Giorgio Bezzecchi è vice-presidente nazionale dell'Opera Nomadi e da anni lavora per la promozione sociale, politica e culturale dei rom a Milano. La sua famiglia vive in un campo a Milano, il padre è stato deportato in un campo di concentramento, a cui fortunatamente è sopravvissuto. Il nonno, deportato in un altro campo non è sopravvissuto. Domani tutta la sua famiglia sarà fotografata e schedata, conformemente alle attuali decisioni del prefetto che prevedono un rilevamento completo di tutti i rom residenti nel territorio milanese. E' stato deciso un rilevamento di identità da parte della polizia su base esclusivamente etnica.
Per inviare messaggi di solidarietà è importante scrivere sia all'indirizzo dell'opera nomadi di Milano, sia della cooperativa Romano Drom, di cui Giorgio è presidente.segreteria@operanomadimilano.orgROMANDROM@libero.it
Testo della lettera di Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor civico):
Prossimo intervento differenziale per cittadini Italiani ( censimento fotografico e schedatura-Polizia), domani mattina, presso il campo comunale di via Impastato a Milano (famiglie Bezzechi).
Sono passati sessant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista "La difesa della razza" di Guido Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo di tempo in un ordine esplicito di "internamento degli zingari italiani" in campi di concentramento (Circ.Bocchini 27/04/41), quei "campi del Duce" di cui in Italia si è preferito perdere la memoria.
"RICORDARE PER NON DIMENTICARE"
Sono passati sessant'anni, ma le preoccupazioni, la percezione del pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICI SONO GLI STESSI DI OGGI.
E' agghiaciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, a Milano.
Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.
NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni è giustificata ( VERGOGNA)........
Mi appello alla società civile,chiedo un sostegno per le comunità di rom e sinti Milanesi.............voci dal silenzio........
Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre,CITTADINO ITALIANO, che ha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in campo concentrazionale italiano (Tossicia).................mio nonno deportato a Birkenau e uscito dal camino................VERGOGNA
MI VERGOGNO,IN QUESTO MOMENTO, DI ESSRE CITTADINO ITALIANO E CRISTIANO.................
Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a Milano ed in Italia ,di URLARE il proprio dissenso per questa politica razzista,incivile e becera.
RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi e domani..............................
Milano,05/06/2008
Rag. Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor civico)
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
giovedì 5 giugno 2008
segnalazione: alessandro litta modignani sull'opinione
Violenze alla lingua italiana
Se definissimo il Papa “Cattolicista” ?
di Alessandro Litta Modignani
Ha ragione Mario Monti quando fa notare sul Corriere della Sera che la parola “mercatista” non sta scritta in nessun vocabolario della lingua italiana. E’ un recente neologismo, inventato di sana pianta da coloro che, nell’epoca della globalizzazione, temono gli eccessi del libero mercato e auspicano un maggiore intervento dello Stato nell’economia e nel commercio internazionale. Giulio Tremonti, il cui ultimo libro riscuote grande successo, è il principale artefice di questa linea di politica economica, che i liberisti - ribattezzati appunto “mercatisti” - giudicano sbagliata e pericolosa.
Analogamente, durante gli anni del craxismo, andava di moda il termine “decisionista”, che altrettanto non significa nulla. Solo in un paese dalla vita pubblica inconcludente, bloccato dalla paralisi politica e amministrativa e incapace di riforme modernizzatici, l’aggettivo “decisionista” poteva incontrare tanta fortuna, quasi che il fatto in sé di prendere una decisione - non importa quale - fosse più importante del merito della decisione stessa.
Anche la Chiesa e il mondo cattolico non sfuggono a questa tentazione, forse non demoniaca ma certo mistificatoria. Il termine “laicista” è entrato di prepotenza nel linguaggio pubblico di questo decennio e viene ripetuto in modo martellante e ossessivo. Certo esiste una laicità liberale – fondata sul principio “libera Chiesa in libero Stato” – e una laicità illiberale, la cui massima espressione è stato il comunismo (che poi, a ben vedere, altro non è che una scimmiottatura del cristianesimo). Anche il nazionalismo è una forma di fanatismo laico e illiberale, da combattere al pari di tutte le ideologie totalitarie. Ma “laicista”, per favore, cosa vuol dire ?
