Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
martedì 6 settembre 2011
lunedì 5 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
sabato 3 settembre 2011
Renato Fioretti: Pagheranno i lavoratori la crisi dei sindacati
Pagheranno i lavoratori la crisi dei sindacati
di Renato Fioretti
Personalmente, al contrario di quanto sostenuto da Susanna Camusso, non ho mai ritenuto che il conflitto registrato (nel corso degli ultimi anni) con Cisl e Uil fosse motivato - e nobilitato, dal mio punto di vista - da contrasti di carattere eminentemente “politico”.
A mio parere, non si è mai trattato di problemi “di metodo” - circa le modalità di confronto e l’atteggiamento da assumere rispetto al governo di centrodestra di Berlusconi - quanto, piuttosto, di rilevanti contrasti su questioni “di merito”, sempre sottaciuti in passato.
Con motivazioni dettate - esclusivamente - da opzioni di natura squisitamente sindacale, che, oggettivamente, avevano (ed hanno) ben poco in comune con la politica.
Si è realizzato, in sostanza, quello che alcuni di noi sospettavamo da tempo, in pochi avevamo avuto l’ardire di ufficializzare e, altrettanti, di denunciare.
In questo senso, già in altra occasione, ho inteso rappresentare questo convincimento attraverso quello che ho definito l’atto di “affrancamento” - di Cisl e Uil - dalla Cgil.
Come se, a un certo punto della storia (e, soprattutto, della cronaca) sindacale del nostro Paese, Cisl e Uil - resi forti dalla “sponda” offerta dai governi presieduti dal barzellettiere più ricco d’Italia e sostenuti (con fortissima determinazione) dall’improponibile erede al dicastero che fu dei Brodolini, Donat Cattin e Gino Giugni - avessero trovato (finalmente, dal loro punto di vista) la forza sufficiente a comunicare “Urbi et orbi” che, in effetti, il loro ideale di sindacato confederale rappresenta qualcosa di assolutamente diverso da quello espresso dalla Cgil.
Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che già nel 1984, all’epoca del “decreto di San Valentino” - primo grande accordo separato post 1968 - Cisl e Uil avevano assunto una posizione in netto dissenso dalla Cgil.
Costui dimenticherebbe, però, che quella sì, fu una vicenda di carattere esclusivamente “politico” - e in quanto tale, degna della massima considerazione e rispetto - che, addirittura, spaccò la stessa Cgil. Una sofferta e tormentata parentesi del Sindacato confederale italiano che, però, non aveva nulla a che vedere con la situazione attuale; laddove le divergenze soggiacciono, a mio parere, non a scelte politiche, ma a una visione dell’azione sindacale profondamente “diversa”.
A opzioni, quindi, strategiche, che tendono a realizzare forme di assistenza e tutele sindacali sostanzialmente diverse da quelle che hanno caratterizzato tanta parte della storia del sindacalismo italiano.
In questo quadro, è normale - a mio avviso - che le rispettive posizioni, di là dai più sinceri e accorati appelli all’unità d’azione (come si diceva fino a qualche tempo fa), tendano a radicalizzarsi.
Non a caso, è stato sufficiente attendere appena poche settimane per rendersi conto che l’Accordo interconfederale del 28 giugno - sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza sindacale - non è affatto servito a superare le divisioni e, secondo gli auspici della Camusso, a “aprire una stagione nuova” nei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil!
E’ stato sufficiente, infatti, che la maggiore delle Confederazioni sindacali, a valle della pubblicazione del decreto legislativo 138/2011, assumesse l’iniziativa di indirizzare a Cisl e Uil una “lettera aperta” - allo scopo di porre alcune domande sui temi della manovra economica e sul futuro del mondo del lavoro - per realizzare che le rispettive posizioni sono sostanzialmente “inconciliabili”.
Nel merito delle risposte pervenute alla Cgil, è particolarmente significativa quella di Angeletti. Lo è perché chi conosce la storia dei rapporti sindacali realizzatisi nel nostro Paese - almeno di quella relativa a partire dagli anni 60/70 - sa bene che soltanto fino a qualche anno fa, il Segretario generale della Uil, la “cenerentola” tra le maggiori Confederazioni sindacali, non avrebbe mai avuto l’ardire di rispondere a un formale invito della Cgil definendolo “una provocazione”!
