In una mia precedente avevo già citato un passo della lettera “del Cdr agli azionisti del «Corriere della Sera»”, apparsa il 31 gennaio 2008; oggi ve la propongo di seguito per intero, in coda a questa mia “divagazione”, “divagazione” che è suggerita dalla lettura dell’inserto che al sabato accompagna la Repubblica, con il titolo “Almanacco dei libri”.
Nel servizio di apertura di Antonio Monda si parla del “nuovo” romanzo di Margaret Atwood, a cui è dedicata una intervista che occupa tutta la prima pagina dell’inserto. Questo ne è l’incipit:
“Il nuovo romanzo di Margaret Atwood, intitolato L’altra Grace prende spunto da un fatto di cronaca nera avvenuto in Canada nel 1843. (….) Il romanzo, uscito in Italia per Ponte alle Grazie con traduzione di Margherita Giacobino, è ambientato sedici anni dopo gli eventi, (…..)Sin dall´incipit, nel quale è descritta la struggente brevità della vita delle peonie, risulta evidente che la Atwood considera Grace una vittima, se non addirittura un´eroina, e che utilizza questa causa celebre per analizzare i contrasti sociali, culturali e sessuali di un´epoca che ha molti riferimenti ai nostri tempi.”
Credendo di avere le traveggole, mi sono avvicinato alla mia libreria, ho preso in mano il volume di Margaret Atwood “L’altra Grace”, Baldini&Castoldi editore, e apertolo sino alla pagina del titolo ho letto, “Traduzione dall’americano di Margherita Giacobino – Fotocomposizione: Datacompos – Varese Titolo originale: «Alias Grace» © 1996 by O.W. Toad, Ltd. © 1997 Baldini&Castaldi s.r.l. Milano ISBN 88-8089-270-3”
Rispetto al nostro dialogare, questa come ho titolato, è una “divagazione”, e mi rendo conto che rimanendo al merito della “divagazione” stessa, si può trovare ben altro per continuare a divagare, ma credo che, se non prestiamo attenzione alla deriva che va prendendo nel nostro paese “il quarto potere”, anche alla luce delle trasformazioni tecnologiche che devono ancora riverberare gran parte dei loro effetti, forse anche le nostre più illuminate analisi, e le nostre più capaci azioni, saranno destinate ad una ben misera fine.
Io provo a dirlo.
vittorio m.
Lettera del Cdr agli azionisti del «Corriere della Sera»
Il CdR del Corriere
Paola Pica, Elisabetta Soglio, Claudio Colombo, Pietro Lanzara
31 dicembre 2008
Come azionisti del patto di sindacato, che controlla il 63,5 per cento di Rcs MediaGroup, avete deliberato in Consiglio di amministrazione, il 16 dicembre, di dismettere il piano industriale triennale che avevate approvato nel 2007 e di rinviarne alla seconda metà del 2009 la revisione o «rimodulazione». Lo avete deciso nella convinzione che il piano sia ormai superato, a causa della grave crisi economica internazionale, e nella speranza che il quadro del mercato sia più stabile e rassicurante nel medio periodo.
Tuttavia, la crisi dell’Azienda non è dovuta soltanto all’erompere, negli ultimi mesi, di una congiuntura sfavorevole e di una recessione sferzante, che hanno fatto cadere verticalmente la raccolta pubblicitaria. L’azzardo di acquisizioni rivelatesi per il momento disastrose, come quelle effettuate in Spagna proprio alla vigilia del crollo del mercato dei quotidiani (meno 42 per cento in nove mesi), ha già portato l'indebitamento del gruppo a sfiorare il valore dell'intero patrimonio. La Rcs sconta ogni giorno l'inadeguatezza di un azionariato che non ha saputo disegnare una prospettiva affidabile per il futuro e che non ha avuto il coraggio di guardare avanti pianificando un «new deal» editoriale basato su investimenti, anche e soprattutto quelli tecnologici, adeguati ai tempi nuovi. Adesso annunciate l'intenzione di «puntare su un notevole sviluppo della multimedialità», ma l’Azienda ha latitato per anni e accumulato gravi ritardi.
Forse anche voi, come gli altri editori, attendete che un annunciato, miope contratto nazionale di lavoro azzeri ogni possibilità di trattativa e di programmazione condivisa. Mentre, al contrario, è evidente che nessuna forma di multimedialità potrà essere introdotta nella nostra testata senza passare attraverso il confronto e l’accordo con la Redazione. Avete deciso di sostenere il management in «una forte azione di contenimento ad ogni livello dei costi e di recupero di efficienza». Ci saremmo aspettati una rigorosa e saggia strategia diretta a tagliare gli sprechi di gestione e di amministrazione così come gli sperperi della produzione e della diffusione mirata ad alzare il numero dei lettori, a migliorare il livello di prodotti collaterali scelti e imposti dal marketing in una crescente disaffezione del pubblico, a bloccare i giri di valzer di dirigenti che entrano ed escono giusto in tempo per raccogliere superliquidazioni d'oro. Invece di salvaguardare l’autorevolezza del Corriere, minata tra l'altro dal preoccupante asservimento del giornale al marketing e ad una pubblicità sempre più invasiva degli spazi, della titolazione, degli articoli; invece di rilanciare i ricavi editoriali, erosi dal calo delle copie vendute, il piano di risparmi prospettato da Azienda e Direzione rischia proprio di penalizzare la qualità e la completezza del servizio ai lettori riducendo gli spazi dell'informazione.
I redattori del Corriere della Sera, riuniti in assemblea, hanno comunque confermato la disponibilità a fare la propria parte con un surplus di impegno e con senso di responsabilità, per il bene del giornale, accettando temporaneamente gli interventi che incidono più direttamente sulla loro attività. In quanto azionisti, avete anche auspicato «un contesto di maggiore sensibilità istituzionale per il settore dell'editoria ». Una formula elegante per sollecitare più ampie provvidenze a carico della collettività e nuovi aiuti pubblici, da aggiungere ai fondi dei quali già beneficiate. È vero, fra voi azionisti di Rcs non c'è nessun editore puro, che abbia nei giornali e nei media il proprio «core business ».
Siete banchieri, imprenditori, finanzieri e capitani d'azienda che hanno altrove i propri principali interessi. Non ci meraviglia, perciò, che bussiate al governo e ai partiti per farvi aprire le casse dello Stato, ma ci preoccupa e ci inquieta perché questo non vi renderà più liberi ma semmai più obbedienti. In una fase confusa e delicata, la Redazione continua ad avere chiaro che il Corriere della Sera non è uno strumento nelle mani degli azionisti e vi ricorda ancora una volta che la missione di un giornale è di assicurare un'informazione libera, pluralista e, sempre e ovunque, indipendente.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 3 gennaio 2009
Besostri: la situazione del PS cileno
Spero che tutti possiate comprendere lo spagnolo. E' imppreessionate la somiglianza del didattito cileno con il nostro. Settori del PS Chileno vogliono trasformare la Concertacion in un Partito sulla falsariga del PD. Settori socialisti, come quello di Jorge Arrate si oppongono. Dovremmo sostenerlo.
----Messaggio originale----
Da: unirfuerzas@gmail.com
Data: 02/01/2009 5.44
A:
Ogg: "Programa de acción, campaña en acción"
-->
"Programa de acción, campaña en acción"
Respuesta de Jorge Arrate a carta de la Comisión Política de la Izquierda Cristiana
Santiago, 29 de Diciembre de 2008.
