sabato 31 gennaio 2009

segnalazione: presentazione libro Fulvio Papi

mercoledì 11 febbraio 2009 ore 18.00

In occasione della presentazione del libro

VOCI DAL TEMPO DIFFICILE di FULVIO PAPI (Ibis) Intervengono FERRUCCIO CAPELLI, ROBERTO ESCOBAR, FULVIO PAPI, GIOVANNI SCIROCCO

giovedì 29 gennaio 2009

Paolo Michelotto: referendum e democrazia in Bolivia

il blog di paolo michelotto
martedì 27 gennaio 2009, 21.05.57

Referendum e democrazia in Bolivia
martedì 27 gennaio 2009, 21.05.57 | admin

bolivia

di Paolo Michelotto

due analisi interessanti del voto referendario tenutosi il 25 gennaio 2009 in Bolivia. E’ stato un referendum contrastato, dove la maggioranza dei cittadini e la maggioranza dei dipartimenti ha votato a favore della sua approvazione. Eppure ci sono zone d’ombra. Alcune province, le più ricche, vogliono l’indipendenza dal resto del paese. La grandezza della nuova costituzione e del suo presidente Evo Morales si vedrà anche da come affronterà questa volontà, senza ricorrere alla forza. Comunque una dimostrazione di forza democratica, prima con l’elezione dell’assemblea costituente che nel corso di 2 anni ha elaborato la costituzione, poi con il referendum che ha chiesto l’approvazione della costituzione a tutto il popolo. Sembra ovvio, ma ricordo che in Italia, ad esempio, la costituzione non è mai stata approvata dal popolo italiano, ma solo dall’Assemblea Costituente.

Bolivia. La nuova costituzione: democrazia, giustizia e ricchezze da condividere

di Pasquale Esposito

Nell’estate del 2006 i boliviani si recarono alle urne per eleggere i rappresentanti dell’Assemblea costituente attraverso un processo democratico voluto dal presidente Morales. Il Mas (Movimento al socialismo) e i partiti vicini a Morales non ottennero la maggioranza qualificata [1]necessaria per poter approvare velocemente e senza ostacoli le leggi come invece immaginato - e promesso - durante la campagna elettorale. Il processo fu avviato e dopo lunghi dibattiti, ma anche contestazioni furibonde sfociate in scontri violenti che hanno provocato quattro vittime, il quindici dicembre scorso a La Paz veniva “esibita” la nuova Costituzione. Più esattamente si tratta di una bozza che sarà sottoposta a referendum e che è stata votata, in ultima istanza, da un Assemblea dove i rappresentanti dell’opposizione si erano ritirati [2].

Prima di esaminare alcune delle nuove Leggi fondamentali dello stato boliviano e le posizioni che generano contrapposizioni e violenze va evidenziato come la spinta democratica è stata forte anche in considerazione di un Paese, come quasi tutti quelli sudamericani, lungamente sottoposto a feroce, iniqua ed economicamente disastrosa dittatura. Come spesso accade né le istituzioni ufficiali e né gli organi di comunicazione dei Paesi democratici e sviluppati hanno sostenuto questo processo che per l’Iraq, e non solo, ha anche giustificato una guerra. E, per essere cinici, si stanno perdendo occasioni di accordi economici importanti come nel caso delle esplorazioni del gas dove Gazprom sembra avvantaggiata [3].

La contrapposizione è tra due fronti: da una parte le regioni ricche e trainanti del Paese come Santa Cruz, Tarija, Pando e Beni il cui territorio poggia su enormi quantità di risorse naturali. Sono aree dominate e governate da bianchi proprietari terrieri, imprenditori, liberi professionisti che non intendono dividere le risorse disponibili e perciò hanno approvato, o stanno per farlo, statuti di autonomia regionale ispirati a quelli catalani in Spagna [4]. Statuti che dovranno essere approvati dalle stesse popolazioni locali. Al di là delle dichiarazioni del “centro” e della “destra” sembra di trovarsi di fronte ad un <> perché si istituisce una polizia locale, il diritto di proprietà della terra e l’istituzione della cittadinanza dipartimentale>>[5].

