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martedì 5 aprile 2016
Ezio Mauro: Come innaffiare la rosa appassita del riformismo
La Repubblica, 5 aprile 2016
COME INNAFFIARE LA ROSA APPASSITA DEL RIFORMISMO
EZIO MAURO
Il riformismo — che significa poi semplicemente sinistra con cultura di governo — ha sorprendentemente le carte più in regola per affrontare le esigenze della fase, e ha nel suo zaino gli strumenti più propri per riuscire: responsabilità, opportunità, solidarietà, la nuova triade di valori che può collegare la tradizione con la modernità e portare il guscio socialdemocratico (nelle sue diverse colorazioni e denominazioni) a ricostruire un legame sociale di soggetti capaci di pretendere e realizzare un cambiamento che consenta alla cultura politica occidentale di superare la crisi salvando se stessa. Sapendo che esiste un modello economico europeo di cui siamo scarsamente consapevoli: è l’economia sociale di mercato, che da Bad Godesberg in poi libera pienamente l’iniziativa economica capace di crescere e produrre lavoro e ricchezza, con la mano pubblica incaricata di mantenere con discrezione l’equità del sistema, realizzando così quel “capitalismo con correzioni sociali” che è stato una risposta concreta alle vicende del fascismo e del comunismo.
C’è dunque ancora qualcosa da fare, prima di disarmare. Anche perché dall’altra parte del giardino europeo, il pensiero liberale è oggi attaccato frontalmente come il principale nemico dai populismi xenofobi che stanno scalando il cuore del continente, nei Paesi che arrivano dall’Est. È il giardino stesso d’Europa che va difeso, dunque. E se infine provassimo ad annaffiarla, quella rosa?
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“ Il consenso elettorale dei socialisti si è ridotto Faticano dove hanno vinto
”
C’È una rosa appassita nel giardino d’Europa. Sfiorisce e avvizzisce sulle pagine del’”Economist”, che dedica un lungo servizio al declino del centrosinistra in tutti (o quasi) i Paesi del continente, come se il riformismo invece di essere l’esito compiuto e finalmente risolto di una vicenda secolare travagliata fosse in realtà la moderna malattia senile del socialismo. Cifre e mappe sono implacabili. Là dove all’inizio del secolo, dice il settimanale inglese, si poteva viaggiare da Inverness in Scozia a Vilnius in Lituania senza incontrare un solo Paese governato dalla destra, la geografia è completamente stravolta: i socialisti governavano in Scandinavia, guidavano la Commissione Europea, se la giocavano per la preminenza nel Parlamento di Strasburgo, mentre ora il loro consenso elettorale si è ridotto ad un terzo, faticano dove hanno vinto le elezioni come in Francia, rischiano in Italia, si riducono a junior partner nel governo altrui in Olanda e nel Paese più importante dell’Europa, la Germania. La rosa perde i petali, dunque, l’uno dopo l’altro. E quei petali, comunque, hanno via via perduto il loro colore e certamente il profumo.
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FORTUNATAMENTE numeri e grafici non dicono tutto, altrimenti ci sarebbe da consegnare le chiavi della modernità a qualcuno in grado di governarla, rinchiudendosi in casa. La destra tradizionale — in Francia la chiamano repubblicana — soffre infatti di una crisi parallela e simmetrica, mangiata viva dal radicalismo xenofobo che non sa arginare e che s’ingozza delle paure dei cittadini convertendole in una falsa moneta politica, tuttavia redditizia. Crescono soltanto gli opposti populismi, a destra come a sinistra, e la rabbia che non si appaga nello specchio di questa semplificazione qualunquista antisistema ingrossa le fila del “partito del sofà”, dove siedono i delusi che si rifiutano di partecipare e di votare, ritirandosi con la bassa marea politica da ogni discorso pubblico.
