MILANO E NON SOLO.
COME SOTTRARSI AL GIOCHETTO DI BERLUSCONI DELLA PERSONALIZZAZIONE DELLA
CAMPAGNA AMMINISTRATIVA, SENZA MINIMIZZARE LA PORTATA DELLA PARTITA
MILANESE.
Si dice che Berlusconi stia cercando di fare di tutto per "personalizzare"
la campagna elettorale di Milano, perchè penserebbe in questo modo di
recuperare un'elezione che la Moratti da sola starebbe rischiando seriamente
di perdere, e perchè d'altro canto si sarebbe reso conto che la partita di
Milano potrebbe, ove la Moratti (come ci auguriamo) dovesse essere mandata
a casa, aprire una falla non più contenibile nella tenuta della Destra al
governo.
A Milano, non c'è dubbio, Berlusconi si gioca molto. Se la Destra dovesse
perdere a Milano la maggioranza che sostiene il governo potrebbe
squaccherarsi. Se ciò dovesse accadere, il governo potrebbe non reggere, e a
quel punto Berlusconi potrebbe non essere più in grado di riprendere il
controllo della situazione (il che per lui costituirebbe un problema molto
serio, essendo la sua permanenza al potere ormai prevalentemente votata alla
produzione di leggi che lo tutelino dai suoi guai personali e che gli
consentano di acquisire una sostanziale condizione di impunità).
Dunque, Berlusconi ed i suoi fedelissimi, avendo ben chiara la portata della
posta in gioco, devono aver pensato di trasformare il voto milanese in una
sorta di ordalia (o con Berlusconi povero perseguitato, o con i giudici
rossi e cattivi), nella speranza di poterla spuntare ancora una volta.
Francamente, non sono in grado di stabilire se questo calcolo berlusconiano
possa ancora rivelarsi vincente. Ci sarebbe da dubitarne, perchè è indubbio
che l'immagine di Berlusconi è ormai molto logorata.
E' vero che esiste uno "zoccolo duro" di irriducibili; ed è vero, altresì,
che l'esasperazione estrema dei toni produce comunque degli effetti (e
toglie soprattutto spazio alle posizioni "terze").
Però mi pare che il Paese, sia pure con una certa lentezza, si stia infine
svegliando dalla grande sbornia berlusconiana, per cui il gioco della
personalizzazione del voto potrebbe anche non essere più in grado di
funzionare.
Il fatto del resto che la Moratti abbia deciso di non cavalcare la spinta
all'esasperazione dei toni, prendendo con nettezza le distanze dai famosi
manifesti di quel tal Lassini, sembrerebbe dimostrare che anche a Destra non
tutti debbano essere così convinti che questa volta possa essere utile - dal
loro punto di vista - seguire il pifferaio di Arcore sulla strada, a lui
particolarmente congeniale, di una campagna sempre più urlata e scomposta.
E' ben vero che ci deve essere anche un bel po' di manfrina in tutta questa
faccenda: una sorta di gioco delle parti, per cui uno veste il ruolo
dell'esagitato, con le sue sparate sempre più grosse e le battutacce
sempre più grevi e volgari, e l'altra quella della signora di buona
famiglia, con
il filo di perle al collo e il sorriso rassicurante (dopodichè entrambi
lavorano in realtà per la stessa, pessima, causa). Però, malgrado tutto, la
sensazione in effetti è che anche a Destra si stiano cominciando seriamente
a domandare se Berlusconi, stavolta, non se li stia in realtà portando tutti
quanti verso una cocente sconfitta.
Vedremo.
In ogni caso a me pare che, a fronte di questi sviluppi, per Giuliano
Pisapia e per coloro che lo sostengono sia il caso di evitare due errori.
Da un lato, ovviamente, quello di seguire Berlusconi nel suo solito
giochetto, e dunque di consentire che questa elezione amministrativa venga
trasformata in un referendum pro o contro il magnate-premier, con il
rischio, oltre tutto, di dare modo alla potenza di fuoco della macchina
mediatica berlusconiana di etichettare la coalizione di Centro-Sinistra
berlusconiana come un'accozzaglia di "feroci comunisti" in combutta con la
procura "eversiva".
Di fronte a questo pericolo, mantenere un atteggiamento di compostezza e
non cadere nella trappola dei toni urlati, mi parrebbe al riguardo una
scelta
quanto mai oculata. Il ben noto garantismo di Giuliano potrebbe del resto
essere un bell'antidoto rispetto al tentativo di appiccicargli addosso
l'etichetta del forcaiolo.
D'altro canto, però, io considererei egualmente un errore l'opzione di fare
quelli che minimizzano, che dicono cioè che questa elezione ha una valenza
puramente locale, in cui in gioco ci sono solo i problemi amministrativi
della città senza implicazioni politiche più generali. No. Tutti quanti
sappiamo bene che non è così. Intanto perchè Milano è una realtà che incide
su una dimensione che va ben al di là dei confini del territorio comunale.
E poi perchè è inutile nascondere quanto Milano abbia in realtà sempre
guidato
ed anticipato i processi politici generali. Dai tempi della lotta con il
Barbarossa (anzi a ben vedere anche prima) la storia d'Italia si è sempre
giocata in buona misura proprio a Milano. Minimizzare la portata della posta
in gioco non mi pare quindi una scelta vincente. Io credo invece che si
dovrebbe onestamente trasmettere agli elettori un messaggio di
consapevolezza: bisogna cioè far capire che si è consapevoli di cosa c'è in
ballo e fare in modo che i cittadini a loro volta si rendano ben conto di
come il nodo del governo della città e quello più in generale del Paese
siano in fondo profondamente connessi.
Si tratta di far cogliere come, al di là del lucicchio della propaganda, e
al di là della roboanza degli annunci, Milano in questi due decenni sia
declinata, e come il declino della Milano albertiniana e morattiana abbia
coinciso in realtà con il declino dell'Italia berlusconiana.
Occorre in altre parole trasmettere la consapevolezza che la rinascita di
Milano con Pisapia può diventare il segnale della rinascita del Paese.
Io credo che convenga insomma impostare una campagna elettorale che abbia sì
Milano al centro del discorso, ma che nel contempo si sforzi di far capire
come Milano e il Paese siano due ambiti fortemente intrecciati. Si tratta
certamente di mostrare agli elettori milanesi quanto la Destra in questi
vent'anni abbia più che altro venduto fumo (mi pare eccellente a questo
proposito la scelta di contrapporre con insistenza al poco e al nulla che è
stato fatto dal duo Albertini - Moratti, il molto che avevano saputo
progettare e realizzare le grandi amministrazioni espressione del Socialismo
Municipale, alle quali fa bene Pisapia a richiamarsi con insistenza). E si
tratta, altresì, di far capire come pochi interessi potenti siano i soli
ad essere stati beneficiati dalle scelte di queste amministrazioni.
Ma nel contempo non ci si dovrebbe nascondere il fatto che dietro la scelta
per una Milano migliore, più aperta, più democratica, più tollerante, più
accogliente, più cosmopolita, e più vicina ai cittadini, c'è in realtà anche
la scelta di un'alternativa chiara rispetto all'esasperazione dell'egoismo
gretto ed ottuso del Leghismo e del Berlusconismo, al loro provincialismo
senza respiro, e alla loro incapacità di suscitare energie positive.
