28/7/2008
Generazione perduta
ANTONIO SCURATI
Non bisogna fidarsi di nessuno che abbia più di trent’anni». Di fronte allo spettacolo senile e crepuscolare offerto dal congresso del Prc, verrebbe voglia di appropriarsi del motto dei rivoluzionari cubani che abbatterono Batista. Ma ce ne manca il fegato, e l’ardore. Primo perché i rivoluzionari in teoria dovrebbero essere loro, questi anziani signori sconfitti, litigiosi e spenti, secondo perché anche noi giovani scontenti, a furia di sperare nel rinnovamento della sinistra, abbiamo valicato da tempo la dorsale dei trent’anni. Il balletto di mozioni congressuali plurime, di odi di fazione, di scambi di voti a scrutinio segreto, di imboscate fratricide andato in scena a Chianciano ha la cadenza mesta di una danza macabra. L’ostinata renitenza dei cosiddetti leader della sinistra che fu comunista a ogni ipotesi di ricambio generazionale è l’acuto finale del cupio dissolvi. In un clima di drammatico rischio d’estinzione di una gloriosa tradizione, emerge la figura di un leader di «nuova generazione», Nichi Vendola, che per caratteristiche personali e per storia politica potrebbe guidare la riscossa: un uomo del Sud che, pur del tutto anticonvenzionale, ha coraggiosamente strappato alla destra un suo feudo elettorale grazie all’entusiasmo popolare. Uno che odora di vittoria. I suoi compagni di partito che fanno? Fanno di tutto per affossarlo, a costo di gettare terra sulla propria sepoltura. Qui non si tratta di biasimare gli «stanchi riti della vecchia politica». Ad avvilirci è la loro monotonia ossessiva. Quegli anziani signori a congresso sembrano appassionarsi solo ai riti funebri; paiono aver dimenticato ogni gusto per quelli battesimali o propiziatori.È lo sconforto di una generazione questo che ci prende. Una generazione perduta alla politica. Se per politica s’intende la possibilità individuale di agire nell’orizzonte grande della storia collettiva. Prima, negli Anni 70, un’infanzia funestata dalle foto segnaletiche dei terroristi di sinistra trasmesse dai tg. Poi, negli Anni 80, un’adolescenza «rieducata» dall’ideologia iperconsumistica delle tv commerciali. Questa l’educazione politica toccata alla generazione dei nati alla fine degli Anni 60, la mia generazione. Arrivati alla soglia dei vent’anni, incontrammo la fine di un’epoca iperpoliticizzata e iperideologica. Anche quelli che, per inclinazione caratteriale o provenienza familiare, si sarebbero sentiti vicini alla storia della sinistra, e dunque alla passione politica vissuta come impegno in prima persona, si affacciarono alla vita adulta con l’atteggiamento disincantato e sfiduciato dell’orfano. Il crollo del Muro di Berlino ci colse a gozzovigliare davanti alla tv, con un bianchino in mano e il sarcasmo obbligatorio in bocca. Nemmeno fosse una serata del Festival di Sanremo. Io, cresciuto a Venezia, di quella notte ricordo solo la battuta di un mio amico che sembrava nato già mezzo ubriaco. Abbandonò per un attimo la ciacola con le ragazze, gettò uno sguardo divertito al televisore e commentò: «Varda quel mona col picón».Se rievoco quest’episodio apparentemente incongruo, è perché quella notte finì un’epoca della politica ma per la mia generazione non n’è mai iniziata un’altra. Non a sinistra, quantomeno. Siamo entrati nella vita adulta con la sensazione che nell’arena politica non ci fosse niente per noi e niente di noi: nessuno spazio, nessun riconoscimento, nessun nostro leader, nessun nostro progetto, nessun godimento. Quella sensazione ci accompagna ancora mentre ci avviamo ai quarant’anni. Si è corroborata fino a diventare abitudine e vi hanno contribuito tanto la tracotante volontà di potere della nuova destra quanto il decadente cupio dissolvi della vecchia sinistra. Ci abbiamo fatto quasi il callo oramai. Siamo a un passo dal cinismo, l’ultima spiaggia della rassegnazione. Anche di fronte allo spettacolo di questi distruttori mascherati da rifondatori, sarei tentato di dire, come quel mio amico di tanti anni fa: «Varda quel mona col picón».
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
lunedì 18 agosto 2008
venerdì 25 luglio 2008
il pse e l'immigrazione
mentre il governo Berlusconi dichiara l'emergenza nazionale...
PES President on migration
Ieri 24 luglio 2008, 16.31.00 Eamonn
At the PES activists Forum in Vienna, PES President Poul Nyrup Rasmussen outlined how best to approach the migration issue. Recognising the need for "new minimum standards on how to treat migrant workers in Europe," he highlighted the importance of these being based on "rights and duties."
Judging from history, Poul noted that "When you play the fear factor it is always the conservatives who gain." Therefore, as Socialists, we need to play the future factor based on inclusivity and equality.
Check out the video and let us know what you think. What exactly should these new minimum standards be? What "rights and duties" need to be promoted to develop a sense of inclusivity amongst migrant workers?
PES President on migration
Ieri 24 luglio 2008, 16.31.00 Eamonn
At the PES activists Forum in Vienna, PES President Poul Nyrup Rasmussen outlined how best to approach the migration issue. Recognising the need for "new minimum standards on how to treat migrant workers in Europe," he highlighted the importance of these being based on "rights and duties."
Judging from history, Poul noted that "When you play the fear factor it is always the conservatives who gain." Therefore, as Socialists, we need to play the future factor based on inclusivity and equality.
Check out the video and let us know what you think. What exactly should these new minimum standards be? What "rights and duties" need to be promoted to develop a sense of inclusivity amongst migrant workers?
le nouveau visage de Berlusconi
Accueil du site > Revue > Idées du monde > Le nouveau visage du Cavaliere
Italie
Le nouveau visage du Cavaliere
L’Italie après la victoire de Berlusconi
par Riccardo Brizzi [25-07-2008]
Domaine : Politique
Mots-clés : élections Italie
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La mode de l’« anti-berlusconisme » semble passée en Italie, même au sein de la gauche, dont les représentants parlent aujourd’hui d’« opposition constructive ». Et Berlusconi lui-même, après une victoire écrasante, change radicalement son style.
Télécharger ce(s) document(s) :
Le nouveau visage du Cavaliere (PDF - 49.1 ko)
par Riccardo BrizziVoir en ligne : http://www.rome-en-images.com/2008/...
En partenariat avec Centro Studi Progetto Europeo Quatorze ans après sa première victoire éclatante de 1994, Silvio Berlusconi, en remportant les élections législatives d’avril dernier, a ouvert un nouveau cycle dans la vie politique italienne, déjà baptisé « Troisième République » par des juristes et politologues de la péninsule. Si les institutions définies par la Constitution de 1948 restent en place, il ne fait pas doute que l’Italie s’est retrouvée dans un nouveau tournant politique : ce que les Italiens appellent la « Deuxième République », à savoir la période ouverte en 1994 par l’effondrement du système politique d’après-guerre, dominé par le Parti chrétien-démocrate, a trouvé son terme. Dans les deux cas, c’est Berlusconi qui a achevé le cycle respectif. Mais il Cavaliere de 2008 n’est plus le même que celui de 1994.
Les années 1994 - 2008 furent celles d’une longue transition tourmentée, caractérisée par l’alternance au pouvoir : deux gouvernements de centre-droit et deux gouvernements de centre-gauche [1]. Mais la transition n’était pas équilibrée : le centre-droit s’est consolidé progressivement, malgré les tensions dues au caractère hétérogène de l’alliance – Forza Italia de Berlusconi étant alliée avec les régionalistes de la Ligue du Nord, mais aussi avec le mouvement postfasciste Alliance nationale, implanté surtout au Sud de la péninsule et fusionné avec le parti du Cavaliere en 2007 au sein d’une formation nouvelle, Il Popolo della Libertà –, tandis que le centre-gauche, malgré d’interminables processus d’intégration et de refondation, a fini par se désintégrer. La droite a trouvé dans la figure du Cavaliere un leader indiscuté ; la gauche s’en est remise à Romano Prodi, le moindre dénominateur commun d’une coalition qui dut quitter le pouvoir avant de mettre en œuvre son programme.
Italie 2008, un pays à droite
La victoire de Berlusconi fut nette : sa coalition a obtenu plus de 17 millions de voix, soit environ trois millions et demi de plus que celle de Veltroni (formé par le Parti démocrate et l’Italia dei Valori, une formation guidée par Antonio Di Pietro, le magistrat devenu populaire pour avoir conduit l’enquête de Tangentopoli). Les 9 points d’écart qui séparent les vainqueurs des vaincus témoignent de la droitisation progressive de la société italienne et de l’effritement de beaucoup de fiefs traditionnels du centre-gauche. Le nouveau parti de Belusconi, Il Popolo della Libertà, et son allié la Ligue du Nord ont battu tous les records auprès des commerçants et des artisans (65% vs 22% pour le Parti démocrate), les entrepreneurs (52,5% vs 34%) et les femmes au foyer (54% vs 32%), mais aussi auprès des ouvriers (48%, grâce notamment au score de la Ligue du Nord, contre 29% pour le Parti démocrate). Le centre-gauche ne s’est imposé que dans les régions traditionnellement « rouges » du centre et centre-nord (Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria), mais perdu son relatif avantage dans les régions du centre-sud (Lazio, Abruzzo et Molise). Dans le reste du pays, le succès du Cavaliere apparaît plus écrasant encore : 15 points d’écart dans le Sud et dans les îles, 17 points dans le Nord-ouest, 19 dans le Nord-est...