Dall’altra parte ci sono le regioni andine con poche risorse naturali disponibili e popolazioni indigene sfruttate da centinaia di anni senza mai possedere mezzi di produzione o terre coltivate. Il progetto di Morales è quello di riequilibrare la spartizione delle risorse economiche e aumentare i livelli di rappresentanza di queste “nazioni”. Ovviamente il presidente ha già precisato che nessun progetto autonomista sarà accettato.

Negli articoli due e tre della nuova Costituzione si affermano con forza i diritti dei popoli preesistenti alla colonizzazione [6].

Oltre al castigliano sono riconosciute come lingue ufficiali tutte quelle delle popolazioni indigene e tutti i Dipartimenti dovranno adottarne una oltre al castigliano.

I valori e i fini dello Stato - proclamato pacifista e che non autorizza basi militari straniere - sono ancorati a quelli di una società pluralistica, basata sulla libertà, la solidarietà, la trasparenza, la giustizia e l’equità sociale.

Sarà garantito l’accesso all’educazione, gratuita fino alle scuole secondarie, attraverso un impegno di primaria rilevanza per lo Stato; i cittadini poveri saranno sostenuti affinché possano studiare.

La salute sarà assicurata a tutti e in maniera gratuita.

La costituzione afferma che tutti hanno diritto al lavoro e che sia svolto in sicurezza, senza discriminazioni e retribuito in maniera da assicurare un’esistenza degna al lavoratore e alla sua famiglia. Le donne saranno protette per evitare discriminazioni anche semplicemente perché madri. Viene riconosciuto il diritto all’esistenza delle organizzazioni sindacali e alla negoziazione collettiva.

Tutti hanno diritto alla proprietà privata, individuale o collettiva, a patto che abbia una funzione sociale, ma la garanzia non potrà andare oltre l’interesse collettivo e comunque dovrà essere equamente risarcita in caso di esproprio.

La Bolivia è un Paese povero e al suo interno esistono grandi disparità. Per attenuarle o addirittura eliminarle bisogna mettere in campo riforme che estendano, nella sostanza, i diritti materiali ad una larga parte della popolazione. E questo può avvenire con il controllo delle risorse del Paese e una redistribuzione di redditi. Le contrapposizioni saranno forti e secondo politici e analisti locali il 2008 sarà un anno difficile per la Bolivia e Morales[7].
Ancora una volta i diritti di molti sono messi a repentaglio paradossalmente da chi all’interno e all’esterno non vuol vedere un’evoluzione democratica e socialmente più giusta della società boliviana?
di Pasquale Esposito

http://www.mentinfuga.com/archives/176

[1]Ivan Snidero, www.giannimina-latinoamerica.it, 5 dicembre 2007
[2]www.carta.org, Evo Morales annuncia una festa per la nuova costituzione, 11 dicembre 2007
[3]Roberto Da Rin, Gli autonomisti sfidano Morales, Il Sole 24 ore 16 dicembre 2007, pag.8
[4]Paulo A. Paranagna, En Bolivie, les autonomistes de quatre regions défient le préesident Evo Morales, www.lemonde.fr 17 dicembre 2007
[5]Roberto Da Rin, Gli autonomisti sfidano Morales, Il Sole 24 ore 16 dicembre 2007, pag.8
[6]Nueva Constitucion Polltica del Estado, Prima Parte, Titolo I, Capitolo primo, art. 2; la costituzione è possibile scaricarla dal sito www.constituyente.bo
[7]Daniel Schweimer, Will Bolivia’s splits widen in 2008?, www.bbc.co.uk,

Bolivia: l´utilizzo pubblico delle risorse naturali nella nuova costituzione

LIVORNO. La Televisión boliviana (Tvb) ha dato i risultati definitivi del referendum sulla “nueva constitución política del Estado” (Cpe): i si hanno stravinto con il 61,96% ma è confermata, seppur ridotta, la spaccatura tra le province orientali “bianche” e il resto della Bolivia “ibdia”.

Il si ha vinto a : Potosí (78,97%), La Paz (78,41%), Cochabamba (64,83%), Oruro (63,52%), a sorpresa a Tarija (52,84%) e a Pando (45,87%, con un forte numero di schede bianche).

