Dal sito Macchianera
Macchianera
Oggi 28 maggio 2008, 5 ore fa
Chi è senza peccato
Oggi 28 maggio 2008, 5 ore fa Carletto Darwin
C’è una parola inglese breve e precisa che si chiama bias. Indiaca fra le altre cose il modo di raccontare le cose vedendole solo da una parte. Parecchi giornalisti italiani lo sanno fare molto bene, soprattutto quando parlano delle colpe della sinistra. Funziona semplicemente così: metti in fila gli errori compiuti del PCI o dalla sinistra quelli nell’arco di qualche decennio; solo gli errori. E sembra che la sinistra sbagli sempre.
Stiamo al gioco e rispondiamo per le rime, così magari si può capire che la storia non si fa solo scrivendo le pagine dispari:
1. La TV a colori non la voleva nessuno in Italia, nè la destra, nè la sinistra. La Malfa Sr., uno di destra destra, fece filippiche per anni bloccando tutti I progetti e abdicò solo alla fine. Chi ritardò il tutto, se permettete, è stata la compagine governativa, che si alternava tra centro destra e centro sinistra. Ma della quale il PCI non faceva parte. La nascita della TV a colori è datata 1. Febbraio 1977, durante gli anni in cui il PCI era al governo, con appoggio esterno (governo meglio conosciuto come la formula della “non sfiducia”).
2. Le autostrade furono costruite con buon impegno per evitare le zone produttive rosse. Il PCI era così contrario che le regioni rosse costruirono le bretelle che attraversano Umbria ed Emilia. Trattasi di statali a 4 corsie, equivalenti negli anni ’70 alle autostrade. Senza pedaggio. Perchè il PCI era contrario ai pedaggi. Un scelta lungimirante, se consideriamo quanto le autostrade senza peage hanno giovato alle economie dei paesi dove non si paga al casello.
3. Il PCI era così contrario alle metropolitane che concluse, durante la gestione Petroselli-Vetere, l’opera della Metro A romana dopo che le giunte di destra l’avevano tirata per le lunghe per più di vent’anni.
4. La destra è così innovativa nel campo delle energie che propone nel 2008 un investimento ventennale sul nucleare, tralasciando l’eolico e il solare termodinamico sul quale stanno investendo in tutto il mondo. La stessa destra che ha licenziato Carlo Rubbia, reo di aver sviluppato un sistema di centrali solari termodinamiche da urlo. Sistema che il nostro premio Nobel sta mettendo in opera adesso in Spagna. Già mi immagino il Berlusconi di turno proporre nella campagna elettorale del 2028 un investimento strategico sulle centrali offshore eoliche. Ovviamente a beneficiarne saranno le aziende tedesche e olandesi.
5. Per tornare alle TV, la destra ha boicottato in tutti i modi il referendum sulla concentrazione delle TV; non ve lo dicono, ma in tutti i paesi europei il numero dei canali nazionali in chiaro è aumentato costantemente ed è di gran lunga superiore a quello italiano. In Italia siamo fermi a 6 più una piccolina e un paio di canali musicali. Un’arretratezza che causerà prima o poi l’effetto pesce-grande-mangia-pesce-piccolo e che è costata migliaia di posti di lavoro.
6. Finiamo la lista degli esempi con l’Alfa Romeo, venduta a prezzo di favore alla FIAT per mantenerla italiana, rinunciando ad un’offerta della FORD decisamente migliore sul piano industriale. La decisione è degli anni ’80, di nuovo presa dalla destra allora al governo, appoggiata dal PSI. Per l’Alfa ha significato la scomparsa di una tradizione motoristica enorme e l’accorpamento in un gruppo che non ha avuto più concorrenza interna. Insomma, la stessa cosa che la destra sta facendo per l’Alitalia.
Fine del giochino, volutamente esagerato.
Fuori dale righe vi verrei scrivere un mio parere spassionato, scritto da chi ha avuto la possibilità di confrontarsi con le scelte progressiste fatte all’estero: in Italia purtroppo manca la percezione del futuro e degli investimenti decennali o ancora più a lungo termine. A destra come a sinistra; a destra però in modo becero ed arrogante.
Quello di cui invece abbondiamo è una classe giornalistica che certamente ci delizia permettendoci di passare belle giornate in compagnia di un quotidiano. Ma niente di più. Una classe giornalistica che, se un giorno maturasse e uscisse dagli schemi destra-sinistra-comunisti-fascisti, aiuterebbe la stessa classe dirigente politica a fare quel salto intellettuale che le è mancato dal dopoguerra ad oggi.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
mercoledì 28 maggio 2008
Pescati nella Rete: Roma anno zero
Dal sito www.articolo21.info
ROMA ANNO ZERO
Oggi 28 maggio 2008, 12 minuti fa
di Stefano CorradinoPoche settimane fa Verona e Viterbo. Negli ultimi giorni Roma: dal Pigneto all’Università La Sapienza. Gli episodi di intolleranza dilagano. “Quando una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto”. Lo afferma il giornalista regista Claudio Lazzaro, autore del film Nazirock, che le sale cinematografiche non hanno proiettato per paura di ritorsioni. E che anche le librerie nascondono. Questa sera proietterà la pellicola nel quartiere Garbatella di Roma. Nel suo film, tra i personaggi descritti c’è Martin Avaro, uno dei protagonisti del grave episodio di ieri all’Università La Sapienza. (all'interno l'intervista integrale e gli altri interventi)
Pigneto, torna la teoria degli opposti estremismi - di Vittorio Emiliani
Rom, azioni persecutorie contro i diversi - Intervista a Furio Colombo
Al Pigneto l'integrazione è viva e vegeta - di Pier Giorgio Bellocchio
Il raid alla Sapienza questa sera alle 23,15 a Primo Piano
ROMA ANNO ZERO
Oggi 28 maggio 2008, 12 minuti fa
di Stefano CorradinoPoche settimane fa Verona e Viterbo. Negli ultimi giorni Roma: dal Pigneto all’Università La Sapienza. Gli episodi di intolleranza dilagano. “Quando una parte della destra radicale viene sdoganata politicamente molti si sentono autorizzati e compiono gesti che probabilmente prima non avrebbero fatto”. Lo afferma il giornalista regista Claudio Lazzaro, autore del film Nazirock, che le sale cinematografiche non hanno proiettato per paura di ritorsioni. E che anche le librerie nascondono. Questa sera proietterà la pellicola nel quartiere Garbatella di Roma. Nel suo film, tra i personaggi descritti c’è Martin Avaro, uno dei protagonisti del grave episodio di ieri all’Università La Sapienza. (all'interno l'intervista integrale e gli altri interventi)
Pigneto, torna la teoria degli opposti estremismi - di Vittorio Emiliani
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Al Pigneto l'integrazione è viva e vegeta - di Pier Giorgio Bellocchio
Il raid alla Sapienza questa sera alle 23,15 a Primo Piano
martedì 27 maggio 2008
segnalazione: appello "Giustizia per Victor Jara, giustizia per il Cile"
Per la giustizia cilena - la notizia è dello scorso 15 maggio - solamente un militare è responsabile dell'assassinio di Victor Jara, grande cantautore e poeta, simbolo in tutto il mondo di poesia, arte, impegno, giustizia sociale, amore.
Victor fu assassinato nello stadio nazionale di Santiago del Cile nei giorni immediatamente successivi al golpe fascista di Augusto Pinochet, che distrusse, con i carri armati, i bombardamenti, l'aiuto fondamentale degli USA e della CIA e un terribile apparato repressivo la grande esperienza del governo di Unidad Popular del Presidente Salvador Allende.
Migliaia di desaparecidos, imprigionati, morti, torturati. Un dolore, un'offesa indicibili.
Le indagini sono chiuse: sarà sottoposto a giudizio solamente il colonnello a riposo dell'esercito Mario Manríquez Bravo.
La Fondazione Victor Jara, guidata dalla moglie di Victor, Joan, ha lanciato un appello contro questa decisione, che ha già riscosso moltissime adesioni, in Cile e nel mondo. Lo scorso lunedì, a Santiago, si è svolta una manifestazione in appoggio a questa protesta. Potete leggere l'appello qui sotto, con altri materiali e gli indirizzi web a cui mandare l'adesione.
Ho messo poi altri materiali, per chi abbia desiderio di leggerli.
La traduzione dell'appello è mia, sicuramente non perfetta, ma il senso è salvo.
P.
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Appello “Giustizia per Victor Jara, giustizia per il Cile”
Fondazione Victor Jara
Noi firmatari esprimiamo il nostro rifiuto e la nostra indignazione per la chiusura dell’inchiesta investigativa sull’assassinio di Victor Jara.
Riteniamo che l’aver chiuso le indagini è un ulteriore precedente perché si consolidi l’impunità rispetto ai crimini commessi nel ex Stadio Cile di Santiago, è la conferma dell’impunità che il potere giudiziario impone nel caso delle vittime del terrorismo di stato. Questo ancora di più nel caso dello Stadio Cile, luogo sotto il controllo militare durante i giorni in cui si commisero gli omicidi. Le informazioni stanno nelle Forze armate ed è giunto il momento di cedere, dopo 35 anni di silenzio e di impunità che ancora avvolgono (la verità).
Di fronte a questa inaccettabile decisione del giudice, chiediamo l'immediata riapertura delle indagini in questo caso così simbolico per il Cile e per il mondo. Victor Jara rappresenta il meglio del nostro paese, della sua cultura e dell'identità popolare, e la sua figura è un simbolo, nel mondo intero, delle offese e dei crimini commessi dalla dittatura militare in Cile e nel resto dell’America Latina negli anni 70-80.
Oggi più che mai dobbiamo alzare la nostra voce per respingere questo atto vergognoso della giustizia cilena. Oggi sono la cittadinanza e le organizzazioni culturali, sociali, sindacali e politici a doversi pronunciare: la realizzazione dell’impunità espone le nostre future generazioni al rischio di rivivere l'orrore e la brutalità del periodo più nero della nostra storia.
Invitiamo artisti, lavoratori, studenti, giovani, tutti coloro che lottano per i diritti umani e tutte le organizzazioni del nostro paese ad aderire a questo appello "Non più impunità!”
FIRMATE QUI:
http://www.fundacionvictorjara.cl
fund.victorjara@gmail.com
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MANIFIESTO JUSTICIA PARA VICTOR JARA, JUSTICIA PARA CHILE
Los abajo firmantes declaramos nuestro repudio e indignación por el cierre del sumario en el caso de la investigación por el asesinato de Víctor Jara. Consideramos que el cierre de sumario del proceso por el asesinato de Víctor Jara es un precedente más para que se consolide la impunidad en los crímenes cometidos en el ex Estadio Chile, es la confirmación de la impunidad que impone el poder judicial en los casos de víctimas de terrorismo de estado. Más aún en el caso del Estadio Chile, lugar bajo control militar durante los días en que se cometieron los asesinatos. La información está en las Fuerzas Armadas y es hora de que se entregue ya, transcurridos 35 años de silencio e impunidad que las siguen involucrando. Enfrentados a esta repudiable decisión judicial, exigimos la inmediata reapertura del sumario en este caso simbólico para Chile y el mundo. Víctor Jara es un representante de lo mejor de nuestro país, de su cultura y de la identidad popular y su figura es símbolo en el mundo entero de las violaciones y crímenes cometidos por la Dictadura militar en Chile y el resto de Latinoamérica en los años 70-80. Hoy más que nunca debemos levantar nuestra voz para repudiar esta vergonzosa acción de la justicia chilena. Hoy debe se la ciudadanía y las organizaciones culturales, sociales, sindicales y políticas las que deben pronunciarse, la concreción de la impunidad expone a nuestras futuras generaciones a volver a vivir el horror y la brutalidad del periodo más negro de nuestra historia. Invitamos a los artistas, a los trabajadores, a los estudiantes, a los jóvenes, a los luchadores de derechos humanos y a todas las organizaciones de nuestro país, a adherir a este manifiesto por el “No más Impunidad”.
