segno tangibile dello spostamento a destra del baricentro politico. I consensi sono stati raccolti laddove un tempo quel medesimo elettorato avrebbe invece optato, quanto meno nella maggioranza dei casi, per la sinistra. A fronte di un processo di impoverimento di una parte dei ceti medi, e di una sempre più evidente marginalità di quelli già proletarizzati, gli uni e gli altri scelgono, nella crisi del loro status e nell’apparente assenza di prospettive, di farsi rappresentare da una destra con connotazioni fortemente populiste, a suo evidente agio nelle dinamiche innescate dai processi di globalizzazione.
Più che pensare ad un ritorno – anche solo in forme mascherate – di un trascorso, dobbiamo invece prendere atto che qualcosa che pensavamo esistere non c’è più: in altre parole, che la cultura antifascista, intesa come insieme di valori fondanti la storia costituzionale, politica e morale della Repubblica, ha oramai completamente perduto quella rilevanza che ancora in anni recenti riusciva a raccogliere. Non è più una discriminate decisiva nella formazione del giudizio politico. La vicenda romana, per l’appunto, ne è l’indice più eloquente. La squillante vittoria del candidato del Popolo delle Libertà, peraltro velocemente archiviata dagli sconfitti, non è avvenuta malgrado la sua origine politica, dichiaratamente neofascista (e come tale rivendicata con orgoglio), ma semmai grazie ad essa. Non è qui in discussione il grado di adesione ai principi della democrazia da parte di Alemanno. Semmai è legittimo interrogarsi quanto una cultura politica quale quella rappresentata dal nuovo sindaco di Roma possa coesistere con la democrazia stessa, nata dal ripudio dell’esperienza storica del fascismo.
Una cartina di tornasole, da poco inaugurato il suo mandato, è stata la querelle – destinata prevedibilmente a ripresentarsi in futuro, a Roma come in altre città – sulla intitolazione di una via a Giorgio Almirante, leader del partito che fu di Fini e di molti esponenti dell’attuale maggioranza di governo. La motivazione conclamata è che il leader missino sarebbe stato, sia pure a suo modo, uno dei "padri della Repubblica" o, per meglio dire, del suo sistema partitico. In questo avrebbe assolto ad una funzione di educazione alle regole del gioco di quanti, fuoriusciti da Salò con il convincimento di dovere restare fascisti, avrebbero invece così optato per una più rassicurante accettazione delle norme imposte dall’ordinamento costituzionale e legale. Il corollario implicito di questo ragionamento demanda, ancora una volta, ad una parificazione tra le ragioni della sinistra storica e di quella destra radicale sostanzialmente estranea al circuito democratico ma in essa parassitariamente inserita, così come lo fu per tutta la sua esistenza il Movimento sociale italiano. Il ruolo che in questa vicenda è stato assegnato agli ebrei italiani (d’ufficio, in maniera insipiente ma non casuale, aggregati ancora una volta ad Israele) è, a tale riguardo, sconcertante. Ad essi è attribuito l’assai poco invidiabile primato di fornire (ma non di negare) patenti di democrazia. In altre parole, l’assenso di alcuni tra di loro avrebbe costituito il manifesto riscontro della legittimità dell’altrui agire. Sintomatico che Alemanno, alle prime, corali doglianze (anche e soprattutto da parte ebraica) per la ribadita intenzione riguardo ad Almirante, abbia risolto la questione dicendo che ne avrebbe parlato con gli "ebrei della Comunità di Roma". A quale titolo il loro giudizio (forse ne esiste uno che valga per tutti o al di sopra di tutti?) debba risultare dirimente non è dato saperlo, mentre l’ambiguità di questo fare dovrebbe risultare oramai chiara a molti. Se non altro in virtù del principio per il quale chi è oggi delegato a giudicare sarà un giorno chiamato ad essere giudicato. Un peso insopportabile, del quale si dovrebbe avere la capacità di fare a meno. Non meno insopportabili – e tutto ciò sta di buon grado dentro la logica che vogliamo denunciare – sono sia il pregiudizio che la pregiudiziale che si accompagnano a questa affettata e sospetta distribuzione di facoltà. Il pregiudizio è quello che, ancora una volta, attribuisce agli ebrei una eccezionalità (non importa se positiva o negativa) in ragione della quale li si lusinga, li si vezzeggia o – alternativamente – li si dileggia, a seconda del prevalere di sentimenti o di risentimenti. Il pregiudizio è tale indipendentemente dal segno che lo precede: il credere che gli ebrei siano, come tali, migliori dei loro contemporanei è non meno foriero di inquietanti equivoci del pensare che essi siano peggiori. Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di una valutazione ascrittiva, attribuita ad una persona non per quello che fa ma per ciò che si presume sia in quanto appartenente ad un gruppo, indipendente da qualsiasi riscontro di merito. Gli ebrei, che siano buoni o cattivi, secondo questo criterio sono sempre "i soliti ebrei": come si dice oggi di stimarli, domani li si può odiare. A partire dal potere di veto che gli si è falsamente attribuito. La pregiudiziale, invece, è quella a-fascista, che si è affermata nel nostro paese e che sta producendo un pericoloso cortocircuito tra l’immagine del fascismo storico (non meno che dei suoi derivati, a partire dal neofascismo) e la sostanza del suo operato. Laddove della prima si edulcorano tutti gli aspetti, occultando completamente la tragicità del secondo. Che non si tratti di un mero problema storiografico bensì di una questione tutta politica sarà chiaro a molti dei lettori. Poiché l’anestetizzazione del passato, che si consuma attraverso la svalutazione dell’antifascismo (ridotto alla sua macchiettistica scimmiottatura) e la simmetrica rivalutazione degli esponenti dall’antidemocrazia, è la via maestra per legittimare la secca riduzione degli spazi di libertà e il ritorno agli autoritarismi. La vicenda della tentata titolazione di una via ad Almirante diventa così l’indice di un processo culturale che è in corso, ben lontano dall’avere esaurito tutti i suoi effetti. Anche nel torpore delle equiparazioni maturano le condizioni per rendere accettabile quello che, altrimenti, non lo sarebbe. Che gli ebrei siano chiamati a fare da sponda legittimante per tutto ciò non può che fare rabbrividire (e riflettere) ancora di più.
Claudio Vercelli
CV
Ebrei in Italia
Qualcosa di nuovo sotto il sole di Roma?
di
Claudio Vercelli
L’onda lunga della vittoria politica ed elettorale del centro-destra non si è ancora esaurita e tuttavia il quadro appare già sufficientemente chiaro. Pur bandendo gli allarmismi di circostanza, occorre prendere atto che i partiti che si riconoscono sotto l’egida di Berlusconi sono maggioranza non solo dentro le urne ma anche nell’intero paese. Parliamo di una maggioranza che esercita una sostanziale egemonia culturale, ovvero che raccoglie una diffusa e condivisa opinione, generando e riproducendo un senso comune. L’esito delle elezioni per il Comune di Roma sono la cartina di tornasole di quanto stiamo affermando. La vittoria di Gianni Alemanno, esponente di primo piano di Alleanza Nazionale e capofila della cosiddetta "destra sociale" (l’area più prossima per sensibilità culturale al lascito missino), costituisce il segno tangibile dello spostamento a destra del baricentro politico. I consensi sono stati raccolti laddove un tempo quel medesimo elettorato avrebbe invece optato, quanto meno nella maggioranza dei casi, per la sinistra. A fronte di un processo di impoverimento di una parte dei ceti medi, e di una sempre più evidente marginalità di quelli già proletarizzati, gli uni e gli altri scelgono, nella crisi del loro status e nell’apparente assenza di prospettive, di farsi rappresentare da una destra con connotazioni fortemente populiste, a suo evidente agio nelle dinamiche innescate dai processi di globalizzazione.
Più che pensare ad un ritorno – anche solo in forme mascherate – di un trascorso, dobbiamo invece prendere atto che qualcosa che pensavamo esistere non c’è più: in altre parole, che la cultura antifascista, intesa come insieme di valori fondanti la storia costituzionale, politica e morale della Repubblica, ha oramai completamente perduto quella rilevanza che ancora in anni recenti riusciva a raccogliere. Non è più una discriminate decisiva nella formazione del giudizio politico. La vicenda romana, per l’appunto, ne è l’indice più eloquente. La squillante vittoria del candidato del Popolo delle Libertà, peraltro velocemente archiviata dagli sconfitti, non è avvenuta malgrado la sua origine politica, dichiaratamente neofascista (e come tale rivendicata con orgoglio), ma semmai grazie ad essa. Non è qui in discussione il grado di adesione ai principi della democrazia da parte di Alemanno. Semmai è legittimo interrogarsi quanto una cultura politica quale quella rappresentata dal nuovo sindaco di Roma possa coesistere con la democrazia stessa, nata dal ripudio dell’esperienza storica del fascismo.
