martedì 30 dicembre 2008

felice besostri: noi di sinistra, israele e la palestina

I fatti recenti in Israele/Palestina dalla rottura della tregua alla massiccia e violenta rappresaglia israeliana scuotono sia le piazze del mondo arabo che la coscienza di ciascuno di noi, che ne siamo spettatori senza la possibilità di essere, non dico protagonisti, ma soggetti attivi, cioè in grado di influire, sia pure in forma limitata, sugli avvenimenti.

C’è una differenza fondamentale tra due campi dell’opinione pubblica, che non è quella tra filo-palestinesi e filo-israeliani, bensì tra tutti i filo da un lato e dall’altro tutti coloro che hanno a cuore i due popoli e le singole persone, che li compongono.

Questa divisione è trasversale, ma particolarmente acuta nella sinistra e nelle coscienze individuali, di chi della sinistra fa parte.

C’è una forma sottile dell’antisemitismo, quella per cui gli ebrei – e per traslazione gli israeliani – non solo sono diversi dagli altri, ma lo devono essere nel bene e nel male, anzi più nel male che nel bene.

Agli ebrei e, particolarmente, agli ebrei israeliani non si perdona nulla o si giustifica tutto in nome della loro storia, dalle persecuzioni che hanno patito alle esigenze di sicurezza.

La sicurezza per gli israeliani non è semplicemente essere al riparo dalle violenze del terrorismo, ma garanzia di potere sopravvivere come popolo e come Stato in quell’area del Medio-Oriente.

I palestinesi, come ogni popolo della terra, hanno diritto alla loro identità ed all’autodeterminazione, allo sviluppo ed alla dignità collettiva ed individuale: in tutta la Palestina, ma soprattutto nella Striscia di Gaza, non ne possono godere.

Il dramma, che allo stato appare insuperabile, è che le reciproche esigenze non possano essere soddisfatte, che con la negazione totale e radicale dell’altro.

Per Hamas la creazione di uno Stato Palestinese richiede l’annientamento dell’”entità sionista” e lo stato futuro dovrebbe essere retto dalla sharia: uno stato dove non ci sarà spazio per gli israeliani ma neppure per gli arabi cristiani.

Per settori israeliani l’unica sicurezza concepibile consiste non solo nell’erezione di muri invalicabili, ma nella deportazione fuori dai confini di Israele della popolazione araba, compresa quella araba di nazionalità israeliana: una sicurezza ossessiva troppo simile ad un’ideologia totalizzante, come la purezza della razza.

Se il dilemma è questo, dobbiamo confessare la nostra impotenza e quindi schierarsi da una parte o dall’altra.

Questa scelta di campo significa anche non poter andare troppo nel sottile nel scegliersi la compagnia. Per tutti quelli che comunque ritengono intollerabile la scomparsa di Israele e l’annientamento del suo popolo, stare in compagnia di ex o post-fascisti di recente convertiti alla causa di Israele.

Per chi è preoccupato delle sorti del popolo di Palestina essere complice del fanatismo integralista, dei terroristi e nel migliore dei casi tacere sul regime iraniano.

Per chi ha coscienza non si può rimanere indifferenti rispetto all’umiliazione quotidiana dei palestinesi ed alle vittime civili delle rappresaglie israeliane, che non si possono liquidare come effetti collaterali, un prezzo comunque da pagare, come delle vittime israeliane dei kamikaze e delle loro bombe sugli autobus, nei mercati e nei luoghi di ritrovo.

L’indifferenza non si può giustificare con il fatto che gli avvenimenti sono visibili in presa diretta e perciò vissuti come manipolazione dell’opinione pubblica.

Al Jazeera ha allestito un secondo canale esclusivamente dedicato alle rappresaglie israeliane e alle vittime palestinesi con l’effetto di moltiplicare la collera delle masse arabe in contrasto con l’inerzia dei loro governi.

Cosa cambia rispetto ai fatti che non abbiamo gli stessi reportage dei massacri nel Sud Sudan o che i genocidi del Ruanda sono stati perpetrati lontano dalle telecamere?

Il fatto grave è la copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese o non, piuttosto, che in questo nostro villaggio globale le violenze in altre parti del mondo non abbiano, non possano avere o non interessa avere una copertura mediatica?