La métamorphose du Cavaliere
Du point de vue du système électoral, les dernières élections rapprochent l’Italie du modèle bipartisan qu’elle avait abandonné en 1994 : les deux principales listes électorales ont recueilli près de 73% des voix. Mais ce qui frappe surtout dans le paysage actuel, c’est la centralité de Berlusconi lui-même, qui apparaît comme le seul lien capable de rassembler une coalition hétérogène, politiquement et socialement (les cadres supérieurs mais aussi les salariés, les classes moyennes effrayées par la richesse du Nord, mais aussi des salariés publics du Sud). En face de lui, un centre-gauche barricadé dans les « régions rouges » traditionnelles, quasiment évincé du Nord, perpétuellement minoritaire au Sud et déstabilisé au centre (où il a perdu aussi la ville de Rome lors des municipales d’avril dernier). Si la « Deuxième République » fut caractérisée par la rivalité entre les deux capitales de l’Italie, Milan et Rome, respectivement de droite et de gauche, le pays vient de retrouver son unité symbolique sous l’égide de Berlusconi.
Autre grande nouveauté, c’est que il Cavaliere a remporté la victoire au terme d’une campagne électorale où – contrairement aux précédentes – il n’avait ni promis de miracles, ni tenté de cacher les difficultés que le pays traverse. Ayant jeté aux orties ses habits d’entrepreneur miracle, Berlusconi s’est présenté comme un homme d’État appelé à affronter une période de crise grave, désireux de réconcilier un pays divisé (alors que c’est lui-même qui avait largement contribué à sa division...). Sa véritable réussite est d’avoir réussi sa mue et se faire accepter par les Italiens dans son nouveau rôle : un premier ministre sans baguette magique, à l’écoute des citoyens, désireux de répondre à leurs demandes (notamment celle de sécurité...), en rupture avec son style et son langage du passé.
Si le Cavaliere demeure le champion de l’Italie populiste, réfractaire au respect des règles et méfiante vis-à-vis des institutions [2], pour la première fois le « ventre » du pays est indiscutablement de son côté, et force est de constater que les tentatives de le diaboliser ont visiblement échoué. Une nette majorité a décidé de lui confier, pour la troisième fois, les clés du gouvernement, en décrétant ainsi une sorte d’amnistie sur les conflits d’intérêt dont jalonne sa carrière politique, ses déboires judiciaires et son comportement politique extravagant [3]. La saison de l’« anti-berlusconisme » semble passée, même à gauche. Aussi ne doit-on pas trop s’étonner si le nouveau mot d’ordre de celle-ci soit « dialogue » et « opposition constructive ».
« Opposition constructive »
Le problème c’est que, du moins pour le moment, ce dialogue ressemble plutôt à un monologue, étant donnés les rapports de force entre les deux interlocuteurs. D’un côté Il Cavaliere, à la tête d’un gouvernement composé à son image [4], où ses proches occupent tous les postes clés, y compris les deux ministères – les télécommunications et la justice – où ses conflits d’intérêt sont les plus flagrants (dans les gouvernements précédents, Forza Italia s’était abstenu d’investir ces postes, pour ne pas mettre l’huile sur le feu). De l’autre, Walter Veltroni, le leader d’un jeune parti-patchwork composé de cultures politique fort différentes. Depuis la défaite d’avril, Veltroni semble chercher l’inspiration dans l’ancien modèle du « gouvernement de solidarité nationale » de 1970, lorsque le leader du parti communiste italien de l’époque, Enrico Berlinguer, déclara que le pays vivait une situation d’urgence et que l’opposition communiste était prête à soutenir le gouvernement chrétien-démocrate dans tous les cas où il le jugerait utile pour le pays.
Le problème, c’est que la référence au dialogue entre Berlinguer et Moro, si noble qu’elle soit, est complètement hors de propos dans l’Italie de 2008. Silvio Berlusconi n’a nullement besoin d’une opposition conciliante, ayant reçu via les urnes les pleins pouvoirs pour gouverner, jouissant d’un leadership indiscutable et n’ayant à faire face à aucun contre-pouvoir réel : ni dans les milieux politiques, ni dans le monde économique. La servilité envers le nouveau maître, qu’on observe actuellement dans les salles du Parlement, se manifeste également chez les grands groupes économiques et financiers de la péninsule, qui confirment l’amour ineffable d’une bonne partie des élites italiennes pour le pouvoir quel qu’il soit, pourvu qu’il soit fort et sans scrupule : cet amour qui induit les membres de l’establishment intellectuel et économique à de bruyants retournements, depuis le passage du dogme des privatisations et des libéralisations (emblème du premier Berlusconi) au protectionnisme (comme en témoigne la kyrielle nationaliste pour Alitalia, et le refus de vendre à l’Air France) qui symbolisent aujourd’hui la carte de visite du nouveau Berlusconi et de son impérissable ministre de l’économie, Giulio Tremonti, le caméléon de la pensée économique. En Italie d’aujourd’hui, un seul homme est aux commandes. En face, une scène politique amorphe, une lune de miel vraiment trop mièvre [5].
Il n’est pas facile pour la gauche de savoir comment répondre à cette domination politique, ni comment rompre la magie du consensus à n’importe quel prix et du conformisme général dans lequel a sombré un pays. Une opposition constructive, c’est très bien, mais une culture, un projet partagé, c’est-à-dire une hypothèse de société désirable en alternative à celle de Berlusconi, serait mieux. [6]
L’avancée de la Ligue du Nord
La victoire de Berlusconi fut la plus spectaculaire dans le Nord du pays, où la gauche n’a pas su répondre à la demande sécuritaire exprimée par une partie de la population, et surtout aux amalgames entre cette question et le débat sur l’immigration. Mais le problème va plus loin : il s’agit en réalité d’une mutation profonde du paysage social, du démantèlement des liens communautaires, du « dépaysement » en cours dans ses régions les plus insérées dans la mondialisation, et de la désorientation que ces changements provoquent. D’où les succès de la Ligue aux dernières élections (8,3% contre 4,9 en 2006, avec des scores dépassant les 20% en Lombardie et dans la région de Venise, les deux très peuplées), qui poursuivent l’opération mise en évidence dans les travaux d’Ilvo Diamanti [7] : la construction d’une véritable « identité nordiste ».
Les « nordistes » ont un profil social, politique et moral assez net. Ils se recrutent principalement parmi les petits entrepreneurs, les professions libérales et les travailleurs du secteur privé, et résident en général dans des communes petites ou moyennes. Ils s’inquiètent de l’insécurité plus que le reste de la population. Leurs ennemis sont Rome, la classe politique nationale, l’État central et surtout l’Union européenne. En revanche, ils font beaucoup plus confiance dans le gouvernement local : les communes et les régions. Politiquement à droite, ils sont en parfaite syntonie avec la rhétorique anti-politique de Bossi et de Berlusconi, à qui ils confient la tâche de crier leur propre malaise.
Devenir respectable
Mais que se cache-t-il derrière le nouveau look de Berlusconi ? Certains y voient la « leçon française » : un homme d’État ne doit pas afficher son arrogance et son bonheur privé quand les caisses publiques sont vides et les citoyens préoccupés pour l’avenir [8]. Expert en communication, Berlusconi aurait donc opté pour un profil modéré, d’homme d’état classique, en abandonnant les comportements hors normes et les oppositions frontales auxquels il avait habitué les Italiens.
D’autres l’expliquent par un objectif politique immédiat : mettre dans l’embarras et diviser le Parti démocrate (comme c’est le cas aujourd’hui, au sujet de la réforme de la justice qui divise l’opposition), briser en permanence l’opposition (en exploitant les fissures apparues récemment entre le Parti démocrate, plus ouvert au dialogue avec le gouvernement, et ses alliés d’Italia dei Valori, fidèles à la ligne d’opposition frontale), s’assurer au Parlement d’un climat bien différent qu’il y régnait à l’époque de son prédécesseur, Romano Prodi, tout en maintenant la tendance au bipartitisme. Tout cela est vrai naturellement, mais insuffisant pour expliquer une mue aussi radicale. D’où le soupçon véhiculé dans les médias, qui voient derrière le nouveau Berlusconi la poursuite d’un rêve ancien, celui d’arriver à la présidence de la République. Il s’agirait donc – comme l’observe par exemple Massimo Giannini dans la Repubblica – de l’aboutissement d’un parcours politique : Il Cavaliere a aujourd’hui 72 ans et veut passer dans l’histoire comme un homme d’État respectable. À l’état actuel, les marques qu’il a laissées dans l’histoire italienne sont sans aucun doute profondes, mais ce sont celles de l’homme de la rupture et de la rancune. Au cours de ces quinze dernières années, la bataille politique s’était fondée sur une opposition absolue, sur une diabolisation réciproque : à l’anti-Berlusconisme de la gauche, Berlusconi répondait par les diatribes contre les « communistes ». « Trop de fractures pour réaliser votre ambition de représenter une nation », lui lancent aujourd’hui les « derniers Mohicans » au sein de la gauche. Mais il ne fait aucun doute que nombre de chirurgiens politiques sont déjà au travail.
