un interessante contributo dal sito resistenza laica
No laicità? No party!
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Eleonora Gitto - resistenzalaica@gmail.com
venerdì 05 settembre 2008
I media, la rete internet da tempo continuano a dare molto risalto alla religione. Che si tratti del famoso dialogo interreligioso, delle esternazioni del Papa, del decalogo della Lega contro le Moschee, dell’inizio del Ramadan o dei cristiani uccisi in India e in Iraq, la religione è diventata la “guest star” delle notizie. Questo dato pone una serie d’interrogativi sia ai credenti delle diverse tradizioni di fede, sia ai laici perché questo rinnovato protagonismo della religione è ambiguo e, perciò, preoccupante. Ambiguo perché dietro la motivazione “ufficiale” che tutto questo “battage” sia finalizzato a un recupero di quei nobili valori che inneggiano al pacifismo, al dialogo, alla tolleranza e alla giustizia nel mondo, in vero, si nasconde la voglia libidinosa di egemonia, di radicalismo politico e di potere di chi si sente portatore di verità esclusive inconciliabili con altri modi di pensare e di comportarsi. Tra l’altro le notizie, spesso, si contraddicono alimentando la confusione già generata dal repentino evolversi della società che non lascia tempi di metabolizzazione. E, soprattutto, non riescono a dare risposte chiare su alcune spontanee e legittime domande come ad esempio: quale può essere il ruolo della religione nelle moderne società pluraliste? Come potrà essere possibile costruire paradigmi di convivenza tra diverse identità culturali e spirituali? Come opporsi alla deriva fondamentalista e radicale che segna un numero crescente di conflitti dall’Africa all’Asia, dal Medio Oriente ai Balcani?E se si parte dal presupposto che ogni moderna società democratica e pluralista si basa su un principio di laicità e se questo principio è chiaro e univoco, perché mentre le autorità capitoline, in primis il Sindaco Gianni Alemanno e il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, inviano, per l’apertura del Ramadan, un messaggio alla comunità islamica di Roma in cui oltre a fare gli auguri per la ricorrenza religiosa si auspica che i musulmani dell’Urbe “…attraverso la loro autentica pratica religiosa possano essere esempio per tutti i musulmani del mondo e per tutti i cittadini di Roma di come il dialogo e la conoscenza reciproca fra le tradizioni e le culture, nel rispetto delle identità, costituisca un valore e un arricchimento per tutta la società…”, la Lega lancia il federalismo delle Moschee, con tanto di decalogo anche sulla base della convinzione, sostenuta da Cota, che le Moschee non sono un luogo di preghiera ma “un centro politico e simbolico, e spesso anche militare. L’Islam del resto - aggiunge - da secoli è in antitesi e in guerra con l’Occidente”? L’affermazione di Cota, di chiara fede intollerante e xenofoba, non risulta essere in netta contrapposizione con la Carta dei Musulmani d’Europa firmata da poco a Bruxelles da 400 associazioni musulmane provenienti da tutti i paesi dell’Unione europea e dalla Russia?Nella Carta l’obiettivo dichiarato è quello di rimuovere “i pregiudizi e l’immagine negativa che si frappongono tra Islam e occidente”, secondo uno spirito unitario e condiviso: “integrarsi pacificamente nelle società europee è un dovere, quello di costruire moschee e portare i propri abiti tradizionali è un diritto”. Nel documento si rigettano il terrorismo e la Jihad armata e si propugna la parità tra uomo e donna. Il manifesto, a leggerlo, appare “progressista e democratico”. In esso si ravvisa l’intento di superare le tradizionali barriere della cultura islamica col fine di “rimuovere estremismo ed esclusione“. Ma l’aspetto veramente “rivoluzionario” di questa Carta sta nel fatto che i musulmani hanno accettato come valore fondante di questa nuova cooperazione culturale e politica il concetto di neutralità dello Stato, quindi è un manifesto soprattutto laico. Ciò significa agire in modo imparziale con tutte le religioni e permettere loro di esprimere i loro valori e il loro credo: per questo “i musulmani hanno il diritto di costruire moschee e istituti religiosi, di praticare all’interno delle attività di ogni giorno la loro religione, anche nell’alimentazione e nel vestire”. Un'apertura alla laicità notevole. Certo è tutto da vedere se questi intenti saranno perseguiti ma il fatto che gli esponenti di una religione vista come retriva e illiberale non hanno avuto problemi a riconoscere il principio “di libera chiesa in libero stato” come determinante per una pacifica condivisione di spazi e di periodo storico rimane un fatto di grande rilievo. I musulmani, com’è naturale che avvenga in ogni cultura, vogliono mantenere la propria identità. Occorre però che questa identità sia una scelta e non un’imposizione e questa scelta deve essere sempre individuale e non vista come opzione collettiva. In altre parole: i musulmani non devono fare come i cattolici e pensare, cioè, che il loro credo sia moralmente superiore a stili e identità altre rispetto alla loro. In una società multiculturale non si può imporre la visione di una parte di essa. Ma questa nuova apertura come si può conciliare con un’Europa che manifesta ancora rigurgiti di stampo conservatore cattolico (vedi l’imposizione da parte della Chiesa delle “radici cristiane” nella Carta Costituzionale Europea) che mirano a fare della religione un fenomeno pubblico la cui morale va imposta ai costumi sociali di tutti i cittadini? E in Italia dove, nonostante un articolo costituzionale stabilisca la particolarità dei rapporti tra lo Stato ed il Vaticano ed un altro indichi i meccanismi giuridici di regolazione dei rapporti con le “confessioni diverse dalla cattolica” (il combinato degli articoli 7/8 –Concordato/Intese con le confessioni non cattoliche), è prevista la presenza di un insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica, e dove il sistema politico pone attenzione quasi esclusiva, spesso ossessiva, nei confronti di un’unica confessione di fede quando si affrontano delicate questioni etiche e morali (aborto, bioetica, eutanasia, ecc.), come sarà possibile conciliare integrazione, multicultura, pluralismo, e come si può pensare ad un dialogo interreligioso? In uno Stato in cui la laicità è continuamente mortificata e castrata, dove la democrazia è spesso asservita agli interessi politici di turno, è immaturo parlare di pluralismo compiuto e integrazione. Quali le cause della debolezza della cultura laica italiana? Sicuramente