Una cartina di tornasole, da poco inaugurato il suo mandato, è stata la querelle – destinata prevedibilmente a ripresentarsi in futuro, a Roma come in altre città – sulla intitolazione di una via a Giorgio Almirante, leader del partito che fu di Fini e di molti esponenti dell’attuale maggioranza di governo. La motivazione conclamata è che il leader missino sarebbe stato, sia pure a suo modo, uno dei "padri della Repubblica" o, per meglio dire, del suo sistema partitico. In questo avrebbe assolto ad una funzione di educazione alle regole del gioco di quanti, fuoriusciti da Salò con il convincimento di dovere restare fascisti, avrebbero invece così optato per una più rassicurante accettazione delle norme imposte dall’ordinamento costituzionale e legale. Il corollario implicito di questo ragionamento demanda, ancora una volta, ad una parificazione tra le ragioni della sinistra storica e di quella destra radicale sostanzialmente estranea al circuito democratico ma in essa parassitariamente inserita, così come lo fu per tutta la sua esistenza il Movimento sociale italiano. Il ruolo che in questa vicenda è stato assegnato agli ebrei italiani (d’ufficio, in maniera insipiente ma non casuale, aggregati ancora una volta ad Israele) è, a tale riguardo, sconcertante. Ad essi è attribuito l’assai poco invidiabile primato di fornire (ma non di negare) patenti di democrazia. In altre parole, l’assenso di alcuni tra di loro avrebbe costituito il manifesto riscontro della legittimità dell’altrui agire. Sintomatico che Alemanno, alle prime, corali doglianze (anche e soprattutto da parte ebraica) per la ribadita intenzione riguardo ad Almirante, abbia risolto la questione dicendo che ne avrebbe parlato con gli "ebrei della Comunità di Roma". A quale titolo il loro giudizio (forse ne esiste uno che valga per tutti o al di sopra di tutti?) debba risultare dirimente non è dato saperlo, mentre l’ambiguità di questo fare dovrebbe risultare oramai chiara a molti. Se non altro in virtù del principio per il quale chi è oggi delegato a giudicare sarà un giorno chiamato ad essere giudicato. Un peso insopportabile, del quale si dovrebbe avere la capacità di fare a meno. Non meno insopportabili – e tutto ciò sta di buon grado dentro la logica che vogliamo denunciare – sono sia il pregiudizio che la pregiudiziale che si accompagnano a questa affettata e sospetta distribuzione di facoltà. Il pregiudizio è quello che, ancora una volta, attribuisce agli ebrei una eccezionalità (non importa se positiva o negativa) in ragione della quale li si lusinga, li si vezzeggia o – alternativamente – li si dileggia, a seconda del prevalere di sentimenti o di risentimenti. Il pregiudizio è tale indipendentemente dal segno che lo precede: il credere che gli ebrei siano, come tali, migliori dei loro contemporanei è non meno foriero di inquietanti equivoci del pensare che essi siano peggiori. Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di una valutazione ascrittiva, attribuita ad una persona non per quello che fa ma per ciò che si presume sia in quanto appartenente ad un gruppo, indipendente da qualsiasi riscontro di merito. Gli ebrei, che siano buoni o cattivi, secondo questo criterio sono sempre "i soliti ebrei": come si dice oggi di stimarli, domani li si può odiare. A partire dal potere di veto che gli si è falsamente attribuito. La pregiudiziale, invece, è quella a-fascista, che si è affermata nel nostro paese e che sta producendo un pericoloso cortocircuito tra l’immagine del fascismo storico (non meno che dei suoi derivati, a partire dal neofascismo) e la sostanza del suo operato. Laddove della prima si edulcorano tutti gli aspetti, occultando completamente la tragicità del secondo. Che non si tratti di un mero problema storiografico bensì di una questione tutta politica sarà chiaro a molti dei lettori. Poiché l’anestetizzazione del passato, che si consuma attraverso la svalutazione dell’antifascismo (ridotto alla sua macchiettistica scimmiottatura) e la simmetrica rivalutazione degli esponenti dall’antidemocrazia, è la via maestra per legittimare la secca riduzione degli spazi di libertà e il ritorno agli autoritarismi. La vicenda della tentata titolazione di una via ad Almirante diventa così l’indice di un processo culturale che è in corso, ben lontano dall’avere esaurito tutti i suoi effetti. Anche nel torpore delle equiparazioni maturano le condizioni per rendere accettabile quello che, altrimenti, non lo sarebbe. Che gli ebrei siano chiamati a fare da sponda legittimante per tutto ciò non può che fare rabbrividire (e riflettere) ancora di più.