Claudio FavaLa notte in cui Victor non cantò"Quei ragazzi erano oltre qualsiasi ragionamento, s'erano trasformati in sogno, mito, istinto di morte, erano uomini con la febbre nel sangue e un paese malato negli occhi. Un paese calpestato dagli scarponi chiodati di tre generazioni di soldati..."Che cos'è l'America Latina? È passione, dolore, rabbia, oppressione e utopia. Se l'europeo che la attraversa non chiude gli occhi, godendo solo del turchese del mare e della limpidezza della luce andina, se si fa invece attraversare dalla verità di popolazioni oppresse e violentate da regimi corrotti e dittatoriali, allora non può che entrare in perfetta empatia con le sofferenze, la disperazione e la voglia di ribellione di quei popoli. È questo infatti il tono dell'ultimo libro di Claudio Fava, giornalista e scrittore, uomo provato nella sua storia umana e politica dalla violenza brutale di una mafia che gli ha ucciso il padre, ha attentato alla sua stessa vita, ma non è mai riuscita a spegnere il suo coraggio nella denuncia, la sua testimonianza attiva, la sua voglia di giustizia. Allora è quasi naturale che vi sia in lui un'adesione profonda alle sofferenze di popoli in lotta contro l'oppressione, che se ne faccia interprete, che presti loro voce e occhi per comunicare al mondo, quel mondo opulento che dal loro dolore troppe volte ha tratto benefici, quanto grande è la malvagità che li soffoca. Da libri prevalentemente autobiografici e di ambientazione siciliana o meridionale Fava passa così all'analisi, attraverso interviste e testimonianze, di alcune personalità di oppressori, lasciando a sé solo alcune pagine (in corsivo). Spesso però è più facile capire gli aguzzini dai racconti delle loro vittime e sarà Carlos Varela, giornalista, o Victor Jara, cantante, o Edgardo Enriquez, ministro di Allende, che faranno davvero rivivere al lettore l'angoscia di quel 11 settembre 1973 a Santiago del Cile, l'odio per quel generale pallido e insignificante. Augusto Pinochet è stato sognato per vent'anni da Antonio Leal, segretario, a quei tempi, della Gioventù comunista cilena, torturato, incarcerato e poi mandato in esilio per poter essere esibito agli stranieri come trofeo di generosità del dittatore. Oggi, in un paese "quasi normale", è tornato il giornalista Claudio Fava ad osservare quel "quasi" e a rivedere "la chimica di ogni dolore umano" e la finzione dell'oblio.E a Lima è l'incontro con una madre, la madre di Victor, sepolto a morire ancora vivo in un carcere disumano al gelo delle Ande, è il cimitero il cui sono stati gettati i corpi, indegni di pianto e di amore, dei guerriglieri tupamaros uccisi come cani nell'ambasciata giapponese, che ci consente di capire chi è il Chino, il presidente Fujimori, che di quell'eccidio è così orgoglioso da tornare spesso in quei luoghi, da aver atteso due giorni a far spostare i cadaveri per poter essere fotografato quando li calpestava, da desiderare che tutto restasse così per sempre, esempio terribile di vittoria contro i terroristi.A San Salvador è invece la frustrante ricerca del maggiore d'Aubuisson, l'intervista perennemente rimandata, le poche parole strappategli in modo rocambolesco in un bagno del Congresso, la diffidenza e il disprezzo di tutti i militari del suo entourage per la condanna internazionale dei massacri perpetrati dal regime a dare corpo e voce alla malvagità sprezzante, al sarcasmo acido di Roberto d'Aubuisson, il capo degli "escuadrones de la muerte".E poi Panama, gli americani e i loro affari, l'uso di uno Stato come di un giocattolo per i loro guadagni, e infine la Colombia, il narcotraffico, e ancora gli americani, le implicazioni internazionali, i regolamenti di conti, le rapine, i sequestri e una popolazione allo sbando (ventimila morti ammazzati l'anno), una famiglia, gli Orejuela, i boss del Cartello su cui ruota il traffico di droga internazionale, spesso vista come una delle poche fonti di lavoro.E infine il capitolo che davvero dà all'intero libro il senso generale, il messaggio più forte: le madri di Plaza de Majo e il loro aguzzino, tra loro è Hebe (due figli uccisi, anzi desaparecidos) e in primo piano lui, l'assassino dalla faccia d'angelo, il capitano Astiz, "l'angelo della morte".Un libro che colpisce come una lama, duro e dolcissimo nello stesso tempo: duro nella rabbia, nella condanna senza appello dei macellai di Stato, dolce nell'amore, nel coinvolgimento umano e intellettuale, nella solidarietà per le vittime.La notte in cui Victor non cantò, di Claudio Fava - Edizioni Baldini & Castoldi
Chanson pour Victor Jara, Michel Bühler
On a trouvé VictorSur le bord du cheminPlus de vie dans le corpsEt massacrées les mains Veilleur, passeur d'espoirL' écrivait des chansonsTouchait à la guitareJara était son nom C'était le onzièm' jourD'un septembre au ChiliBlindés, passants qui courentDans la ville ébahie Les brutes militairesDes casernes jaillies Les avions, la poussièreEt les bombes et les cris Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! C'est au stade d'abordQu'ils ont été parquésLes promis à la mortLes déjà sacrifiés "Le chanteur, c'est bien toi?"Demande un officierVictor le fixe droitDans les yeux, sans ciller C'était le onzièm' jourD'un septembre au ChiliTrente ans… Le temps qui courtN'apporte pas l'oubli Venu de WashingtonA peine déguiséL'ordre implacable tonne: "Tuez la liberté!" Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! Qui chante le bonheurEt la fraternitéCelui-là fait-il peurAux barbares casqués? A coups de crosses on a Fracassé ses poignets"Joue maintenant, Jara!"Avant de l'achever C'était un onzièm' jourDe septembre à SantiagoOn l'a, dans les faubourgsJeté dans un ruisseau Et personne, depuisN'a demandé pardonPour les années de nuit,Pour tous les compagnons Non personne, là-basN'a montré de remordsL'honneur, on connaît pasDans les états majors! Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! ----------------------------------
Canzone Per Victor JaraSi è trovato VictorSul bordo del camminoSenza vita nel corpoE massacrate le maniVedetta, traghettatore di speranzaScriveva delle canzoniToccava la chitarraJara era il suo nomeEra l'undicesimo giornoDi un settembre al CileBlindati, guide che corronoNella città stupitaI soldati grezziDalle caserme scaturite Gli aerei, la polvereE le bombe e le gridaIl popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!È prima allo stadioChe sono stati parcheggiatiI promessi alla morteI già sacrificati"Il cantante, sei tu?„Domanda un ufficialeVictor lo fisso dirittoNegli occhi, senza battere ciglioEra l'undicesimo giornoDi un settembre al CileTrenta anni… Il tempo che correNon travolge l'oblioVenuto da WashingtonAppena mascheratoL'ordine implacabile tuona: "Uccidete la libertà!„ Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non inclinerà mai la fronte!Chi canta la felicitàE la fraternitàQuello fa timoreAi barbari coi caschi?A colpi di bastoni sono statiSchiantati i suoi polsi"Suona ora, Jara!„Prima di ucciderloEra l'undicesimo giornoDi settembre a SantiagoE' stato, nei sobborghiGettato in un ruscelloE nessuno, dopoHa chiesto perdonoPer gli anni di notte,Per tutti i compagniNo, nessuno, laggiùHa mostrato pentimentiL'onore, non si conosceNegli stati maggiori! Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!
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SANTIAGO, mayo 15, 2008 . - Con sólo un militar como responsable del asesinato del cantautor Víctor Jara, un ícono de la música chilena que traspasó fronteras, concluyó la investigación de su homicidio ocurrido durante los primeros días de la dictadura de Augusto Pinochet. El juez Juan Fuentes cerró el jueves la investigación del crimen del cantante, ocurrida el 16 de septiembre de 1973 en el Estadio Chile, con un procesado: el coronel de ejército retirado Mario Manríquez Bravo, como autor de homicidio calificado, pese a que testigos del caso mencionaron a más militares involucrados."Se decretaron diversas diligencias y finalmente he estimado que ya está agotada la investigación y prueba de ello es que he decretado el cierre de ésta", dijo el magistrado a periodistas.
Jara, autor de la famosa canción "Te recuerdo Amanda" o "El derecho a vivir en paz", fue detenido junto a profesores y alumno de la Universidad Técnica del Estado. Luego fue llevado al Estadio Chile donde pemaneció detenido varios días. Según testimonios de detenidos en el Estadio Chile, Jara fue torturado, mientras que sus anos se las rompieron con la culata de un revólver para finalmente ser acribillado el 16 de septiembre. Su cuerpo fue encontrado tres días después cerca de un cementerio. La esposa del cantautor, Joan Jara, se mostró sorprendida por la inesperada decisión del juez de cerrar el caso, calificado por especialistas como uno de los más emblemáticos y dilatados del poder judicial. "Esto es tremendo, no esperaba esta decisión. Estoy muy preocupada, porque se cierra de esta forma un caso que se supone o se ha llamado emblemático. Qué pasa ahora con todo los otros casos del Estadio Chile", dijo la viuda a la radio Cooperativa.Tras conocer el fallo, el abogado de la familia de Jara, Nelsón Caucoto, anunció que apelará a la decisión del juez para que se identifiquen a otros responsables de este hecho que marcó a la cultura y los artistas durante la dictadura de Pinochet, entre 1973 y 1990."Me parece muy raro que respecto del homicidio de Victor Jara sólo aparezca imputado el oficial de ejército, el señor Manríquez. Es improbable que la realidad de la investigación se refleje en ese procesamiento única y exclusivamente", dijo Caucoto."Hemos estado solicitando diligencias con nuevos testigos. Lo vamos a seguir haciendo respecto a este cierre del sumario que no se corresponde respecto a Victor Jara. Queda mucho todavía por investigar, quedan muchas responsabilidades que tienen que ser acreditadas", agregó. Durante la dictadura de Pinochet, unas 3.000 personas murieron o fueron desaparecidas, mientras que otras 28.000 sufrieron torturas, incluida la presidenta Michelle Bachelet.Pinochet murió el 10 de diciembre del 2006, a los 91 años, por una falla cardíaca múltiple y sin haber sido enjuiciado por los abusos a los derechos humanos durante la dictadura (1973-1990), ni por delitos económicos vinculados a cuentas secretas por unos 27 millones de dólares. REUTERS ADJ JIC/
JUEZ CIERRA CASO SOBRE ASESINATO DE VICTOR JARAEnviado el Jueves, 15 mayo a las 12:57:45El ministro Juan Eduardo Fuentes Beldar, cerró hoy el sumario sobre la investigación por la muerte del músico y militante comunista Víctor Jara,ocurrida entre el 13 y 16 de septiembre de 1973. El magistrado de la Corte de Apelaciones de Santiago determinó puso fin a la investigativa del proceso, e inició la acusación contra el coronel en retiro del Ejército chileno Mario Manríquez Bravo quien se encuentra imputado por el delito de homicidio calificado en contra de Victor Jara. En el proceso investigativo el magistrado pudo reunir siete tomos y un total de 2.753 fojas en el proceso que, inicialmente, investigó el Quinto Juzgado del Crimen de Santiago, y que Fuentes asumió el 6 de mayo de 2005, informaron medios de prensa.El abogado querellante Nelson Caucoto anunció que apelará el dictamen, alegando que aún restan por procesar responsables de la alta oficialidad del Ejército en septiembre de 1973.Además, indicó que no quedó aclarada la identidad de "El Príncipe", sindicado por testigos como autor material del asesinato, el 16 de septiembre en el Estadio Chile, que ahora lleva el nombre de Víctor Jara.Fuentes asumió en 2005 el caso de Jara, detenido el 12 de septiembre de 1973 en la ex Universidad Técnica del Estado, donde prestaba servicios como director teatral.Antes, el proceso estuvo a cargo del juez Juan Carlos Urrutia, quien procesó en diciembre de 2004 a Mario Manríquez como autor del homicidio calificado, en su calidad de jefe del entonces campo de prisioneros que funcionó en el Estadio Chile de esta capital.Nacido en 1932 de padres campesinos, Jara creció cerca de la capital, donde su madre le enseñó a tocar la guitarra, tras demostrar una natural vocación hacia la música.Luego de participar en varias actividades artísticas, a los 21 años, inició sus investigaciones folclóricas, sin dejar de participar en numerosas actividades políticas y culturales con la Compañía del Instituto de Teatro de la Universidad de Chile (ITUCH).Jara conoció a la destacada folclorista Violeta Parra, quien lo incitó a seguir cantando, lo cual hizo en giras por varios países del mundo como director teatral, director artístico del conjunto Quilapayún y también fue solista en "La Peña de los Parra".En 1970 realizó recitales por todo Chile con motivo de la campaña electoral de la Unidad Popular, encabezada por Salvador Allende, quien luego lo nombró Embajador Cultural de su Gobierno.
Entre otras actividades, Jara viajó a Cuba, invitado al Congreso de Música Latinoamericana, organizado por Casa de las Américas. Después del golpe militar de Augusto Pinochet, Jara fue detenido en la Universidad Técnica del Estado, desde donde fue llevado al Estadio Chile, donde fue torturado y, según distintas fuentes, acribillado a balazos el 16 de septiembre, poco antes de cumplir 41 años.Santiago de Chile, 15 de mayo 2008
Victor fu assassinato nello stadio nazionale di Santiago del Cile nei giorni immediatamente successivi al golpe fascista di Augusto Pinochet, che distrusse, con i carri armati, i bombardamenti, l'aiuto fondamentale degli USA e della CIA e un terribile apparato repressivo la grande esperienza del governo di Unidad Popular del Presidente Salvador Allende.
Migliaia di desaparecidos, imprigionati, morti, torturati. Un dolore, un'offesa indicibili.
Le indagini sono chiuse: sarà sottoposto a giudizio solamente il colonnello a riposo dell'esercito Mario Manríquez Bravo.
La Fondazione Victor Jara, guidata dalla moglie di Victor, Joan, ha lanciato un appello contro questa decisione, che ha già riscosso moltissime adesioni, in Cile e nel mondo. Lo scorso lunedì, a Santiago, si è svolta una manifestazione in appoggio a questa protesta. Potete leggere l'appello qui sotto, con altri materiali e gli indirizzi web a cui mandare l'adesione.
Ho messo poi altri materiali, per chi abbia desiderio di leggerli.
La traduzione dell'appello è mia, sicuramente non perfetta, ma il senso è salvo.
P.
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Appello “Giustizia per Victor Jara, giustizia per il Cile”
Fondazione Victor Jara
Noi firmatari esprimiamo il nostro rifiuto e la nostra indignazione per la chiusura dell’inchiesta investigativa sull’assassinio di Victor Jara.
Riteniamo che l’aver chiuso le indagini è un ulteriore precedente perché si consolidi l’impunità rispetto ai crimini commessi nel ex Stadio Cile di Santiago, è la conferma dell’impunità che il potere giudiziario impone nel caso delle vittime del terrorismo di stato. Questo ancora di più nel caso dello Stadio Cile, luogo sotto il controllo militare durante i giorni in cui si commisero gli omicidi. Le informazioni stanno nelle Forze armate ed è giunto il momento di cedere, dopo 35 anni di silenzio e di impunità che ancora avvolgono (la verità).