il massiccio radicamento della Chiesa cattolica può essere una spiegazione, anche se non è la sola. Sarebbe davvero più saggio, oggi, aprire un dibattito serio sulla laicità invece di continuare a dare spazio alle religioni, perché ciò che ostinatamente si continua a ignorare è che solo il vero spirito laico può dare la stessa dignità a tutte le religioni in quanto esso non sottrae visibilità e spazio a nessuna di esse collocandole in modo paritario in un quadro di pluralismo che garantisce tutti, anche i non credenti. La tela bianca della laicità non rappresenta il “nulla” ma solo la “libertà”. Uno spazio aperto a tutti dove ogni individuo può dipingere colori diversi, simboli diversi che, anche se in contrapposizione, possono convivere sullo stesso luogo e nello stesso tempo, perché la pari dignità, foriera di rispetto reciproco, impedisce il conflitto. Il 30% delle guerre che si combattono oggi nel mondo ha implicazioni di tipo religioso. E non è attendibile la tesi che sia un mero scontro di civiltà fra “occidente democratico” e “mondo islamico”. Il conflitto religioso avviene anche tra diverse confessioni cristiane, tra induisti e musulmani, tra diverse tendenze musulmane, riguardano ebrei, buddhisti, animisti, sikh e così via. Sono il fondamentalismo e il radicalismo religioso i veri nemici da combattere. Oggi esiste un Islam moderato che si scontra con uno radicale, come accade nell’ebraismo o nel cristianesimo e il paradosso è che, oggi come ieri, gli scontri avvengono per affermare “il volere di Dio”. Di quello stesso Dio che cambia nome e dettati secondo le tanto personali quanto arbitrarie interpretazioni e interessi della classe dominante di turno. Eminenti esponenti delle fedi mondiali all’inizio dell’anno ad Assisi hanno recitato una sorta di “mea culpa” ed hanno affermato “mai più nel nome di Dio” ammettendo che la storia delle religioni è costellata di delitti e violenze inenarrabili compiuti in “nome di Dio”. Per costruire un dialogo vero non servono confessioni e autoassoluzioni teologiche. I temi della pace, della giustizia, del pluralismo nella scuola e nel sistema dell’informazione, della bioetica, della tolleranza e lo stesso dialogo tra le religioni daranno vita solo a dibattiti sterili se essi non saranno inseriti nella cornice della laicità.Senza una vera cultura laica che impedisca alle religioni di essere considerate le esclusive depositarie della “verità” e dei valori della convivenza, il pluralismo compiutocontinuerà a essere oggetto di dibattiti ma resterà (ahinoi!) una mera utopia. Ele Gitto
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 6 settembre 2008
Giovanni Baccalini: sull'attualità del socialismo liberale
Sull’attualità del socialismo liberale
In questo mese di agosto ho potuto leggere una serie di testi inviatimi dal circolo Rosselli. Tra questi, “La lezione di Carlo Rosselli”,testo suggerito da Luigi Ranzani, “L’eredità dei Rosselli: Libertà e democrazia” di Nicola Tranfaglia, “L’attualità del socialismo liberale” di Valdo Spini, “Idee per lo sviluppo” di Sylos Labini.
Premetto che nutro grande ammirazione per le personalità dei fratelli Rosselli e, in particolare per gli scritti politici di Carlo Rosselli, ma anche per l’opera di Marx.
Ciascuno di loro, come molti altri, nel suo tempo e a fronte dei problemi con cui si è dovuto confrontare, ha dato importanti contributi alla conoscenza ed ha fornito strumenti utili allo sviluppo del livello di civiltà e delle lotte sociali.
Mi ha sempre infastidito l’uso strumentale fatto dai comunisti della figura di Marx, fatto passare per un profeta messianico, mentre è stato un grande pensatore e uomo d’azione, che ha impresso con le sue idee e le sue denuncie un corso nuovo e impetuoso alle lotte per l’emancipazione delle classi oppresse. Apprezzarne le idee ed il contributo alto alla conoscenza nel campo delle scienze sociali, rispettarne la vita e le opere, sempre mantenendole collocate nel suo tempo, costituisce a mio giudizio il solo modo rispettoso di onorarne la memoria, come per ogni uomo che nel corso della storia ci ha donato un lascito di idee nuove e di opere insigni.
Le stesse considerazioni valgono per Carlo Rosselli e la sua opera. Nella gran confusione che regnava nel movimento socialista negli anni ’30, tra suggestioni filo-comuniste, le mille irrazionalità dei massimalisti e e la scarsa determinazione dei riformisti, erano comprensibili e persino condivisibili le sue prese di posizione. Molte delle sue tesi, come molte delle proposte di Marx, di Stuart Mill e di Weber sono ormai parte del patrimonio di valori degli uomini di buona volontà sia progressisti che moderati e, proprio per questo, non possono costituire il tratto distintivo di movimenti politici contemporanei. L’essere caduti nell’errore di scambiare il valore dell’opera di Carlo Rosselli collocata nel suo tempo e come tappa importante nello sviluppo del pensiero socialista con una sua presunta attualità ha reso sterili sia lo SDI che, poi, il PS, i quali hanno inalberato insegne che, sia relativamente alla questione sociale che ai diritti civili, sono e devono essere presenti nell’intero arco delle forze costituzionali e non sono oggi idonee a rappresentare le esigenze di tutela delle classi sociali meno fortunate nel nostro tempo ed ha loro impedito qualsiasi espansione organizzativa ed elettorale.
Sostenere che il movimento socialista si possa fondare sui presupposti liberal-socialisti propugnati da Carlo Rosselli mi sembra una sciocchezza, che porta fuori strada le frange socialiste che se ne fanno convincere. Che la libertà e la democrazia siano il fine ultimo del socialismo si poteva ragionevolmente sostenere negli anni ’30, ma nella presente fase storica nella quale i ceti sociali che vivono del lavoro, dipendente o autonomo che sia, provano sulla loro pelle la capacità del capitalismo di comprimerne progressivamente le condizioni di vita, propiziando invece accumulazioni di ricchezza straordinarie alle istituzioni finanziarie ed in genere alle rendite, senza che i sistemi democratici e liberali europei possano consentire di arginare il fenomeno, quella tesi non può che suonare stonata e vagamente irrisoria nei confronti dei ceti popolari. Certi errori conducono a doversi districare in gineprai dentro i quali si finisce per scambiare per progressisti i radicali italiani, come Pannella e Capezzone e basare intere fasi politiche e campagne elettorali su obiettivi di stampo liberale, allontanando da sé chi si richiama ai valori del socialismo.