Le mandat présidentiel du président actuel, Giorgio Napolitano, arrivera à son terme en 2013, quelques mois après les prochaines élections législatives. Ne pouvant prévoir quel parti dominera le Parlement à ce moment-là (en Italie, c’est le Parlement qui élit le Président de la République), Berlusconi abandonne la voie de l’opposition frontale. Le nouveau gouvernement et, surtout, le nouveau visage de son chef, semblent à cet égard le meilleur tremplin pour se lancer dans l’ultime conquête politique du Cavaliere : le palais présidentiel. Vu l’état actuel du Parti démocrate, on ne voit pas qui pourrait l’en empêcher.
Le seul capable d’arrêter Berlusconi, c’est Berlusconi lui-même : saura-t-il résister à ses vieux démons, qui le poussent à adopter des lois ad personam et à relancer le conflit institutionnel, à l’instar de celui qu’il a provoqué avec la magistrature peu après son triomphe électoral ? Paradoxalement, le seul contre-pouvoir actuel en Italie est la Ligue du Nord, dont les leaders se montrent sceptiques face au bras de fer avec les magistrats et plutôt désireux de voir enfin aboutir une réforme qui introduire le fédéralisme fiscal – réforme que les gouvernements Berlusconi précédents avaient toujours promise, sans jamais la mener à bien.
Traduit de l’italien par Marie-Christine Elekes
par Riccardo Brizzi [25-07-2008]
Notes
[1] M.P. De Paulis-Dalembert, L’Italie entre le XX et le XXI siècle : la transition infinie, Presses Sorbonne Nouvelle, 2006.
[2] M. Lazar, L’Italie à la dérive. Le moment Berlusconi, Paris, Perrin, 2006.
[3] M. Giannini, Terza Repubblica, stesso cavaliere, La Repubblica, 15-04-2008.
[4] M. Franco, È il governo del Cavaliere, Il Corriere della Sera, 08-05-2008.
[5] P.L. Battista, Quella luna troppo di miele, Il Corriere della Sera, 24-05-2008.
[6] E. Berselli, Il nuovo conformismo che circonda il Cavaliere, La Repubblica, 26-05-2008.
[7] En 2000 seulement 14% des italiens provenant de différents contextes (villes, régions, Nord, Centre, Sud, Italie, Europe, Monde) déclaraient appartenir, avant tout au Nord, aujourd’hui le pourcentage – constamment accru au cours des dernières années – a triplé, avec 12% des personnes interviewées qui le reconnaissent comme première référence, pourcentage qui augmente jusqu’à 25% si l’on considère uniquement les résidents dans les régions septentrionales . Dans le Nord de l’Italie les habitants, pour définir leur appartenance, se déclarent d’abord « nordistes » puis « italiens » ou « lombards », « milanais », etc. Cfr. I. Diamanti, Così sta nascendo l’identità nordista, La Repubblica, 15-06-2008.
[8] Cf. le dernier numéro de la revue « Le Temps des médias. Revue d’histoire », paru en printemps 2008 et consacré à Peopolisation et politique.
Italie
Le nouveau visage du Cavaliere
L’Italie après la victoire de Berlusconi
par Riccardo Brizzi [25-07-2008]
Domaine : Politique
Mots-clés : élections Italie
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La mode de l’« anti-berlusconisme » semble passée en Italie, même au sein de la gauche, dont les représentants parlent aujourd’hui d’« opposition constructive ». Et Berlusconi lui-même, après une victoire écrasante, change radicalement son style.
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Le nouveau visage du Cavaliere (PDF - 49.1 ko)
par Riccardo BrizziVoir en ligne : http://www.rome-en-images.com/2008/...
En partenariat avec Centro Studi Progetto Europeo Quatorze ans après sa première victoire éclatante de 1994, Silvio Berlusconi, en remportant les élections législatives d’avril dernier, a ouvert un nouveau cycle dans la vie politique italienne, déjà baptisé « Troisième République » par des juristes et politologues de la péninsule. Si les institutions définies par la Constitution de 1948 restent en place, il ne fait pas doute que l’Italie s’est retrouvée dans un nouveau tournant politique : ce que les Italiens appellent la « Deuxième République », à savoir la période ouverte en 1994 par l’effondrement du système politique d’après-guerre, dominé par le Parti chrétien-démocrate, a trouvé son terme. Dans les deux cas, c’est Berlusconi qui a achevé le cycle respectif. Mais il Cavaliere de 2008 n’est plus le même que celui de 1994.
Les années 1994 - 2008 furent celles d’une longue transition tourmentée, caractérisée par l’alternance au pouvoir : deux gouvernements de centre-droit et deux gouvernements de centre-gauche [1]. Mais la transition n’était pas équilibrée : le centre-droit s’est consolidé progressivement, malgré les tensions dues au caractère hétérogène de l’alliance – Forza Italia de Berlusconi étant alliée avec les régionalistes de la Ligue du Nord, mais aussi avec le mouvement postfasciste Alliance nationale, implanté surtout au Sud de la péninsule et fusionné avec le parti du Cavaliere en 2007 au sein d’une formation nouvelle, Il Popolo della Libertà –, tandis que le centre-gauche, malgré d’interminables processus d’intégration et de refondation, a fini par se désintégrer. La droite a trouvé dans la figure du Cavaliere un leader indiscuté ; la gauche s’en est remise à Romano Prodi, le moindre dénominateur commun d’une coalition qui dut quitter le pouvoir avant de mettre en œuvre son programme.
Italie 2008, un pays à droite
La victoire de Berlusconi fut nette : sa coalition a obtenu plus de 17 millions de voix, soit environ trois millions et demi de plus que celle de Veltroni (formé par le Parti démocrate et l’Italia dei Valori, une formation guidée par Antonio Di Pietro, le magistrat devenu populaire pour avoir conduit l’enquête de Tangentopoli). Les 9 points d’écart qui séparent les vainqueurs des vaincus témoignent de la droitisation progressive de la société italienne et de l’effritement de beaucoup de fiefs traditionnels du centre-gauche. Le nouveau parti de Belusconi, Il Popolo della Libertà, et son allié la Ligue du Nord ont battu tous les records auprès des commerçants et des artisans (65% vs 22% pour le Parti démocrate), les entrepreneurs (52,5% vs 34%) et les femmes au foyer (54% vs 32%), mais aussi auprès des ouvriers (48%, grâce notamment au score de la Ligue du Nord, contre 29% pour le Parti démocrate). Le centre-gauche ne s’est imposé que dans les régions traditionnellement « rouges » du centre et centre-nord (Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria), mais perdu son relatif avantage dans les régions du centre-sud (Lazio, Abruzzo et Molise). Dans le reste du pays, le succès du Cavaliere apparaît plus écrasant encore : 15 points d’écart dans le Sud et dans les îles, 17 points dans le Nord-ouest, 19 dans le Nord-est...
La métamorphose du Cavaliere
Du point de vue du système électoral, les dernières élections rapprochent l’Italie du modèle bipartisan qu’elle avait abandonné en 1994 : les deux principales listes électorales ont recueilli près de 73% des voix. Mais ce qui frappe surtout dans le paysage actuel, c’est la centralité de Berlusconi lui-même, qui apparaît comme le seul lien capable de rassembler une coalition hétérogène, politiquement et socialement (les cadres supérieurs mais aussi les salariés, les classes moyennes effrayées par la richesse du Nord, mais aussi des salariés publics du Sud). En face de lui, un centre-gauche barricadé dans les « régions rouges » traditionnelles, quasiment évincé du Nord, perpétuellement minoritaire au Sud et déstabilisé au centre (où il a perdu aussi la ville de Rome lors des municipales d’avril dernier). Si la « Deuxième République » fut caractérisée par la rivalité entre les deux capitales de l’Italie, Milan et Rome, respectivement de droite et de gauche, le pays vient de retrouver son unité symbolique sous l’égide de Berlusconi.
Autre grande nouveauté, c’est que il Cavaliere a remporté la victoire au terme d’une campagne électorale où – contrairement aux précédentes – il n’avait ni promis de miracles, ni tenté de cacher les difficultés que le pays traverse. Ayant jeté aux orties ses habits d’entrepreneur miracle, Berlusconi s’est présenté comme un homme d’État appelé à affronter une période de crise grave, désireux de réconcilier un pays divisé (alors que c’est lui-même qui avait largement contribué à sa division...). Sa véritable réussite est d’avoir réussi sa mue et se faire accepter par les Italiens dans son nouveau rôle : un premier ministre sans baguette magique, à l’écoute des citoyens, désireux de répondre à leurs demandes (notamment celle de sécurité...), en rupture avec son style et son langage du passé.
