lunedì 6 maggio 2013

Sergio Cesaratto - Lanfranco Turci: Nei rapporti con l'Europa voltare completamente pagina

L’Unità 5 maggio 2013 Nei rapporti con l’Europa voltare completamente pagina Lanfranco Turci e Sergio Cesaratto Fassina all’Economia è una buona notizia, soprattutto se eviterà di cadere nella trappola della cooptazione. Dovrà prioritariamente fare in modo che dal governo e dalle altre istituzioni emerga un discorso di verità sulla crisi, nel senso che questa non si potrà superare se non con una profonda riforma delle istituzioni europee. La crisi ha infatti due dimensioni principali, ambedue europee. La prima è di competitività. Nei paesi più fragili dell'area euro essa è stata accentuata dalla perdita della possibilità di perseguire un tasso di cambio competitivo e dalla mancanza di una politica industriale pubblica su scala europea e nazionale. L'altra dimensione è di carenza di domanda aggregata dovuta sia all’orientamento deflattivo dell'unione monetaria e al neomercantilismo della sua potenza dominante che, successivamente, alle devastanti politiche di austerità. La dimensione di questi problemi macroeconomici è tale per cui pensare di eluderli continuando con inique misure di flessibilizzazione del lavoro, con qualche volenterosa riforma, e con un temporaneo rilassamento delle regole fiscali europee è illusorio. Di riforme il paese ha certamente bisogno, a cominciare dall'efficienza della PPAA, giustizia, istruzione, lotta alla corruzione, all’evasione e così via. Andrebbe inoltre approntato rapidamente un serio piano di politiche industriali pubbliche. Ma le riforme costano, e cambiare comportamenti che, ahimè, penetrano nel profondo del costume nazionale è difficile. Possiamo e dobbiamo indignarci e darci da fare (e governando col PdL non sarà certo facile), ma consapevoli che è un processo lungo e di difficile successo, tanto più in un clima di disfacimento del tessuto collettivo. Il rilassamento degli obiettivi fiscali nei fatti c’è già, visto che le politiche di austerità hanno condotto anche allo sfascio dei conti pubblici. Solo l’immensa superbia del sen. Monti può far ritenere un successo la vetta del 130% del rapporto debito pubblico/PIL! L'avessimo raggiunta creando occupazione, avremmo avuto poco da dire. Ma qui si è ottenuto il peggio dei due mondi: PIL e occupazione in caduta libera e conti peggiorati. Ottenere dalla Merkel più o meno tempo per il “risanamento” proseguendo su questa strada, è uno specchietto per le allodole. Rebus sic stantibus continueremo ad avere solo declino e niente “risanamento”. Sistematicamente, di anno in anno ci viene promessa una (pallida) ripresa per l’anno successivo. Sono bugie che “prestigiose” istituzioni italiane e internazionali sfacciatamente producono. Va fatto un discorso di verità su chi e come produce questi dati. Deve anche cambiare l’orientamento economico di chi va trattare in Europa dove sinora si sono seduti ligi tecnocrati come Grilli. Si deve approntare un piano di riforme dell’Eurozona perché questa, col tempo, si avvicini al modello di unione statunitense. Da subito va ripresa la vecchia proposta francese di fare dell’Eurogruppo il luogo in cui si coordina la politica fiscale e, di concerto con la BCE, quella monetaria. L’Eurogruppo deve porsi obiettivi di crescita dell’occupazione con ruoli prioritari al rilancio della domanda aggregata nei paesi in avanzo nei conti con l’estero e alla crescita dei salari. In quest’ambito occorre per noi ottenere immediati margini - con la relativa copertura della BCE - per un rilancio della domanda interna, da realizzarsi tramite il sostegno delle spese sociali e il rilancio degli investimenti pubblici. Purtroppo l’impostazione dottrinaria nelle posizioni economiche chiave del governo non si distacca, fondamentalmente, da quella della precedente compagine. La sbandierata priorità di Enrico Letta sulla disoccupazione giovanile si è per ora tradotta in una commissione congiunta del Ministero del Lavoro con l’OCSE. Come dire, abusando di una nota metafora, collaborare con Erode alla riforma degli asili nido. Sappiamo dunque che non sarà facile muoversi anche per un amico come Fassina, cui ci accomunano molte posizioni di politica economica. Fondamentale sarà per lui contribuire in questo momento di smarrimento per la sinistra a un discorso di verità su quello che succede e contro i dogmi economici.