Di fronte a questa inaccettabile decisione del giudice, chiediamo l'immediata riapertura delle indagini in questo caso così simbolico per il Cile e per il mondo. Victor Jara rappresenta il meglio del nostro paese, della sua cultura e dell'identità popolare, e la sua figura è un simbolo, nel mondo intero, delle offese e dei crimini commessi dalla dittatura militare in Cile e nel resto dell’America Latina negli anni 70-80.
Oggi più che mai dobbiamo alzare la nostra voce per respingere questo atto vergognoso della giustizia cilena. Oggi sono la cittadinanza e le organizzazioni culturali, sociali, sindacali e politici a doversi pronunciare: la realizzazione dell’impunità espone le nostre future generazioni al rischio di rivivere l'orrore e la brutalità del periodo più nero della nostra storia.
Invitiamo artisti, lavoratori, studenti, giovani, tutti coloro che lottano per i diritti umani e tutte le organizzazioni del nostro paese ad aderire a questo appello "Non più impunità!”
FIRMATE QUI:
http://www.fundacionvictorjara.cl
fund.victorjara@gmail.com
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MANIFIESTO JUSTICIA PARA VICTOR JARA, JUSTICIA PARA CHILE
Los abajo firmantes declaramos nuestro repudio e indignación por el cierre del sumario en el caso de la investigación por el asesinato de Víctor Jara. Consideramos que el cierre de sumario del proceso por el asesinato de Víctor Jara es un precedente más para que se consolide la impunidad en los crímenes cometidos en el ex Estadio Chile, es la confirmación de la impunidad que impone el poder judicial en los casos de víctimas de terrorismo de estado. Más aún en el caso del Estadio Chile, lugar bajo control militar durante los días en que se cometieron los asesinatos. La información está en las Fuerzas Armadas y es hora de que se entregue ya, transcurridos 35 años de silencio e impunidad que las siguen involucrando. Enfrentados a esta repudiable decisión judicial, exigimos la inmediata reapertura del sumario en este caso simbólico para Chile y el mundo. Víctor Jara es un representante de lo mejor de nuestro país, de su cultura y de la identidad popular y su figura es símbolo en el mundo entero de las violaciones y crímenes cometidos por la Dictadura militar en Chile y el resto de Latinoamérica en los años 70-80. Hoy más que nunca debemos levantar nuestra voz para repudiar esta vergonzosa acción de la justicia chilena. Hoy debe se la ciudadanía y las organizaciones culturales, sociales, sindicales y políticas las que deben pronunciarse, la concreción de la impunidad expone a nuestras futuras generaciones a volver a vivir el horror y la brutalidad del periodo más negro de nuestra historia. Invitamos a los artistas, a los trabajadores, a los estudiantes, a los jóvenes, a los luchadores de derechos humanos y a todas las organizaciones de nuestro país, a adherir a este manifiesto por el “No más Impunidad”.
Claudio FavaLa notte in cui Victor non cantò"Quei ragazzi erano oltre qualsiasi ragionamento, s'erano trasformati in sogno, mito, istinto di morte, erano uomini con la febbre nel sangue e un paese malato negli occhi. Un paese calpestato dagli scarponi chiodati di tre generazioni di soldati..."Che cos'è l'America Latina? È passione, dolore, rabbia, oppressione e utopia. Se l'europeo che la attraversa non chiude gli occhi, godendo solo del turchese del mare e della limpidezza della luce andina, se si fa invece attraversare dalla verità di popolazioni oppresse e violentate da regimi corrotti e dittatoriali, allora non può che entrare in perfetta empatia con le sofferenze, la disperazione e la voglia di ribellione di quei popoli. È questo infatti il tono dell'ultimo libro di Claudio Fava, giornalista e scrittore, uomo provato nella sua storia umana e politica dalla violenza brutale di una mafia che gli ha ucciso il padre, ha attentato alla sua stessa vita, ma non è mai riuscita a spegnere il suo coraggio nella denuncia, la sua testimonianza attiva, la sua voglia di giustizia. Allora è quasi naturale che vi sia in lui un'adesione profonda alle sofferenze di popoli in lotta contro l'oppressione, che se ne faccia interprete, che presti loro voce e occhi per comunicare al mondo, quel mondo opulento che dal loro dolore troppe volte ha tratto benefici, quanto grande è la malvagità che li soffoca. Da libri prevalentemente autobiografici e di ambientazione siciliana o meridionale Fava passa così all'analisi, attraverso interviste e testimonianze, di alcune personalità di oppressori, lasciando a sé solo alcune pagine (in corsivo). Spesso però è più facile capire gli aguzzini dai racconti delle loro vittime e sarà Carlos Varela, giornalista, o Victor Jara, cantante, o Edgardo Enriquez, ministro di Allende, che faranno davvero rivivere al lettore l'angoscia di quel 11 settembre 1973 a Santiago del Cile, l'odio per quel generale pallido e insignificante. Augusto Pinochet è stato sognato per vent'anni da Antonio Leal, segretario, a quei tempi, della Gioventù comunista cilena, torturato, incarcerato e poi mandato in esilio per poter essere esibito agli stranieri come trofeo di generosità del dittatore. Oggi, in un paese "quasi normale", è tornato il giornalista Claudio Fava ad osservare quel "quasi" e a rivedere "la chimica di ogni dolore umano" e la finzione dell'oblio.E a Lima è l'incontro con una madre, la madre di Victor, sepolto a morire ancora vivo in un carcere disumano al gelo delle Ande, è il cimitero il cui sono stati gettati i corpi, indegni di pianto e di amore, dei guerriglieri tupamaros uccisi come cani nell'ambasciata giapponese, che ci consente di capire chi è il Chino, il presidente Fujimori, che di quell'eccidio è così orgoglioso da tornare spesso in quei luoghi, da aver atteso due giorni a far spostare i cadaveri per poter essere fotografato quando li calpestava, da desiderare che tutto restasse così per sempre, esempio terribile di vittoria contro i terroristi.A San Salvador è invece la frustrante ricerca del maggiore d'Aubuisson, l'intervista perennemente rimandata, le poche parole strappategli in modo rocambolesco in un bagno del Congresso, la diffidenza e il disprezzo di tutti i militari del suo entourage per la condanna internazionale dei massacri perpetrati dal regime a dare corpo e voce alla malvagità sprezzante, al sarcasmo acido di Roberto d'Aubuisson, il capo degli "escuadrones de la muerte".E poi Panama, gli americani e i loro affari, l'uso di uno Stato come di un giocattolo per i loro guadagni, e infine la Colombia, il narcotraffico, e ancora gli americani, le implicazioni internazionali, i regolamenti di conti, le rapine, i sequestri e una popolazione allo sbando (ventimila morti ammazzati l'anno), una famiglia, gli Orejuela, i boss del Cartello su cui ruota il traffico di droga internazionale, spesso vista come una delle poche fonti di lavoro.E infine il capitolo che davvero dà all'intero libro il senso generale, il messaggio più forte: le madri di Plaza de Majo e il loro aguzzino, tra loro è Hebe (due figli uccisi, anzi desaparecidos) e in primo piano lui, l'assassino dalla faccia d'angelo, il capitano Astiz, "l'angelo della morte".Un libro che colpisce come una lama, duro e dolcissimo nello stesso tempo: duro nella rabbia, nella condanna senza appello dei macellai di Stato, dolce nell'amore, nel coinvolgimento umano e intellettuale, nella solidarietà per le vittime.La notte in cui Victor non cantò, di Claudio Fava - Edizioni Baldini & Castoldi
Chanson pour Victor Jara, Michel Bühler
On a trouvé VictorSur le bord du cheminPlus de vie dans le corpsEt massacrées les mains Veilleur, passeur d'espoirL' écrivait des chansonsTouchait à la guitareJara était son nom C'était le onzièm' jourD'un septembre au ChiliBlindés, passants qui courentDans la ville ébahie Les brutes militairesDes casernes jaillies Les avions, la poussièreEt les bombes et les cris Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! C'est au stade d'abordQu'ils ont été parquésLes promis à la mortLes déjà sacrifiés "Le chanteur, c'est bien toi?"Demande un officierVictor le fixe droitDans les yeux, sans ciller C'était le onzièm' jourD'un septembre au ChiliTrente ans… Le temps qui courtN'apporte pas l'oubli Venu de WashingtonA peine déguiséL'ordre implacable tonne: "Tuez la liberté!" Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! Qui chante le bonheurEt la fraternitéCelui-là fait-il peurAux barbares casqués? A coups de crosses on a Fracassé ses poignets"Joue maintenant, Jara!"Avant de l'achever C'était un onzièm' jourDe septembre à SantiagoOn l'a, dans les faubourgsJeté dans un ruisseau Et personne, depuisN'a demandé pardonPour les années de nuit,Pour tous les compagnons Non personne, là-basN'a montré de remordsL'honneur, on connaît pasDans les états majors! Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! Le peuple uni, jamaisNe sera vaincu, nonLe peuple uni, jamaisN'inclinera le front! ----------------------------------
Canzone Per Victor JaraSi è trovato VictorSul bordo del camminoSenza vita nel corpoE massacrate le maniVedetta, traghettatore di speranzaScriveva delle canzoniToccava la chitarraJara era il suo nomeEra l'undicesimo giornoDi un settembre al CileBlindati, guide che corronoNella città stupitaI soldati grezziDalle caserme scaturite Gli aerei, la polvereE le bombe e le gridaIl popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!È prima allo stadioChe sono stati parcheggiatiI promessi alla morteI già sacrificati"Il cantante, sei tu?„Domanda un ufficialeVictor lo fisso dirittoNegli occhi, senza battere ciglioEra l'undicesimo giornoDi un settembre al CileTrenta anni… Il tempo che correNon travolge l'oblioVenuto da WashingtonAppena mascheratoL'ordine implacabile tuona: "Uccidete la libertà!„ Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non inclinerà mai la fronte!Chi canta la felicitàE la fraternitàQuello fa timoreAi barbari coi caschi?A colpi di bastoni sono statiSchiantati i suoi polsi"Suona ora, Jara!„Prima di ucciderloEra l'undicesimo giornoDi settembre a SantiagoE' stato, nei sobborghiGettato in un ruscelloE nessuno, dopoHa chiesto perdonoPer gli anni di notte,Per tutti i compagniNo, nessuno, laggiùHa mostrato pentimentiL'onore, non si conosceNegli stati maggiori! Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!Il popolo unito, Non sarà mai vinto, no,Il popolo unito, Non chinerà mai la fronte!
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SANTIAGO, mayo 15, 2008 . - Con sólo un militar como responsable del asesinato del cantautor Víctor Jara, un ícono de la música chilena que traspasó fronteras, concluyó la investigación de su homicidio ocurrido durante los primeros días de la dictadura de Augusto Pinochet. El juez Juan Fuentes cerró el jueves la investigación del crimen del cantante, ocurrida el 16 de septiembre de 1973 en el Estadio Chile, con un procesado: el coronel de ejército retirado Mario Manríquez Bravo, como autor de homicidio calificado, pese a que testigos del caso mencionaron a más militares involucrados."Se decretaron diversas diligencias y finalmente he estimado que ya está agotada la investigación y prueba de ello es que he decretado el cierre de ésta", dijo el magistrado a periodistas.