Si le Cavaliere demeure le champion de l’Italie populiste, réfractaire au respect des règles et méfiante vis-à-vis des institutions [2], pour la première fois le « ventre » du pays est indiscutablement de son côté, et force est de constater que les tentatives de le diaboliser ont visiblement échoué. Une nette majorité a décidé de lui confier, pour la troisième fois, les clés du gouvernement, en décrétant ainsi une sorte d’amnistie sur les conflits d’intérêt dont jalonne sa carrière politique, ses déboires judiciaires et son comportement politique extravagant [3]. La saison de l’« anti-berlusconisme » semble passée, même à gauche. Aussi ne doit-on pas trop s’étonner si le nouveau mot d’ordre de celle-ci soit « dialogue » et « opposition constructive ».
« Opposition constructive »
Le problème c’est que, du moins pour le moment, ce dialogue ressemble plutôt à un monologue, étant donnés les rapports de force entre les deux interlocuteurs. D’un côté Il Cavaliere, à la tête d’un gouvernement composé à son image [4], où ses proches occupent tous les postes clés, y compris les deux ministères – les télécommunications et la justice – où ses conflits d’intérêt sont les plus flagrants (dans les gouvernements précédents, Forza Italia s’était abstenu d’investir ces postes, pour ne pas mettre l’huile sur le feu). De l’autre, Walter Veltroni, le leader d’un jeune parti-patchwork composé de cultures politique fort différentes. Depuis la défaite d’avril, Veltroni semble chercher l’inspiration dans l’ancien modèle du « gouvernement de solidarité nationale » de 1970, lorsque le leader du parti communiste italien de l’époque, Enrico Berlinguer, déclara que le pays vivait une situation d’urgence et que l’opposition communiste était prête à soutenir le gouvernement chrétien-démocrate dans tous les cas où il le jugerait utile pour le pays.
Le problème, c’est que la référence au dialogue entre Berlinguer et Moro, si noble qu’elle soit, est complètement hors de propos dans l’Italie de 2008. Silvio Berlusconi n’a nullement besoin d’une opposition conciliante, ayant reçu via les urnes les pleins pouvoirs pour gouverner, jouissant d’un leadership indiscutable et n’ayant à faire face à aucun contre-pouvoir réel : ni dans les milieux politiques, ni dans le monde économique. La servilité envers le nouveau maître, qu’on observe actuellement dans les salles du Parlement, se manifeste également chez les grands groupes économiques et financiers de la péninsule, qui confirment l’amour ineffable d’une bonne partie des élites italiennes pour le pouvoir quel qu’il soit, pourvu qu’il soit fort et sans scrupule : cet amour qui induit les membres de l’establishment intellectuel et économique à de bruyants retournements, depuis le passage du dogme des privatisations et des libéralisations (emblème du premier Berlusconi) au protectionnisme (comme en témoigne la kyrielle nationaliste pour Alitalia, et le refus de vendre à l’Air France) qui symbolisent aujourd’hui la carte de visite du nouveau Berlusconi et de son impérissable ministre de l’économie, Giulio Tremonti, le caméléon de la pensée économique. En Italie d’aujourd’hui, un seul homme est aux commandes. En face, une scène politique amorphe, une lune de miel vraiment trop mièvre [5].
Il n’est pas facile pour la gauche de savoir comment répondre à cette domination politique, ni comment rompre la magie du consensus à n’importe quel prix et du conformisme général dans lequel a sombré un pays. Une opposition constructive, c’est très bien, mais une culture, un projet partagé, c’est-à-dire une hypothèse de société désirable en alternative à celle de Berlusconi, serait mieux. [6]
L’avancée de la Ligue du Nord
La victoire de Berlusconi fut la plus spectaculaire dans le Nord du pays, où la gauche n’a pas su répondre à la demande sécuritaire exprimée par une partie de la population, et surtout aux amalgames entre cette question et le débat sur l’immigration. Mais le problème va plus loin : il s’agit en réalité d’une mutation profonde du paysage social, du démantèlement des liens communautaires, du « dépaysement » en cours dans ses régions les plus insérées dans la mondialisation, et de la désorientation que ces changements provoquent. D’où les succès de la Ligue aux dernières élections (8,3% contre 4,9 en 2006, avec des scores dépassant les 20% en Lombardie et dans la région de Venise, les deux très peuplées), qui poursuivent l’opération mise en évidence dans les travaux d’Ilvo Diamanti [7] : la construction d’une véritable « identité nordiste ».
Les « nordistes » ont un profil social, politique et moral assez net. Ils se recrutent principalement parmi les petits entrepreneurs, les professions libérales et les travailleurs du secteur privé, et résident en général dans des communes petites ou moyennes. Ils s’inquiètent de l’insécurité plus que le reste de la population. Leurs ennemis sont Rome, la classe politique nationale, l’État central et surtout l’Union européenne. En revanche, ils font beaucoup plus confiance dans le gouvernement local : les communes et les régions. Politiquement à droite, ils sont en parfaite syntonie avec la rhétorique anti-politique de Bossi et de Berlusconi, à qui ils confient la tâche de crier leur propre malaise.
Devenir respectable
Mais que se cache-t-il derrière le nouveau look de Berlusconi ? Certains y voient la « leçon française » : un homme d’État ne doit pas afficher son arrogance et son bonheur privé quand les caisses publiques sont vides et les citoyens préoccupés pour l’avenir [8]. Expert en communication, Berlusconi aurait donc opté pour un profil modéré, d’homme d’état classique, en abandonnant les comportements hors normes et les oppositions frontales auxquels il avait habitué les Italiens.
D’autres l’expliquent par un objectif politique immédiat : mettre dans l’embarras et diviser le Parti démocrate (comme c’est le cas aujourd’hui, au sujet de la réforme de la justice qui divise l’opposition), briser en permanence l’opposition (en exploitant les fissures apparues récemment entre le Parti démocrate, plus ouvert au dialogue avec le gouvernement, et ses alliés d’Italia dei Valori, fidèles à la ligne d’opposition frontale), s’assurer au Parlement d’un climat bien différent qu’il y régnait à l’époque de son prédécesseur, Romano Prodi, tout en maintenant la tendance au bipartitisme. Tout cela est vrai naturellement, mais insuffisant pour expliquer une mue aussi radicale. D’où le soupçon véhiculé dans les médias, qui voient derrière le nouveau Berlusconi la poursuite d’un rêve ancien, celui d’arriver à la présidence de la République. Il s’agirait donc – comme l’observe par exemple Massimo Giannini dans la Repubblica – de l’aboutissement d’un parcours politique : Il Cavaliere a aujourd’hui 72 ans et veut passer dans l’histoire comme un homme d’État respectable. À l’état actuel, les marques qu’il a laissées dans l’histoire italienne sont sans aucun doute profondes, mais ce sont celles de l’homme de la rupture et de la rancune. Au cours de ces quinze dernières années, la bataille politique s’était fondée sur une opposition absolue, sur une diabolisation réciproque : à l’anti-Berlusconisme de la gauche, Berlusconi répondait par les diatribes contre les « communistes ». « Trop de fractures pour réaliser votre ambition de représenter une nation », lui lancent aujourd’hui les « derniers Mohicans » au sein de la gauche. Mais il ne fait aucun doute que nombre de chirurgiens politiques sont déjà au travail.
Le mandat présidentiel du président actuel, Giorgio Napolitano, arrivera à son terme en 2013, quelques mois après les prochaines élections législatives. Ne pouvant prévoir quel parti dominera le Parlement à ce moment-là (en Italie, c’est le Parlement qui élit le Président de la République), Berlusconi abandonne la voie de l’opposition frontale. Le nouveau gouvernement et, surtout, le nouveau visage de son chef, semblent à cet égard le meilleur tremplin pour se lancer dans l’ultime conquête politique du Cavaliere : le palais présidentiel. Vu l’état actuel du Parti démocrate, on ne voit pas qui pourrait l’en empêcher.
Le seul capable d’arrêter Berlusconi, c’est Berlusconi lui-même : saura-t-il résister à ses vieux démons, qui le poussent à adopter des lois ad personam et à relancer le conflit institutionnel, à l’instar de celui qu’il a provoqué avec la magistrature peu après son triomphe électoral ? Paradoxalement, le seul contre-pouvoir actuel en Italie est la Ligue du Nord, dont les leaders se montrent sceptiques face au bras de fer avec les magistrats et plutôt désireux de voir enfin aboutir une réforme qui introduire le fédéralisme fiscal – réforme que les gouvernements Berlusconi précédents avaient toujours promise, sans jamais la mener à bien.
Traduit de l’italien par Marie-Christine Elekes
par Riccardo Brizzi [25-07-2008]
Notes
[1] M.P. De Paulis-Dalembert, L’Italie entre le XX et le XXI siècle : la transition infinie, Presses Sorbonne Nouvelle, 2006.
[2] M. Lazar, L’Italie à la dérive. Le moment Berlusconi, Paris, Perrin, 2006.