Dietro la volontà di ritrovare una forte dimensione partecipativa, che
coinvolga
l'intera comunità in grandi scelte condivise, non c'è insomma solo l'idea
di un'altra Milano, ma anche l'idea di un'altra Italia e perfino di un'altra
Europa. E di questo non credo che ci si debba schermire. Voglio dire, per
concludere, che consentire alla Destra di trasformare
questa elezione amministrativa in un referendum pro o contro Berlusconi
sarebbe uno sbaglo. Ma evitare di dare un respiro alto a questa campagna,
insistendo nel presentarla come un puro fatto locale, sarebbe a mio avviso
egualmente sbagliato. I problemi specifici della città (scelte urbanistiche,
cultura, servizi, sicurezza, accoglienza, inquinamento, traffico, trasporti,
Expo, ecc. ecc.) devono restare ovviamente al centro del discorso. Ma deve
essere egualmente ben chiaro che Milano non è un'isola sperduta. Agli
elettori va quindi spiegato che la Moratti è il Berlusconismo: è quel
sistema di potere calato nel contesto locale. E che Pisapia non rappresenta
solo una proposta diversa di governo della città, ma anche, oggettivamente,
un'alternativa a quel sistema di potere che non ha fatto bene nè a Milano nè
alla società italiana.
Un saluto,
Francesco Somaini
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
mercoledì 20 aprile 2011
Stefano Rolando: Intervento alla riunione dei circoli socialisti, 20 aprile 2011
Circolo De Amicis
Incontro dei circoli socialisti milanesi con Giuliano Pisapia
Milano, 19 aprile 2011, h. 20.45
Intervento di
Stefano Rolando
professore all’Università Iulm di Milano,
per il “gruppo di iniziativa per il 51” animato da Piero Bassetti
Doveva essere qui questa sera Piero Bassetti, che oggi però ha legittimamente disertato ogni impegno pubblico perché festeggia il suo anniversario di matrimonio. Parlo anche a seguito di uno scambio di idee che ho avuto con lui.
Vedendo il film “Milano, oh cara!” proiettato ad inizio della serata – uno sguardo dolente ma anche progettuale sugli irrisolti della città all’inizio degli anni ’60, dopo lo sforzo della ricostruzione ma con le tante contraddizioni sociali di quel passaggio storico, negli anni in cui Visconti girava a Milano “Rocco e i suoi fratelli” – mi è venuto in mente di cominciare da lì una riflessione che riguarda l’iniziativa che sta animando Piero Bassetti, con molti di noi, anche qui presenti, che vi collaborano.
Bassetti, in piena attività politica nella DC in quegli anni, fa oggi questa osservazione che guarda esattamente anche all’attualità: capimmo – dice – noi DC che il blocco politico che aveva governato la ricostruzione, cioè il centrismo, non era in grado di affrontare adeguatamente gli anni dello sviluppo e mandammo via un sindaco pur di qualità e certamente per bene come Virgilio Ferrari per consentire una diversa alleanza politica che anticipò il centrosinistra in Italia, a Roma a guida democristiana ma a Milano a guida socialista.
Ebbene è esattamente collocata nella prospettiva dell’esigenza del cambiamento sentita da larghi strati della città, dai giovani, dai ceti produttivi, l’iniziativa di aggregare persone significative delle professioni liberali, della ricerca scientifica, dell’impresa, del sistema universitario come area di dialogo che guarda al cuore sociale della città ma anche molto agli indecisi. E guarda soprattutto alla fase di ballottaggio quando – ci dicono – sarà un pugno di voti a decidere una delle due soluzioni in campo.
Piero Bassetti ha chiamato questa iniziativa “per il 51” perché vuole richiamare anche simbolicamente l’obiettivo di successo per un metodo di dialogo e di disponibilità tra ambiti elettorali anche diversi, al primo turno, che devono trovare coesione al secondo turno.
Analizziamo la realtà e agiamo sui fatti. Certamente osserviamo elementi di cambiamento in precedenza poco visibili. Per esempio:
Sono segnali di cambiamento di questi ultimi giorni:
1. Il fatto che Berlusconi dica che i sondaggi gli vanno malissimo.
2. Il fatto che Letizia Moratti dica che è insopportabile avere in lista candidati che insultano le istituzioni. Che tuttavia appaiono come candidati né casuali né marginali in quel quadro politico.
3. Il fatto che Bossi abbia disertato l’apertura della campagna elettorale a Milano del centro-destra.
4. Il fatto che i presidenti Podestà e Formigoni siano sotto i riflettori dei media in materia di legalità.
5. Il fatto che IPSOS annunci un primo esito previsionale sul ballottaggio facendo spuntare – pur su un piccolo campione – il 52% per Pisapia.
Dunque qualcosa non di banale, non di superficiale, è cambiato. Rispetto a una oscurità e continuità ventennale. Ma ci appaiono anche tre questioni evidenti sul tappeto.
1. Ci appare – costantemente segnalata - un’astensione rocciosa, attorno al 40%. Ci dobbiamo chiedere cosa si possa smuovere verso destra o verso sinistra. E verso quei frammenti dobbiamo indirizzarci in modo mirato.
2. Si è manifestato Berlusconi che drammatizza la campagna, certo minimizzando così la figura di Letizia Moratti, spiegando che se cade Sagunto cade Roma, che arriveranno le orde bolsceviche e – vedrete che il nome spunterà presto – che soprattutto tornerà Visco. Che effetto avrà questo su quel 40%? Ci dicono che il premier al Nuovo era piuttosto in forma, politicamente per niente appannato. Tuttavia abbiamo fatto una riflessione che ci auguriamo che tutti gli ambiti politici che sostengono Pisapia vogliano condividere: che correre dietro all’equazione “via Moratti da Milano vuol dire via Berlusconi da Roma” ora è una esercitazione inutile che può inibire voti decisivi.
3. Giuliano Pisapia, avvicinandosi al giorno fatidico, dovrà dimostrare – sempre a quel 40% - che lo schieramento dei partiti che lo sostiene non gli impone un programma inadeguato per un governo innovativo di una città complessa come Milano.
Attorno a queste evidenze si vanno producendo anche risposte.
Segnalo quelle che hanno qui più pertinenza.
1. Giuliano Pisapia macina rapporti, periferie, giovani, donne, cittadini. Costruisce reputazione. Il tempo è stretto, le risorse lo sono ancora di più. Ma vi è una progressione nella riconquista sociale della città.
2. Piero Bassetti ha fatto esprimere una Milano borghese che guarda alla città non divisa tra destra e sinistra ma tra chi la vuole mandare avanti e chi indietro. Dialoga con l’elettorato del Terzo Polo, soprattutto con l’astensionismo attorno alla condivisa necessità del cambiamento.
