venerdì 24 aprile 2009

claudio bellavita: partiti e democrazia interna

Ne abbiamo parlato a sufficenza, ma aggiungerei un pensiero: è stato lui a introdurre, mi sembra al congresso di Palermo, la prassi dell'elezione del segretario in congresso, che si è diffusa a macchia d'olio in tutti i partiti e fino ai segretari di sezione.

Adesso, che tutto spinge ai macropartiti, le regole della democrazia interna mi sembrano molto importanti. Forse sarebbbe buona cosa , anzichè parlare del passato, farci spiegare dai deputati europei come funzionano all'interno gli altri partiti socialisti.

Alberto Sangalli: Sono laico

Sono "laico", stremamente efermamente "laico". Di idee Azioniste, la mia "culla politica" é stato il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa. Passato ai DS, assieme agli altri compagni della Sinistra Repubblicana, auspicavo la confluenza pure dei Socialisti, altrettanto laici e difensori dei principali diritti di libertà e giustizia sociale. Sono uscito dai DS all'atto della fusione con la Margherita: esemplare progetto di "collusione d'interessi" e non di vocazione ideologica. Non ho voluto "morire democristiano". Ho aderito alla Costituente Socialista sperando che il vecchio vizio di sentirsi sempre accerchiati e ridotti nell'ultimo "fortino" dai soliti "Di Pietro e "Comunisti", fosse diventato ormai un tema "storico" e come tale trattato. Ho potuto constatare che al contrario é rimasto un tema da "cronaca", anche dopo tanti anni e le stesse ammissioni di Craxi di fronte al Parlamento. I giudici avrebbero dovuto tapparsi le orecchie, gli occhi e qualcos'altro per non fare ciò che hanno fatto.
Ora é nato il cartello elettorale "Sinistra e Libertà", altro ed ennesimo esempio di "collusione d'interessi " ( quelli elettoralistici ) senza alcun sincero obiettivo di arrivare a quell'unità della sinistra democratica tanto invocata quanto necesdsaria.
Ma cosa vogliamo ? I leader dove sono ? E, prima di tutto, che idee abbiamo ?
Continuare a piangersi addosso, sfogarsi nei salotti contro il complotto Magistrati - Comunisti. oppure rilanciamo le "originali idee lai che e socialiste comuni in tutta europa.
Sono deluso eamareggiato: di questo passo la destra Berlusconiana continuerà a governare per decenni e la Sinistra ( in senso lato ) bproseguirà nel suo isolamento dorato ( ???? ) beandosi di essere quella minoranza dura e pura che rimane sull'Aventino e che ritiene di essere l'unica ad avere la verità in tasca. Bene credo che se continuerà a tenersela in tasca ben pochi italiani la potranno conoscere.
Auguri a tutti noi, laici, socialisti, democratici, ridotti a parlarci addosso nei salotti tra un dolcetto e l'altro.
Auguri di cuore.
Alberto Sangalli

segnalazione: 7 maggio Roma, New economy e socialismo

CONVEGNO SUL TEMA

"Vivere la recessione? Idee e proposte"
Lorenzo Romano presenterà il libro: "New Economy & Socialismo"
Edizioni Associate novembre 2008
alle ore 17.00 di giovedì 7 maggio 2009 presso la sede del Circolo di Via Andrea Doria, 79
Interverranno: Antonio Landolfi, Vincenzo Russo, Pier Luigi Sorti, Lanfranco Turci, Carlo Vallauri.
Coordina: Salvatore Rondello.

Un libro “New Economy & Socialismo” di Lorenzo Romano (Edizioni Associate 2008) propone di rivedere l'assetto delle politiche attuate dal Governo e impiantare nuovi modelli economici in grado di contrastare gli effetti nefasti della globalizzazione, senza ricorrere a politiche protezionistiche. Nel libro è ampiamente descritto come sia importante costruire il miglior Welfare possibile, ma senza ostacolare il liberal-capitalismo, necessario al continuo sviluppo di una società che vuole continuare nel suo progredire verso migliori condizioni, tutto questo in un innovativo ed interessate modello di politica economica comprendente un assetto statale in grado di garantire occupazione a tutti i cittadini, pur concedendo la massima liberalizzazione alle attività economiche private.
Il libro infine dispone di tre appendici nelle quali vengono esaminate anche le possibilità di realizzare - una sorgente energetica rinnovabile ed illimitata, - di individuare un assetto microeconomico col quale governare un'Azienda di Stato, infine una proposta per un nuovo metodo di prelievo fiscale orientato alla riduzione delle tasse.