[3] M. Giannini, Terza Repubblica, stesso cavaliere, La Repubblica, 15-04-2008.
[4] M. Franco, È il governo del Cavaliere, Il Corriere della Sera, 08-05-2008.
[5] P.L. Battista, Quella luna troppo di miele, Il Corriere della Sera, 24-05-2008.
[6] E. Berselli, Il nuovo conformismo che circonda il Cavaliere, La Repubblica, 26-05-2008.
[7] En 2000 seulement 14% des italiens provenant de différents contextes (villes, régions, Nord, Centre, Sud, Italie, Europe, Monde) déclaraient appartenir, avant tout au Nord, aujourd’hui le pourcentage – constamment accru au cours des dernières années – a triplé, avec 12% des personnes interviewées qui le reconnaissent comme première référence, pourcentage qui augmente jusqu’à 25% si l’on considère uniquement les résidents dans les régions septentrionales . Dans le Nord de l’Italie les habitants, pour définir leur appartenance, se déclarent d’abord « nordistes » puis « italiens » ou « lombards », « milanais », etc. Cfr. I. Diamanti, Così sta nascendo l’identità nordista, La Repubblica, 15-06-2008.
[8] Cf. le dernier numéro de la revue « Le Temps des médias. Revue d’histoire », paru en printemps 2008 et consacré à Peopolisation et politique.
krugman: la coscienza di un liberal
Che Paul Krugman fosse uno dei più lucidi e caustici economisti in circolazione già lo sapevo. Non potevo immaginare, però, che nel suo ultimo testo avrei trovato così tanti spunti di riflessione, utili anche a chi è interessato solo delle sorti della sinistra italiana o europea.Citerò alcuni punti soltanto, perché il libro val la pena di essere letto. Provate anche voi ad utilizzare questi spunti di riflessione per ragionare sulla situazione italiana, e vedrete!1) Negli Stati Uniti la destra repubblicana si propone un programma "rivoluzionario": sbarazzarsi di tutto quanto rimane dell'età di Roosevelt. Questo include: sindacati, tassazione progressiva dei redditi di persone fisiche e giuridiche, regolamentazioni. Con questa destra è impossibile un accordo bipartisan.2) Le destre vincono perché purtroppo non sono attaccate in maniera sufficientemente forte sul tema della diseguaglianza economica; purtroppo riescono a rimanere esse stesse all'attacco, su temi che suscitano timori (ordine pubblico, problemi razziali, pericoli esterni, "guasti" del sistema del welfare); oppure con la dubbia capacità di presentare come autentiche panaceee proposte senza senso (la riduzione delle tasse, e lo smantellamento del welfare o della presenza dello Stato nell'economia come unico modo per assicurare la crescita, liberando le forze del libero mercato da lacci e lacciuoli). Purtroppo - e qui viene utile leggere anche l'ultima fatica di Al Gore, "Assalto alla ragione" - la pochezza del dibattito politico nelle democrazie occidentali e la timidezza di forze che si dicono progressiste ma che ormai sono succubi al sistema rendono impossibile smascherare l'imbroglio dei destri.3) Le diseguaglianze di reddito nelle società industriali odierne non sono il portato dell'innovazione tecnologica, della globalizzazione o della modifica delle strutture dell'organizzazione aziendale. Le diseguaglianza sono il frutto di precise scelte di governo, in particolare di politica fiscale. Allo stesso modo la creazione di una società in cui dominava la classe media, caratterizzata da una significativa mobilità sociale verso l'alto, fu il portato delle scelte di politica economica dell'età rooseveltiana (in Europa potremmo dire delle politiche che nel secondo dopoguerra portarono alla costruzione dei nostri sistemi di welfare).4) Non è assiomatico che lo Stato sia per sua natura incapace gestire parti del sistema economico in modo più che soddisfacente: è questione, piuttosto, di livello di preparazione e di maggiore o minore corruttibilità delle classi dirigenti, delle tecnocrazie e delle burocrazie.5) Purtroppo l'economia di mercato non ha necessariamente bisogno della democrazia per prosperare6) Il miglior supporto dei partiti di sinistra è il sindacato. Quando il sindacato viene ridotto ai minimi termini, possono essere solo guai.7) Alte tasse sui redditi più elevati e l'innalzamento dei salari minimi sono una giusta combinazione per ridurre le diseguaglianze (sembra e forse è banale, ma trovatemi qualcuno che in Italia non si disperi per timore che un innalzamento dei salari generi inflazione...)Tra l'altro assai spesso Krugman, economista di razza, cita dati quantitativi molto interessanti a sostegno delle sue tesi (ad esempio sulla diseguaglianza, o sulla mobilità sociale) - in genere per smentire quanto va per la maggiore secondo la vulgata corrente.E questi sono solo alcuni degli spunti che mi tornano in mente...Da non perdere!P.S.: ieri notte ho visitato i siti riconducibili all'ala "progressive" (cioè alla sinistra) del partito democratico americano, che vi segnalo:
"Center for American Progress" (http://www.americanprogress.org/);
Democracy for America - che raggruppa i sostenitori dell'ex candidato alla nomination democratica nel 2004, Howard Dean (http://www.democracyforamerica.com/). Curioso soprattutto per capire come si organizza una corrente in un partito leggero come quello americano
ovviamente il sito di Al Gore (http://www.algore.com/)
i due siti di Paul Krugman (che sta diventando una specie di guru di quell'area politica): il suo sito personale (http://krugmanonline.com/) e soprattutto la sua pagina sul sito del NYT, di cui è editorialista (http://topics.nytimes.com/top/opinion/editorialsandoped/oped/columnists/paulkrugman/index.html)
recensione del Sole 24 Ore
C'era una volta l'America
di Piero Ignazi
Nel suo nuovo libro, Paul Krugman denuncia: negli Stati Uniti le disuguaglianze crescono, la middle class scompare. Per l'economista, è il risultato delle «armi di distrazione di massa». Nel '69 un operaio della General Motors prendeva 40mila dollari l'anno. Un dipendente Wal Mart oggi ne guadagna 18milaPaul Krugman è un liberal che non ha paura di dichiararsi tale, al punto da affermare, nell'ultima frase del suo libro, che «in definitiva, la democrazia coincide con il pensiero liberal». È un polemista che per i suoi strali all'amministrazione Bush dalle colonne del «New York Times» ha irritato terribilmente i «neocons» (tanto che, nel testo, ringrazia l'editor della pagina dei commenti del giornale per averlo difeso dalle pressanti richieste di allontanamento). È un economista che è uscito dal recinto della sua specializzazione e si è concentrato sull'analisi della società e della politica per cercare di comprendere cosa è successo all'America del New Deal e degli anni 50, quell'America prospera e fiduciosa, imperniata su una vasta middle class, dove milioni di persone assaporavano per la prima volta il gusto del benessere.Il punto di partenza dell'analisi di Krugman sono i felici anni 50. In quel periodo si realizza la «grande compressione» delle disuguaglianze. I redditi dei lavoratori dipendenti crescono in maniera esponenziale rispetto agli anni della Grande depressione, mentre quelli dei ricchi si riducono. Se prima della guerra l'1% della popolazione concentrava nelle sue mani il 20% della ricchezza nazionale, negli anni 50 ne disponeva solo della metà, intorno al 10 per cento. Il New Deal instaurato da Franklin Delano Roosevelt aveva aumentato i salari e, allo stesso tempo, le tasse sui redditi più alti. In questo modo le diseguaglianze tra le classi erano diminuite. E tutto ciò senza alcun effetto negativo sull'economia. Tutti stavano meglio ed erano soprattutto gli strati sociali più bassi a goderne i benefici. L'adozione di queste politiche egualizzatrici si reggevano anche grazie a una intensa mobilitazione dei salariati: negli anni 50, circa un terzo dei colletti blu era iscritto al sindacato.A partire dagli anni 80 tutto questo collassa: le disuguaglianze sociali aumentano, gli stipendi si comprimono, i sindacati si sfasciano. Oggi il salario minimo è di 5,15 dollari mentre nel 1969 era, in termini attuali, di 8 dollari; il reddito degli amministratori delegati negli anni 30 era 40 volte superiore al salario medio di un dipendente, agli inizi degli anni 2000 era diventato di 367 volte superiore, e quello dei dirigenti di livello inferiore di 169 volte; il tasso di sindacalizzazione si è ridotto a meno della metà grazie a un'aggressiva politica disgregatrice delle grandi aziende sostenuta dal governo: non è un caso che un operaio della General Motors nel 1969 guadagnasse 40mila dollari mentre un dipendente della Wal Mart dello stesso livello, oggi, ne guadagna 18mila!Come è stato possibile che la middle class e l'ideale di una società senza eccessive disparità siano stati spazzati via? La risposta a questo interrogativo non viene dall'andamento dell'economia, bensì dalla politica. È stato l'emergere e poi l'affermarsi di una visione del mondo veicolata dalla destra radicale americana, quel «new conservatism» che ha avuto il suo ideologo principe in Irving Kristol e il suo massimo interprete politico in Ronald Reagan, a spezzare l'egemonia culturale e il blocco sociale del New Deal, imponendo l'equazione liberal uguale proto-socialista, elitista e antinazionale, e staccando dal Partito democratico il suo tradizionale elettorato dei bianchi del Sud. Fino a che i «neocons» non hanno conquistato l'egemonia politica e culturale nel Partito repubblicano, cioè fino agli anni 80, vigeva un clima bipartisan. I repubblicani non pensavano