Il no è riuscito a prevalere solo e di misura in quel che resta delle tradizionali roccaforti della destra boliviana: Santa Cruz (60,23%), Beni (55,58) e Chuquisaca (51%), cifre che mettono in forti difficoltà le voglie secessioniste delle province “ricche”.

Grande festa per il presidente Evo Morales che ha annunciato subito: «La rifondazione completa dello Stato boliviano».

Già domenica notte Morales aveva detto «Approfitto di questa opportunità per esprimere la mia grande riconoscenza a tutte le sorelle e i fratelli della Bolivia, a tutti i compagni e le compagne, a tutte le cittadine ed i cittadini che mediante il loro voto, attraverso la loro partecipazione democratica hanno deciso di rifondare la Bolivia. Lo sforzo dei movimenti sociali di tutta la Bolivia, dei suoi professionisti, dei suoi intellettuali, dei suoi artist, non è stato vano, però specialmente la lotta del movimento campesino indigeno, il settore più escluso, il più marginalizzato, il più umiliato durante la República, ora è riconosciuto come popoli, come organizzazioni, persone che hanno un minimo di diritti come qualunque cittadino o cittadina».

Forse la retorica può apparire eccessiva, ma l´indio Morales ha indubbiamente fatto uscire il suo popolo da un´oppressione che sembrava eterna e lo ha fatto scontrandosi con il potente apparato delle multinazionali e della destra interna che aveva scelto proprio il suo Paese per sperimentare quella che Naomi Klein chiama la Shock economy, attraverso una svendita delle risorse brutale che è passata dal tradimento delle promesse elettorali e per l´instaurazione di uno stato di emergenza eterna e un colpo di Stato permanente..

Evo non se lo scorda e ha buon gioco a rivendicare che «Dal 2005 al 2009 andiamo di trionfo in trionfo, i neoliberisti, i venditori permanenti della Patria sono stati sconfitti grazie alla coscienza del popolo boliviano. Il trionfo del si garantisce queste trasformazioni profonde, significa che abbiamo finito con il latifondismo, con i “terratenientes”».

Per Morales comincia ora la “nueva República” e «termina lo Stato coloniale. Qui finisce il colonialismo interno ed esterno. Il neoliberalismo, lo sfruttamento, il modo per liquidare all´asta le risorse naturali, ha avuto il suo culmine all´epoca in cui alcuni signori che tentano ancora regalare le risorse naturali. Ora, grazie alla coscienza del popolo boliviano, le risorse naturali si recuperano per tutta la vita, nessun governo, nessun nuovo presidente potrà svendere e consegnare le risorse naturali alle multinazionali. Ora i servizi di base come acqua, telefoni, energia elettrica, sono un diritto umano, per tanto, saranno servizi pubblici e non commercio privato». E Morales rivendica di aver fatto questa rivoluzione socialista utilizzando lo strumento della democrazia: «E´ la prima volta in 183 anni e 5 mesi di storia repubblicana che si sottomette al verdetto del popolo una Magna Carta: Ringrazio la popolazione per il suo appoggio alla trasformazione dello Stato in democrazia».

Morales si è rivolto ai governatori ribelli perché ascoltino la voce del popolo che nonostante la sconfitta e la vittoria di strettissima misura del Si in soli tre dipartimenti continuano a chiedere autonomia e un patto che impedisca al governo centrale di nazionalizzare interamente le risorse energetiche del Paese.

A loro ha risposto Héctor Arce, ministro della defensa legal de las recuperaciones statale: «Il dialogo deve tenersi sulla base del rafforzamento della nuova costituzione approvata dal popolo, non dal Congreso, non da un´assemblea, il governo ha la responsabilità di farla rispettare».

