venerdì 4 luglio 2008

stagnaro: il nucleare in Italia

Epistemes.org
Ieri 3 luglio 2008, 9.00.51

Il nucleare in Italia
Ieri 3 luglio 2008, 9.00.51 editor
di Carlo Stagnaro*
Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. Ha determinato, tra le altre cose e forse non senza dolo, il ricorso al gas naturale come fonte privilegiata nella generazione elettrica, e ha privato il paese dei frutti di investimenti tanto impegnativi come quelli negli impianti atomici. Ha, infine, causato la diaspora, l’indebolimento e poi la quasi estinzione di tecnici specializzati, lasciando oggi una drammatica carenza di know how soprattutto nella pubblica amministrazione (nel settore privato è più facile importare gli ingegneri dall’estero). Il meno che si possa dire, quindi, è che gli italiani ne siano stati penalizzati. La corretta comprensione – e un adeguato giudizio – sul passato è però solo il primo passo, e non il più complicato, di un lungo percorso. Il secondo passo, altrettanto necessario e altrettanto semplice, consiste nel giusto inquadramento del problema nella sua dimensione economica, finanziaria e politica. A partire dalla domanda di fondo: che non è se assegnare un ruolo all’atomo nel mix elettrico italiano (già ce l’ha, coprendo la quasi totalità delle importazioni di energia elettrica, pari a circa un settimo dei consumi), bensì se sia preferibile l’acquisto di energia nucleare dall’estero o piuttosto la sua generazione sul territorio nazionale.
Questa domanda, in un contesto liberalizzato, non può e non deve avere una risposta dalle istituzioni. Non può e non deve poiché la scelta di come comporre il portafoglio elettrico delle singole imprese che si occupano di generazione e importazione di energia non è più una scelta politica, come lo era nel passato, ma risponde a una strategia economica e finanziaria degli attori del mercato. L’interesse pubblico può essere quello di garantire un certo livello di sicurezza – come, è un altro discorso – ma non può insistere sul management delle imprese, il quale non spetta ai parlamenti ma ai consigli di amministrazione. Vi sono buone ragioni a favore dell’atomo (la stabilità e prevedibilità dei prezzi, per esempio) e buone ragioni contro (gli alti costi degli impianti, l’incertezza sui reali costi di chiusura del ciclo e la difficoltà a costruire consenso nelle comunità locali). La realtà è poi resa più complessa dal fatto che nessuno intende trasformare il parco generazione italiano da “niente nucleare” in “tutto nucleare”. Il tema di cui si discute è se sia utile inserire una quota – necessariamente minoritaria, anche se significativa – di energia atomica.
Ma, ancora una volta, questo è un problema che dovrà essere risolto dalle imprese e dai loro azionisti. La politica può ritenere che il mercato compia scelte “sbagliate”, ma se pensa che sia così dovrebbe non già avviare discussioni o lanciare crociate settoriali, bensì rimettere in dubbio la scelta europea delle liberalizzazioni. Altrimenti si rischia un’incoerenza di fondo che non può essere foriera di benefici.La questione politica è di natura diversa, e si pone – o si dovrebbe porre – in termini assai più neutri e trasversali: è opportuno che il paese consenta la realizzazione di impianti nucleari? Se la risposta è affermativa, allora sono necessarie e urgenti – ma non così urgenti da farle avendo la fretta come unico consigliere – alcune riforme che riguardano la ristrutturazione delle norme, delle regole, delle competenze pubbliche. Il governo dovrebbe definire il percorso autorizzativo degli impianti, le regole d’esercizio, quelle relative alla loro realizzazione e sovrintendenza, gli standard ambientali e di sicurezza (i quali devono adeguarsi a quelli internazionali), decidere quali uffici debbano far cosa e dotarli delle necessarie competenze specifiche. E tutte queste cose non possono essere fatte a colpi di maggioranza, perché il mercato vuole certezza e non può accettare il rischio che alla prossima legislatura tutto sia rimandato all’aria.
Ammesso che Pdl e Pd abbiano la volontà, la forza e la capacità di fare tutto questo, se cioè si riuscirà a definire una cornice per il nucleare, il nostro paese tornerà all’atomo? Potrebbe farlo. Una forte obiezione è quella secondo cui le peculiarità finanziarie del nucleare sarebbero incompatibili con un regime liberalizzato. Lo sostiene, tra gli altri, un nuclearista come Alberto Clò, il quale ha scritto:
“le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati”.
C’è, naturalmente, della verità nelle parole di Clò, anche se non è detto che, in uno scenario di prezzi del greggio stabilmente alti (che sembra essere ritenuto credibile dagli analisti di molte utilities, anche italiane), il nucleare non sia finanziariamente attrattivo. La via finlandese è, da questo punto di vista, molto interessante: al netto degli aiuti di Stato, l’essenza del modello sta in una sorta di contratto bilaterale di lungo termine tra l’esercente l’impianto e i grandi consumatori. Questo non è, a ben guardare, uno strumento fuori dal mercato, ma una soluzione di mercato al problema dell’incertezza, che consente di riconciliare la natura di lungo termine dell’investimento all’esigenza di certezza. Si tratta di una sorta di contratto take or pay che garantisce una ragionevole distribuzione del rischio di mercato, e in ogni caso nasce dalla libertà di mercato.
L’obiettivo centrale di una politica energetica saggia, comunque, non dovrebbe essere quello di avere (o non avere) un apporto nucleare al mix energetico; dovrebbe piuttosto essere quello di avere un mercato efficiente e un sistema energetico solido. L’efficienza è possibile solo quando tutte le porte sono lasciate aperte, eventualmente senza essere utilizzate. Ridurre la libertà di scelta perché una tecnologia sembra, o è alle attuali condizioni, non vincente sul piano economico è miope. Ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne stiano in un decreto legge.
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*Carlo Stagnaro (1977) è ingegnere per l’ambiente e il territorio. È direttore del dipartimento Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Fa parte della redazione della rivista Energia. Ha curato, Sicurezza energetica (2007); assieme a Margo M. Thorning, Più energia per tutti (2005); e, con Kendra Okonski, Dall’effetto serra alla pianificazione economica (2003). Collabora con numerosi quotidiani nazionali e internazionali.