Così come il Segretario generale della Cisl, non si sarebbe mai permesso - come, invece, ha fatto Bonanni in quest’occasione - di definire “stucchevoli” le posizioni espresse dalla Cgil.
Certo, è pur vero che la Cgil aveva già annunciato l’intenzione di indire uno sciopero generale contro la “manovra di ferragosto”, ma è altrettanto vero che: un conto è il non condividere il ricorso a tale forma di protesta - soprattutto se non “concordata” preventivamente con le altre OO. SS. - altra cosa è, invece, porsi nella condizione - come, oggettivamente, fanno Cisl e Uil - di “avallare” le scelte del governo Berlusconi. Soprattutto rispetto all’ormai ricorrente tema del “superamento” dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Infatti, tra le pieghe dei provvedimenti in materie di carattere finanziario, l’art. 8 del decreto legislativo 13 agosto 2011, nr. 138, prevede, in sostanza, la possibilità che eventuali intese a carattere aziendale (o territoriale) possano produrre deroghe all’applicazione delle vigenti norme sui licenziamenti “senza giusta causa”!
Questa però è una lettura - del comma 2, dell’art. 8 del decreto - che tanto Bonanni quanto Angeletti contestano con forza.
Infatti, per il Segretario generale della Cisl “l’intervento del governo è compatibile e può addirittura rafforzare l’accordo interconfederale del 28 giugno”, contribuendo, attraverso la previsione di specifici “accordi tra le parti”, ad allontanare il rischio di un’abolizione “sic et simpliciter” dell’art. 18 della legge 300/70.
Da parte di Angeletti, si assiste, invece, a un incredibile ”contorsionismo lessicale”, attraverso il quale la ricerca dell’occultamento della verità procede di pari passo con un’improbabile “traduzione” della norma prevista all’articolo 8 della manovra.
Infatti, il Segretario generale della Uil afferma:
1) “La manovra non rappresenta una minaccia per l’articolo 18”;
2) “Per modificare l’articolo 18 occorrerebbe un accordo tra le parti sociali e noi non lo faremo mai”;
3) “L’attacco (della Cgil) alla misura che stabilisce il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa è”.
Appare quindi evidente il - patetico - tentativo del leader della Uil di smentire e occultare la reale portata di quanto previsto all’art. 8, comma 2, lettera e, del decreto.
Perché è evidente che prevedere specifiche intese tra le parti - contratti sottoscritti a livello aziendale o territoriale - al fine di “regolare le materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative (……) alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio”, rappresenta - contrariamente a quanto cerca di nascondere Angeletti - la strada attraverso la quale lo stesso Bonanni dichiara possibili (previo accordo tra le parti) le deroghe all’articolo 18!
Si tratta, quindi, di prendere definitivamente atto di una realtà, a mio parere, incontrovertibile.
Di là da quelle che possano essere le simpatie e le opzioni “politiche” dei maggiori rappresentanti delle OO. SS. Confederali, il futuro delle scelte “strategiche” di Cgil, Cisl e Uil continuerà a essere caratterizzato da un dato che - dai più - solo fino a qualche anno fa sarebbe stato definito blasfemo.
La sostanziale diversità di vedute - in termini di riferimenti, alleanze, strategie e obiettivi - che accentuerà sempre più le distanze tra le tre sigle sindacali.
In questo quadro, il rischio maggiore, a mio avviso, lo corrono i lavoratori.
A una Cgil comunque osteggiata, a Cisl e Uil preda di un (inevitabilmente) esiziale approdo “filogovernativo e aziendalistico”, non potranno non corrispondere rappresentanze sindacali ridimensionate e, direi, “normalizzate”, rispetto a quelle che hanno consentito la crescita morale e civile di milioni di lavoratori italiani.
Articolo già pubblicato, in data 28 agosto 2011, dal sito web di “Micromega”
di Renato Fioretti
Personalmente, al contrario di quanto sostenuto da Susanna Camusso, non ho mai ritenuto che il conflitto registrato (nel corso degli ultimi anni) con Cisl e Uil fosse motivato - e nobilitato, dal mio punto di vista - da contrasti di carattere eminentemente “politico”.
