giovedì 21 agosto 2008

Ripellino: ai miei amici patrioti

Ai miei amici patrioti che sono stati messi in carcere
di Angelo Maria Ripellino

[ Si pubblica l'eccezionale testimonianza di Ripellino sull'invasione della Cecoslovacchia, apparsa nel servizio Dietro il muro di Praga («L'Espresso», XIV, 35 - 1° settembre 1968), adesso raccolta nel volume L'ora di Praga. Scritti sul dissenso e sulla repressione in Cecoslovacchia e nell'Europa dell'Est (1963-1973). A cura di Antonio Pane, Le Lettere, Firenze 2008. ]
Sono tornato da Praga con disperazione e con rabbia. Dopo aver vissuto per due mesi le speranze e le apprensioni di un popolo, alla cui cultura ho dedicato gran parte della mia esistenza. Tanto più amaro è il mio ritorno in quanto questo magnifico popolo è stato offeso e schiacciato dall’esercito di un altro paese, della cui letteratura io sono da lunghi anni testimonio ed amico in scritti e lezioni. È tempo di liberarsi ormai di tutte le illusioni e di tutti gli inganni nei riguardi della Russia. È chiaro che la presente avventura sovietica, coperta del solito leucoplasto ideologico, con le sue brutalità e i suoi colpi di teatro, questo miscuglio asiatico di truculenze e di falsi e di minacce e di beffe e di abbracci e di parolone, si inquadra logicamente nella cornice secolare della storia russa, come se nulla fosse cambiato dalla sanguinaria e crudele epoca di Ivan il Terribile e come se i cecoslovacchi fossero i tartari della città di Kazan’, da lui conquistata.Del resto sia pure così: Kazan’, dicono le cronache del Cinquecento, era una marmitta dentro cui il popolo ribolliva come acqua.Ho trascorso dunque questi due mesi nel Castello degli Scrittori vicino Praga, in continuo contatto coi redattori di Literární Listy, e devo dire che, nonostante l’ottimismo di alcuni corrispondenti occidentali, le brevi schiarite non hanno mai dissipato dagli animi cecoslovacchi la pesante inquietudine, specie dopo il prolisso ed ambiguo documento di Bratislava. Un orecchio attento coglieva nel tono vagamente rassicurante dei discorsi di Svoboda, Dubček, Smrkovský reticenze e circonlocuzioni pervase di angoscia. Ci si aspettava da un giorno all’altro l’invasione, e lo scetticismo non si offuscò nemmeno quando fu annunziato dalla stampa che le truppe straniere venute per le manovre se ne erano andate definitivamente. Ci pareva, la notte, riuniti nella sala da pranzo del Castello, di udire un infausto rotolìo di carri armati nel silenzio sulla provinciale che lo costeggia. Specie dopo il 18, quando si sparse la voce che i cosiddetti ‘alleati’ preparavano nuove manovre in territorio cecoslovacco, eravamo certi che una notte ci avrebbe svegliati una nera realtà senza scampo.E infatti così è avvenuto: nella notte tra il 20 e il 21, appena si seppe che lo straniero avanzava con tutta la sua mostruosa ferraglia e calava dal cielo sull’aeroporto praghese, gli amici mi convinsero a partire in fretta, prima che fosse troppo tardi, e a dirigermi per strade marginali e poco battute verso il valico di Rozvadov, che porta a Norimberga. Mi dissero: vattene subito, è meglio per tutti noi, potrai meglio aiutarci di fuori che restando qui, in gabbia.Sembra di fare del pathos, ma il congedo dagli scrittori che erano allora al Castello in subbuglio, pieni di astio per la tracotanza dei falsi ‘alleati’[,] è stato infinitamente triste, e indimenticabile. In soli trent’anni la seconda occupazione, con lo stesso fragore di carri pesanti e la stessa tecnica che russi e tedeschi si trasmettono in una gara di emulazione, e questa volta in nome di una ‘fratellanza’, su cui è ormai posta dai cecoslovacchi una croce. Fratelli: ho finito per odiare questa parola. Correndo in macchina tra le fitte spalliere di boschi della Boemia occidentale, ripensavo alle lunghe, estenuanti discussioni al Castello, durante le quali cercavamo di spiegarci l’insania sovietica; ripensavo agli intellettuali a me cari, che avrebbero ora subìto nuove persecuzioni; ripensavo alla solitudine di questo popolo nel cuore dell’Europa, spezzata in due da una lacerazione irrimediabile. Mi tornava in mente un passo di Jan Procházka nel libro Politica per ognuno, uscito da poco: «Ci dicono che stiamo turbando i rapporti con l’Unione Sovietica e le altre nazioni socialiste, come se contraddicesse il socialismo il fatto che non vogliamo esser sudditi di alcun padrone né padroni di alcun suddito, ma libera terra tra popoli uguali in un mondo giusto. Solo reggendoci sulle nostre gambe, diritti e liberi, possiamo esser buoni amici di amici buoni e disinteressati alleati di alleati disinteressati».Ma a che è servita questa ininterrotta sequela di assicurazioni, di formule cerimoniali, di asserzioni di fede, di ammansimenti? Tutta questa strategia di cautele e di attese e di reiterate profferte di amicizia? Aveva avuto ragione il caricaturista di Literární Listy a raffigurare, in un disegno non pubblicato, Brežnev come un rapace Nembo Kid, che si avventa su Praga. Con la ripresa degli attacchi sui giornali della Santa Alleanza marxista si erano accresciute la diffidenza e