Per rispondere a questa domanda, venne in soccorso un paio d’anni fa l’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini. Lo Stato è laico se riconosce il valore positivo della religione, sostiene Casini, altrimenti è laicista. Ma questa è una definizione di comodo, assolutamente falsa e arbitraria. Per essere autenticamente laico, lo Stato liberale deve essere rigorosamente neutro rispetto al fenomeno religioso: né favorevole, né contrario. Solo così esso tutela la libertà di credenti, non credenti e diversamente credenti. Se lo Stato è contrario alla religione, non è liberale; se è favorevole, non è laico, altrimenti i non credenti verrebbero automaticamente declassati a cittadini di serie B, almeno sotto il profilo culturale e valoriale.
Quando lo stesso Papa Ratzinger parla di “sana laicità”, tenta di nascondere, sotto l’ambiguità del linguaggio, la pericolosità del suo disegno politico. La laicità non può essere giudicata sana o non sana sulla base del giudizio espresso dal capo di una confessione religiosa, perché altrimenti si verifica una contraddizione in termini – fra “laico” e “religioso” - che infatti pesa come un macigno sulla vita pubblica italiana.
Chi difende il libero mercato, è un mercatista ? Chi difende la laicità, è un laicista ? Tutto ciò è ridicolo. Forse un modo di reagire potrebbe essere quello di definire il capo della Chiesa cattolica… un “cattolicista”. E’ una provocazione, certo, ma magari potrebbe servire a svelare l’inganno che si cela dietro l’uso distorsivo delle parole e delle idee.
Se definissimo il Papa “Cattolicista” ?
di Alessandro Litta Modignani
Ha ragione Mario Monti quando fa notare sul Corriere della Sera che la parola “mercatista” non sta scritta in nessun vocabolario della lingua italiana. E’ un recente neologismo, inventato di sana pianta da coloro che, nell’epoca della globalizzazione, temono gli eccessi del libero mercato e auspicano un maggiore intervento dello Stato nell’economia e nel commercio internazionale. Giulio Tremonti, il cui ultimo libro riscuote grande successo, è il principale artefice di questa linea di politica economica, che i liberisti - ribattezzati appunto “mercatisti” - giudicano sbagliata e pericolosa.
Analogamente, durante gli anni del craxismo, andava di moda il termine “decisionista”, che altrettanto non significa nulla. Solo in un paese dalla vita pubblica inconcludente, bloccato dalla paralisi politica e amministrativa e incapace di riforme modernizzatici, l’aggettivo “decisionista” poteva incontrare tanta fortuna, quasi che il fatto in sé di prendere una decisione - non importa quale - fosse più importante del merito della decisione stessa.
Anche la Chiesa e il mondo cattolico non sfuggono a questa tentazione, forse non demoniaca ma certo mistificatoria. Il termine “laicista” è entrato di prepotenza nel linguaggio pubblico di questo decennio e viene ripetuto in modo martellante e ossessivo. Certo esiste una laicità liberale – fondata sul principio “libera Chiesa in libero Stato” – e una laicità illiberale, la cui massima espressione è stato il comunismo (che poi, a ben vedere, altro non è che una scimmiottatura del cristianesimo). Anche il nazionalismo è una forma di fanatismo laico e illiberale, da combattere al pari di tutte le ideologie totalitarie. Ma “laicista”, per favore, cosa vuol dire ?
Per rispondere a questa domanda, venne in soccorso un paio d’anni fa l’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini. Lo Stato è laico se riconosce il valore positivo della religione, sostiene Casini, altrimenti è laicista. Ma questa è una definizione di comodo, assolutamente falsa e arbitraria. Per essere autenticamente laico, lo Stato liberale deve essere rigorosamente neutro rispetto al fenomeno religioso: né favorevole, né contrario. Solo così esso tutela la libertà di credenti, non credenti e diversamente credenti. Se lo Stato è contrario alla religione, non è liberale; se è favorevole, non è laico, altrimenti i non credenti verrebbero automaticamente declassati a cittadini di serie B, almeno sotto il profilo culturale e valoriale.