E Morales, che sta già preparando la sua rielezione ha concluso: «Ripeto che questa sulla “nueva Constitución política del Estado” è per tutti i boliviani e boliviane, non è solo per un gruppo di privilegiati che detengono il potere politico».

fonte: http://www.greenreport.it/contenuti/leggi.php?id_cont=17674

Più siamo, meglio stiamo

dal sito della fgs


più siamo meglio stiamo: facciamo la giovanile del soci...
Ieri 28 gennaio 2009, 15.53.00 | giovanisoc1
Più l'Italia sembra avere un disperato bisogno di socialismo, intrappolata com'è tra la crisi contingente dell'economia globale e quella strutturale delle sue eterne anomalie, più i socialisti sembrano incapaci di rispondere a questa esigenza, chiusi nella torre d'avorio di chi aveva ragione 15 anni fa. Tanto più è grande lo spazio che si presenta dinanzi, tanto più il Partito Socialista non sembra in grado di appropriarsene con la sola propria iniziativa e nonostante il meritorio attivismo della nuova gestione. Assuefatti alla filosofia del primum vivere, i socialisti non riescono ad andare oltre il piccolo cabotaggio e proporre una strategia di lungo periodo. Anche per questo assistiamo al quotidiano stillicidio di dichiarazioni di dirigenti o eletti del partito che abbandonano la nave proprio nel momento in cui invece la crisi irreversibile del PD sembra aprire nuovi ed interessanti scenari di evoluzione per il campo della sinistra.

Purtroppo anche a livello giovanile si sono riproposti gli stessi vizi. Proprio nel momento in cui ci sarebbe stato maggiore bisogno di un confronto politico-ideale che ci consentisse il massimo grado di apertura e il maggior livello di partecipazione della e nella nostra federazione giovanile socialista, si è voluto adottare una soluzione di facile chiusura, concentrandosi nell'elargizione dei "titoli nobiliari" e senza particolari spunti di iniziativa politica.

E' mancata, e manca ancora oggi, una discussione franca ed aperta su quale potesse essere il ruolo della comunità dei giovani socialisti nel contesto politico attuale.

Le batoste elettorali dei vari partiti della sinistra evidenziano l'assoluta necessità di una sinistra unita sotto riferimenti culturali e politici chiari. Si avverte sempre più il bisogno di una sinistra di stampo europeo rinnovata nel metodo e nella prassi che si riconosca tutta (senza pelosi distinguo) nei valori del socialismo. Per questo rilanciamo in maniera energica l'appello alla sinistra del segretario Nencini e gli appelli di Volpedo e della Garbatella per la nascita di una lista del PSE alle prossime elezioni europee. Appello che intendiamo come punto di partenza di un progetto di lungo periodo per la ricostruzione di una sinistra in frantumi.

Non si tratta di riproporre il solito espediente elettorale in vista delle elezioni europee cercando di raccattare pezzi di nomenclatura consunta e non riciclabile ma di costruire le fondamenta di un cantiere della sinistra più credibile e duraturo del Partito Democratico.

L'obiettivo è ambizioso e quindi è fondamentale l'apporto di tutti: il ruolo dei giovani socialisti non deve allora essere quello di rinchiudersi nella riserva indiana dell'integralismo FGS. Per questo condividiamo le perplessità espresse da alcuni compagni sul percorso costituente.

Tuttavia riteniamo di non poter riporre nel cassetto un'iniziativa politica autonoma dei giovani socialisti. Riteniamo indispensabile per il futuro del socialismo italiano dar vita ad una giovanile pienamente integrata nella società civile, che sappia essere l'anello di rottura di un sistema politico figlio e frutto delle anomalie italiane, che abbia la lungimiranza di far proprie le istanze migliori provenienti dal movimentismo.

Lanciamo quindi sul tavolo la nostra proposta. Promuoviamo in tutta Italia coordinamenti territoriali aperti a tutti i ragazzi e le ragazze che vogliano riconoscersi nei valori del socialismo ed impegniamoci a dare a tale iniziativa la massima visibilità.

Facciamo una giovanile del Socialismo, che superi quindi le appartenenze partitiche e ideologiche. Un socialismo senza aggettivi per non rischiare di confonderci con chi strumentalizza il socialismo europeo e quello italiano per creare distinguo che dividono invece di unire.

Solo le generazioni formatasi politicamente in una Europa unita e liberata definitivamente dagli spettri dei totalitarismi del Novecento, che non si nutre dei veleni prodotti dalla stagione di Tangentopoli, che vive ogni giorno sulla propria pelle la globalizzazione e le incertezze da essa generata, può superare i rancori del passato che inchiodano la sinistra italiana alle sue eterne contraddizioni .