Introduzione al libro "New Economy & Socialismo"
L'ambizioso progetto descritto nel libro "New Economy & Socialismo" avvierebbe una profonda trasformazione del settore produttivo nazionale che porterebbe numerosi vantaggi alla popolazione.
Le attività previste sono semplici ma difficili da comprendere perché sono impostate sul cambiamento d'epoca che si sta vivendo ("globalizzazione", informatica/telematica di 5a e 6a generazione, automazione industriale, "real time", micro tecnologie, ecc.) nella quale le teorie d'economia e di politica economica correnti sembrerebbero mostrarsi piuttosto inadeguate, superate dagli eventi tecnologici e dall'ampliamento dei confini commerciali posti a livello mondiale e oramai trasformatisi in un unico "mercato chiuso"!
Per chiarire questi aspetti il libro presenta tre chiavi di lettura:
· dal punto di vista sociologico: per interpretare i problemi connessi alle scarse possibilità di lavoro ed alle prospettive future con particolare riferimento alle prossime generazioni;
· dal punto di vista tecnologico: per mostrare il cambiamento d’epoca dovuto alle nuove tecnologie (terza industrializzazione – tecnologia dell’informazione) pervasive e trainanti tutti i mercati economici e finanziari, nonché gli ambienti artistici e culturali in generale;
· dal punto di vista dell’economia politica per chiarire il forte impatto sulle aziende rese “virtuali” grazie ai processi decisionali “real time” e alla delocalizzazione delle fabbriche.
E’ necessaria una interpretazione combinata delle suddette chiavi per comprendere quali sono in realtà i problemi che attanagliano le economie occidentali e quale sarà il futuro di una popolazione vessata da problemi legati all’andamento di una immaginaria congiuntura quando, invece, si dovrebbero adottare nuovi modelli di politica economica più confacenti alla realtà del III Millennio!
Poco più di quattro anni fa, l'analisi di taluni indicatori econometrici già mostravano l’approssimarsi di una crisi economica involvente l’intero mondo occidentale ma era cosa difficile da credere in quanto gli scambi finanziari nazionali, europei ed extra europei mostravano saldi giornalieri in euro ben oltre le 8 cifre. Da altre parti e dai quotidiani, però, si osservava la continua e lenta disgregazione del sistema produttivo nazionale iniziata negli anni ’70 quando le industrie motoristiche ed elettroniche giapponesi provocarono il fallimento di molte grandi marche europee. Ai giorni nostri si legge che anche grandi aziende statunitensi quali la Ford, Crysler e perfino la più che solidissima IBM hanno estromesso molte maestranze pur con blandi tentativi di riconversione. Addirittura il presidente USA neo eletto ha dichiarato che nel suo Paese in quest’ultimo anno sono andati persi oltre un milione di posti di lavoro!
Contemporaneamente la Cina compie passi da gigante nel mondo industriale con un particolare vantaggio nelle esportazioni al punto tale da raggiungere un notevole PIL la cui crescita è valutata intorno al 10% annuo.
Perché accade tutto questo?
Nel libro vengono analizzati alcuni fattori generatori della crisi economica occidentale dimostrandone l’ineluttabilità in quanto è proprio l’avvento della terza industrializzazione – cioè l’utilizzo massiccio delle tecnologie informatiche – che ha prodotto il risveglio di giganti quali la Cina ma anche di Paesi orientali molto più piccoli quali Twain, Vietnam, ecc. Quindi, non è più il solo Giappone a competere con le industrie europee e statunitensi ma tutto il mondo orientale, compreso l’India e un domani anche la ricchissima Africa!
All’Europa, area relativamente scarsa di risorse energetiche e minerali, rimane ben poco spazio per sopravvivere nel modello che ha portato nel tempo a ineccepibili primati culturali, specie se si continuerà ad adottare politiche economiche vetuste e risalenti a 2 (diconsi due) secoli fa!
Molti economisti attribuiscono questa sostanziale debacle industriale ed economica all’essere trascinati dalla finanza USA la quale sta subendo i medesimi nefasti influssi geopolitici finanziari creati anch’essi dall’adozione di una imprevidente “economia politica”, favorita da una “politica economica” improntata al liberismo assoluto che alla fine è sfociata in attività controproducenti sia verso il mercato interno, sia verso l’intero mondo economico occidentale (erroneamente ciò si attribuisce alla “crisi dei mutui e dei derivati finanziari” che, invece, come detto sono il risultato delle politiche adottate!).
L’unico modo per uscire da tale incresciosa situazione coinvolgente gran parte del ceto medio e di tutte le famiglie a scarso sostentamento è quello di adottare nuovi modelli strutturali finalizzati a ricostruire una società in grado di ristabilire buone condizioni di vita per tutti ma senza limitare il liberismo economico finora attuato il quale, comunque, tanto vantaggio ha portato alla società occidentale specie se la si confronta col passato e col presente del resto del mondo!

