Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
martedì 7 maggio 2013
Franco D'Alfonso: L'idea farsesca dei due partiti
AFFARITALIANI.IT
MILANOITALIA
L'idea farsesca dei due partiti
Giovedì, 2 maggio 2013 - 10:59:00
Di Franco D'Alfonso, assessore del Comune di Milano
Questa idea dei "due partiti" del centrosinistra è la versione farsesca delle divisioni "tragiche" tra socialisti e comunisti del xx secolo, non ha alcuna giustificazione che non sia l'istinto di sopravvivenza personale dei gruppi dirigenti di partiti e gruppi spesso esistenti solo sulla carta e va contrastata con ogni mezzo. Resto convinto di quanto detto più volte: il "partito" del centrosinistra esiste, ha un sistema di valori centrato sul bene comune nel quale si riconosce, è per questo diverso da quello di centrodestra che è basato sull'individualismo ideologico; questo "partito" ha una sua base militante, un'area di simpatizzanti ed una di elettori potenziali che si manifesta ogni volta che viene evocata correttamente, attraverso primarie che vedono un confronto politico e di idee attraverso le persone e non tra gruppi e persone senza molte idee ; è un partito che riesce ad essere vincente quando riesce a presentarsi in positivo , suscitando speranze ed evocando scenari futuri , non mettendosi in scia alle paure che i demagoghi ed i populisti alla Grillo o alla Berlusconi sono strutturalmente meglio attrezzati a suscitare e sfruttare. Mi pare ormai evidente che questo "partito" non sia in grado di darsi un suo gruppo dirigente efficace soprattutto per la pretesa di una parte di esso, quello del Pd, di "controllare" persino le novità nate al proprio interno, come nel caso di Renzi.
Mi considero personalmente responsabile, in misura da stabilire, di questa incapacità perché l'ipotesi "arancione" di trasferire a livello di gruppo dirigente l'esperienza della campagna elettorale di Milano del 2011 è sostanzialmente fallito. Anche la pur positiva esperienza delle liste civiche ha raggiunto il suo limite oggettivo e non è stata in grado di rappresentare una alternativa completa ai partiti, pur riuscendo ad essere - ed è a mio avviso già moltissimo - il catalizzatore delle energie nuove che vogliono impegnarsi in politica e che trovano da molti, troppi anni ostruiti i canali di accesso che una volta erano garantiti dai partiti della sinistra. In sostanza non siamo riusciti ad uscire, nemmeno nel nostro campo, dalla crisi del modello che ha dato vita alla nostra Repubblica. La condivisione storica, politica e culturale che diede vita alla nostra Costituzione stava nei partiti e le istituzioni repubblicane nacquero per loro impulso : l'innovazione e la partecipazione, fonte della buona politica, veniva dai partiti e passava nelle istituzioni, dove trovava le maggiori resistenze. Oggi la situazione è rovesciata : è dalle istituzioni ad elezione diretta, dove i cittadini scelgono rappresentanti e politiche alternative, che viene la spinta al cambiamento , mentre i partiti sono almeno tre passi indietro . La via per giungere al "partito della sinistra europea", che esprima una sua visione progettuale su un modello istituzionale europeo e nazionale , che esprima una linea di politica economica precisa e documentata e non si balocchi con specificità italiane inesistenti, che sia in grado di evocare una speranza condivisa da tutti i popoli europei e non solo da alcuni , passa per una operazione di legittimazione di leadership dal basso, attraverso confronti e consultazioni che non siano orientate da gruppi dirigenti o presunti tali.
I leader che hanno una legittimazione popolare reale, come i sindaci eletti che hanno dimostrato anche di saper governare, hanno un ruolo fondamentale di stimolo e testimonianza in tal senso . Pisapia , Doria , Zedda come Fassino e Merola e gli altri primi cittadini che sono stati capaci di riunire e rilanciare la sinistra di governo nelle proprie comunità locali devono essere i primi a mettere in secondo piano le proprie appartenenze partitiche e rendersi garanti di un processo che in realtà si è già avviato anche se non è riconosciuto come tale. Matteo Renzi ha lanciato la sfida per la leadership della sinistra e , se non cadrà nell'errore di riportare i suoi passi all'interno dell'antico convento , ha un oggettivo vantaggio su chiunque altro si farà avanti . Chi come chi scrive non è convinto fino in fondo del progetto cercherà di contribuire alla nascita di una piattaforma alternativa, più vicina ai valori della sinistra europea di quanto non creda sia attualmente quella del sindaco di Firenze, ma non potrà eludere il problema evocando collegialità o sedi competenti di discussione. Franco D'Alfonso assessore Comune di Milano
Franco Astengo: Dove si era fermata la bicamerale del 1997
DOVE SI ERA FERMATA LA BICAMERALE DEL 1997
dal blog: http://sinistrainparlamento.blogspot.it
Il 30 giugno 1997 svolgeva la sua ultima seduta la Commissione Bicamerale per le Riforme, presieduta da Massimo D’Alema: dopo 145 giorni di lavoro, 1341 emendamenti e 900 sub-emendamenti presentati, 189 progetti di legge depositati a inizio lavori, 48 sedute plenarie, 10 audizioni (sindacati, mondo dell’economia e della cultura) e 14 riunioni dell’Ufficio di Presidenza la Commissione concludeva la prima fase del suo compito, consegnando in 41 cartelle il progetto di Riforma della II parte della Costituzione.
