sabato 13 agosto 2011

Francesca Lacaita: Simboli religiosi

Due articoli sull'Unità di oggi da posizioni diverse sul disegno di legge della Sbai sul divieto di coprirsi il volto nei luoghi pubblici, uno dell'antropologa Ruba Salih ("La guerra al velo fa il gioco dell'ala dura del mondo islamico": http://www.facebook.com/l/lAQALZXfcAQCkpYy-OAa_SqIRmGeFs3zXIvhhd54D8zLcrQ/newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12Z1JH) e l'altro di Stefano Ceccanti ("Ma la società aperta chiede riconoscibilità": http://www.facebook.com/l/xAQB_IFvSAQAHnRHeG0A6Jk3gT7Cxts2mXXHHe2JE4DlCbg/newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=12Z1JR). Come, il Ceccanti del disegno di legge PD sull'esposizione del crocifisso??? Sì, proprio lui - quando si dice una vita dalla parte sbagliata... Se davvero fosse una questione di riconoscibilità non si mancherebbe di disciplinare anche i barboni (nel senso di grandi barbe) - se ti fai crescere il barbone non sei riconoscibile, e neanche se te lo tagli (chi riconoscerebbe Marx senza barba?). Delle barbe non parla nessuno, tutti si acceniscono contro le donne - perché??

Lanfranco Turci: Di male in peggio

Di male in peggio

Il pareggio di bilancio in Costituzione è una mossa ideologica tipicamente
di destra (idem la modifica dell'art.41) che se messo in pratica davvero
paralizzerebbe le capacità di politica economica degli stati. Il che non
vuol dire che non si possa avere in certi anni anche il bilancio in pareggio
o addirittura in attivo. Ma vincolarlo in Costituzione è la prova estrema di
come il liberismo abbia fatto danni devastanti anche a sinistra. Segnalo
l’ampia letteratura in tema su http://www.levyinstitute.org/ .Che poi
Tremonti sostenga questa modifica e quella dell’art.41,quel Tremonti che due
o tre anni fa accusava la sinistra di soggezione al mercatismo, è la prova
ulteriore che siamo di fronte a gruppi dirigenti screditati,che si
troveranno uniti,con Berlusconi o meno,solo nel dare l'ennesima stangata ai
ceti popolari e un'ulteriore spinta recessiva al paese. Intanto Usa e Europa
marciano felici nella stagnazione se non peggio. Ieri l'altro Krugman
osservava che non siamo di fronte a una seconda caduta recessiva dopo quella
del 2008, perchè la ripresa non è mai cominciata davvero. Interessante
capire la dinamica della decisione di ieri del governo di anticipare al 2013
il pareggio di bilancio,cioè 25 md di tagli fra assistenza e detrazioni
fiscali soprattutto a carico dei ceti popolari e tagli ulteriori agli enti
locali e alla sanità. La Bce si è rifiutata fin dall’inizio della crisi di
fare il suo dovere di sostenere i titoli di stato contro la speculazione,
l’Europa ha rinviato all’infinito lo strumento degli eurobond per sostenere
i debiti sovrani e avviare un piano Marshall europeo. Idem per la tassa
sulle transazioni finanziarie. Così di fronte al precipitare della crisi è
diventata senso comune (indotto dal pensiero unico che pervade i mass media)
la accettazione della necessità dell’austerity, propugnata dalle destre e
dalla cultura neoliberista tuttora dominante, con i suoi contenuti classisti
(Secondo la definizione di Bersani) e le sue implicazioni recessive. Ora
Berlusconi e Tremonti hanno un paravento “oggettivo” per le loro scelte, i
sindacati sono divisi e quasi disarmati (devo dire che non ho capito
l’union sacré delle forze sociali, un protagonismo confuso,velleitario e al
limite autolesionistico per le organizzazioni rappresentative di ceti
popolari)e la sinistra non sa che dire,spiazzata dalla mossa collaborativa
di Casini e dalla malcelata disponibilità a dare copertura al governo da
parte di un pezzo importante del PD. Non sa che dire perché fin dall’inizio
ha rifiutato una lettura sociale della crisi e degli interessi in conflitto
all’interno di essa e alla sua stessa origine. Ha rifiutato di abbandonare
una visione irenistica e assolutoria delle politiche delle istituzioni
europee, della cultura neoliberista che le ispirava e degli interessi
nazionali forti che le condizionavano. Si è rifiutata quindi di assumersi
l’onere di un autonomo progetto di risposta alla crisi, sia a livello
nazionale che europeo, attorno a cui cercare di costruire un movimento di
lotta , una forte pressione popolare e quindi una propria maggioranza. Da
qui anche è derivato, al di là delle sollecitazioni del Presidente della
Repubblica,il modo disarmato con cui ha ingoiato il passaggio in due giorni
della manovra Tremonti in Parlamento. Manovra che doveva cambiare le sorti
del paese e che invece è stata seguita dalla rincorsa verso l’alto degli *
spread* fra i titoli di stato italiani e tedeschi, secondo lo schema già
visto all’opera in Grecia e negli altri paesi periferici. Ora può darsi che
la Bce, Germania permettendo, decida di sostenere in modo efficace i nostri
e altrui titoli pubblici o che invece li lasci a un livello tale da tenerci
un ferreo morso in bocca. Ciò non toglie che nel frattempo, dopo la
irresponsabile inerzia iniziale del governo e di Tremonti, avremo imboccato
quella strada della austerity e della recessione che a livello europeo,
almeno a voce, tutti i Partiti socialisti e il Pd condannano. E la avremo
imboccata senza una reazione ancora adeguata nel paese e senza che si
delinei una alternativa a sinistra. Complimenti!