Compañer@s
Comisión Política
Izquierda Cristiana
Presente
Estimados compañeros:
Agradezco la invitación que me han hecho llegar para participar del debate programático que ha sugerido a Juntos Podemos Más y a otros grupos progresistas y que Uds. proponen desarrollar en el próximo tiempo
Aprecio sinceramente que dirijan esta invitación a alguien como yo que es afiliado de uno de los Partidos de la Concertación. Lo entiendo como un gesto político de altura y de claro entendimiento de la realidad política nacional. Millones de chilenos y entre ellos cientos de miles de socialistas y de ciudadanos progresistas han apoyado a la Concertación durante los últimos veinte años y es nuestro deber procurar que una gran parte de ellos reconozcan ahora filas en un nuevo proyecto progresista que se plantee como objetivos los cambios indispensables que la Concertación no ha podido o querido hacer.
Nunca concebimos la Concertación como una alianza inmutable y eterna. Siempre hemos sostenido que la manera de establecer una democracia plena en Chile y de atacar con eficacia las desigualdades sociales, económicas y culturales es la progresiva generación de un referente amplio que sostenga, sin exclusiones, un entendimiento programático que no signifique necesariamente compromisos de gobierno, entre la izquierda y el centro auténticamente democrático.
La Concertación ha hecho un aporte al restablecimiento de libertades esenciales, y también a la estabilidad de las variables macroeconómicas y a la generación de un sistema aún embrionario de protección social. Pero la democracia no es plena, sino incompleta, imperfecta, una semi democracia, que poco a poco se ha ido oligarquizando. Y la estabilidad ha sido acompañada de desigualdades ofensivas y crecientes. Hace veinte años prometimos "una patria para todos" y elaboramos un Programa que contiene importantes objetivos que aún no se han cumplido. La Concertación ha ido perdiendo fuerza, mística, decisión y se ha sumido en un mar de autoalabanzas y justificaciones.
La crítica que un sector de socialistas hemos dirigido a la Concertación no es un capricho súbito ni pasajero. Ha sido un ánimo autocrítico que se viene expresando desde comienzos de los años noventa, dentro y fuera del gobierno y muchas veces de manera pública. Las tempranas percepciones de “encapsulamiento” gubernativo que manifestó la dirección socialista ya en 1991, la autocrítica de los grupos que la prensa identificó como "autoflagelantes", las discrepancias internas en materias relativas a los derechos humanos, la detención de Pinochet en Londres y la política económica, el manifiesto "Chile entre dos derechas", cuyo autor fue el diputado Sergio Aguiló, y, entre otros, los documentos publicados bajo los títulos de "Enfrentar las desigualdades" y "La disyuntiva", testimonian esa creciente insatisfacción colectiva. Por eso decimos hoy, con fundamento, que la Concertación perdió la oportunidad de corregirse y no es una alianza capaz de establecer en Chile más democracia y justicia social.
Para lograr estos objetivos y construir una alternativa al neoliberalismo dominante, debemos unir fuerzas, políticas y sociales, tanto como lo permitan las condiciones reales. Sectores del Partido Demócrata Cristiano han expresado una suerte de objeción de principios a acuerdos que no sean estrictamente electorales con fuerzas de la izquierda que están fuera del Congreso. Se trata de una visión del todo incompatible con la que históricamente hemos sostenido los socialistas y también, en su momento, democristianos tan ilustres como Radomiro Tomic. A pesar de ello mi propio Partido no parece dispuesto a ejercer presiones decisivas que puedan poner en riesgo su actual alianza. Pudiera ser, pues, que los tiempos de un nuevo proyecto de “unidad social y política del pueblo” sean más largos que aquellos que desearíamos. Con mayor razón es preciso instalar un horizonte y también las bases de una propuesta política transformadora que aglutine fuerzas y teja un conjunto de movilizaciones, acuerdos y entendimientos para superar los desafíos del país actual.
Por un nuevo entendimiento popular y democrático
El desafío es dar un vuelco e ir más allá de los logros importantes obtenidos por su Partido y el Juntos Podemos Más. Sólo así se ganará en credibilidad y ánimo de victoria y podrá intentarse un acuerdo que convoque tanto al pueblo que ha votado por la Concertación, como a las organizaciones sociales y políticas de la izquierda excluida, y a la ciudadanía marginada, que anula el sufragio, vota en blanco o no se inscribe para así expresar su frustración y malestar. Se trata de construir un nuevo referente popular y democrático, un conglomerado amplio donde ojalá participen componentes representativos de todo el arco de la izquierda y el centro progresista.
Estas ideas, que he tratado de exponer al máximo públicamente, no son una convocatoria a "fundar" una izquierda. Hay partidos y agrupaciones que han resistido diecisiete años de dictadura y dieciocho de exclusión. No sólo tengo con ellos coincidencias, no sólo comparto su aspiración de no ser excluidos, sino que también los respeto y creo que pueden reclamar legítimamente el haber defendido con honestidad ideas de izquierda.
No se trata, tampoco, de construir una izquierda "más social", menos partidista, contra la izquierda histórica. Se trata de sumar, en el reconocimiento de diferencias, luchas y tradiciones para construir una alternativa progresista y popular para el siglo XXI. La cuestión fundamental, creo, es cómo generar una síntesis virtuosa, un entendimiento vivo capaz de ir superándose a si mismo en cada etapa.
El desafío es complejo: se trata de unir y organizar, sin afectar identidades ni diferencias legítimas, al mundo popular y democrático que se ha fraccionado por el accionar de las instituciones mercantislistas y por la ausencia de un horizonte de mediano y largo plazo. Aprecio la tarea que en esa dirección ha realizado su Partido y el Juntos Podemos Más, base indispensable para posteriores desarrollos. También aprecio, como señalé, el significado de su invitación que revela que Uds. también valoran aquello que los socialistas allendistas, afiliados o no al Partido Socialista, podemos aportar.
Las elecciones parlamentarias y presidenciales
La política está malherida. El mercado ha invadido todos los intersticios de la vida colectiva e incluso privada, entre ellos la política. La Constitución de Pinochet, cuyos pilares claves no han sido modificados, minimiza el Estado, sacraliza la propiedad, predetermina los resultados electorales, excluye a un alto porcentaje de chilenos de la vida pública e induce a millones a auto marginarse de la lucha electoral.
La democracia limitada ofrece, sin embargo, la oportunidad de las elecciones. Debemos sacar partido de la ocasión, por más que los mecanismos institucionales y los medios de comunicación dominados y hegemonizados por la derecha y el pensamiento único intenten imponer sus esquemas y reproducir sus intereses. De este modo, si bien la política está desprestigiada ante la ciudadanía, las próximas elecciones son un momento en que es posible expresar los mejores sentidos del quehacer político y de la lucha social.
Para hacer visible la opción recién delineada requerimos una candidatura presidencial y candidaturas parlamentarias fuertes, con capacidad de generar unidad y convocatoria. La derecha será enfrentada en primera vuelta presidencial por dos alternativas: una de centro, que propone continuidad con remozamientos, y otra de la izquierda, que propone que el país haga un giro hacia más libertad y justicia social. Ambas opciones debieran convenir un pacto parlamentario flexible y abierto a aquellas fórmulas que permitan terminar con la exclusión y construir mayorías parlamentarias para los casos en que exista coincidencia de propósitos. Si esta condición se cumple, cabría examinar un acuerdo de apoyo recíproco en los escenarios de segunda vuelta, fundados en acuerdos específicos sobre medidas legislativas y administrativas del gobierno electo y plazos para su cumplimiento.
La disposición de muchos socialistas y allendistas disconformes con la Concertación, entre ellas la mía, es contribuir a levantar esa candidatura de izquierda, como una opción amplia, plural y de claro perfil antineoliberal, pero que, al mismo tiempo, exprese desde ya su vocación de mayoría. Como Ud. sabe, he aspirado hasta ahora a ser candidato presidencial de esta izquierda amplia y a dar los pasos indispensables en coherencia con esta disposición. He luchado y lo seguiré haciendo en las próximas semanas para que el Partido Socialista corrija su política y se comprometa con una candidatura de un nuevo referente popular y democrático. Si bien es obvio que las perspectivas no parecieran favorables, mi acción me resulta moralmente indispensable y apunta, políticamente, a permitir el resurgimiento de la histórica definición de izquierda que es esencial a la identidad socialista.