Claudio Vercelli
domenica 7 settembre 2008
gad lerner: regressione culturale
Gli immigrati e il programma di governo
Pubblicato da Gad
05.09.2008
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.L’Europa assolve il governo italiano perché fortunatamente non ha fatto quel che in ripetute dichiarazioni pubbliche il suo ministro degli Interni si era riproposto di fare: la raccolta generalizzata delle impronte digitali di tutti gli abitanti dei campi nomadi, compresi i bambini.La lettura del rapporto inviato il 1 agosto da Roma a Bruxelles ha dato modo di verificare le modalità del censimento nei campi nomadi e –si badi bene- “di correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni”. Limitando “solo a casi estremi” il rilievo dei dati dattiloscopici dei bambini, quando siano “strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione”.L’Italia evita così il disonore di un richiamo comunitario alle più elementari regole di civiltà, e non possiamo che gioirne. Senza dimenticare però l’insistenza con cui Roberto Maroni, fra giugno e luglio, aveva più volte sottolineato la necessità di prendere le impronte dei bambini rom. Quando il suo annuncio sollevò le prime contestazioni, il ministro rincarò la dose: lo facciamo per il loro bene, solo così li sottrarremo allo sfruttamento dei genitori criminali. Infine, dopo un voto del Parlamento europeo e le perplessità manifestate dagli stessi prefetti incaricati di applicare il provvedimento, la raccolta delle impronte è stata derubricata a extrema ratio. Ma silenziosamente, alla chetichella, lasciando che fra i cittadini esasperati continuasse a circolare la certezza di un governo che non si lascia commuovere da quelle manine, viste troppe volte frugare nelle tasche e nelle borse dei malcapitati.La genericità con cui il censimento e la nomina dei Commissari prefettizi è stata riferita a non meglio precisati “campi nomadi”, ha consentito di aggirare l’accusa di discriminazione su base etnica o religiosa. E nel frattempo gli altri ministri del governo Berlusconi, seguiti dai sindaci più fantasiosi, sono subentrati con una raffica di ulteriori emergenze, tutte da affrontare con la divisa e tutte ispirate al medesimo principio: abbiamo vinto nettamente le elezioni e dunque procediamo al ripristino del principio di autorità. Dopo i rom viene il turno dei clandestini, dei fannulloni, dei cattivi in condotta. E siccome gli annunci di tolleranza zero si nutrono dell’innovazione linguistica, diventa importante anche cambiare il nome alle cose: i Centri di permanenza temporanea diventano Centri di identificazione e espulsione, così come i poveri amministratori locali deprivati dell’Ici potranno consolarsi fregiandosi di una simbolica stella da sceriffo.Era prevedibile che l’opinione pubblica manifestasse forte sintonia –finalmente!- con l’annuncio della fine del lassismo. Pur senza illusioni sul ripristino della sicurezza pubblica: intanto accontentiamoci che le autorità politiche indichino per nome e cognome le categorie colpevoli, ponendo fine all’indulgenza. A cosa serve lo Stato se non, innanzitutto, a sorvegliare e punire? L’integrazione, il recupero, l’assistenza, sono lussi che possono permettersi solo i privilegiati. Le culture solidariste sono ferrivecchi destinati alla discarica, insieme alla sinistra.Per questo il presidente della Camera viene trattato come un guastafeste quando conferma il suo orientamento favorevole a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da un congruo numero di anni sul territorio nazionale. I suoi stessi compagni di partito hanno liquidato con malcelato fastidio come “opinione personale” la sua apertura alla proposta di Walter Veltroni. Ma come? Proprio ora che otteniamo il via libera pure dalla Commissione europea, tu vieni a romperci con i diritti degli immigrati (vincolati ai doveri, ça va sans dire)? Prima ancora di Berlusconi e Maroni è il coordinatore di An, Ignazio La Russa, a precisare che “per noi la priorità resta la lotta all’immigrazione clandestina”. Come se fosse plausibile un contrasto efficace dei residenti senza documenti validi che non contempli certezze di diritti riconosciuti: ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno validi anche per chi ha provvisoriamente perduto il lavoro, voce in capitolo sulle scelte amministrative nel luogo in cui si risiede da anni, procedure codificate di accesso alla cittadinanza italiana, luoghi di culto dignitosi e adeguati.Tutto ciò, e non solo il diritto di voto alle elezioni amministrative, resta fuori da un programma di governo che viceversa ritiene di trarre legittimità da una cultura di sottomissione degli immigrati alla comunità nazionale. Una comunità che non può fare a meno della loro manodopera ma che al tempo stesso si dichiara satura e prive di risorse sufficienti alla loro graduale integrazione.L’Italia cristiana che ritiene di avere già fatto troppo nel campo dell’accoglienza, incapace di commuoversi davanti agli annegati e infastidita da chi nomade non lo è certo per vocazione, trova nei suoi governanti –tornati detentori dell’autorità- gli inconsapevoli fautori di un pensiero antico. Basta leggere “La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa”, del compianto Bronislaw Geremek (Laterza), per notare il recupero in atto di certe dottrine medievali: distinguere i “poveri vergognosi”, caduti in disgrazia nell’ambito della nostra comunità e dunque meritevoli di pubblica compassione, dai forestieri vagabondi e parassiti, indegni di ricovero e elemosina, tanto meno di diritti.Rischiamo una regressione culturale da cui non ci salverà la benevolenza dell’Ue. Perché l’ingiustizia nei confronti dei più deboli prima o poi genera conflitti, e allora le aspettative suscitate da un governo miope moltiplicheranno il rancore sociale.