l’inquietudine. Il giorno prima dell’invasione correvano oscure notizie sui movimenti degli aggressori ai confini e sul fatto che Dubček era stato convocato d’urgenza da Brežnev e che gli alleati tornavano a esigere che il governo cecoslovacco imbavagliasse la stampa e la televisione, spauracchi dei miopi gerarchi, persuasi che l’umanità debba essere una torpida accolta di servi. È ricominciata, affermavano gli amici, la politica dello spianatoio e del ferro da stiro che livella tutto, risparmiando magari gli anticomunisti, per dissolvere i comunisti dissidenti.Ciò nonostante, e con l’ansia di far presto, mi ero ingegnato di avere un incontro col capo del governo Černík, e questi mi aveva promesso di concedermi un’intervista per L’Espresso. E una vaga promessa avevo ottenuto anche dal segretario di Dubček per un colloquio, se Dubček, dopo la partenza di Ceauşescu da Praga, avesse avuto un momento di calma. A Černík il suo consigliere culturale, uno studioso mio amico, aveva trasmesso le quattro domande che qui riporto, come testimonianza di un’intervista mancata:1. Ho ascoltato alla tv alcuni suoi discorsi, signor Primo Ministro, e ne ho ammirato la tagliente freddezza e il tono concreto. Eppure molti documenti cecoslovacchi di questi mesi peccano di vuota fraseologia. Non le sembra, signor Primo Ministro, che uno dei principali problemi della nuova società cecoslovacca sia quello di liberarsi dalle vuote frasi roboanti?2. Gli ultimi avvenimenti hanno rimesso in luce le connessioni europee della Cecoslovacchia. Qual è la sua opinione, signor Primo Ministro, sul problema Cecoslovacchia-Europa?3. Dallo scorso gennaio il socialismo cecoslovacco sembra riprendere i temi masarykiani dell’umanità e della tolleranza. Vede lei, signor Primo Ministro, un nesso tra la dottrina di Masaryk e il nuovo corso?4. Durante la prima Repubblica i rapporti culturali tra Cecoslovacchia e Francia furono più intensi che tra Cecoslovacchia e Italia, soprattutto a causa del fatto che nel nostro paese regnava il fascismo. Pensa, signor Primo Ministro, che la rinnovata Repubblica, nel clima di libertà, cercherà un avvicinamento più stretto con la Repubblica italiana?Come sembra ozioso tutto questo dinanzi al precipitare delle circostanze. Del resto tutti sentivamo nell’aria che le cose stavano precipitando. Tra i ‘misteri’ della città d’oro c’è anche questo: che le notizie e gli indizi vi si diffondono magicamente, in un attimo. Si sussurrava che i russi, aizzati da Ulbricht e da Gomułka avrebbero fatto di tutto per ostacolare il congresso straordinario del partito. Ci si lamentava che Dubček, troppo fiducioso, non curasse di più la sua incolumità personale: quando si recò a Čierna, gli fu chiesto da redattori della tv di farsi proteggere, date le tradizioni sovietiche, ma egli rispose che gli sembrava superfluo, era pronto a tutto. E come lui il popolo, quasi per scaramanzia, voleva evitare ogni misura precauzionale. D’altronde la coscienza del pericolo non è mai così assoluta, da cancellare del tutto la speranza di salvezza.Ora lo sdegno verso i russi (gli altri occupanti sono considerati cani al guinzaglio) avrà toccato le stelle. Ma già negli ultimi giorni della mia permanenza in Cecoslovacchia si veniva mutando in sordo astio l’indignazione del popolo, sospeso nel vuoto dopo il documento di Bratislava ed esposto, come su un calvario, a salve di calunnie e menzogne. E l’indignazione è macchina di saldezza per questo popolo, un tempo considerato un’accolta di piccoli uomini birrosi e tranquilli, da Biedermeier, di figurette da racconti di Čapek, e oggi interprete di un dramma eroico che desta lo stupore del mondo e maestro nella tecnica della pazienza e della difesa non violenta. Un popolo che gli aggressori tenteranno di sfaldare, giuocando sui vecchi rancori di famiglia tra cechi e slovacchi, rancori che tuttavia si sono assopiti d’incanto nell’ora della minaccia.Ricordo alcune conversazioni del giorno 20, le ultime. Un amico scrittore paragona il comunismo sovietico a una cipolla: «L’abbiamo sfogliata per vent’anni, nonostante il cattivo odore e fingendo che fosse un aroma paradisiaco, nella speranza di giungere un giorno al bulbo, poiché sotto le apparenze negative volevamo toccare la sostanza. E alla fine, con le lacrime agli occhi, ci accorgiamo che anche il bulbo è rozzo e disgustoso». Un romanziere asserisce: «Non tarderanno a lungo, vedrai. Gli ultimi articoli nei loro giornali sono trombe di guerra. Del resto il meccanismo della dittatura totalitaria non ha altra via d’uscita. Un regime-laboratorio che estingue l’intelligenza, riducendo l’uomo a un numero obbediente, come nel romanzo utopistico Noi di Zamjatin, non può consentire che un piccolo popolo, pur restando fedele al socialismo, deragli dai dogmi e dagli schemi di pietra. E, presumendo di essere l’eletto, manipola la verità a suo piacimento e offende ogni diritto e vuol essere per di più riconosciuto protettore e fratello. Che differenza c’è tra Brežnev e Hitler? Ti dirò di più: Hitler ha appreso la tecnica da loro, dai sovietici, i quali furono i primi ad