Fossimo soltanto degli impassibili analisti potremmo ridurre l’impatto emotivo contestualizzando i sanguinosi avvenimenti: ci saranno le elezioni in Israele e la strategia di Hamas è dettata non dalla dirigenza locale, bensì da quella in esilio e pertanto sotto l’influenza, se non il controllo, degli Hezbollah libanesi e dei loro patron siriani e libanesi. Sono cose ovvie, ma non riducono il dolore delle madri delle vittime o la disperazione dei sopravvissuti alla distruzione delle proprie case o dei familiari di chi è stato colpito da un razzo Qassam.

La protesta degli amici di Israele contro la sproporzione della reazione militare potrebbe essere più forte ed influente, se gli amici dei palestinesi non tacessero sui lanci dei razzi, sulla detenzione del sergente Shalit, diventata uno spettacolo teatrale, sugli atti di terrorismo, sui massacri di prigionieri o sulle esecuzioni sommarie di presunti collaboratori, per non fare che alcuni esempi, o sulla mancanza di libertà civili e sulla corruzione delle autorità politiche ed amministrative palestinesi o sulle manifestazioni di giubilo ogni volta che vi siano vittime israeliane o di ebrei, anche al di fuori della zona di conflitto.

Chi crede nella possibilità,per quanto remota, di una futura possibile convivenza ed uno sviluppo economico e sociale in Israele e Palestina, che soltanto la pace o una tregua duratura possono garantire, deve continuare a testimoniare.

L’alternativa è tacere e, perciò, richiudersi nelle proprie contraddizioni, in altre parole abdicare, cioè rinunciare alle proprie idee di libertà e giustizia.

Questo prezzo non dobbiamo essere disposti a pagarlo, tanto più ora in questi drammatici momenti.

Felice Besostri

11 commenti:

paolo bagnoli ha detto...

Caro Felice,

le tue osservazioni sono di buon senso.Vengo al nicciolo del problema:poichè sono da sempre convinto delle ragioni di legittimità di Israele ad esistere come Stato,chi è di sinistra in Italia deve cercare di non lasciare sola la sinistra israeliana.Cosa già avvenuta in passato;anche per colpa di noi del Psi e bene fece Aniasi a promuovere la Sinistra per Israele.Lo Stato di Israele,come tutti gli Stati,non sempre fa cose giuste,ma si trova sempre più a dover fronteggiare iniziative terroristiche di chi ne vuole l'estinzione e,quindi,nella necessità di rispondere in maniera decisa.Tra l'altro,alla guerra ci sè sempre stato costretto,fin dalla nascita.Se non vogliamo trovarci a fianco dei post-fascisti italiani oggi tutti filoisraeliani,facciamo il nostro dovere di essere solidali con le scelte dei socialisti israeliani se,poi,anche altri sono d'accordo tanto meglio.Il popolo palestinese non è vittima di Israele,ma di talune sue dirigenze ciniche,irresponsabili ed oggi allineati al disegno lucido e minaccioso degli iraniani.Questa è la verità,così come è vero che solo la sicurezza d'Israele potrà dare ai palestinesi quello Stato cui giustamente aspirano e che avrebbero avuto già da molto tempo se nel 1948 non avessero respinto la decisione delle Nazioni Unite.Certo che tutto è straziante,ma devo dire che non mi piace nemmeno l'informazione che sta dando la nostra Tv che ci rappresenta una guerra a senso unico:di Israele contro i palestinesi.I pregiudizi sono dure a morire.Ho sentito le dichiarazioni "di scuola" di Fassino ed ho capito che oggi Israele rischia davvero di vedere capite le proprie esistenziali ragioni solo dalla famiglia finiana.Che tragedia! E cosa possiamo noi fare? Intanto non avere paura delle nostre idee.Io ho detto la mia.

Grazie per lo spunto dovuto alla tua riflessione. Cordialmente

PAOLO BAGNOLI

luciano belli paci ha detto...