certo di smantellare il New Deal. Le votazioni al Senato o la Congresso erano spesso cross-line, con membri dell'uno o dell'altro partito che si scambiavano le parti sui singoli temi in discussione. Prevaleva un consensus di fondo che nemmeno le presidenze repubblicane dei primi decenni del dopoguerra avevano intaccato.Questo contesto incomincia a cambiare a partire dagli anni 60, con l'esplodere della questione razziale. Di quegli anni ricordiamo soprattutto il movimento dei diritti civili capeggiato da Martin Luther King e la fine della segregazione razziale. Ma quei tempi furono marcarti anche dalle esplosioni dei ghetti urbani del Nord (nel Sud i neri avevano troppa paura dei linciaggi per rivoltarsi, sostiene Krugman). Quei disordini, magistralmente descritti da Philip Roth in Pastorale Americana, lasciarono un segno nella comunità bianca e rivitalizzarono il nervo scoperto della questione razziale. Con spregiudicatezza retorica, i «neocons» misero in relazione diretta i diritti civili alle rivolte dei neri, addebitandone così la responsabilità ai democratici.Le altre due leve utilizzate per mettere alle corde il Partito democratico furono lo sperpero dei fondi destinati al welfare – i cui maggiori beneficiari erano inevitabilmente i neri – e l'accondiscendenza verso i nemici esterni (il comunismo prima, il terrorismo dopo). Insomma, i liberal erano spreconi, portatori di disordine e arrendevoli. Tutte armi polemiche che servivano a distruggere le basi di consenso dei democratici, staccando i bianchi degli Stati poveri del Sud dal loro tradizionale sostegno al partito di Roosevelt. Grazie all'efficacia retorica delle argomentazioni prodotte dai numerosi e opulenti think-tank della destra ultraconservatrice – le armi di distrazione di massa, le chiama Krugman – il piano è riuscito. Al costo però di spostare a destra il partito e di polarizzare lo scontro politico: in Parlamento non si vota più cross-line ma ci si scontra muro contro muro.Come fare a ridurre la disuguaglianza e a tornare a fare dell'America una nazione di ceto medio, si chiede l'autore. La risposta è lapidaria e forse sorprendente per tanti pallidi riformisti europei: «completare l'opera del New Deal includendo l'espansione dello Stato sociale» per rinvigorire e ampliare la middle class, vero bastione della democrazia in tutto il mondo.Paul R. Krugman, «La coscienza di un liberal», Laterza, Bari, € 18,00.
"Center for American Progress" (http://www.americanprogress.org/);
Democracy for America - che raggruppa i sostenitori dell'ex candidato alla nomination democratica nel 2004, Howard Dean (http://www.democracyforamerica.com/). Curioso soprattutto per capire come si organizza una corrente in un partito leggero come quello americano
ovviamente il sito di Al Gore (http://www.algore.com/)
i due siti di Paul Krugman (che sta diventando una specie di guru di quell'area politica): il suo sito personale (http://krugmanonline.com/) e soprattutto la sua pagina sul sito del NYT, di cui è editorialista (http://topics.nytimes.com/top/opinion/editorialsandoped/oped/columnists/paulkrugman/index.html)
recensione del Sole 24 Ore
C'era una volta l'America
di Piero Ignazi
Nel suo nuovo libro, Paul Krugman denuncia: negli Stati Uniti le disuguaglianze crescono, la middle class scompare. Per l'economista, è il risultato delle «armi di distrazione di massa». Nel '69 un operaio della General Motors prendeva 40mila dollari l'anno. Un dipendente Wal Mart oggi ne guadagna 18milaPaul Krugman è un liberal che non ha paura di dichiararsi tale, al punto da affermare, nell'ultima frase del suo libro, che «in definitiva, la democrazia coincide con il pensiero liberal». È un polemista che per i suoi strali all'amministrazione Bush dalle colonne del «New York Times» ha irritato terribilmente i «neocons» (tanto che, nel testo, ringrazia l'editor della pagina dei commenti del giornale per averlo difeso dalle pressanti richieste di allontanamento). È un economista che è uscito dal recinto della sua specializzazione e si è concentrato sull'analisi della società e della politica per cercare di comprendere cosa è successo all'America del New Deal e degli anni 50, quell'America prospera e fiduciosa, imperniata su una vasta middle class, dove milioni di persone assaporavano per la prima volta il gusto del benessere.Il punto di partenza dell'analisi di Krugman sono i felici anni 50. In quel periodo si realizza la «grande compressione» delle disuguaglianze. I redditi dei lavoratori dipendenti crescono in maniera esponenziale rispetto agli anni della Grande depressione, mentre quelli dei ricchi si riducono. Se prima della guerra l'1% della popolazione concentrava nelle sue mani il 20% della ricchezza nazionale, negli anni 50 ne disponeva solo della metà, intorno al 10 per cento. Il New Deal instaurato da Franklin Delano Roosevelt aveva aumentato i salari e, allo stesso tempo, le tasse sui redditi più alti. In questo modo le diseguaglianze tra le classi erano diminuite. E tutto ciò senza alcun effetto negativo sull'economia. Tutti stavano meglio ed erano soprattutto gli strati sociali più bassi a goderne i benefici. L'adozione di queste politiche egualizzatrici si reggevano anche grazie a una intensa mobilitazione dei salariati: negli anni 50, circa un terzo dei colletti blu era iscritto al sindacato.A partire dagli anni 80 tutto questo collassa: le disuguaglianze sociali aumentano, gli stipendi si comprimono, i sindacati si sfasciano. Oggi il salario minimo è di 5,15 dollari mentre nel 1969 era, in termini attuali, di 8 dollari; il reddito degli amministratori delegati negli anni 30 era 40 volte superiore al salario medio di un dipendente, agli inizi degli anni 2000 era diventato di 367 volte superiore, e quello dei dirigenti di livello inferiore di 169 volte; il tasso di sindacalizzazione si è ridotto a meno della metà grazie a un'aggressiva politica disgregatrice delle grandi aziende sostenuta dal governo: non è un caso che un operaio della General Motors nel 1969 guadagnasse 40mila dollari mentre un dipendente della Wal Mart dello stesso livello, oggi, ne guadagna 18mila!Come è stato possibile che la middle class e l'ideale di una società senza eccessive disparità siano stati spazzati via? La risposta a questo interrogativo non viene dall'andamento dell'economia, bensì dalla politica. È stato l'emergere e poi l'affermarsi di una visione del mondo veicolata dalla destra radicale americana, quel «new conservatism» che ha avuto il suo ideologo principe in Irving Kristol e il suo massimo interprete politico in Ronald Reagan, a spezzare l'egemonia culturale e il blocco sociale del New Deal, imponendo l'equazione liberal uguale proto-socialista, elitista e antinazionale, e staccando dal Partito democratico il suo tradizionale elettorato dei bianchi del Sud. Fino a che i «neocons» non hanno conquistato l'egemonia politica e culturale nel Partito repubblicano, cioè fino agli anni 80, vigeva un clima bipartisan. I repubblicani non pensavano certo di smantellare il New Deal. Le votazioni al Senato o la Congresso erano spesso cross-line, con membri dell'uno o dell'altro partito che si scambiavano le parti sui singoli temi in discussione. Prevaleva un consensus di fondo che nemmeno le presidenze repubblicane dei primi decenni del dopoguerra avevano intaccato.Questo contesto incomincia a cambiare a partire dagli anni 60, con l'esplodere della questione razziale. Di quegli anni ricordiamo soprattutto il movimento dei diritti civili capeggiato da Martin Luther King e la fine della segregazione razziale. Ma quei tempi furono marcarti anche dalle esplosioni dei ghetti urbani del Nord (nel Sud i neri avevano troppa paura dei linciaggi per rivoltarsi, sostiene Krugman). Quei disordini, magistralmente descritti da Philip Roth in Pastorale Americana, lasciarono un segno nella comunità bianca e rivitalizzarono il nervo scoperto della questione razziale. Con spregiudicatezza retorica, i «neocons» misero in relazione diretta i diritti civili alle rivolte dei neri, addebitandone così la responsabilità ai democratici.Le altre due leve utilizzate per mettere alle corde il Partito democratico furono lo sperpero dei fondi destinati al welfare – i cui maggiori beneficiari erano inevitabilmente i neri – e l'accondiscendenza verso i nemici esterni (il comunismo prima, il terrorismo dopo). Insomma, i liberal erano spreconi, portatori di disordine e arrendevoli. Tutte armi polemiche che servivano a distruggere le basi di consenso dei democratici, staccando i bianchi degli Stati poveri del Sud dal loro tradizionale sostegno al partito di Roosevelt. Grazie all'efficacia retorica delle argomentazioni prodotte dai numerosi e opulenti think-tank della destra ultraconservatrice – le armi di distrazione di massa, le chiama Krugman – il piano è riuscito. Al costo però di spostare a destra il partito e di polarizzare lo scontro politico: in Parlamento non si vota più cross-line ma ci si scontra muro contro muro.Come fare a ridurre la disuguaglianza e a tornare a fare dell'America una nazione di ceto medio, si chiede l'autore. La risposta è lapidaria e forse sorprendente per tanti pallidi riformisti europei: «completare l'opera del New Deal includendo l'espansione dello Stato sociale» per rinvigorire e ampliare la middle class, vero bastione della democrazia in tutto il mondo.Paul R. Krugman, «La coscienza di un liberal», Laterza, Bari, € 18,00.