A mio parere, non si è mai trattato di problemi “di metodo” - circa le modalità di confronto e l’atteggiamento da assumere rispetto al governo di centrodestra di Berlusconi - quanto, piuttosto, di rilevanti contrasti su questioni “di merito”, sempre sottaciuti in passato.
Con motivazioni dettate - esclusivamente - da opzioni di natura squisitamente sindacale, che, oggettivamente, avevano (ed hanno) ben poco in comune con la politica.
Si è realizzato, in sostanza, quello che alcuni di noi sospettavamo da tempo, in pochi avevamo avuto l’ardire di ufficializzare e, altrettanti, di denunciare.
In questo senso, già in altra occasione, ho inteso rappresentare questo convincimento attraverso quello che ho definito l’atto di “affrancamento” - di Cisl e Uil - dalla Cgil.
Come se, a un certo punto della storia (e, soprattutto, della cronaca) sindacale del nostro Paese, Cisl e Uil - resi forti dalla “sponda” offerta dai governi presieduti dal barzellettiere più ricco d’Italia e sostenuti (con fortissima determinazione) dall’improponibile erede al dicastero che fu dei Brodolini, Donat Cattin e Gino Giugni - avessero trovato (finalmente, dal loro punto di vista) la forza sufficiente a comunicare “Urbi et orbi” che, in effetti, il loro ideale di sindacato confederale rappresenta qualcosa di assolutamente diverso da quello espresso dalla Cgil.
Naturalmente, qualcuno potrebbe obiettare che già nel 1984, all’epoca del “decreto di San Valentino” - primo grande accordo separato post 1968 - Cisl e Uil avevano assunto una posizione in netto dissenso dalla Cgil.
Costui dimenticherebbe, però, che quella sì, fu una vicenda di carattere esclusivamente “politico” - e in quanto tale, degna della massima considerazione e rispetto - che, addirittura, spaccò la stessa Cgil. Una sofferta e tormentata parentesi del Sindacato confederale italiano che, però, non aveva nulla a che vedere con la situazione attuale; laddove le divergenze soggiacciono, a mio parere, non a scelte politiche, ma a una visione dell’azione sindacale profondamente “diversa”.
A opzioni, quindi, strategiche, che tendono a realizzare forme di assistenza e tutele sindacali sostanzialmente diverse da quelle che hanno caratterizzato tanta parte della storia del sindacalismo italiano.
In questo quadro, è normale - a mio avviso - che le rispettive posizioni, di là dai più sinceri e accorati appelli all’unità d’azione (come si diceva fino a qualche tempo fa), tendano a radicalizzarsi.
Non a caso, è stato sufficiente attendere appena poche settimane per rendersi conto che l’Accordo interconfederale del 28 giugno - sulle nuove regole della contrattazione e sulla rappresentanza sindacale - non è affatto servito a superare le divisioni e, secondo gli auspici della Camusso, a “aprire una stagione nuova” nei rapporti tra Cgil, Cisl e Uil!
E’ stato sufficiente, infatti, che la maggiore delle Confederazioni sindacali, a valle della pubblicazione del decreto legislativo 138/2011, assumesse l’iniziativa di indirizzare a Cisl e Uil una “lettera aperta” - allo scopo di porre alcune domande sui temi della manovra economica e sul futuro del mondo del lavoro - per realizzare che le rispettive posizioni sono sostanzialmente “inconciliabili”.
Nel merito delle risposte pervenute alla Cgil, è particolarmente significativa quella di Angeletti. Lo è perché chi conosce la storia dei rapporti sindacali realizzatisi nel nostro Paese - almeno di quella relativa a partire dagli anni 60/70 - sa bene che soltanto fino a qualche anno fa, il Segretario generale della Uil, la “cenerentola” tra le maggiori Confederazioni sindacali, non avrebbe mai avuto l’ardire di rispondere a un formale invito della Cgil definendolo “una provocazione”!
Così come il Segretario generale della Cisl, non si sarebbe mai permesso - come, invece, ha fatto Bonanni in quest’occasione - di definire “stucchevoli” le posizioni espresse dalla Cgil.