Una candidatura de izquierda deberá determinar el mejor procedimiento para construir programa y el método para elegir su candidato. En esta última materia es claro que una primaria abre dimensiones de participación que no ofrecen otros sistemas. Pero todos sabemos que una primaria seria requiere de cuantioso financiamiento. Por otra parte, los méritos del método de primaria, como lo he dicho públicamente desde hace meses, sólo se manifiestan cuando se trata de una primaria limpia. He señalado que entiendo por tal un evento con financiamiento centralizado, con un espíritu constructivo y con un debate fluido y de alcance nacional organizado en común. Aquello que criticamos en las elecciones nacionales no puede aceptarse en primarias de izquierda.
Respecto al Programa, estimo que debe constituir una base que deberá perfeccionarse en la propia campaña. Esa base debiera recoger materias aún pendientes del Programa de 1989, cuando apoyamos el mismo candidato presidencial, y muchos de los planteamientos elaborados para el programa del Juntos Podemos Más en 2005. Un programa básico de una decena de puntos, como los que hemos mencionado en nuestros recientes documentos comunes "A Veinte Años del NO" y "Agotamiento, Lucha y Esperanza", puede unir fuerzas y desatar energías sociales y políticas con entusiasmo en torno a las grandes banderas que debemos proponer a la ciudadanía.
En cuanto al enorme universo de jóvenes no inscritos, creo que, aunque necesarios, son poco eficaces los llamados propagandísticos a inscribirse. Soy partidario de invitarlos a participar en una campaña de construcción de fuerza social y política. Recabarren "fundaba" en los lugares donde llegaba. Un diario, un sindicato, una seccional, una célula, un núcleo, una filarmónica, un centro cutural, un centro de mujeres. Ese debe ser un eje central de la campaña. Cada joven decidirá en ese marco si nos acompaña al acto de votar o no.
La campaña de 2009 es una gran ocasión para hacer de las elecciones un momento de síntesis: construir una presencia insoslayable y estratégica de la izquierda en Chile, enfrentar organizadamente la crisis financiera que comienza a golpearnos, en particular a los trabajadores y a los más débiles, y desarrollar organización social. Por eso propongo una campaña al viejo estilo, larga y trabajada, "fundadora" de fuerza social, de pequeñas o grandes organizaciones que permanezcan en la base cuando el perfume de las elecciones se extinga y quede siempre allí el de la lucha de todos los días por una sociedad justa. No tenemos dinero, pero tenemos voluntad y podemos tener nueva mística. Su resultado podría ser, pienso, una nueva presencia de izquierda que modifique claramente el escenario político actual.
En las campanas breves nuestros adversarios ejercen en plenitud su ventaja mediática y financiera. La nuestra es la mística y dedicación de nuestra gente y la única forma de desplegarla es con el tiempo suficiente. Requerimos un “Programa en Acción” y una “Campaña de Acción”. Para trabajar en esta línea acepto incorporarme a la iniciativa que la Izquierda Cristiana impulsa.
Estimados compañer@s:
He querido hacerles llegar estas líneas porque siento la necesidad de expresar con más formalidad conceptos que he señalado parcialmente en la prensa o que incluso han sido objeto de nuestro diálogo.
Nunca he pensado en ser candidato para negociar cargos de ningún tipo o privilegios personales. Tampoco he condicionado mis decisiones respecto a mi membresía socialista a pronunciamientos previos de mis eventuales apoyos. Por otra parte, es absurdo imaginar que pretendo tejer una "carrera política". Mi trayectoria como socialista está, en buena parte, ya escrita. Mi afán es luchar seriamente por un proyecto colectivo con impacto inmediato pero que madurará en tiempos que ahora no podemos determinar. Y quisiera hacerlo en la forma y el lugar donde más logre incidir con mis ideas y donde mayor sea mi aporte. Coincido en que los grandes objetivos de esta fase son romper la exclusión y reconstruir un actor de izquierda decisivo y de mayor magnitud y pluralidad que el que hoy existe. A veces pienso que no es fácil compatibilizarlos, pero permanece en mí la convicción que lo lograremos. Soy optimista. Creo que en nuestro esfuerzo común no es descartable una muy buena primera vuelta para la izquierda y quizá una batalla en la segunda… Es difícil, pero no es imposible.
Fraternalmente,
Jorge Arrate
Socialista
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Santiago, 29 de Diciembre de 2008.
Compañer@s
Comisión Política
Izquierda Cristiana
Presente
Estimados compañeros:
Agradezco la invitación que me han hecho llegar para participar del debate programático que ha sugerido a Juntos Podemos Más y a otros grupos progresistas y que Uds. proponen desarrollar en el próximo tiempo
Aprecio sinceramente que dirijan esta invitación a alguien como yo que es afiliado de uno de los Partidos de la Concertación. Lo entiendo como un gesto político de altura y de claro entendimiento de la realidad política nacional. Millones de chilenos y entre ellos cientos de miles de socialistas y de ciudadanos progresistas han apoyado a la Concertación durante los últimos veinte años y es nuestro deber procurar que una gran parte de ellos reconozcan ahora filas en un nuevo proyecto progresista que se plantee como objetivos los cambios indispensables que la Concertación no ha podido o querido hacer.
Nunca concebimos la Concertación como una alianza inmutable y eterna. Siempre hemos sostenido que la manera de establecer una democracia plena en Chile y de atacar con eficacia las desigualdades sociales, económicas y culturales es la progresiva generación de un referente amplio que sostenga, sin exclusiones, un entendimiento programático que no signifique necesariamente compromisos de gobierno, entre la izquierda y el centro auténticamente democrático.
La Concertación ha hecho un aporte al restablecimiento de libertades esenciales, y también a la estabilidad de las variables macroeconómicas y a la generación de un sistema aún embrionario de protección social. Pero la democracia no es plena, sino incompleta, imperfecta, una semi democracia, que poco a poco se ha ido oligarquizando. Y la estabilidad ha sido acompañada de desigualdades ofensivas y crecientes. Hace veinte años prometimos "una patria para todos" y elaboramos un Programa que contiene importantes objetivos que aún no se han cumplido. La Concertación ha ido perdiendo fuerza, mística, decisión y se ha sumido en un mar de autoalabanzas y justificaciones.
La crítica que un sector de socialistas hemos dirigido a la Concertación no es un capricho súbito ni pasajero. Ha sido un ánimo autocrítico que se viene expresando desde comienzos de los años noventa, dentro y fuera del gobierno y muchas veces de manera pública. Las tempranas percepciones de “encapsulamiento” gubernativo que manifestó la dirección socialista ya en 1991, la autocrítica de los grupos que la prensa identificó como "autoflagelantes", las discrepancias internas en materias relativas a los derechos humanos, la detención de Pinochet en Londres y la política económica, el manifiesto "Chile entre dos derechas", cuyo autor fue el diputado Sergio Aguiló, y, entre otros, los documentos publicados bajo los títulos de "Enfrentar las desigualdades" y "La disyuntiva", testimonian esa creciente insatisfacción colectiva. Por eso decimos hoy, con fundamento, que la Concertación perdió la oportunidad de corregirse y no es una alianza capaz de establecer en Chile más democracia y justicia social.
Para lograr estos objetivos y construir una alternativa al neoliberalismo dominante, debemos unir fuerzas, políticas y sociales, tanto como lo permitan las condiciones reales. Sectores del Partido Demócrata Cristiano han expresado una suerte de objeción de principios a acuerdos que no sean estrictamente electorales con fuerzas de la izquierda que están fuera del Congreso. Se trata de una visión del todo incompatible con la que históricamente hemos sostenido los socialistas y también, en su momento, democristianos tan ilustres como Radomiro Tomic. A pesar de ello mi propio Partido no parece dispuesto a ejercer presiones decisivas que puedan poner en riesgo su actual alianza. Pudiera ser, pues, que los tiempos de un nuevo proyecto de “unidad social y política del pueblo” sean más largos que aquellos que desearíamos. Con mayor razón es preciso instalar un horizonte y también las bases de una propuesta política transformadora que aglutine fuerzas y teja un conjunto de movilizaciones, acuerdos y entendimientos para superar los desafíos del país actual.
