giovedì 11 luglio 2013

Roberto Biscardini: Cambiare passo a Milano

I socialisti criticano la giunta Biscardini: "Cambiare passo" Martedì, 9 luglio 2013 - 08:30:00 di Roberto Biscardini consigliere socialista di Palazzo Marino Per due anni la maggioranza che ha vinto le elezioni comunali del 2011, ed in particolare il gruppo del PD, ha dato in silenzio il suo responsabile sostegno alla giunta Pisapia. Ora non basta più. Spetta alla maggioranza politica riprendersi il ruolo che le spetta e al consiglio riprendersi appieno le sue prerogative. Incominciare a dettare tempi, contenuti e regole. Cose del tutto inutili se l’esecutivo marciasse al ritmo delle aspettative della città. Ma le cose non stanno così. La giunta Pisapia sembra dar meno di quanto si poteva sperare. Il cambiamento rispetto al passato non è così chiaro ed evidente come tutti si aspettavano. Sulla giunta piovono spesso i malumori di cittadini e di categorie insoddisfatte, insieme all’insofferenza dell’elettorato politicamente più vicino, quello più popolare che vive nelle periferie, lontano dall’aristocrazia di destra e di sinistra del centro storico. E così al malessere di coloro che non solo sostengono la giunta con lealtà, ma vorrebbero persino “aiutarla” di più (ammesso che si voglia far aiutare), si sono aggiunte nelle scorse settimane le critiche di tanti che a Pisapia gli sono stati vicini. Marco Vitale per primo che denunciando una assenza di visione della città rileva “lo stallo che va paralizzando Milano” e aggiunge “La Milano di allora era, politicamente, una Milano socialista. Senza per questo essere una Milano rossa… Naturalmente esistevano, a quei tempi, assessori che si preoccupavano di usare la cultura come collante tra i vari ceti sociali. Ma, il vero collante, erano loro. I Signori Sindaci. Con i quali noi, felici costruttori degli anni cinquanta e sessanta, potevamo camminare a braccetto. Quasi fossimo stati amici da sempre.” Gli ha fatto eco l’assessore D’Alfonso, del sindaco amico personale e di cordata, che a due anni dal voto parla di “fallimento” e nei confronti di tutta la giunta rivolge la critica più impietosa: “La macchina comunale si è rivelata essere un imbarazzante trabiccolo e in due anni siamo riusciti a cambiare poco o nulla: abbiamo moltiplicato le ore di lavoro individuali, risolto le situazioni che ci venivano sottoposte – per lo più bene – ma abbiamo lasciato sostanzialmente inalterato il sistema, che non funziona oggi come non funzionava con la Moratti.” Quasi a dire: una nuova guida non c’è stata e non sono bastati un direttore generale, tre vicedirettori, venticinque nuovi o vecchi direttori centrali, presidenti di aziende pubbliche importanti dall’ATM a SEA, manager selezionati o confermati dal sindaco in nome della loro professionalità, a cambiare le cose che non andavano bene prima. Non si è stati capaci di far funzionare la struttura o non ci si è preoccupati di farla funzionare in altro modo. E così, senza un’idea forte della città e senza saper difendere e sviluppare l’eccellenza della nostra economia hanno preso il sopravvento annunci e dichiarazioni. Figlie di vecchie ideologie, con una discutibile tendenza a fare i pedagoghi con la vita degli altri. Per stare agli ultimi fatti, si denuncia un’eccessiva occupazione di spazi pubblici da parte di macchine in sosta ma si è continuato a revocare ideologicamente i parcheggi interrati del vecchio piano. Si insegue la crescita della mobilità ciclistica, ma non ci si preoccupa dei pendolari e di quelli che per mille ragioni, se non fosse altro che per l’età, in bicicletta non ci vanno. Con un’azienda fuori controllo come l’ATM, si arriva a sostenere che le metropolitane a Milano non servirebbero più e chi abita fuori Milano, in quanto diverso, dovrebbe pagare di più i mezzi di trasporto pubblico. Si scivola sul divieto di mangiare il gelato dopo mezzanotte e si pensa di recuperare il danno d’immagine prospettando un trasloco della movida in periferia. E ancora invocando il metro della “normalità” si decide che qualcuno sulla base del “comune senso del pudore” di antica memoria dovrebbe