Certo, è pur vero che la Cgil aveva già annunciato l’intenzione di indire uno sciopero generale contro la “manovra di ferragosto”, ma è altrettanto vero che: un conto è il non condividere il ricorso a tale forma di protesta - soprattutto se non “concordata” preventivamente con le altre OO. SS. - altra cosa è, invece, porsi nella condizione - come, oggettivamente, fanno Cisl e Uil - di “avallare” le scelte del governo Berlusconi. Soprattutto rispetto all’ormai ricorrente tema del “superamento” dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Infatti, tra le pieghe dei provvedimenti in materie di carattere finanziario, l’art. 8 del decreto legislativo 13 agosto 2011, nr. 138, prevede, in sostanza, la possibilità che eventuali intese a carattere aziendale (o territoriale) possano produrre deroghe all’applicazione delle vigenti norme sui licenziamenti “senza giusta causa”!
Questa però è una lettura - del comma 2, dell’art. 8 del decreto - che tanto Bonanni quanto Angeletti contestano con forza.
Infatti, per il Segretario generale della Cisl “l’intervento del governo è compatibile e può addirittura rafforzare l’accordo interconfederale del 28 giugno”, contribuendo, attraverso la previsione di specifici “accordi tra le parti”, ad allontanare il rischio di un’abolizione “sic et simpliciter” dell’art. 18 della legge 300/70.
Da parte di Angeletti, si assiste, invece, a un incredibile ”contorsionismo lessicale”, attraverso il quale la ricerca dell’occultamento della verità procede di pari passo con un’improbabile “traduzione” della norma prevista all’articolo 8 della manovra.
Infatti, il Segretario generale della Uil afferma:
1) “La manovra non rappresenta una minaccia per l’articolo 18”;
2) “Per modificare l’articolo 18 occorrerebbe un accordo tra le parti sociali e noi non lo faremo mai”;
3) “L’attacco (della Cgil) alla misura che stabilisce il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa è
Appare quindi evidente il - patetico - tentativo del leader della Uil di smentire e occultare la reale portata di quanto previsto all’art. 8, comma 2, lettera e, del decreto.
Perché è evidente che prevedere specifiche intese tra le parti - contratti sottoscritti a livello aziendale o territoriale - al fine di “regolare le materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative (……) alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio”, rappresenta - contrariamente a quanto cerca di nascondere Angeletti - la strada attraverso la quale lo stesso Bonanni dichiara possibili (previo accordo tra le parti) le deroghe all’articolo 18!
Si tratta, quindi, di prendere definitivamente atto di una realtà, a mio parere, incontrovertibile.
Di là da quelle che possano essere le simpatie e le opzioni “politiche” dei maggiori rappresentanti delle OO. SS. Confederali, il futuro delle scelte “strategiche” di Cgil, Cisl e Uil continuerà a essere caratterizzato da un dato che - dai più - solo fino a qualche anno fa sarebbe stato definito blasfemo.
La sostanziale diversità di vedute - in termini di riferimenti, alleanze, strategie e obiettivi - che accentuerà sempre più le distanze tra le tre sigle sindacali.
In questo quadro, il rischio maggiore, a mio avviso, lo corrono i lavoratori.
A una Cgil comunque osteggiata, a Cisl e Uil preda di un (inevitabilmente) esiziale approdo “filogovernativo e aziendalistico”, non potranno non corrispondere rappresentanze sindacali ridimensionate e, direi, “normalizzate”, rispetto a quelle che hanno consentito la crescita morale e civile di milioni di lavoratori italiani.
Articolo già pubblicato, in data 28 agosto 2011, dal sito web di “Micromega”
venerdì 2 settembre 2011
Pierpaolo Pecchiari: la colpa del debito pubblico italiano
Nella generale pochezza del tragicomico dibattito sulla manovra finanziaria, ogni tanto qualcuno sente l'esigenza di ricordare (???) che questa classe politica di miserabili in fin dei conti paga colpe non sue, costretta a gestire in tempi di congiuntura economica difficile un debito pubblico generato da altri.
Ovviamente vengono chiamati in causa i babau della politica italiana, buoni per tutte le occasioni. Craxi e Andreotti, of course, in quanto paradigma della classe politica banditesca e partitocratica della Prima Repubblica (la stessa della Ricostruzione post-bellica, del boom degli anni '60, della tenuta della democrazia nel periodo tra Piazza Fontana e gli anni di piombo.
Purtroppo a volte la buona politica dovrebbe partire, come la buona ingegneria, da dati e cifre.