Come tutti ricorderanno, alla fine, non se ne fece nulla per il veto del centrodestra, e in particolare di Silvio Berlusconi.
Oggi, mentre infuria la discussione sulla “Convenzione per le riforme” potrà apparire, comunque, di un qualche interesse riprendere in sintesi le conclusioni di quel lavoro, anche per svolgere una necessaria operazione comparativa con quanto potrà emergere nell’attualità (e, in ogni caso, compiendo un paragone con l’insieme del dibattito odierno).
Questi i punti di sintesi del progetto varato a quel tempo e rimasto, come abbiamo visto, nel cassetto (salvo la ripresa di alcuni punti nell’affrettata e incompleta riforma del titolo V della Costituzione, varata del centrosinistra nel 2001).
Federalismo
L’“ordinamento federale della Repubblica” avrebbe dovuto articolarsi in comuni, province e regioni. “Sussidiarietà” e “differenziazione” i criteri sulla base dei quali sarebbero stati ripartite le funzioni pubbliche tra i diversi Enti e lo Stato: “Nel rispetto delle attività che possono essere adeguatamente svolte dall’autonoma iniziativa dei cittadini”.
I neo-costituenti avevano disegnato un “federalismo flessibile”: a ogni regione avrebbero potuto riconoscersi (con legge costituzionale) “forme e condizioni particolari di autonomia”.
L’art.59 del nuovo testo elencava le materie di esclusiva competenza dello Stato: tutte le altre sarebbero andate alle Regioni, compresa la forma di governo e la legge elettorale (che rimaneva allo Stato per i comuni e le province, titolari di funzioni regolamentari e amministrative).
Ma la vera novità del progetto di riforma sarebbe dovuto essere rappresentato dal cosiddetto federalismo fiscale. Vale a dire il riconoscimento della piena autonomia finanziaria di entrata e di spesa, a comuni, province, regioni, che disponessero di una quota non inferiore ala metà del gettito complessivo delle entrate tributarie erariali, depurata dalle risorse necessarie per far fronte agli interessi del debito pubblico, alle calamità naturali, agli interventi per favorire uno sviluppo economico equilibrato nel Paese, e a costituire il Fondo perequativo regionale (creato per consentire a tutte le Regioni di erogare servizi adeguati).
Semipresidenzialismo
La forma di governo prescelta era stata quella del semipresidenzialismo con varianti di rilievo, però, rispetto al modello francese. Il Presidente della Repubblica sarebbe stato eletto con suffragio diretto da parte dei cittadini (che avrebbero proposto i candidati). I poteri del capo dello Stato, individuati in allora, sarebbe stati quelli di poter sciogliere le Camere senza la controfirma del Primo Ministro, al quale poteva essere chiesto in qualsiasi momento di presentarsi alla Camera per verificare la sussistenza del voto di fiducia.
Governo
Il Primo Ministro (nominato dal capo dello Stato sulla base dei risultati elettorali) avrebbe diretto l’azione del governo: entro 10 giorni dalla formazione del Governo il Primo Ministro avrebbe esposto alle Camere il suo programma e chiesto la fiducia.
Il Governo avrebbe potuto chiedere la precedenza per i suoi disegni di legge, prevedendone la votazione entro una certa data nel testo proposto o accettato dal Governo stesso.
Inoltre il Governo avrebbe potuto bloccare le leggi che comportassero maggiori oneri finanziari a meno che esse non fossero state approvate a maggioranza assoluta dai membri delle Camere.
Risultava ampliata la potestà regolamentare dell’Esecutivo e, quanto ai decreti legge, essi sarebbero stati consentiti soltanto in determinate materie perdendo efficacia se entro 45 giorni non fossero stati convertiti in legge, né avrebbero potuto essere reiterati.
Il Parlamento
IL Parlamento sarebbe stato composto dalla Camera (titolare del rapporto fiduciario con il Governo) e dal Senato (che avrebbe ricoperto un ruolo di garanzia e di raccordo con le autonomie territoriali).
