Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
venerdì 15 aprile 2016
Franco Astengo: Uomini delle istituzioni, custodi dell'ortodossia
UOMINI DELLE ISTITUZIONI, CUSTODI DELL’ORTODOSSIA di Franco Astengo
Il proditorio intervento dell’ex-presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a favore dell’astensione, così come lanciata dal Presidente del Consiglio Renzi, in occasione del referendum di domenica prossima 17 Aprile, è stato accolto dalla gran parte dei mezzi di comunicazione di massa come il richiamo di un autorevolissimo “uomo delle istituzioni”.
In realtà il Presidente emerito nella sua lunghissima vita politica ha svolto anche la funzione di “guardiano dell’ortodossia” e non certo della migliore: in tempi davvero burrascosi l’allora segretario della federazione di Caserta del PCI (in parlamento dal 1953, quando la regola interna al partito era ben diversa, se si pensa che Berlinguer fu eletto alla Camera dei Deputati nel 1972) svolse più volte la funzione di contrasto per tutte le posizioni di dissenso che emergevano nel partito, attorno essenzialmente al delicatissimo nodo dei rapporti con l’Unione Sovietica.
Abbiamo tratto dal primo volume di memorie redatto da Luciano Barca “Con Togliatti e Longo” questo passaggio estremamente significativo.
Lo scenario è quello dell’VIII Congresso del PCI, che si svolse a Roma tra l’8 e il 14 dicembre 1956: all’indomani del XX congresso del PCUS (quello del rapporto segreto di Kruscev che denunciava i crimini di Stalin) e nel pieno della bufera scatenatasi con l’intervento delle truppe sovietiche in Ungheria.
La voce di dissenso più autorevole che si levò in quel Congresso rispetto alla sostanziale acquiescenza del PCI verso la repressione militare sovietica verso la rivolta ungherese fu quella di Antonio Giolitti che, alla fine, lasciò il partito.
Si tratta di vicende complicate e difficili, non sicuramente analizzabili – come del resto è stato nel tempo – con l’accetta della distinzione del bene e del male.
Ciò premesso e acclarato è il caso però di soffermarsi su questo passaggio, preso integralmente dal testo di Luciano Barca.
“Antonio Giolitti svolge un discorso ben costruito con un avvio moderato e concreto legato all’esperienza cuneese, un forte richiamo a Gramsci e, collegandosi a Diaz ma andando oltre, con un forte attacco alla “doppiezza” cui lo stesso Togliatti aveva accennato.
La doppiezza di cui parla Giolitti è quella di chi da una parte riafferma il valore permanente delle libertà democratiche e dall’altra scrive che gli errori e i delitti denunciati dal XX congresso non hanno intaccato la permanente sostanza democratica del potere socialista (dico potere e non sistema) e che il governo di Budapest è legittimo.
L’intervento è ascoltato con silenziosa attenzione e alla fine salutato dagli applausi di una maggioranza di congressisti.
La curiosità si sposta ora sul compagno cui, secondo la prassi del centralismo democratico, sarà affidato il compito di replicare a Giolitti.
Si fanno parlare dalla tribuna i rituali tre compagni che nessuno segue e poi sale alla tribuna Giorgio Napolitano.
Bastano le prime parole del suo intervento (“la migliore prova della libertà che c’è nel partito è che Antonio Giolitti abbia potuto esprimere il suo dissenso”) per capire che il designato dal “centro” è lui.
Del resto non è nuovo al compito.
Lo ha già assolto a Napoli contro la Lapiccirella.
Anche questa volta non ci va leggero.
Ritorce su Giolitti l’accusa di doppiezza per dirgli che senza tante ipocrisie avrebbe fatto meglio a dire ciò che pensa e cioè che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione Sovietica.
Fortunatamente non riceve applausi.
Incredulità per l’intervento di Amendola che conclude il suo discorso contro il riformismo liquidatore e il massimalismo inneggiando ai partiti comunisti che sono al potere in tanta parte del mondo e “prima di tutto al glorioso Partito comunista dell’Unione Sovietica”.
A scegliere Napolitano deve essere stato proprio lui”.