aprire i lager e a far professione di intolleranza».Un poeta mi espone nervosamente una sua forse assurda teoria: «Non mi garba», dice, «questo andirivieni dei capi di paese in paese; questa continua locomozione non promette nulla di buono. Finiranno col prendersi noi e la Jugoslavia e la Romania, giungendo sino ai confini albanesi. Risolveranno tutto in una volta. E sarà la loro fine». Un altro scrittore mi cita un passo profetico d’un giornalista ceco del secolo scorso, Hubert Gordon Schauer, il quale, chiedendosi che cosa sarebbe avvenuto se l’impero austriaco si fosse frantumato e se i tedeschi avessero minacciato la Boemia, scrisse nel 1886 le parole seguenti: «Molti dicono che ci salverebbe la Russia. Ma la Russia è davvero uno Stato amico, sono i russi davvero nostri fratelli, disposti a difenderci ad ogni costo? E se invece ci sacrificassero al germanesimo, se ci barattassero con assoluta freddezza in cambio della Galizia o dei Balcani? E se, per un curioso corso della sorte, fossimo loro assegnati e, come fanno ora coi polacchi, ci russificassero o, come coi bulgari, ci privassero dell’autonomia politica? So che vi sono alcuni, i quali gioiscono a questo pensiero, ma altri che rifuggono dalla russificazione così come dal germanismo, e per i quali il giogo fraterno è altrettanto sgradevole e forse anche più ripugnante di quello straniero. Vi sono uomini i quali, se si presentasse il dilemma: tedeschizzarsi o russificarsi, rifletterebbero con sangue freddo da qual parte verrebbe maggior giovamento culturale…».Il problema è certo cambiato e, dopo l’invasione sovietica, si pone in termini nuovi: né con gli uni né con gli altri. Ecco perché dall’inizio delle manovre e ancor più negli ultimi giorni i cecoslovacchi, con risoluzioni e dibattiti, insistono sulla totale neutralità del paese. Fatto è che per almeno cento anni il ricordo dei russi (per non parlare dei bulgari e dei polacchi) sarà equivalente a quello dei nazisti, e la stella rossa uguale alla croce uncinata: l’inconsulta goffaggine dell’impero sovietico, che si regge sui cingoli e sui cannoni, fingendo di essere eternamente insidiato da eterne controrivoluzioni, ha messo in forse l’esistenza stessa del comunismo in un paese che poteva diventare il modello di una moderna società comunista. A meno che non si debba concludere che democrazia e comunismo siano inconciliabili.Ma, in questo duello tra Davide e Golia, la corazzata ottusità dei sovietici si è scontrata con l’inerme tenacia di un popolo che sa essere saldo e compatto come un muro di piombo, uno dei più caparbi popoli della terra, che non tornerà indietro in nessun caso. C’è da augurarsi che il Golem sovietico dai piedi ferrati abbia il buon senso di ritirarsi e che non perda del tutto la ragione. Se lo straniero dovesse restare nel territorio cecoslovacco, si troverà come nel deserto: la capacità di sabotaggio e di difesa passiva della nazione cecoslovacca è infinita.Siamo agli inizi di una nuova resistenza: scioperi, ostentato disprezzo per gli occupanti, caccia spietata ai collaborazionisti, proliferazione di libere trasmittenti. Una resistenza che si vale delle risorse dei tempi dell’Austria e del periodo del protettorato nazista e si arricchisce di nuovi trucchi e di strabilianti invenzioni, come il colloquio coi carristi stranieri, per insinuare nei loro animi il dubbio, la distruzione di sigle, targhe, numeri e nomi di strade e cartelli, la segnalazione delle auto degli agenti segreti, e riesce talvolta, con una tecnica collaudata nei giorni del nazismo, persino ad avvisare coloro che stanno per essere arrestati. Nella sua Idea di uno Stato austriaco lo storico ceco Palacký (1865) affermò: «Siamo stati prima dell’Austria, saremo ancora dopo di essa». Potremmo sostituire alla parola ‘Austria’ la parola ‘Unione Sovietica’.E tutta la fede nella durata e nella rinascita di questo paese, che non vuol vivere, come diceva Masaryk, «sul conto degli altri, dell’altrui coscienza», non attenua l’angoscia per una situazione che, se durasse troppi anni, farebbe della Cecoslovacchia una muta ombra, uno stagno insidioso ma spento, riducendo la sua vita a parvenza di vita, tarpando i suoi impulsi e immiserendo ancor più la sua economia già immiserita da vent’anni di disastri. Senza pensare ai massacri che deriverebbero da eventuali scoppi di disperata rivolta. Ascoltando ora ogni sera la meravigliosa catena di stazioni cecoslovacche che oppongono la voce della libertà a quella nauseante delle stazioni ‘collaborazioniste’ e ‘piratiche’, ripenso agli amici[,] alle loro parole: «Tu tornerai in Occidente, ma noi… chissà che cosa ci aspetta». Vorrei nominarli ad uno ad uno, tutti coloro vicino ai quali ho trascorso i mesi più caldi della loro rivoluzione, giornalisti e scrittori, quelli che già lavorano nel sottosuolo e organizzano la lotta clandestina e quelli che sono stati rapiti con metodi da Gestapo. Vorrei rassicurarli del nostro affetto e della nostra ammirazione, dir loro: voi siete la coscienza del mondo. Ma so che le parole, guaste e caricate da troppi abusi, non valgono più nulla.