Caro Paolo, il tuo intervento, che sottoscrivo, mi spinge a condividere con i rosselliani la riflessione che ho trasmesso ieri alla mailing list della Sinistra per Israele.
Purtroppo è un po' lunga. Spero di non annoiarvi.
Cari saluti e auguri di buon anno.

Luciano

Da: Studio Legale Belli Paci [mailto:belli.paci@tiscali.it]
Inviato: lunedì 29 dicembre 2008 20.52
A: sinistraperisraele@yahoogroups.com
Oggetto: Gaza, guerra e pace



Come hanno osservato già altri interventi, siamo sovrastati da un senso di ineluttabilità e di ripetitività di eventi già vissuti, che ci fa sentire impotenti e ci spingerebbe al silenzio.
Tuttavia alcune cose, da militanti della Sinistra per Israele, secondo me possiamo e forse dobbiamo dirle.
Faccio un passo indietro.
1943-1944: bombardamenti su Milano. Nel 2004 la Provincia di Milano, allora retta dal centrodestra, promosse una mostra alla Rotonda della Besana intitolata "Bombe sulla città. Milano in guerra". La mostra, fortemente voluta e finanziata dall'allora assessore all'istruzione Paola Frassinetti, di AN (corrente Destra Sociale), oggi parlamentare del PdL, rievocava i bombardamenti fatti dagli anglo-americani mettendo ovviamente in evidenza gli episodi più dolorosi, come la strage dei 200 bambini della scuola di Gorla. La documentazione di quegli orrori era accompagnata dalla stampa e dal materiale di propaganda dell'epoca, tra cui spiccavano manifesti, volantini e mi pare anche francobolli della RSI che incitavano alla lotta contro "i nostri nemici" - gli anglo-americani - responsabili di quei terribili bombardamenti.
Mi stupii allora della mancanza di reazioni. Migliaia di studenti vennero portati a visitare quella mostra senza che nessuno obiettasse che mancava completamente il contesto storico, che non si diceva chi aveva voluto e iniziato la guerra, né si diceva che l'uso dei bombardamenti per terrorizzare la popolazione civile era stato inaugurato proprio dai nazi-fascisti prima in Spagna, poi in Polonia, poi contro la Gran Bretagna (dopo la distruzione di Coventry fu coniato il termine "coventrizzare"), per continuare con le V1 e le V2 ....
Contro questa subdola iniziativa di stampo revisionista mi sarei aspettato che qualcuno, i grandi giornali, gli storici e le autorità accademiche e scolastiche, si ribellasse e facesse osservare che "i nostri nemici" di allora, quelli veri, non erano gli artefici di quei, pur sciagurati, bombardamenti aerei, bensì erano i nazisti ed i loro alleati e servi fascisti che avevano precipitato l'Italia ed il mondo intero in una guerra motivata da sete di conquista e da nazionalismo esasperato, fanatismo e odio razziale.
Mi è rimasto il sospetto che alla distrazione generale di fronte a quell'episodio non fosse estraneo, specie nella cultura di sinistra, il clima antiamericano rinfocolato proprio in quel periodo dall'invasione dell'Iraq (2003).
So benissimo che le comparazioni storiche sono sempre discutibili però a me pare che vi sia una bussola invisibile che, allora come oggi, dovrebbe indicare dove collocarsi.
Personalmente ho sempre condiviso le posizioni espresse da Amos Oz nel suo "Contro il fanatismo": «nel mio vocabolario la guerra è terribile, tuttavia il male assoluto non è la guerra, bensì l’aggressione».