venerdì 3 maggio 2013

Felice Besostri: Il PD non implode né esplode

Lelio basso che non è sospettabile di inciucismo diceva che se le condizioni lo impongono ci si può alleare con tutti, anche col diavolo, basta che tu abbia chiari i tuoi obiettivi e perciò una forte identità. Le elezioni non hanno dato la maggioranza nei due rami del Parlamento alla coalizione Italia Bene Comune, neppure in alleanza con Monti, fatto che di per sé era sufficiente a snaturarne il programma. Il porcellum è stato definito infame perché non ha dato la maggioranza alla coalizione più forte anche al Senato, se non ci fosse una degenerazione parlamentarista devastante doveva essere chiaro per tutti che l'infamia del porcellum era la maggioranza del 54% dei seggi alla Camera con il 29,3%% dei voti validi, che è un misero 22,5% degli aventi diritto al voto.In nessun paese neppure con il più feroce maggioritario, quello inglese(first past the post) con una tale percentuale si ha la maggioranza del Parlamento. Non avesse avuto quella maggioranza drogata e politicamente fasulla ala Camera Bersani e il PD si sarebbero comportati più razionalmente. Rivotare era ed è impossibile a meno che si decida di compromettere per sempre ( fuer ewig) la democrazia e la Costituzione Repubblicana.Quella legge elettorale è INCOSTITUZIONALE anche se la magistratura ha trovato il modo di salvarla stabilendo, senza indignazione di chi ora grida al golpe, che le leggi elettorali sono sottratte alla giurisdizione una volta indette e che dopo la competenza è delle Camere elette con la legge incostituzionale!!!!. Altro che giudici nemici dei politici. Il disinteresse è tale che nessuno si è accorto né prima né dopo la Conferenza del Presidente della Corte Costituzionale, Gallo, che per iniziativa individuale di un pugno di avvocati democratici dal 21 marzo la Prima Sezione della Cassazione e dal 4 aprile la Sezione 2 bis del Tar Lazio devono decidere sulle eccezioni di costituzionalità della legge elettorale vigente. Un parlamento di 945 parlamentari, esclusi i senatori a vita, nominato a dir tanto da un centinaio scarso di persone, invece che eletti da 44 milioni di cittadini italiani, è il vulnus più grave fatto alla nostra costituzione perché la centralità del Parlamento è scomparsa: il ruolo attivo di Napolitano, la nomina di saggi e l'avallo al Letta, il governicchissimo, soni quisquilie. E' la solita storia della trave e del fuscello. Un Parlamento composto da rappresentanti del popolo e non espressione di oligarchie e nomenklature non si sarebbe fatto commissariare nel novembre 2011 e nell'aprile 2013. Dunque se non si può rivotare un governo andava fatto con chi ci stava, se non altro per fare subito una nuova legge elettorale, cosa che nessun vuole perché la mancanza di una legge elettorale decente è l'assicurazione sulla durata del governo. Infatti hanno fatto la furbata, tra gli applausi del popolino e la benedizione degli opinionisti di legare la riforma della legge elettorale al dimezzamento dei parlamentari, l'immonda "casta". Per almeno un anno sono tranquilli, se poi l'argomento va trattato nel Convenzione sono assicurati 2 anni. Sarà per questo che si vocifera di pressioni sui giudici finché non inviino la legge alla Consulta: chissà se ci sarà almeno un'interrogazione parlamentare sul punto? Prevedo di no, perché le opposizioni di destra e di sinistra, SEL e Fratelli d'Italia, e quella né di destra, né di sinistra, M5S, o i pesci in barile della Lega Nord, hanno paura di nuove elezioni. Il PD non imploderà né esploderà, perché ciascuna delle sue anime avrebbe comunque meno posti, se si dividono e senza premio di maggioranza, mentre ora tra governo, viceministri, sottosegretari presidenze, vicepresidenze di commissioni permanenti e bicamerali hanno ben 12 posti da distribuire e con l'occasione risolvere anche qualche problema di assetto del partito fino al Congresso. Questo governicchissimo non è una Grosse Koalition, ne ha in comune soltanto lo stato di necessità, ma non è composta dai soli 2 partiti maggiori come ogni Grande Coalizione che si rispetti ma da almeno 5, di cui uno Scelta Civica è una federazione di Partiti. Soprattutto per la fretta con cui si è costituita non ha nulla in comune dal punto di vista programmatico con i dettagliati programmi di una Grosse Koalition che richiedono settimane di trattative persino sulle virgole, altro che improvvisazioni come sull'IMU. Quando imitiamo i tedeschi si vede che non disponiamo di buoni interpreti, così abbiamo introdotto le soglie di accesso ma combinandolo con un premio di maggioranza , quando sono due istituti incompatibili. Chi ha il premio di maggioranza non ha nessun interesse ad avere un'opposizione coesa piuttosto che frammentata. Inoltre la soglia si accesso non fa uscire il sistema elettorale dalla categoria dei sistemi proporzionali, mentre il premio di maggioranza sì. Altro fattore di stabilizzazione del PD è che alla sua sinistra si avanza una riedizione della sinistra arcobaleno, comunque non una sinistra di governo, in Italia ci sono sinistre al governo anche quando non sono di governo, esempio il Prodi 2006-2008.Altro fattore di stabilità è che la divisione sulle formule di Governo, pro o contro Letta lo rafforza finché non si sia in grado don proporre un'altra maggioranza, mentre si dovrebbe organizzare una mobilitazione politica, sindacale e sociale come strumento di pressione permanente sul governo per farne esplodere le contraddizioni. Ma per far questo bisognerebbe avere proposte chiare, efficaci e realistiche, perciò credibili, per uscire dalla crisi: non ce ne è traccia Felice Besostri