Da Le Monde: Ossezia

Tskhinvali, traumatisée par l'attaque géorgienne, se relève avec l'aide des Russes
LE MONDE 21.08.08 14h47 • Mis à jour le 21.08.08 16h36

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TSKHINVALI (Ossétie du Sud) ENVOYE SPÉCIAL
Drôle d'appel au peuple. Mercredi 20 août, en début de soirée, une voiture de la milice sillonne les rues de Tskhinvali avec un mégaphone à bord. Une voix féminine métallique invite "tous ceux qui ne sont pas insensibles au sort de la patrie" à se rendre, jeudi, au grand concert organisé sur une place de la capitale de l'Ossétie du Sud.
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Il faut venir, dit la voix, "pour dire oui à l'indépendance de la République". Les autorités russes et ossètes misent beaucoup sur cet événement. Il s'agit de montrer le retour à la vie normale, mais aussi de signifier que rien ne sera plus jamais comme avant dans la région séparatiste. Le futur se dessinera certainement dans les bras de la Fédération de Russie, après que le divorce avec la Géorgie eut été définitivement prononcé, de façon unilatérale.
En ville, les militaires et les sauveteurs du ministère des situations d'urgence russe s'affairent pour déblayer, distribuer des cartons de nourriture ou rafistoler des bâtiments. L'électricité manque encore, mais l'eau a commencé à être rétablie, mardi, et coule par intermittence. Tskhinvali n'est ni Stalingrad ni Grozny, mais les dégâts causés par les affrontements des premiers jours, après l'offensive géorgienne du 7 août, sautent aux yeux.
Deux quartiers portent les stigmates des obus : celui de la gare et celui autour du centre culturel juif, réduit en cendres. En écoutant les habitants, qui dépeignent tous les Russes en sauveurs et les Géorgiens en bourreaux, on entend deux histoires différentes : celle des hommes, vécue à l'air libre, et celle des femmes, sous terre ; celle des combattants, civils ou militaires, qui ont défié les troupes géorgiennes avant l'arrivée des Russes, et celle des personnes réfugiées dans les caves des maisons et des immeubles, pendant que toute la ville tremblait sous l'effet des bombardements.
Le quartier juif se trouve à quelques centaines de mètres des bâtiments de l'administration, cibles prioritaires de l'artillerie géorgienne. Difficile de comprendre comment les maisons ont été pulvérisées. Dans ce quartier, rue Eritskaïa, on croirait volontiers au passage d'une tornade. Des bouts de métal tordus, restes de roquette, sont ramassés par les habitants en guise de preuves. Madina Djouïeva, 45 ans, n'a aucun doute là-dessus : "Les Géorgiens voulaient nous tuer." Elle vit à présent chez ses parents, dont la maison est intacte.
Dans le quartier de la gare, moins touché, Larissa Kaboula pourrait parler longtemps de ces quatre jours de pénombre, d'angoisse, de pleurs et de faim. Dès le 7 août, cette coiffeuse de 42 ans s'est réfugiée dans la cave de son immeuble, trois mètres sur un et demi, avec 14 voisins.
"Pendant les premières 24 heures, on n'a même pas pu monter pour récupérer de la nourriture, se souvient-elle. On n'avait que les compotes stockées en bas. On n'a pas dormi, on ne savait plus si c'était le jour ou la nuit. On se disait qu'on allait y passer, mourir ensevelis." Lorsqu'ils sont remontés à la surface - "sauvés par les Russes", insiste Larissa -, deux cadavres calcinés de soldats géorgiens gisaient dans la cour intérieure. Ils s'étaient extirpés trop tard de leur tank, frappé par les Ossètes. Dans cette même cour, à présent, les habitants passent toute la journée ; ils parlent, cuisinent, mangent, s'entraident. Certains n'ont plus de toit ; toutes les vitres ont volé.
Fatima Katchmazouieva, élégante actrice de théâtre de 46 ans, a eu plus de chance que ses parents : son appartement est entier tandis que leur maison a brûlé. Bien qu'ayant vécu plusieurs années à Tbilissi, elle n'éprouve que rancoeur contre les Géorgiens. "Ils se prennent pour du sang pur, des êtres supérieurs", dit-elle sur le ton de l'évidence. On lui dit qu'eux aussi ont été frappés dans leur chair, au cours de cette guerre éclair. "Tant mieux", lâche-t-elle sans hésiter. Elle a vu, bien sûr, les villages géorgiens dévastés, situés entre le long tunnel de Roki, à la frontière des deux Osséties, et les faubourgs de Tskhinvali. Mais elle réserve sa compassion pour ses voisins.
Pourtant, dans ces villages, les rues n'ont plus de pouls. Les maisons incendiées volontairement par des Ossètes pour empêcher tout retour côtoient celles frappées par les obus russes. Personne dans les rues. La destruction est si complète, si méthodique, qu'elle se veut définitive. Elle est surtout impressionnante aux abords de Tskhinvali, là où l'administration pro-géorgienne avait installé ses bureaux. Tbilissi avait tenté de gagner l'attachement des habitants en développant les infrastructures ; ses efforts sont partis en fumée. Le cinéma ultramoderne a été vandalisé et détruit, comme le magasin d'équipements électroniques, la station essence Lukoil ou la succursale de la Bank of Georgia.
Rudolph avance une explication à ces ravages : les Géorgiens auraient tout fait eux-mêmes pour ensuite accuser les Ossètes. Assis devant son immeuble, dans le quartier de la gare, ce militaire ossète âgé de 50 ans tripote un porte-clés et arbore une petite lampe de poche sur sa casquette.
Il y a dix jours de cela, il armait un lance-roquettes portable - "comme celui des talibans en Afghanistan, très efficace !" - contre les tanks géorgiens qui avaient pénétré dans la ville. Il a participé, "comme tous les hommes en âge de tenir une arme", à la défense de Tskhinvali. "On visait les Géorgiens derrière les angles des bâtiments. On a incendié trois de leurs tanks ! J'ai vu au moins 60 soldats tués." Quitter la Géorgie est inéluctable, après le sang versé, dit-il. "Si les deux Allemagnes se sont réunifiées, pourquoi pas les deux Osséties, dans la Fédération de Russie ?"
Piotr Smolar