Per questo ho trovato estremamente interessante l'analisi sull'esplosione del debito pubblico italiano riportata in questo articolo. A sensazione erano cose cui la maggior parte di noi credo fosse già arrivata, per intuizione o per conoscenza, almeno parziale, di alcuni degli elementi che qui, però, sono messi in collegamento tra loro e supportati dal richiamo a serie di dati econometrici di fonte BankItalia.
Il risultato è sorprendente...
http://www.umanista.info/spip.php?article1
Secondo la vulgata corrente (cito testualmente l'articolo linkato) ..."in un paese poco «serio», «i ceti dirigenti pubblici» non riuscirono (o non vollero) «ricondurre rapidamente a ragione, nei limiti delle risorse disponibili» le spese sociali derivanti dalle contestazioni giovanili e operaie"... E questa non è l'analisi di Beppe Grillo, ma quella di Michele Salvati.
In realtà:
secondo le cifre della Banca d’Italia [4], la spesa primaria, cioè al netto degli interessi sul debito pubblico, fu quasi sempre inferiore: eccezion fatta per il biennio 1989-1990 in cui l’Italia sopravanzò leggermente la media europea, la spesa primaria nostrana non fece altro che arrancare lontano dietro gli altri paesi. Nessuna colpa perciò va attribuita alla "partitocrazia"
contrariamente a quanto accadde negli altri paesi dell'Europa Occidentale, in Italia si dovette aspettare il 1970 per l'istituzione della previdenza sociale a carattere obbligatorio, e il 1978 per l'introduzione del Sistema Sanitario Nazionale. Chi attacca la partitocrazia e le sue spese pubbliche dovrebbe, con onestà intellettuale, dirci che rinuncia a pensioni e assistenza sanitaria!
ancora peggio sul lato delle entrate, la riforma che introduce l'IRPEF è del 1974 ma ..."in seguito al mutamento della struttura delle imposte non fu infatti previsto nessun adeguamento dell’amministrazione tributaria, il che non poteva che condurre a ingenti difficoltà di riscossione del tributo"... Peggio ancora per l'IVA.
Se la classe politica della Prima Repubblica ha delle colpe, queste stanno nelle considerazioni sviluppate dall'autore dello studio sulle rendite finanziarie, del tutto esenti da imposte, legate ai BOT. E al furbo comportamento di alcune aziende italiane: ..."Si coniò una nuova espressione (BOT people) al fine di intrattenere l’illusione «democratica» secondo la quale i titoli di Stato sarebbero stati nelle mani di una miriade di piccoli risparmiatori. La realtà era ben diversa: nel 1985 oltre il 40% dei titoli in circolazione erano posseduti da banche e istituti di credito mentre secondo il comunista Napoleone Colajanni il 57% degli utili FIAT e il 62% degli utili Olivetti per il 1984 provenivano da interessi su titoli"...
La mia personale opinione è che, se la classe politica della Prima Repubblica ha un torto, è quello di aver provato ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. Le riforme sociali legate a previdenza e sanità sono state finanziate non con un aumento di entrate da tasse e imposte, ma con l'indebitamento pubblico - e chi avrebbe dovuto, in ragione delle sue disponibilità, essere colpito dalla progressività dell'imposizione fiscale, ha invece evaso o eluso questa per lucrare rendite dagli interessi sui titoli del debito.
Ora, immaginare che questa sia stata una trovata da magliari e che la classe politica della Prima Repubblica non sapesse quello che stava facendo sarebbe fargli un torto enorme. In realtà quella classe politica si è trovata a dover fronteggiare - e questo nelle serie di dati econometrici non si trova - una sovversione di sinistra che ai tempi raccoglieva ampie simpatie e consensi, e un'eversione di destra capace di trovare connivenze e complicità in seno agli apparati dello Stato.
Probabilmente la sto facendo più semplice di quanto non sia, ma se ai tempi mi fossi trovato nella situazione di dover creare rapidamente consenso, disinnescando tutti i conflitti sociali, avrei fatto le stesse scelte.
Che il debito pubblico di oggi sia, davvero, il "costo della democrazia"?
Ovviamente vengono chiamati in causa i babau della politica italiana, buoni per tutte le occasioni. Craxi e Andreotti, of course, in quanto paradigma della classe politica banditesca e partitocratica della Prima Repubblica (la stessa della Ricostruzione post-bellica, del boom degli anni '60, della tenuta della democrazia nel periodo tra Piazza Fontana e gli anni di piombo.