Por un nuevo entendimiento popular y democrático
El desafío es dar un vuelco e ir más allá de los logros importantes obtenidos por su Partido y el Juntos Podemos Más. Sólo así se ganará en credibilidad y ánimo de victoria y podrá intentarse un acuerdo que convoque tanto al pueblo que ha votado por la Concertación, como a las organizaciones sociales y políticas de la izquierda excluida, y a la ciudadanía marginada, que anula el sufragio, vota en blanco o no se inscribe para así expresar su frustración y malestar. Se trata de construir un nuevo referente popular y democrático, un conglomerado amplio donde ojalá participen componentes representativos de todo el arco de la izquierda y el centro progresista.
Estas ideas, que he tratado de exponer al máximo públicamente, no son una convocatoria a "fundar" una izquierda. Hay partidos y agrupaciones que han resistido diecisiete años de dictadura y dieciocho de exclusión. No sólo tengo con ellos coincidencias, no sólo comparto su aspiración de no ser excluidos, sino que también los respeto y creo que pueden reclamar legítimamente el haber defendido con honestidad ideas de izquierda.
No se trata, tampoco, de construir una izquierda "más social", menos partidista, contra la izquierda histórica. Se trata de sumar, en el reconocimiento de diferencias, luchas y tradiciones para construir una alternativa progresista y popular para el siglo XXI. La cuestión fundamental, creo, es cómo generar una síntesis virtuosa, un entendimiento vivo capaz de ir superándose a si mismo en cada etapa.
El desafío es complejo: se trata de unir y organizar, sin afectar identidades ni diferencias legítimas, al mundo popular y democrático que se ha fraccionado por el accionar de las instituciones mercantislistas y por la ausencia de un horizonte de mediano y largo plazo. Aprecio la tarea que en esa dirección ha realizado su Partido y el Juntos Podemos Más, base indispensable para posteriores desarrollos. También aprecio, como señalé, el significado de su invitación que revela que Uds. también valoran aquello que los socialistas allendistas, afiliados o no al Partido Socialista, podemos aportar.
Las elecciones parlamentarias y presidenciales
La política está malherida. El mercado ha invadido todos los intersticios de la vida colectiva e incluso privada, entre ellos la política. La Constitución de Pinochet, cuyos pilares claves no han sido modificados, minimiza el Estado, sacraliza la propiedad, predetermina los resultados electorales, excluye a un alto porcentaje de chilenos de la vida pública e induce a millones a auto marginarse de la lucha electoral.
La democracia limitada ofrece, sin embargo, la oportunidad de las elecciones. Debemos sacar partido de la ocasión, por más que los mecanismos institucionales y los medios de comunicación dominados y hegemonizados por la derecha y el pensamiento único intenten imponer sus esquemas y reproducir sus intereses. De este modo, si bien la política está desprestigiada ante la ciudadanía, las próximas elecciones son un momento en que es posible expresar los mejores sentidos del quehacer político y de la lucha social.
Para hacer visible la opción recién delineada requerimos una candidatura presidencial y candidaturas parlamentarias fuertes, con capacidad de generar unidad y convocatoria. La derecha será enfrentada en primera vuelta presidencial por dos alternativas: una de centro, que propone continuidad con remozamientos, y otra de la izquierda, que propone que el país haga un giro hacia más libertad y justicia social. Ambas opciones debieran convenir un pacto parlamentario flexible y abierto a aquellas fórmulas que permitan terminar con la exclusión y construir mayorías parlamentarias para los casos en que exista coincidencia de propósitos. Si esta condición se cumple, cabría examinar un acuerdo de apoyo recíproco en los escenarios de segunda vuelta, fundados en acuerdos específicos sobre medidas legislativas y administrativas del gobierno electo y plazos para su cumplimiento.
La disposición de muchos socialistas y allendistas disconformes con la Concertación, entre ellas la mía, es contribuir a levantar esa candidatura de izquierda, como una opción amplia, plural y de claro perfil antineoliberal, pero que, al mismo tiempo, exprese desde ya su vocación de mayoría. Como Ud. sabe, he aspirado hasta ahora a ser candidato presidencial de esta izquierda amplia y a dar los pasos indispensables en coherencia con esta disposición. He luchado y lo seguiré haciendo en las próximas semanas para que el Partido Socialista corrija su política y se comprometa con una candidatura de un nuevo referente popular y democrático. Si bien es obvio que las perspectivas no parecieran favorables, mi acción me resulta moralmente indispensable y apunta, políticamente, a permitir el resurgimiento de la histórica definición de izquierda que es esencial a la identidad socialista.
Una candidatura de izquierda deberá determinar el mejor procedimiento para construir programa y el método para elegir su candidato. En esta última materia es claro que una primaria abre dimensiones de participación que no ofrecen otros sistemas. Pero todos sabemos que una primaria seria requiere de cuantioso financiamiento. Por otra parte, los méritos del método de primaria, como lo he dicho públicamente desde hace meses, sólo se manifiestan cuando se trata de una primaria limpia. He señalado que entiendo por tal un evento con financiamiento centralizado, con un espíritu constructivo y con un debate fluido y de alcance nacional organizado en común. Aquello que criticamos en las elecciones nacionales no puede aceptarse en primarias de izquierda.
Respecto al Programa, estimo que debe constituir una base que deberá perfeccionarse en la propia campaña. Esa base debiera recoger materias aún pendientes del Programa de 1989, cuando apoyamos el mismo candidato presidencial, y muchos de los planteamientos elaborados para el programa del Juntos Podemos Más en 2005. Un programa básico de una decena de puntos, como los que hemos mencionado en nuestros recientes documentos comunes "A Veinte Años del NO" y "Agotamiento, Lucha y Esperanza", puede unir fuerzas y desatar energías sociales y políticas con entusiasmo en torno a las grandes banderas que debemos proponer a la ciudadanía.
En cuanto al enorme universo de jóvenes no inscritos, creo que, aunque necesarios, son poco eficaces los llamados propagandísticos a inscribirse. Soy partidario de invitarlos a participar en una campaña de construcción de fuerza social y política. Recabarren "fundaba" en los lugares donde llegaba. Un diario, un sindicato, una seccional, una célula, un núcleo, una filarmónica, un centro cutural, un centro de mujeres. Ese debe ser un eje central de la campaña. Cada joven decidirá en ese marco si nos acompaña al acto de votar o no.
La campaña de 2009 es una gran ocasión para hacer de las elecciones un momento de síntesis: construir una presencia insoslayable y estratégica de la izquierda en Chile, enfrentar organizadamente la crisis financiera que comienza a golpearnos, en particular a los trabajadores y a los más débiles, y desarrollar organización social. Por eso propongo una campaña al viejo estilo, larga y trabajada, "fundadora" de fuerza social, de pequeñas o grandes organizaciones que permanezcan en la base cuando el perfume de las elecciones se extinga y quede siempre allí el de la lucha de todos los días por una sociedad justa. No tenemos dinero, pero tenemos voluntad y podemos tener nueva mística. Su resultado podría ser, pienso, una nueva presencia de izquierda que modifique claramente el escenario político actual.
En las campanas breves nuestros adversarios ejercen en plenitud su ventaja mediática y financiera. La nuestra es la mística y dedicación de nuestra gente y la única forma de desplegarla es con el tiempo suficiente. Requerimos un “Programa en Acción” y una “Campaña de Acción”. Para trabajar en esta línea acepto incorporarme a la iniciativa que la Izquierda Cristiana impulsa.