Quel che le cifre non dicono è il contesto. Quando questa vicenda è cominciata, nel 2007, sulle democrazie dell’Occidente si sono abbattute tre crisi concentriche, crisi delle banche, del debito, dunque della crescita. Negli ultimi anni si sono aggiunte due emergenze epocali: l’onda lunga dei migranti che cercano nell’Europa salvezza, sopravvivenza e futuro, dunque l’unica speranza, e la sfida del Califfato che dopo le Torri Gemelle ha annunciato la guerra all’Occidente e porta la morte direttamente nelle città del nostro continente. Ciò che ne deriva è un sentimento politico di insicurezza e dunque di sfiducia, la ricerca di protezione in identità primitive di chiusura, la solitudine repubblicana, lo smarrimento di ogni senso di cittadinanza.
È la fine del “sociale”, il venir meno dei legami collettivi che non siano quelli di sangue e di clan contrapposti agli “invasori”, il ribaltamento del welfare visto non più come una conquista da estendere ma come un egoismo da difendere, la consumazione della politica che nel sistema occidentale era nata proprio per organizzare tutto ciò, la società, il nesso tra l’individuale e il collettivo, la sicurezza dello “Stato- benessere” come strumento di coesione e soprattutto come proiezione del lavoro e del suo valore sociale. Scopriamo terrorizzati che tutta l’impalcatura — culturale, istituzionale, politica — che ci siamo costruiti nel dopoguerra per difendere e garantire l’incrocio tra la nostra vita e le vite degli altri è entrata in crisi. Diciamo la verità: scopriamo che la democrazia non basta a se stessa. È insediata ma non ci protegge, tanto da farci venire il dubbio che funzioni veramente soltanto negli anni della crescita e della redistribuzione, mentre quando cambiano i tempi si fa da parte, cede il governo del sistema e contempla l’azione della crisi. Siamo a un passo dal pensare che la società stessa, il suo concetto, non siano esportabili dentro il territorio universale della globalizzazione, quasi come se fossero creature dello Stato nazionale.
Verrebbe da dire che tutto questo segna per forza di cose la fine del “secolo socialdemocratico”. Anzi, di più, perché tutto congiura affinché il pesce socialista non possa nuotare in un eco-sistema di questo tipo. Ma non abbiamo ancora aggiunto l’ingrediente fondamentale: il lavoro. Basta leggere i dati sulla disoccupazione, e quelli sul lavoro giovanile, per capire che il vero attore sociale colpito dalla crisi è il lavoro, che la nostra Costituzione codifica come un diritto e che dunque per molti è un diritto negato, uno strumento impossibile per affermare la propria dignità personale e pubblica, sapendo che senza libertà materiale non c’è una vera libertà politica. Non è un problema economico soltanto, che si può rinchiudere nelle statistiche del Pil. Perché il legame tra la democrazia, l’Occidente e il lavoro è intrinseco. Non solo perché il ciclo virtuoso delle democrazie europee si è basato sempre sul rapporto tra crescita, lavoro, occupazione, benessere, consenso. Ma perché la democrazia in Europa è nata come democrazia del lavoro, col lavoro e il reddito che ne deriva il cittadino provvede alla sua famiglia ma anche ai diritti politici e sociali di tutti. Se salta questa consapevolezza, salta ciò che tiene insieme capitalismo, Stato sociale, democrazia rappresentativa e pubblica opinione. Cioè cambia la fisionomia del sistema democratico occidentale così come lo abbiamo fin qui conosciuto.
Sono meccanismi che fino all’insorgere della crisi erano ormai accettati da tutti, destra di governo, sinistra riformista. Diciamo che in più la socialdemocrazia trovava in questo dispositivo politico-culturale la propria ragion d’essere. Qui infatti, proprio qui, ha operato per anni il tavolo di compensazione dei conflitti, che ha tenuto insieme i vincenti e i perdenti delle diverse congiunture, legando il ricco e il povero — nella diversità dei loro percorsi e nella sproporzione dei loro destini — in un vincolo di responsabilità almeno in parte comune. Finché il vento della globalizzazione non ha rinchiuso anche quel tavolo e il moderno ricco che vive nello spazio sovranazionale dei flussi finanziari e dei flussi d’informazione non ha più nessun bisogno — nemmeno territoriale, neppure fisico — di sentirsi vincolato al moderno povero che vive nel sottosuolo degli Stati nazionali e che ha preso una nuova configurazione: è l’escluso che non si vede più, e di cui quindi si può fare a meno.
