Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
lunedì 4 marzo 2013
Aldo Penna: Il nuovo che irrompe, il vecchio che non cambia
C'è un momento in cui un individuo, un'organizzazione, o una nazione, si trovano a un bivio e la scelta che faranno li porterà alla rinascita o al declino. I semi infetti, nel caso italiano, sono contenuti tutti nel trascorso ventennio. Iniziato con la demolizione della Prima Repubblica il sistema nato da quelle false ceneri ne è stato il continuatore in peggio piuttosto che il trasformatore.
I mali invece di essere curati divennero endemia. La mazzetta in valigetta fu sostituita dalle partecipazioni azionarie, le cooptazioni dal nepotismo, i partiti dalle satrapie.
Venti anni fa durante la grande stagione referendaria, in trenta milioni provarono a cambiare i connotati al sistema: cancellazione del finanziamento pubblico e uninominale all'inglese, invece del corrotto proporzionale. E' finita come tutti sappiamo: introduzione del Porcellum e del rimborso elettorale multimilionario per i partiti, e una classe politica, acquartierata dentro la fortezza dei privilegi, incapace di capire il malessere della gente.
Anche le pulsioni antisistema che in quegli anni bussarono alle porte furono trasformate nella loro negazione. Il federalismo brandito dalla Lega come l'arma finale che avrebbe sbaragliato i corrotti asserragliati nel palazzo, divenne una serie di finte riforme che lasciarono via libera a tutte le consorterie locali rendendo legale quello che finora avevano solo sognato di fare. I risultati: aumento delle Province, ampliamento dei consiglieri regionali, estensione delle diarie per gli amministratori locali, costituzione di migliaia di società per azioni a totale capitale pubblico e, come una metastasi, l'incremento esponenziale di consigli d'amministrazione, collegi sindacali e milionari appannaggi. Una mostruosa sovrastruttura in cui collocare, a spese dei contribuenti, i propri favoriti.
I timidi segni di ravvedimento approdarono a miseri contenimenti, pannicelli caldi contro la pestilenza.
L'Italia che si sorprende del travolgente successo di Grillo è la stessa che si indignava per la distanza della classe politica dal suo popolo, e sperava che la politica si autoriformasse. La storia procede a volte con strappi e accelerazioni. Questa fase è una di quelle. Non possiamo avere il ceto politico più pagato d'Europa, l'Italia al 68 posto nella classifica della corruzione, le liste dei contribuenti più ricchi affollati da gente che vive di pubbliche prebende e poi sperare che tutto continui. Forse al tempo dell'abbondanza si poteva. Ma negli anni della crisi, con un tasso di mortalità imprenditoriale epidemico, la distrazione è divenuta indignazione e la sopportazione, radicale rifiuto.
Tra gli elettori non molti conoscono i punti programmatici di Grillo, ma tutti sanno cosa vuol fare alla casta: scacciarli dal tempio. E lo fa con la forza di un esempio senza precedenti: rifiuto dei rimborsi elettorali, dimezzamento degli stipendi, praticato e non solo declamato, cariche elettive a tempo, cariche interne inesistenti, e il fondatore che non entra in Parlamento.
Certo anche questa irruzione nel corpo istituzionale può essere assorbita. La Lega di Roma ladrona, rimasta seppellita dal suo stesso urlo, lo dimostra. Il M5s incarna un nuovo modo di vivere la politica. L'onere e l'onore della carica pubblica piuttosto che i suoi privilegi.
Cittadini invece che "onorevoli", rimanda alla caduta dell'aristocrazia e alla rivoluzione. La sfida sta tutta qui.
Secoli fa un monaco affisse sulla porta di una chiesa a Wurttemberg, 95 tesi contro la simonia, la vendita delle indulgenze, la corruzione. Il Vaffa nelle piazze somiglia a quelle lontane tesi. Allora nacque una nuova etica che contribuì alla rottura tra mondo antico e moderno. Nell'Italia dove la mobilità sociale si declina solo in direzione della caduta, l'esempio arrivato nel Palazzo dovrà essere accolto o lo stesso rapporto popolo - eletti cadrà in rovina.