Jara, autor de la famosa canción "Te recuerdo Amanda" o "El derecho a vivir en paz", fue detenido junto a profesores y alumno de la Universidad Técnica del Estado. Luego fue llevado al Estadio Chile donde pemaneció detenido varios días. Según testimonios de detenidos en el Estadio Chile, Jara fue torturado, mientras que sus anos se las rompieron con la culata de un revólver para finalmente ser acribillado el 16 de septiembre. Su cuerpo fue encontrado tres días después cerca de un cementerio. La esposa del cantautor, Joan Jara, se mostró sorprendida por la inesperada decisión del juez de cerrar el caso, calificado por especialistas como uno de los más emblemáticos y dilatados del poder judicial. "Esto es tremendo, no esperaba esta decisión. Estoy muy preocupada, porque se cierra de esta forma un caso que se supone o se ha llamado emblemático. Qué pasa ahora con todo los otros casos del Estadio Chile", dijo la viuda a la radio Cooperativa.Tras conocer el fallo, el abogado de la familia de Jara, Nelsón Caucoto, anunció que apelará a la decisión del juez para que se identifiquen a otros responsables de este hecho que marcó a la cultura y los artistas durante la dictadura de Pinochet, entre 1973 y 1990."Me parece muy raro que respecto del homicidio de Victor Jara sólo aparezca imputado el oficial de ejército, el señor Manríquez. Es improbable que la realidad de la investigación se refleje en ese procesamiento única y exclusivamente", dijo Caucoto."Hemos estado solicitando diligencias con nuevos testigos. Lo vamos a seguir haciendo respecto a este cierre del sumario que no se corresponde respecto a Victor Jara. Queda mucho todavía por investigar, quedan muchas responsabilidades que tienen que ser acreditadas", agregó. Durante la dictadura de Pinochet, unas 3.000 personas murieron o fueron desaparecidas, mientras que otras 28.000 sufrieron torturas, incluida la presidenta Michelle Bachelet.Pinochet murió el 10 de diciembre del 2006, a los 91 años, por una falla cardíaca múltiple y sin haber sido enjuiciado por los abusos a los derechos humanos durante la dictadura (1973-1990), ni por delitos económicos vinculados a cuentas secretas por unos 27 millones de dólares. REUTERS ADJ JIC/
JUEZ CIERRA CASO SOBRE ASESINATO DE VICTOR JARAEnviado el Jueves, 15 mayo a las 12:57:45El ministro Juan Eduardo Fuentes Beldar, cerró hoy el sumario sobre la investigación por la muerte del músico y militante comunista Víctor Jara,ocurrida entre el 13 y 16 de septiembre de 1973. El magistrado de la Corte de Apelaciones de Santiago determinó puso fin a la investigativa del proceso, e inició la acusación contra el coronel en retiro del Ejército chileno Mario Manríquez Bravo quien se encuentra imputado por el delito de homicidio calificado en contra de Victor Jara. En el proceso investigativo el magistrado pudo reunir siete tomos y un total de 2.753 fojas en el proceso que, inicialmente, investigó el Quinto Juzgado del Crimen de Santiago, y que Fuentes asumió el 6 de mayo de 2005, informaron medios de prensa.El abogado querellante Nelson Caucoto anunció que apelará el dictamen, alegando que aún restan por procesar responsables de la alta oficialidad del Ejército en septiembre de 1973.Además, indicó que no quedó aclarada la identidad de "El Príncipe", sindicado por testigos como autor material del asesinato, el 16 de septiembre en el Estadio Chile, que ahora lleva el nombre de Víctor Jara.Fuentes asumió en 2005 el caso de Jara, detenido el 12 de septiembre de 1973 en la ex Universidad Técnica del Estado, donde prestaba servicios como director teatral.Antes, el proceso estuvo a cargo del juez Juan Carlos Urrutia, quien procesó en diciembre de 2004 a Mario Manríquez como autor del homicidio calificado, en su calidad de jefe del entonces campo de prisioneros que funcionó en el Estadio Chile de esta capital.Nacido en 1932 de padres campesinos, Jara creció cerca de la capital, donde su madre le enseñó a tocar la guitarra, tras demostrar una natural vocación hacia la música.Luego de participar en varias actividades artísticas, a los 21 años, inició sus investigaciones folclóricas, sin dejar de participar en numerosas actividades políticas y culturales con la Compañía del Instituto de Teatro de la Universidad de Chile (ITUCH).Jara conoció a la destacada folclorista Violeta Parra, quien lo incitó a seguir cantando, lo cual hizo en giras por varios países del mundo como director teatral, director artístico del conjunto Quilapayún y también fue solista en "La Peña de los Parra".En 1970 realizó recitales por todo Chile con motivo de la campaña electoral de la Unidad Popular, encabezada por Salvador Allende, quien luego lo nombró Embajador Cultural de su Gobierno.
Entre otras actividades, Jara viajó a Cuba, invitado al Congreso de Música Latinoamericana, organizado por Casa de las Américas. Después del golpe militar de Augusto Pinochet, Jara fue detenido en la Universidad Técnica del Estado, desde donde fue llevado al Estadio Chile, donde fue torturado y, según distintas fuentes, acribillado a balazos el 16 de septiembre, poco antes de cumplir 41 años.Santiago de Chile, 15 de mayo 2008
Pescati nella rete: la partecipazione dei lavoratori
dal sito www.lavoce.info
Governance / Finanza
TROPPA CONFUSIONE SUI LAVORATORI AZIONISTIdi Francesco Vella 27.05.2008
Dare rappresentanza ai lavoratori nel governo dell'impresa è utile soprattutto se si guarda al loro interesse a conoscere e controllare la gestione, ad esempio attraverso la possibilità di nomina di membri del collegio sindacale. La partecipazione finanziaria dei lavoratori, invece, può portare a confusione dei ruoli. Un contributo potrebbe invece derivare dal rafforzamento delle forme di investimento collettivo. E’ questo uno dei tanti aspetti del tema “Mercato e democrazia”, titolo del Festival dell’Economia che si tiene a Trento dal 29 maggio prossimo al 2 giugno.
Nella discussione degli ultimi giorni sui futuri assetti delle relazioni industriali sono emerse ipotesi e proposte di nuovi interventi legislativi per incentivare la partecipazione dei lavoratori alle imprese e la diffusione di strumenti di democrazia industriale all’interno della governance societaria.
GLI STAKEHOLDER NEL GOVERNO SOCIETARIO
In realtà, non sono certo ipotesi originali: si perdono ormai nella notte dei tempi gli innumerevoli progetti di legge presentati nel corso delle passate legislature e anche in sede comunitaria esiste una lunga tradizione di studi e rapporti che sollecitano gli Stati membri a intervenire sulla materia.In Italia, in parte per una diffidenza trasversale alle organizzazioni del lavoratori e degli imprenditori, non si è mai giunti a risultati concreti, ma forse lo scenario è cambiato e offre un’occasione da non perdere.Da un lato già esistono norme, tutte di derivazione comunitaria, che prevedono obblighi di informazione e consultazione dei lavoratori per alcune tipologie di imprese e la loro partecipazione agli organi di governo se si costituisce una società per azioni europea. Dall’altro, i rapidi e imprevedibili sviluppi della finanza e dei movimenti di capitale richiedono anche ai lavoratori di avere a disposizione strumenti utili per controllare e monitorare la dimensione operativa e finanziaria delle imprese. Nei programmi presentati di recente agli elettori si chiedevano esplicitamente misure per aumentare la “democrazia economica” e per favorire il coinvolgimento degli stakeholder nel governo societario. E non vi è dubbio che la ricerca da parte delle organizzazioni sindacali di nuove e più trasparenti regole di rappresentanza, contribuisce a rimuovere uno degli ostacoli che oggettivamente si pongono su questa strada.
GLI INTERESSI A CONTROLLARE
Bisogna, però, stare attenti non solo a cogliere l’occasione, ma anche a come la si coglie, perché il rischio è quello, sotto l’ombrello da tutti osannato della “democrazia economica”, di fare confusione.Dare rappresentanza ai lavoratori nel governo dell’impresa può essere utile soprattutto se si guarda al loro interesse non tanto a gestire, e quindi a condividere le non poche e onerose responsabilità, ma a conoscere e controllare la gestione, attraverso ad esempio la possibilità di nomina di membri del collegio sindacale o anche di amministratori professionali e indipendenti. D’altronde, quando nel nostro ordinamento fu introdotto il sistema dualistico si pensava in origine proprio alla presenza nel consiglio di sorveglianza dei dipendenti, secondo note e consolidate esperienze estere. Ed è bene sottolineare che questa presenza era rimessa esclusivamente all’autonomia statutaria, senza cioè prevedere alcun obbligo, ma una sorta di incomprensibile furia ideologica portò all’esclusione anche di questa semplice possibilità.
GLI INTERESSI A PARTECIPARE
Diverso invece è il terreno della partecipazione finanziaria dei lavoratori, e cioè degli eventuali incentivi al loro coinvolgimento diretto in quanto proprietari nell’impresa. Qui il rischio della introduzione di logiche distorsive del mercato, e di confusione dei ruoli che i diversi attori devono giocare, è molto alto.
Logiche distorsive che ovviamente non risiedono nel fatto che un dipendente possa comprarsi come e quando vuole azioni della sua società, ma che l’azionista in quanto dipendente sia destinatario di regole di governance diverse rispetto a qualsiasi altro azionista, o che, ancora peggio, l’impresa che incentiva l’azionariato dei lavoratori usufruisca di una sorta di statuto speciale o di particolari privilegi.Senza considerare che già oggi le norme di diritto comune prevedono la possibilità di attribuire azioni o strumenti finanziari partecipativi ai dipendenti, anche legando a tali strumenti particolari poteri amministrativi, compresa la nomina di un membro del collegio sindacale. E il Testo unico della finanza lascia la facoltà agli statuti delle società quotate di individuare disposizioni per facilitare la raccolta delle deleghe di voto presso gli azionisti dipendenti.L’azionista deve essere, in altri termini, trattato come azionista e basta, anche perché, come è tristemente noto, rischia qualche doloroso salasso, ed è bene che, soprattutto quando è un lavoratore, lo faccia in piena consapevolezza e secondo le regole e le tutele di mercato.Un contributo ben più importante sul terreno della partecipazione potrebbe invece derivare dal rafforzamento delle forme di investimento collettivo. Ampliare la dimensione dei fondi pensione, incrementare le loro capacità non solo di investimento ma anche di “voice” nella governance societaria, potrebbe avere il duplice effetto di valorizzare i principi di democrazia economica e di far funzionare meglio i nostri mercati: e non è poco
Governance / Finanza
TROPPA CONFUSIONE SUI LAVORATORI AZIONISTIdi Francesco Vella 27.05.2008
Dare rappresentanza ai lavoratori nel governo dell'impresa è utile soprattutto se si guarda al loro interesse a conoscere e controllare la gestione, ad esempio attraverso la possibilità di nomina di membri del collegio sindacale. La partecipazione finanziaria dei lavoratori, invece, può portare a confusione dei ruoli. Un contributo potrebbe invece derivare dal rafforzamento delle forme di investimento collettivo. E’ questo uno dei tanti aspetti del tema “Mercato e democrazia”, titolo del Festival dell’Economia che si tiene a Trento dal 29 maggio prossimo al 2 giugno.
Nella discussione degli ultimi giorni sui futuri assetti delle relazioni industriali sono emerse ipotesi e proposte di nuovi interventi legislativi per incentivare la partecipazione dei lavoratori alle imprese e la diffusione di strumenti di democrazia industriale all’interno della governance societaria.
GLI STAKEHOLDER NEL GOVERNO SOCIETARIO
In realtà, non sono certo ipotesi originali: si perdono ormai nella notte dei tempi gli innumerevoli progetti di legge presentati nel corso delle passate legislature e anche in sede comunitaria esiste una lunga tradizione di studi e rapporti che sollecitano gli Stati membri a intervenire sulla materia.In Italia, in parte per una diffidenza trasversale alle organizzazioni del lavoratori e degli imprenditori, non si è mai giunti a risultati concreti, ma forse lo scenario è cambiato e offre un’occasione da non perdere.Da un lato già esistono norme, tutte di derivazione comunitaria, che prevedono obblighi di informazione e consultazione dei lavoratori per alcune tipologie di imprese e la loro partecipazione agli organi di governo se si costituisce una società per azioni europea. Dall’altro, i rapidi e imprevedibili sviluppi della finanza e dei movimenti di capitale richiedono anche ai lavoratori di avere a disposizione strumenti utili per controllare e monitorare la dimensione operativa e finanziaria delle imprese. Nei programmi presentati di recente agli elettori si chiedevano esplicitamente misure per aumentare la “democrazia economica” e per favorire il coinvolgimento degli stakeholder nel governo societario. E non vi è dubbio che la ricerca da parte delle organizzazioni sindacali di nuove e più trasparenti regole di rappresentanza, contribuisce a rimuovere uno degli ostacoli che oggettivamente si pongono su questa strada.
GLI INTERESSI A CONTROLLARE
Bisogna, però, stare attenti non solo a cogliere l’occasione, ma anche a come la si coglie, perché il rischio è quello, sotto l’ombrello da tutti osannato della “democrazia economica”, di fare confusione.Dare rappresentanza ai lavoratori nel governo dell’impresa può essere utile soprattutto se si guarda al loro interesse non tanto a gestire, e quindi a condividere le non poche e onerose responsabilità, ma a conoscere e controllare la gestione, attraverso ad esempio la possibilità di nomina di membri del collegio sindacale o anche di amministratori professionali e indipendenti. D’altronde, quando nel nostro ordinamento fu introdotto il sistema dualistico si pensava in origine proprio alla presenza nel consiglio di sorveglianza dei dipendenti, secondo note e consolidate esperienze estere. Ed è bene sottolineare che questa presenza era rimessa esclusivamente all’autonomia statutaria, senza cioè prevedere alcun obbligo, ma una sorta di incomprensibile furia ideologica portò all’esclusione anche di questa semplice possibilità.
GLI INTERESSI A PARTECIPARE
Diverso invece è il terreno della partecipazione finanziaria dei lavoratori, e cioè degli eventuali incentivi al loro coinvolgimento diretto in quanto proprietari nell’impresa. Qui il rischio della introduzione di logiche distorsive del mercato, e di confusione dei ruoli che i diversi attori devono giocare, è molto alto.
Logiche distorsive che ovviamente non risiedono nel fatto che un dipendente possa comprarsi come e quando vuole azioni della sua società, ma che l’azionista in quanto dipendente sia destinatario di regole di governance diverse rispetto a qualsiasi altro azionista, o che, ancora peggio, l’impresa che incentiva l’azionariato dei lavoratori usufruisca di una sorta di statuto speciale o di particolari privilegi.Senza considerare che già oggi le norme di diritto comune prevedono la possibilità di attribuire azioni o strumenti finanziari partecipativi ai dipendenti, anche legando a tali strumenti particolari poteri amministrativi, compresa la nomina di un membro del collegio sindacale. E il Testo unico della finanza lascia la facoltà agli statuti delle società quotate di individuare disposizioni per facilitare la raccolta delle deleghe di voto presso gli azionisti dipendenti.L’azionista deve essere, in altri termini, trattato come azionista e basta, anche perché, come è tristemente noto, rischia qualche doloroso salasso, ed è bene che, soprattutto quando è un lavoratore, lo faccia in piena consapevolezza e secondo le regole e le tutele di mercato.Un contributo ben più importante sul terreno della partecipazione potrebbe invece derivare dal rafforzamento delle forme di investimento collettivo. Ampliare la dimensione dei fondi pensione, incrementare le loro capacità non solo di investimento ma anche di “voice” nella governance societaria, potrebbe avere il duplice effetto di valorizzare i principi di democrazia economica e di far funzionare meglio i nostri mercati: e non è poco
Pescati nella Rete: Stefano Rodotà
Dal sito di Micromega
“Diritto della diseguaglianza e militarizzazione del territorio: verso una democrazia autoritaria”. Un video intervento di Stefano Rodotà
“Diritto della diseguaglianza e militarizzazione del territorio: verso una democrazia autoritaria”. Un video intervento di Stefano Rodotà
Pescati nella Rete: l'economia di Pollicino
Dal sito del Cer
L'economia di Pollicino. L'Italia nell'economia globale, di L. De Benedictis
27 maggio 2008
L'ECONOMIA DI POLLICINO. L'ITALIA NELL'ECONOMIA GLOBALE[1]
di Luca De Benedictis
A guardarla così, con l’instabilità internazionale alle porte, con la recente eredità di una crescita fiacca e con un problema di produttività che ha fatto discutere, di nuovo, per quasi un decennio, lo specialista e l’uomo della strada, l’Italia sembra stanca e sfiduciata. È più vecchia, più cinica, più spaventata, e si sente più povera[2]. Fa fatica ad orientarsi, a individuare la strada da percorrere. Come Pollicino si è smarrita. Ma i segni che indicano il sentiero da percorrere sono lì, ci si deve guardare intorno, capire da dove si è venuti e scegliere dove andare.