D’altra parte, contemporanei o quasi dei Rosselli, hanno dato al socialissmo europeo importanti contributi di idee e di opere uomini come Kautsky e Lèon Blum, Berstein e Turati, mentre dopo di loro il pensiero e l’opera di Clement Attlee ed Anaurin Bevin, Tage Erlander, Willy Brandt, Mitterand ed Olof Palme hanno consentito ulteriori importanti passi avanti al movimento socialista.
Posto che le libertà individuali e collettive ed il metodo democratico e rappresentativo costituiscono beni preziosi conquistati a costo di dure e drammatiche lotte e che devono essere oggetto della più attenta vigilanza, esposti come sono al pericolo sempre in agguato di limitazioni e degenerazioni, il movimento socialista ha la sua ragion d’essere se sa efficacemente promuovere la giustizia sociale. Ciò presuppone il perseguimento dell’uguaglianza dei punti di partenza e, quindi, una fiscalità con spiccate attitudini ridistributive, la gratuità della scuola pubblica , dotata di personale e strumenti che le assicurino un’alta qualità, una sanità pubblica adeguatamente finanziata e di alta efficienza, la gestione pubblica delle risorse naturali indispensabili per la vita, dei cosiddetti monopoli naturali (settori economici che per la loro unicità o irripetibilità non non possono operare sulla base delle regole di mercato) e delle grandi reti infrastrutturali di generale interesse, la difesa del lavoro da ogni sopraffazione e da forme di concorrenza sleale, la difesa dell’ambiente, sono valori attuali e corroborati dalle esperienze del welfare e dalle azioni in difesa dell’ambiente sperimentate o in via di sperimentazuione nei paesi più avanzati d’Europa e in una certa misura anche in Italia.
Tutto ciò comporta porre un freno ai processi di globalizzazione, liberalizzazione e privatizzazione che tendono ad omologare i sistemi sociali europei a quello americano e rivalutare il modello europeo, più fondato sui valori della solidarietà che su quelli della competizione. Ne va dello stesso futuro della democrazia e della libertà, come ci vanno ripetendo, fra molti altri pensatori e scienziati, Eric Hbsbawm ed Albert Detlev, Paul Krugman (vedi mailing-list del 25.07.08), Josef Stiglitz (vedi mailing-list del 15.07.08) e Robert Reich (vedi mailing-list del 06.07.08). Ne va della capacità stessa del nostro pianeta di continuare ad ospitarci, più o mfeno benevolmente.
Tutte le considerazzioni sin qui svolte mi portano a condividere assai più le idee di Sylos Labini, di cui mi permetto di consigliare la lettura, rispetto a quelle degli altri autori citati all’inizio di questo scritto.
Su di un piano più banale e strumentale, ma non privo di conseguenze organizzative ed elettorali, è doveroso anche riflettere sul diverso impatto che l’aggettivo liberale produce sulle parti sociali politicamente acculturate e sulla vasta parte dei nostri concittadini privi di conoscenze in grado di supportare distinzioni complesse, che negli ultimi anni si è purtroppo molto estesa, per la quale i liberali sono i portatori di politiche anti-popolari, quasi sempre alleati dei moderati, che sovente costituiscono l’ala più conservatrice delle coalizioni moderate. Per questa prevalente parte della popolazione, che nulla sanno di Carlo Rosselli e delle sofisticate teorie del socialismo liberale, questo aggettivo significa solo campo avverso e inibisce qualsiasi vicinanza a chi se ne qualifica.
In questo mese di agosto ho potuto leggere una serie di testi inviatimi dal circolo Rosselli. Tra questi, “La lezione di Carlo Rosselli”,testo suggerito da Luigi Ranzani, “L’eredità dei Rosselli: Libertà e democrazia” di Nicola Tranfaglia, “L’attualità del socialismo liberale” di Valdo Spini, “Idee per lo sviluppo” di Sylos Labini.
Premetto che nutro grande ammirazione per le personalità dei fratelli Rosselli e, in particolare per gli scritti politici di Carlo Rosselli, ma anche per l’opera di Marx.
Ciascuno di loro, come molti altri, nel suo tempo e a fronte dei problemi con cui si è dovuto confrontare, ha dato importanti contributi alla conoscenza ed ha fornito strumenti utili allo sviluppo del livello di civiltà e delle lotte sociali.
Mi ha sempre infastidito l’uso strumentale fatto dai comunisti della figura di Marx, fatto passare per un profeta messianico, mentre è stato un grande pensatore e uomo d’azione, che ha impresso con le sue idee e le sue denuncie un corso nuovo e impetuoso alle lotte per l’emancipazione delle classi oppresse. Apprezzarne le idee ed il contributo alto alla conoscenza nel campo delle scienze sociali, rispettarne la vita e le opere, sempre mantenendole collocate nel suo tempo, costituisce a mio giudizio il solo modo rispettoso di onorarne la memoria, come per ogni uomo che nel corso della storia ci ha donato un lascito di idee nuove e di opere insigni.
Le stesse considerazioni valgono per Carlo Rosselli e la sua opera. Nella gran confusione che regnava nel movimento socialista negli anni ’30, tra suggestioni filo-comuniste, le mille irrazionalità dei massimalisti e e la scarsa determinazione dei riformisti, erano comprensibili e persino condivisibili le sue prese di posizione. Molte delle sue tesi, come molte delle proposte di Marx, di Stuart Mill e di Weber sono ormai parte del patrimonio di valori degli uomini di buona volontà sia progressisti che moderati e, proprio per questo, non possono costituire il tratto distintivo di movimenti politici contemporanei. L’essere caduti nell’errore di scambiare il valore dell’opera di Carlo Rosselli collocata nel suo tempo e come tappa importante nello sviluppo del pensiero socialista con una sua presunta attualità ha reso sterili sia lo SDI che, poi, il PS, i quali hanno inalberato insegne che, sia relativamente alla questione sociale che ai diritti civili, sono e devono essere presenti nell’intero arco delle forze costituzionali e non sono oggi idonee a rappresentare le esigenze di tutela delle classi sociali meno fortunate nel nostro tempo ed ha loro impedito qualsiasi espansione organizzativa ed elettorale.