Franco Astengo: Democrazia e lavoratori. Il sindacato dei Consigli

DEMOCRAZIA E LAVORATORI: IL SINDACATO DEI CONSIGLI dal blog: http://sinistrainparlamento.blogspot.it Stiamo attraversando un momento davvero buio per la democrazia sindacale: in conseguenza di ciò ho pensato di ricostruire, sul piano dell’analisi storico – politica, la fase che portò, principiando all’incirca 50 anni fa, alla straordinaria stagione dei consigli operai. Un’epoca ben diversa, pur senza voler mitizzare alcunché anzi non edulcorando difficoltà e contraddizioni, da quella di vera e propria “controriforma” che stiamo attraversando. Le radici della stagione di quello che poi sarà definito “Sindacato dei Consigli” vanno ricercate, in anticipo sul ’68, allorquando la riflessione critica dilagò tra i lavoratori e si sviluppò una forte contestazione nei riguardi delle vecchie strutture e del modo di dirigere il sindacato che queste avevano esercitato fino allora. A quel punto, quello fatidico della stagione sessantottesca, il sindacato aveva già avviato un suo dibattito sia pure in forme e con gradi molto diversi da situazione a situazione. Era già in atto, in quel momento, infatti, una battaglia politica all’interno del sindacato per il rinnovamento e la costruzione di nuove forme di democrazia di base, quando avvenne l’impatto con il movimento studentesco: soprattutto in alcune zone del triangolo industriale, a Torino, a Milano e in Lombardia e in tutte le aree che, all’epoca, erano considerate di nuova industrializzazione, in modo particolare nel Veneto, a Pordenone e a Treviso. Per questa ragione si può affermare che anche i fenomeni spontanei di protagonismo e di partecipazione che si erano sprigionati nel movimento di classe trovarono interlocutori all’interno del Sindacato. Pesò, inoltre, la nuova esperienza unitaria che aveva già decollato da qualche anno in alcuni settori, non solo tra i metalmeccanici. I metalmeccanici, in ogni caso, già dal ’62 (per non risalire, addirittura, alla lotta degli elettromeccanici del ’60, quella del “Natale in Piazza” a Milano, Bergamo e Savona) avevano dato l’avvio a un coordinamento nazionale dell’azione rivendicativa fondata su una gestione sostanzialmente unitaria delle lotte e anche della trattativa. La battaglia contrattuale del ’66 fu poi condotta, sia pure in mezzo a mille difficoltà, in modo unitario, e per la prima volata, a partire da una piattaforma comune. Addirittura nel ’66 nacquero per gestire la lotta contrattuale, i primi “comitati aziendali unitari di lotta”. Ebbero sicuramente, in questo processo, un peso decisivo i contenuti specifici dell’azione rivendicativa che già negli anni’66, ’67, ’68 si facevano strada, particolarmente nell’industria e soprattutto nella grande fabbrica: contenuti di potere, di diritto all’organizzazione, di diritto all’esistenza politicamente organizzata nei luoghi di lavoro, della salute, di contestazione della determinazione unilaterale del padrone sulle cadenze, sui tempi di lavoro e sull’inquadramento professionale. Tre fattori risultarono determinanti nell’avvio della fase storica del “Sindacato dei Consigli”: la percezione nei gruppi dirigenti della crisi delle strutture burocratiche del sindacato; i nuovi problemi di direzione posti dal processo unitario e la spinta alla democrazia di base che proveniva dai nuovi obiettivi di potere dell’azione rivendicativa. Il movimento sindacale italiano riuscì a fornire, in questo modo, almeno in alcuni suoi comparti, delle risposte politiche e organizzative al travaglio che lo stava investendo in quel momento, alle sollecitazioni critiche che provenivano sia dell’interno, sia dall’esterno della classe operaia. Quella dei “consigli” fu una risposta capace di superare il conflitto tra spontaneità e organizzazione, offrendo uno sbocco reale alla domanda di rinnovamento che veniva dal basso, dotandosi di un nuovo progetto organizzativo e politico. I delegati e i consigli (il primo accordo in questo