segnalazione: vittorio melandri

Caro Giovanni

questa mattina dopo aver letto l'Unità ho avvertito il bisogno di fra circoiare questo testo che ho mandato a Dalla Chiesa ad alcuni quotidiani al giornale on-ine con cui collaboro "Democrazialegalità" e all'associazione Libertà&Giustizia. Vedi tu se può interessare anche il Circolo Rosselli.

ciao vittorio
Dovremmo trovare il modo di manifestare a Nando Dalla Chiesa e Pina Maisano Grassi (che cito anch’io rispettando l’ordine alfabetico), che non sono soli. Loro da «fratelli di sangue» quali sono, hanno scritto una lettera aperta (l'Unità 4 luglio) al magistrato “ignoto”, che sicuramente nel pieno rispetto della legalità, ha revocato il regime di detenzione previsto dal 41 bis per l’ergastolano mafioso omicida e stragista, Nino Madonia. A differenza loro, godo della fortuna di non avere la memoria di un padre e di un coniuge vigliaccamente assassinati dalla criminalità organizzata, ma sento vivo il bisogno di manifestarmi quale mi sento a mia volta, “fratello di sangue” loro e di tutti i cittadini italiani che avvertono di essere vittime delle mafie. Si fa un gran parlare in queste ore di intercettazioni che non si dovrebbero ascoltare, e si afferma che dovrebbero essere comunque tacitate, senza essere sfiorati dalla vergogna, per evocare così anche l’immagine del “sasso in bocca” alla libera stampa, e dimenticando le parole di Sandro Pertini, che affermava che “il peggiore scandalo è quello di soffocare lo scandalo”. Contemporaneamente colpisce come uno schiaffo violento, il silenzio che ancora ha accompagnato il rievocare, non di una intercettazione, ma di un discorso a due voci fatto in chiaro e ricordato da Curzio Maltese su la Repubblica del 1 luglio, discorso svolto da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, per definire “«un eroe» Vittorio Mangano, boss morto nel carcere di Pisa con una condanna per tre omicidi”. Non possiamo continuare a far finta di niente, cantare “fratelli d’Italia” quando gioca una nazionale, e ignorare la nostra condizione di “fratelli di sangue”, a cui dobbiamo ad un tempo ribellarci per rendere onore.