Come scrisse Robert Frost:
Due strade divergevano in un bosco, ed io -
Io presi quella meno battuta,
E questo ha fatto tutta la differenza.
L'Italia si trova allo stesso bivio.
Aldo Penna
Valerio Onida: Riflettendo sul dopo elezioni
RIFLETTENDO SUL DOPO-ELEZIONI
di Valerio Onida
1. Ingovernabilità?
Perché si formi un nuovo Governo con pieni poteri è necessario che colui al quale il Presidente della Repubblica conferirà l’incarico ottenga il voto di fiducia in entrambe le Camere. Alla Camera dei deputati il centrosinistra da solo ha la maggioranza assoluta, e dunque non avrebbe problemi. Al Senato, il centrosinistra conta su 123 eletti, la lista Monti su 19 (totale 142). Votando contro il centrodestra (117 eletti), sarebbe sufficiente che i Cinque Stelle (54 eletti) non partecipassero al voto (l’unico modo per astenersi al Senato), perché il Governo ottenga la fiducia con una maggioranza relativa (c.d. non sfiducia). Se poi, come si è sentito dire, il centrodestra minacciasse di non partecipare anch’esso al voto per far mancare il numero legale (160, contando anche i senatori a vita), così puntando a invalidare la votazione, basterebbe, per parare questa manovra, che solo 18 dei 54 senatori Cinque Stelle partecipassero invece al voto, anche votando contro il Governo, per consentire a questo di ottenere la fiducia (presenti 142+18=160, voti a favore 142, voti contrari 18; se invece la destra partecipa al voto, voti a favore 142, voti contrari 117+18=135). La presenza dei quattro senatori a vita (Ciampi, Andreotti, Colombo, Monti), presumibilmente favorevoli al Governo, potrebbe solo migliorare questi numeri.
Naturalmente occorre per questo che il movimento Cinque Stelle collabori, pur senza entrare nella maggioranza e senza votare la fiducia al Governo, e quindi senza rinunciare alla propria posizione attuale.
Se poi i Cinque Stelle fossero disposti a concordare anche un sintetico programma di governo fatto di poche cose (riforma elettorale, riduzione delle indennità, abolizione o trasformazione radicale del finanziamento pubblico dei partiti, legge anticorruzione, legge sul conflitto di interessi, legge sulla radiotelevisione, legge sulla cittadinanza, misure fiscali e sul credito per il sostegno dell’occupazione, interventi urgenti in tema di giustizia, ecc.), tanto meglio: e si potrebbe in questo caso pure discutere e trovare accordi sul nome del Premier (non necessariamente il segretario del PD) e sulla composizione del Governo.
2. Non c’è nessun “blocco”
I primi adempimenti delle Camere sono l’elezione dei loro Presidenti e degli uffici di presidenza. Per tale elezione, anche al Senato, non c’è nessuna possibilità che si crei una situazione di stallo: infatti il regolamento del Senato prevede che si proceda con successive votazioni, e infine con ballottaggio fra i due più votati, alla scelta del Presidente; per gli uffici di presidenza ogni parlamentare vota uno o più nomi, e sono eletti i più votati.
Poi c’è da formare il Governo. Il Presidente della Repubblica dovrà fin da subito esperire tutti i tentativi possibili per la formazione di un Governo che ottenga la fiducia di entrambe le Camere. Se poi il Governo, pur nominato, non ottenesse la fiducia, e tutti gli ulteriori tentativi andassero a vuoto, non resterebbe che sciogliere le Camere e andare a nuove elezioni: cosa che si renderebbe possibile (e in quel caso necessaria), non appena eletto il nuovo Capo dello Stato: l’attuale infatti non può scioglierle perché è nell’ultimo semestre del suo mandato, che però non coincide più con la fine della legislatura.