3. I socialisti – figli di una storia di affrancamento dal massimalismo – anziché rivendicare l’orgoglio di esistenza minoritaria partecipante agli insuccessi hanno contribuito in modo serio e diffuso all’intelaiatura della candidatura plurale di Pisapia, contribuendo all’ampliamento dell’offerta (lista Civica, Gruppo per il 51, partecipazione testimoniale, questa serata). E ragionando anche sulla preparazione al governo (del terzo millennio) di una amministrazione che ben conoscono.
Limito qui a qualche considerazione sulla comunicazione un ultimo aspetto attorno a cui fare molta attenzione in vista del ballottaggio.
• E’ vero che c’è un forte investimento sulla rete (con ampia e ricca testimonianza sociale), per sopperire alla disparità delle condizioni comunicative; questa evidenza aiuta anche a migliorare il posizionamento politico di grandi media d’opinione (come il Corriere e il Sole) che partivano a netto favore per la Moratti. Pisapia è espressione anche del nuovo sociale, non più etichettato al vendolismo.
• Tuttavia il vulnus c’è, resta un’insufficienza, una disparità, con alle spalle l’insufficienza culturale e relazionale del paese (e di Milano) in cui il modello televisivo – imposto da Berlusconi sia guardando al mercato pubblicitario ma anche al mercato elettorale – mette la nuova comunicazione politica come tendenza coraggiosa ma ancora non decisiva.
• Dunque ciò rende necessario agire con mezzi complementari che credo siano soprattutto le radio e il passaparola.
• Il passaparola è certamente un esercizio di metodo e di organizzazione, a cui il “gruppo per il 51” si sta seriamente applicando. Intrecciando la trama con il lavoro sulla rete, con le tante potenzialità della interattività. Perché ha certamente ragione Guido Martinotti – di cui abbiamo prima ascoltato il pensiero – a chiedere una città più digitale ma, se posso portare avanti la sua riflessione, credo anche interpretando qui un discorso che fa spesso Giuliano Pisapia, non limitandoci al passaggio da e-government a e-governance ma arrivando alla we-governance, dove cioè, grazie alla cultura della rete, superiamo la fase dell’io e abbracciamo la necessaria fase del noi.
In conclusione
• Se è vero che la partita si giocherà all’americana su poche migliaia di voti al ballottaggio, il problema è quello della comunicazione personale mirata. Dobbiamo qui capire meglio qual è il segmento dell’astensionismo che si presterà di più a smuoversi.
• Il gruppo per il 51 (che sta raggiungendo intanto il centinaio di aderenti) agisce ora con un progetto 5 da 1, cioè cinque contatti per ciascuno, tra incerti, astensionisti intelligenti, astensionisti cocciuti, immigrati con facoltà di voto.
Queste in breve le argomentazioni per una disponibilità che viene da un gruppo di non candidati, per lo più anche da persone fuori dai partiti, ma certamente dentro ai valori e agli interessi civili di questa nostra grande città.
Incontro dei circoli socialisti milanesi con Giuliano Pisapia
Milano, 19 aprile 2011, h. 20.45
Intervento di
Stefano Rolando
professore all’Università Iulm di Milano,
per il “gruppo di iniziativa per il 51” animato da Piero Bassetti
Doveva essere qui questa sera Piero Bassetti, che oggi però ha legittimamente disertato ogni impegno pubblico perché festeggia il suo anniversario di matrimonio. Parlo anche a seguito di uno scambio di idee che ho avuto con lui.
Vedendo il film “Milano, oh cara!” proiettato ad inizio della serata – uno sguardo dolente ma anche progettuale sugli irrisolti della città all’inizio degli anni ’60, dopo lo sforzo della ricostruzione ma con le tante contraddizioni sociali di quel passaggio storico, negli anni in cui Visconti girava a Milano “Rocco e i suoi fratelli” – mi è venuto in mente di cominciare da lì una riflessione che riguarda l’iniziativa che sta animando Piero Bassetti, con molti di noi, anche qui presenti, che vi collaborano.
Bassetti, in piena attività politica nella DC in quegli anni, fa oggi questa osservazione che guarda esattamente anche all’attualità: capimmo – dice – noi DC che il blocco politico che aveva governato la ricostruzione, cioè il centrismo, non era in grado di affrontare adeguatamente gli anni dello sviluppo e mandammo via un sindaco pur di qualità e certamente per bene come Virgilio Ferrari per consentire una diversa alleanza politica che anticipò il centrosinistra in Italia, a Roma a guida democristiana ma a Milano a guida socialista.
Ebbene è esattamente collocata nella prospettiva dell’esigenza del cambiamento sentita da larghi strati della città, dai giovani, dai ceti produttivi, l’iniziativa di aggregare persone significative delle professioni liberali, della ricerca scientifica, dell’impresa, del sistema universitario come area di dialogo che guarda al cuore sociale della città ma anche molto agli indecisi. E guarda soprattutto alla fase di ballottaggio quando – ci dicono – sarà un pugno di voti a decidere una delle due soluzioni in campo.
Piero Bassetti ha chiamato questa iniziativa “per il 51” perché vuole richiamare anche simbolicamente l’obiettivo di successo per un metodo di dialogo e di disponibilità tra ambiti elettorali anche diversi, al primo turno, che devono trovare coesione al secondo turno.
Analizziamo la realtà e agiamo sui fatti. Certamente osserviamo elementi di cambiamento in precedenza poco visibili. Per esempio:
Sono segnali di cambiamento di questi ultimi giorni:
1. Il fatto che Berlusconi dica che i sondaggi gli vanno malissimo.
2. Il fatto che Letizia Moratti dica che è insopportabile avere in lista candidati che insultano le istituzioni. Che tuttavia appaiono come candidati né casuali né marginali in quel quadro politico.
3. Il fatto che Bossi abbia disertato l’apertura della campagna elettorale a Milano del centro-destra.
4. Il fatto che i presidenti Podestà e Formigoni siano sotto i riflettori dei media in materia di legalità.
5. Il fatto che IPSOS annunci un primo esito previsionale sul ballottaggio facendo spuntare – pur su un piccolo campione – il 52% per Pisapia.
Dunque qualcosa non di banale, non di superficiale, è cambiato. Rispetto a una oscurità e continuità ventennale. Ma ci appaiono anche tre questioni evidenti sul tappeto.
1. Ci appare – costantemente segnalata - un’astensione rocciosa, attorno al 40%. Ci dobbiamo chiedere cosa si possa smuovere verso destra o verso sinistra. E verso quei frammenti dobbiamo indirizzarci in modo mirato.
2. Si è manifestato Berlusconi che drammatizza la campagna, certo minimizzando così la figura di Letizia Moratti, spiegando che se cade Sagunto cade Roma, che arriveranno le orde bolsceviche e – vedrete che il nome spunterà presto – che soprattutto tornerà Visco. Che effetto avrà questo su quel 40%? Ci dicono che il premier al Nuovo era piuttosto in forma, politicamente per niente appannato. Tuttavia abbiamo fatto una riflessione che ci auguriamo che tutti gli ambiti politici che sostengono Pisapia vogliano condividere: che correre dietro all’equazione “via Moratti da Milano vuol dire via Berlusconi da Roma” ora è una esercitazione inutile che può inibire voti decisivi.