Vittorio Melandri

segnalazione: felice besostri

dal sito dell'avvenire dei lavoratori


Periscopio
Ammanco di
costituzionalità
Può una legge ordinaria introdurre immunità riservata a quattro cittadini in ragione delle loro funzioni?
di Felice Besostri
Il lodo Schifani bis (o Alfano) cerca di superare le obiezioni di costituzionalità mosse con la sentenza della Corte Costituzionale n. 24 del 2004. Tuttavia non supera la questione maggiore, se cioè una legge ordinaria possa introdurre una immunità sia pure temporanea, riservata a quattro cittadini in ragione delle loro funzioni. Sono in gioco diversi articoli della Costituzione, non solo il 3 sull’uguaglianza dei cittadini, ma anche il 25, per cui nessuno può essere distolto dal suo giudice naturale, il 27 sulla responsabilità personale ed il 112 sull’obbligatorietà dell’azione penale, nonché l’art. 111 sulla ragionevole durata dei processi. La Costituzione, inoltre, si occupa specificamente con norme speciali dei reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni dal Presidente della Repubblica (art. 90) e dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Ministri. Dunque, per i reati commessi non nell’esercizio delle loro funzioni vige il principio della soggezione alla giurisdizione ordinaria.

Il presidente del Consiglio in TV
Soltanto con legge costituzionale si può intervenire per modificare l’assetto normativo vigente, ma anche per una ragione di evitare una censura di trattamento discriminante tra il Presidente del Consiglio e gli altri Ministri, nonché tra i Presidenti delle Camere ed i Senatori ed i Deputati. Il Presidente del Consiglio non è eletto direttamente dai cittadini, malgrado la legge elettorale lo possa lasciare credere: l’art. 97 della Costituzione non è stato modificato. La ratio della legge vuole impedire una crisi di carattere istituzionale, ma tale ratio non ha alcun senso per i Presidenti delle Camere. I Presidenti delle Camere hanno più vice-presidenti, che possono assicurare il funzionamento degli organi. Infine, se si dovessero dimettere, potrebbero essere rapidamente sostituiti a differenza del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio. Tutto chiaro. L’attuale maggioranza ha i numeri per far passare una legge costituzionale alla Camera ed al Senato, salvo l’eventuale referendum costituzionale. Tuttavia i tempi non consentono di raggiungere l’obiettivo in tempo utile per il Cavaliere Berlusconi in relazione ai tempi del processo per corruzione di testimoni: da qui la fretta. Tuttavia la saggezza popolare dice che la fretta è cattiva consigliera e che la gatta frettolosa partorisce gattini ciechi.