Segnalazione Nadia Urbinati

L’Italia docile che ha perso dissenso di Nadia Urbinati (La Repubblica, 20 agosto 2008)Sarebbe utile interrogarsi sulla docilità, una qualità che ben rappresenta l’Italia di oggi. Chi detiene il potere politico non è naturalmente amico del dissenso e di chi lo esercita, nemmeno quando al potere vi giunge per vie democratiche e la sua azione di governo è limitata da lacci costituzionali. Grazie al liberalismo, che del potere ha una visione giustamente diffidente e pessimista, le società moderne sono riuscite a imbrigliare le tendenze tiranniche e dispotiche di governi e governanti e infine a eliminare l’uso della violenza dalla politica. Diceva Tocqueville che il diritto e le costituzioni hanno reso la politica dolce perché hanno fatto posto al dissenso. I diritti che tutelano la nostra libertà individuale, non solo quella che ci consente di possedere cose materiali ma anche quella che ci rende sovrani sul nostro corpo e la nostra mente, sono un baluardo imprescindibile contro il potere, anche legittimo. Per questa ragione, una società libera è l’opposto di una società docile. Ma le cose sono più complicate di come se le immagina la teoria. Una società libera ha bisogno del dissenso. Anzi è desiderabile che la diversità di opinioni vi si manifesti e si esprima liberamente perché è grazie a questa diversità che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti può purtroppo stimolare anche una diversa attitudine: può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica. Lo può fare perché e fino a quando i diritti essenziali sono protetti per la grande maggioranza e non si danno quindi ragioni di dissenso. Sono le minoranze il vero problema (o, per l’opposto, la salvezza) delle società democratiche mature, perché sono loro a esprimere dissenso, a rivendicare spazi di azione che non sono in sintonia con quelli della maggioranza – se poi queste minoranze sono per giunta culturali e etniche, non semplicemente di opinione, allora decidere di non ascoltarle e perfino di reprimerle e perseguitarle può non essere visto dall’opinione generale come un problema di violazione di diritti. La società docile non è una società che ha rinunciato ai diritti o che non è più liberale. È invece una società nella quale la maggioranza è soddisfatta del proprio grado di libertà e dei propri diritti e trova fastidioso che ci siano minoranze non domate, non silenziose e omologate, che facciano richieste che non collimano con le proprie (come nel caso di una minoranza religiosa che chiede che il diritto di culto sia rispettato anche quando il culto è diverso da quello della maggioranza) . Società democratica docile, dunque, e per questo autoritaria e paternalista. La docilità è una qualità che si predica degli animali non degli uomini; è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose. Al moto della mano del padrone il cane sa quel che deve fare e lo fa. Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno. Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire. Mentre gli antichi tiranni e monarchi assoluti usavano la tortura e le punizioni esemplari nelle pubbliche piazze, il moderno potere fondato sull’opinione non ha più bisogno di usare la violenza diretta (e se la usa, si guarda bene dal farlo in pubblico); usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di "passiva imbecillità". I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori: in silenzio ad ascoltare e, semmai, giudicare alla fine dello spettacolo con applausi o fischi. La politica come spettacolo non assomiglia a un agone ma a una sala cinematografica. Il dissenso, la virtù forse più importante in una democrazia che si regge sull’opinione mediatica, è tacciato di generare destabilizzazione, offeso e denigrato. Il buon cittadino non dissente, ma segue, accetta e opera con solerte consenso. Una voce fuori del coro è castigata come fosse un’istigazione al terrore; un’opinione che contesta quella della maggioranza è additata come segno di disfattismo. Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che pare essere diventato naturale come l’aria che respiriamo, vogliamo che i sindaci si facciano caporali e accettiamo di buon grado che ci riempiano la vita quotidiana di divieti e consigli (sulle spiagge della riviera romagnola due volte al giorno da un altoparlante fastidioso le autorità ci fanno l’elenco di tutte le cose che non dobbiamo fare per il nostro bene e se "teniamo alla nostra salute"). Come bambini, siamo fatti oggetto della cura da parte di chi ci amministra, e come bambini ben addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizione di spontanea libertà sarebbe semplicemente un insopportabile giogo. La cultura della docilità non pare risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitare il dissenso. Commissioni bipartisan nascono ogni giorno; servono ad abituarci a pensare che l’opposizione deve saper essere funzionale alla maggioranza, diventare un’opposizione gradita alla maggioranza. Un’opposizione che semplicemente si oppone e critica e dissente pare un male da estirpare, il segno di una società non perfettamente doc