Estimados compañer@s:
He querido hacerles llegar estas líneas porque siento la necesidad de expresar con más formalidad conceptos que he señalado parcialmente en la prensa o que incluso han sido objeto de nuestro diálogo.
Nunca he pensado en ser candidato para negociar cargos de ningún tipo o privilegios personales. Tampoco he condicionado mis decisiones respecto a mi membresía socialista a pronunciamientos previos de mis eventuales apoyos. Por otra parte, es absurdo imaginar que pretendo tejer una "carrera política". Mi trayectoria como socialista está, en buena parte, ya escrita. Mi afán es luchar seriamente por un proyecto colectivo con impacto inmediato pero que madurará en tiempos que ahora no podemos determinar. Y quisiera hacerlo en la forma y el lugar donde más logre incidir con mis ideas y donde mayor sea mi aporte. Coincido en que los grandes objetivos de esta fase son romper la exclusión y reconstruir un actor de izquierda decisivo y de mayor magnitud y pluralidad que el que hoy existe. A veces pienso que no es fácil compatibilizarlos, pero permanece en mí la convicción que lo lograremos. Soy optimista. Creo que en nuestro esfuerzo común no es descartable una muy buena primera vuelta para la izquierda y quizá una batalla en la segunda… Es difícil, pero no es imposible.
Fraternalmente,
Jorge Arrate
Socialista
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venerdì 2 gennaio 2009
Intervista con Meir Shalev
Dallo Spiegel
01/02/2009 Digg Stumble Upon Reddit Facebook Del.icio.us Fark Yahoo Newsvine Google MySpace Font:
INTERVIEW WITH ISRAELI AUTHOR MEIR SHALEV
'Even the Left Was in Favor of Striking Hamas'
An operation against Hamas was necessary -- but a war aimed at eliminating the Palestinian radical group is irresponsible, says Israeli author Meir Shalev in an interview with SPIEGEL ONLINE. Israel, he says, needs to find a political solution through negotiations.
SPIEGEL ONLINE: Israel's war against Hamas continues to drag on. When will it end?
Shalev: If it had been up to me, it would have been over after half a day. I am certainly of the opinion that it was necessary to warn and to punish Hamas. There have simply been too many rockets fired into Israel over the years. Jerusalem should have reacted much earlier and should have had a better-defined goal. Just as in the Lebananon war in 2006, there doesn't seem to be a good plan for how to end the offensive. Now it looks like the idea is to eliminate Hamas and to destroy every last weapons depot in the Gaza Strip. The war has developed a momentum of its own. That is wrong.
PHOTO GALLERY: SUFFERING IN THE GAZA STRIP
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SPIEGEL ONLINE: How do you think the operation should be brought to an end?
Shalev: In the end a political solution has to be found, that much is clear. Israel has to speak with Hamas, Hamas has to speak with us, and then the two sides will have to agree on a realistic way forward. I certainly don't consider Hamas to be friendly people, but Israel's attitude is absurd. We behave as though it were our hobby to find new groups with whom we refuse to speak -- only to do so later. Twenty years ago, the PLO was the archenemy; today, with Palestinian President Mahmoud Abbas as its leader, the group is our best friend. In five years' time, we will also be speaking with Hamas -- but only if we have by then found ourselves a new enemy that we can refuse to talk to. Perhaps (militant Palestinian group) Islamic Jihad?
SPIEGEL ONLINE: Israel has not allowed journalists from the international press into the Gaza Strip. Why not?
Shalev: Israel doesn't want the foreign media to transmit images of the war into the living rooms of the world. The only people who are currently delivering news from Gaza are local journalists, which makes it easy for Israel to claim that their reports are inaccurate. That might even be true. Journalists who are themselves directly affected by the war presumably paint a one-sided picture of the situation. That is precisely the reason why the international press must be allowed into Gaza -- so that the world learns what is really going on.
SPIEGEL ONLINE: Is the press lock-out a way of censoring the coverage?
Shalev: It is certainly a mistake. Those who think that they can censor the media in the era of cell phones and the Internet are gravely mistaken. Stories will always find their way out.
SPIEGEL ONLINE: Why has the Israeli peace movement been so quiet?
MEIR SHALEV
DPAMeir Shalev, 60, is a commentator for the Israeli newspaper Yedioth Aharonoth. As a young man, he took part in the 1967 Six- Day War. Partly as a result of his experiences in that war, Shalev has long been a backer of the two- state solution to resolve Israel's conflict with its Palestinian neighbors. Shalev is also a novelist and many of his books have been translated into English. His most recent publication in English was "A Pigeon and a Boy," which appeared in 2007. Shalev: Even the Israeli left -- which I consider myself to be a part of -- was in favor of striking a blow against Hamas. We may not like how the war is now being conducted, but at the beginning there was very broad support among Israelis for the operation. After Israel pulled out of the Gaza Strip in 2005, the left was deeply disappointed. We had fulfilled our part of the agreement, but the rockets kept on coming.
SPIEGEL ONLINE: Medicine, food, consumer goods, raw materials: Everything that the Palestinians in the Gaza Strip need has to be brought in over the border with Israel. In recent months, Israel has only allowed a bare minimum of the essentials into Gaza. That was a violation of the cease-fire agreement and, according to Hamas, the reason they decided to allow the cease-fire to lapse. Why did Israel give Hamas such an opening?
Shalev: Israel wants to rid itself of the Gaza Strip, also from an economic standpoint. On the one hand, the area is home to an enemy of Israel's. On the other, Israel has to feed that enemy. It is a situation that is not sustainable. It would be preferable were Egypt to open its border to the Gaza Strip, then Israel would no longer be responsible for it. But Egypt has no interest in opening its doors to Hamas. Cairo already has enough problems with Islamist extremists. They don't want to welcome in radical Palestinians as well.
SPIEGEL ONLINE: Each new attempt to solve the Israeli-Palestinian conflict seems destined to fail. What has to change before real progress can be made?
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Shalev: Radical Palestinians still say that the only solution would be for all Jews to pack their bags and return to where their grandparents came from. When there are no more Jews left in the Middle East, then the problem is solved, according to their logic. As long as they continue to think that way, there will be no peace. We are here and we are going to stay. Only after that fact is generally accepted can progress be made. Then there will hopefully be two states for two nations. That is the only sensible solution.
SPIEGEL ONLINE: Elections are set to be held in Israel in February. Every decision made by Israel's political leadership during this conflict is being interpreted with that fact in mind. How large a role does the campaign play in the conduct of the war?
Shalev: The elections play a role, even if the operation was long overdue. I have the impression that Defense Minister Ehud Barak and Prime Minister Ehud Olmert are taking Foreign Minister Tzipi Livni for a ride. "Let the boys take charge, war isn't for girls" -- that's the game they are playing in a bid to push her aside.
Interview conducted by Ulrike Putz.
01/02/2009 Digg Stumble Upon Reddit Facebook Del.icio.us Fark Yahoo Newsvine Google MySpace Font:
INTERVIEW WITH ISRAELI AUTHOR MEIR SHALEV
'Even the Left Was in Favor of Striking Hamas'
An operation against Hamas was necessary -- but a war aimed at eliminating the Palestinian radical group is irresponsible, says Israeli author Meir Shalev in an interview with SPIEGEL ONLINE. Israel, he says, needs to find a political solution through negotiations.
SPIEGEL ONLINE: Israel's war against Hamas continues to drag on. When will it end?
Shalev: If it had been up to me, it would have been over after half a day. I am certainly of the opinion that it was necessary to warn and to punish Hamas. There have simply been too many rockets fired into Israel over the years. Jerusalem should have reacted much earlier and should have had a better-defined goal. Just as in the Lebananon war in 2006, there doesn't seem to be a good plan for how to end the offensive. Now it looks like the idea is to eliminate Hamas and to destroy every last weapons depot in the Gaza Strip. The war has developed a momentum of its own. That is wrong.