Nel cercare i sassolini della retta via è bene sfrondare il passaggio da alcune questioni. Cominciamo dalla prima: l’Italia è un paese ricco (in media, ovviamente). Lo è diventato nel tempo e lo è ora. Come ci ricorda «Nel 2005 l’Italia contribuiva per il 2,7 per cento alla produzione mondiale, mentre i suoi 59 milioni di cittadini rappresentavano meno dell’1 per cento della popolazione del globo. Due secoli prima il peso relativo della produzione della penisola era simile, allorché i suoi abitanti peraltro costituivano più del 2 per cento della popolazione mondiale. Quest’ultima quota si è nel tempo dimezzata, mentre la quota sul prodotto arrivava a sfiorare il 4 per cento negli anni sessanta del Novecento per ripiegare poi su valori lievemente inferiori a quelli di due secoli fa (...). Nel 2005 per prodotto pro capite l’Italia si poneva di un terzo al di sotto degli Stati Uniti; di qualche punto percentuale al di sotto di Germania, Regno Unito, Giappone; sul livello della Francia; quattro volte al di sopra della Cina; nove volte al di sopra dell’India. Rispetto a quello medio mondiale il dato dell’Italia era più che triplo, quello del Mezzogiorno doppio»[3]. Siamo ricchi dunque; lo siamo anche agli occhi degli altri. L’Italia, negli ultimi tre decenni, è divenuto paese di immigrazione, passando, secondo l’ultimo rapporto della Caritas[4], da una presenza di poco meno di 300.000 immigrati a più di 3 milioni e mezzo. Più del 10% di questi lavorano stabilmente presso famiglie italiane. Siamo anche più ricchi di quello che dichiariamo come reddito nazionale. Secondo i calcoli dell’ISTAT, nel 2004 il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa era circa il 17% del Pil[5].
La seconda questione preliminare è che anche se siamo ricchi, non lo siamo tutti. La sperequazione distributiva, che si era ridotta negli anni Settanta e Ottanta, ha cominciato a crescere negli anni Novanta ed è ora ai livelli più elevati tra i paesi industrializzati[6]. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2006 le famiglie che vivevano in condizione di povertà relativa erano pari all’11% delle famiglie residenti, 7 milioni e mezzo di individui poveri[7].
La terza questione è che non siamo soli: facciamo parte di un’area economicamente integrata, con una singola politica monetaria e una moneta unica. E questo non è una cosa da poco in termini di capacità di tenuta in caso di una prolungata crisi economica internazionale. Immaginate cosa sarebbe accaduto ad una Italia che cresce in previsione di meno dell’1% e in piena instabilità politica se non ci fosse stato l’euro ad ancorarci al continente europeo. D’altra parte non siamo soli neanche dal punto di vista della politica commerciale internazionale, che non gestiamo autonomamente, in termini di capacità di adozione unilaterale di misure di protezione tariffaria e di tipo quantitativo: dal 1957, con l’istituzione della Comunità europea e con la delega alla stessa dei nostri interessi in sede GATT, e ora nel WTO. In fondo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, siamo una regione di una entità più vasta, e quello che saremo dipenderà in buona parte da quel che sarà l’Europa, da quello che diventerà anche grazie al nostro contributo.
Uno strano paese: il modello di specializzazione italiano
Effettivamente siamo un paese strano: siamo ricchi ma facciamo cose diverse dai paesi ricchi. Fin dagli anni Settanta, ciò che appariva sorprendente era la progressiva divergenza della struttura produttiva italiana dai modelli tipici degli altri paesi industrializzati: in particolare in quegli anni cominciava a emergere un forte orientamento delle esportazioni italiane verso produzioni cosiddette “tradizionali” e una dipendenza da importazioni di prodotti tecnologicamente avanzati[8]. Uno sguardo alla nostra bilancia commerciale settoriale[9] ci dice che – utilizzando la classificazione dell’ISTAT – esportiamo prodotti tessili e dell’abbigliamento, calzature e prodotti in pelle e cuoio, prodotti in gomma e plastica, vetro e ceramica, mobili, gioielleria e oreficeria, macchine e apparecchi meccanici; importiamo il resto. Siamo specializzati in ciò che abbiamo voluto chiamare made in Italy e siamo deficitari nei comparti tecnologicamente avanzati, nella chimica e farmaceutica, nel ITC, nei mezzi di trasporto e anche nella fornitura di servizi. Siamo dunque molto dissimili dalle altre economie industrializzate, specializzate proprio in questi ultimi comparti. E questo può essere un problema se è proprio di questi beni che la domanda mondiale fa più richiesta, oltre che di energia e materie prime.
Ma non è stato sempre così. Un recente volume di Sergio de Nardis e Fabrizio Traù ci ricorda che il modello di specializzazione italiano degli anni del miracolo economico era ben diverso da quello attuale[10]: molto più differenziato, incentrato su comparti settoriali “moderni”, fortemente caratterizzato dal ruolo della grande impresa e sostenuto dall’intervento pubblico. Quel modello, «volto a colmare il ritardo accumulato rispetto ai paesi first comer», è collassato durante gli anni Ottanta; ne è seguita la crisi delle partecipazioni statali, mentre il modello stesso ha subito gli effetti della riconsiderazione del ruolo dello Stato nell’economia e dell’assenza di una politica industriale che non sia la mera svalutazione del tasso di cambio. In quegli anni abbiamo preso una strada diversa da quella degli agli altri paesi industrializzati.
La cosa sorprendente è che se smettiamo di essere simili ai principali paesi OCSE, non diventiamo più simili ai paesi in via di sviluppo o alle economie emergenti. Produciamo e vendiamo sui mercati internazionali beni inclusi nelle stesse macro-categorie settoriali di questi ultimi, come i prodotti tessili o le calzature, ma non gli stessi beni. Le analisi sulla similarità della struttura settoriale delle esportazioni[11] mostrano che confrontando dati settoriali ad un livello di disaggregazione particolarmente elevato o utilizzando indicatori che effettuino il confronto tenendo conto della differenza nel prezzo dei beni (valori medi unitari) il risultato è che non siamo simili neanche alle economie emergenti come quella cinese.
Questa anomalia rispetto agli altri paesi industrializzati è un male? Non lo è sempre stato. Negli anni Ottanta la domanda mondiale in settori quali i prodotti tessili, l’abbigliamento, le calzature e i mobili mostrava un tasso di crescita relativamente sostenuto[12]: La correlazione tra la specializzazione settoriale italiana e i tassi di crescita della domanda era tendenzialmente positiva.
Le condizioni sono cambiate invece, radicalmente, negli anni Novanta: la domanda mondiale si è orientata verso altri beni, quelli maggiormente tecnologici, e così il segno della correlazione è divenuto negativo. Ma non è tutto. Il decennio successivo ha visto l’ingresso di nuovi concorrenti sui mercati internazionali. Soprattutto le imprese dei paesi asiatici hanno moltiplicato le esportazioni proprio nei settori in cui ci siamo specializzati e in cui la domanda mondiale cresce poco. La concorrenza è sostenuta e il risultato di tutto ciò è stata una forte contrazione delle quote di esportazione italiana sul totale mondiale. Le quote di mercato sono passate tra il 1992 e il 2006 dal 5,1% al 3,2%. Tale contrazione ha contribuito ad alimentare il dibattito sul declino economico italiano e sulla crisi del sistema industriale nazionale[13], venendo letta come il segno più tangibile delle difficoltà delle imprese italiane a vendere i propri prodotti soprattutto nei mercati maggiormente concorrenziali. La questione è di rilievo e merita alcune puntualizzazioni.
Innanzitutto, a partire dal 2000, la dinamica delle quote di mercato non è la medesima se queste vengono considerate a prezzi correnti o a prezzi costanti. La quota in volume (a prezzi costanti) ha continuato a peggiorare ininterrottamente, mentre al contrario la quota in valore è rimasta, a partire dal 2001, sostanzialmente stabile. La spiegazione condivisa[14] di tale divario è attribuita all’aumento costante dei prezzi (valori medi unitari) all’esportazione. Negli ultimi anni, dunque, esportiamo beni di valore maggiore, nonostante la forte concorrenza internazionale e l’apprezzamento dell’euro. Cosa sta accadendo? Qui le ipotesi si differenziano. La prima è che sia avvenuto un upgrading qualitativo dei beni esportati: prezzi più alti possono indicare una più elevata qualità dei beni, il che potrebbe voler dire che le imprese esportatrici hanno risposto strategicamente all’aumento della concorrenza internazionale abbandonando le produzioni di gamma bassa e incrementando il contenuto qualitativo dei prodotti venduti. Una ipotesi differente sostiene invece che la forte concorrenza internazionale abbia selezionato le imprese esportatrici, riducendone il numero[15], aumentando la produttività e rendendo il mercato più concentrato. Le imprese vincenti sono sì più produttive, ma hanno anche un grado di monopolio maggiore, che le rende maggiormente capaci di differenziare i prezzi a seconda dei mercati di sbocco. Le due spiegazioni, che non sono certamente antitetiche, si differenziano per le implicazioni sul benessere dei consumatori, i quali, nel primo caso, traggono vantaggio dalla più elevata qualità dei beni acquistati, e nel secondo, possono essere penalizzati dalla riduzione della concorrenza. È bene notare che tali trasformazioni nei comportamenti d’impresa avvengono a modello di specializzazione immutato. Ovverosia, i cambiamenti in atto avvengono all’interno dello stesso settore e non tra settori diversi. In termini esemplificativi, ciò che i dati mostrano è un comportamento così riassumibile: una impresa calzaturiera sottoposta ad una maggior concorrenza internazionale o esce dal mercato (essendo presumibilmente una impresa caratterizzata da una bassa produttività) facendo aumentare la produttività media del settore calzaturiero, altrimenti cessa la produzione di bassa qualità e si concentra in quella più elevata; continua dunque a produrre scarpe, ma le scarpe prodotte sono ben diverse da quelle prodotte in precedenza. Il cambiamento avviene ma non è colto osservando la struttura settoriale del modello di specializzazione.
La seconda puntualizzazione riguarda l’interpretazione del fenomeno. Nel 2003 Riccardo Faini scriveva che «è pressoché inevitabile che un Paese la cui popolazione e quindi di riflesso anche il proprio reddito aggregato crescono a tassi relativamente modesti inevitabilmente vedrà prima o poi contrarsi il proprio peso sia nel reddito che nelle esportazioni mondiali. Se (...) si considerassero le esportazioni per abitante il quadro catastrofico sulla perdita di competitività dell’Italia verrebbe del tutto ridimensionato»[16]. Il calo delle quote di mercato deve quindi essere letto tenendo conto delle dinamiche demografiche e di reddito. Inoltre, esportare è una delle possibili opzioni per una impresa che intenda operare sui mercati mondiali, guardare unicamente alle quote di mercato delle esportazioni senza considerarle congiuntamente alle altre forme di internazionalizzazione[17] quali la delocalizzazione di fasi della produzione o gli investimenti diretti all’estero può distorcere, anche solo parzialmente, lo stato reale delle cose.
Ma anche tenendo conto di queste sensate considerazioni resta il fatto che in termini relativi, rispetto ai nostri partner europei, quelli con cui è opportuno effettuare una comparazione, quali la Francia e la Germania, tendiamo ad avere un grado di internazionalizzazione più basso. Ma questo, come il calo delle quote di mercato, non è la malattia ma il sintomo di qualcosa che con i mercati internazionali ha solo parzialmente a che fare.
Una nuova visione: imprese e mercati internazionali
Negli ultimi anni la teoria del commercio internazionale si è concentrata su un particolare effetto dei processi di liberalizzazione commerciale: la selezione[18]. La riduzione degli ostacoli al commercio internazionale, sia quelli legati alla tecnologia (costi di trasporto) che alla politica (misure protezionistiche), rende più semplice per le imprese operare nei mercati internazionali e aumenta il grado di concorrenza negli stessi. Sul fronte dei mercati interni dei singoli paesi, la concorrenza di imprese estere più efficienti seleziona le imprese nazionali. Come nel precedente esempio dell’impresa calzaturiera, quelle inefficienti escono dal mercato, mentre quelle caratterizzate da un grado di efficienza tale da competere sui mercati esteri rimangono attive e profittevoli. L’effetto complessivo sul sistema produttivo è quello di aumentarne l’efficienza e la produttività media.