Si arriva così a prospettare una struttura sociale e politica che mette insieme capitalismo liberista e socialismo (quest’ultimo inteso politicamente deprivato delle componenti marxiane ma inteso coerente con le proposte di Henri de Saint Simon, Robert Owell per finire alle ultime tesi di Norberto Bobbio) la quale garantirebbe il cercato buon livello di vita per tutti, nell’ottica di una separazione netta tra Aziende pubbliche autonome aventi l’onere di garantire il Welfare e di sostenere l’occupazione e Aziende private gestite con criteri liberisti ancora più spinti al fine di garantire a queste aziende la massima possibilità di concorrere col mondo produttivo orientale, oggi cosa impossibile.
Nel titolo “New Economy & Socialismo” il simbolo “&” illustra efficacemente l’associazione tra questi due modelli economici da sempre in lizza tra loro: solo oggi e grazie proprio alla terza industrializzazione è possibile attuare detta trasformazione che si risolve nella parola: “sinergia”. Infatti, laddove le Aziende private, ad esempio, non risolvono il problema dell’occupazione, sarà compito dello Stato investire capitali per attrezzare strutture produttive in grado di assorbire l’eccesso di disoccupazione, di autofinanziarsi e di rendersi competitive almeno sull mercato interno. Basta coi prepensionamenti o con altri tipi di “ammortizzatori sociali”!
I vantaggi ottenibili dall’adozione di questo modello di politica economica sono molti, ad esempio l'eventuale capitale estero investito in Italia sulle Aziende pubbliche e/o private troverebbe enormi vantaggi derivanti dall'utilizzo di personale e d'infrastrutture d'ottima qualità, senza peraltro incappare nei soliti limiti dovuti all'elevato livello di tassazione e/o ai pesanti vincoli sindacali (sarebbero favorite le assunzioni/licenziamenti e ristrutturazioni in piena libertà ma nei limiti di alcune leggi per la salvaguardia dell'integrità fisica e legale delle maestranze).
La flessibilità del posto di lavoro e la stabilità sindacale conseguenti a tale impostazione nonché alla forte riduzione dei costi di produzione, sarebbe un fortissimo motivo d'attrazione per gli investitori esteri che rimane uno dei principali obiettivi.
Così facendo l'Italia potrebbe diventare il "motore" del sistema UE
Il problema dell'occupazione si risolverebbe a livello locale attraverso un adeguato numero delle suddette Aziende finanziate dallo Stato. Esse dovrebbero versare allo Stato solo una minima parte dell'utile ed impiegherebbero il resto per la rigenerazione dei loro processi produttivi.
Le Aziende di Stato, oltre a risolvere il problema dell'occupazione, produrranno i cosiddetti "beni primari" destinati in prevalenza al mercato interno, ad un prezzo congruo e dovranno mantenersi attive e con un bilancio adeguato. La gestione interna dovrà essere effettuata con una specie di "bonus"/malus", in altre parole premiando i lavoratori più solerti e viceversa anche licenziando!
Tutto l'apparato statale dovrà essere sostenuto da imposizioni fiscali solo su tutte le persone fisiche con qualche variante per i residenti esteri, preferibilmente con una tariffa quasi unica e dai già detti introiti delle Aziende di Stato.
L'adozione del sistema testé sintetizzato, oltre a consentire la concorrenza pressoché paritetica tra le Aziende pubbliche e private (superando l'atavico conflitto tra statalismo e capitalismo), produrrebbe molti altri vantaggi nei settori di competenza pubblica quali la ricerca scientifica, le infrastrutture logistiche, ecc. Tutto questo grazie all'aumento dei possibili finanziamenti provenienti dall'estero invogliati, come detto, dalle nuove ed eccezionali condizioni di stabilità politica ed economica.
E' importante sottolineare che tale sistema, ricreando le condizioni di tranquillità economica delle famiglie e la possibilità d'occupazione tempo pieno, rigenererebbe quei circuiti commerciali ora interrotti a causa della forte diminuzione del potere d'acquisto che si è avuta in questi ultimi anni. In realtà, i commercianti si troverebbero ad operare con un'offerta più numerosa ma a prezzi calmierati. Dal punto di vista del loro bilancio, aumenterebbe la quantità dei beni scambiati con vantaggi per tutti.
Una nota simpatica: il sistema proposto consentirebbe ai giovani lavoratori desiderosi di "bruciare le tappe" e di guadagnare molto facendosi assumere da un'Azienda privata alle suddette condizioni. Chi, invece, vorrà vivere una vita d'impegno ordinario, troverà lavoro presso un'Azienda di Stato.
Tutto il progetto potrebbe sembrare utopico o non realizzabile proprio perché si discosta molto dalla politica economica convenzionale ma è solo un problema apparente e, ovviamente, limitato alle convinzioni che si hanno in merito alle Aziende di Stato di "...vecchio stampo".
Tuttavia l'attuazione di questo progetto è un'attività delicata che prevede una serie progressiva di fasi diversificate tra loro e scaglionate in tempi opportuni secondo un piano ben preciso.
Inoltre, è già stato predisposto un efficace e flessibile sistema informatico "real time" per il successivo controllo generale dell'andamento dei conti delle nuove Aziende di Stato. L'utilizzo del medesimo è necessario al fine prevenire qualsiasi deviazione dal progetto base, fugando in questo modo gli eventuali dubbi residui sulle possibilità reali di realizzare il progetto medesimo.
Lorenzo Romano