giovedì 24 luglio 2008
i pompieri e il bagno di Fini
http://www.codacons.it/comunicati.asp?id=7998SCORTA DI POMPIERI PER IL PRESIDENTE DELLA CAMERA FINI: IL CODACONSPRESENTA UN ESPOSTO ALLA CORTE DEI CONTILA CORTE ACCERTI SE VI E' UN DANNO ERARIALEIn relazione alla scorta di pompieri assegnata al Presidente dellaCamera, una scorta subacquea per accompagnare Gianfranco Fini nellesue immersioni, il Codacons ha deciso di presentare un esposto allaCorte dei Conti.Nessuno vuole negare il diritto ad avere una scorta alle principalicariche dello Stato anche in momenti non necessariamente legati alleloro attività istituzionali, ma c'è un limite a tutto. Se alloscortato viene in mente di andare sul Nanga Parbat dubitiamo che loStato debba fornire una scorta. Lo scortato, infatti, deve rendersiconto di non poter svolgere qualunque attività come una personaqualunque, proprio perché è sotto scorta. Se poi fosse vera ladenuncia dei sindacati dei Vigili del Fuoco, secondo la qualesarebbero penalizzati i soccorsi ai cittadini, il fatto sarebbe ancorapiù grave.Il Codacons annuncia quindi un esposto alla Corte dei Conti, in cui sichiede di accertare se vi siano state delle spese eccessive edinopportune con conseguente danno erariale e se, nell'assegnare unascorta anche per questa anomala attività, ci si sia attenuti aparametri di legittimità e a criteri di economicità
Ostellino: la morale e la politica
Piero Ostellino si ritiene essere il solo liberale italiano dopo Cavour. A differenza di Cavour che ha vissuto per unificare l’Italia, lui ha solo scelto di vivere fuori d’Italia, e non si vede per altro come, nel caso, dargli torto.
Forse proprio perché liberale, ad Ostellino riesce spesso di costruire dei sillogismi che a differenza di quelli più noti, lui propone come reggessero sino in fondo, non solo ad una lettura apparentemente logica, ma anche sostanzialmente vera.
Leggere per credere il suo ultimo “dubbio” apparso sul Corriere di sabato 19 luglio che allego sotto.
Da lì si deduce fra l’altro quanto segue.
La democrazia è il potere del popolo, la democrazia moderna è il potere della maggioranza del popolo, la maggioranza del popolo è il popolo.
A correggere questa evidente stortura interverrebbe la “democrazia liberale” con l’introduzione dei suoi caratteristici pesi e contrappesi per cui, come “sembra” dire Ostellino, l’aggettivo liberale diventa più importante del sostantivo democrazia, ma dove ugualmente, guarda caso e sempre stando al solo liberale dopo Cavour che abbia avuto i natali in Italia, la……. maggioranza del popolo continua ad essere il popolo.
Infatti dopo aver cercato di evitare di non essere governati da chi non ci piace non votandolo, se questi ottiene la maggioranza, non è vero che “chi ha vinto le elezioni non ha diritto a governare come vuole, bensì solo nel rispetto delle regole del gioco e delle minoranze”, perché nei fatti oggi, chi ha vinto, sterilizza, proprio attraverso quella “Costituzione materiale” che ancora Ostellino “sembra” condannare, la Costituzione scritta, che sempre Ostellino “sembra” osannare.
Una volta che le Istituzioni dichiarano la legalità di ciò che è palesemente illegittimo infatti, si realizza quella che Gustavo Zagrebelsky ha fissato magistralmente con una sorta di tragico emistichio:
“una legittimità illegale, una legalità illegittima”.
Nella storia recente del nostro Paese, è successo che pezzi delle istituzioni, le “Giunte delle elezioni” della Camera (oggi presieduta dall’On. Maurizio Migliavacca), pur espressione di maggioranze diverse che si sono susseguite dal 1994 ad oggi, abbiano TUTTE, in spregio all’art. 10 della legge che ha nome Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche, in modo legalmente “inappellabile”, dichiarata legale alias legittima, l’elezione a Deputato del cav. Silvio Berlusconi, aggirando di fatto la legge stessa con un espediente che è stato definito patetico, per cui la norma richiamata si applica a Fedele Confalonieri e non a Silvio Berlusconi.
Una politica capace di trasformare a suo piacimento ciò che è illegittimo in legale e ciò che è illegale in legittimo, è una politica che si è separata dalla “morale”, ma al contrario di quanto scrive Ostellino, proprio da tale separazione ne discende l’affermazione dello “Stato etico”, quello che assicura il trionfo della sola etica che conta, quella della minoranza che controlla la maggioranza, laddove al suo posto, lo “Stato di diritto” è alimentato da quella politica che non risulta separata dalla morale, proprio perchè nel suo insieme, mira a garantire il rispetto morale della continuità fra legittimità e legalità.
Ostellino però, alla faccia del nome dato alla sua rubrica settimanale “il dubbio”, dubbi non ne ha proprio, e sordo al grido di allarme di chi parla di “Metodo mafioso come metodo nazionale” (vedi da ultimo Saverio Lodato e Roberto Scarpinato ne “Il ritorno del principe”) ribadisce che:
“Da Machiavelli (1500), la Morale è distinta dalla Politica, che gode di un suo statuto autonomo.”
Niente da dire, almeno in Italia, si vede.
vittorio melandri
La Morale e la Politica
Il dubbio
di Piero Ostellino (19 luglio 2008) - Corriere della Sera
A Piazza Navona non è il linguaggio che è degenerato, ma il concetto stesso di democrazia. Gli insulti a Giorgio Napolitano e a Walter Veltroni, accusati di essere «complici» di Berlusconi, erano una colata di olio di ricino, pura vocazione eversiva. Inevitabili, date certe premesse. Vogliamo, allora, chiamare questo movimento col suo nome, squadrismo? Mi rendo conto che spiegare ad Antonio Di Pietro e ai suoi che cosa è la democrazia liberale sia un' impresa disperata. Sono convinti di essere (solo) essi stessi «la democrazia»; e che il pluralismo sia una declinazione di servilismo. Mi ci provo ugualmente. Democrazia significa «potere del popolo». Nella democrazia moderna, non di tutto il popolo, ma della maggioranza. È qui che l’attributo «liberale» si rivela più importante del sostantivo «democrazia» grazie a quel marchingegno che si chiama costituzionalismo: le regole del gioco vincolanti per tutti. Nella democrazia rappresentativa, il popolo ha il potere di governare, ne ha la «titolarità», il diritto; ma l’effettivo potere di governare è dei suoi rappresentanti, che ne hanno l’«esercizio». Il passaggio dal diritto di governare al potere effettivo di governare sono le elezioni (che si tengono secondo le procedure previste dalla legge). Il solo modo di evitare d’essere governati da chi non ci piace è non votarlo. Qui si chiude il primo cerchio della democrazia. Governa chi ha vinto le elezioni. È la democrazia come è; non come si vorrebbe che fosse. Fa tutta la differenza fra la realtà «effettuale e perfettibile» e la sua negazione in nome di una società immaginaria e perfetta. Chi ha vinto le elezioni non ha diritto a governare come vuole, bensì solo nel rispetto delle regole del gioco e delle minoranze. A vigilare che ciò avvenga ci sono i «pesi e contrappesi» delle altre istituzioni: il Parlamento (che può votare contro le leggi volute dal governo); il presidente della Repubblica (che le può rinviare alle Camere per vizio di costituzionalità); la Corte costituzionale (che le può dichiarare nulle perché, a suo motivato giudizio, incostituzionali); l’ordine giudiziario (che applica le leggi ordinarie). La separazione dei poteri è il meccanismo costituzionale che limita i singoli poteri dello Stato grazie alla contrapposizione fra questi stessi poteri. E qui si chiude il secondo cerchio della democrazia. Se le istituzioni preposte al vaglio del rispetto delle regole del gioco tacciono, le leggi promosse dal governo e approvate dal Parlamento restano criticabili quanto si vuole, ma sono legittime. È lo Stato come è nella Costituzione scritta; non come si vorrebbe che fosse secondo la «Costituzione materiale» e valutazioni extra-giuridiche (morali). Fa tutta la differenza fra lo Stato di diritto e lo Stato etico. Da Machiavelli (1500), la Morale è distinta dalla Politica, che gode di un suo statuto autonomo. Confonderle è convinzione diffusa, ancorché sbagliata, fra la gente comune. Ma l’uomo politico e l’intellettuale che ne teorizzino la commistione sono già nell’anticamera del totalitari
Forse proprio perché liberale, ad Ostellino riesce spesso di costruire dei sillogismi che a differenza di quelli più noti, lui propone come reggessero sino in fondo, non solo ad una lettura apparentemente logica, ma anche sostanzialmente vera.