Quando lo stesso Papa Ratzinger parla di “sana laicità”, tenta di nascondere, sotto l’ambiguità del linguaggio, la pericolosità del suo disegno politico. La laicità non può essere giudicata sana o non sana sulla base del giudizio espresso dal capo di una confessione religiosa, perché altrimenti si verifica una contraddizione in termini – fra “laico” e “religioso” - che infatti pesa come un macigno sulla vita pubblica italiana.
Chi difende il libero mercato, è un mercatista ? Chi difende la laicità, è un laicista ? Tutto ciò è ridicolo. Forse un modo di reagire potrebbe essere quello di definire il capo della Chiesa cattolica… un “cattolicista”. E’ una provocazione, certo, ma magari potrebbe servire a svelare l’inganno che si cela dietro l’uso distorsivo delle parole e delle idee.
segnalazione: marina morpurgo su almirante
da Metro
Il neosindaco di Roma, Alemanno, ha proposto di intitolare una strada a Giorgio Almirante, defunto leader missino, ai tempi alto funzionario della Repubblica di Salò. Ma ha precisato: solo se la comunità ebraica sarà d’accordo.
Antefatto: al momento della scarcerazione di Erich Priebke, detenuto per il massacro delle Fosse Ardeatine, l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella disse: “Se fossi un membro della comunità ebraica sarei indignato”.
Sembra, quasi, che il problema del fascismo abbia riguardato solo gli ebrei. Alle Fosse Ardeatine furono uccise 335 persone, gli ebrei erano 75: gli altri erano oppositori politici, detenuti comuni, gente che passava per caso. E anche Almirante, era un problema ebraico? Certo la repubblica di Salò si accanì in modo particolare sulla popolazione israelita, ma le fucilazioni di partigiani, la caccia ai disertori, le razzie non risparmiarono nessuno.
E allora perché queste dichiarazioni? Siamo in molti a non vederle come un riguardo verso gli ebrei italiani, ma come un tentativo – purtroppo riuscito – di banalizzare la storia in nome di una fantomatica “riconciliazione” di memorie. L’idea che passa, in questo modo, è che l’unica macchia del fascismo furono le leggi razziali (che certo ne furono il prodotto più abietto, ma non l’unico: ed erano scritte nel suo Dna) mentre tutto il resto erano peccati veniali: le leggi liberticide, le bastonature, il confino, le sconsiderate avventure africane.
Se Alemanno mi chiede il permesso, io gli dico un “no” secco. Ma glielo dico da cittadina della repubblica italiana, prima che da ebrea.
Il neosindaco di Roma, Alemanno, ha proposto di intitolare una strada a Giorgio Almirante, defunto leader missino, ai tempi alto funzionario della Repubblica di Salò. Ma ha precisato: solo se la comunità ebraica sarà d’accordo.
Antefatto: al momento della scarcerazione di Erich Priebke, detenuto per il massacro delle Fosse Ardeatine, l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella disse: “Se fossi un membro della comunità ebraica sarei indignato”.
Sembra, quasi, che il problema del fascismo abbia riguardato solo gli ebrei. Alle Fosse Ardeatine furono uccise 335 persone, gli ebrei erano 75: gli altri erano oppositori politici, detenuti comuni, gente che passava per caso. E anche Almirante, era un problema ebraico? Certo la repubblica di Salò si accanì in modo particolare sulla popolazione israelita, ma le fucilazioni di partigiani, la caccia ai disertori, le razzie non risparmiarono nessuno.
E allora perché queste dichiarazioni? Siamo in molti a non vederle come un riguardo verso gli ebrei italiani, ma come un tentativo – purtroppo riuscito – di banalizzare la storia in nome di una fantomatica “riconciliazione” di memorie. L’idea che passa, in questo modo, è che l’unica macchia del fascismo furono le leggi razziali (che certo ne furono il prodotto più abietto, ma non l’unico: ed erano scritte nel suo Dna) mentre tutto il resto erano peccati veniali: le leggi liberticide, le bastonature, il confino, le sconsiderate avventure africane.