Alla base di tale visione teorica vi è l’evidenza che, anche all’interno del medesimo settore, esistono imprese notevolmente eterogenee. Tra queste solo quelle più produttive operano sui mercati internazionali: tanto più sono produttive, tanto più articolate saranno le loro modalità di internazionalizzazione; tanto meno sono produttive, tanto più tenderanno a servire esclusivamente il mercato nazionale.
Dal punto di vista empirico le imprese che operano sui mercati internazionali, qualsiasi sia il loro settore di appartenenza, tendono ad essere oltre che mediamente più produttive, anche più grandi, meglio organizzate dal punto di vista manageriale, più innovative, più propense ad investire in ricerca e sviluppo e ad assumere personale qualificato con un grado di istruzione relativamente elevato. Come mostrano le prime analisi empiriche su dati di impresa confrontabili internazionalmente, come ad esempio quelle contenute nel rapporto prodotto per Bruegel da Thierry Mayer e Gianmarco Ottaviano, queste caratteristiche sono comuni alle imprese dei maggiori paesi europei[19].
Tornando quindi allo scarso grado di internazionalizzazione delle imprese italiane, questo trova una spiegazione, a prescindere dai settori di specializzazione, nelle caratteristiche tipiche della struttura industriale italiana.
Sassolini
La cosa forse risulterà sorprendente ma, come per il modello di specializzazione, le cose possono essere cambiate. Nulla vieta alle imprese, di qualsivoglia settore, di essere più innovative, di avere maggior attenzione agli sviluppi tecnologici, di richiedere lavoratori più istruiti, di reagire ai mutamenti della domanda (anche quella fuori dal proprio cortile nazionale) e di guardare oltre il breve periodo. Per far questo ci vuole fiducia e iniziativa: il pane e il sale dell’imprenditoria.
Certo, uno Stato con un quadro finanziario sotto controllo, in grado di investire in infrastrutture e fermo nel garantire il rispetto di un sistema di regole condivise, aiuterebbe. Cosi come sarebbe auspicabile che maggiore attenzione si ponesse alla perequazione del reddito, alla tutela della concorrenza nei mercati e alla dimensione europea delle nostre scelte, rifuggendo da strategie difensive, di chiusura e protezione[20]. Non bisogna chiudere ma aprire. Spingere le nostre imprese a superare i confini nazionali. Quando le vedremo uscire numerose, capiremo che Pollicino ha ritrovato la strada.
[1] Articolo pubblicato in Italianieuropei n.2/2008.
[2] Ne riferiscono le indagini interne dei sondaggi di casa nostra (ad esempio I. Diamanti in “la Repubblica” del 23 marzo 2008, le prime pagine dei quotidiani nazionali, le opinioni degli editorialisti, le lettere dei lettori ai giornali e la stampa internazionale. L’Italia è stata additata come The sick man of Europe, dal “Economist” nel 2005 e descritta come un paese in sostanziale declino dal “New York Times” nel dicembre 2007.
[3] P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri, Torino 2007.
[4] Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2007, Roma 2007.
[5] M. Bovi, Evasione e sommerso nella Contabilità nazionale, in M. C. Guerra, A. Zanardi, Rapporto di finanza pubblica, il Mulino, Bologna 2006.
[6] A. Brandolini, The Distribution of Personal Income in Post-War Italy: Source Description, Data Quality, and the Time Pattern of Income Inequality, in “Temi di discussione del Servizio Studi”, Banca d’Italia, 350/1999.
[7] In base alla classificazione dell’ISTAT, la spesa media mensile per persona, che indica la soglia di povertà per una famiglia di due componenti era, nel 2006, pari a 970,34 euro. Le famiglie composte da due persone che hanno un reddito media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.
[8] Si veda, ad esempio, F. Onida, Industria italiana e commercio internazionale, il Mulino, Bologna 1978, e P. Modiano, Competitività e collocazione internazionale delle esportazioni italiane: il problema dei prodotti “tradizionali, in “Economia e politica industriale”, 33/1982. La letteratura sul tema è vasta e non cessa di essere alimentata da nuovi contributi. Per una rassegna articolata del tema si veda S. De Nardis, F. Traù, Il modello che non c’era, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.
[9] ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2005-2006, ICE, Roma 2007, in particolare il capitolo 6.
[10] S. de Nardis e Fabrizio Traù (2007), Il modello che non c’era, Rubbettino, soprattutto il capitolo 3.
[11] Sergio de Nardis, F. Traù, Specializzazione settoriale e qualità dei prodotti: misure della pressione competitiva sull’industria italiana, in “Rivista Italiana degli Economisti”, 2/1999; L. De Benedictis, M. Tamberi, La specializzazione internazionale dell’Italia: anomalie, dinamica e persistenza, in Cento Studi Confindustria, Rapporto sull’industria italiana, Sipi, Roma 2000; B. Quintieri Declino o cambiamento? Il (ri)posizionamento dell’industria italiana sui mercati internazionali, Quaderni della Fondazione Masi, Roma 2007.
[12] Cfr. De Benedictis, Three Decades of Italian Comparative Advantages, in “The World Economy”, 11/2005.
[13] Anche su tale tema la letteratura è sterminata. Per una lettura accurata e articolata del declino economico italiano e dei contributi al dibattito si veda il bel volume della rivista “Meridiana” dedicato a tale questione e soprattutto l’introduzione di Maurizio Franzini e Anna Giunta, e il saggio di Luciano Marcello Milone. Per avere un’idea della diversità di opinioni a confronto si vedano inoltre T. Boeri, R. Faini, A. Ichino, G. Pisauro, C. Scarpa, Oltre il declino, Il Mulino, Bologna 2005; L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino 2003; G. Becattini, Il calabrone Italia. Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana, Il Mulino, Bologna 2007, soprattutto il capitolo 8.
[14] Si veda a tale proposito S. de Nardis, C. Pensa, How intense is Competition in International Markets of Traditional Goods? The Case of Italian Exporters, in “Economia internazionale”, 57/2004; C. Pensa, M. Rodà, L. Segni, Le trasformazioni del made in Italy. Alcune evidenze empiriche, Centro Studi Confindustria, 2008; R. Basile, S. de Nardis, A. Girardi, Pricing-to-Market of Italian Exporting Firms, in “Applied Economics”, 2008, in corso di pubblicazione; M. Bugamelli, R. Tedeschi, Le strategie di prezzo delle imprese esportatrici italiane, in “Temi di discussione della Banca d’Italia”, 563/2005; B. Quintieri, Eppur si muove: come cambia l’export italiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per un’analisi degli ultimi dati sulle quote di mercato italiane cfr. ISAE, Le previsioni per l’economia italiana. Comportamenti d’impresa, ISAE, Roma 2008.
[15] Nel 2004 il numero delle imprese esportatrici italiane si è ridotto del 6,3%. Cfr. M. G. Calza, A. de Panizza, S. Rossetti, Dinamica dell’internazionalizzazione delle imprese manifatturiere italiane nel periodo 2000-2004, in ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2006-2007, ICE, Roma 2007.
[16] R. Faini, Fu vero declino? L’Italia negli anni Novanta,in “il Mulino”, 52/2003.
[17] Sul tema si veda D. Castellani, L’internazionalizzazione della produzione in Italia: caratteristiche delle imprese ed effetti sul sistema economico, in “L’industria”, 3/2007.
[18] M. Melitz, The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity, in “Econometrica”, 71/2003. K. Head, J. Ries, Exporting and FDI as Alternative Strategies, in “Oxford Review of Economic Policy”, 3/2004. Melitz, International Trade and Heterogeneous Firms, in S. Durlauf, L. Blume, New Palgrave Dictionary of Economics, Palgrave, Basingstoke 2008, in corso di pubblicazione.
[19] T. Mayer, G. Ottaviano, The happy few: the internationalisation of European firms. New facts based on firm-level evidence, Bruegel,Policy Report, novembre 2007. Per una rassegna dei lavori su dati italiani si veda D. Castellani, op. cit.
[20] Cfr. L. De Benedictis, Navigare tra Scilla e Cariddi: recessione, inflazione e protezionismo, in “Il Cerino”, 20 marzo 2008, disponibile su www.centroeuroparicerche.it/cerino.asp?idn=59.
L'economia di Pollicino. L'Italia nell'economia globale, di L. De Benedictis
27 maggio 2008
L'ECONOMIA DI POLLICINO. L'ITALIA NELL'ECONOMIA GLOBALE[1]
di Luca De Benedictis
A guardarla così, con l’instabilità internazionale alle porte, con la recente eredità di una crescita fiacca e con un problema di produttività che ha fatto discutere, di nuovo, per quasi un decennio, lo specialista e l’uomo della strada, l’Italia sembra stanca e sfiduciata. È più vecchia, più cinica, più spaventata, e si sente più povera[2]. Fa fatica ad orientarsi, a individuare la strada da percorrere. Come Pollicino si è smarrita. Ma i segni che indicano il sentiero da percorrere sono lì, ci si deve guardare intorno, capire da dove si è venuti e scegliere dove andare.
Nel cercare i sassolini della retta via è bene sfrondare il passaggio da alcune questioni. Cominciamo dalla prima: l’Italia è un paese ricco (in media, ovviamente). Lo è diventato nel tempo e lo è ora. Come ci ricorda «Nel 2005 l’Italia contribuiva per il 2,7 per cento alla produzione mondiale, mentre i suoi 59 milioni di cittadini rappresentavano meno dell’1 per cento della popolazione del globo. Due secoli prima il peso relativo della produzione della penisola era simile, allorché i suoi abitanti peraltro costituivano più del 2 per cento della popolazione mondiale. Quest’ultima quota si è nel tempo dimezzata, mentre la quota sul prodotto arrivava a sfiorare il 4 per cento negli anni sessanta del Novecento per ripiegare poi su valori lievemente inferiori a quelli di due secoli fa (...). Nel 2005 per prodotto pro capite l’Italia si poneva di un terzo al di sotto degli Stati Uniti; di qualche punto percentuale al di sotto di Germania, Regno Unito, Giappone; sul livello della Francia; quattro volte al di sopra della Cina; nove volte al di sopra dell’India. Rispetto a quello medio mondiale il dato dell’Italia era più che triplo, quello del Mezzogiorno doppio»[3]. Siamo ricchi dunque; lo siamo anche agli occhi degli altri. L’Italia, negli ultimi tre decenni, è divenuto paese di immigrazione, passando, secondo l’ultimo rapporto della Caritas[4], da una presenza di poco meno di 300.000 immigrati a più di 3 milioni e mezzo. Più del 10% di questi lavorano stabilmente presso famiglie italiane. Siamo anche più ricchi di quello che dichiariamo come reddito nazionale. Secondo i calcoli dell’ISTAT, nel 2004 il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa era circa il 17% del Pil[5].
La seconda questione preliminare è che anche se siamo ricchi, non lo siamo tutti. La sperequazione distributiva, che si era ridotta negli anni Settanta e Ottanta, ha cominciato a crescere negli anni Novanta ed è ora ai livelli più elevati tra i paesi industrializzati[6]. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2006 le famiglie che vivevano in condizione di povertà relativa erano pari all’11% delle famiglie residenti, 7 milioni e mezzo di individui poveri[7].
La terza questione è che non siamo soli: facciamo parte di un’area economicamente integrata, con una singola politica monetaria e una moneta unica. E questo non è una cosa da poco in termini di capacità di tenuta in caso di una prolungata crisi economica internazionale. Immaginate cosa sarebbe accaduto ad una Italia che cresce in previsione di meno dell’1% e in piena instabilità politica se non ci fosse stato l’euro ad ancorarci al continente europeo. D’altra parte non siamo soli neanche dal punto di vista della politica commerciale internazionale, che non gestiamo autonomamente, in termini di capacità di adozione unilaterale di misure di protezione tariffaria e di tipo quantitativo: dal 1957, con l’istituzione della Comunità europea e con la delega alla stessa dei nostri interessi in sede GATT, e ora nel WTO. In fondo, anche se tendiamo a dimenticarcelo, siamo una regione di una entità più vasta, e quello che saremo dipenderà in buona parte da quel che sarà l’Europa, da quello che diventerà anche grazie al nostro contributo.
Uno strano paese: il modello di specializzazione italiano
Effettivamente siamo un paese strano: siamo ricchi ma facciamo cose diverse dai paesi ricchi. Fin dagli anni Settanta, ciò che appariva sorprendente era la progressiva divergenza della struttura produttiva italiana dai modelli tipici degli altri paesi industrializzati: in particolare in quegli anni cominciava a emergere un forte orientamento delle esportazioni italiane verso produzioni cosiddette “tradizionali” e una dipendenza da importazioni di prodotti tecnologicamente avanzati[8]. Uno sguardo alla nostra bilancia commerciale settoriale[9] ci dice che – utilizzando la classificazione dell’ISTAT – esportiamo prodotti tessili e dell’abbigliamento, calzature e prodotti in pelle e cuoio, prodotti in gomma e plastica, vetro e ceramica, mobili, gioielleria e oreficeria, macchine e apparecchi meccanici; importiamo il resto. Siamo specializzati in ciò che abbiamo voluto chiamare made in Italy e siamo deficitari nei comparti tecnologicamente avanzati, nella chimica e farmaceutica, nel ITC, nei mezzi di trasporto e anche nella fornitura di servizi. Siamo dunque molto dissimili dalle altre economie industrializzate, specializzate proprio in questi ultimi comparti. E questo può essere un problema se è proprio di questi beni che la domanda mondiale fa più richiesta, oltre che di energia e materie prime.