Entrambi i rami del Parlamento sarebbero stati eletti a suffragio universale e diretto.
Il Senato avrebbe dovuto essere composto da 200 senatori, ma per esaminare i provvedimenti in materia di Regioni ed Enti Locali, sarebbe stato integrato da 200 consiglieri regionali, provinciali, comunali eletti dai rispettivi consigli.
Nel progetto della Bicamerale risultava, invece, ancora indeterminato il numero dei deputati.
Un numero fisso avrebbe potuto, infatti, risultare in contrasto con l’ordine del giorno sulla legge elettorale che prevedeva un doppio turno di coalizione, con la diminuzione della quota dei seggi uninominali dal 75% al 55% e l’attribuzione di un premio del 20% in favore della coalizione vincente.
Formazione delle leggi
Il bicameralismo diventa imperfetto. Alle leggi bicamerali (in materie indicate tassativamente) si affiancavano quelle monocamerali.
Garanzie
Il principale contrappeso di questo nuovo sistema politico sarebbe stato rappresentato dalla Corte Costituzionale sulla quale sarebbero ricadute, tra l’altro, le decisioni sui conflitti tra Stato e Regioni o di cui sarebbero state parte anche Comuni e Province; sui ricorsi contro le elezioni di deputati e senatori; sui ricorsi diretti dei cittadini e delle minoranza parlamentari.
IL CSM sarebbe stato presieduto dal Capo dello stato ma composto da un maggior numero di membri laici (due quinti invece di un terzo) e diviso in due sezioni: per giudici e PM.
Tra le altre novità allora previste anche la creazione di un Procuratore Generale, titolare dell’azione disciplinare (obbligatoria) eletto dal Senato a maggioranza dei tre quinti scelto tra coloro in possesso dei requisiti per essere nominato giudice della Consulta.
Il procuratore generale avrebbe dovuto riferire annualmente alle Camere sull’esercizio dell’azione disciplinare.
Apparivano rilevantissime, infine, anche le norme che avrebbero dovuto costituzionalizzare le garanzie processuali: oralità, contradditorio, parità delle parti, concentrazione e immediatezza del processo, terzietà del giudice.
Franco Astengo
lunedì 6 maggio 2013
Seconda assemblea dei socialisti del centro-Italia
"Si è svolto, sabato 4 maggio u.s. a
Pietrasanta, il secondo incontro dei socialisti dell'Italia centrale.
Introdotta da una relazione del sen. Paolo Bagnoli, la riunione, dopo
un approfondito dibattito, ha convenuto come la situazione politica, e in
particolare la necessità di una sinistra tutta da ricostruire,
richiedano che i socialisti ,senza tessera o variamente dislocati nelle
forze del centrosinistra, promuovano iniziative comuni per
convergere in un campo politico comune che profili una soggettività precisa,
augurandosi che, al contempo, si apra un più ampio processo
che veicoli verso la casa del socialismo europeo quanti, pur non
dichiarandosi socialisti, vedono nel PSE il terreno comune della
caratterizzazione di una sinistra progressista.
In particolare si è convenuto come, a fronte dell'attuale latitanza e vuoto
di
interlocutorietà da parte della cultura e politica socialista rispetto ai
processi in atto nella politica italiana in un momento di grave
crisi sociale, economica, finanziaria e istituzionale, sarebbe quantomai
opportuno l'avvio di un processo ricostitutivo di un socialismo
largo; sola occasione cui è legata quella della ripresa della sinistra
storica. Resta chiaro che la funzione del socialismo è di
alternativa al mondo del capitalismo e alla barbarie indotta dal
neoliberismo finanziario; oggi ancor più di ieri considerato che i margini
di compromesso, tipici dei modelli socialdemocratici, tra mondo del lavoro e
capitalismo si sono praticamente annullati, cancellando la
stagione dei diritti con gravissime e drammatiche ripercussioni sul mondo
del lavoro e per l'avvenire delle giovani generazioni.
Tra
l'altro la scadenza elettorale europea del 2014 non può trovare la galassia
socialista nelle condizioni di crisi come oggi. Le idee del
socialismo sono sempre quelle dei padri fondatori, le politiche da
perseguire quelle della contingenza attuale, ma senza soggetti che se ne
facciano carico.Lo stesso ideale socialista rischia di spengersi, di essere
travisato oppure solo alibi per gruppi alla ricerca di qualche
postazione di mero piccolo potere.
La riunione propone che si costituisca, tra tutte le energie organizzate o
meno, che sono disponibili e
condividono una simile intenzione,un gruppo di lavoro politico che
approfondisca senza preclusione alcuni temi ei problemi per la rinascita
strutturata del socialismo in Italia. "
Iscriviti a:
Post (Atom)