Se Alemanno mi chiede il permesso, io gli dico un “no” secco. Ma glielo dico da cittadina della repubblica italiana, prima che da ebrea.
segnalazione: anche oggi fa bene rileggere carlo rosselli
LA LEZIONE DI CARLO ROSSELLI
I MIEI CONTI COL MARXISMO
di Carlo Rosselli
[da "Socialismo liberale"] Parigi, Anno 1930
Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo -
Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procedendo per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali ” e i non meno famosi “sussidi di note ”.
Intanto, chi sono. Sono un socialista.
Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:
i.Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.
ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.
iii.Che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.
iv.Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.
iv.Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).
vi.Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.
vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.
viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.
ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.
x.Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.
xi.Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.
xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.
xiii.Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.
Le tesi sono tredici.
Il tredici porta fortuna.
Chi vivrà vedrà.
I MIEI CONTI COL MARXISMO
di Carlo Rosselli
[da "Socialismo liberale"] Parigi, Anno 1930
Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo -
Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procedendo per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali ” e i non meno famosi “sussidi di note ”.
Intanto, chi sono. Sono un socialista.
Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:
i.Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.
ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.
iii.Che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.
iv.Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.
iv.Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).
vi.Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.
vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.
viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.
ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.
x.Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.
xi.Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.
xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.
xiii.Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.
Le tesi sono tredici.
Il tredici porta fortuna.
Chi vivrà vedrà.
segnalazione: la signoria moratti di Giovanni Colombo
E' iniziato l'anno III della Signoria Moratti (la Signoria dei brutti... tanto sono ricchi, tanto sono brutti...).La Signora ha il vento in poppa. Con la vittoria dell'Expo si è già guadagnata la rielezione. Sarà sindaco fino al 2016.Noi, salvo miracoli, saremo opposizione fino a quel dì. Ma non è l'opposizione che mi fa paura.E' l'insignificanza. Ho paura di finire brodino di pastina.Uso questa immagine perchè nei prossimi anni la nostra politica è destinata a diventare una grande cucina.... Infatti: 1) il tema dell'Expo èl'alimentazione; 2) parlando di alimentazione si parla anche di slow food, una delle più geniali invenzioni degli ultimi decenni (riscoprire i sapori di una volta, le cucine di territorio, i prodotti genuini); 3) dopo lo slow food, tocca a noi inventare la slow politics (ho già trovato l'ideologo, l'amico Alfio Mastropaolo, prof. di scienza politica all'Università di Torino).Quant' è buona la slows politics... La politica genuina, non quella drogata e manipolata dai media, ma quella prodotta dal colloquio conviviale (leriunioni diventino cene). La politica lenta, non quella veloce che spacca la città, ma quella che cerca passo dopo passo una totalità. La politicaequilibrata perchè cotta a puntino: "Né asfissiati da estremo centralismo né assiderati per estremo individualismo. Né uno può pensare di essere tutti,né ciascuno può credere di essere il tutto. Solo la diversità e lunità sono una totalità".Quant'è valente il politico-cuoco... Inventa ricette. I suoi occhi vedono colori invisibili, la sua bocca ha l'acquolina per gusti immaginari. Ilpasto che non è ancora preparato già vive in lui, è padrone del suo corpo e lo spinge a prendere, tagliare, mescolare, arrostire, friggere, bollire. Ilpolitico-cuoco vive di futuro e lo anticipa con le sue parole e la sua azione intorno ai fornelli.In sintesi: è il momento della Signora, niente da dire. Ma il domani è della slow politics. Il crudo diventerà cotto, il mondo diventerà cibo, parola delvostro Giovanni
pescati nella Rete: Mauro zani
DemocraticieSocialisti
Ieri 4 giugno 2008, 18.05.05
Sant’Uffizio - di Mauro Zani
Ieri 4 giugno 2008, 18.04.38 redazione
Tra gli ex DS qualcuno ricorderà la contesa aperta nel corso del congresso di scioglimento sul socialismo europeo. Ricordo l’accusa che fu reiterata nei confronti di chi denunciava la voluta ambiguità con la quale nelle tesi di maggioranza si affrontava la questione dell’appartenenza al campo del socialismo europeo.Sollevate un problema che non esiste, si diceva. E lo fate per ragioni del tutto strumentali. Adesso su Europa, Castagnetti, che non é proprio persona solita ad avanzare incaute prospettive, spiega che neppure la possibilità che il gruppo socialista nel PE cambi il proprio nome per definirsi come “gruppo parlamentare dei democratici e dei socialisti” può dar luogo ad un’adesione del PD italiano. Parole chiare. Meno chiara e comunque meno scontata appare invece l’affermazione secondo cui “dovremo essere liberi da ogni vincolo di parentela continentale”. Mi sembra più probabile almeno un raccordo con il gruppo liberaldemocratico. E comunque a questo punto me lo auguro dato che Castagnetti cita, in positivo, Tony Blair secondo cui “la fede religiosa sarà per il 21esimo secolo quello che l’ideologia è stata per il 20esimo”. Magnifica prospettiva e grande balzo. Corrisponde ad una resa della politica. Senza condizioni. Cari democratici se proprio schifate un’ipotesi demosocialista (che peraltro sarebbe tutta da conquistare) é meglio accasarsi nella liberaldemocrazia europea. E fermarsi lì. Altrimenti non vi resta che attendere le direttive del Sant’Uffizio. O come si chiama adesso.