PHOTO GALLERY: SUFFERING IN THE GAZA STRIP
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SPIEGEL ONLINE: How do you think the operation should be brought to an end?
Shalev: In the end a political solution has to be found, that much is clear. Israel has to speak with Hamas, Hamas has to speak with us, and then the two sides will have to agree on a realistic way forward. I certainly don't consider Hamas to be friendly people, but Israel's attitude is absurd. We behave as though it were our hobby to find new groups with whom we refuse to speak -- only to do so later. Twenty years ago, the PLO was the archenemy; today, with Palestinian President Mahmoud Abbas as its leader, the group is our best friend. In five years' time, we will also be speaking with Hamas -- but only if we have by then found ourselves a new enemy that we can refuse to talk to. Perhaps (militant Palestinian group) Islamic Jihad?
SPIEGEL ONLINE: Israel has not allowed journalists from the international press into the Gaza Strip. Why not?
Shalev: Israel doesn't want the foreign media to transmit images of the war into the living rooms of the world. The only people who are currently delivering news from Gaza are local journalists, which makes it easy for Israel to claim that their reports are inaccurate. That might even be true. Journalists who are themselves directly affected by the war presumably paint a one-sided picture of the situation. That is precisely the reason why the international press must be allowed into Gaza -- so that the world learns what is really going on.
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Shalev: It is certainly a mistake. Those who think that they can censor the media in the era of cell phones and the Internet are gravely mistaken. Stories will always find their way out.
SPIEGEL ONLINE: Why has the Israeli peace movement been so quiet?
MEIR SHALEV
DPAMeir Shalev, 60, is a commentator for the Israeli newspaper Yedioth Aharonoth. As a young man, he took part in the 1967 Six- Day War. Partly as a result of his experiences in that war, Shalev has long been a backer of the two- state solution to resolve Israel's conflict with its Palestinian neighbors. Shalev is also a novelist and many of his books have been translated into English. His most recent publication in English was "A Pigeon and a Boy," which appeared in 2007. Shalev: Even the Israeli left -- which I consider myself to be a part of -- was in favor of striking a blow against Hamas. We may not like how the war is now being conducted, but at the beginning there was very broad support among Israelis for the operation. After Israel pulled out of the Gaza Strip in 2005, the left was deeply disappointed. We had fulfilled our part of the agreement, but the rockets kept on coming.
SPIEGEL ONLINE: Medicine, food, consumer goods, raw materials: Everything that the Palestinians in the Gaza Strip need has to be brought in over the border with Israel. In recent months, Israel has only allowed a bare minimum of the essentials into Gaza. That was a violation of the cease-fire agreement and, according to Hamas, the reason they decided to allow the cease-fire to lapse. Why did Israel give Hamas such an opening?
Shalev: Israel wants to rid itself of the Gaza Strip, also from an economic standpoint. On the one hand, the area is home to an enemy of Israel's. On the other, Israel has to feed that enemy. It is a situation that is not sustainable. It would be preferable were Egypt to open its border to the Gaza Strip, then Israel would no longer be responsible for it. But Egypt has no interest in opening its doors to Hamas. Cairo already has enough problems with Islamist extremists. They don't want to welcome in radical Palestinians as well.
SPIEGEL ONLINE: Each new attempt to solve the Israeli-Palestinian conflict seems destined to fail. What has to change before real progress can be made?
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Shalev: Radical Palestinians still say that the only solution would be for all Jews to pack their bags and return to where their grandparents came from. When there are no more Jews left in the Middle East, then the problem is solved, according to their logic. As long as they continue to think that way, there will be no peace. We are here and we are going to stay. Only after that fact is generally accepted can progress be made. Then there will hopefully be two states for two nations. That is the only sensible solution.
SPIEGEL ONLINE: Elections are set to be held in Israel in February. Every decision made by Israel's political leadership during this conflict is being interpreted with that fact in mind. How large a role does the campaign play in the conduct of the war?
Shalev: The elections play a role, even if the operation was long overdue. I have the impression that Defense Minister Ehud Barak and Prime Minister Ehud Olmert are taking Foreign Minister Tzipi Livni for a ride. "Let the boys take charge, war isn't for girls" -- that's the game they are playing in a bid to push her aside.
Interview conducted by Ulrike Putz.
giovedì 1 gennaio 2009
Francesca Palazzi Arduini: come rovesciare la piramide della politica
Dal sito radicalsocialismo
Come rovesciare la piramide della politica
Scritto da Francesca Palazzi Arduini
giovedì 01 gennaio 2009
«Le istituzioni libertarie sono istituzioni popolate, in senso letterale e non metaforico. Esse cioè sono strutturate attorno a relazioni dirette, faccia-a-faccia, protoplasmatiche, non attorno a relazioni meccaniche, anonime, rappresentative. Sono basate sulla partecipazione, sul coinvolgimento e su un senso di cittadinanza che stimola l’azione, non sulla delega del potere e sulla politica come spettacolo. Le istituzioni libertarie sono guidate da un principio cardinale: ci si aspetta che tutti gli individui maturi gestiscano direttamente gli affari sociali, proprio come ci si aspetta che gestiscano i loro affari privati» (Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Eleuthera 1988 – Palo Alto 1982).
Un nuovo termine si è fatto largo di recente per descrivere lo scenario politico: “casta”. Sono state organizzate manifestazioni di piazza che hanno gettato nel panico la casta dei politici di professione: quelle dei “vaffanculo day”, per esprimere l’intenzione di non voler più sopportare il regime di malaffare politico-istituzionale che, ancor più dopo la decisione di non far scegliere più direttamente ai cittadini gli eletti, sembra avere ormai le sembianze di un tritacarne.
Certo, chi può dire di essere sicuro, anche ritornando al vecchio sistema del voto diretto dei deputati e dei senatori, che il proprio prescelto non verrà inghiottito dal sistema del “se io do una cosa a te...” e del clientelismo? La storia si ripete incessantemente: specializza e distorce nella professione anche chi era partito con buone intenzioni. Ma alle buone intenzioni, quelle cioè che esprimono democrazia e partecipazione, devono corrispondere mezzi adeguati ed adeguate energie, nonché una cultura del confronto che la nostra società sembra avere perso.
Mentre gli italiani sostano dubbiosi in questa pericolosa empasse, si va facendo strada velocemente, supportato dalla recessione e dall’uso dei mass media, uno stile di governo che cambia le regole non appena queste gli stanno strette... senza il consenso unanime ma servendosi solo dell’opinione di una maggioranza elettorale (ad esempio si presenta la maggioranza di governo, ottenuta da un candidato proprietario della maggior parte dei mass media del paese, come utile a cambiare anche le norme costituzionali). Chi si permette di dissentire viene definito “eversore”, un termine che prefigura già la presunta liceità dell’azione repressiva nei suoi confronti.
Certo, il problema dell’infantilismo dell’elettorato non è solo italiano: chi è l’ individuo maturo citato da Bookchin, che “gestisce i propri affari sociali”? La nuova politica-pubblicità rende tutti bambini. Quasi si ha paura di ammettere che basterebbe un poco di coinvolgimento personale in più, un po’ di responsabilità, per risolvere tanti problemi, come stanno dimostrando in tutta Italia i comitati cittadini che hanno deciso, viste le defezioni e le ambiguità dei partiti, di dare battaglia a scelte ingiuste. Ma la televisione ed un certo uso passivo e frammentario dei mass media e di internet ha minato profondamente il nostro stesso uso del tempo, sempre più assorbito da passatempi digitali e momenti di confronto, come quelli sui blog, che, se aggiungono informazione, non possono però certo sostituire la reale presenza fisica nei luoghi della politica e del confronto sociale.