esaminare e censurare la pubblicità sessista. Troppo, per non decidere di fare il punto della situazione e cambiare passo. Indico qualche questione prioritaria, per lavorare in positivo e stare sul pezzo. Non basta l’Expo (peraltro gestita soprattutto da altri) a qualificare la politica urbanistica dei prossimi anni. Anzi, se il dopo Expo è ormai più importante dell’Expo stesso, ci sono molte altre cose da discutere e sulle quale decidere. Né basta tirare a lucido la città, o peggio ancora bloccare tutti i lavori pubblici per non disturbare Expo, per fare una buona politica urbana. La questione sociale incombe e un’idea sulla Milano sociale bisogna averla. Parte decisiva della questione sociale è la politica della casa. C’è un fabbisogno casa che va affrontato. Quello di chi potrebbe avere ancora qualche soldo per acquistare una casa a basso prezzo e quello di chi non avendo redditi attende solo e giustamente una casa di edilizia popolare, che non gli stiamo dando. Sulle infrastrutture, e in particolare su quelle per il potenziamento del trasporto pubblico, qualche cosa bisogna pur mettere in campo. Non basta trincerarsi dietro la crisi per non avere idee. Così come in generale bisognerebbe fare di più per spingere verso nuove opere pubbliche, tante e diffuse, come volano per la ripresa dell’economia, oltreché incentivare e mobilitare iniziative private. Non ci si può limitare a dire che non ci sono soldi. Questo lo fa benissimo anche la destra. In questi mesi il comune di Parigi ha acquistato alcuni cinema che a causa della crisi stavano chiudendo, e la crisi c’è anche là. Qui chiudono oltre ai cinema e ai teatri anche i negozi e cosa stiamo facendo? Poi ci sono le politiche sociali, come dicevo, che premono. Quanti sono i senza reddito e quante sono le famiglie in difficoltà, qual è la capacità di risposta del comune? Compito delle giunte riformiste é trovare le forme per affrontare le questioni più gravi in momenti di crisi non solo in quelli in cui le vacche sono grasse. E su questo saremo giudicati. Aggiungo la grave questione del decentramento. Avevamo iniziato il nostro mandato pensando di poter trasformare le nostre zone in veri e propri municipi sul modello francese o perlomeno romano. Ma non mi sembra che siamo andati in quella direzione. Anzi tutto è rimasto uguale. Accentrato nella macchina comunale che per altro non funziona. Lenta, farraginosa, spesso incapace di dare anche semplici licenze o autorizzazioni in tempi accettabili. Tempi che proprio in momenti di difficoltà dovrebbero essere maggiormente ridotti, con misure straordinarie ed eccezionali. Il tran tran della pubblica amministrazione, le sue lentezze e i suoi vizi in momenti di crisi sono vere e proprie vessazioni. Ti fanno rinunciare a fare, ti fanno scappare e ti fanno fallire. Parafrasando Luca Beltrami Gadola che nei giorni scorsi ha parlato dell’insufficienza della “forza gentile”, potrei dire ad adiuvandum che c’è persino un problema democratico rispetto al quale una sinistra democratica e una “forza gentile” non può sgarrare. E’ un limite dire troppo spesso: qui decide il sindaco, qui decide la giunta, noi ascoltiamo tutti i cittadini (che per altro è un facile eufemismo) e contemporaneamente si ha difficoltà a discutere e a confrontarsi con il consiglio comunale che nel bene o nel male è l’unico organo democraticamente eletto in rappresentanza di tutti. E’ un limite non saper costruire politiche condivise con i tempi che una giusta discussione spesso richiede. E’ un limite non riconoscere le prerogative del consiglio comunale e il diritto di informazione dei singoli consiglieri. Ed é infine un limite far pesare nei rapporti politici e istituzionali gli insuccessi delle proprie speranze. Anche perché se la giunta si è sentita arancione, il consiglio non lo è mai stato. Se alcune ambizioni non hanno sfondato né a Roma né in Lombardia poco importa. Dedicarsi a Milano e alla crescita delle sue eccellenze é la migliore politica nazionale che un sindaco può fare, perché se tira Milano tira l’Italia. http://www.affaritaliani.it/milano/i-socialisti-criticano-090713.html