giovedì 23 aprile 2009

Keating: false Hopes of an Economic Spring

Da Foreign Policy

The List: False Hopes of Spring

By Joshua Keating Page 1 of 1


Posted April 2009

Five signs of economic recovery and reasons to be skeptical of them.





Spencer Platt/Getty ImagesU.S. BANK RECOVERY


Reason for hope: A number of major U.S. banks have posted huge profit numbers in recent weeks. Bank of America reported earnings of $4.2 billion in the first quarter; Wells Fargo reported a record $3.05 billion; and Citigroup reversed a year of crippling losses with a gain of $1.06 billion. Some have taken the strong first quarter numbers as a sign that U.S. efforts to stabilize the banking sector are starting to bear fruit. Bank of America’s CEO Ken Lewis hailed his company’s strong showing as “a testament to the value and breadth of the franchise.”

Not so fast: Few analysts are buying the banking recovery. The gains are due mostly to recent deals like Wells Fargo’s purchase of Wachovia and Bank of America’s purchase of Merrill Lynch, not to mention a fair amount of creative accounting. Recent shifts in accounting rules changed when a company is required to record the losses on a particular asset as permanent. Citibank was also able to record a loss of value of its debt as a gain because it could theoretically buy it back on the open market. The smoke-and-mirrors act has done little to allay investor fears about the solvency of the U.S. banking sector. Because of the $13 billion Bank of America has set aside to cover future credit losses, the company’s shares actually fell the day it announced its quarterly profit. Even Citigroup’s CFO has said, “We don’t see the light at the end of the tunnel.”



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STR/AFP/Getty ImagesCHINESE MANUFACTURING

Reason for hope: In March 2009, China’s manufacturing sector grew for the first time in six months, according to the China Federation of Logistics and Purchasing. Industrial output was 8.3 percent higher in March than the year before and retail sales jumped 14.7 percent. The Chinese government is trumpeting the upturn as a sign that the world’s third largest economy is beginning to recover after a $585 billion stimulus package. Premier Wen Jiabao described the state of the economy as “better than expected” this week. Goldman Sachs has raised its growth forecast for China to 8 percent.

Not so fast: The numbers are disputed. Another manufacturing survey from a private brokerage in Hong Kong shows manufacturing continuing to decline in March. Unemployment continues to rise. And though the stimulus has succeeded in boosting domestic consumption, exports still account for nearly 40 percent of China’s economy. The coming months will be a test of the degree to which China has “decoupled” its economy from U.S. demand.