«Come nell’Ecclesia ateniese, nelle sezioni rivoluzionarie parigine del 1793 e nelle riunioni cittadine del New England – tutte assemblee pubbliche regolarmente convocate, basate sulla democrazia diretta – ogni cittadino dev’essere libero di partecipare ai processi decisionali che riguardano la sua comunità. Quel che è fondamentale, a questo proposito, è il principio stesso: la libertà dell’individuo di partecipare, non l’obbligo e neppure il bisogno di farlo. La libertà non consiste nel numero di persone che scelgono di partecipare ai processi decisionali, ma nel fatto che esse hanno l’inalienabile possibilità di farlo, di scegliere se decidere o non decidere su questioni di pubblico interesse» (Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Eleuthera 1988 – Palo Alto 1982).
Molti ora ribadiscono la necessità di fare politica a partire da se stessi: legandosi quindi fortemente alla propria realtà, e dunque anche al territorio. Sono state sperimentate forme di discussione e decisione assembleare che hanno dimostrato che anche in realtà nelle quali si discute alla pari si crea il rischio di maggioranze auto-imposte, di ruoli legati alla personalità e al carisma di alcuni. Spesso anzi la fretta e l’interesse di prendere alcune decisioni piuttosto che altre infrange il principio secondo il quale è giusto prendere solo le decisioni che sono condivise da tutti.
Il problema o dell’emergenza, o della disonestà o della urgenza, rompe quindi sempre la giusta disposizione all’unanimità, secondo la quale il governo migliore è quello in cui a nessuno dovrebbe deve essere imposto il volere di una maggioranza (né quella dittatoriale né quella elettorale).
Su questo problema molti hanno riflettuto, come su quello della pesantezza dei ruoli dei delegati dalle assemblee, incarichi spesso affidati a persone che, col complicarsi e l’infittirsi dei problemi e dei mandati, diventano appunto, per reazione, quei politici di professione che danneggiano la collettività.
Del resto il fantasma del totalitarismo, attraverso il quale pochi si prendono il privilegio del potere presentandosi come “servitori del popolo”, “unti del signore”, “uomini giusti e altruisti che tolgono il problema agli altri” è sempre vivo, e si nutre della de-responsabilizzazione di chi, non volendo appunto gravarsi dei problemi e delle responsabilità o non sapendolo fare, proprio agli altri si affida.
«Il fatto che le elezioni siano gestite come una kermesse da parte delle società di pubbliche relazioni ne è un esempio lampante. “La politica è l’ombra gettata sulla società dal grande capitale”, scriveva John Dewey, il più grande filosofo sociale americano del Novecento, e tale resterà finché il potere sarà in mano al business privato, attraverso il controllo privato delle banche, della terra e dell’industria, rafforzato dalla diretta influenza sui giornali, agenzie di stampa e altri strumenti di pubblicità e propaganda”. (Noam Chomsky, Il popolo è sovrano e il mercato non vuole, Internazionale, 10 ottobre 2008).
La strategia delle ombre cinesi funziona sempre, quando si tratta di governare per conto dei più forti e delle oligarchie. E’ di questi giorni la notizia che Silvio Berlusconi, come altri ricchi mondiali, ha acquistato 16 milioni di euro di azioni Mediaset quando il titolo era al minimo. Un’operazione che di per sé sancisce l’interesse personale del premier per l’azienda di famiglia, e cancella ogni residuo dubbio sul forte interesse del cavaliere per il controllo finanziario della stessa. Eppure il nostro Parlamento, anche nel momento in cui si paventa un ennesimo e più incisivo cambio delle regole a favore del più forte, continua a chiamarsi “democratico”, e il Presidente del consiglio di autodefinisce quello di “tutti gli italiani”.
«Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, a poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle» (Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2008. Note sur la suppression générale des parties politiques, Paris, 1957).
La complessità delle relazioni umane e della politica ha creato strutture e legislazioni che celano cavilli e giochi di prestigio simili a quello delle tre carte, per cui viene dato ciò che poco più in là si riprende. La maggior parte dei nuovi rampanti della politica si vantano di impiegare la maggior parte della loro formazione a imparare a saper giostrare con leggi e regolamenti, come nuovi mandarini. E noi dei comitati lo sappiamo bene: quante “corse ad ostacoli” abbiamo visto nell’interpretazione di leggi che non aderivano alla volontà di certi amministratori! Che fare allora?
Il famoso “bene comune” cui si richiamano diverse formazioni politiche coincide solo una visione comunitaria che esclude comunquei segmenti sociali cui non si riconosce dignità e mette invece in primo piano altri segmenti e necessità, con la presunzione un po’ retorica quindi di definire in maniera generale la “comunità” basandosi su una visione per forza di cose limitata. Le liste civiche, se da un lato sono esempio di un rinnovato interesse alla politica sul territorio, spesso diventano un bluff nel momento in cui si trovano a non rappresentare l’elettore su temi scottanti e problematici, sui quali non hanno mai dibattuto e dei quali non si sono mai occupate ma vogliono votare (la politica del lavoro ad esempio, o la bioetica). La Lega è il caso tragico di gigantesca lista civica, basata su una presunta unità territoriale, ed addirittura etnico-culturale, che in realtà in Parlamento ha poi votato su una infinità di tematiche delle quali non sapeva assolutamente nulla, spostandosi a destra o al centro secondo come l’ispirazione, diciamo così, portava.
«Immaginiamo il membro di un partito – deputato, candidato al Parlamento o semplicemente militante - che prenda in pubblico il seguente impegno: “Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”» (Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2008. Note sur la suppression générale des parties politiques, Paris, 1957).
In realtà ognuno tende a rappresentare gli interessi del suo gruppo e addirittura le sue convinzioni personali su ciò che possa essere buono e giusto anche per gli altri. La tendenza dei rappresentanti dei gruppi politici è quella di essere portavoce di se stessi e di gruppi molto ristretti, allargati poi tramite la propaganda. Il fine, il raggiungimento dello scopo politico collettivo, è il mezzo: il potere. L’eletto, invece che semplice rappresentante, è il “simbolo”, e quindi diventa importante il suo look, la sua età, la sua presenza televisiva, la sua storia romanzata. Enormi facce hanno sostituito i vecchi slogan e le promesse a parole vengono sostituite da foto con rassicuranti sorrisi a 50 denti.
«Il computer offre un esempio immediato di questo mutamento. (...) Non stiamo più con un piede fuori dal mondo come utilizzatori di strumenti, lettori del libro della natura, persone con un destino eterno. Siamo diventati parte del sistema» (Ivan Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet 2008. The Corruption of Christianity, 2000).
Non si può essere del tutto d’accordo con Illich, che critica radicalmente il web come fosse una sorta di fagocitatore; le sue considerazioni sono però in armonia con quella che sembra essere la finalità del web stesso: quella cioè di unire in un tutto unico di informazione e comunicazione l’umanità intera. Ma non si tratta di attività fagocitante, non più di quelle della tv o della carta stampata. Anzi, si tratta dell’unico mezzo che consente a tutti di creare informazione e comunicazione.
La critica a chi fa del mezzo un fine, come il politico di professione che vive del suo essere rappresentante degli altri più che del fine per raggiungere il quale è stato scelto, è valida.
Cosa se ne farà infatti la gente dello “strumento” internet, se priva di strumenti politici di analisi che orientino su cosa cercare e su chi comunicare? E soprattutto, come potremo difenderci dalla continua produzione di notizie se non sappiamo giudicarne la loro veridicità, essendo slegati dal reale, lontani dai luoghi, dissociati dai problemi e dalle vite altrui?