Besostri: in ricordo della Primavera di Praga

Cecoslovacchia, quarant’anni dopo
di Felice Besostri

A parte le riflessioni della compagna Castellina sul Manifesto non mi pare che l’anniversario abbia emozionato più di tanto la sinistra italiana i ne abbia animato il dibattito
Eppure quando il freddo di agosto gelò la Primavera di Praga avrebbe dovuto essere chiaro che la sinistra non poteva essere più quella di prima: la reformabilità dall’interno del sistema sovietico era impossibile. Infatti , quando 21 anni dopo il sistema iniziò a sgretolarsi, la sua riforma prese tutt’altra direzione, quella di un capitalismo selvaggio e senza quei correttivi, che nei paesi capitalistici più avanzati, in qualche modo ne limitano gli effetti: un sistema politico democratico ed un sistema legale tendenzialmente imparziale, oltre che una normativa per la trasparenza dei mercati. I beni pubblici sono stati depredati da oligarchi ognuno con la sua protezione politica e spesso il confine tra potere politico, potere economico e criminalità organizzata era ed è molto incerto. Questo intreccio consente di manipolare e, quindi, vincere elezioni solo formalmente libere.
Il fascino di antiche parole d’ordine, come la difesa del campo socialista, hanno impedito che la sinistra italiana trovasse una sua strada autonoma e con 40 anni di anticipo desse il suo contributo alla costruzione di una sinistra europea, che superasse le divisioni degli anni Venti e della Guerra Fredda. Sono convinto che quella riflessione avrebbe dovuto iniziare già dai Fatti ( notare l’espressione anodina e perciò conciliante!) di Ungheria del 1956, ma, non volendo gettare benzina sul fuoco, mi sarei accontentato di un ritardo di soli 22 anni: purtroppo ne abbiamo accumulati altri 40. La storia non si può riscrivere, ma se la conclusione è- caso unico nelle democrazie parlamentari di tutti e cinque i continenti- che la sinistra, da quella socialista a quella antagonista, non sia rappresentata nel Parlamento, le scelte non fatte, le occasioni perdute e la dirigenza complessiva della sinistra abbiano contribuito al bel risultato sotto i nostri occhi! Comprendo le resistenze a prendere atto che il comunismo sovietico avesse fallito, perché nel nostro paese ogni presa di distanza si coniugava con una- a mio avviso non necessaria- deriva moderata, di adattamento al sistema. In Italia non si è stati capaci di passare dell’isolamento filosovietico all’autonomia della sinistra, come nella migliore tradizione socialdemocratica. La sinistra se non è alternativa, che sinistra è? Nella sua alternatività può essere graduale e prudente, stabilire alleanze con forze di centro più moderate, porsi obiettivi intermedi, ma non assimilarsi, in nome della governabilità e del realismo, alle pratiche di potere e di sottobosco del potere di quelle forze, che non si pongono l’obiettivo di cambiare la società, nella quale viviamo. Una sinistra vacanziera che si dimentica l’anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia, si merita che massicciamente, proprio approfittando dell’anniversario, si voglia far passare una analogia tra la Cecoslovacchia del 1968 e la Georgia del 2008, quasi che truppe russe e truppe sovietiche fossero la stessa cosa e che la Primavera di Praga avesse gli stessi obiettivi della Rivoluzione delle Rose. La subordinazione culturale della sinistra è evidente, perché i comunisti difendono o giustificano i russi ed i riformisti, anche quelli socialisti (in maggioranza ), i georgiani: stupefacente da parte di chi ebbe il coraggio di candidare e far eleggere al Parlamento Europeo Jiri Pelikan. Con questa mia riflessione non voglio rinfocolare polemiche, ma mandare un messaggio: la sinistra potrà ritrovare la sua forza se sarà capace di affrontare i nodi del passato e il diverso atteggiamento rispetto agli avvenimenti cecoslovacchi del 1968 è uno di questi nodi