Sostenere che il movimento socialista si possa fondare sui presupposti liberal-socialisti propugnati da Carlo Rosselli mi sembra una sciocchezza, che porta fuori strada le frange socialiste che se ne fanno convincere. Che la libertà e la democrazia siano il fine ultimo del socialismo si poteva ragionevolmente sostenere negli anni ’30, ma nella presente fase storica nella quale i ceti sociali che vivono del lavoro, dipendente o autonomo che sia, provano sulla loro pelle la capacità del capitalismo di comprimerne progressivamente le condizioni di vita, propiziando invece accumulazioni di ricchezza straordinarie alle istituzioni finanziarie ed in genere alle rendite, senza che i sistemi democratici e liberali europei possano consentire di arginare il fenomeno, quella tesi non può che suonare stonata e vagamente irrisoria nei confronti dei ceti popolari. Certi errori conducono a doversi districare in gineprai dentro i quali si finisce per scambiare per progressisti i radicali italiani, come Pannella e Capezzone e basare intere fasi politiche e campagne elettorali su obiettivi di stampo liberale, allontanando da sé chi si richiama ai valori del socialismo.
D’altra parte, contemporanei o quasi dei Rosselli, hanno dato al socialissmo europeo importanti contributi di idee e di opere uomini come Kautsky e Lèon Blum, Berstein e Turati, mentre dopo di loro il pensiero e l’opera di Clement Attlee ed Anaurin Bevin, Tage Erlander, Willy Brandt, Mitterand ed Olof Palme hanno consentito ulteriori importanti passi avanti al movimento socialista.
Posto che le libertà individuali e collettive ed il metodo democratico e rappresentativo costituiscono beni preziosi conquistati a costo di dure e drammatiche lotte e che devono essere oggetto della più attenta vigilanza, esposti come sono al pericolo sempre in agguato di limitazioni e degenerazioni, il movimento socialista ha la sua ragion d’essere se sa efficacemente promuovere la giustizia sociale. Ciò presuppone il perseguimento dell’uguaglianza dei punti di partenza e, quindi, una fiscalità con spiccate attitudini ridistributive, la gratuità della scuola pubblica , dotata di personale e strumenti che le assicurino un’alta qualità, una sanità pubblica adeguatamente finanziata e di alta efficienza, la gestione pubblica delle risorse naturali indispensabili per la vita, dei cosiddetti monopoli naturali (settori economici che per la loro unicità o irripetibilità non non possono operare sulla base delle regole di mercato) e delle grandi reti infrastrutturali di generale interesse, la difesa del lavoro da ogni sopraffazione e da forme di concorrenza sleale, la difesa dell’ambiente, sono valori attuali e corroborati dalle esperienze del welfare e dalle azioni in difesa dell’ambiente sperimentate o in via di sperimentazuione nei paesi più avanzati d’Europa e in una certa misura anche in Italia.
Tutto ciò comporta porre un freno ai processi di globalizzazione, liberalizzazione e privatizzazione che tendono ad omologare i sistemi sociali europei a quello americano e rivalutare il modello europeo, più fondato sui valori della solidarietà che su quelli della competizione. Ne va dello stesso futuro della democrazia e della libertà, come ci vanno ripetendo, fra molti altri pensatori e scienziati, Eric Hbsbawm ed Albert Detlev, Paul Krugman (vedi mailing-list del 25.07.08), Josef Stiglitz (vedi mailing-list del 15.07.08) e Robert Reich (vedi mailing-list del 06.07.08). Ne va della capacità stessa del nostro pianeta di continuare ad ospitarci, più o mfeno benevolmente.
Tutte le considerazzioni sin qui svolte mi portano a condividere assai più le idee di Sylos Labini, di cui mi permetto di consigliare la lettura, rispetto a quelle degli altri autori citati all’inizio di questo scritto.
Su di un piano più banale e strumentale, ma non privo di conseguenze organizzative ed elettorali, è doveroso anche riflettere sul diverso impatto che l’aggettivo liberale produce sulle parti sociali politicamente acculturate e sulla vasta parte dei nostri concittadini privi di conoscenze in grado di supportare distinzioni complesse, che negli ultimi anni si è purtroppo molto estesa, per la quale i liberali sono i portatori di politiche anti-popolari, quasi sempre alleati dei moderati, che sovente costituiscono l’ala più conservatrice delle coalizioni moderate. Per questa prevalente parte della popolazione, che nulla sanno di Carlo Rosselli e delle sofisticate teorie del socialismo liberale, questo aggettivo significa solo campo avverso e inibisce qualsiasi vicinanza a chi se ne qualifica.