Una buona parte della sinistra non ha più un vocabolario autonomo perché ritiene che queste parole e questi concetti facciano parte del Novecento e non meritino di passare la dogana del secolo post- ideologico, perché suonerebbero retoriche. Così si parla con parole altrui e la neolingua della neodestra è l’unica che risuona. Ma proviamo a ribaltare il discorso per non rimanere prigionieri del luogo comune dominante: quali sono gli indici fondamentali della modernità, oggi, se non i diritti civili, la sicurezza sociale, la ricostituzione di una effettiva autonomia dell’individuo e di una reale libertà del cittadino, anche dalle paure che imprigionano la parte più debole e più esposta della popolazione? Perché la sola questione che valga oggi a sinistra, come dice il premier francese Manuel Valls, è appunto «come orientare la modernità per accelerare l’emancipazione degli individui, e dunque di ciascuno». Creando una nuova ragione sociale capace di tenere insieme gli esclusi, i salvati e gli emergenti, quei fabbricatori e manipolatori di simboli, come li chiama Alain Touraine, che comprano e vendono il moderno quotidiano di cui viviamo.
Franco Astengo: Referendum
LA TRASVERSALITA’ DELL’OPINIONE di Franco Astengo
L’esito del referendum sulle cosiddette “trivelle” (accettiamo la denominazione giornalistica ormai diventata “vulgata”) rappresenterà un’occasione molto interessante per poter valutare le novità che stanno presentandosi i in tema di capacità d’aggregazione e di espressione di consenso all’interno del sistema politico italiano.
Com’è noto, infatti, perché il referendum (trattandosi di “abrogativo”) per essere valido richiede il raggiungimento di un quorum di partecipanti pari al 50% più uno degli aventi diritto: di conseguenza sarà necessario si rechino alle urne oltre 25 milioni di elettrici ed elettori.
Soglia superata, per l’ultima volta, il 12 – 13 giugno 2011 nel caso del referendum sull’acqua come bene pubblico (tralasciamo il giudizio sulla concretizzazione effettiva di quell’esito referendario).
Il prossimo 17 Aprile vedrà, però, la competizione referendaria svolgersi in modo del tutto diverso dalle precedenti, ed è in questo che sta l’interesse degli analisti.
Tra il 2011 e oggi, infatti, sono cambiate molte cose nel rapporto tra sistema politico, elettorato, ruolo dei mezzi di comunicazione rispetto alla possibilità di espressione pubblica del consenso e del dissenso.
Andiamo per ordine: prima di tutto si è stabilizzata l’astensione dal voto, sia per le elezioni politiche sia per quelle amministrative, al di là di una dimensione molto alta: il raggiungimento del 65% dei partecipanti al voto appare già una quota ragguardevole. Insomma, almeno il 35% dell’elettorato appare composto da astensionisti stabili.
In secondo luogo è aumentato il peso della “rete”: ovverosia la formazione dell’opinione attraverso i social network, i siti, i blog, nell’insieme della comunicazione virtuale.
Il secondo “partito” (virgolette d’obbligo) italiano usa stabilmente la via della virtualità quale strumento di comunicazione e di scelta politica al proprio interno e quando si muove per “scendere in piazza” lo fa soltanto attraverso il mezzo della mobilitazione dei vertici, com’è stato nel caso dei tour di Beppe Grillo o nelle adunate dei parlamentari, come nel recentissimo caso della Basilicata.
Ci troviamo dunque di fronte a tre elementi di novità, che in questo caso emergeranno con forza quali elementi fondativi della concretizzazione del risultato elettorale: la quasi totale sparizione del voto di appartenenza ormai ridotto ad aree assolutamente minoritarie; all’affermarsi di una trasversalità nell’espressione del voto d’opinione perché saranno molteplici le posizioni degli elettori dei maggiori partiti, sia del PD sia del centrodestra, con la novità (relativa) del partito di maggioranza relativa e di governo che indica la via dell’astensione; il peso del voto di scambio. Voto di scambio beninteso che si avrà in forma diversa da quella clientelare normalmente adottata in questo caso e che riguarderà le elettrici e gli elettori delle regioni maggiormente interessante all’oggetto del contendere, quelle del versante adriatico, stretti tra il peso della questione ambientale e di quella – pur rilevante nell’interesse di molti – dei posti di lavoro.