segnalazione: massimo salvadori

Da Sinistra Democratica riceviamo
e volentieri pubblichiamo
Il momento
delle scelte
"Ora è più che mai per chi è di sinistra il momento delle scelte, da compiersi insieme con coraggio e spregiudicatezza. Bisogna capire che cosa possa voler dire oggi essere di sinistra, bisogna capire quali siano le cause della disfatta subita dalla sinistra nel nostro paese, bisogna capire se vi siano le basi per una sua ripresa e a quali condizioni.". Rilanciamo qui di seguito ampi stralci dell'intervento inviato dal professor Massimo L. Salvadori all'incontro "Fare opposizione oggi".
di Massimo L. Salvadori
A mio avviso ci troviamo nel nostro paese di fronte a cinque gravi emergenze.
La prima è l’avvento al potere in Italia di un governo che, lasciata rapidamente cadere la maschera di una volontà di dialogo con l’opposizione parlamentare, ha mostrato, ancora una volta, tutta l’arroganza di Berlusconi e dei suoi uomini e alleati.
La seconda è costituita dal fatto che questo governo gode di un ampio consenso popolare.
La terza è lo stato di grande debolezza del principale partito di opposizione, il Partito democratico, che, sgonfiatasi la retorica veltroniana rivolta ad esaltare il successo ottenuto con la nascita del «maggiore partito riformista della storia italiana», è ora costretto a misurarsi con tutti i suoi irrisolti problemi interni, che, sullo sfondo della sconfitta elettorale la quale ha frustrato le ambizioni di una forte irruzione al centro, attengono anzitutto al tipo di partito che intende essere, alla sua cultura politica, ai rapporti tra laicità e cattolicesimo neointegralista, alla collocazione internazionale.
La quarta emergenza è da porsi in relazione sia allo sbandamento delle forze a sinistra del Partito democratico, estromesse dal Parlamento e alla ricerca di che cosa fare di se stesse sia al dato che la sinistra italiana per la prima volta nella sua storia è priva di un grande soggetto che la rappresenti e organizzi.
La quinta è che la clamorosa vittoria di Berlusconi rappresenta, per dirla con Gobetti, molto più di una pur importante vicenda politico-elettorale, poiché è l’«autobiografia di una nazione», lo specchio di tutte le debolezze del suo spirito civile che affondano le loro radici nella storia del paese. Ora è più che mai per chi è di sinistra il momento delle scelte, da compiersi insieme con coraggio e spregiudicatezza. Bisogna capire che cosa possa voler dire oggi essere di sinistra, bisogna capire quali siano le cause della disfatta subita dalla sinistra nel nostro paese, bisogna capire se vi siano le basi per una sua ripresa e a quali condizioni. Per parte mia, ritengo che non abbia senso una sinistra svincolata dal socialismo, poiché altrimenti essa si ridurrebbe unicamente ad una figura topografica. Stiamo assistendo al fatto che i ricchi si sono letteralmente riappropriati del mondo in una misura macroscopica. Le grandi oligarchie finanziarie e industriali dettano l’agenda della distribuzione del reddito, della dislocazione delle risorse, dell’organizzazione della produzione, dei rapporti tra capitale e lavoro, tra di comanda e chi subisce. I diritti sociali sono in ritirata.


Massimo L. Salvadori
La condizione dei lavoratori, precari e non precari, e anche dei ceti medi peggiora nettamente. Le oligarchie piegano gli Stati ai loro interessi, controllano la gran parte dei mass media e quindi la formazione dell’opinione pubblica, la democrazia è ridotta ad un sistema di passiva legittimazione popolare dei governi da parte di cittadini che in politica hanno il ruolo che nel mercato tengono i consumatori. Ma ecco il problema. Il disagio sociale e politico è acuto, sennonché le risposte della sinistra sono teoricamente insicure e praticamente quanto mai poco incisive. Noi sappiamo cosa non vogliamo, ma non sappiamo come passare dalla negazione alle alternative positive. Questa è la sostanza della crisi profonda della sinistra. In Europa il socialismo naviga in un mare di incertezze. L’Internazionale socialista è un insieme di partiti uniti da un collante assai debole. In Italia, siamo alla disfatta. Il Partito democratico, se non sa dove approdare in sede europea, sa invece di non voler essere socialista; e i variamente socialisti che sopravvivono si trovano a dover ricominciare daccapo. Programmare un’opera di ricostruzione significa misurarsi – ne siamo ben coscienti – con enormi difficoltà. Ma per aprire un orizzonte, è anche necessario chiudere con il passato. Sempre dato per scontato che nelle lotte concrete nessun accordo utile è da respingere, a mio avviso la sinistra da ricostruire deve partire dalla consapevolezza che dalle tentazioni neocomunistiche non vi è nulla da aspettarsi e che quindi con esse bisogna mostrare la massima fermezza nel respingerle, poiché sono il prodotto di un ormai inerte e velleitario residuo storico. Per quanto riguarda ciò che resta del Partito socialista, penso che sia positivo aprire un confronto e un dialogo, ma al tempo stesso far ad esso presente che lo sforzo di far sopravvivere un partito ormai consumato dagli eventi è un capitolo da chiudere definitivamente, a partire dai suoi appartenenti. E vengo alla Sinistra democratica. La sua breve e difficoltosa esperienza come forza singola è anche questa conclusa. All’Arcobaleno ha fatto seguito una pioggia pesante. Ma la sua funzione non è esaurita. Almeno da essa, ci si può attendere che prenda una iniziativa di forte respiro. Non è certo scontato che possa avere successo, ma il tentativo merita di essere compiuto: quello di dare vita ad una Costituente della sinistra aperta a tutti coloro, forze collettive e singoli individui, i quali sono animati dal proposito di far rinascere la sinistra, una sinistra componente del socialismo europeo, che, quale che sia il suo non brillante stato, rimane pur sempre un insostituibile punto di riferimento. Circa che cosa il socialismo possa significare oggi nelle concrete nostre condizioni, io la vedo così: lottare contro lo strapotere delle oligarchie economiche dominanti e per la ricostituzione di un potere pubblico in grado di sottrarre lo Stato alla sudditanza a queste oligarchie; opporsi alle abissali diseguaglianze economiche in atto per una più equa redistribuzione delle risorse a livello nazionale e internazionale e all’insicurezza del lavoro; mobilitarsi in difesa dei diritti sociali e per il loro rilancio; condurre una battaglia di libertà contro gli oligopoli massmediatici; contrastare le tendenze oligarchiche dei sistemi partitici; puntare all’allargamento dei diritti civili; difendere l’ambiente dalle pratiche che lo devastano; combattere gli integralismi religiosi; agire a favore di politiche di civile accoglienza e integrazione degli immigrati.
Non si tratta oggi di concepire il socialismo alla vecchia maniera come un progetto di società alternativa, ma come un processo, un impegno costante diretto a conseguire una maggiore giustizia, ad allargare le sfere della libertà e dell’eguaglianza, a dare insomma senso al principio cardine del socialismo: che non vi è vita degna per alcun individuo il quale non abbia un nutrimento sufficiente, una casa che non sia una catapecchia, un’istruzione che gli consenta di sviluppare le sue facoltà, una difesa efficace dalla malattia, un lavoro decente adeguatamente retribuito. Non si tratta di volere la luna, ma una terra meno brutta, meno violenta, meno deturpata, più umana per i troppi uomini per i quali essa è disumana o troppo poco umana.
*) Professore emerito di Storia delle dottrine politiche presso l'Università di Torino