De Luna: il PD e l'abbandono della storia
Il Pd e l'abbandono della storiaGiovanni De LunaManifesto 4.9.08
Prima venivano da lontano e andavano lontano, si sentivano nella Storia eagivano per la Storia. Ora sono usciti dalla Storia e hanno cancellato laStoria. Se il vecchio Pci si nutriva di storia fino a rischiarel'indigestione, adesso il Pd sembra consumarsi nell'inedia. Nellescuole-quadri di un tempo ci si educava a una militanza che affidava le suegranitiche certezze a un rapporto totalizzante con la Storia. «La Storianon conosce né scrupoli né esitazioni. Scorre inerte e infallibile verso lasua meta. A ogni curva del corso lascia il fango e porta con sé i cadaveridegli affogati. La storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non hafede assoluta nella storia non è nelle file del partito» era il Rubasciovdi Arthur Koestler a parlare così.Descrivendo con efficacia quell'incubo di mancare l'appuntamento con laStoria che segnò le biografie di tutti i militanti comunisti del 900. Erauna Storia granitica, monumentale, pronta a falsificare i fatti e i datidella realtà per piegarli all'accoglimento di una Verità già predisposta;era una Storia chiamata soltanto a confermare l'inevitabile ascesa delmarxismo-leninismo. Ora il crollo dei monumenti edificati su quella Storiaha lasciato solo macerie e smarrimento. Sembra di vedere Maurizio Ferrara,«il fratello comunista» descritto da Giovanni Ferrara, mentre piangeguardando la sua biblioteca, di fronte all'estinguersi «della sacralità diquei libri schierati nello scaffale da anni a garantire un ordine, unsapere, un prevedere inalienabile e indistruttibile».Nel racconto di sua figlia Clara, fu così anche per Emilio Sereni: «quandogli strappi alla sua rete, sommandosi, gli resero irriconoscibile il mondo,si separò da tutti i suoi libri, se li allontanò: e fu come farsi cieco...Attorno a lui metri e metri di librerie svuotate, deserte, sui muri i segnidi quello che non c'era più». Ma veramente non ci sono alternative a queilibri e a quella concezione della Storia? Veramente l'unico rapportopossibile oggi tra la sinistra e la Storia può solo oscillare tral'imbalsamazione del Passato e la sua cancellazione? Io credo che di unrapporto con il passato ci sia bisogno, che se non si vuole scimiottare unadestra costretta a vivere nel presente per il presente una forza politicadi sinistra debba avere la capacità di indicare il proprio album difamiglia, di proporsi nella storia di questi 150 anni di unità d'Italiariconoscendone luci e ombre, quelle proprie e quelle degli altri.Recentemente Veltroni si è riferito a un «bisogno di memoria» come antidotoall'incubo dei replicanti di Blade Runner . Ha parlato però di memoria enon di storia.E la memoria a cui si è riferito ha una sua dimensione privata,individuale, domestica, così da sembrare modellata direttamentesull'universo delle fiction televisive. In realtà, l'incubo dei replicantisi fonda proprio sull'uso distorsivo di una memoria che più è sminuzzata,particolaristica, intimistica e più tracima dai canali televisivi e dai setcinematografici. Le immagini mettono uno accanto all'altro luoghi, epoche eculture in realtà lontanissime tra loro: il passato non esiste più e quellacontiguità ci restituisce un tempo rarefatto, da consumarsi voracemente;gli eventi raccontati appartengono a questo tempo privo di spessore, mentrela loro memoria diventa un flusso mobile in continua modificazione, privatodi un senso. Si è affermata così una forma di storiografia mediatica le cuitesi sono fluide e cangianti come le congiunture politiche che inseguono,come gli scopi che di volta in volta intendono raggiungere, a partire daltentativo esplicito di incidere sulla formazione del senso comuneattraverso la continua «revisione» del giudizio sui principali eventi dellanostra storia recente. Ne deriva un presente che divora il passato,recidendo le sue stesse radici, svuotandolo di senso, colpendo al cuore ilcircuito virtuoso in cui da sempre si erano snodati i percorsi dellaconoscenza storica: studiare il passato, per capire il presente eprogettare il futuro.Ora però, smessi i panni dell'arroganza di chi credeva di essere nellaStoria e di averla dalla propria parte, si tratta di dotarsi dell'umiltàsufficiente a ricominciare, di misurare i progetti e ambizioni sulla scaladella loro realizzabilità e della loro operatività. Questo implica un sanoritorno ai fatti, una visione meno giustificazionista della storia, lacapacità di declinarla rispetto alle urgenze del presente, non pergiustificare le proprie scelte ma per capire e conoscere la realtà. Unastoria di fatti e di fonti, dove la filologia coesista con i sentimenti.
Prima venivano da lontano e andavano lontano, si sentivano nella Storia eagivano per la Storia. Ora sono usciti dalla Storia e hanno cancellato laStoria. Se il vecchio Pci si nutriva di storia fino a rischiarel'indigestione, adesso il Pd sembra consumarsi nell'inedia. Nellescuole-quadri di un tempo ci si educava a una militanza che affidava le suegranitiche certezze a un rapporto totalizzante con la Storia. «La Storianon conosce né scrupoli né esitazioni. Scorre inerte e infallibile verso lasua meta. A ogni curva del corso lascia il fango e porta con sé i cadaveridegli affogati. La storia sa dove va. Non commette errori. Colui che non hafede assoluta nella storia non è nelle file del partito» era il Rubasciovdi Arthur Koestler a parlare così.Descrivendo con efficacia quell'incubo di mancare l'appuntamento con laStoria che segnò le biografie di tutti i militanti comunisti del 900. Erauna Storia granitica, monumentale, pronta a falsificare i fatti e i datidella realtà per piegarli all'accoglimento di una Verità già predisposta;era una Storia chiamata soltanto a confermare l'inevitabile ascesa delmarxismo-leninismo. Ora il crollo dei monumenti edificati su quella Storiaha lasciato solo macerie e smarrimento. Sembra di vedere Maurizio Ferrara,«il fratello comunista» descritto da Giovanni Ferrara, mentre piangeguardando la sua biblioteca, di fronte all'estinguersi «della sacralità diquei libri schierati nello scaffale da anni a garantire un ordine, unsapere, un prevedere inalienabile e indistruttibile».Nel racconto di sua figlia Clara, fu così anche per Emilio Sereni: «quandogli strappi alla sua rete, sommandosi, gli resero irriconoscibile il mondo,si separò da tutti i suoi libri, se li allontanò: e fu come farsi cieco...Attorno a lui metri e metri di librerie svuotate, deserte, sui muri i segnidi quello che non c'era più». Ma veramente non ci sono alternative a queilibri e a quella concezione della Storia? Veramente l'unico rapportopossibile oggi