Inutile aggiungere che il merito è assai poco conosciuto, quasi impossibile da far conoscere meglio, e che l’immaginario collettivo si misura con questo tipo di questioni: l’indicazione degli opinion – makers più importanti attraverso l’utilizzo delle varie specie di mezzi do comunicazione di massa e i temi ambientali, della qualità dello sviluppo, dell’occupazione.
Si tratta, per certi versi, di una situazione inedita: nel già ricordato referendum sull’acqua pubblica del 2011 infatti i DS, pur tra contorcimenti vari, diedero comunque indicazione di voto e questo elemento ebbe il suo effetto: oggi, come già accennato la maggioranza del PD e il governo forniscono, invece, l’indicazione di astensione, in una situazione che genererà sicuramente una “trasversalità di opinioni” che verificheremo quanto consistente.
Non è la prima volta che il governo indica, in un’occasione referendaria, la via dell’astensione: anzi, in quell’occasione fu annunciato il famoso “andate al mare”.
Era il 1991, il referendum in questione era quello sulla preferenza unica e Andreotti e Craxi puntarono sul “non voto” restando clamorosamente smentiti. Ma in quel frangente gli eredi del PCI, che si erano appena separati, fornirono l’indicazione opposta utile per costituire la base per il superamento del quorum. Quelli erano tempi però nei quali l’astensione “strutturata” non superava il 15%, in un paese nel quale dal 1948 al 1987 i votanti alle elezioni politiche avevano sempre regolarmente superato il 90% in presenza del forte richiamo al voto di appartenenza esercitato dalla presenza dei grandi partiti di massa e dal muoversi nell’ottica del partito a integrazione di massa anche di quelli numericamente “minori”.
Certo che molta acqua è passata sotto i ponti dal 1974, referendum sul divorzio, quando gli schieramenti erano molto netti e precisi e l’analisi del voto poteva essere sviluppata confrontando i dati dei partiti nelle elezioni politiche per verificare, appunto, quanto il voto di appartenenza fosse stato rispettato.
Oggi l’intreccio è tra voto d’opinione, in gran parte raccolto per via “virtuale” senza un minimo di partecipazione e presenza diretta e un mutevole voto di scambio.
L’interrogativo rimane questo: quanto potrà reggere un sistema politico fondato sulle sabbie mobili di una “trasversalità” non riconducibile all’identità di opzioni di fondo e di un sistema di valori?
Si profila una micidiale “contraddittorietà di sistema” fondata sull’individualismo e su di una “democrazia del pubblico” che ci riconduce al populismo personalistico.
Un insieme di egoismi e di presunzioni pressappochistiche: la cifra insomma sulla quale si è formato il governo Renzi.
Un quadro negativo e fortemente preoccupante che reclama una riflessione sulla fragilità di un sistema politico esposto a tutti i rischi del populismo autoritario.
La sconfitta dell’astensione il 17 Aprile prossimo potrebbe rappresentare, al di là del merito puro importantissimo, un buon viatico per aprire una stagione diversa dal considerare l’agire politico come mero fattore di soddisfacimento dell’opportunismo più deteriore come sta, proprio, nell’indicazione di non voto del cosiddetto “Partito della Nazione” presuntamente a vocazione maggioritaria e governativa ma in realtà scudo di una somma di interessi particolari da nascondere attraverso il più basso livello di propagandiamo spicciolo.
Francesco Maria Mariotti: Tessitori di reti, non decisionisti
Una brevissima riflessione, che prende spunto da una discussione in un social network sulla leadership dell'attuale Presidente del Consiglio.
Francesco
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Il problema è credere ancora che la politica abbia bisogno di "grandi leader".
La crisi economica - da cui stiamo uscendo forse più grazie a Ben Bernanke (e Mario Draghi) che a Barack Obama (e alla Commissione europea) - e le potenti dinamiche globali ci dicono che abbiamo bisogno più di "tessitori di rete" che di "apparenti decisionisti".