L'aggressore, per ciò che riguarda la guerra in corso in queste ore, è reo confesso. Dopo che Israele ha sgomberato Gaza - maldestramente, è vero (sarebbe stato meglio far entrare a Gaza City il presidente Abu Mazen su un cavallo bianco, consegnandogli le chiavi delle serre dei coloni ...) - ha preso il potere in quella terra Hamas, un movimento di estremisti islamici che ha dichiarato di non riconoscere Israele, di non riconoscere gli accordi di pace intervenuti dal 1993 in poi, di volersi impegnare in una guerra santa per "liberare" totalmente la Palestina storica distruggendo perciò lo Stato ebraico. Hamas ha poi iniziato a mettere in pratica i propositi dichiarati, eliminando fisicamente le componenti moderate palestinesi, approvvigionandosi di armi, lanciando centinaia di missili artigianali e non contro i centri abitati israeliani. Da ultimo, pochi giorni fa Hamas ha dichiarato unilateralmente la cessazione di una precaria tregua, ergo ha dichiarato guerra a Israele.
Che Hamas abbia vinto regolari elezioni non mi pare muti il quadro: anche Hitler e Mussolini vinsero le elezioni e poi instaurarono i loro regimi tirannici ...
Anche l'abissale sproporzione delle forze a vantaggio di Israele non mi pare possa incidere sul giudizio: se un pazzo decide di lanciare una guerra santa contro un avversario molto più forte di lui, confidando evidentemente nell'aiuto del suo dio, non per questo al più forte deve essere impedito di usare tutta la sua potenza per fermare il pazzo.
Ad Israele non è stata lasciata altra scelta che quella di intervenire e mi pare francamente che lo stia facendo "alla israeliana", cioè con azioni mirate su obiettivi strategici e non con bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile come quelli della seconda guerra modiale.
Le vittime civili sono una conseguenza, atroce, della deliberata commistione delle strutture di Hamas con il tessuto civile di quel martoriato territorio.
Può fare di più Israele per risparmiare vittime innocenti ? Può darsi ed è sempre giusto chiederglielo.
Servirà questa guerra asimmetrica contro un nemico sfuggente e ben mimetizzato ? Difficile dirlo, è anche possibile che non serva.
Ma l'alternativa era chiara: non reagire voleva dire far trionfare certamente Hamas tra i palestinesi e far trionfare certamente il Likud ed i suoi alleati di destra nelle elezioni di febbraio in Israele (sia chiaro che non metto Hamas e Likud sullo stesso piano, sto solo analizzando uno scenario).
Non è detto che non accadano lo stesso entrambe le cose. Ma come amici della pace, come fautori di "due Popoli, due Stati", come amici sia del popolo israeliano sia del popolo palestinese, non possiamo far altro che augurarci che la guerra sia breve ma efficace. Perché "i nostri nemici", quelli veri, sono sempre gli aggressori e perchè mai come in questo momento le possibilità della pace, le chances degli uomini e delle donne di pace in Israele come in Palestina (come a Damasco ...) sono legate al successo della guerra contro Hamas.
Scusate la lunghezza, ma l'argomento non è facile.


Luciano Belli Paci

vittorio melandri ha detto...

Luciano Belli Paci conclude il suo intervento dicendo che l’argomento non è facile.



Condivido, oltre ogni palese evidenza.



E ne traggo l’ardire di essere più lungo e sicuramente meno incisivo ….. ma occorre rischiare.



Non sono sicuro che siano le parole esatte ma credo di centrare il senso del pensiero di Einstein quando ricordo che:



“Non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generato” continuando a reiterare le stesse modalità con cui lo si affronta da decenni e decenni, forti ogni volta della convinzione che non vi sia alternativa a quello che si continua a ripetere.



E purtroppo, se è vero che il male assoluto non è la guerra, ma l’aggressione, in questa vicenda anche questo parametro rimanda alla possibilità di risalire ad un aggressore precedentemente aggredito, in una spirale perversa e oscenamente inarrestabile, anche per la mente più disponibile alle ragioni dell’altro.



Che il popolo ebraico abbia diritto ad una “terra”, mi pare sia corrispondente ad una logica difficile da contraddire, e chi lo fa, non è certo interessato ad alcuna forma di contraddittorio.



La “diaspora” però, non coincide con nessun peccato originale, né tanto meno se ne può scorgere traccia negli stessi ebrei e nei palestinesi; se qualcosa ha però poi alimentato per secoli la “diaspora” che ha di fatto disperso gli ebrei nel mondo, determinando le radici del problema ancora oggi insoluto, questo qualcosa è senza tema di smentita l’accusa di “deicidio”, di cui la Chiesa Cattolica Romana, si è fatta diligente interprete per secoli e secoli.

Ed è illusorio pensare che bastino scuse anche sentitissime autorevolissime e benedette, per cancellarne le conseguenze, radicate nell’animo di milioni di persone.