Pensiamo che la FGS possa e debba essere il nucleo propulsore di questo progetto, e che l'appuntamento di Salerno debba diventare la prima tappa di un più lungo percorso costituente, da proseguire realizzando quanto prima un "Manifesto politico nazionale della Giovanile del Socialismo", da sviluppare successivamente nelle varie regioni, che ci consenta di raccogliere nuove e numerose adesioni, accompagnando la proposta politica a una serie di iniziative e campagne. Noi ne proponiamo quattro, legate tanto ai temi del dibattito politico quanto alla definizione dell'identità del socialismo giovane del terzo millennio:

- Leghe dei Precari

raccordiamoci con i giovani della Uil e della Cgil per censire e raccordare le associazioni dei lavoratori precari, diffondendo il testo della proposta di legge socialista sullo statuto del lavoro precario. E' solo politicizzando le realtà dei lavoratori precari che si potrà dare uno sbocco concreto alla questione generazionale. Battiamoci dunque per l'introduzione del salario minimo e di nuovi ammortizzatori sociali per i lavoratori precari.

- "Unire di fatto" diritti civili e diritti sociali

rivolgiamo un appello ad un manipolo di giovani economisti e alle associazioni a tutela delle coppie di fatto volto al ridisegno del nostro sistema fiscale che ci consenta di coniugare un nuovo welfare e nuove libertà, in modo da legare a doppio filo l'inscindibile binomio tra diritti sociali e diritti civili.

- Manifesto dell'autoriforma socialista per l'Istruzione Pubblica

elaboriamo una proposta fondata sui pilastri dell'autonomia di gestione, della valutazione del merito e della promozione del diritto allo studio tanto a scuola quanto all'università. Rilanciamo la piattaformaunisquo.it come network dei siti del movimento studentesco. Dobbiamo avere l'umiltà di porci come un'organizzazione di servizio aperta nei confronti di tanti di quei giovani che hanno trovato nell'Onda la prima esperienza politica.

- Campagna "libero Software in libero Stato"

battiamoci per promuovere la diffusione dell'open source. Sosteniamo le associazioni impegnate nella battaglia a favore del Copyleft e nella difesa della libertà sul web e cercando di raccordarci con esse.

Lavoro, diritti, istruzione, cultura non possono che essere i temi principali dell'iniziativa politica dei giovani socialisti. La costruzione di una nuova sinistra in cui i socialisti sappiano essere protagonisti parte dai giovani. Non tiriamoci indietro. Non ce lo possiamo permettere.

Andrea Pisauro

Peppe Potenza

Matteo Salvetti

Giacomo Mileti

Andrea Natalini

Isidoro Niola

Dario Alberto Caprio

Roberta Bruno

Andrea Farina

Francesco Berni

Alessandro Maggiani

Matteo Pugliese

Riccardo Monaco

Gianfranco Piperata

Michelangelo Stanzani

Raffaele Sottile

Mauro Baldessari

Ezio Iacono

Roberto Rinaldi

Roberto Sajeva

Manfredi Mangano

Vittorio Melandri: il lodo Alfano è male, criticare il Quirinale è peggio

“Il lodo Alfano è male, criticare il Quirinale è peggio”. Questa è una frase che posta al fondo di un articolato ragionamento, capisco trovi una sua logica, ma significa anche tout court che non si può più criticare il Quirinale? Lo abbiamo ancora presente vero, che il criticare è altra cosa dall’offendere, e/o, dal vilipendere? Oppure siamo al punto che il “male” del lodo Alfano di cui si parla, ha esteso i suoi effetti sino a “proteggere” l’inquilino pro-tempore del Quirinale anche dalle critiche? L’aria che si respira in questo paese si fa davvero ogni giorno più pesante, me ne rendo conto più che mai in questo preciso momento, quello in cui, arrivato ad esprimere una idea che non mi pare poi così originale, né tanto meno offensiva per nessuno, mi sento di dover aggiungere che non nutro nessuna simpatia politica per Di Pietro, quasi a giustificare così l’ardire di una opinione borderline, rispetto alla pronuncia della quale non basti più l’Art. 21 della Costituzione.