Ma non è stato sempre così. Un recente volume di Sergio de Nardis e Fabrizio Traù ci ricorda che il modello di specializzazione italiano degli anni del miracolo economico era ben diverso da quello attuale[10]: molto più differenziato, incentrato su comparti settoriali “moderni”, fortemente caratterizzato dal ruolo della grande impresa e sostenuto dall’intervento pubblico. Quel modello, «volto a colmare il ritardo accumulato rispetto ai paesi first comer», è collassato durante gli anni Ottanta; ne è seguita la crisi delle partecipazioni statali, mentre il modello stesso ha subito gli effetti della riconsiderazione del ruolo dello Stato nell’economia e dell’assenza di una politica industriale che non sia la mera svalutazione del tasso di cambio. In quegli anni abbiamo preso una strada diversa da quella degli agli altri paesi industrializzati.
La cosa sorprendente è che se smettiamo di essere simili ai principali paesi OCSE, non diventiamo più simili ai paesi in via di sviluppo o alle economie emergenti. Produciamo e vendiamo sui mercati internazionali beni inclusi nelle stesse macro-categorie settoriali di questi ultimi, come i prodotti tessili o le calzature, ma non gli stessi beni. Le analisi sulla similarità della struttura settoriale delle esportazioni[11] mostrano che confrontando dati settoriali ad un livello di disaggregazione particolarmente elevato o utilizzando indicatori che effettuino il confronto tenendo conto della differenza nel prezzo dei beni (valori medi unitari) il risultato è che non siamo simili neanche alle economie emergenti come quella cinese.
Questa anomalia rispetto agli altri paesi industrializzati è un male? Non lo è sempre stato. Negli anni Ottanta la domanda mondiale in settori quali i prodotti tessili, l’abbigliamento, le calzature e i mobili mostrava un tasso di crescita relativamente sostenuto[12]: La correlazione tra la specializzazione settoriale italiana e i tassi di crescita della domanda era tendenzialmente positiva.
Le condizioni sono cambiate invece, radicalmente, negli anni Novanta: la domanda mondiale si è orientata verso altri beni, quelli maggiormente tecnologici, e così il segno della correlazione è divenuto negativo. Ma non è tutto. Il decennio successivo ha visto l’ingresso di nuovi concorrenti sui mercati internazionali. Soprattutto le imprese dei paesi asiatici hanno moltiplicato le esportazioni proprio nei settori in cui ci siamo specializzati e in cui la domanda mondiale cresce poco. La concorrenza è sostenuta e il risultato di tutto ciò è stata una forte contrazione delle quote di esportazione italiana sul totale mondiale. Le quote di mercato sono passate tra il 1992 e il 2006 dal 5,1% al 3,2%. Tale contrazione ha contribuito ad alimentare il dibattito sul declino economico italiano e sulla crisi del sistema industriale nazionale[13], venendo letta come il segno più tangibile delle difficoltà delle imprese italiane a vendere i propri prodotti soprattutto nei mercati maggiormente concorrenziali. La questione è di rilievo e merita alcune puntualizzazioni.
Innanzitutto, a partire dal 2000, la dinamica delle quote di mercato non è la medesima se queste vengono considerate a prezzi correnti o a prezzi costanti. La quota in volume (a prezzi costanti) ha continuato a peggiorare ininterrottamente, mentre al contrario la quota in valore è rimasta, a partire dal 2001, sostanzialmente stabile. La spiegazione condivisa[14] di tale divario è attribuita all’aumento costante dei prezzi (valori medi unitari) all’esportazione. Negli ultimi anni, dunque, esportiamo beni di valore maggiore, nonostante la forte concorrenza internazionale e l’apprezzamento dell’euro. Cosa sta accadendo? Qui le ipotesi si differenziano. La prima è che sia avvenuto un upgrading qualitativo dei beni esportati: prezzi più alti possono indicare una più elevata qualità dei beni, il che potrebbe voler dire che le imprese esportatrici hanno risposto strategicamente all’aumento della concorrenza internazionale abbandonando le produzioni di gamma bassa e incrementando il contenuto qualitativo dei prodotti venduti. Una ipotesi differente sostiene invece che la forte concorrenza internazionale abbia selezionato le imprese esportatrici, riducendone il numero[15], aumentando la produttività e rendendo il mercato più concentrato. Le imprese vincenti sono sì più produttive, ma hanno anche un grado di monopolio maggiore, che le rende maggiormente capaci di differenziare i prezzi a seconda dei mercati di sbocco. Le due spiegazioni, che non sono certamente antitetiche, si differenziano per le implicazioni sul benessere dei consumatori, i quali, nel primo caso, traggono vantaggio dalla più elevata qualità dei beni acquistati, e nel secondo, possono essere penalizzati dalla riduzione della concorrenza. È bene notare che tali trasformazioni nei comportamenti d’impresa avvengono a modello di specializzazione immutato. Ovverosia, i cambiamenti in atto avvengono all’interno dello stesso settore e non tra settori diversi. In termini esemplificativi, ciò che i dati mostrano è un comportamento così riassumibile: una impresa calzaturiera sottoposta ad una maggior concorrenza internazionale o esce dal mercato (essendo presumibilmente una impresa caratterizzata da una bassa produttività) facendo aumentare la produttività media del settore calzaturiero, altrimenti cessa la produzione di bassa qualità e si concentra in quella più elevata; continua dunque a produrre scarpe, ma le scarpe prodotte sono ben diverse da quelle prodotte in precedenza. Il cambiamento avviene ma non è colto osservando la struttura settoriale del modello di specializzazione.
La seconda puntualizzazione riguarda l’interpretazione del fenomeno. Nel 2003 Riccardo Faini scriveva che «è pressoché inevitabile che un Paese la cui popolazione e quindi di riflesso anche il proprio reddito aggregato crescono a tassi relativamente modesti inevitabilmente vedrà prima o poi contrarsi il proprio peso sia nel reddito che nelle esportazioni mondiali. Se (...) si considerassero le esportazioni per abitante il quadro catastrofico sulla perdita di competitività dell’Italia verrebbe del tutto ridimensionato»[16]. Il calo delle quote di mercato deve quindi essere letto tenendo conto delle dinamiche demografiche e di reddito. Inoltre, esportare è una delle possibili opzioni per una impresa che intenda operare sui mercati mondiali, guardare unicamente alle quote di mercato delle esportazioni senza considerarle congiuntamente alle altre forme di internazionalizzazione[17] quali la delocalizzazione di fasi della produzione o gli investimenti diretti all’estero può distorcere, anche solo parzialmente, lo stato reale delle cose.
Ma anche tenendo conto di queste sensate considerazioni resta il fatto che in termini relativi, rispetto ai nostri partner europei, quelli con cui è opportuno effettuare una comparazione, quali la Francia e la Germania, tendiamo ad avere un grado di internazionalizzazione più basso. Ma questo, come il calo delle quote di mercato, non è la malattia ma il sintomo di qualcosa che con i mercati internazionali ha solo parzialmente a che fare.
Una nuova visione: imprese e mercati internazionali
Negli ultimi anni la teoria del commercio internazionale si è concentrata su un particolare effetto dei processi di liberalizzazione commerciale: la selezione[18]. La riduzione degli ostacoli al commercio internazionale, sia quelli legati alla tecnologia (costi di trasporto) che alla politica (misure protezionistiche), rende più semplice per le imprese operare nei mercati internazionali e aumenta il grado di concorrenza negli stessi. Sul fronte dei mercati interni dei singoli paesi, la concorrenza di imprese estere più efficienti seleziona le imprese nazionali. Come nel precedente esempio dell’impresa calzaturiera, quelle inefficienti escono dal mercato, mentre quelle caratterizzate da un grado di efficienza tale da competere sui mercati esteri rimangono attive e profittevoli. L’effetto complessivo sul sistema produttivo è quello di aumentarne l’efficienza e la produttività media.
Alla base di tale visione teorica vi è l’evidenza che, anche all’interno del medesimo settore, esistono imprese notevolmente eterogenee. Tra queste solo quelle più produttive operano sui mercati internazionali: tanto più sono produttive, tanto più articolate saranno le loro modalità di internazionalizzazione; tanto meno sono produttive, tanto più tenderanno a servire esclusivamente il mercato nazionale.
Dal punto di vista empirico le imprese che operano sui mercati internazionali, qualsiasi sia il loro settore di appartenenza, tendono ad essere oltre che mediamente più produttive, anche più grandi, meglio organizzate dal punto di vista manageriale, più innovative, più propense ad investire in ricerca e sviluppo e ad assumere personale qualificato con un grado di istruzione relativamente elevato. Come mostrano le prime analisi empiriche su dati di impresa confrontabili internazionalmente, come ad esempio quelle contenute nel rapporto prodotto per Bruegel da Thierry Mayer e Gianmarco Ottaviano, queste caratteristiche sono comuni alle imprese dei maggiori paesi europei[19].
Tornando quindi allo scarso grado di internazionalizzazione delle imprese italiane, questo trova una spiegazione, a prescindere dai settori di specializzazione, nelle caratteristiche tipiche della struttura industriale italiana.
Sassolini
La cosa forse risulterà sorprendente ma, come per il modello di specializzazione, le cose possono essere cambiate. Nulla vieta alle imprese, di qualsivoglia settore, di essere più innovative, di avere maggior attenzione agli sviluppi tecnologici, di richiedere lavoratori più istruiti, di reagire ai mutamenti della domanda (anche quella fuori dal proprio cortile nazionale) e di guardare oltre il breve periodo. Per far questo ci vuole fiducia e iniziativa: il pane e il sale dell’imprenditoria.
Certo, uno Stato con un quadro finanziario sotto controllo, in grado di investire in infrastrutture e fermo nel garantire il rispetto di un sistema di regole condivise, aiuterebbe. Cosi come sarebbe auspicabile che maggiore attenzione si ponesse alla perequazione del reddito, alla tutela della concorrenza nei mercati e alla dimensione europea delle nostre scelte, rifuggendo da strategie difensive, di chiusura e protezione[20]. Non bisogna chiudere ma aprire. Spingere le nostre imprese a superare i confini nazionali. Quando le vedremo uscire numerose, capiremo che Pollicino ha ritrovato la strada.
[1] Articolo pubblicato in Italianieuropei n.2/2008.
[2] Ne riferiscono le indagini interne dei sondaggi di casa nostra (ad esempio I. Diamanti in “la Repubblica” del 23 marzo 2008, le prime pagine dei quotidiani nazionali, le opinioni degli editorialisti, le lettere dei lettori ai giornali e la stampa internazionale. L’Italia è stata additata come The sick man of Europe, dal “Economist” nel 2005 e descritta come un paese in sostanziale declino dal “New York Times” nel dicembre 2007.
[3] P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2005), Bollati Boringhieri, Torino 2007.
[4] Caritas-Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2007, Roma 2007.
[5] M. Bovi, Evasione e sommerso nella Contabilità nazionale, in M. C. Guerra, A. Zanardi, Rapporto di finanza pubblica, il Mulino, Bologna 2006.
[6] A. Brandolini, The Distribution of Personal Income in Post-War Italy: Source Description, Data Quality, and the Time Pattern of Income Inequality, in “Temi di discussione del Servizio Studi”, Banca d’Italia, 350/1999.
[7] In base alla classificazione dell’ISTAT, la spesa media mensile per persona, che indica la soglia di povertà per una famiglia di due componenti era, nel 2006, pari a 970,34 euro. Le famiglie composte da due persone che hanno un reddito media mensile pari o inferiore a tale valore vengono quindi classificate come povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.
[8] Si veda, ad esempio, F. Onida, Industria italiana e commercio internazionale, il Mulino, Bologna 1978, e P. Modiano, Competitività e collocazione internazionale delle esportazioni italiane: il problema dei prodotti “tradizionali, in “Economia e politica industriale”, 33/1982. La letteratura sul tema è vasta e non cessa di essere alimentata da nuovi contributi. Per una rassegna articolata del tema si veda S. De Nardis, F. Traù, Il modello che non c’era, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007.
[9] ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2005-2006, ICE, Roma 2007, in particolare il capitolo 6.
[10] S. de Nardis e Fabrizio Traù (2007), Il modello che non c’era, Rubbettino, soprattutto il capitolo 3.
[11] Sergio de Nardis, F. Traù, Specializzazione settoriale e qualità dei prodotti: misure della pressione competitiva sull’industria italiana, in “Rivista Italiana degli Economisti”, 2/1999; L. De Benedictis, M. Tamberi, La specializzazione internazionale dell’Italia: anomalie, dinamica e persistenza, in Cento Studi Confindustria, Rapporto sull’industria italiana, Sipi, Roma 2000; B. Quintieri Declino o cambiamento? Il (ri)posizionamento dell’industria italiana sui mercati internazionali, Quaderni della Fondazione Masi, Roma 2007.
[12] Cfr. De Benedictis, Three Decades of Italian Comparative Advantages, in “The World Economy”, 11/2005.
[13] Anche su tale tema la letteratura è sterminata. Per una lettura accurata e articolata del declino economico italiano e dei contributi al dibattito si veda il bel volume della rivista “Meridiana” dedicato a tale questione e soprattutto l’introduzione di Maurizio Franzini e Anna Giunta, e il saggio di Luciano Marcello Milone. Per avere un’idea della diversità di opinioni a confronto si vedano inoltre T. Boeri, R. Faini, A. Ichino, G. Pisauro, C. Scarpa, Oltre il declino, Il Mulino, Bologna 2005; L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino 2003; G. Becattini, Il calabrone Italia. Ricerche e ragionamenti sulla peculiarità economica italiana, Il Mulino, Bologna 2007, soprattutto il capitolo 8.