Come detto l’argomento non è facile, ma la difficoltà dovrebbe allora più che mai suggerirci di non temere una parola in più, là dove da sempre, in più, si contano non le parole, ma le vittime innocenti, da una parte e dall’altra.



E perché quindi non avere la pazienza di ricordare che quando Abramo si mise in viaggio verso la terra promessa, non guidava ancora un popolo, ma solo un gruppo di persone che si volevano insediare in un luogo dove poter esercitare il monoteismo.



E come sarebbero andate le cose, se invece di trovare i Filistei, nella terra di Canaan avessero trovato altre genti, non possiamo proprio dirlo.



Ma tant’è, e i discendenti di Abramo e i Filistei/Palestinesi, sono ancora lì, a cercare di comporre la questione.



Solo con l’innocente pretesa di rinverdire la nostra memoria, ricordo ancora che Abramo era partito da Ur, in Caldea, posta fra il Tigri e l’Eufrate, dove, fra la riva sinistra dell’uno e la riva destra dell’altro, sta(va) racchiusa l’antica Mesopotamia. Oggi, il loro corso, divide per il lungo, in tre parti, il territorio dell’Iraq, scorrendo da nord-est, in Turchia, dove hanno entrambi le loro sorgenti, sino al Golfo Persico a sud-ovest, dove sfociano, dopo essersi riuniti e aver corso insieme per 193 Km, con il nome di Shatt al Arab.

Ur e la Caldea stavano in quella che oggi è terra strategica per gli interessi occidentali per (si legge) due ragioni: il petrolio, e l’essere la porta di servizio dell’Asia.



Un volta era solo la terra originaria degli avi di Gesù.

Quell’unto da Dio, che lasciava ai suoi discepoli la libertà di chiamarlo in quel modo, Cristo.



(A differenza di chi, oggi unto, sicuro, – ma non si sa da cosa – , ha il vezzo di definirsi, in tal modo, da solo).



Anche Giacobbe è stato discendente di Abramo, ed è lui, Giacobbe, che secondo la tradizione di fede, Dio chiama con un nuovo nome, Israele, cioè – colui che lotta con Dio –



I suoi discendenti sono per questo, a tutti gli effetti, i figli d’Israele e quando nel 70 d.C., i Romani, per domare una rivolta contro di loro, li deportarono dalla Palestina, ebbe inizio la Diaspora.



In ragione di tali premesse, come secondo alcuni non possiamo non dirci “cristiani”, così non possiamo non dirci “ebrei”.



Cristiani perché è anche la “parola” di Cristo, appunto, che da duemila anni, è uno dei cardini attorno ai quali si è sviluppato il nostro “Pensiero”; ebrei, perché “la persecuzione” di cui sino al secolo scorso sono stati oggetto, anche “legalmente”, nell’intero mondo “civilizzato”, non coincide solo con la barbarie fascista e nazista, e la Shoah (come sarebbe anche in qualche modo “confortante” credere), ma coincide anche con quella diffusa intolleranza, che ancora non è stata cancellata dalla coscienza del mondo civile, e che ci rende ancora tutti, anche possibili vittime della stessa infamia.



A fare chiarezza nelle menti sarebbe utile ad esempio da un lato, smetterla con l’equiparazione fra fascismo e comunismo (equiparabili in quanto totalitarismi realizzati, certo, ma distanti anni luce in quanto corpo di idee), e sarebbe ora di smetterla con capziose distinzioni fra fascismo e nazismo (questi si, padre certo, l’uno dell’altro); così come sarebbe bene che gli “alleati” riconoscessero per quanto tempo abbiano nascosto alla propria coscienza civile, tutto quello che sapevano della Shoah, ben prima che si aprissero le porte di Auschwitz.



E a fare chiarezza sarebbe utile si ricordasse con determinazione, in tutte le scuole di ogni ordine e grado che Hitler i “ghetti” li ha bruciati con i suoi abitanti dentro, che Mussolini li ha svuotati per mandare i suoi abitanti al “macero”, ma che i “ghetti” li ha inventati la Chiesa Cattolica Romana con la bolla Cum nimis absurdum, emanata il 12 luglio 1555 da Paolo IV, con la quale si prescriveva fra l’altro agli ebrei di portare un segno distintivo di colore giallo.