PS:ho visto una foto degli indignados spagnoli con un cartello:”Trichet và a
casa!”.Quando in Italia?



Lanfranco turci

Franco Astengo: Assurdità e prospettive


ASSURDITA’ E PROSPETTIVA

A sole quarantotto ore da un deludente dibattito parlamentare, nel corso del quale rispetto all’infuriare di una crisi economica globale senza precedenti il governo italiano aveva recitato la vecchia litania del “tutto van ben madama la marchesa” il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Economia hanno convocato in fretta e furia una conferenza stampa (sfuggendo così alla possibilità di una discussione politica in Aula) per affermare che la situazione è gravissima e annunciare nuove iniziative che avrebbero potuto benissimo essere anticipate di qualche giorno.

Andiamo però al merito: l’unica iniziativa concreta è quella dell’anticipo della parte della manovra triennale che doveva essere eseguita nel 2012 al fine di conseguire il pareggio di bilancio già nell’esercizio corrente: sappiamo, in ogni caso, dove va a colpire complessivamente la manovra.

Sono state poi annunciate altre due iniziative, poste però sul piano della riforma costituzionale (quindi a lunga scadenza perché dovranno essere realizzate utilizzando i meccanismi previsti dall’articolo 138): la prima, a nostro giudizio, assolutamente controversa riguarda l’obbligo al pareggio compreso – appunto – nel dettato costituzionale; la seconda, pericolosissima, riguarda la modifica dell’articolo 41 sulla libertà d’impresa, togliendo di mezzo i vincoli sociali e introducendo il presunto principio del laissez-faire : ciò che non è esplicitamente vietato è permesso.

Su questo punto occorre mobilitare da subito una forte opposizione: non si tratta di una liberalizzazione, ma di un’apertura populista – anarchica che tradisce lo spirito della Costituzione proprio in un punto dove meglio si era espresso, e deve continuare a esprimersi, l’apporto delle grandi diversità culturali che hanno formato il dettato della nostra Carta Fondamentale.

Va lanciato subito un segnale d’allarme così come allarma grandemente l’idea (anch’essa proiettata al futuro) di una nuova modifica delle regole del mercato del lavoro e della contrattazione.