Dal sito del PES


Power in service of ethics
Ieri 20 agosto 2008, 14.53.00 arktika
During last twenty years war for humanitarian reasons has came quite popular in political vocabulary e.g. in Balkans and now with Georgia case. The ideal to use power in the service of ethics is good. The problem is the low level of ethics when US is using her power in world. I remember their actions in Chile to establish dictatorship, their support to killing squads in middle and south America. In 1983, U.S. troops invaded Grenada because it – a tiny island with 110,000 inhabitants - represented a military threat to the USA. In Balkans US made alliances first with Serb leaders (who later came ICTY wanteds) and after with KLA (which before was described as terror organization), al Quida (1st ally then one element in “axis of terror”) etc.
US started to bomb Serbia – without UNSC approval and based purpose-oriented reports from field - supporting separatist movements. Later US repeated the same in Afghanistan and Iraq (again based false reports). Before 9-11, the US was supportive of the Chechen rebels, suddenly after 9-11 radical Islam, was the new enemy. This is regardless of whatever Chechen terrorists were doing to Russia on their own.
In Europe the Kosovo question highlights the core problem of EU - uncritical following of US foreign (cowboy) policy . Some times I ask if it is EU, only UK or ex-Sovjet lapdogs the 51st state of USA. To me it is alarming, that this US policy has been made both during democratic and republican US presidents. Future shows if the change will come with new president, will he change old advisers also. And will US succeed to gain support for these actions either through the use of NATO or by persuading the European Community or the newly emerging states of Central and Eastern Europe to get on side. I hope that change will come and different actors both sides of Atlantic could have debate from more equal base than before.
More about Balkan politics e.g. in BalkanBlog which address is: http://arirusila.wordpress.com

Pandora box opens
Ieri 20 agosto 2008, 12.19.00 arktika
Georgia launched a major military offensive against South Ossetia on Friday in a bid to regain control of its breakaway province. The attack started few hours after declared ceasefire, just before opening Day of Olympics. The death toll can already be as high as 1400 including some Russian peacekeepers.Kosovo’s unilateral proclamation of independence from Serbia last February played a key role in these developments. There may be endless disputes over whether this has created a legal precedent or not, but realpolitik takes its course regardless. The claim of Great (western) Powers that Kosovo is an absolutely unique case showed be a joke almost immediately when UDI based to their orchestration opened the Pandora box.
Moscow and quite a few other capitals considered the move a serious step toward the degradation of international law and the triumph of arbitrary approaches to the resolution of global problems. Nonetheless, Russia has chosen a course of compromise. Russia’s leaders could not ignore what happened in the Balkans, but they chose not respond by recognizing Abkhazia and South Ossetia, even though they believe that after Kosovo was proclaimed independent they had every right to do so.
Pandora box starts to open
Armenian political expert Stepan Grigoryan says that Yerevan should recognize Serbia’s Kosovo province as a precedent for its recognition of Azerbaijan’s Nagorno-Karabakh.
The Silesian Autonomy Movement has sent a petition to Polish Prime Minister Donald Tusk asking him to allow all regional communities to gain autonomy status. If he does not agree, the Silesians say they are ready to raise the issue of separation, according to media reports. The movement officially declares its support for the autonomy of Silesia. The association was founded in 1991 and is based mainly in the Polish part of Upper Silesia.
On May 4, the oil-rich department (province) of Santa Cruz held a vote on autonomy - that is, declaring its independence from the rest of Bolivia. Bolivian government calls the actions of separatist movement as the Kosovo strategy - an American attempt to destabilize a national government it cannot control.
The potentially destabilizing consequences of this precedent have been much discussed with reference to other unhappy portions of other internationally recognized sovereign states with strong separatist movements practicing precarious but effective self-rule, such as Transniestria, Bosnia’s Republika Srpska, the Turkish Republic of Northern Cyprus, Kashmir, Tibet and Kurdistan.
Exit strategy
The root of the problem is that the international community cannot agree on rules for the independence of small regions. Russia said that granting independence to Kosovo would set a dangerous precedent. I agree with those who said, that Kosovo status - as well other conflicts - can be determine only by negotiations, not by imposition.
From my point of view the best exit strategy from Pandora box is to return to Kosovo case from where all today’s development started. The steps forward could be following:
Starting real negotiations between local stakeholders with support interested Great Powers and without determined outcome (which was not the case with Status Talks lead by Ahtisaari nor Troika).
Accepting the deal made by local partners be it anything they can agree.
The international community (and donors) should then support implementation of this deal made by negotiations.
Similar steps could be applied other conflicts also. The possible outcome can be based e.g. to Westphalian order (Westphalian sovereignty is the concept of nation state sovereignty based on two principles: territoriality and the exclusion of external actors from domestic authority structures).
Results can vary from case to case. The form of deal can be e.g. independence with or without partition, federation, confederation, some of autonomy models such as Aland (Province of Finland) or Hong Kong model. At its best the solution can be like”velvet divorce” of the Czechs and Slovaks. And also the worst scenario probably is better than situation today.