Pubblicato da Gad
05.09.2008
Questo articolo è uscito su “Repubblica”.L’Europa assolve il governo italiano perché fortunatamente non ha fatto quel che in ripetute dichiarazioni pubbliche il suo ministro degli Interni si era riproposto di fare: la raccolta generalizzata delle impronte digitali di tutti gli abitanti dei campi nomadi, compresi i bambini.La lettura del rapporto inviato il 1 agosto da Roma a Bruxelles ha dato modo di verificare le modalità del censimento nei campi nomadi e –si badi bene- “di correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni”. Limitando “solo a casi estremi” il rilievo dei dati dattiloscopici dei bambini, quando siano “strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione”.L’Italia evita così il disonore di un richiamo comunitario alle più elementari regole di civiltà, e non possiamo che gioirne. Senza dimenticare però l’insistenza con cui Roberto Maroni, fra giugno e luglio, aveva più volte sottolineato la necessità di prendere le impronte dei bambini rom. Quando il suo annuncio sollevò le prime contestazioni, il ministro rincarò la dose: lo facciamo per il loro bene, solo così li sottrarremo allo sfruttamento dei genitori criminali. Infine, dopo un voto del Parlamento europeo e le perplessità manifestate dagli stessi prefetti incaricati di applicare il provvedimento, la raccolta delle impronte è stata derubricata a extrema ratio. Ma silenziosamente, alla chetichella, lasciando che fra i cittadini esasperati continuasse a circolare la certezza di un governo che non si lascia commuovere da quelle manine, viste troppe volte frugare nelle tasche e nelle borse dei malcapitati.La genericità con cui il censimento e la nomina dei Commissari prefettizi è stata riferita a non meglio precisati “campi nomadi”, ha consentito di aggirare l’accusa di discriminazione su base etnica o religiosa. E nel frattempo gli altri ministri del governo Berlusconi, seguiti dai sindaci più fantasiosi, sono subentrati con una raffica di ulteriori emergenze, tutte da affrontare con la divisa e tutte ispirate al medesimo principio: abbiamo vinto nettamente le elezioni e dunque procediamo al ripristino del principio di autorità. Dopo i rom viene il turno dei clandestini, dei fannulloni, dei cattivi in condotta. E siccome gli annunci di tolleranza zero si nutrono dell’innovazione linguistica, diventa importante anche cambiare il nome alle cose: i Centri di permanenza temporanea diventano Centri di identificazione e espulsione, così come i poveri amministratori locali deprivati dell’Ici potranno consolarsi fregiandosi di una simbolica stella da sceriffo.Era prevedibile che l’opinione pubblica manifestasse forte sintonia –finalmente!- con l’annuncio della fine del lassismo. Pur senza illusioni sul ripristino della sicurezza pubblica: intanto accontentiamoci che le autorità politiche indichino per nome e cognome le categorie colpevoli, ponendo fine all’indulgenza. A cosa serve lo Stato se non, innanzitutto, a sorvegliare e punire? L’integrazione, il recupero, l’assistenza, sono lussi che possono permettersi solo i privilegiati. Le culture solidariste sono ferrivecchi destinati alla discarica, insieme alla sinistra.Per questo il presidente della Camera viene trattato come un guastafeste quando conferma il suo orientamento favorevole a riconoscere il diritto di voto amministrativo agli immigrati residenti da un congruo numero di anni sul territorio nazionale. I suoi stessi compagni di partito hanno liquidato con malcelato fastidio come “opinione personale” la sua apertura alla proposta di Walter Veltroni. Ma come? Proprio ora che otteniamo il via libera pure dalla Commissione europea, tu vieni a romperci con i diritti degli immigrati (vincolati ai doveri, ça va sans dire)? Prima ancora di Berlusconi e Maroni è il coordinatore di An, Ignazio La Russa, a precisare che “per noi la priorità resta la lotta all’immigrazione clandestina”. Come se fosse plausibile un contrasto efficace dei residenti senza documenti validi che non contempli certezze di diritti riconosciuti: ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno validi anche per chi ha provvisoriamente perduto il lavoro, voce in capitolo sulle scelte amministrative nel luogo in cui si risiede da anni, procedure codificate di accesso alla cittadinanza italiana, luoghi di culto dignitosi e adeguati.Tutto ciò, e non solo il diritto di voto alle elezioni amministrative, resta fuori da un programma di governo che viceversa ritiene di trarre legittimità da una cultura di sottomissione degli immigrati alla comunità nazionale. Una comunità che non può fare a meno della loro manodopera ma che al tempo stesso si dichiara satura e prive di risorse sufficienti alla loro graduale integrazione.L’Italia cristiana che ritiene di avere già fatto troppo nel campo dell’accoglienza, incapace di commuoversi davanti agli annegati e infastidita da chi nomade non lo è certo per vocazione, trova nei suoi governanti –tornati detentori dell’autorità- gli inconsapevoli fautori di un pensiero antico. Basta leggere “La pietà e la forca. Storia della miseria e della carità in Europa”, del compianto Bronislaw Geremek (Laterza), per notare il recupero in atto di certe dottrine medievali: distinguere i “poveri vergognosi”, caduti in disgrazia nell’ambito della nostra comunità e dunque meritevoli di pubblica compassione, dai forestieri vagabondi e parassiti, indegni di ricovero e elemosina, tanto meno di diritti.Rischiamo una regressione culturale da cui non ci salverà la benevolenza dell’Ue. Perché l’ingiustizia nei confronti dei più deboli prima o poi genera conflitti, e allora le aspettative suscitate da un governo miope moltiplicheranno il rancore sociale.