mercoledì 2 luglio 2008

vergogna!

Da: Antonio Parisella [mailto:antonio.parisella@unipr.it] Inviato: martedì 1 luglio 2008 13.05A: 'pbrogi@rcs.it'Oggetto: SCIOLTO DA BRUNETTA IL MUSEO
Il Museo storico della Liberazione di via Tasso, che ha sede nell'edificio che fu prigione della Gestapo a Roma, con la sua articolazione pluralista e rappresentativa (associazione, esperti, rappresentanti ministeriali e comunali), tra circa 60 giorni non esisterà più e verrà sostituito da un organo ministeriale.
L'articolo 26 del DL Brunetta, allegato al messaggio, infatti, prevede la soppressione entro 60 giorni degli enti pubblici non economici con organico inferiore a 50 persone. confrontalo Il paradosso: per ragioni di economia, viene sciolto un ente il cui funzionamento si basa sul lavoro volontario. E che in dieci anni ha più che raddoppiato i suoi visitatori e allargato la sua visibilità (vedi stazione metro Manzoni) ed è presente nei principali cataloghi e guide del turismo culturale mondiale. Di recente è stato invitato a partecipare al coordinamento internazionale dei luoghi della memoria e della coscienza. Proprio la sua autonomia è stata a garanzia della flessibilità che gli ha permesso di essere ad un tempo all’interno di una rete di relazioni istituzionali interne e internazionali, dall’altro di entrare in relazione con scuole associazioni, gruppi, centri di studio e di ricerca italiani, europei e di altri paesi.
Per ulteriori informazioni sul Museo, www.viatasso.eu.