3. Giuliano Pisapia, avvicinandosi al giorno fatidico, dovrà dimostrare – sempre a quel 40% - che lo schieramento dei partiti che lo sostiene non gli impone un programma inadeguato per un governo innovativo di una città complessa come Milano.
Attorno a queste evidenze si vanno producendo anche risposte.
Segnalo quelle che hanno qui più pertinenza.
1. Giuliano Pisapia macina rapporti, periferie, giovani, donne, cittadini. Costruisce reputazione. Il tempo è stretto, le risorse lo sono ancora di più. Ma vi è una progressione nella riconquista sociale della città.
2. Piero Bassetti ha fatto esprimere una Milano borghese che guarda alla città non divisa tra destra e sinistra ma tra chi la vuole mandare avanti e chi indietro. Dialoga con l’elettorato del Terzo Polo, soprattutto con l’astensionismo attorno alla condivisa necessità del cambiamento.
3. I socialisti – figli di una storia di affrancamento dal massimalismo – anziché rivendicare l’orgoglio di esistenza minoritaria partecipante agli insuccessi hanno contribuito in modo serio e diffuso all’intelaiatura della candidatura plurale di Pisapia, contribuendo all’ampliamento dell’offerta (lista Civica, Gruppo per il 51, partecipazione testimoniale, questa serata). E ragionando anche sulla preparazione al governo (del terzo millennio) di una amministrazione che ben conoscono.
Limito qui a qualche considerazione sulla comunicazione un ultimo aspetto attorno a cui fare molta attenzione in vista del ballottaggio.
• E’ vero che c’è un forte investimento sulla rete (con ampia e ricca testimonianza sociale), per sopperire alla disparità delle condizioni comunicative; questa evidenza aiuta anche a migliorare il posizionamento politico di grandi media d’opinione (come il Corriere e il Sole) che partivano a netto favore per la Moratti. Pisapia è espressione anche del nuovo sociale, non più etichettato al vendolismo.
• Tuttavia il vulnus c’è, resta un’insufficienza, una disparità, con alle spalle l’insufficienza culturale e relazionale del paese (e di Milano) in cui il modello televisivo – imposto da Berlusconi sia guardando al mercato pubblicitario ma anche al mercato elettorale – mette la nuova comunicazione politica come tendenza coraggiosa ma ancora non decisiva.
• Dunque ciò rende necessario agire con mezzi complementari che credo siano soprattutto le radio e il passaparola.
• Il passaparola è certamente un esercizio di metodo e di organizzazione, a cui il “gruppo per il 51” si sta seriamente applicando. Intrecciando la trama con il lavoro sulla rete, con le tante potenzialità della interattività. Perché ha certamente ragione Guido Martinotti – di cui abbiamo prima ascoltato il pensiero – a chiedere una città più digitale ma, se posso portare avanti la sua riflessione, credo anche interpretando qui un discorso che fa spesso Giuliano Pisapia, non limitandoci al passaggio da e-government a e-governance ma arrivando alla we-governance, dove cioè, grazie alla cultura della rete, superiamo la fase dell’io e abbracciamo la necessaria fase del noi.
In conclusione
• Se è vero che la partita si giocherà all’americana su poche migliaia di voti al ballottaggio, il problema è quello della comunicazione personale mirata. Dobbiamo qui capire meglio qual è il segmento dell’astensionismo che si presterà di più a smuoversi.
• Il gruppo per il 51 (che sta raggiungendo intanto il centinaio di aderenti) agisce ora con un progetto 5 da 1, cioè cinque contatti per ciascuno, tra incerti, astensionisti intelligenti, astensionisti cocciuti, immigrati con facoltà di voto.
Queste in breve le argomentazioni per una disponibilità che viene da un gruppo di non candidati, per lo più anche da persone fuori dai partiti, ma certamente dentro ai valori e agli interessi civili di questa nostra grande città.
martedì 19 aprile 2011
lunedì 18 aprile 2011
Paola Meneganti: Orda immigrata, il neo-razzismo di Beppe Grillo
Proprio perché ritengo che si debba sempre cercare di "pensare da sé", come scriveva Hannah Arendt, trovo assai condivisibile l'articolo che copio qui di seguito. Sotto ancora, trovate l'intervento che ha dato origine alla lettera dei due senatori Pd. Chi mi conosce un pochino, sa cosa penso del Pd: molto molto male, non l'ho mai nascosto. Ma qui c'entra poco l'appartenenza politica dei due firmatari, anche perché - ma non in questa sede - sposterei il discorso, caso mai, proprio sulla prolungata assenza nel discorso pubblico costruito dal Pd stesso di parole "appartenenti all'altro secolo" come solidarietà, fratellanza, giustizia, libertà. No, parliamo di Grillo. Se posso esprimermi in libertà, trovo il suo intervento rivoltante. Ma che coraggio ci vuole, caro signor Grillo, ad ammantarsi di ribellismo, a "stupire il borghese" ad ogni costo, cosa che spesso nasconde il conformismo peggiore, e a vellicare, nel contempo, le peggiori "idee" che vengono dal sottopancia del Paese. Per poi lasciar intuire che la sua posizione è dettata dalla paura della crescita elettorale della Lega ... Lei dice: sì ai rifugiati, no agli irregolari, accettiamoli solo se ce ne sono le condizioni. Si metterà lei sulle spiagge di Lampedusa e di Pantelleria, sarà lei a decidere chi è nell'una o nell'altra condizione? Aggiunge: in Italia, dell'immigrazione si dà sempre lo stesso giudizio, verosimilmente "buonista" e fariseo e falsamente umanitario ... certo, tutti in Italia a dare lo stesso giudizio, anche Borghezio, anche Bossi, anche l'odio che senti ormai parlando con le persone per la strada ... ma mi faccia il piacere, caro Grillo, avrebbe detto un grande comico, lui sì comico davvero.
Sa cosa mi viene in mente? quando lei disse, a un dipresso, che gruppi musicali come gli Inti Illimani avevano fatto "fortuna" sul golpe di Pinochet.
Sa un'altra cosa? Ce l'ho con Berlusconi, tra tutti i mille motivi, perché la sua asfissiante e drammatica presenza ha dato spazio a "fenomeni" come quelli di cui lei è esponente.
(P.M.)
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Manifesto LETTERE E COMMENTI
2011.04.08
COMMENTO di Roberto Della Seta, Francesco Ferrante*
«ORDA IMMIGRATA», IL NEO-RAZZISMO DI BEPPE GRILLO
«L'Italia ha il 20% di disoccupazione e almeno 100.000 extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Li ospiterà D'Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri 'ultimi', pensionati e disoccupati delle periferie?... Un'invasione, perché di questo si tratta... La destabilizzazione degli Stati è avvenuta da sempre anche grazie al fattore immigrazione...». A parlare così non è Borghezio ma Beppe Grillo, in un intervento postato sul suo blog il 29 marzo scorso.