Vittorio Melandri

Durante: solo briciole ai lavoratori

Da Aprile on line
Solo briciole ai lavoratori
Ma.Bo., 28 gennaio 2009, 19:21

Le misure prese dal governo per rispondere alla crisi economica, anche per quel che rigurda il settore auto, sono inadeguate. Perciò la Cgil sceglie di scendere il piazza il 13 febbraio. Mentre si procede, come dimostra l'accordo sulla riforma del Ccnl, non sottoscritto da Corso Italia ma da Cisl e Uil, ad attaccare diritti e salario del mondo del lavoro, dividendo anche il fronte sindacale. Ne parliamo con Fausto Durante della Fiom



Il governo incontra parti sociali e protagonisti del settore per definire gli interventi da mettere in campo in risposta alla crisi che investe il mondo della produzione automobilistica, puntando sul sostegno alla rottamazione e sull'investimento di una cifra fra i 300-400 milioni di euro. La crisi continua, con cig a pioggia ma anche con scarsa copertura economica da parte dello Stato, mentre i posti di lavoro nel futuro non potranno che contrarsi, in ogni settore. Nonostante sia stato approvato un pacchetto di misure di risposta. Per completare il tragico quadro: Cisl, Uil e Confindustria, con la regia dell'esecutivo, sottoscrivono una riforma del contratto nazionale di lavoro che vede sfilarsi la Cgil e che spacca, fra contrari e sostenitori, il Pd. Di tutto questo abbiamo discusso con Fausto Durante della Fiom, che insieme alla Fp sarà in piazza il 13 febbraio per contestare le misure prese da Berlusconi in merito alla crisi economica.

In queste ore il governo italiano e le rappresentanze del settore auto stanno cercando di confezionare un piano di sostegno per rispondere alla crisi. Il pianeta automobilistico non attraversa un momento felice a livello mondiale...
L'auto sta attraversando la fase più difficile degli ultimi 30 anni. Di fronte alla crisi che il settore sta vivendo a livello mondiale, paesi europei e Usa si stanno muovendo verso una politica di sostegno all'occupazione, per tutelare posti di lavoro, e di ripensamento nella produzione automobilistica.

Quando parli di ripensamento della produzione automobilistica pensi alla riconversione verde del neo presidente degli Usa?
Certo anche ad Obama che ha tracciato la strada del sostegni a progetti di innovazione tecnologica eco sostenibili, ma anche ad altri paesi dove gli aiuti monetari sono legati all' innovazione e all'ammodernamento tecnologico del settore automobilistica. In Italia invece si procede con interventi tradizionali, vecchi, che si sintetizzano nell'attribuzione di denaro per la rottamazione.

E' solo questo che preoccupati la Cgil?
No, c'è anche la questione della quantità economica investita dal governo nel settore auto: i 300-400 milioni di euro promessi dall'esecutivo sono ben poca cosa rispetto, in proporzione, ai 17 miliardi di dollari che hanno investito gli Usa per i tre grandi colossi del polo di Detroit, Gm, Ford e Chrysler. Una distanza siderale dunque fra il nostro paese e gli States, che occulta quanto il settore dell'auto abbia bisogno di risorse.
Ma l'Italia è lontana anche dagli standard europei: la Germania e la Francia, per esempio, stanno investendo molto di più.
Insomma, il governo costringe il nostro paese ad essere privo di vere politiche industriali oltre che di sostegni economici.

Pochi soldi, dunque, per un settore che, come quello delle vetture, non solo è scosso pesantemente dalla crisi, ma ha proporzioni vaste...
Si perché in Italia si dice settore auto e si pensa automaticamente solo alla Fiat. Ma questa logica è riduttiva perché il settore è molto più ampio. Perciò anche gli interventi di aiuto confezionati dallo Stato lo devono riguardare nella sua interezza. Certamente gli stabilimenti e i lavoratori Fiat vanno tutelati, ma all'interno di una azione governativa che coinvolga tutto l'intero comparto, indotto compreso. La componentistica, per esempio, è un settore che lavora nel nostro paese non solo per gli Agnelli ma anche per altri soggetti industriali. Se non si offre sostegno all'intera filiera dell'auto, oltre che a tutte le realtà che gravitano intorno a questa produzione, si rischia di compromette il sistema globale con conseguenze occupazionali tragiche.