tra la sinistra e la Storia può solo oscillare tral'imbalsamazione del Passato e la sua cancellazione? Io credo che di unrapporto con il passato ci sia bisogno, che se non si vuole scimiottare unadestra costretta a vivere nel presente per il presente una forza politicadi sinistra debba avere la capacità di indicare il proprio album difamiglia, di proporsi nella storia di questi 150 anni di unità d'Italiariconoscendone luci e ombre, quelle proprie e quelle degli altri.Recentemente Veltroni si è riferito a un «bisogno di memoria» come antidotoall'incubo dei replicanti di Blade Runner . Ha parlato però di memoria enon di storia.E la memoria a cui si è riferito ha una sua dimensione privata,individuale, domestica, così da sembrare modellata direttamentesull'universo delle fiction televisive. In realtà, l'incubo dei replicantisi fonda proprio sull'uso distorsivo di una memoria che più è sminuzzata,particolaristica, intimistica e più tracima dai canali televisivi e dai setcinematografici. Le immagini mettono uno accanto all'altro luoghi, epoche eculture in realtà lontanissime tra loro: il passato non esiste più e quellacontiguità ci restituisce un tempo rarefatto, da consumarsi voracemente;gli eventi raccontati appartengono a questo tempo privo di spessore, mentrela loro memoria diventa un flusso mobile in continua modificazione, privatodi un senso. Si è affermata così una forma di storiografia mediatica le cuitesi sono fluide e cangianti come le congiunture politiche che inseguono,come gli scopi che di volta in volta intendono raggiungere, a partire daltentativo esplicito di incidere sulla formazione del senso comuneattraverso la continua «revisione» del giudizio sui principali eventi dellanostra storia recente. Ne deriva un presente che divora il passato,recidendo le sue stesse radici, svuotandolo di senso, colpendo al cuore ilcircuito virtuoso in cui da sempre si erano snodati i percorsi dellaconoscenza storica: studiare il passato, per capire il presente eprogettare il futuro.Ora però, smessi i panni dell'arroganza di chi credeva di essere nellaStoria e di averla dalla propria parte, si tratta di dotarsi dell'umiltàsufficiente a ricominciare, di misurare i progetti e ambizioni sulla scaladella loro realizzabilità e della loro operatività. Questo implica un sanoritorno ai fatti, una visione meno giustificazionista della storia, lacapacità di declinarla rispetto alle urgenze del presente, non pergiustificare le proprie scelte ma per capire e conoscere la realtà. Unastoria di fatti e di fonti, dove la filologia coesista con i sentimenti.
venerdì 5 settembre 2008
georgia
dal sito della delegazione italiana nel pse
GEORGIA: L'EUROPA TROVA UNA VOCENella complessa partita che si sta giocando nel delicato scenario del Caucaso, su cui è impegnata la presidenza di turno dell'Unione e gli esecutivi degli stati membri, si inserisce la voce del Parlamento europeo, che ha cercato di indicare le politiche da seguire per una soluzione duratura a...[Leggi Tutto >>]
GEORGIA: L'EUROPA TROVA UNA VOCENella complessa partita che si sta giocando nel delicato scenario del Caucaso, su cui è impegnata la presidenza di turno dell'Unione e gli esecutivi degli stati membri, si inserisce la voce del Parlamento europeo, che ha cercato di indicare le politiche da seguire per una soluzione duratura a...[Leggi Tutto >>]
felice besostri sul voto agli immigrati
dal sito dell'avvenire dei lavoratori
Ma la riforma
costituzionale
non serve
Questa settimana la rubrica "Periscopio" è dedicata alla questione del voto amministrativo ai cittadini stranieri residenti in Italia. E Felice Besostri prende la parola come esperto di diritto pubblico comparato presso la facoltà di Scienze politiche della Statale di Milano.
di Felice Besostri
Si può essere favorevoli, o contrari alla concessione del diritto di elettore attivo e passivo ai cittadini stranieri residenti in Italia o essere semplicemente perplessi.
Chi è favorevole, però, non deve prendere in giro né i cittadini italiani, né quelli stranieri.
Il segretario del PD, Walter Veltroni, ha sollecitato il Presidente della Camera Fini ad impegnarsi ad accelerare l’approvazione di un disegno di legge costituzionale per la concessione del diritto di voto agli stranieri, ovviamente non comunitari, residenti nel nostro paese.
Nella XIV Legislatura (2001-2006) l’allora Segretario di AN presentò un disegno di legge in tal senso.
Dove sta l’imbroglio?
Per concedere l’elettorato attivo e (udite! udite!) anche passivo ai cittadini stranieri residenti non serve una legge costituzionale, basta una legge ordinaria. L’art. 10 c. 2 della Costituzione stabilisce che “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”.
Infatti la possibilità per gli stranieri di partecipare alla vita politica locale è prevista in una convenzione internazionale conclusa nell’ambito del Consiglio d’Europa. Si tratta della Convenzione n. 144 sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale stipulata a Strasburgo il 5 febbraio 1992.
L’Italia l’ha ratificata con legge 8 marzo 1994 n. 203 ma limitatamente ai capitoli A e B, tralasciando il Capitolo C – Diritto di voto alle elezioni locali.
L’art. 6, c. 1 della Convenzione prevede che lo straniero possa votare ed essere eletto se risiede da almeno cinque anni prima delle elezioni.
Il secondo comma dell’art. 6 concede agli stati di limitare il diritto al voto.
Basta una semplice legge di un articolo per dare il diritto di voto e l’eleggibilità agli stranieri: modificare la legge 203/1994 abrogando nel titolo e nell’articolo 1 le parole “limitatamente ai Capitoli A e B”. Questo è quanto, il resto è chiacchiera.
Ma la riforma
costituzionale
non serve
Questa settimana la rubrica "Periscopio" è dedicata alla questione del voto amministrativo ai cittadini stranieri residenti in Italia. E Felice Besostri prende la parola come esperto di diritto pubblico comparato presso la facoltà di Scienze politiche della Statale di Milano.
di Felice Besostri
Si può essere favorevoli, o contrari alla concessione del diritto di elettore attivo e passivo ai cittadini stranieri residenti in Italia o essere semplicemente perplessi.
Chi è favorevole, però, non deve prendere in giro né i cittadini italiani, né quelli stranieri.
Il segretario del PD, Walter Veltroni, ha sollecitato il Presidente della Camera Fini ad impegnarsi ad accelerare l’approvazione di un disegno di legge costituzionale per la concessione del diritto di voto agli stranieri, ovviamente non comunitari, residenti nel nostro paese.
Nella XIV Legislatura (2001-2006) l’allora Segretario di AN presentò un disegno di legge in tal senso.
Dove sta l’imbroglio?