Toni e contenuti della requisitoria di Grillo contro quello che lui stesso chiama il tabù buonista dell'immigrazione fanno impressione: per la totale irrazionalità delle argomentazioni - l'Italia «invasa» è uno dei paesi europei con meno immigrati, l'idea che gli stranieri «rubino» il lavoro agli italiani è una bufala -, per l'affermazione presa di peso dalla retorica nemmeno leghista, ma lepenista, che l'immigrazione rischia di sgretolare l'Europa. Fanno impressione le parole di Grillo, ma non sorprendono più di tanto.
Da quando il comico genovese si è reinventato predicatore anti-sistema, il suo linguaggio ha sempre indossato i panni del populismo di destra. Nella sinistra radicale Grillo gode di un pregiudizio favorevole, quasi di un'immunità culturale: perché la sua forza polemica rappresenta un'arma efficace sia contro il berlusconismo sia nei confronti dei vizi e delle degenerazioni della «casta» politica di destra come di sinistra. E Grillo gode di popolarità larga anche in un vasto mondo di cittadinanza attiva dal basso obiettivamente più vicino alla sinistra che alla destra - dai comitati per l'acqua pubblica ai gruppi locali che si battono contro inceneritori e altri impianti considerati dannosi - che ha trovato in lui un paladino brillante e mediaticamente incisivo e che è la base su cui è nato e cresciuto il fenomeno dei «grillini».
Questo spiega, tra l'altro, i successi elettorali ottenuti dal movimento Cinque Stelle, che a Grillo direttamente si ispira, in elezioni locali anche importanti, successi che hanno sottratto voti soprattutto ai partiti di sinistra. Ma questo non cambia un'evidenza di fondo: Beppe Grillo esprime un pensiero squisitamente reazionario, la sua figura politica ne fa un emulo più di Giannini o di Poujade, gli inventori europei del qualunquismo, che non l'interprete, sia pure estremo, di una posizione progressista. Insomma quando invoca la fine dei partiti (non di questi partiti...), quando in un incontro alla Camera dà delle puttane alle parlamentari presenti, quando se la prende con lo Stato imbelle che non ferma l'orda barbara degli immigrati, Grillo fa il suo mestiere: mette la sua tecnica, la sua «arte» di geniale polemista al servizio di perorazioni che molto spesso partono da denunce sacrosante ma quasi sempre rivelano una mentalità un po' fascista.
Niente di drammatico. Però sarebbe bello se altri, che fascisti non sono, e che danno ancora importanza alle idee che stanno dietro le parole, smettessero di fargli da corifei.
* Senatori Pd
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L'immigrazione è un tabù. Cos'è un tabù? Un fatto di cui non si può parlare o di cui si deve dare sempre la stessa interpretazione. Il tabù esige che sia perpetuato con frasi di nessun significato che hanno, come unico obiettivo, il rafforzamento del tabù stesso. Infrangere un tabù è considerato ripugnante e degno di biasimo da parte della comunità. Un tabù si alimenta di sentenze nobili come "Ricordiamoci di quando eravamo noi a varcare il mare, spesso in condizioni estreme, e teniamo a freno gli eccessi di reazioni di fronte a quanti vengono a cercare futuro in Italia" pronunciata in modo diversamente responsabile da Giorgio Napolitano. Gli Stati Uniti, terra di immigrazione degli italiani soprattutto dopo l'annessione del Sud e del Veneto da parte dei Savoia, erano un'immenso spazio spopolato, con ricchezze naturali incredibili e per entrarvi dovevi prima chiedere il permesso. Se sbarcavi senza autorizzazione a Boston o a Miami ti sparavano addosso. Il mondo è cambiato, fare paragoni con il passato serve solo a mantenere in vita un tabù. L'Italia di oggi è sovrappopolata, uno degli Stati a maggior densità abitativa del mondo. La Francia ha il doppio del nostro territorio, con pochi rilievi montuosi, e circa lo stesso numero di abitanti. Il Maine, uno dei più piccoli Stati americani, ha le dimensioni del Nord Itala con solo 1.230.000 abitanti.
L'Italia dell'imbonitore Berlusconi, che promise casa e lavoro per gli immigrati alla televisione tunisina, ha il 20% di disoccupazione e almeno 100.000 extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Con che risorse li gestiamo? Gli daremo una casa, un lavoro? Li ospiterà D'Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri "ultimi", pensionati e disoccupati delle periferie? Non riusciamo a fare un cazzo per gli aquilani e ci illudiamo di nutrire il pianeta?
Il tabù immigrazione ha effetti indesiderati, ma anche desiderati. Quelli indesiderati sono sotto gli occhi di tutti, con migliaia di miserabili lasciati a sé stessi e alle mafie. Quelli desiderati sono una manodopera a basso costo, spesso in nero, destinata di frequente alla morte sul lavoro per il profitto dei padroncini e della Confindustria. Il trionfo della globalizzazione degli schiavi. I rifugiati politici devono trovare sempre accoglienza, chi viene dalle zone di guerra deve trovare sempre accoglienza, gli altri sono benvenuti solo se ci sono le condizioni per ospitarli, casa e lavoro, altrimenti si fa demagogia elettorale a vantaggio non delle sinistre buoniste e cialtrone, ma della Lega. Un'invasione, perché di questo si tratta, darà alla Lega il controllo assoluto del Nord Italia. La Lega, in questi anni, si è nutrita di immigrazione. Ogni immigrato irregolare, un voto in più. La destabilizzazione degli Stati è avvenuta da sempre anche grazie al fattore immigrazione. La Lega è la più interessata a mantenere in vita il tabù dell'accoglienza senza risorse giustificata dal mito dell'italiano con la valigia di cartone. Il problema della Lega, e dell'immigrazione che la alimenta, non è solo italiano, ma europeo. Il fascismo non fu un problema solo italiano, non lo sarà la Lega. Ma l'Europa dorme sonni beati e, come si è visto in Libia, in realtà non esiste. Quale unione di Stati può continuare a esistere senza una politica estera e un esercito comuni? E quale Stato può permettersi il tabù dell'immigrazione senza disintegrarsi?
http://www.beppegrillo.it/2011/03/il_tabu_di_napolitano/index.html
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Sa cosa mi viene in mente? quando lei disse, a un dipresso, che gruppi musicali come gli Inti Illimani avevano fatto "fortuna" sul golpe di Pinochet.
Sa un'altra cosa? Ce l'ho con Berlusconi, tra tutti i mille motivi, perché la sua asfissiante e drammatica presenza ha dato spazio a "fenomeni" come quelli di cui lei è esponente.
(P.M.)
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Manifesto LETTERE E COMMENTI
2011.04.08
COMMENTO di Roberto Della Seta, Francesco Ferrante*
«ORDA IMMIGRATA», IL NEO-RAZZISMO DI BEPPE GRILLO
«L'Italia ha il 20% di disoccupazione e almeno 100.000 extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Li ospiterà D'Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri 'ultimi', pensionati e disoccupati delle periferie?... Un'invasione, perché di questo si tratta... La destabilizzazione degli Stati è avvenuta da sempre anche grazie al fattore immigrazione...». A parlare così non è Borghezio ma Beppe Grillo, in un intervento postato sul suo blog il 29 marzo scorso.