Resterebbe in carica, per gli affari correnti, il Governo da ultimo nominato ma che non abbia ottenuto la fiducia. Potrebbe accadere che non si pervenga a nominare alcun nuovo Governo, perché nessuno accetta di formarlo (inverosimile), o perché il Presidente ritenesse di non procedere alla nomina in mancanza di affidamenti preventivi e sicuri sul voto di fiducia (ma anche questa seconda ipotesi, all’indomani delle elezioni e non potendosi ancora procedere allo scioglimento delle Camere, è inverosimile, e direi anche di dubbia correttezza costituzionale). In questa ipotesi si perverrebbe allo scioglimento delle Camere restando nel frattempo ancora in carica, per gli affari correnti, l’attuale Governo dimissionario Monti.
Nel frattempo, le Camere potrebbero comunque approvare una nuova legge elettorale: dovrebbe essere una priorità assoluta.
Si dovrà poi procedere, fra poco più di un mese, all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, da parte del Parlamento in seduta comune integrato da sessanta delegati delle Regioni: il mandato di Napolitano scade il 15 maggio, e se allora non fosse ancora eletto il suo successore egli sarebbe sostituito dal Presidente del Senato come supplente.
L’elezione dovrebbe scaturire non tanto da un accordo “politico”, collegato a quello per il Governo, fra le forze presenti in Parlamento (fra le quali comunque il centrosinistra e la lista Monti hanno la maggioranza assoluta, sufficiente per l’elezione) quanto dallo sforzo di individuare una personalità “unitiva”, cioè in grado di ben rappresentare l’”unità nazionale”.
Come si vede, dal punto di vista istituzionale non c’è una situazione di stallo “irrisolvibile”: o nuovo Governo, o nuove elezioni consentono comunque di uscire dall’impasse entro la primavera.
3. Cosa non si deve fare.
In questa situazione, l’ipotesi sciagurata che il centrosinistra dovrebbe ad ogni costo evitare è quella di cercare un accordo con Berlusconi, il quale non a caso lo cerca e lo offre. Dopo che il paese si è liberato fortunosamente del predominio, non “della” destra, ma di “quella” destra, rimetterla in gioco con accordi di governo o peggio di spartizione di posti, arroccandosi col PDL nel vecchio fortino assediato dai Cinque Stelle, sarebbe un errore fatale e suicida. C’è anche – ci dovrebbe essere – una discriminante “etica”: non si può cercare l’accordo con chi, ad esempio, ha versato, alla luce del sole, un milione di euro per sostenere l’attività politica di un transfuga dal partito di Di Pietro passato a sostenere Berlusconi.
Una “nuova” destra (quella di Monti e dei suoi) è nata, anche se per ora troppo asfittica per consentire un confronto o una collaborazione a tutto campo. Con essa – e solo con essa, non col PDL di oggi - è certo possibile e anche se del caso necessario dar vita ad accordi da “grande coalizione”, che però per via dei numeri non bastano per governare senza l’apporto dei Cinque Stelle. E tuttavia si può continuare a sperare che in futuro questa nuova destra riesca ad emarginare definitivamente l’”anomalia” berlusconiana.
Da respingere nettamente anche l’idea di inseguire la vecchia destra berlusconiana sulla via di riforme istituzionali di stampo antiparlamentare e presidenzialistico (all’italiana), che è esattamente il modello da essa perseguito. Occorre invece confermare, rafforzare e consolidare le condizioni di una convivenza democratica nello spirito della Costituzione.
Quindi: sul piano immediato del Governo, “ricominciare da cinque” (stelle), spingendo questo movimento a uscire dalla posizione di puro rifiuto e a misurarsi sulle cose da fare per governare il paese.
Sul piano delle istituzioni, farle funzionare al meglio liberandole del peso della cattiva politica, e in prospettiva puntare sulle riforme di “manutenzione” che da tempo sono state individuate come utili (struttura del Parlamento, non svuotato ma potenziato e reso efficiente; efficienza della giustizia e sana divisione dei poteri; rafforzamento delle autonomie regionali e locali in un quadro di unità nazionale e non di spinte secessionistiche; costruzione di amministrazioni pubbliche “amiche” dei cittadini e formate alla cultura del risultato).