sabato 6 settembre 2008
inaugurata a fondotoce la biblioteca aldo aniasi
Iniziative Italia / A Fondotoce una biblioteca intitolata ad Aldo Aniasi
Inaugurazione ufficiale dell'apertura al pubblico della Biblioteca "Aldo Aniasi"
il cui catalogo è stato recentemente informatizzato e di una Mostra di libri (tratti dalla medesima biblioteca) sul tema dell'8 settembre, nell'ambito della manifestazione
Il mio 8 settembreVoci e ricordi dei giorni dell'armistizio
Fondotoce di Verbania - Casa della Resistenza6 settembre 2008
Biagio De Giovanni: nel PD
Nel Pd non gira un’idea che sia una
• da Il Riformista del 5 settembre 2008, pag. 1
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di Biagio De Giovanni
Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall’antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell’entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano. Per la prima volta tutte le forze che hanno governato la Prima Repubblica sono state collocate all’opposizione; per la prima volta, una coalizione di centrodestra, senza confini a destra se non marginali, governa l’Italia, priva anche del contributo di alcuni eredi della Dc; per la prima volta, nella storia dell’Italia democratica, un grande partito di centrodestra in formazione (la De era tutt’altra cosa) si va radicando nella società, e sviluppa i tratti di una sua cultura politica e si colloca in una reinterpretazione dei canoni più consolidati della stessa storia repubblicana, a muovere dal senso dello Stato unitario, ricostituendo le linee di una sua nuova e inedita legittimazione.
Quante cose stanno accadendo per la prima volta! Dinanzi a questo terremoto culturale e politico, sicuramente di portata storica, sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza della posta in gioco, poco coraggio di interrogare l’Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria(!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell’Italia peggiore. Di una analisi storico-politica non sembra che si avverta il bisogno. Su questo fronte, a parte la differente eleganza e complessità delle argomentazioni, si ritrovano insieme Eugenio Scalfari e Furio Colombo, e mi scuso con il fondatore di Repubblica per questa semplificazione che tuttavia non mi pare inappropriata. Non parlo di Antonio Di Pietro, che la sua piccola rendita la realizza proprio nella diagnosi indicata e dunque non può che riprodurla per naturale istinto di sopravvivenza.
In questo quadro, la difficoltà del centrosinistra appare anzitutto culturale, come avviene sempre quando la crisi di una forza politica è talmente profonda da toccare la struttura intima del suo sistema ideale. Il Partito democratico ha commesso un clamoroso errore nell’immaginare di poter nascere, come è stato detto, «perché il Novecento è finito», e dunque i vecchi sistemi di idee potevano semplicemente andare in soffitta. La verità è che essi erano attraversati pur sempre da un senso della storia e germinavano da una dialettica storica e politica che dava corpo e sostanza alle forze esistenti. Perché nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea? Forse perché, vichianamente, «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise», e se quel partito ha deciso di nascere mettendo insieme delle oligarchie almeno in parte stanche e sconfitte, rinunciando a costruire un processo autocritico di rilettura della storia d’Italia e della propria funzione nazionale, il risultato non poteva essere granché diverso. Veltroni ha provato a dare una scossa, ma si è come fermato a mezz’aria, bloccato da che cosa? Un elemento è nella sottovalutazione della strategia avversaria, di quella capacità del centrodestra di trasmettere una visione dell’Italia, di mettersi in sintonia, insieme, con gli strati più vitali e aggressivi e quelli più tradizionalisti (l’Italia peggiore nella rappresentazione di Eugenio Scalfari), in un quadro rozzo e profondo, demagogico e penetrante, parolaio e decisionista, ma capace di rimettere in discussione idee che sono state cardini della storia repubblicana. La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l’Italia repubblicana? Sarebbe un bel contrapasso, ma è proprio così che si stanno svolgendo le cose. Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno.