Ieri 4 giugno 2008, 18.05.05
Sant’Uffizio - di Mauro Zani
Ieri 4 giugno 2008, 18.04.38 redazione
Tra gli ex DS qualcuno ricorderà la contesa aperta nel corso del congresso di scioglimento sul socialismo europeo. Ricordo l’accusa che fu reiterata nei confronti di chi denunciava la voluta ambiguità con la quale nelle tesi di maggioranza si affrontava la questione dell’appartenenza al campo del socialismo europeo.Sollevate un problema che non esiste, si diceva. E lo fate per ragioni del tutto strumentali. Adesso su Europa, Castagnetti, che non é proprio persona solita ad avanzare incaute prospettive, spiega che neppure la possibilità che il gruppo socialista nel PE cambi il proprio nome per definirsi come “gruppo parlamentare dei democratici e dei socialisti” può dar luogo ad un’adesione del PD italiano. Parole chiare. Meno chiara e comunque meno scontata appare invece l’affermazione secondo cui “dovremo essere liberi da ogni vincolo di parentela continentale”. Mi sembra più probabile almeno un raccordo con il gruppo liberaldemocratico. E comunque a questo punto me lo auguro dato che Castagnetti cita, in positivo, Tony Blair secondo cui “la fede religiosa sarà per il 21esimo secolo quello che l’ideologia è stata per il 20esimo”. Magnifica prospettiva e grande balzo. Corrisponde ad una resa della politica. Senza condizioni. Cari democratici se proprio schifate un’ipotesi demosocialista (che peraltro sarebbe tutta da conquistare) é meglio accasarsi nella liberaldemocrazia europea. E fermarsi lì. Altrimenti non vi resta che attendere le direttive del Sant’Uffizio. O come si chiama adesso.
mercoledì 4 giugno 2008
pescati nella rete: giorgio ruffolo e veltroni
dal sito www.aprileonline.info
I secoli contati del capitalismo
Franco Bianco, 03 giugno 2008, 13:57
L'analisi Intervenendo alla presentazione dell'ultimo libro di Giorgio Ruffolo, Walter Veltroni cade in contraddizione quando, pur condividendo la diagnosi di pericolo di catastrofe ambientale che incombe sull'umanità, continua a proporre "la crescita" come strumento di avanzamento delle società
Lo scorso 26 maggio c'è stato un intervento interessante di Veltroni, in occasione di una presentazione del bel libro di Ruffolo "Il capitalismo ha i secoli contati" (l'intervento è visibile al sito Http://www.democratica.tv/video/4448 ).