Nella sostanza un giudizio di assurdità per il metodo seguito, sfuggendo alle regole parlamentari del confronto, e una valutazione di vero e proprio allarme democratico per gran parte dei contenuti esposti nel corso della conferenza stampa.

Grazie per l’attenzione

Savona, 5 agosto 2011 Franco Astengo

Luigi Fasce: Credo liberista in atto

Compagne e compagni,
di solito non perdo tempo sull'attualità perché ritengo che per me
sia uno spreco di tempo visto che lo uso su altri fronti, riflessione
teorica, attualmente questioni operative che mi sono cadute addosso
per il mio ruolo di coordinatore-segretario GdV.
Però ... sapete anche che come circolo abbiamo adottato l'art.41
della nostra amata Costituzione (lungimirante modello di economia
sociale) perché già fin dal tempo dell'accordo di Maastrich il titolo
terzo parte economia della Costituzione, di cui fa parte l'art.41,
è stato di fatto sterilizzato e sostituito con il principio assoluto
della concorrenza e della privatizzazione di ogni bene e servizio di
pubblica utilità, dopo aver fatto scempio delle nostre industrie di
interesse nazionale. Solo il referendum sull'acqua da prodotto una
prima crepa a muro istituzionalizzato neolibrista ma tant'è
completamente soddisfatto il governo persiste nell'attacco
all'art.41 volendolo cancellare totalmente dalla Costituzione e
sostituirlo con il principio liberista della "libertà economica".
Dunque spero in una sollevazione generale contro questo tentativo di
stupro della Carta costituzionale perché l'articolo 41 sancisce il
bilanciamento tra privato e pubblico con verifica dello Stato su
finalità sociale anche della "libertà economica" del privato.
Considero questo articolo il correlato specifico in campo economico
dell'art.3 anch'esso un illuminato bilanciamento tra diritti civili e
diritti sociali di puro conio liberalsocialista.
Propongo dunque come GdV di fare un comunicato di durissima critica
in generale e nello specifico per l'art.41 per la diabolica
persistenza della linea liberista che pare passare sotto silenzio dei
partiti di opposizione in Parlamento (attendo critiche radicali da
quelli di sinistra fuori del Parlamento) a questo venefico
accanimento governativo in stato comatoso proprio quando le
politiche liberiste stanno provocando crolli sociali ed economici
nell'Occidente ancora più gravi di quelli del crollo dell'URSS.
Un socialista dialogante fraterno saluto.
Luigi Fasce

Franco Astengo: Assenza a sinistra

ASSENZA A SINISTRA

Il momento economico – politico appare così grave, sul piano globale e ancor più nello specifico della situazione italiana, che appare necessario reiterare alcune argomentazioni, correndo anche il rischio di apparire ripetitivi e noiosi.

Il processo di internazionalizzazione della crisi e l’assenza di un quadro di riferimento europeo aggravano fortemente lo stato di cose in atto e a quel livello, del “vincolo esterno” è necessario riferirci: L’Europa pare aver rinunciato a muoversi in una dimensione unitaria fuori da quel quadro di finanziarizzazione dell’economia che ha provocato la crisi, ed è questo il dato più grave che ci troviamo a dover affrontare.

La sinistra europea appare afona, incapace di muoversi per ricercare quei collegamenti sul piano della proposta e della mobilitazione sociale, che risulterebbero indispensabili.

E’ a quel livello che un’eventuale sinistra italiana dovrebbe rivolgersi: una sinistra italiana che non esiste, sul piano parlamentare, come è stato dimostrato dall’inutile dibattito dello scorso 3 Agosto, nel corso della quale un Governo che andrebbe cacciato a furor di popolo ha rasentato l’indicibile da punto di vista dell’uso di una sorta di propaganda pseudo-mistificatoria (soltanto pseudo, però).

Nelle aule di Camera e Senato non è risuonata una voce a favore dei lavoratori, di un’idea di diverso sviluppo, di riequilibrio nella distribuzione della ricchezza (e, in questa direzione, anche nel corso dell’incontro tra Governo e Parti Sociali si è rivelata un’eccessiva timidezza).