Leggere per credere il suo ultimo “dubbio” apparso sul Corriere di sabato 19 luglio che allego sotto.
Da lì si deduce fra l’altro quanto segue.
La democrazia è il potere del popolo, la democrazia moderna è il potere della maggioranza del popolo, la maggioranza del popolo è il popolo.
A correggere questa evidente stortura interverrebbe la “democrazia liberale” con l’introduzione dei suoi caratteristici pesi e contrappesi per cui, come “sembra” dire Ostellino, l’aggettivo liberale diventa più importante del sostantivo democrazia, ma dove ugualmente, guarda caso e sempre stando al solo liberale dopo Cavour che abbia avuto i natali in Italia, la……. maggioranza del popolo continua ad essere il popolo.
Infatti dopo aver cercato di evitare di non essere governati da chi non ci piace non votandolo, se questi ottiene la maggioranza, non è vero che “chi ha vinto le elezioni non ha diritto a governare come vuole, bensì solo nel rispetto delle regole del gioco e delle minoranze”, perché nei fatti oggi, chi ha vinto, sterilizza, proprio attraverso quella “Costituzione materiale” che ancora Ostellino “sembra” condannare, la Costituzione scritta, che sempre Ostellino “sembra” osannare.
Una volta che le Istituzioni dichiarano la legalità di ciò che è palesemente illegittimo infatti, si realizza quella che Gustavo Zagrebelsky ha fissato magistralmente con una sorta di tragico emistichio:
“una legittimità illegale, una legalità illegittima”.
Nella storia recente del nostro Paese, è successo che pezzi delle istituzioni, le “Giunte delle elezioni” della Camera (oggi presieduta dall’On. Maurizio Migliavacca), pur espressione di maggioranze diverse che si sono susseguite dal 1994 ad oggi, abbiano TUTTE, in spregio all’art. 10 della legge che ha nome Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche, in modo legalmente “inappellabile”, dichiarata legale alias legittima, l’elezione a Deputato del cav. Silvio Berlusconi, aggirando di fatto la legge stessa con un espediente che è stato definito patetico, per cui la norma richiamata si applica a Fedele Confalonieri e non a Silvio Berlusconi.
Una politica capace di trasformare a suo piacimento ciò che è illegittimo in legale e ciò che è illegale in legittimo, è una politica che si è separata dalla “morale”, ma al contrario di quanto scrive Ostellino, proprio da tale separazione ne discende l’affermazione dello “Stato etico”, quello che assicura il trionfo della sola etica che conta, quella della minoranza che controlla la maggioranza, laddove al suo posto, lo “Stato di diritto” è alimentato da quella politica che non risulta separata dalla morale, proprio perchè nel suo insieme, mira a garantire il rispetto morale della continuità fra legittimità e legalità.
Ostellino però, alla faccia del nome dato alla sua rubrica settimanale “il dubbio”, dubbi non ne ha proprio, e sordo al grido di allarme di chi parla di “Metodo mafioso come metodo nazionale” (vedi da ultimo Saverio Lodato e Roberto Scarpinato ne “Il ritorno del principe”) ribadisce che:
“Da Machiavelli (1500), la Morale è distinta dalla Politica, che gode di un suo statuto autonomo.”
Niente da dire, almeno in Italia, si vede.
vittorio melandri
La Morale e la Politica
Il dubbio
di Piero Ostellino (19 luglio 2008) - Corriere della Sera
A Piazza Navona non è il linguaggio che è degenerato, ma il concetto stesso di democrazia. Gli insulti a Giorgio Napolitano e a Walter Veltroni, accusati di essere «complici» di Berlusconi, erano una colata di olio di ricino, pura vocazione eversiva. Inevitabili, date certe premesse. Vogliamo, allora, chiamare questo movimento col suo nome, squadrismo? Mi rendo conto che spiegare ad Antonio Di Pietro e ai suoi che cosa è la democrazia liberale sia un' impresa disperata. Sono convinti di essere (solo) essi stessi «la democrazia»; e che il pluralismo sia una declinazione di servilismo. Mi ci provo ugualmente. Democrazia significa «potere del popolo». Nella democrazia moderna, non di tutto il popolo, ma della maggioranza. È qui che l’attributo «liberale» si rivela più importante del sostantivo «democrazia» grazie a quel marchingegno che si chiama costituzionalismo: le regole del gioco vincolanti per tutti. Nella democrazia rappresentativa, il popolo ha il potere di governare, ne ha la «titolarità», il diritto; ma l’effettivo potere di governare è dei suoi rappresentanti, che ne hanno l’«esercizio». Il passaggio dal diritto di governare al potere effettivo di governare sono le elezioni (che si tengono secondo le procedure previste dalla legge). Il solo modo di evitare d’essere governati da chi non ci piace è non votarlo. Qui si chiude il primo cerchio della democrazia. Governa chi ha vinto le elezioni. È la democrazia come è; non come si vorrebbe che fosse. Fa tutta la differenza fra la realtà «effettuale e perfettibile» e la sua negazione in nome di una società immaginaria e perfetta. Chi ha vinto le elezioni non ha diritto a governare come vuole, bensì solo nel rispetto delle regole del gioco e delle minoranze. A vigilare che ciò avvenga ci sono i «pesi e contrappesi» delle altre istituzioni: il Parlamento (che può votare contro le leggi volute dal governo); il presidente della Repubblica (che le può rinviare alle Camere per vizio di costituzionalità); la Corte costituzionale (che le può dichiarare nulle perché, a suo motivato giudizio, incostituzionali); l’ordine giudiziario (che applica le leggi ordinarie). La separazione dei poteri è il meccanismo costituzionale che limita i singoli poteri dello Stato grazie alla contrapposizione fra questi stessi poteri. E qui si chiude il secondo cerchio della democrazia. Se le istituzioni preposte al vaglio del rispetto delle regole del gioco tacciono, le leggi promosse dal governo e approvate dal Parlamento restano criticabili quanto si vuole, ma sono legittime. È lo Stato come è nella Costituzione scritta; non come si vorrebbe che fosse secondo la «Costituzione materiale» e valutazioni extra-giuridiche (morali). Fa tutta la differenza fra lo Stato di diritto e lo Stato etico. Da Machiavelli (1500), la Morale è distinta dalla Politica, che gode di un suo statuto autonomo. Confonderle è convinzione diffusa, ancorché sbagliata, fra la gente comune. Ma l’uomo politico e l’intellettuale che ne teorizzino la commistione sono già nell’anticamera del totalitari
parla come mangi
ci auguriamo per lui che non mangi come parla...
Roma, 18:52
PD: VELTRONI, FAVORIRE FUSIONE PARTITO E' 'MY JOB'
"Favorire la fusione dentro il Pd e' il mio lavoro, 'is my job'". Lo ha detto Walter Veltroni intervenendo all'assemblea dei liberal del partito Democratico. "Favorire la fusione delle diverse culture presenti e' il mio compito" ha spiegato Veltroni sottolineando che "sulle stesse questioni etiche non bisogna preoccuparci perche' sono cose radicate nella coscienza di ciascuno di noi e appartengono ai percorsi individuali". "La mia funzione - ha aggiunto - e' cercare di fare il Pd culturalmente, programmaticamente, politicamente, creare un territorio di incontro anche se ci vorra' tempo". Per il leader del Pd, "in politica la cosa piu' difficile e' fare la fusione di identita' preesistenti, noi stiamo facendo uno sforzo enorme in un Paese che vive una crisi economica percepita nelle case. Questo lo dico - ha concluso Veltroni - non per rendere grottesco l'operato della maggioranza che lavora per una sola persona".
Roma, 18:52
PD: VELTRONI, FAVORIRE FUSIONE PARTITO E' 'MY JOB'
"Favorire la fusione dentro il Pd e' il mio lavoro, 'is my job'". Lo ha detto Walter Veltroni intervenendo all'assemblea dei liberal del partito Democratico. "Favorire la fusione delle diverse culture presenti e' il mio compito" ha spiegato Veltroni sottolineando che "sulle stesse questioni etiche non bisogna preoccuparci perche' sono cose radicate nella coscienza di ciascuno di noi e appartengono ai percorsi individuali". "La mia funzione - ha aggiunto - e' cercare di fare il Pd culturalmente, programmaticamente, politicamente, creare un territorio di incontro anche se ci vorra' tempo". Per il leader del Pd, "in politica la cosa piu' difficile e' fare la fusione di identita' preesistenti, noi stiamo facendo uno sforzo enorme in un Paese che vive una crisi economica percepita nelle case. Questo lo dico - ha concluso Veltroni - non per rendere grottesco l'operato della maggioranza che lavora per una sola persona".
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