Resistenza e libertà

RESISTENZA E LIBERTA’



Qual era il sentimento di tanti giovani che dal 1943 al 1945 parteciparono alla Resistenza partigiana?
Ce lo racconta uno di loro, Giorgio Bocca:

“A ripensarci sessant’anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione. Non la liberazione del 25 aprile 1945, dell’insurrezione, della discesa nella pianura e nelle città, ma la liberazione di ciascuno di noi dal provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo. La prima e più importante cosa che i libri di storia non spiegano, che i documenti non raccontano della guerra partigiana è questo stato d’animo di libertà totale ritrovata proprio negli anni in cui un giovane conosce il suo destino obbligato… quale sarà la sua prevedibile vita, quali vizi dovrà praticare per cavarsela, dove troverà il denaro per campare. E invece, d’improvviso, in un giorno del settembre del ’43, si ritrova totalmente libero, senza re, senza duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio. Libero anche dal denaro e dalla famiglia. Sì, certo, la famiglia e i suoi affetti rimangono, ma che sia ben chiaro, a casa non si torna fin quando dura la meravigliosa avventura della libertà, dell’essere padrone del proprio destino…” (Giorgio Bocca, dalla prefazione a Partigiani della montagna, Feltrinelli 2004).

La Resistenza è stata l’esperienza della libertà ritrovata.
Anche oggi l’Italia ha bisogno di un’esperienza simile.
Qualcuno sta coltivando un giorno dopo l’altro, una legge dopo l’altra, un allarme dopo l’altro, l’ “industria della paura”. Liberiamoci dalla paura. Osiamo di nuovo essere liberi.
Resistenza è libertà.




Circolo A.N.P.I. “F. Vergani” di Brugherio. Cicl. in proprio.

Morire per Tbilisi?

Ferragosto non ha impedito a molti di interrogarsi sulla questione Georgia e sulla posizione politica da assumere verso l'appello dei giovani socialisti della Georgia che abbiamo diffuso e che ha fatto da "detonatore", come si vede dagli interventi messi in fila nel file allegato.La maggior parte degli intervenuti , con articolati ragionamenti , hanno effettuato analisi ed espesso una posizione che potremmo definire di "equidistanza tendenziale" tra l'orso Putin e lo sciagurato Shakadzvili , se mi si perdona la banalizzazione della sintesi su interventi che banali non sono affatto.Si ripropone l'eterno problema degli europei , colti , democratici, spesso socialisti, che aborriscono le dittature imperiali , ma che guardano con diffidenza ai neofiti del culto delle libertà, che sono sempre maleducati, rumorosi e quasi sempre cialtroni tendenti più a delinquere che a progredire . Il georgiano Shakadzvili è già meglio degli impresentabili Kaczinsky , dei torbidi Yushenko e Tymoshenko , forse anche degli inquietanti baltici sempre in odore di razzismo , per non parlare dei serbi in perenne odore di crimine di guerra o dei capibanda albanesi che , novelli Al Capone, cercano di far dimenticare il proprio passato vestendosi con gessato Palermo e facendosi chiamare Predisente invece che boss, ma non vi è dubbio che, fosse un cittadino di un Paese Ue, attirerebbe l'attenzione di polizie e procure come il miele gli orsi .Il mio personale parere è che di fronte all'agosto di Tbilisi e Gori ci si debba comportare come suggeriva dovesse comportarsi un giudice all'inizio del giudizio il grande penalista partenopeo Arangio Ruiz : " Quello che dovete capire subito , senza farsi distrarre da tutte l'ammuina del processo è una sola cosa : Addò sta o'fetiente ? Perchè un fetente c'è sempre e , se come spesso accade , tutti e due sembrano farabutti camorristi , ricordatevi che , nel caso in questione, comunque c'è ne è uno che è più fetente dell'altro. Capito quello , occupatevi delle prove e del diritto ".Non è il metodo che abbiamo applicato , per esempio , nel caso del Vietnam ? Il compagno Giap era un comunista cattivo anche quando combatteva per la sua indipendenza, ma non siamo pentiti di aver scelto lui, in quella occasione, di fronte agli Usa del Tonchino e di MyLay , no ? E se Guantanamo è una vergogna che non considereremo mai abbastanza espiata da Bush e Cheney , non per questo pensiamo che la parte giusta sia quella di Sheik Muhmmad, sottoposto barbaramente al "waterpooling" , ma che resta sempre l'architetto dell'11 settembre e colui che ha decapitato personalmente il giornalista ebreo americano Perle , no ?A me pare non ci siano dubbi nell'individuazione del "fetente maggiore" nel caso in esame .Franco D'Alfonso-- Club Porto-FrancoMilano