[14] Si veda a tale proposito S. de Nardis, C. Pensa, How intense is Competition in International Markets of Traditional Goods? The Case of Italian Exporters, in “Economia internazionale”, 57/2004; C. Pensa, M. Rodà, L. Segni, Le trasformazioni del made in Italy. Alcune evidenze empiriche, Centro Studi Confindustria, 2008; R. Basile, S. de Nardis, A. Girardi, Pricing-to-Market of Italian Exporting Firms, in “Applied Economics”, 2008, in corso di pubblicazione; M. Bugamelli, R. Tedeschi, Le strategie di prezzo delle imprese esportatrici italiane, in “Temi di discussione della Banca d’Italia”, 563/2005; B. Quintieri, Eppur si muove: come cambia l’export italiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007. Per un’analisi degli ultimi dati sulle quote di mercato italiane cfr. ISAE, Le previsioni per l’economia italiana. Comportamenti d’impresa, ISAE, Roma 2008.
[15] Nel 2004 il numero delle imprese esportatrici italiane si è ridotto del 6,3%. Cfr. M. G. Calza, A. de Panizza, S. Rossetti, Dinamica dell’internazionalizzazione delle imprese manifatturiere italiane nel periodo 2000-2004, in ICE, L’Italia nell’economia internazionale 2006-2007, ICE, Roma 2007.
[16] R. Faini, Fu vero declino? L’Italia negli anni Novanta,in “il Mulino”, 52/2003.
[17] Sul tema si veda D. Castellani, L’internazionalizzazione della produzione in Italia: caratteristiche delle imprese ed effetti sul sistema economico, in “L’industria”, 3/2007.
[18] M. Melitz, The Impact of Trade on Intra-Industry Reallocations and Aggregate Industry Productivity, in “Econometrica”, 71/2003. K. Head, J. Ries, Exporting and FDI as Alternative Strategies, in “Oxford Review of Economic Policy”, 3/2004. Melitz, International Trade and Heterogeneous Firms, in S. Durlauf, L. Blume, New Palgrave Dictionary of Economics, Palgrave, Basingstoke 2008, in corso di pubblicazione.
[19] T. Mayer, G. Ottaviano, The happy few: the internationalisation of European firms. New facts based on firm-level evidence, Bruegel,Policy Report, novembre 2007. Per una rassegna dei lavori su dati italiani si veda D. Castellani, op. cit.
[20] Cfr. L. De Benedictis, Navigare tra Scilla e Cariddi: recessione, inflazione e protezionismo, in “Il Cerino”, 20 marzo 2008, disponibile su www.centroeuroparicerche.it/cerino.asp?idn=59.
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Dal sito di Marianne
PS : rien ne va plus!
Par Nicolas Domenach. Non seulement Bertrand Delanoë est loin d'avoir plumé la volaille strauss-kahnienne, mais en en se proclamant libéral, il a aidé Ségolène à se recaler à gauche.
Il faut avoir une pensée émue, très, pour les militants socialistes, pour tous ceux que la gauche intéresse car ils ont déjà la gueule de bois. Pourtant le combat vient tout juste de s'engager frontalement entre Ségolène Royal et Bertrand Delanoë pour la conquête du PS. Mais c'est un combat de dupes puisque rien d'important ne les sépare sur le fond. Or, il faut bien trouver des raisons de s'affirmer, de se distinguer quand seules les ambitions et les détestations personnelles s'entrechoquent. D'où un débat, un affrontement qui, pour avoir été longtemps différé, prend des allures de bataille d'hypocrites où se confrontent les Tartuffe, les Saint Bernard bouche dehors et les saintes nitouches…. Avec l'appui logistique de Libération, le journal libéral boboïsant de gauche en plein redressement et de son directeur Laurent Joffrin, co-auteur de l'ouvrage, qui se fait partout son avocat, avec l'encouragement aussi d'ailleurs de la plupart des médias qui veulent le match contre Royal, Bertrand Delanoë a réussi au moins une chose, le lancement de son livre et plus encore une opération marketing qui visait à se déringardiser et à voler le feu sacré de la modernité à Ségolène Royal. Le maire de Paris a donc enfoncé, avec le talent qu'on lui connaît, les portes ouvertes de la maison socialiste en faisant croire qu'elle était verrouillée à double tour. Sa réussite au moins fut celle-là, de se poser en héros d'un tournant libéral politique déjà pris depuis des lustres. Tout en cherchant sans cesse des yeux le regard approbateur du commandeur Jospin dont il parut samedi à Paris comme dans son ouvrage rien moins qu'émancipé. C'est sa croix, c'est son honneur aussi, cette incapacité à se défaire de sa fidélité pour le retraité, mais pas regretté patriarche socialo-socialiste qui fut rien moins que libéral même s'il s'abandonnait aux règles de fer du marché et qui, par sa simple présence, dément la conversion sociale-démocrate néo-moderniste de celui qui paraît incapable de tuer le père. Pourtant Bertrand Delanoë répète sans cesse qu'il est « libre », ce qui montre bien que ça ne va pas de soi, que ça reste à démontrer. Le delanoïsme reste une variante relookée du jospinisme Peut-être est-ce ce lien-là qui l'attache, ce poids qui le leste, qui l'empêche de décoller. Le maire de Paris n'a pas emballé le match. Ses soutiens réunis samedi à la Mutualité n'étaient guère nombreux et l'enthousiasme, la dynamique était absents. On aurait même manifesté plus de bonheur collectif à une réunion de l'amicale des anciens paralytiques… Certes, quelques partisans de DSK étaient présents tel Michel Destot, le maire de Grenoble, mais Bertrand Delanoë était loin d'avoir plumé la volaille strauss-khanienne comme il le souhaitait. La bougresse ne se laisse décidément pas faire. Il n'a pas davantage entraîné des cadres du parti représentatifs. Le delanoïsme ne reste qu'une variante tout juste relookée du jospinisme qui n'a jamais été qu'une France du mitterrandisme pour partie d'ailleurs disqualifiée dans le sarkozysme… Alors non seulement Delanoë n'emporte pas les digues mais il suscite des résistances actives. Voilà le parti hérissé d'hostilités contre lui. Il y a d'abord Ségolène Royal bien sûr qui est loin d'avoir perdu. Elle a toujours ses fidèles, ce lien charismatique qui se manifeste à chacun de ses déplacements, à chacune de ses réunions publiques. Certes, Delanoë, porté par son succès municipal, a pris le meilleur dans les sondages. Mais sans faire le trou. Son avance est faible, et d'avoir doublé Ségolène Royal par la droite permet à celle-ci de se… recaler à gauche. La voilà désormais qui critique durement la conversion libérale de son adversaire alors qu'elle-même n'avait pas craint pendant la campagne de se déclarer libérale. Elle n'hésitait alors à multiplier ses « provocations droitières », comme les appelaient les jospinistes qui, eux aussi, ont changé de pied, ce qui fiche un sacré tournis… Ségolène Royal n'est pas seule à s'attacher à contrer le maire de Paris, désormais la cible de tous les autres. La gauche du parti le flingue avec Benoît Hamon et Henri Emmanuelli qui s'étonnent à juste titre qu'on puisse se rallier précipitamment au marché alors que les libéraux eux-mêmes s'alarment de ce que le marché devient « fou ». Mais voilà que tous, Julien Dray en tête, mais aussi Jean-Christophe Cambadélis et les strauss-kahniens redécouvrent la « question sociale » qui doit être centrale et s'étonnent que Bertrand Delanoë, tout à son audace libérale n'en pipe mot. Dans l'ombre, François Hollande lui-même, travaille à ce qu'une troisième force s'impose, qu'il puisse ménager son avenir… Et Martine Aubry elle-même s'active pour se réinventer un futur. C'est le combat des ombres… Pendant que la France vit sa vie, mal, pendant que le pays a des problèmes d'existence et d'essence, pendant qu'il se rebute du sarkozysme, le PS s'abîme dans un débat en trompe-l'œil sur le libéralisme politique. Au moins à Constantinople, on parlait du sexe des anges quand les barbares étaient aux portes…
Lundi 26 Mai 2008 - 12:01
Nicolas Domenach
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PS : rien ne va plus!
Par Nicolas Domenach. Non seulement Bertrand Delanoë est loin d'avoir plumé la volaille strauss-kahnienne, mais en en se proclamant libéral, il a aidé Ségolène à se recaler à gauche.
Il faut avoir une pensée émue, très, pour les militants socialistes, pour tous ceux que la gauche intéresse car ils ont déjà la gueule de bois. Pourtant le combat vient tout juste de s'engager frontalement entre Ségolène Royal et Bertrand Delanoë pour la conquête du PS. Mais c'est un combat de dupes puisque rien d'important ne les sépare sur le fond. Or, il faut bien trouver des raisons de s'affirmer, de se distinguer quand seules les ambitions et les détestations personnelles s'entrechoquent. D'où un débat, un affrontement qui, pour avoir été longtemps différé, prend des allures de bataille d'hypocrites où se confrontent les Tartuffe, les Saint Bernard bouche dehors et les saintes nitouches…. Avec l'appui logistique de Libération, le journal libéral boboïsant de gauche en plein redressement et de son directeur Laurent Joffrin, co-auteur de l'ouvrage, qui se fait partout son avocat, avec l'encouragement aussi d'ailleurs de la plupart des médias qui veulent le match contre Royal, Bertrand Delanoë a réussi au moins une chose, le lancement de son livre et plus encore une opération marketing qui visait à se déringardiser et à voler le feu sacré de la modernité à Ségolène Royal. Le maire de Paris a donc enfoncé, avec le talent qu'on lui connaît, les portes ouvertes de la maison socialiste en faisant croire qu'elle était verrouillée à double tour. Sa réussite au moins fut celle-là, de se poser en héros d'un tournant libéral politique déjà pris depuis des lustres. Tout en cherchant sans cesse des yeux le regard approbateur du commandeur Jospin dont il parut samedi à Paris comme dans son ouvrage rien moins qu'émancipé. C'est sa croix, c'est son honneur aussi, cette incapacité à se défaire de sa fidélité pour le retraité, mais pas regretté patriarche socialo-socialiste qui fut rien moins que libéral même s'il s'abandonnait aux règles de fer du marché et qui, par sa simple présence, dément la conversion sociale-démocrate néo-moderniste de celui qui paraît incapable de tuer le père. Pourtant Bertrand Delanoë répète sans cesse qu'il est « libre », ce qui montre bien que ça ne va pas de soi, que ça reste à démontrer. Le delanoïsme reste une variante relookée du jospinisme Peut-être est-ce ce lien-là qui l'attache, ce poids qui le leste, qui l'empêche de décoller. Le maire de Paris n'a pas emballé le match. Ses soutiens réunis samedi à la Mutualité n'étaient guère nombreux et l'enthousiasme, la dynamique était absents. On aurait même manifesté plus de bonheur collectif à une réunion de l'amicale des anciens paralytiques… Certes, quelques partisans de DSK étaient présents tel Michel Destot, le maire de Grenoble, mais Bertrand Delanoë était loin d'avoir plumé la volaille strauss-khanienne comme il le souhaitait. La bougresse ne se laisse décidément pas faire. Il n'a pas davantage entraîné des cadres du parti représentatifs. Le delanoïsme ne reste qu'une variante tout juste relookée du jospinisme qui n'a jamais été qu'une France du mitterrandisme pour partie d'ailleurs disqualifiée dans le sarkozysme… Alors non seulement Delanoë n'emporte pas les digues mais il suscite des résistances actives. Voilà le parti hérissé d'hostilités contre lui. Il y a d'abord Ségolène Royal bien sûr qui est loin d'avoir perdu. Elle a toujours ses fidèles, ce lien charismatique qui se manifeste à chacun de ses déplacements, à chacune de ses réunions publiques. Certes, Delanoë, porté par son succès municipal, a pris le meilleur dans les sondages. Mais sans faire le trou. Son avance est faible, et d'avoir doublé Ségolène Royal par la droite permet à celle-ci de se… recaler à gauche. La voilà désormais qui critique durement la conversion libérale de son adversaire alors qu'elle-même n'avait pas craint pendant la campagne de se déclarer libérale. Elle n'hésitait alors à multiplier ses « provocations droitières », comme les appelaient les jospinistes qui, eux aussi, ont changé de pied, ce qui fiche un sacré tournis… Ségolène Royal n'est pas seule à s'attacher à contrer le maire de Paris, désormais la cible de tous les autres. La gauche du parti le flingue avec Benoît Hamon et Henri Emmanuelli qui s'étonnent à juste titre qu'on puisse se rallier précipitamment au marché alors que les libéraux eux-mêmes s'alarment de ce que le marché devient « fou ». Mais voilà que tous, Julien Dray en tête, mais aussi Jean-Christophe Cambadélis et les strauss-kahniens redécouvrent la « question sociale » qui doit être centrale et s'étonnent que Bertrand Delanoë, tout à son audace libérale n'en pipe mot. Dans l'ombre, François Hollande lui-même, travaille à ce qu'une troisième force s'impose, qu'il puisse ménager son avenir… Et Martine Aubry elle-même s'active pour se réinventer un futur. C'est le combat des ombres… Pendant que la France vit sa vie, mal, pendant que le pays a des problèmes d'existence et d'essence, pendant qu'il se rebute du sarkozysme, le PS s'abîme dans un débat en trompe-l'œil sur le libéralisme politique. Au moins à Constantinople, on parlait du sexe des anges quand les barbares étaient aux portes…
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Nicolas Domenach
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