Per concedere l’elettorato attivo e (udite! udite!) anche passivo ai cittadini stranieri residenti non serve una legge costituzionale, basta una legge ordinaria. L’art. 10 c. 2 della Costituzione stabilisce che “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”.
Infatti la possibilità per gli stranieri di partecipare alla vita politica locale è prevista in una convenzione internazionale conclusa nell’ambito del Consiglio d’Europa. Si tratta della Convenzione n. 144 sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale stipulata a Strasburgo il 5 febbraio 1992.
L’Italia l’ha ratificata con legge 8 marzo 1994 n. 203 ma limitatamente ai capitoli A e B, tralasciando il Capitolo C – Diritto di voto alle elezioni locali.
L’art. 6, c. 1 della Convenzione prevede che lo straniero possa votare ed essere eletto se risiede da almeno cinque anni prima delle elezioni.
Il secondo comma dell’art. 6 concede agli stati di limitare il diritto al voto.
Basta una semplice legge di un articolo per dare il diritto di voto e l’eleggibilità agli stranieri: modificare la legge 203/1994 abrogando nel titolo e nell’articolo 1 le parole “limitatamente ai Capitoli A e B”. Questo è quanto, il resto è chiacchiera.
il seminario annuale dei socialisti francesi
Dal sito di Aprile
Il seminario annuale dei socialisti francesi
Giustiniano Rossi, da Parigi, 03 settembre 2008, 11:34
L'analisi I dibattiti accesi di questi giorni riflettono la crisi ideologica e la disomogeinità del partito, i cui militanti sono sociologicamente molto diversi (c'é chi difende la scuola privata o persino chi lascia presagire una posizione "flessibile" del partito sul tema della laicità)
Qui in Francia, l'avvenimento della settimana è stato il seminario di La Rochelle, un convegno che, come avviene ogni anno per tutti gli altri partiti politici e le grandi centrali sindacali, anche il partito socialista ha organizzato per riunire le sue truppe, rinfrancarle, riflettere sui risultati dell'anno parlamentare 2007/2008 e mettere a punto le strategie da applicare alla ripresa dei lavori dell'Assemblea nazionale 2008/2009, ormai imminente. Un think tank, dunque, almeno in teoria; in pratica tutti, militanti e giornalisti, concordano nel sostenere che, più che un confronto di idee, il seminario - qui lo chiamano "università estiva" - è stato un confronto fra capi corrente, utile alle personalità del PS in corsa per la carica di segretario (François Hollande lascia l'incarico nell'imminenza del congresso di Reims) e, in prospettiva, per la candidatura alla presidenza della repubblica nel 2012, per autopromuoversi sugli schermi televisivi, sulle onde radio e sulle pagine dei quotidiani che contano.
I pretendenti non sono moltissimi. Ségolène Royal, Ségo per i fan, si ripropone come candidata "aldisopra della mischia", ma molti si chiedono quanti saranno quelli che la ri-voteranno; Bertrand Délanoë, il sindaco di Parigi forte del sostegno di Lionel Jospin, di cui un tempo redigeva i discorsi, si propone come candidato "liberale e socialista", paladino di un centro-sinistra che sottragga definitivamente i resti ammaccati del carrozzone centrista al cartello delle destre, sempre che rinunci al suo slogan preferito, secondo il quale "destra e sinistra si equivalgono"; Martine Aubry, sindaca di Lilla, sostenuta da una parte dei supporters di Strauss-Kahn e dall'altra dal trio della sinistra PS Montebourg-Hamon-Emmanuelli, figlia di Jacques Delors e mamma della legge sulle 35 ore, di fatto abolita da Sarkozy, come candidata dell'anima socialdemocratica del partito; Pierre Moscovici, la cui conoscenza dei gangli vitali di un partito socialista dove ha fatto tutta la sua carriera d'apparato potrebbe riservare delle sorprese, anche se non esce rafforzato da La Rochelle; Henry Emmanuelli, candidato della sinistra del PS, la cui ipotetica affermazione fa temere ai più pavidi un travaso della destra del PS ai centristi di Bayrou e un ulteriore rafforzamento di Sarkozy . Infine, oltre a Julien Dray, attuale portavoce del partito, l'ex pupillo di Mitterrand, Laurent Fabius, che però sembra voler ripiegare sul nobile ruolo di grande elettore.
Comunque tutto è ancora possibile in termini di alleanze, mésalliances, separazioni, nuove alleanze fino al 23 settembre, ultima data utile per la presentazione delle mozioni per il congresso di Reims, previsto per il mese di novembre: nell'attesa, qualche militante tenta di svelenire un po' il clima generale, proponendo scherzosamente di ribattezzare il partito PN (paquet de nouilles, che si può tradurre pacco di fettuccine o pacco di pappemolli), un altro di definirlo come "panier de crabes" (letteralmente cesta di granchi, più fedelmente fossa dei leoni). Mentre i militanti più motivati sono occupati nei gruppi di lavoro sui molti temi dell'agenda politica all'ordine del giorno, dal crollo del potere d'acquisto di salari e pensioni alla natura della "presenza" francese in Afghanistan, i dirigenti partecipano a una conferenza stampa al minuto, o quasi: i dibattiti sono accesi e riflettono la crisi ideologica e la disomogeinità del partito, i cui militanti sono sociologicamente molto diversi (c'é chi difende la scuola privata o persino chi lascia presagire una posizione "flessibile" del partito sul tema della laicità, (l'imprevedibile Sarkozy potrebbe, chissà, rimettere in discussione la storica legge del 1905 sulla separazione fra Chiesa e Stato) per non parlare di chi si ostina a considerare inopportuno un programma di uscita dal nucleare.
Gli uni imprecano contro la presenza dei tanti, troppi "destri" in un partito che di socialista non ha più - per quanto tempo ancora? - che il nome, gli altri, fra i quali la folta pattuglia dei seguaci del Direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, imprecano contro i tanti, troppi, che, orrore!, hanno une visione appassionata e marxista della sinistra e starebbero meglio con il leader di uno dei due micropartiti trotskysti, Olivier Besancenot. In ultima analisi, l'impressione che si ricava da questo week-end di riflessione sui destini della Francia e del suo secondo partito non è esaltante: tutti sono buoni a criticare la Destra, specialmente Sarkozy, ma coloro che sono in grado di proporre veramente qualcosa che stia in piedi per l'avvenire del paese - qualcosa di rigorosamente interclassista, of course - sono difficilmente udibili.