Toni e contenuti della requisitoria di Grillo contro quello che lui stesso chiama il tabù buonista dell'immigrazione fanno impressione: per la totale irrazionalità delle argomentazioni - l'Italia «invasa» è uno dei paesi europei con meno immigrati, l'idea che gli stranieri «rubino» il lavoro agli italiani è una bufala -, per l'affermazione presa di peso dalla retorica nemmeno leghista, ma lepenista, che l'immigrazione rischia di sgretolare l'Europa. Fanno impressione le parole di Grillo, ma non sorprendono più di tanto.
Da quando il comico genovese si è reinventato predicatore anti-sistema, il suo linguaggio ha sempre indossato i panni del populismo di destra. Nella sinistra radicale Grillo gode di un pregiudizio favorevole, quasi di un'immunità culturale: perché la sua forza polemica rappresenta un'arma efficace sia contro il berlusconismo sia nei confronti dei vizi e delle degenerazioni della «casta» politica di destra come di sinistra. E Grillo gode di popolarità larga anche in un vasto mondo di cittadinanza attiva dal basso obiettivamente più vicino alla sinistra che alla destra - dai comitati per l'acqua pubblica ai gruppi locali che si battono contro inceneritori e altri impianti considerati dannosi - che ha trovato in lui un paladino brillante e mediaticamente incisivo e che è la base su cui è nato e cresciuto il fenomeno dei «grillini».
Questo spiega, tra l'altro, i successi elettorali ottenuti dal movimento Cinque Stelle, che a Grillo direttamente si ispira, in elezioni locali anche importanti, successi che hanno sottratto voti soprattutto ai partiti di sinistra. Ma questo non cambia un'evidenza di fondo: Beppe Grillo esprime un pensiero squisitamente reazionario, la sua figura politica ne fa un emulo più di Giannini o di Poujade, gli inventori europei del qualunquismo, che non l'interprete, sia pure estremo, di una posizione progressista. Insomma quando invoca la fine dei partiti (non di questi partiti...), quando in un incontro alla Camera dà delle puttane alle parlamentari presenti, quando se la prende con lo Stato imbelle che non ferma l'orda barbara degli immigrati, Grillo fa il suo mestiere: mette la sua tecnica, la sua «arte» di geniale polemista al servizio di perorazioni che molto spesso partono da denunce sacrosante ma quasi sempre rivelano una mentalità un po' fascista.
Niente di drammatico. Però sarebbe bello se altri, che fascisti non sono, e che danno ancora importanza alle idee che stanno dietro le parole, smettessero di fargli da corifei.
* Senatori Pd
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L'immigrazione è un tabù. Cos'è un tabù? Un fatto di cui non si può parlare o di cui si deve dare sempre la stessa interpretazione. Il tabù esige che sia perpetuato con frasi di nessun significato che hanno, come unico obiettivo, il rafforzamento del tabù stesso. Infrangere un tabù è considerato ripugnante e degno di biasimo da parte della comunità. Un tabù si alimenta di sentenze nobili come "Ricordiamoci di quando eravamo noi a varcare il mare, spesso in condizioni estreme, e teniamo a freno gli eccessi di reazioni di fronte a quanti vengono a cercare futuro in Italia" pronunciata in modo diversamente responsabile da Giorgio Napolitano. Gli Stati Uniti, terra di immigrazione degli italiani soprattutto dopo l'annessione del Sud e del Veneto da parte dei Savoia, erano un'immenso spazio spopolato, con ricchezze naturali incredibili e per entrarvi dovevi prima chiedere il permesso. Se sbarcavi senza autorizzazione a Boston o a Miami ti sparavano addosso. Il mondo è cambiato, fare paragoni con il passato serve solo a mantenere in vita un tabù. L'Italia di oggi è sovrappopolata, uno degli Stati a maggior densità abitativa del mondo. La Francia ha il doppio del nostro territorio, con pochi rilievi montuosi, e circa lo stesso numero di abitanti. Il Maine, uno dei più piccoli Stati americani, ha le dimensioni del Nord Itala con solo 1.230.000 abitanti.
L'Italia dell'imbonitore Berlusconi, che promise casa e lavoro per gli immigrati alla televisione tunisina, ha il 20% di disoccupazione e almeno 100.000 extracomunitari disoccupati che diventeranno il doppio dopo il crollo ampiamente previsto del mercato immobiliare. Dove li mettiamo? Con che risorse li gestiamo? Gli daremo una casa, un lavoro? Li ospiterà D'Alema sul suo Ikarus o faranno compagnia ai nostri "ultimi", pensionati e disoccupati delle periferie? Non riusciamo a fare un cazzo per gli aquilani e ci illudiamo di nutrire il pianeta?
Il tabù immigrazione ha effetti indesiderati, ma anche desiderati. Quelli indesiderati sono sotto gli occhi di tutti, con migliaia di miserabili lasciati a sé stessi e alle mafie. Quelli desiderati sono una manodopera a basso costo, spesso in nero, destinata di frequente alla morte sul lavoro per il profitto dei padroncini e della Confindustria. Il trionfo della globalizzazione degli schiavi. I rifugiati politici devono trovare sempre accoglienza, chi viene dalle zone di guerra deve trovare sempre accoglienza, gli altri sono benvenuti solo se ci sono le condizioni per ospitarli, casa e lavoro, altrimenti si fa demagogia elettorale a vantaggio non delle sinistre buoniste e cialtrone, ma della Lega. Un'invasione, perché di questo si tratta, darà alla Lega il controllo assoluto del Nord Italia. La Lega, in questi anni, si è nutrita di immigrazione. Ogni immigrato irregolare, un voto in più. La destabilizzazione degli Stati è avvenuta da sempre anche grazie al fattore immigrazione. La Lega è la più interessata a mantenere in vita il tabù dell'accoglienza senza risorse giustificata dal mito dell'italiano con la valigia di cartone. Il problema della Lega, e dell'immigrazione che la alimenta, non è solo italiano, ma europeo. Il fascismo non fu un problema solo italiano, non lo sarà la Lega. Ma l'Europa dorme sonni beati e, come si è visto in Libia, in realtà non esiste. Quale unione di Stati può continuare a esistere senza una politica estera e un esercito comuni? E quale Stato può permettersi il tabù dell'immigrazione senza disintegrarsi?
http://www.beppegrillo.it/2011/03/il_tabu_di_napolitano/index.html
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guido Martinotti: Sermone postdomenicale
Cari Amici,
le elezioni amministrative di Milano si avvicinano e vorrei esprimere a tutti voi, sia che abbia potuto parlarvi o meno, alcune mie preoccupazioni e auspici. Ma prima un inquadramento breve, tanto per ricordare a tutti noi il contesto in cui ci troviamo.