segnalazione: il congresso dell'internazionale socialista

dalla newsletter del ps

IL CONGRESSO DELL'INTERNAZIONALE SOCIALISTA.
Papandreou confermato presidente dell'Internazionale socialista.Cefisi:Il PS avanguardia e non solo conservatore di una memoria storica. Il congresso dell'Internazionale socialista, in corso ad Atene, ha confermato Presidente il greco George Papandreu ed ha eletto 37 vicepresidenti. Per l'Italia sono confermate le vicepresidenze di Massimo D'Alema e di Pia Locatelli, Presidente dell'Internazionale socialista donne. Pia Locatelli, Vittorio Craxi, Luca Cefisi e Anna Falcone fanno parte della delegazione del Partito socialista.Oltre a D'Alema e Locatelli, fra gli altri vicepresidenti ci sono il premier spagnolo Zapatero, il premier portoghese Socrates, il cancelliere austriaco Gusenbauer, il leader socialista tedesco Beck e quello francese Hollande. Papandreu ha aperto i lavori del congresso dell'Internazionale socialista con una relazione sulla solidarieta' globale. Papandreu ha espresso "preoccupazione" per la diminuzione del potere della politica. L'agenda politica - ha detto Papandreu al congresso - e' sempre piu' dettata dai poteri mediatici. Il potere di chi controlla i media sta aumentando enormemente. Il dibattito del congresso verte su 3 temi: flussi migratori, cambiamenti climatici, pace e contenimento dei conflitti. Al congresso e' presente Jalal Talabani, Presidente dell'Iraq ed ex leader della resistenza curda. Luca Cefisi, coordinatore dell'Ufficio esteri del Ps, ha affermato: "E' significativo che entrambe le tradizioni della sinistra italiana siano rappresentate nei vertici dell'Internazionale socialista, con le vicepresidenze di Locatelli e D'Alema e con la Presidenza di Locatelli all'Internazionale socialista donne. Come Ps abbiamo sempre sostenuto l'opportunita' che il Pd si convinca finalmente ad aderire all'Is, che e' gia' ora la principale organizzazione globale dei riformisti. Noi valutiamo positivamente la conferma di D'Alema, pero' e' evidente che e' l'intero Pd, e non solo la sua componente diessina, che dovrebbe, a nostro avviso, fare una scelta definitiva. E' necessario infatti che il centrosinistra italiano condivida la stessa agenda della socialdemocrazia europea. In questo senso - conclude Cefisi - noi del Ps ci consideriamo una avanguardia e non soltanto i conservatori di una gloriosa memoria storica". Bobo Craxi, ha detto che la speranza e' che i socialisti democratici "tornino a guidare il cambiamento".E ha ricordato che l'allargamento della piattaforma dell'Is "era una vecchia idea di mio padre". E in questo senso l'arrivo di Obama sarebbe di grande aiuto, ma vede limiti all'avvicinamento perché i democratici americani "equiparano socialismo a comunismo".I temi all'ordine del giorno del dibattito, dal cambiamento climatico alle migrazioni, dallo sviluppo economico equo alla pace mondiale, ribadiscono la tradizionale agenda dei socialisti: pace e diritti senza confini.