Testo di facile comprensione e non abbisognevole di ulteriori commenti.
giovedì 14 aprile 2016
Felice Besostri: Riforme in stile Tempa rossa
Dall'Avvenire dei lavoratori
Politica
RIFORME IN STILE “TEMPA ROSSA”
di Felice Besostri *)
Nella mia prima e unica esperienza parlamentare nella XIII legislatura fui assegnato alla Prima Commissione “Affari Costituzionali” del Senato in quanto ricercatore confermato di diritto costituzionale italiano e comparato. Con l’entusiasmo del neofita quando presentavo in commissione emendamenti aggiungevo la motivazione, cioè a cosa serviva e quali problemi intendeva risolvere. Nella stampa degli atti, però la motivazione scompariva. Ho chiesto spiegazioni ai funzionari e mi spiegarono che si era sempre fatto così. Poi mi fu fatto capire che avrei messo in imbarazzo i miei colleghi e che non stava bene darsi delle arie. La mia fonte di ispirazione era stata la Spagna democratica dove a ogni testo di legge era premesso Motivos de la ley, così che la cosiddetta volontà del legislatore fosse chiara a tutti e non solo agli esperti costituzionalisti.
Col senno di poi avrei dovuto insistere, così chi avesse voluto presentare emendamenti del tipo “Tempa Rossa” avrebbe dovuto motivarli: forse ci sarebbe stato da ridere, perché le motivazioni vere non sarebbero mai state scritte.
Sono stato relatore di disegni di legge importanti, per cinque anni ho avuto la responsabilità della legge comunitaria che doveva dare attuazione alle direttive comunitarie. Poco alla volta cominciai a capire il ruolo di essere relatore: si doveva tener conto degli equilibri politici complessivi e della posizione del governo. Sia chiaro anche che un emendamento non poteva passare se il relatore dava parere contrario. Un emendamento ha bisogno di avere a disposizione un progetto di legge di sicura approvazione, tipo il mille proroghe o, una volta, la legge finanziaria. Non basta che un emendamento sia “giusto”, occorre che sia anche “tempestivo”. A distanza di anni devo confessare che approfittai del mio potere di relatore, quando si trattò di dare attuazione alla direttiva sull’igiene alimentare.
Amo i prodotti tipici della nostra Italia e mi resi conto che se la direttiva passava così com’era, i formaggi di fossa e il lardo di Colonnata sarebbero stati condannati alla sparizione, come tanti altri prodotti lavorati non in contenitori inox in laboratori senza pavimenti in linoleum. Allora introdussi un emendamento per cui, quando determinati metodi di conservazione e lavorazione fossero essenziali per le qualità organolettiche di un prodotto, si potesse derogare ad alcune prescrizioni. Passò senza problemi, si continuò a fare formaggi nelle malghe di alta montagna anche se non avevano due bagni eccetera.
In un sistema bicamerale bisognava sapere in quale ramo del Parlamento presentarlo. Una volta, quando i presidenti erano più esperti, la loro struttura vigilava sugli emendamenti respinti da un ramo del Parlamento affinché non rispuntassero nell’altro: con Tempa Rossa non è successo.
In una assemblea di presentazione delle ragioni del NO al referendum costituzionale, un cittadino anziano mi ha chiesto di spiegargli cosa significasse l’ultimo periodo del terzo comma dell’art. 39 che recita: “Restano validi ogni effetto i rapporti giuridici, attivi e passivi, instaurati anche con i terzi”.
Ho risposto che una norma del genere non c’entra nulla con una Costituzione sia pure come norma transitoria e finale. Siamo all’assurdo. Sono sicuro che l’ex ministro Guidi non c’entra con questo emendamento (costituzionale!): non sento in quelle parole odor di petrolio, ma c’è sicuramente una responsabilità del governo e della ministra Boschi. Non è mai passato un emendamento senza il consenso del Governo, visto che è suo il ddl costituzionale.
Qualcuno che se ne intende mi ha sussurrato che se quella norma venisse stralciata, io mi sarei giocato il vitalizio… Io dico che a maggior ragione questa “deforma costituzionale” va combattuta e battuta. E la battaglia in difesa della Costituzione vale per me più del vitalizio.
È un grave scandalo. Non ho approfondito chi abbia introdotto la norma, non presente nel testo iniziale, ma intendo qui lanciare un appello alla decenza. E, ciò facendo, mi richiamo agli artt. 54 e 67 della Costituzione per i quali “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore” e “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”.
mercoledì 13 aprile 2016
Paolo Bagnoli: L'impotenza dell'Europa
Da Critica liberale, 4 aprile 2016
la biscondola
l’impotenza dell’europa
paolo bagnoli
L’impotenza dell’Europa a fronte del doppio attacco dell’Isis a Bruxelles, poco
prima di Pasqua, atti che equivalgono a una esplicita dichiarazione di guerra all’Europa, è
stata bene e drammaticamente rappresentata da due immagini: la prima dalle lacrime di
Federica Mogherini ad Amman,la seconda da Jean Claude Junker chiuso nella sua stanza
in maniche di camicia e bretelle a parlare coi suoi collaboratori ; lì costretto perché
impossibilitato a lasciare il palazzo della Commissione.