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JUNG YEON-JE/AFP/Getty ImagesSTOCK MARKET GAINS


Reason for hope: Global equity markets have begun to show some signs of recovery in recent weeks. The Dow Jones Industrial Average is up 23 percent since early March, the biggest six-week gain since 1938. Asian markets reached a three-month high this week with the Asian Development Bank reporting signs of a “tentative recovery.” New stimulus aid led to a six-month high in the MSCI Emerging Market Index last week, and even struggling European markets have been posting solid gains as of late.

Not so fast: The market gains, particularly in the United States, seem to be way ahead of the fundamentals, with retail, production, and housing indicators all continuing to fall. Economists like the bearish Nouriel Roubini see the recovery as a “bear market rally” that will be reversed by new data like the soon-to-be-released “stress tests” on U.S. banks. The IMF predicts that financial losses could top $4 trillion next year and says that while the recent gains could be the first signal of a recovery, more coordinated government action is needed if they are to be preserved.




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MARTIN OESER/AFP/Getty ImagesGERMAN CONFIDENCE


Reason for hope: On April 21, the closely watched ZEW institute survey of German investor confidence was released, showing huge improvement in analysts’ sentiments on the German economy. It was the sixth consecutive monthly increase in confidence. A growing number of economists now believe that a recovery is possible for the second half of 2009. European equity markets shot up on news of the survey’s release. Chancellor Angela Merkel this week said that increasing optimism among German manufacturers may be a sign that “we may be reaching the bottom.”

Not so fast: There’s still a lot that German investors should be pessimistic about. The government is expected to cut its 2009 economic forecast next week and is expecting a 5 percent contraction in GDP this year. Manufacturing orders in the world’s largest exporter were down 38 percent in February versus the year before, making further layoffs likely.




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MICHAEL URBAN/AFP/Getty ImagesGLOBAL COORDINATION

Reason for hope: The leaders who met at the G-20 summit in London in this month billed it as the beginning of the kind of international coordination that will be needed for a global recovery. Pledging $750 to the IMF for stimulus aid, they vowed to avoid protectionism and clamp down on banking havens. U.S. President Barack Obama hailed the summit as a “turning point in our pursuit of global economic recovery."

Not so fast: The summit fell short in a number of key areas. Because of U.S. objections to international financial regulation and European objections to national stimulus, there wasn’t much coordination promised in the end. Even the much-trumpeted crackdown on tax havens consisted primarily of a black list with exactly zero countries on it. There are also troubling signs that politics will continue to undermine needed international efforts on economic recovery. For instance, despite the fact that Latin America is one of the areas worst hit by the crisis, discussions at the recent Summit of the Americas were totally sidelined by talks about Cuba, hardly the central front of the war against the recession. As the IMF warned this week, much more coordinated global action will be needed and progress thus far has been frustratingly slow.




Joshua Keating is deputy Web editor at FP.

segnalazione: 29 aprile, liberi a sinistra seconda tappa

CIRCOLO LA RIFORMA
Liberi a sinistra, seconda tappa :
per una sinistra laica e libertaria , il 6-7 giugno ed anche dopo !

Mercoledi 29 aprile 2009

Ore 21.00

Circolo della stampa

Corso di P.ta Venezia 16



"Dobbiamo ricreare in Italia, per il bene stesso del paese, una sinistra che possa definirsi, ed essere nei fatti, laica e socialista" con queste parole della giovane segretaria regionale socialista Valentina Morelli si aprì un intenso ed affollato incontro tra diversi esponenti di formazioni politiche e movimenti milanesi dell'area di una sinistra che è presente nella società civile e nel dibattito sociale ma che stenta a trovare rappresentanza poltica ed istituzionale. E' un po' anche da quell'incontro di febbraio che sono stati messi in moto processi di aggregazione elettorale come "Sinistra e libertà" per le elezioni europee e quello della lista "Sinistra per la Provincia " per le elezioni amministrative , con un processo ancora a volte asimmetrico ( per esempio, i Verdi presentano propria lista alla Provincia di Milano) , a volte frenato da vischiosità del passato o da condizionamenti originati dagli ultimi porti frequentati : forse siamo ancora un po' troppo ottimisti, ma lo spirito che a Milano è aleggiato in questi ultimi due mesi è stato comunque quello di cercare di mettere a fattor comune gli elementi che uniscono piuttosto che quelli che dividono , senza per questo cercare scorciatoie o nascondere dissensi anche marcati che esistono .