Il centrodestra sembra invece avere una visione dell’Italia, e a modo suo la porta avanti. Ha mandato in soffitta la questione meridionale, e quella decisiva rappresentazione della storia d’Italia che ha fatto perno su di essa. Il Mezzogiorno oggi dibatte sul federalismo fiscale. La questione settentrionale indica un’altra direzione alla storia d’Italia: la "rozza" Lega (ma si può star tranquilli: Colombo ci ricorda di non aver mai stretto la mano a Calderoli) ha deciso, con genuino istinto politico, le priorità di questa agenda, che costituisce un altro modo di leggere la formazione della coscienza nazionale e un’altra risposta al dualismo italiano. Il revisionismo storiografico (che non appartiene, certo, esaustivamente a un campo politico, ma che è comunque segno di una sensibilità una volta inconsistente) sta lavorando ai fianchi la lettura mitica della Resistenza e anche della Costituzione, mettendo in discussione l’enorme patrimonio di egemonia accumulato nella Dc e nel Pci per cinquant’anni. Si va incrinando il corporativismo sindacale, e si mostra che il re è nudo: il paese più sindacalizzato d’Europa - risultato del compromesso Dc-Pci - è quello con i salari più bassi d’Europa e con la strage pressocché quotidiana delle morti bianche. Alla visione di Giulio Tremonti sulla globalizzazione, al netto di tutte le ironie che si è tirato dietro, non corrisponde molto sul piano opposto se non spesso una vaga melassa cosmopolita. E si potrebbe naturalmente continuare.
Nessuno è in grado di prevedere, certo, quale fisionomia avrà l’Italia alla fine della legislatura. Ma sarà assai diversa da quella attuale, e al centrosinistra servirà un Tony Blair - dopo, mutatis mutandis, Berlusconi-Thatcher - per riprendere il filo di un proprio discorso con questa Italia che la "cultura" del centrodestra (posso utilizzare questa parola senza scandalo a sinistra?) avrà certamente contribuito a cambiare. Per ora, questa figura non si intravede. come non si intravede l’abbozzo di una nuova cultura politica, ma se non dovessero, prima o dopo, quella figura e quella cultura irrompere sulla scena politica, sarà difficile ridurre i tempi di una lunga separazione del centrosinistra italiano dall’Italia reale.
• da Il Riformista del 5 settembre 2008, pag. 1
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di Biagio De Giovanni
Ipnotizzato da Berlusconi, dal berlusconismo e soprattutto dall’antiberlusconismo, il centrosinistra italiano non sembra essersi reso conto non dico dell’entità della sconfitta subita, ma del carattere periodizzante delle elezioni di aprile e delle radicali novità di storia politica che esse comportano. Per la prima volta tutte le forze che hanno governato la Prima Repubblica sono state collocate all’opposizione; per la prima volta, una coalizione di centrodestra, senza confini a destra se non marginali, governa l’Italia, priva anche del contributo di alcuni eredi della Dc; per la prima volta, nella storia dell’Italia democratica, un grande partito di centrodestra in formazione (la De era tutt’altra cosa) si va radicando nella società, e sviluppa i tratti di una sua cultura politica e si colloca in una reinterpretazione dei canoni più consolidati della stessa storia repubblicana, a muovere dal senso dello Stato unitario, ricostituendo le linee di una sua nuova e inedita legittimazione.
Quante cose stanno accadendo per la prima volta! Dinanzi a questo terremoto culturale e politico, sicuramente di portata storica, sul fronte opposto dominano scarsa consapevolezza della posta in gioco, poco coraggio di interrogare l’Italia e se stessi, e ci si divide tra un fragile gioco di rimessa e una persistente analisi paragiudiziaria del berlusconismo, visto o come una clamorosa e provvisoria(!) eccezione, o come causa ed effetto di una mucillagine sociale - che Berlusconi ha magari contribuito a produrre e che lo riproduce moltiplicato per mille - dentro la quale si vanno disperdendo i "valori" di una comunità nazionale ed emerge la "vitalità" dell’Italia peggiore. Di una analisi storico-politica non sembra che si avverta il bisogno. Su questo fronte, a parte la differente eleganza e complessità delle argomentazioni, si ritrovano insieme Eugenio Scalfari e Furio Colombo, e mi scuso con il fondatore di Repubblica per questa semplificazione che tuttavia non mi pare inappropriata. Non parlo di Antonio Di Pietro, che la sua piccola rendita la realizza proprio nella diagnosi indicata e dunque non può che riprodurla per naturale istinto di sopravvivenza.