Non ci si può limitare a indicare le cause, più o meno prossime, della crisi: occorre verificare la realtà dei soggetti sociali all’interno delle cose in atto, proporre delle scelte, fare una selezione, indicare una svolta sul piano politico ed economico.

La patrimoniale rappresenterebbe un primo passo in questa direzione: una scelta da portare avanti con grande determinazione anche sul piano della mobilitazione sociale, accompagnandola con quella di una fortissima pressione per recuperare un minimo di moralità pubblica, costruendo su questi due punti uno schieramento alternativo.

Non mi pare che i soggetti collocati a sinistra, fuori e dentro il parlamento, si siano mossi in questa direzione, sia sul piano immediato, sia sul terreno della prospettiva.

Nel frattempo appare selvaggia la distruzione delle condizioni materiali di vita di interi settori sociali, compresi quelli che facevano parte del cosiddetto “ceto medio riflessivo”.

Dimensione europea, riequilibrio nella distribuzione della ricchezza, investimenti pubblici, nuova qualità nell’agire politico distrutto dal personalismo e dalla “vocazione maggioritaria” che hanno aperto la strada al populismo mediatico dell’avversario che ha finito con l’egemonizzare gli ultimi vent’anni di vita della nostra Repubblica attaccandone le fondamenta dettate dalla Costituzione nata dalla Resistenza: ci ripetiamo e annoiamo, sicuramente, ma su questi punti dovrebbe essere ricostituita una soggettività politica della sinistra che in questo momento manca completamente.

Grazie per l’attenzione

Savona, li 5 agosto 2011 Franco Astengo




Aldo Penna: Chi ha paura dell'opinione pubblica?

Perché nelle città meridionali ma anche in quelle del nord che ne hanno mutuato il modello, chi amministra non ha paura dell'opinione pubblica?
Quale sortilegio utilizza il ceto di governo per osare tutto e non temere nulla? Come mai il consenso così sensibile al malgoverno da punirlo e al buon governo da premiarlo, non risponde alle stesse sollecitazioni nell'Italia del sud e nel nord meridionalizzato?

I sociologi risponderebbero: la rete avvolgente che allarga a dismisura la platea dei clientes e comprime quella del libero convincimento. E la pratica e l'osservazione ci dicono che il sistema non conosce colore e conquista ai suoi canoni l'occupatore pro tempore del governo. Napoli dopo trentacinque anni di amministrazione del centrosinistra non ha sanato le sue ferite secolari e porta i segni profondi di nuove malattie. A Palermo il centrodestra si prepara a fare del suo sindaco decennale il capro espiatorio di mali immutabili e a mietere un consenso che non dovrebbe avere guardando allo stato della città. Catania dopo un sussulto e uno scatto d'orgoglio ha consegnato ai suoi nuovi padroni un plebiscito che la incatena ancora più saldamente.

Se le scuole, gli ospedali, gli asili, i parchi, la raccolta dei rifiuti, l'assistenza, l'erogazione idrica al sud sono largamente insufficienti, perché l'opinione pubblica di quelle province non si ribella e disarciona i padroni che la guidano con un morso di ferro? Napoli e Palermo dimostrano che solo fatti eccezionali spezzano la rete del ricatto.
Cosa resta ai cittadini che non si rassegnano, all'associazionismo che non alza bandiera bianca, alle forze politiche che non si adeguano? Forse dovrebbero affiancare ai mezzi tradizionali: denuncia, attivazione dell'intervento dei media, risposta dell'aministrazione, altre metodologie. E se chi governa non teme la fuga del consenso così vischiosamente imprigionato, forse può imparare a preoccuparsi della sanzione patrimoniale che la sua cattiva gestione della cosa pubblica potrebbe causargli. L'azione di responsabilità, l'intervento della magistratura contabile potrebbero arrivare in soccorso di chi non rinuncia. E la class action pubblica e privata sembrano strumenti da utilizzare massicciamente al sud.

Aldo Penna