Ci si ritrova ancora al Circolo della Stampa, quelli che c'erano al primo incontro ed altri che si sono aggiunti , con lo spirito e la voglia di dimostrare che questo percorso non ha certo raggiunto i suoi obiettivi definitivi con la presentazione delle liste per l'appuntamento elettorale di giugno , ma intende proseguire oltre , per contribuire alla costruzione di quella "sinistra nuova che è nei cuori e nelle menti di tanti e cerca le gambe politiche sulle quali camminare



Presiede : Felice Besostri – Presidente Circolo La riforma

Introduce : Franco D'Alfonso Presidente Club Porto Franco



Intervengono:



Mario Agostinelli – Altralombardia

Maurizio Baruffi – Capogruppo Verdi Consiglio comunale Milano

Chiara Cremonesi – Coord Sinistra Democratica Milano

Davide Corritore – Consigliere comunale Milano – Partito Democratico

Valerio Federico – Segretario Ass. Enzo Tortora – Radicali Milano

Valentina Morelli – Segretario regionale Partito Socialista

Giacomo Properzj - Presidente Comitato per la Grande Milano





Modera : Edmondo Rho – giornalista, Segretario del Circolo della stampa

segnalazione: 28 aprile, anna è viva

Anna è viva

autore Andrea Riscassi



martedì 28 aprile 2009

dalle 18.30 alle 20.30

serata di presentazione

presso il Moresko Hammam Cafè – via Rubens, 19 Milano

con aperitivo offerto dal ristorante Muscolo di Grano di Maria Marangelli - via Michelangelo Buonarroti, 8 Milano





parteciperà l’attrice Ottavia Piccolo,

protagonista dello spettacolo teatrale “Donna non rieducabile” sulla vita della giornalista russa





e



martedì 5 maggio 2009

ore11.00

presso il Giardino dei Giusti di Milano sarà piantato un albero per Anna Politkovskaja



ore 21.00

presso il Circolo della Stampa – C.so Venezia, 16 Milano

Ospite d’eccezione Vera Politkovskaja – figlia di Anna Politkovskaja

Lisa Nitti - interprete





Interverranno



Andrea Riscassi – giornalista RAI e autore di “Anna è viva”

Letizia Gonzales - presidente dell'ordine dei giornalisti della Lombardia

Manfredi Palmeri - presidente del Consiglio comunale di Milano

Rosi Brandi - presidente Gruppo Cronisti Lombardi

Matteo Cazzulani – presidente di AnnaViva









Per ulteriori informazioni



Ufficio stampa

Walter Barberis: il 25 aprile e la trappola della memoria condivisa

da La Stampa

23/4/2009

Il 25 aprile e la trappola
della "memoria condivisa"





WALTER BARBERIS

E’ ormai frequente, in occasione di anniversari che riconducano a momenti critici e controversi della nostra storia nazionale, sentire il richiamo a una memoria condivisa. Sembrano confondersi, tuttavia, in questo invito istanze diverse, sulle quali vale la pena riflettere. E in primo luogo per una questione assai semplice: che il termine memoria è ambiguo per definizione. Connota il giusto intento di trasmettere alle generazioni più giovani il patrimonio di esperienza di coloro che le hanno precedute. E, generalmente, indica l’esigenza di tenere viva la lezione che si presume ci abbiano lasciato avvenimenti tragici che hanno lacerato la nostra società. Ma la memoria è soggettiva, individuale, e per di più incline a deteriorarsi, a perdersi, a peggiorare. La memoria è il risultato di sguardi particolari, che non possono essere modificati. Certo, si può affermare che esperienze comuni abbiano sedimentato una memoria collettiva. È vero. Ma sarà comunque impossibile conciliare, rendere omogenee, memorie legate a esperienze diverse, derivate da punti di vista e da adesioni personali o di gruppo totalmente differenti. Perché un partigiano dell’Ossola o della Langa dovrebbe rimodellare il suo ricordo per accordarlo con un reduce della Monterosa o della X Mas che gli fu nemico in quei mesi di scontri mortali fra il ’43 e il ’45? O viceversa. E quale memoria potrebbero condividere un italiano del Sud e uno del Nord rispetto a quegli avvenimenti?