In questo quadro, la difficoltà del centrosinistra appare anzitutto culturale, come avviene sempre quando la crisi di una forza politica è talmente profonda da toccare la struttura intima del suo sistema ideale. Il Partito democratico ha commesso un clamoroso errore nell’immaginare di poter nascere, come è stato detto, «perché il Novecento è finito», e dunque i vecchi sistemi di idee potevano semplicemente andare in soffitta. La verità è che essi erano attraversati pur sempre da un senso della storia e germinavano da una dialettica storica e politica che dava corpo e sostanza alle forze esistenti. Perché nella "melassa conflittuale" del Partito democratico non gira una idea? Forse perché, vichianamente, «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise», e se quel partito ha deciso di nascere mettendo insieme delle oligarchie almeno in parte stanche e sconfitte, rinunciando a costruire un processo autocritico di rilettura della storia d’Italia e della propria funzione nazionale, il risultato non poteva essere granché diverso. Veltroni ha provato a dare una scossa, ma si è come fermato a mezz’aria, bloccato da che cosa? Un elemento è nella sottovalutazione della strategia avversaria, di quella capacità del centrodestra di trasmettere una visione dell’Italia, di mettersi in sintonia, insieme, con gli strati più vitali e aggressivi e quelli più tradizionalisti (l’Italia peggiore nella rappresentazione di Eugenio Scalfari), in un quadro rozzo e profondo, demagogico e penetrante, parolaio e decisionista, ma capace di rimettere in discussione idee che sono state cardini della storia repubblicana. La raffinata sinistra perde il confronto proprio sulle idee, dopo aver dominato in lungo e in largo, attraverso di esse, l’Italia repubblicana? Sarebbe un bel contrapasso, ma è proprio così che si stanno svolgendo le cose. Il centrosinistra è senza idee, è come lo stanco erede di se stesso, disunito e conflittuale non sulle idee ma sulle microlotte di potere al proprio interno.
Il centrodestra sembra invece avere una visione dell’Italia, e a modo suo la porta avanti. Ha mandato in soffitta la questione meridionale, e quella decisiva rappresentazione della storia d’Italia che ha fatto perno su di essa. Il Mezzogiorno oggi dibatte sul federalismo fiscale. La questione settentrionale indica un’altra direzione alla storia d’Italia: la "rozza" Lega (ma si può star tranquilli: Colombo ci ricorda di non aver mai stretto la mano a Calderoli) ha deciso, con genuino istinto politico, le priorità di questa agenda, che costituisce un altro modo di leggere la formazione della coscienza nazionale e un’altra risposta al dualismo italiano. Il revisionismo storiografico (che non appartiene, certo, esaustivamente a un campo politico, ma che è comunque segno di una sensibilità una volta inconsistente) sta lavorando ai fianchi la lettura mitica della Resistenza e anche della Costituzione, mettendo in discussione l’enorme patrimonio di egemonia accumulato nella Dc e nel Pci per cinquant’anni. Si va incrinando il corporativismo sindacale, e si mostra che il re è nudo: il paese più sindacalizzato d’Europa - risultato del compromesso Dc-Pci - è quello con i salari più bassi d’Europa e con la strage pressocché quotidiana delle morti bianche. Alla visione di Giulio Tremonti sulla globalizzazione, al netto di tutte le ironie che si è tirato dietro, non corrisponde molto sul piano opposto se non spesso una vaga melassa cosmopolita. E si potrebbe naturalmente continuare.
Nessuno è in grado di prevedere, certo, quale fisionomia avrà l’Italia alla fine della legislatura. Ma sarà assai diversa da quella attuale, e al centrosinistra servirà un Tony Blair - dopo, mutatis mutandis, Berlusconi-Thatcher - per riprendere il filo di un proprio discorso con questa Italia che la "cultura" del centrodestra (posso utilizzare questa parola senza scandalo a sinistra?) avrà certamente contribuito a cambiare. Per ora, questa figura non si intravede. come non si intravede l’abbozzo di una nuova cultura politica, ma se non dovessero, prima o dopo, quella figura e quella cultura irrompere sulla scena politica, sarà difficile ridurre i tempi di una lunga separazione del centrosinistra italiano dall’Italia reale.
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