4. Un nuovo sistema politico?
Nel frattempo, il compito che attende a medio termine le forze politiche – quelle almeno che sono capaci di prendere atto della “morte” del sistema politico attuale e del connesso presunto “bipolarismo” fra PD e PDL (basta pensare che i due poli contendenti, insieme, hanno avuto meno del 60 pe cento di voti, da un elettorato che ha votato solo per tre quarti) – sarà quello di ricreare le condizioni perché il paese esprima delle scelte e realizzi gli strumenti per dare vita a un nuovo sistema politico, dialettico ma concorde sui presupposti della convivenza democratica. Questa sarà l‘impesa più ardua, ma necessaria.
2 marzo 2013
domenica 3 marzo 2013
Vittorio Melandri: Circonvenzione di vincitore
Circonvenzione di vincitore
Myrta Merlino giornalista de La7 sull’Huffington post, fotografa impietosamente come stanno le cose…. e nella fotografia si distinguono chiaramente due immagini in filigrana…..
Una che dice come siano “tutti uguali” i componenti della classe dirigente in Italia, e come il loro essere “tutti uguali” non riguardi né le idee politiche né l’onestà, ché in quanto a idee politiche e onestà sono anche molto ma molto diversi fra loro....
…..ma il loro essere tutti uguali in quanto tutti “servi” del potere.
L’altra che dice come Grillo e i Grillini siano dei perfetti illusi se credono che capovolgere la “burocrazia” di cui parla la Merlino, sia facile come capovolgere i Bersani i Berlusconi e i Monti… infatti.......
..... è bastato che Napolitano parlasse in “burocratese” puro in Germania, e l’inossidabile Grillo ha subito ingoiato esca ed amo prendendo il tutto per un complimento.
Altro che circonvenzione di elettore operato niente meno che dalla Costituzione... bensì circonvenzione di “vincitore” operato da una vita dalla burocrazia di questo paese... come insegna per altro la “burocrazia” fascista rimessa in sella tutta quanta, niente meno che da Palmiro ... uno che i conclavi con gli eletti del suo partito li faceva senza nemmeno scomodare gli stessi fuori casa.
L’HUFFINGTON POST
Myrta Merlino
C'è qualcosa di diabolicamente simbolico nello stallo istituzionale che Giorgio Napolitano è chiamato ad affrontare in questi giorni: la possibilità che il nuovo Presidente della Repubblica venga eletto da una maggioranza (PD + Vendola + Monti) che in nessun caso avrebbe i numeri per governare il Paese.
Per un perverso meccanismo normativo, infatti, il gigantesco premio di maggioranza che la coalizione di sinistra ha raggiunto, per un soffio, alla Camera gli consentirà, alleandosi con il grande sconfitto di queste elezioni, di eleggere alla terza votazione il Presidente della Repubblica.
Più di duecento deputati che, in assenza di una maggioranza al Senato, sono inutili ai fini del governo del Paese, ma che hanno la possibilità di eleggere il Capo dello Stato. Il tutto grazie ad una legge che profuma di incostituzionalità. Da non crederci.
Eppure è così. Si tratta dell'ennesimo frutto dell'insipienza della nostra classe politica, da troppi anni incapace di guardare agli interessi della Nazione, da troppi anni incapace di fare delle leggi che non complichino inutilmente la vita dello Stato e, soprattutto, dei cittadini. Una classe politica miope e ultimamente impaurita che ha stretto un patto di ferro con una burocrazia costosa, impenetrabile e sempre più complicata. Alti burocrati strapagati, ormai incapaci - o forse tatticamente contrari- di indirizzare le scelte legislative della Politica verso soluzioni semplici, efficienti e non contraddittorie con il resto dell'ordinamento.
Una Burocrazia tesa più alla conservazione del Potere, suo e altrui, che non ad assicurare ordine e organizzazione, che, come sottolineava Aristotele, sono indispensabili per governare correttamente lo Stato. Una Burocrazia che produce burocrazia. Un lusso che l'Italia non può più permettersi. Mai più.
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