C’entra qualcosa tutto questo con i razzi Kassam che piovono su Israele, e sul suo diritto alla difesa?, forse ho solo fatto confusione, ma credo che non sia possibile farsi una opinione su quanto sta succedendo sull’altra sponda del Mediterraneo, e su tale opinione costruire il proprio infinitesimo pezzetto di contributo ad una soluzione, se non ci si sforza di capire che il dramma che lì si consuma vede contrapposti torti a torti, ragioni a ragioni, e che nemmeno tirando il bandolo con appiccicato il cartellino aggressore, ci si ritrova a poter stare dalla parte sicuramente giusta, dove tutti noi, donne e uomini di buona volontà e socialisti, vorremmo stare.



Nel film del regista israeliano Eran Riklis, che in Italia circola con il titolo il Giardino dei Limoni, alla fine le due donne protagoniste, una palestinese ed una israeliana, escono sconfitte dalla loro battaglia, ed il ministro della Difesa, si ritrova solo, protetto sì da un muro, ma senza neppure più poter vedere la distesa di alberi di limoni che una ipocrita sentenza della Corte Suprema, ha determinato di non sradicare ma solo di tagliare a 30 cm da terra.



È solo un film, e in un film si muore per finta, ma la morte di ogni possibile ragione, vi è ben rappresentata, e lascia davvero sgomenti



Vittorio Melandri



P.S. Confesso di sentirmi un poco spaesato, ma metto qui in coda anche i miei auguri per un 2009 che ci sia anche di poco, più lieve dell’anno che si chiude.

Giovanni battista ferrari ha detto...

Sono assolutamente d'accordo con te,in particolare ,ti consiglio di leggere quanto affermato da David Grossman oggi su "repubblica"che pure sottoscrivo in pieno.Noi socialisti,proprio perchè tali,non possiamo certo essere prigionieri di una cultura di sinistra massimalista che non ci appartiene,come giustamente dici,di fatto,agganciata alla destra piu' destra,tutti filo palestinesi a priori.
Certo è uno strazio ma Hamas ha interrotto la tregua , tanto i suoi dirigenti non hanno alcuna considerazione per la vita del loro popolo.
Un saluto socialista

Giovanni Battista Ferrari

daniele ferrato ha detto...

Bravo Giovanni....perfetto

Sergio Tremolada ha detto...

Caro Felice,
concordo con te circa le contraddizioni della Sinistra sulla situazione israelo-palestinese, in particolare mi preoccupa la mancanza di una visione strategica (e conseguente analisi) del futuro e sulle prospettive dell'intera regione: la sproporzione fra i ritmi di crescita delle due popolazioni, la crescente islamizzazione radicale dei popoli arabi, il rifiuto della civiltà "occidentale" (come se anch'essa non avesse almeno due diverse concezioni), la crescita economica di alcuni di questi Paesi (quelli con le rendite petrolifere ma con diversificazioni nello sviluppo).

Penso che l'Europa (più che l'Occidente) possa e debba rischiare anche lo "scontro di civiltà" per prospettare una diversa via, al confronto fra i popoli della regione, di quella della guerra (senza escluderla); penso che altri soggetti (ad esempio la Cina) giocheranno un'altra partita con altri interessi (non certo la democrazia).

Capisco le obiezioni a questi ragionamenti: "ma ora c'è la guerra, i morti ..." trovo interessante, per ora, la proposta ventilata da più parti del cessate il fuoco da entrambi le parti fatta propria da Sarkozy; occorre aiutare Israele ad uscire dall'epasse e da possibili incubi paranoici.

Saluti e buon anno a tutti.

Sergio Tremolada

claudio bellavita ha detto...

io ho paura che non ci possiamo fare proprio niente, tolto che il tifo. Come si fa a dire ai nostri fratelli ebrei che 61 anni fa hanno cacciato sè stessi e tutto il mediterraneo in un problema irresolubile, che nel giro di 50anni sarà probabilmente risolto dalla demografia, alla quale si potrà opporre, ma solo per qualche lustro, una forma di fascismo israeliano?
Forse la soluzione, utopica ma non troppo, è quella proposta da pannella: Israele e la Palestina entrambi stati aderenti alla UE.