Le prossime elezioni amministrative a Milano non sono come le altre. Si dice spesso così, ma questa volta ci sono buone ragioni per sostenerlo. Milano è malata, e anche il paese lo è. Berlusconi è chiaramente in difficoltà respiratorie, ma non è detto che l’agonia duri poco, se perdesse Milano sarebbe un duro colpo, soprattutto per le manovre di continuismo che il sistema berlusconiano ha in corso. Sono cose note ed è inutile spendere troppe parole. Ma anche sul piano locale l’importanza delle elezioni è grande. Sul piatto ci sono alcune questioni serie, l’Expo, il PGT, l’Ecopass per citarne alcune, ma anche l’infiltrazione della mafia. Ma soprattutto la orribile faccia del potere impersonata dalla sorridente Moratti su tutte le superfici disponibili che promette in caso di vittoria di trasformare Milano in un feudo plutocratico alla mercé delle peggiori istanze speculative della città e della più sordida grettezza impersonata dalla Lega. La Moratti ha introdotto, forse ancora più di Berlusconi, un grado di autoritarismo e manipolazione sfrenata e sfrontata da uscire dalle normali pratiche democratiche, come si potuto verificare in occasione della forzata approvazione del PGT, che Majorino ha fatto benissimo a contestare subito sul piano giudiziario.
Dal punto di vista elettorale per la prima volta in anni la maggioranza berlusconiana non si presenta compatta, sia per il giudizio negativo sulla gestione Moratti (assai diffuso in tutti gli ambienti, basta leggere il giudizio de Il Giornale del 14 Aprile) sia per i riflessi della crisi nazionale del blocco berlusconiano: non porterà milioni di voti, ma se Granata dice che voterà (farà votare ovviamente) Pisapia, qualche smottamento c’è. E’ molto improbabile che con le varie liste in campo la signora Moratti riesca al primo turno, anche se ho sentito esprimere una opinione contraria, che mi sembra davvero aberrante, da parte di un autorevole membro del PD. Poi si vedrà, i sondaggi per quel che valgono (ma non sono del tutto da buttare) sono incoraggianti e lo conferma anche Piero Bassetti in una bella intervista Qualche speranza c’è, ma occorre che questa volta ci sia veramente l’impegno di tutti ed è per questo che vi scrivo. Giusto per caso mentre scrivevo ho visto che oggi su Libero il giornalista Belpietro (quello famoso per molte cose, ma di recente anche per la sòla dell’attentato farlocco) ha lanciato dalle pagine del suo giornale Libero, l’hallalì per la Moratti. La campagna è veramente cominciata e Milano è stato ufficialmente dichiarata il “Ridotto della Valtellina” del Berlusconismo.
La stragrande maggioranza dei miei amici, e cioè voi, riconosce come fatto assai positivo e incoraggiante, che questa volta il popolo del centrosinistra si sia mobilitato nel giusto modo, abbia scelto secondo le regole delle primarie e abbia scelto un gruppo di ottimi candidati che rappresenta le forze progressiste e che si è impegnato a lavorare assieme, benché per ragioni di legge elettorale siamo stati obbligati a fare una scelta. Ci siamo rivolti alla parte attiva dell’elettorato secondo le regole autonomamente scelte dal maggiore partito del centro-sinistra e abbiamo avuto un responso chiaro. E’ questo deve valere per tutti, sia per chi ha creduto in Pisapia fin dall’inizio e ci crede ancora come me, sia per chi ha votato altri. So bene che ci sono state delle delusioni, ma quella su Stefano Boeri, candidato eccellente, è il risultato di una scelta sbagliata. Si poteva arrivare allo stesso risultato (o forse anche a uno diverso) con meno ruggine, senza questa scelta voluta da alcuni dirigenti, ma contestata da altri. Nonostante questo, le primarie sono andate bene, direi anche molto bene e oggi dovremmo veramente accantonare ogni riserva mentale e lavorare per vincere. Molti amici e compagni non hanno ancora ben capito che il meccanismo elettorale non permette a ciascuno di esprimere il candidato fatto su misura. Come diceva il grande genio novecentesco Henri Simon, “states and organizations are blunt subjects”: le entità organizzate non permettono troppi distinguo, a un certo punto cala l’accetta. Il principio democratico o maggioritario, forse inventato in Grecia, non sappiamo bene (a Roma come è noto si votava per gruppi) è ottuso. O si sta di qua o si sta di là. Tertium non datur: chi non vota, vota per l’altro. Alla fine, dopo il primo turno, a Milano, chi non vota Pisapia farebbe meglio a dire onestamente di votare per Moratti. Il risultato è lo stesso, e anche il significato.
So che la maggioranza di voi condivide queste posizioni ma ci sono alcuni atteggiamenti che mi preoccupano. C’è continua dirsi convinto che nonostante tutto vincerà la Moratti, magari ritenendosi così politologo migliore di tutti noi. Questo mi sembra un atteggiamento davvero triste. Dopo la sconfitta da parte dei conquistadores spagnoli i poveri Maia sgominati si trovavano in catacombe che troviamo ancora oggi costellate dell’impronta di mani rovesciate, segno di disfatta. Ma il popolo della sinistra non è come i Maia, non siamo estinti né in Italia né altrove, e chi ha avuto la ventura di sentire il discorso di Obama sul Bilancio sa che la maggiore potenza mondiale ha un presidente di sinistra che non si vergogna di dirlo. Come molti altri capi di stato progressisti è attaccato rudemente da una destra anche peggiore della nostra che arriva fino a contestare la cittadinanza di Obama (come se non ci fossero la Corte Suprema e altre innumerevoli istituzioni che ovviamente hanno fatto tutti i controlli necessari al momento delle candidature) e oggi ci sono un paio di stati che chiederanno i certificati di cittadinanza ai candidati alla Presidenza! Ma la verità è che oggi siamo nel mezzo di una grande rivolta contro la destra e contro il dispotismo in tutte le parti del mondo. Le cinque dita della mano devono essere presentate in alto, non in basso. Va anche rifiutato l’atteggiamento di chi si mette come uno spettatore alla finestra, commentando da esteta della politica la mossa dell’uno o dell’altro. Rendiamoci conto che sul ring non c’è solo il nostro candidato ci simo anche noi. Un colpo preso da lui, che lo vogliamo o no, arriva in faccia anche a ciascuno di noi. C’è un momento per discutere e scegliere e c’è un momento per agire. Quest’anno si può vincere, ma solo se tutti, e proprio tutti, questa volta, si impegnano di persona, la vittoria non è scritta in qualche sofisticato ragionamento a priori, non è scritta nei sondaggi di ieri, ma nel voto di domani.
Mi scuso per il tono predicatorio, ma mi auguro che ognuno di voi si metta a predicare e in primo luogo mi aiuti a far circolare la mia lettera, o meglio ancora scriva a sua volta agli amici nello stesso senso. “Andiamo, che ce la si fa”; ognuno di noi si rilegga le parole di Enrico V prima di Azincourt. “Forse siamo pochi, ma in futuro saremo orgogliosi di essere stati tra quei pochi”
Guido Domenica 17 Aprile 2011
le elezioni amministrative di Milano si avvicinano e vorrei esprimere a tutti voi, sia che abbia potuto parlarvi o meno, alcune mie preoccupazioni e auspici. Ma prima un inquadramento breve, tanto per ricordare a tutti noi il contesto in cui ci troviamo.