Purtroppo a volte la buona politica dovrebbe partire, come la buona ingegneria, da dati e cifre.
Per questo ho trovato estremamente interessante l'analisi sull'esplosione del debito pubblico italiano riportata in questo articolo. A sensazione erano cose cui la maggior parte di noi credo fosse già arrivata, per intuizione o per conoscenza, almeno parziale, di alcuni degli elementi che qui, però, sono messi in collegamento tra loro e supportati dal richiamo a serie di dati econometrici di fonte BankItalia.
Il risultato è sorprendente...
http://www.umanista.info/spip.php?article1
Secondo la vulgata corrente (cito testualmente l'articolo linkato) ..."in un paese poco «serio», «i ceti dirigenti pubblici» non riuscirono (o non vollero) «ricondurre rapidamente a ragione, nei limiti delle risorse disponibili» le spese sociali derivanti dalle contestazioni giovanili e operaie"... E questa non è l'analisi di Beppe Grillo, ma quella di Michele Salvati.
In realtà:
secondo le cifre della Banca d’Italia [4], la spesa primaria, cioè al netto degli interessi sul debito pubblico, fu quasi sempre inferiore: eccezion fatta per il biennio 1989-1990 in cui l’Italia sopravanzò leggermente la media europea, la spesa primaria nostrana non fece altro che arrancare lontano dietro gli altri paesi. Nessuna colpa perciò va attribuita alla "partitocrazia"
contrariamente a quanto accadde negli altri paesi dell'Europa Occidentale, in Italia si dovette aspettare il 1970 per l'istituzione della previdenza sociale a carattere obbligatorio, e il 1978 per l'introduzione del Sistema Sanitario Nazionale. Chi attacca la partitocrazia e le sue spese pubbliche dovrebbe, con onestà intellettuale, dirci che rinuncia a pensioni e assistenza sanitaria!
ancora peggio sul lato delle entrate, la riforma che introduce l'IRPEF è del 1974 ma ..."in seguito al mutamento della struttura delle imposte non fu infatti previsto nessun adeguamento dell’amministrazione tributaria, il che non poteva che condurre a ingenti difficoltà di riscossione del tributo"... Peggio ancora per l'IVA.
Se la classe politica della Prima Repubblica ha delle colpe, queste stanno nelle considerazioni sviluppate dall'autore dello studio sulle rendite finanziarie, del tutto esenti da imposte, legate ai BOT. E al furbo comportamento di alcune aziende italiane: ..."Si coniò una nuova espressione (BOT people) al fine di intrattenere l’illusione «democratica» secondo la quale i titoli di Stato sarebbero stati nelle mani di una miriade di piccoli risparmiatori. La realtà era ben diversa: nel 1985 oltre il 40% dei titoli in circolazione erano posseduti da banche e istituti di credito mentre secondo il comunista Napoleone Colajanni il 57% degli utili FIAT e il 62% degli utili Olivetti per il 1984 provenivano da interessi su titoli"...
La mia personale opinione è che, se la classe politica della Prima Repubblica ha un torto, è quello di aver provato ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. Le riforme sociali legate a previdenza e sanità sono state finanziate non con un aumento di entrate da tasse e imposte, ma con l'indebitamento pubblico - e chi avrebbe dovuto, in ragione delle sue disponibilità, essere colpito dalla progressività dell'imposizione fiscale, ha invece evaso o eluso questa per lucrare rendite dagli interessi sui titoli del debito.
Ora, immaginare che questa sia stata una trovata da magliari e che la classe politica della Prima Repubblica non sapesse quello che stava facendo sarebbe fargli un torto enorme. In realtà quella classe politica si è trovata a dover fronteggiare - e questo nelle serie di dati econometrici non si trova - una sovversione di sinistra che ai tempi raccoglieva ampie simpatie e consensi, e un'eversione di destra capace di trovare connivenze e complicità in seno agli apparati dello Stato.
Probabilmente la sto facendo più semplice di quanto non sia, ma se ai tempi mi fossi trovato nella situazione di dover creare rapidamente consenso, disinnescando tutti i conflitti sociali, avrei fatto le stesse scelte.
Che il debito pubblico di oggi sia, davvero, il "costo della democrazia"?
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