Felice besostri ha detto...

Se è una colpa aver ricostituito uno stato ebraico 61 anni fa, la devono espiare quelli che ci sono nati e ci vivono oggi? Il problema demografico è serio se si pensa ad una grande israele. Il tasso di natalità araba è destinato a diminuire se aumenta lo sviluppo ed il benessere e le donne aasumessero un ruolo diverso da quello assegnato dall'islam più retrivo.----------

Giovanni Scirocco ha detto...

Caro Felice e cari tutti,
non è certo una colpa e non mi stupisce nemmeno il fatto che la società israeliana, in questi anni (causa anche una dissennata, sia pure storicamente comprensibile, politica dell'immigrazione) abbia assunto posizioni sempre più nazionalistiche e fondamentalistiche (anche nel Labour Party, con i risultati che i sondaggi gli attribuivano pochi giorni fa. Se Barak recupererà un paio di seggi a furia di bombardamenti, non mi sembra comunque un gran risultato ).
Resto invece stupito (come ha notato anche Gad Lerner) del fatto che la società israeliana (e quelle delle diaspore) non abbiano avuto (nel 2006 e ieri) un sussulto di reazione come nel 1982. Grazie al cielo, continuano ad esserci (poche) voci critiche e pensanti come quelle di Amos Oz e di alcuni commentatori di Haaretz.
Auguri per un sereno 2009, a noi e ai fratelli israeliani e palestinesi
Giovanni

sergio tremolada ha detto...

Resta il problema di una azione più incisiva al più presto per garantire
sicurezza (sopratutto psicologica) al popolo israeliano da parte
dell'occidente e prima che le paranoie esistenziali determinino sviluppi
senza possibilità di ritorno.

Sergio Tre

elena savino ha detto...

Caro Vittorio, perdonami se inizio con il darti del tu senza conoscerti e benché sia solo una novizia nel Circolo. Ricevo la vostra pirotecnica corrispondenza da una manciata di mesi e veramente nella mia piccola cella non saprei più farne a meno. Dapprincipio, così sommersa da molte firme, non distinguevo bene le singole voci del coro. Poi a poco a poco ho cominciato a riconoscere le note e le armonie di ciascuno. Mi rivolgo a te, poiché tra tutti leggo con particolare interesse le tue lettere: sempre così bene fondate sulla storia, la religione, il diritto. E anche oggi, che dopo giorni ho aperto la posta, la tua lunga riflessione mi è sembrata la cosa più importante su cui soffermarmi: un invito struggente a risalire alle origini, per capire. Per quanto mi riguarda dunque, benedico la tua "bulimia di scrivente" e quella degli altri amici e son ben felice di ricevere quante mail possibili, dato che la discussione mi è sempre parsa assai interessante e ho molto da imparare.

Le analisi della situazione attuale da parte della Sinistra per Israele è ragionevole e la diagnosi del drammatico stato delle cose discende da una considerazione globale delle ragioni dell'uno e dell'altro nel quadro internazionale. Ma la gran domanda rimane: "Che fare?". Ognuno vede bene che occorrerebbe disarmare gli Hezbollah, delegittimare la loro leadership, aprire un vero dialogo tra Lo Stato palestinese e Israele, impedire che i mercanti d'armi e le corrotte diplomazie delle super potenze abbiano il sopravvento, far desistere Israele da un progetto distruttivo per tutti (la guerra chiama altra guerra in una spirale perversa: odio, rancore, disperazione, spirito revanchista che matura e cresce minaccioso attraverso gli anni e le tregue e le paci malferme), etc. Ma tutto è così lontano dalle nostre forze. L'unica cosa che si può fare è informare. Educare. Lo so, parto da lontano, ma che fare così piccoli, se non diffondere con tutte le forze possibili il pensiero fondato sulla conoscenza e la ragione. Così concludo con l'augurio che il Circolo Rosselli abbia una sempre più larga e influente platea per arrivare a decidere, magari come consigliere autorevole dietro le quinte, insieme a chi ha la rappresentanza.

Con animo grato

Elena