segnalazione: Marco Revelli

RETORICHE DEL DISUMANO
Marco Revelli
il Manifesto 29 giugno 2008
Dunque, le cose stanno così.C'è un piccolo numero di persone, quelle che stanno in alto, più in alto di tutti, dichiarate per legge al di sopra di ogni giudizio. Investite, in quanto tali, per ciò che sono non per ciò che possono aver fatto, del privilegio dell'impunità. E ce ne sono altre, più numerose, ma razzialmente delimitate, separate dai buoni cittadini da un confine etnico - quelle che stanno in basso, più in basso di tutti, considerate invece, per legge, in quanto tali, per ciò che sono, non per ciò che possono aver fatto, colpevoli. Almeno potenzialmente. Pre-giudicate.Alle prime non si guarderà mai in tasca, anche se fossero colte, per un accesso di cleptomania, in furto flagrante; alle seconde si prendono fin da bambini le impronte digitali, le si fotografano, perquisiscono, spostano, schedano e controllano senza limiti, come appunto con i delinquenti abituali, o per natura. Questa è oggi, sotto il profilo giuridico e politico, l'Italia. In un solo consiglio dei ministri i due estremi che definiscono i nuovi confini sociali e morali della costituzione materiale della «terza repubblica» sono stati mostrati a tutti, come in un'istantanea. In pochi mesi, in nome dell'ammodernamento e dell'innovazione nell'arte del governo, abbiamo abbattuto ad uno ad uno alcuni dei pilastri fondamentali della modernità, a cominciare dall'universalismo dei diritti. Dal principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Dal carattere personale della responsabilità giuridica. L'immagine che offre oggi il Paese è quella di un ritorno brutale, rapido, in buona misura inconsapevole, ma devastante, alle logiche di una società di caste: universi sociali separati e gerarchicamente sovrapposti. Signori, e servi. Eletti, e paria. Uomini, e topi.È un'immagine inguardabile. Dovrebbe produrre un moto istintivo di disgusto, repulsione, vergogna, in chiunque si sia formato nell'orizzonte di valori di una sia pur debole e moderata democrazia. Invece non è così. Inutile nascondercelo: lo scandalo è tale solo per pochi. Tace miseramente - miserabilmente - quell'ombra di opposizione che non rinuncia a credersi e a fingersi governo senza più esserlo. Tacciono pressoché tutti gli opinion leaders (quelli che magari si commuovono per Obama, ma lasciano correre sulla schedatura del popolo rom). Con poche, nobili per questo, ma limitatissime eccezioni. Tace, e in qualche misura acconsente, anche quell'opinione pubblica fino a ieri considerabile «di sinistra», socialmente sensibile, «politicamente corretta»... Tace, magari soffre, ma tace. Per varie ragioni.Perché questo ritorno in buona misura irrazionale al pre-moderno, all'imbarbarimento dello stato di natura, è argomentato con ragioni «pragmatiche», tecniche, efficientistiche, in qualche misura a loro volta «moderne»: perché «serve». Perché «funziona». Perché bisogna «fare».Maroni non è Goebbels (non ne possiede né il fanatismo né la cultura): non tratta i rom come untermenschen - sottouomini - per ragioni «genetiche», ma per ragioni «pratiche». Non perché sono razzialmente «inferiori», ma perché razzialmente disturbano i suoi elettori. La nuova segregazione razziale ha il volto dell'imprenditore brianzolo dai metodi spicci ma efficaci, non più quello dell'ideologo berlinese della razza ariana. E d'altra parte in un universo sociale sempre più complesso e indecifrabile, pagano le semplificazioni estreme: la logica atroce del «capro espiatorio». Ma soprattutto la proposta indecente che viene dall'alto trova consenso nella società che sta in mezzo - nel grande ventre molle di quelli che cercano faticosamente di restare a galla nella crisi che cresce senza affondare sotto la soglia di povertà - perché in tempi di deprivazione le «retoriche del disumano» hanno un devastante potenziale di contagio. Chiamo con questo nome le forme del discorso che negano un tratto comune di umanità a una parte dell'umanità. Che con espedienti retorici pongono un pezzo di umanità al di fuori dell'umanità. Che appunto, in forma diretta o indiretta, tracciano un confine tra uomini e non-uomini, producendo un dispositivo di esclusione e segregazione. Che separano le persone da trattare «come persone» e quelle da trattare «come cose». E in alcune circostanze è drammaticamente gratificante, o comunque rassicurante - per chi è sempre più incerto sulla propria identità e sulla propria condizione sociale, per chi teme di «scendere» o di «cadere» -, essere riconosciuti «come persone» per differenza da chi tale non è. Godere del privilegio di appartenere alla categoria degli «uomini» per differenza da altri, da questa esclusa. Si troverà sempre un imprenditore politico spregiudicato, pronto a quotare alla propria borsa questa risorsa velenosa, ma potente. Questo acido sociale, che scioglie il timore sul proprio futuro in rancore e in consenso.Questo accade oggi in Italia. La deprivazione economica e sociale che colpisce una fascia crescente di popolazione, si converte in deprivazione morale, in un quadro sociale ed economico che vede diventare sempre più intoccabile chi sta in alto (sempre meno redistribuibili le grandi ricchezze), e sotto la spinta di una retorica politica non più contrastata. Di un ordine patologico del discorso che non trova più anticorpi, perché le culture democratiche di fine novecento si sono consumate, nell'agire sconsiderato di un ceto politico a sua volta impegnato prevalentemente a salvare se stesso dal naufragio. Per chi non ci sta, si apre un periodo di sofferenza e responsabilità. Di secessione culturale. Una condizione da esuli in patria. Da apolidi. Per questo la tentazione di mettersi in coda, davanti alle Prefetture, per pretendere che siano rilevate anche a noi le impronte digitali, è grande. Non tanto per solidarietà. Ma perché siamo noi più che loro - i quali in grande misura sono cittadini italiani a tutti gli effetti e risiedono stabilmente sul territorio da decenni - i veri nomadi.