Il governo quindi dimostra di avere una visione miope sulla crisi del settore automobilistico?
Si perché le misure fin qui preannunciate riguardano solo l'acquisto di nuove vetture, il che significa colpire quell'intera filiera produttiva che gravita intorno all'auto di cui parlavo prima.
Dunque, gli interventi vanno indirizzati all'insieme della produzione legata all'auto e a tutti i soggetti coinvolti.

La Cgil boccia dunque l'esecutivo sulle politiche di sostegno alla realtà dell'automobile. Non diversamente in merito all'intero pacchetto anticrisi. Perché?
Le misure anticrisi del governo sono ridicole. Rispetto al disagio socio-economico si propone la social card e il bonus famiglie, per il finanziamento degli ammortizzatori sociali si stornano i soldi previsti per il Fas e Fondo sociale europeo, sottraendo così risorse destinate allo sviluppo e alla politica industriale. Non c'è risposta al fatto che ci sono milioni di lavoratori -precari, atipici, impiegati delle piccole imprese, soprattutto donne e immigrati- che non hanno diritto agli ammortizzatori sociali. Non a caso uno dei punti centrali della piattaforma che sostiene lo sciopero che Fiom e Fp della Cgil hanno indetto per il 13 febbraio propone l' estensione della cassa integrazione a coloro che ne sono privi.

Ma l'esecutivo si è impegnato ad estendere gli ammortizzatori sociali?
Si è impegnato tante volte e su tante cose, per poi invece...Dispiace che Cisl e Uil continuino a credergli. Già nel 2002 col patto per l'Italia, il governo Berlusconi di allora aveva promesso una riforma degli ammortizzatori sociali in senso di una loro estensione e qualificazione, per poi fare marcia indietro perché senza risorse. Ed era un momento dove non si registrava la crisi che domina attualmente.

Tu parli di una cambiamento del sistema degli ammortizzatori sociali. Allora non siete il sindacato della conservazione? Veltroni dunque si sbaglia quando vi sprona ad "accettare le sfide dell'innovazione riformista"?
Veltroni sbaglia obiettivo, ha semplicemente confermato la confusione in materia che caratterizza il Pd. In merito al contratto di lavoro e alla sua riforma il Pd ha almeno 4 opinioni diverse. Non vedo in questo accordo, siglato senza la Cgil, quella grande ispirazione riformista a cui pure Veltroni richiama il nostro sindacato. Al contrario si propone la vecchia aspirazione del governo di centrodestra e Confindustria a dividere i sindacati e isolare la Cgil. O almeno questo è ciò che sperano di realizzare. Non è certo un afflato modernizzatore e riformatore.

Il segretario del Pd critica l'accordo per il metodo (esclusione della Cgil) ma non nel merito. Come valuti questa diversificazione democratica?
Il fatto che Veltroni non abbia contestato i contenuti dell'accordo che non abbiamo, come Cgil, sottoscritto, mi sorprende. Rosi Bindi, Carlo Azelio Ciampi, addirittura Tito Boeri (certamente non accusabili di complicità con la Cgil) hanno contestato quell'accordo nel merito. In presenza di questi giudizi critici come fa Veltroni a veder elementi positivi? Una valutazione che desta preoccupazione anche circa la capacità del partito di Veltroni di radicarsi nel mondo del lavoro: lo dico da persona che ha creduto alla potenzialità innovativa del Pd.

In cosa quell'accordo, al contrario firmato da Cisl e Uil, non vi convince?
Non c'è più nell'idea di contratto nazionale che sottende questo accordo il ruolo di incremento del potere d'acquisto dei salari che questo contratto ha garantito e che è stato al centro della storia delle battaglia sindacale. Anzi, viene ridotta la capacità del Ccnl di garantire la crescita del potere di acquisto dei salari perché si prevede, per esempio, che i lavoratori paghino due volte il costo dell'energia. Oltre a pagare le bollette, infatti, non si tiene più in considerazione la crescita del costo dell'energia. Insomma si riduce la forza del salario.

Solo questo aspetto?
No, poi c'è l'ingabbiatura sindacale: la contrattazione di secondo livello viene depressa, perché nelle aziende i sindacati potranno chiedere solo un premio di risultato legato agli andamenti economici dell'azienda e non potranno contrattare gli aspetti che da sempre hanno contrattato a livello aziendale (organizzazione del lavoro, qualificazione professionale, ambiente e sicurezza solo per fare qualche esempio). Ed infine un terzo elemento.