senso fu siglato alla Zoppas-Zanussi di Pordenone nel 1968) furono, infatti, il risultato di una tensione politica verso una nuova sintesi, verso un esito organico e consapevole dei processi spontanei, che maturavano nel movimento. L’esperienza concreta, quella che già nella metà degli anni’70, si delineò in molte fabbriche italiane, permise di fugare e ridimensionare dubbi che pure c’erano stati. Il consiglio di fabbrica restava l’espressione di una partecipazione di massa dei lavoratori iscritti e non iscritti al sindacato. La possibilità per tutti i lavoratori di partecipare alla formazione delle decisioni, senza dover sottostare all’obbligo dell’iscrizione preliminare, determinò – contrariamente alle previsioni – una crescita impressionante delle iscrizioni al sindacato e alle tre confederazioni che sostenevano i consigli, riducendo a uno scarto assai piccolo e sempre mobile, il rapporto fra iscritti e non iscritti all’interno dei consigli. La lotta politica condotta a viso aperto per garantire, nello stesso tempo, la rappresentanza di tutte le espressioni politiche e sindacali nei consigli di fabbrica e la più ampia dialettica delle posizioni che privilegiasse i contenuti delle lotte sindacali rispetto alle logiche generali di schieramento, consentì, inoltre, nella maggior parte dei casi, a gruppi e a forze minoritarie sul piano nazionale, di trovare uno spazio ben superiore a quello che avrebbero avuto nelle vecchie commissioni interne. Ho cercato di ricostruire essenzialmente la genesi dell’emergere di questa fondamentale sede d’espressione dei lavoratori in una fase “alta” nella complessa vicenda storica del movimento operaio in Italia. Potrei concludere a questo punto, non rinuncio però almeno ad abbozzare quelle che furono le cause primigenie della crisi del Sindacato dei Consigli già verso la seconda metà degli anni’70; ben prima, insomma, del decreto di San Valentino 1984 che tagliò, per opera di un ministro socialista, De Michelis, di un governo socialista, Craxi, quattro punti di scala mobile mandando in crisi definitiva il residuo di unità sindacale che ancora esisteva e terremotando definitivamente la sinistra. Alla metà degli anni’70, infatti, cominciarono a rendersi evidenti gli elementi di impoverimento della vitalità dei Consigli e una sorta di crisi di identità. Le ragioni di questa crisi possono essere fatte risalire, prima di tutto, a un’involuzione burocratica all’interno della struttura dei consigli, il cui funzionamento presupponeva, invece, non soltanto l’applicazione di regole astratte ma un progetto, una politica: quel progetto e quella politica che erano state, all’origine, la ragion d’essere della forma specifica di organizzazione dei consigli. Era venuto a mancare, scrive Bruno Trentin nel suo “Il sindacato dei consigli” (Editori Riuniti 1980) “un lavoro, un’iniziativa costante, una riflessione creativa e una vera lotta politica. Senza di questo il consiglio, come qualsiasi altro strumento di democrazia di base, ripiomba nella logica dell’amministrazione passiva dell’esistente”. La battaglia per la partecipazione organizzata dei lavoratori alla lotta sociale, la battaglia per una partecipazione consapevole si dimostrò così, in allora, impossibile da vincere una volta per sempre, ma da conquistare giorno per giorno. Franco Astengo

Giovanni Scirocco: Altri tempi, altri dirigenti...

Altri tempi, altri dirigenti... Quando ritennero che il centro-sinistra non avesse mantenuto fede ai propri impegni programmatici, Riccardo Lombardi si dimise da direttore dell'Avanti! e Antonio Giolitti abbandonò il governo. Oggi abbiamo giovani dirigenti di partito che, fino al giorno prima, dichiarano che mai avrebbero partecipato a un governo di larghe intese e il giorno dopo sono ministri o viceministri. Qualcuno gli ha spiegato che, per chi vuole essere un leader politico, è importante essere credibili?

The Erosion Of Europe

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