Francesco Maria Mariotti: Srebrenica

Ci sono eventi che hanno segnato la storia contemporanea, e la nostra vita, anche da lontano. Il massacro di Srebenica (1995) che oggi ricordiamo è sicuramente uno di questi; molti di noi assistettero con sconforto e rabbia a quanto avvenne sotto gli occhi dell'ONU, e questo evento forse più di altri - fra i tanti orrori che si videro in quella guerra - ci spinse a posizioni "interventiste", in quello scenario, ma non solo. Oggi ricordiamo con dolore le vittime, ma il mio pensiero va anche a quei soldati olandesi dell'ONU che non ebbero la forza - ma forse neanche la possibilità realistica - di intervenire. Mi chiedo se nei loro confronti non ci fu un accanimento eccessivo, perché è sempre difficile giudicare quando non si è "sul campo". Mi chiedo come oggi vivano questo ricordo orribile. Forse, la presunta vigliaccheria di quei soldati rappresentò uno scandalo in cui trovammo raffigurata molta della nostra incapacità - ma anche imposssibilità oggettiva, per certi aspetti, vista la complessità di quelle dinamiche belliche - di intervenire. E' opportuno, è necessario, che avvengano gli scandali, come forse ha detto il Maestro (la traduzione è oscillante, si sa) E nello scandalo di Srebenica imparammo purtoppo molto, tragicamente, della nostra fatica di europei e della nostra difficoltà di fondare una vera comunità politica; che richiede spesso la guerra, grande tabù (anche nella forma virtuale odierna) del nostro continente. Francesco Maria Mariotti Martedì 9 luglio migliaia di persone si sono radunate lungo le strade di Sarajevo, in Bosnia, per assistere al passaggio di tre mezzi che trasportavano i resti di 409 persone morte nella strage di Srebrenica, nel 1995, e identificate negli ultimi dodici mesi. Le bare erano dirette al piccolo comune di Potocari, vicino al luogo della strage, dove giovedì 11 luglio si terrà – nel 18esimo anniversario della strage – l’annuale cerimonia di sepoltura dei cadaveri identificati nel corso dell’anno. La riesumazione e l’identificazione dei morti nella strage di Srebrenica è stata iniziata negli anni Novanta dal Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia, ma negli ultimi anni è passata sotto la responsabilità delle autorità bosniache. Le fosse comuni in cui vennero sepolti i morti di Srebrenica dai serbo-bosniaci sono numerose e sparse per tutto il territorio circostante al paesino. In alcuni casi, nel tentativo di nascondere l’entità della strage e le responsabilità, gli autori del massacro scavarono nuove fosse in cui trasferirono parte dei morti, complicando ulteriormente le procedure di ritrovamento e identificazione. (...) Nel 1995, a Srebrenica, le forze militari serbo-bosniache guidate da Ratko Mladic organizzarono il massacro di migliaia di musulmani bosniaci. All’epoca era in corso la guerra di Jugoslavia e la zona di Srebrenica era sotto la tutela delle Nazioni Unite, presenti con tre compagnie olandesi di caschi blu. L’area era diventata protetta a partire dal 1993, in seguito a un’offensiva serba che aveva indotto le forze bosniache a ritirarsi e lasciare il controllo all’ONU. L’attacco delle forze guidate da Mladic iniziò il 9 luglio e due giorni dopo le truppe serbo-bosniache entrarono in città. Dopo aver separato gli uomini adulti dalle donne, dai bambini e dagli anziani, iniziò il massacro che portò all’uccisione di oltre 8 mila persone. Le forze dell’ONU non intervennero per ragioni che non sono mai state chiarite fino in fondo. Secondo la versione ufficiale, i 600 caschi blu nella zona non erano preparati e armati a sufficienza per affrontare le forze serbo-bosniache. http://www.ilpost.it/2013/07/10/identificazione-sepoltura-morti-srebrenica-potocari/ http://it.euronews.com/nocomment/2013/07/10/omaggio-alle-vttime-di-srebrenica/ http://lepersoneeladignita.corriere.it/2013/07/09/ricordare-srebrenica-parte-la-marcia-della-pace/ https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Srebrenica (ricostruzione abbastanza dettagliata, ma che ha la pecca di ricordare anche una teoria negazionista/complottista, che forse non meritava neanche un cenno)

The Italian Trade Unions’ Proposals For Inclusive Growth In Italy And Europe

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