Il seminario annuale dei socialisti francesi
Giustiniano Rossi, da Parigi, 03 settembre 2008, 11:34
L'analisi I dibattiti accesi di questi giorni riflettono la crisi ideologica e la disomogeinità del partito, i cui militanti sono sociologicamente molto diversi (c'é chi difende la scuola privata o persino chi lascia presagire una posizione "flessibile" del partito sul tema della laicità)
Qui in Francia, l'avvenimento della settimana è stato il seminario di La Rochelle, un convegno che, come avviene ogni anno per tutti gli altri partiti politici e le grandi centrali sindacali, anche il partito socialista ha organizzato per riunire le sue truppe, rinfrancarle, riflettere sui risultati dell'anno parlamentare 2007/2008 e mettere a punto le strategie da applicare alla ripresa dei lavori dell'Assemblea nazionale 2008/2009, ormai imminente. Un think tank, dunque, almeno in teoria; in pratica tutti, militanti e giornalisti, concordano nel sostenere che, più che un confronto di idee, il seminario - qui lo chiamano "università estiva" - è stato un confronto fra capi corrente, utile alle personalità del PS in corsa per la carica di segretario (François Hollande lascia l'incarico nell'imminenza del congresso di Reims) e, in prospettiva, per la candidatura alla presidenza della repubblica nel 2012, per autopromuoversi sugli schermi televisivi, sulle onde radio e sulle pagine dei quotidiani che contano.
I pretendenti non sono moltissimi. Ségolène Royal, Ségo per i fan, si ripropone come candidata "aldisopra della mischia", ma molti si chiedono quanti saranno quelli che la ri-voteranno; Bertrand Délanoë, il sindaco di Parigi forte del sostegno di Lionel Jospin, di cui un tempo redigeva i discorsi, si propone come candidato "liberale e socialista", paladino di un centro-sinistra che sottragga definitivamente i resti ammaccati del carrozzone centrista al cartello delle destre, sempre che rinunci al suo slogan preferito, secondo il quale "destra e sinistra si equivalgono"; Martine Aubry, sindaca di Lilla, sostenuta da una parte dei supporters di Strauss-Kahn e dall'altra dal trio della sinistra PS Montebourg-Hamon-Emmanuelli, figlia di Jacques Delors e mamma della legge sulle 35 ore, di fatto abolita da Sarkozy, come candidata dell'anima socialdemocratica del partito; Pierre Moscovici, la cui conoscenza dei gangli vitali di un partito socialista dove ha fatto tutta la sua carriera d'apparato potrebbe riservare delle sorprese, anche se non esce rafforzato da La Rochelle; Henry Emmanuelli, candidato della sinistra del PS, la cui ipotetica affermazione fa temere ai più pavidi un travaso della destra del PS ai centristi di Bayrou e un ulteriore rafforzamento di Sarkozy . Infine, oltre a Julien Dray, attuale portavoce del partito, l'ex pupillo di Mitterrand, Laurent Fabius, che però sembra voler ripiegare sul nobile ruolo di grande elettore.
Comunque tutto è ancora possibile in termini di alleanze, mésalliances, separazioni, nuove alleanze fino al 23 settembre, ultima data utile per la presentazione delle mozioni per il congresso di Reims, previsto per il mese di novembre: nell'attesa, qualche militante tenta di svelenire un po' il clima generale, proponendo scherzosamente di ribattezzare il partito PN (paquet de nouilles, che si può tradurre pacco di fettuccine o pacco di pappemolli), un altro di definirlo come "panier de crabes" (letteralmente cesta di granchi, più fedelmente fossa dei leoni). Mentre i militanti più motivati sono occupati nei gruppi di lavoro sui molti temi dell'agenda politica all'ordine del giorno, dal crollo del potere d'acquisto di salari e pensioni alla natura della "presenza" francese in Afghanistan, i dirigenti partecipano a una conferenza stampa al minuto, o quasi: i dibattiti sono accesi e riflettono la crisi ideologica e la disomogeinità del partito, i cui militanti sono sociologicamente molto diversi (c'é chi difende la scuola privata o persino chi lascia presagire una posizione "flessibile" del partito sul tema della laicità, (l'imprevedibile Sarkozy potrebbe, chissà, rimettere in discussione la storica legge del 1905 sulla separazione fra Chiesa e Stato) per non parlare di chi si ostina a considerare inopportuno un programma di uscita dal nucleare.
Gli uni imprecano contro la presenza dei tanti, troppi "destri" in un partito che di socialista non ha più - per quanto tempo ancora? - che il nome, gli altri, fra i quali la folta pattuglia dei seguaci del Direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, imprecano contro i tanti, troppi, che, orrore!, hanno une visione appassionata e marxista della sinistra e starebbero meglio con il leader di uno dei due micropartiti trotskysti, Olivier Besancenot. In ultima analisi, l'impressione che si ricava da questo week-end di riflessione sui destini della Francia e del suo secondo partito non è esaltante: tutti sono buoni a criticare la Destra, specialmente Sarkozy, ma coloro che sono in grado di proporre veramente qualcosa che stia in piedi per l'avvenire del paese - qualcosa di rigorosamente interclassista, of course - sono difficilmente udibili.
scuola pubblica
dal sito di sd
Scuola pubblica, i quattro "toccasana"
di Alba Sasso*
L’obiettivo del terzo governo Berlusconi sulla scuola è ormai chiaro: impoverire in tutti i sensi la scuola pubblica che c’è (tagli di risorse, riduzione di insegnanti, maestro unico nella elementare, chiusura di scuole, riduzione di orario…) ma soprattutto deistituzionalizzare il sistema pubblico dell’istruzione.
Scuola pubblica, i quattro "toccasana"
di Alba Sasso*
L’obiettivo del terzo governo Berlusconi sulla scuola è ormai chiaro: impoverire in tutti i sensi la scuola pubblica che c’è (tagli di risorse, riduzione di insegnanti, maestro unico nella elementare, chiusura di scuole, riduzione di orario…) ma soprattutto deistituzionalizzare il sistema pubblico dell’istruzione.
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