Veltroni dice le cose più interessanti quando ripercorre gli argomenti che il libro di Ruffolo descrive con la maestria espositiva e la profondità di pensiero che gli ottanta e passa anni di età non hanno minimamente offuscato.Cade però in grandissima contraddizione quando, pur dicendo di condividere la diagnosi di pericolo di catastrofe ambientale che incombe sull'umanità, continua a proporre "la crescita" come strumento - necessario, a suo parere - di avanzamento delle società, e specialmente delle fasce e delle popolazioni più deboli: parla Veltroni, testualmente, di "crescita del prodotto, crescita sociale, crescita ambientale", facendo una certa confusione di termini (per "crescita ambientale" credo voglia intendere crescita del rispetto per l'ambiente, ma come questo sia compatibile con la crescita del prodotto non è dato sapere, perché questo richiederebbe delle rivoluzioni sia di pensiero che tecnologiche che non sono nemmeno accennate né visibili). Ancora: Veltroni auspica che "la politica" (in questo è allineato a quanto dice Tremonti nel suo libro "La paura e la speranza") intervenga a regolare il capitalismo, ma non si capisce come questo sia possibile data la debolezza della politica e degli stessi Stati nazionali rispetto alla potenza finanziaria soverchiante del capitalismo globalizzato; né d'altra parte - Ruffolo stesso lo ha più volte affermato nei suoi scritti - il capitalismo stesso possiede alcuna capacità di auto-regolamentazione, che è una favola che vale solo per i gonzi e che la natura e la storia del capitalismo - specialmente quello degli ultimi decenni - smentiscono totalmente.Eppure un cambiamento di rotta non avverrà se non a seguito di una esplosione catastrofica dei problemi sociali ed ambientali (che lo stesso Veltroni dice di temere, sulla scia di Ruffolo): il pessimismo al riguardo è incoercibile, perché il potere è tutto dalla parte del capitalismo e questo non ha la lungimiranza di cambiare strada se non costrettovi.
I secoli contati del capitalismo
Franco Bianco, 03 giugno 2008, 13:57
L'analisi Intervenendo alla presentazione dell'ultimo libro di Giorgio Ruffolo, Walter Veltroni cade in contraddizione quando, pur condividendo la diagnosi di pericolo di catastrofe ambientale che incombe sull'umanità, continua a proporre "la crescita" come strumento di avanzamento delle società
Lo scorso 26 maggio c'è stato un intervento interessante di Veltroni, in occasione di una presentazione del bel libro di Ruffolo "Il capitalismo ha i secoli contati" (l'intervento è visibile al sito Http://www.democratica.tv/video/4448 ).
Veltroni dice le cose più interessanti quando ripercorre gli argomenti che il libro di Ruffolo descrive con la maestria espositiva e la profondità di pensiero che gli ottanta e passa anni di età non hanno minimamente offuscato.Cade però in grandissima contraddizione quando, pur dicendo di condividere la diagnosi di pericolo di catastrofe ambientale che incombe sull'umanità, continua a proporre "la crescita" come strumento - necessario, a suo parere - di avanzamento delle società, e specialmente delle fasce e delle popolazioni più deboli: parla Veltroni, testualmente, di "crescita del prodotto, crescita sociale, crescita ambientale", facendo una certa confusione di termini (per "crescita ambientale" credo voglia intendere crescita del rispetto per l'ambiente, ma come questo sia compatibile con la crescita del prodotto non è dato sapere, perché questo richiederebbe delle rivoluzioni sia di pensiero che tecnologiche che non sono nemmeno accennate né visibili). Ancora: Veltroni auspica che "la politica" (in questo è allineato a quanto dice Tremonti nel suo libro "La paura e la speranza") intervenga a regolare il capitalismo, ma non si capisce come questo sia possibile data la debolezza della politica e degli stessi Stati nazionali rispetto alla potenza finanziaria soverchiante del capitalismo globalizzato; né d'altra parte - Ruffolo stesso lo ha più volte affermato nei suoi scritti - il capitalismo stesso possiede alcuna capacità di auto-regolamentazione, che è una favola che vale solo per i gonzi e che la natura e la storia del capitalismo - specialmente quello degli ultimi decenni - smentiscono totalmente.Eppure un cambiamento di rotta non avverrà se non a seguito di una esplosione catastrofica dei problemi sociali ed ambientali (che lo stesso Veltroni dice di temere, sulla scia di Ruffolo): il pessimismo al riguardo è incoercibile, perché il potere è tutto dalla parte del capitalismo e questo non ha la lungimiranza di cambiare strada se non costrettovi.
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