Il politico deve rendersi conto che non ha più lo scettro della "Guida" della società; deve relazionarsi con altri poteri e dinamiche ampie che non è più in grado di controllare. Gioco difficile che non può condurre da solo.
Dobbiamo cambiare anche noi cittadini le nostre aspettative "estetiche", che ci fanno innamorare troppo facilmente di "personaggi da fumetti storici".
La politica -finalmente - non ha più la lettera maiuscola: prima i politici - e noi con loro - assumeranno "radicalmente" questa "perdita di status" prima potranno (potremo) ricostruire per l'agire comune un ruolo "centrale", anche se non "dominante"; e ritrovare così un senso allo stare insieme.
Allora forse la democrazia supererà la sua crisi.
***
Vd. anche
L'invincibile debolezza della politica
http://mondiepolitiche.blogspot.it/2014/09/linvincibile-debolezza-della-politica.html?m=1
Chi governa il mondo?
http://mondiepolitiche.blogspot.it/2014/05/chi-governa-il-mondo-una-lezione-di.html?m=1
La politica e i mercati: la tensione deve continuare
http://mondiepolitiche.blogspot.it/2012/01/politica-e-mercati-la-tensione-deve.html?m=1
lunedì 4 aprile 2016
domenica 3 aprile 2016
Franco Astengo: Il lavoro come valore e come capitale sociale
IL LAVORO COME VALORE E CAPITALE SOCIALE di Franco Astengo
“Ha fatto più Marchionne per l’Italia che certi sindacalisti”: questa frase pronunciata oggi da Matteo Renzi alla cosiddetta scuola di partito del PD non può essere lasciata sotto silenzio e merita un commento perché costituisce la testimonianza di una vera e propria collocazione di fronte (un tempo si sarebbe detto “dall’altra parte della barricata”) già evidente da tempo ma che molti si rifiutano di riconoscere.
Questa frase contiene tre elementi da sottolineare: il primo riguarda l’ennesimo attacco ai corpi intermedi, in questo caso il sindacato, usando termini classici del populismo; certo che l’operato di determinati sindacalisti è da censurare e che il sindacato nel suo insieme, almeno in Italia, ha smarrito il senso complessivo della lotta di classe ma l’obiettivo di Renzi è ben altro, è quello di confondere artatamente questo dato esprimendo, invece, l’esaltazione di un meccanismo di vera e propria delega al padrone della rappresentanza stessa del lavoro. Attenzione del lavoro in quanto tale, non del mondo del lavoro.
Il secondo elemento riguarda ancora una volta la vena populistico – nazionalista che pervade il modello comunicativo del Presidente del Consiglio e Segretario del PD e che appare permeare una parte maggioritaria di quel partito: un nazionalismo di lega molto bassa, “fare per l’Italia” quasi un accento dannunziano invece della necessità di affrontare il senso collettivo dello stare assieme nell’operare in funzione del lavoro come leva di un modello di sviluppo. Si tratta di un tema di fondo che non può essere affrontato in questa sede con compiutezza ma soltanto accennato ma che si lega, pericolosamente, proprio al punto della delega al padrone, addirittura in senso nazionalista, del tema proprio del lavoro.
Terzo punto quello dell’esaltazione appunto di chi (personalizzando per di più) fa dell’intensificazione dello sfruttamento l’ideologia per il rovesciamento della condizione di classe: proprio la lotta di classe portata avanti dall’alto, com’è avvenuto nel corso di questi anni imponendo un pauroso arretramento nell’insieme delle dinamiche sociali.
Renzi nega, come da sempre, l’idea stessa del lavoro come valore e come capitale sociale dichiarando l’impossibilità di un riscatto che serva per operare nuovi livelli di dignità collettiva nella convivenza sociale.
Una frase di stampo esclusivamente reazionario che indica con chiarezza una collocazione prima di tutto ideale che politica.
Stare dalla parte dei padroni: un tassello fondamentale nella costruzione di un regime personalistico e autoritario, ben sorretto dai potentati economici.
Si potrà ancora disvelare appieno il grande inganno nel quale è avviluppata la vicenda italiana di questo scorcio di secolo?
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