In due immagini quella di un’Europa impotente, piangente e messa all’ angolo.
Naturalmente non sono mancate le dichiarazioni di fermezza dei leader europei. Le
chiacchiere, però, se le porta il vento; ciò che rimane è l’inazione rispetto a tutto quanto
dichiarato dopo i fatti di Parigi. Paradossalmente l’Europa è caduta in uno spicchio urbano
della sua capitale; a forza di occuparsi di mercati e di banche ha perso se stessa, il suo
senso nonché la capacità di ragionare su quanto sta succedendo. Dirlo produce un
brivido, ma nascondersi dietro giri di parole non serve a nulla: la civiltà liberaldemocratica
è sotto attacco e, non solo, risponde poco, male e in ritardo, ma soprattutto sembra
preferire stare in difesa; quasi sterilizzata in una grande paura senza speranza. E senza
politica, soprattutto affossando pure la speranza.
Non c’è capo di governo europeo che non abbia detto “siamo in guerra”, ma la
risposta dov’è se nemmeno i servizi dei vari Paesi sono collegati? Loro “sono in guerra”;
l’Islam politico è in guerra; un conflitto di tipo nuovo rispetto a quelli del passato, con
modalità di azione conseguenti. Non è che non si sappia dove è il nemico – si è addirittura
definito “stato”- cosa voglia e per cosa combatta, quasi che fosse arrivata la resa dei conti
tra due parti del mondo, due culture, due fedi; due civiltà, appunto. Che di civiltà si tratti
lo conferma il diverso modo di intendere il ruolo della donna! Dobbiamo però essere
precisi e parlar chiaro: quella dell’islamismo terroristico non è una civiltà, ma un
demoniaco progetto di distruzione, sottomissione e morte; vi sarà fino a che vi sarà l’entità
politica che lo ispira, lo foraggia, gli dà un motivo per gettare l’Occidente nell’impotenza e
nel caos. Se è vero che “siamo in guerra” cerchiamo di esserlo intelligentemente e sul serio
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perché, al di là di tutte le analisi – e in questi giorni se ne sono lette e sentite di ogni tipo –
il vecchio detto francese à la guerre comme à la guerre, alla fine, esprime la sostanza della
questione e di quanto ne consegue: piaccia o non piaccia.
Occorre, quindi, parlare senza giri di parole. Siamo convinti che l’Occidente
esprima, al meglio di come la storia del mondo dimostra, un valore fondante: il valore
della libertà. Senza di esso non ci sarebbe nemmeno quello della democrazia; senza la
libertà e la democrazia il significato concreto dell’umanità formata da persone, ossia da
tanti mondi morali, non esisterebbe e, con ciò, i dati altrettanto concreti della libertà e
della democrazia, compresa la sua intrinseca nozione sociale che ha nella giustizia un
sostanziale elemento costitutivo.
L’Occidente, intendendo cioè quell’arco storico che inizia con il mondo classico,
esprime un’ identità che non nega la molteplice diversità delle sue società comprese quelle
interne. Essere deboli a fronte di tale identità vuol dire smarrire pure il significato e il
valore delle nostre libertà e delle nostre democrazie. Di conseguenza, vuol dire rischiare di
perdere le une e le altre che esistono se sono congiuntamente operanti.
Oggi sull’Europa pesa questa responsabilità poiché essa sta divenendo il campo di
uno scontro di cui la Storia ci ha già dato qualche assaggio drammatico. Avere devirilizzato
il potere degli Stati per sostituirvi il “vuoto” dei mercati e delle banche non solo ci dice
dell’inadeguatezza della classe politica europea, ma, soprattutto, ci conferma di come non
ci si renda conto della scontro in atto; di come occorra un ampio fronte di alleanze le cui
forze siano disponibili a collocarsi nel campo anti l’Islam politico rappresentato dallo
“stato” del califfo. Quindi, muoversi di conseguenza. Una volta sbaragliato il campo
avversario anche le varie centrali criminali che abbiamo in casa cadranno. Seguirà anche il
tempo per le disquisizioni culturali, religiose, sociali e sociologiche; quando questo dopo
sarà conquistato.