Le prossime elezioni amministrative a Milano non sono come le altre. Si dice spesso così, ma questa volta ci sono buone ragioni per sostenerlo. Milano è malata, e anche il paese lo è. Berlusconi è chiaramente in difficoltà respiratorie, ma non è detto che l’agonia duri poco, se perdesse Milano sarebbe un duro colpo, soprattutto per le manovre di continuismo che il sistema berlusconiano ha in corso. Sono cose note ed è inutile spendere troppe parole. Ma anche sul piano locale l’importanza delle elezioni è grande. Sul piatto ci sono alcune questioni serie, l’Expo, il PGT, l’Ecopass per citarne alcune, ma anche l’infiltrazione della mafia. Ma soprattutto la orribile faccia del potere impersonata dalla sorridente Moratti su tutte le superfici disponibili che promette in caso di vittoria di trasformare Milano in un feudo plutocratico alla mercé delle peggiori istanze speculative della città e della più sordida grettezza impersonata dalla Lega. La Moratti ha introdotto, forse ancora più di Berlusconi, un grado di autoritarismo e manipolazione sfrenata e sfrontata da uscire dalle normali pratiche democratiche, come si potuto verificare in occasione della forzata approvazione del PGT, che Majorino ha fatto benissimo a contestare subito sul piano giudiziario.
Dal punto di vista elettorale per la prima volta in anni la maggioranza berlusconiana non si presenta compatta, sia per il giudizio negativo sulla gestione Moratti (assai diffuso in tutti gli ambienti, basta leggere il giudizio de Il Giornale del 14 Aprile) sia per i riflessi della crisi nazionale del blocco berlusconiano: non porterà milioni di voti, ma se Granata dice che voterà (farà votare ovviamente) Pisapia, qualche smottamento c’è. E’ molto improbabile che con le varie liste in campo la signora Moratti riesca al primo turno, anche se ho sentito esprimere una opinione contraria, che mi sembra davvero aberrante, da parte di un autorevole membro del PD. Poi si vedrà, i sondaggi per quel che valgono (ma non sono del tutto da buttare) sono incoraggianti e lo conferma anche Piero Bassetti in una bella intervista Qualche speranza c’è, ma occorre che questa volta ci sia veramente l’impegno di tutti ed è per questo che vi scrivo. Giusto per caso mentre scrivevo ho visto che oggi su Libero il giornalista Belpietro (quello famoso per molte cose, ma di recente anche per la sòla dell’attentato farlocco) ha lanciato dalle pagine del suo giornale Libero, l’hallalì per la Moratti. La campagna è veramente cominciata e Milano è stato ufficialmente dichiarata il “Ridotto della Valtellina” del Berlusconismo.
La stragrande maggioranza dei miei amici, e cioè voi, riconosce come fatto assai positivo e incoraggiante, che questa volta il popolo del centrosinistra si sia mobilitato nel giusto modo, abbia scelto secondo le regole delle primarie e abbia scelto un gruppo di ottimi candidati che rappresenta le forze progressiste e che si è impegnato a lavorare assieme, benché per ragioni di legge elettorale siamo stati obbligati a fare una scelta. Ci siamo rivolti alla parte attiva dell’elettorato secondo le regole autonomamente scelte dal maggiore partito del centro-sinistra e abbiamo avuto un responso chiaro. E’ questo deve valere per tutti, sia per chi ha creduto in Pisapia fin dall’inizio e ci crede ancora come me, sia per chi ha votato altri. So bene che ci sono state delle delusioni, ma quella su Stefano Boeri, candidato eccellente, è il risultato di una scelta sbagliata. Si poteva arrivare allo stesso risultato (o forse anche a uno diverso) con meno ruggine, senza questa scelta voluta da alcuni dirigenti, ma contestata da altri. Nonostante questo, le primarie sono andate bene, direi anche molto bene e oggi dovremmo veramente accantonare ogni riserva mentale e lavorare per vincere. Molti amici e compagni non hanno ancora ben capito che il meccanismo elettorale non permette a ciascuno di esprimere il candidato fatto su misura. Come diceva il grande genio novecentesco Henri Simon, “states and organizations are blunt subjects”: le entità organizzate non permettono troppi distinguo, a un certo punto cala l’accetta. Il principio democratico o maggioritario, forse inventato in Grecia, non sappiamo bene (a Roma come è noto si votava per gruppi) è ottuso. O si sta di qua o si sta di là. Tertium non datur: chi non vota, vota per l’altro. Alla fine, dopo il primo turno, a Milano, chi non vota Pisapia farebbe meglio a dire onestamente di votare per Moratti. Il risultato è lo stesso, e anche il significato.
So che la maggioranza di voi condivide queste posizioni ma ci sono alcuni atteggiamenti che mi preoccupano. C’è continua dirsi convinto che nonostante tutto vincerà la Moratti, magari ritenendosi così politologo migliore di tutti noi. Questo mi sembra un atteggiamento davvero triste. Dopo la sconfitta da parte dei conquistadores spagnoli i poveri Maia sgominati si trovavano in catacombe che troviamo ancora oggi costellate dell’impronta di mani rovesciate, segno di disfatta. Ma il popolo della sinistra non è come i Maia, non siamo estinti né in Italia né altrove, e chi ha avuto la ventura di sentire il discorso di Obama sul Bilancio sa che la maggiore potenza mondiale ha un presidente di sinistra che non si vergogna di dirlo. Come molti altri capi di stato progressisti è attaccato rudemente da una destra anche peggiore della nostra che arriva fino a contestare la cittadinanza di Obama (come se non ci fossero la Corte Suprema e altre innumerevoli istituzioni che ovviamente hanno fatto tutti i controlli necessari al momento delle candidature) e oggi ci sono un paio di stati che chiederanno i certificati di cittadinanza ai candidati alla Presidenza! Ma la verità è che oggi siamo nel mezzo di una grande rivolta contro la destra e contro il dispotismo in tutte le parti del mondo. Le cinque dita della mano devono essere presentate in alto, non in basso. Va anche rifiutato l’atteggiamento di chi si mette come uno spettatore alla finestra, commentando da esteta della politica la mossa dell’uno o dell’altro. Rendiamoci conto che sul ring non c’è solo il nostro candidato ci simo anche noi. Un colpo preso da lui, che lo vogliamo o no, arriva in faccia anche a ciascuno di noi. C’è un momento per discutere e scegliere e c’è un momento per agire. Quest’anno si può vincere, ma solo se tutti, e proprio tutti, questa volta, si impegnano di persona, la vittoria non è scritta in qualche sofisticato ragionamento a priori, non è scritta nei sondaggi di ieri, ma nel voto di domani.
Mi scuso per il tono predicatorio, ma mi auguro che ognuno di voi si metta a predicare e in primo luogo mi aiuti a far circolare la mia lettera, o meglio ancora scriva a sua volta agli amici nello stesso senso. “Andiamo, che ce la si fa”; ognuno di noi si rilegga le parole di Enrico V prima di Azincourt. “Forse siamo pochi, ma in futuro saremo orgogliosi di essere stati tra quei pochi”
Guido Domenica 17 Aprile 2011
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