Si deve intendere il termine memoria come metafora di qualcos’altro. Ovvero come il terreno su cui far germogliare un processo di riconciliazione nazionale, cioè quell’accordo fra visuali diverse e distanti che permetterebbe di mettere alle spalle il passato: con la concessione ai «vinti» di qualche risarcimento morale e di un conseguente restauro di immagine, e con la richiesta ai «vincitori» di una qualche forma di abiura e di cessione valoriale. Si potrebbe discutere sull’opportunità di una simile operazione; il fatto è che con tutta evidenza non funziona. Perché ogni guerra civile, dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha sempre lasciato dietro di sé una scia di recriminazioni, di rese dei conti, di riscritture degli avvenimenti e una molteplicità di memorie differenti e antagoniste. Esattamente com’è successo in Italia.

La questione è ancora attuale, ma nasce nel profondo della nostra civiltà, quando la guerra del Peloponneso scosse la Grecia del V secolo a.C. Perché era successo - si chiesero i contemporanei - che Greci avessero combattuto altri Greci? Tucidide, sulle orme di Erodoto, mise a punto una procedura che pareva soddisfare quella richiesta di spiegazioni: si doveva fare un’inchiesta, to historein, cioè fare storia. Si doveva procedere a una ricostruzione degli avvenimenti capace di rispondere onestamente alle domande di verità; fornire un’interpretazione sorretta da prove certe. Allo stesso modo di un’indagine giudiziaria, o medica. È ancora questo di cui ha bisogno una qualunque comunità: una buona storia, non manipolata a scopi propagandistici, non piegata dallo spirito di parte.

La storia italiana è tutta segnata da elementi di frattura e dagli scontri di fazione. Non a caso il Foscolo, esordiva sulla cattedra di eloquenza all’università di Pavia, nel 1809, con queste parole: «O Italiani, io vi esorto alle storie, poiché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare». E aggiungeva, come rimedio: «Amate palesemente e generosamente le lettere e la vostra nazione, e potrete alfine conoscervi fra di voi, ed assumere il coraggio della concordia». Parrebbero parole sensate anche oggi: condividere buoni studi e un’onesta ricostruzione dei fatti potrebbe corroborare la riconciliazione nazionale, dare prospettiva al Paese senza patteggiamenti pelosi su come ricordare il nostro passato.

Sappiamo bene che la Resistenza non ha accomunato gli italiani; è stata un’esperienza di pochi, geograficamente limitata; nonostante la vulgata comunista, non è stata solo una guerra di liberazione dallo straniero tedesco, ma anche e talvolta prevalentemente una guerra civile; non ha visto protagonisti soltanto partigiani comunisti, ma una pluralità di soggetti culturali e politici. E come tutte le guerre civili, ha trascinato dietro di sé uno sciame di vendette, di storie private confuse a storie pubbliche. Ma ha avuto un senso preciso e un ruolo decisivo nella vita nazionale. Ed è di questo che oggi devono ragionare gli italiani, ben oltre le loro memorie personali o familiari; e di là da ogni bisogno di partito. L’Italia che guarda al futuro ha bisogno di una storia condivisa.

Non furono sagge le parole di De Gaulle, quando in omaggio a un impettito nazionalismo, per evitare alla Francia un serio esame di coscienza sul suo passato collaborazionista, nel 1969 disse: «Il nostro Paese non ha bisogno di verità. Ciò che gli occorre è la speranza, un po’ di coesione, uno scopo». Suonano stonati gli echi di quelle parole, quando si è alle prese in Francia come altrove con atteggiamenti razzisti e rigurgiti antisemiti. Abbiamo viceversa un gran bisogno di verità, cioè di una storia plausibile, rigorosa nei suoi metodi di ricerca. E abbiamo bisogno della sua morale. Che in questo caso è assai semplice e può essere tranquillamente condivisa: nella storia mondiale del Novecento, ma si potrebbe dire sempre, la democrazia, per quanto imperfetta, si è rivelata il sistema politico migliore. Chi ha combattuto per la democrazia merita rispetto e gratitudine. Chi ha combattuto per regimi totalitari, in Italia come in Ungheria, in Argentina come in Cambogia, merita una riflessione, talvolta comprensione, ma non una postuma assoluzione.