Quale?
Che per la prima volta in Italia le imprese possono derogare in peggio rispetto al Ccnl sul fronte sia salariale che normativo. Cosa accadrà mi chiedo ai lavoratori del Sud? Le imprese potranno infatti dire loro che trovandosi in un contesto economico più sfavorevole del resto d'Italia non potranno che abbassare i loro salari. Si ritorna alle gabbie salariali e al dumping salariale.

Un altro aspetto riguarda il diritto allo sciopero. Cosa contesta la Cgil?
Che il diritto allo sciopero sia stato fatto oggetto di una forzatura senza precedenti, contestabile anche sul piano costituzionale. Tutto questo ratificato senza l'assenso della nostra organizzazione. E' uno stravolgimento della costituzione materiale del lavoro gravissima.

Se dovessi sintetizzare il pericolo che si annida nell'intesa che vi vede contrari, come lo faresti?
Indicherei la pericolosità generale dell'intesa nello snaturamento della funzione del sindacato che essa determina. Si prevede un proliferare di enti bilaterali (che si potranno occupare di sanità, previdenza, mercato, ammortizzatori sociali) che trasformano o meglio riducono il sindacato ad una emanazione impropria per perseguire compiti che non gli competono.

mercoledì 28 gennaio 2009

Ranzani: Memoria

(NEV) - Uno spazio simile a quello che per circa due anni ospitò Anna Frank e i suoi familiari ad Amsterdam fu allestito a Firenze, dal pastore valdese Tullio Vinay e consentì a diverse decine di ebrei di salvarsi dai rastrellamenti e dalle deportazioni. Lo ha raccontato Valdo Spini, presidente della Fondazione Circolo Rosselli, sulla base di alcuni particolari venuti alla luce grazie a un libro che la figlia di Vinay, Paola, sta ultimando.

Spini ha proposto al Comune di Firenze il conferimento del Fiorino d'oro alla memoria a Tullio Vinay. "E’ giusto ricordarlo alla vigilia della Giornata della Memoria, dedicata proprio al ricordo della terribile tragedia dell’olocausto - ha spiegato Spini - ed è giusto che ora anche Firenze renda a Vinay il tributo che merita. Per questo propongo ufficialmente che Palazzo Vecchio tributi un fiorino d’oro alla memoria a Lui e agli altri fiorentini cui è stato dedicato un albero nel viale dei Giusti a Gerusalemme". Il rifugio era stato realizzato in una intercapedine al secondo piano dell'edificio di via Manzoni che allora ospitava la chiesa valdese, poi trasferita in Via Micheli.

L'impegno di Vinay a favore degli ebrei era già noto, tanto che Israele gli conferì nel 1981 il titolo di "Giusto della nazione".

da
NEV - NOTIZIE EVANGELICHE


28 gennaio 2009

settimanale - anno XXX - numero 4

Felice Besostri: elezioni europee

Cari compagni,

l’accordo sulle europee è ormai vicino. Quali forme di mobilitazione intendiamo adottare? Se esiste una sinistra nel PD, è il momento che si pronunci o altrimenti stia zitta per sempre. Potremmo scrivere una lettera a tutti i componenti del gruppo parlamentare PD per dire che ci ricorderemo di come voteranno sulla riforma della legge elettorale. Io aggiungerei che se votano a favore non daremo mai il voto ad una lista che li comprenda.

Lo slogan della campagna potrebbe essere il seguente: PdL e PD come i militari golpisti brasiliani. Nel 1965 stabilirono con legge che ci fossero solo due partiti, uno di maggioranza e l’altro di opposizione.

Nel caso la legge passasse, l’unica risposta praticabile è quella di liste unitarie di sinistra intitolate: la sinistra vive, viva la sinistra. Il permanere dei voti di preferenza consentirebbe di misurare la consistenza degli accordi delle singole forze. È chiaro che dovrebbe riunirsi il coordinamento ma per non riunirsi a babbo morto, la legge sarà approvata con un blitz entro la prossima settimana, propongo di decidere in via telematica le iniziative da fare.

Cordialmente.

Felice Besostri