Avere paura della realtà è il modo peggiore per fare politica; ma chissà se la lezione
da cui nasce la moderna concezione della politica, quella di Niccolò Machiavelli per capirsi,
è presente a chi si trova a doverci guidare in uno stato di emergenza qual è quello in cui si
trova di questi tempi il mondo? Che sulla libertà occorra “tenerci le mani sopra” è forse
l’ammonizione più forte che ci viene dal segretario fiorentino. Il richiamo all’Europa dei
padri fondatori è solo retorica. Essi hanno avuto il merito di aver avviato un processo nelle
condizioni allora date; invece della retorica perché non sviluppare quanto era implicito in
quel disegno e nell’intenzione di fondo che lo muoveva? Essere venuti a sapere che dopo i
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130 morti di Parigi ancora manca una sinergia tra gli Stati europei la dice lunga sul vuoto
d’intenzione nel quale l’Europa è caduta. D’altronde, se usciamo dallo specifico del
terrorismo, la grande questione dei cosiddetti “migranti” e le modalità stesse della
trattativa con la Turchia dimostrano a quale punto di abiezione siamo giunti.
La liberazione di Palmira ci dice che l’Isis sta perdendo terreno nonostante la forte
rete europea che giorno dopo giorno emerge con sempre più evidenza; emerge la fonte per
la buona riuscita degli attacchi terroristici che il califfato ispira e attua. Dobbiamo, tuttavia,
ai combattimenti dei curdi siriani e delle forze armate di Assad sostenute dai russi la
liberazione di Palmira che apre la strada alla riconquista di Raqqa. Non solo, ma anche
l’esercito iracheno, che non brilla per spirito combattivo ed efficienza, dopo l’intervento
russo è apparso più efficace e, con esso, operano bene le milizie sciite-iraniane e quelle
curde irachene, supportate dall’aviazione della coalizione guidata dagli Stati Uniti che, a
loro volta, si dirigono verso Mosul in un lungo percorso che ne prevede la liberazione
entro l’anno. Ne consegue che, se le azioni assassine dell’Isis in Occidente sono la
conseguenza della stretta nella quale l’Isis si trova, ciò vuol dire che il califfato sta
vacillando. Significa che il jihadismo è al tramonto? Proprio no; il fuoco non si spenge in
una volta poiché ciò comporta che i Paesi arabi vicini alla Siria e all’Iraq taglino coi
jihadisti ogni rapporto. Vogliamo dire che non pensiamo che il rischio terroristico sia
cancellato d’un botto, ma certo lo scenario cambierebbe e una coordinata ed efficace azione
di intelligence farebbe il resto.
In tale drammatico scenario notiamo l’assenza delle grandi comunità islamiche che
vivono nei Paesi europei; non abbiamo udito voci ferme e d’insieme. A Lahore si è
consumata l’ennesima strage di cristiani; possibile che non si alzi nemmeno un urlo, non
solo forte, ma significativo in Europa? Limitarsi a dire che il Corano non prevede cose dei
genere è certamente importante, però non basta: nel campo della fede esistono differenze e
divisioni, non infedeli da uccidere!
Che integrazione vi può essere se non c’è certezza su quanto sopra.
Multiculturalismo è unità tra diversi; è il nocciolo delle società fondate sul pluralismo. Chi
viene in Europa deve saperlo e se non lo sa deve essere istruito a modo; chi vive in Europa
fa parte di società pluralistiche e gli islamici non possono considerarsi parti separate da
esse e legate solo ai rispettivi Paesi d’origine. Nell’Occidente non possono esistere società
parallele nelle quali, peraltro, il reclutamento terroristico è facilitato. Massimo D’Alema
ha sostenuto che la questione si risolve costruendo più moschee; sarebbe troppo semplice
ed è un non sense. Tutto ciò che va contro la Costituzione deve essere combattuto con la
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legge, con la durezza della legge dello Stato democratico. Ha ragione chi ha scritto che in
Italia, o negli altri Paesi europei, non si può essere mussulmani come lo si è là dove l’Islam
predomina; lo si può essere e si ha il diritto di esserlo entro le leggi del regime
democratico e le norme non scritte della civiltà occidentale; quelle del rispetto reciproco e
della tolleranza.
I popoli occidentali devono difendersi; sono nelle condizioni di farlo e con successo.
Bisogna volerlo, però con una politica realistica e intransigente. Ancora non solo non
l’abbiamo, ma non si vede nemmeno un qualcosa che le assomigli.
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