Il “discorso vero”, autentico, realmente presentato da una fonte certa, deve essere riconosciuto da chi ascolta. Siamo ancora capaci di distinguere tra la retorica del professionista della politica e le parole di chi pensa a finalità da condividere? I comitati dei cittadini hanno una discriminante valida per distinguere il vero dal falso: guardano al raggiungimento concreto degli obiettivi, ed hanno la forza dirompente dell’attivismo volontaristico e dello stretto legame col territorio. Chiedono verifiche sul qui ed ora, sulla certezza dei fatti, sul voto nei consigli, sulla presenza fattiva dei politici rispetto ai problemi. La nostra funzione è quella di impegnare le liste ed i candidati, gli schieramenti ed i partiti, a dare risposte precise. Ma noi non bastiamo a cambiare la politica. Solo con la partecipazione delle basi dei partiti, delle associazioni, di tutti è possibile.
E’ auspicabile che coloro che intendono candidarsi a rappresentare parti dell’elettorato siano persone coscienti della necessità di cambiamento dei modi della rappresentanza.
Sul nostro territorio, ad esempio, così non è: basti guardare al candidato alla presidenza della Provincia di Pesaro, che si è di recente presentato su grandi manifesti con solo la sua foto e le parole “niente paura”, sfruttando così la più scontata esca mediatica. O ai candidati sindaci per Fano, entrambi dediti a farsi ritrarre in affiches giganti: uno già appoggiato per stanchezza ad un tavolo e che si presenta con una biografia nella quale non dà conto del lavoro politico svolto come consigliere provinciale ma si sofferma sul suo ruolo di “manager” per importanti aziende; l’altro, a tutto volto affinché la gente si concentri sulla personalità, presenta sul suo sito una dichiarazione di intenti per il suo nuovo mandato che sembra una dichiarazione... contro la crisi delle imprese di edilizia. E la sinistra cosa propone? Tanto per definire con maggior chiarezza quanto poco contino le donne (e chi se ne frega, tanto quelle non c’hanno voglia di comandare!) candidano a sindaco proprio uno dei più noti medici anti Legge 194, strenuo difensore della parità di dignità ed esigenze tra blastocisti e donna. Vincendo sicuramente il premio Gambero Rosso.
Suggerirei di chiedere invece a vecchie e nuove organizzazioni politiche che si scavalchi ogni ostacolo formale e si esiga (e si costruisca) finalmente, una politica diversa nei metodi, nella quale non ci sia bisogno di nuove riforme elettorali o candidati subprime come i mutui, per dare voce (e non “interpretare”!) con coerenza e alla volontà popolare :
1. La fine delle liste elettorali: che non ci sia nella realtà un leader o un capolista da eleggere ma che chi vota, e quindi delega, lo faccia sapendo che dà mandato all’intero gruppo o staff di persone scelto per fare ciò cui è stato delegato per un unico periodo prefissato. Che il portavoce o la portavoce del gruppo che siederà nei Consigli istituzionali non abbia funzioni leaderistiche ma solo capacità di parola e acume adatti a mantenere sempre intatta la finalità della collettività rappresentata.
2. L’inizio di un lavoro politico da svolgere in staff e con la continua consultazione della collettività delegante, sia periodicamente (con assemblee generali e locali), che immediatamente (giovandosi della comunità informatica). Niente “tavoli” fittizi o promesse di consultazione e rendicontazione fatte da uno, chi si candida, nei confronti degli altri, gli elettori. Niente “capi-lista” che in realtà poi rispondono solo al proprio partito, del quale spesso l’elettore non sa niente se non quello che trapela sulla stampa. Consultazione e lavoro di staff vero, e non promesso o ipotetico, comprensivo della suddivisione delle spese e dei pagamenti e rimborsi.
3. La fine quindi della politica di professione e l’assoluta fine dello spostamento dei politici di professione decaduti a burocrati di professione (quanti esempi!).
4. La chiarezza sulle finalità, che non consentano ai delegati di esprimersi come portavoce della collettività su argomenti dei quali non si è discusso e sui quali non si è rilevato un soddisfacente accordo. L’apertura di un contenitore web per le discussioni ed i sondaggi, moderato sulla lunghezza degli interventi e con l’obbligo di citare le fonti... per non morir di sete.
Come rovesciare la piramide della politica
Scritto da Francesca Palazzi Arduini
giovedì 01 gennaio 2009
«Le istituzioni libertarie sono istituzioni popolate, in senso letterale e non metaforico. Esse cioè sono strutturate attorno a relazioni dirette, faccia-a-faccia, protoplasmatiche, non attorno a relazioni meccaniche, anonime, rappresentative. Sono basate sulla partecipazione, sul coinvolgimento e su un senso di cittadinanza che stimola l’azione, non sulla delega del potere e sulla politica come spettacolo. Le istituzioni libertarie sono guidate da un principio cardinale: ci si aspetta che tutti gli individui maturi gestiscano direttamente gli affari sociali, proprio come ci si aspetta che gestiscano i loro affari privati» (Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Eleuthera 1988 – Palo Alto 1982).
Un nuovo termine si è fatto largo di recente per descrivere lo scenario politico: “casta”. Sono state organizzate manifestazioni di piazza che hanno gettato nel panico la casta dei politici di professione: quelle dei “vaffanculo day”, per esprimere l’intenzione di non voler più sopportare il regime di malaffare politico-istituzionale che, ancor più dopo la decisione di non far scegliere più direttamente ai cittadini gli eletti, sembra avere ormai le sembianze di un tritacarne.
Certo, chi può dire di essere sicuro, anche ritornando al vecchio sistema del voto diretto dei deputati e dei senatori, che il proprio prescelto non verrà inghiottito dal sistema del “se io do una cosa a te...” e del clientelismo? La storia si ripete incessantemente: specializza e distorce nella professione anche chi era partito con buone intenzioni. Ma alle buone intenzioni, quelle cioè che esprimono democrazia e partecipazione, devono corrispondere mezzi adeguati ed adeguate energie, nonché una cultura del confronto che la nostra società sembra avere perso.
Mentre gli italiani sostano dubbiosi in questa pericolosa empasse, si va facendo strada velocemente, supportato dalla recessione e dall’uso dei mass media, uno stile di governo che cambia le regole non appena queste gli stanno strette... senza il consenso unanime ma servendosi solo dell’opinione di una maggioranza elettorale (ad esempio si presenta la maggioranza di governo, ottenuta da un candidato proprietario della maggior parte dei mass media del paese, come utile a cambiare anche le norme costituzionali). Chi si permette di dissentire viene definito “eversore”, un termine che prefigura già la presunta liceità dell’azione repressiva nei suoi confronti.
Certo, il problema dell’infantilismo dell’elettorato non è solo italiano: chi è l’ individuo maturo citato da Bookchin, che “gestisce i propri affari sociali”? La nuova politica-pubblicità rende tutti bambini. Quasi si ha paura di ammettere che basterebbe un poco di coinvolgimento personale in più, un po’ di responsabilità, per risolvere tanti problemi, come stanno dimostrando in tutta Italia i comitati cittadini che hanno deciso, viste le defezioni e le ambiguità dei partiti, di dare battaglia a scelte ingiuste. Ma la televisione ed un certo uso passivo e frammentario dei mass media e di internet ha minato profondamente il nostro stesso uso del tempo, sempre più assorbito da passatempi digitali e momenti di confronto, come quelli sui blog, che, se aggiungono informazione, non possono però certo sostituire la reale presenza fisica nei luoghi della politica e del confronto sociale.
«Come nell’Ecclesia ateniese, nelle sezioni rivoluzionarie parigine del 1793 e nelle riunioni cittadine del New England – tutte assemblee pubbliche regolarmente convocate, basate sulla democrazia diretta – ogni cittadino dev’essere libero di partecipare ai processi decisionali che riguardano la sua comunità. Quel che è fondamentale, a questo proposito, è il principio stesso: la libertà dell’individuo di partecipare, non l’obbligo e neppure il bisogno di farlo. La libertà non consiste nel numero di persone che scelgono di partecipare ai processi decisionali, ma nel fatto che esse hanno l’inalienabile possibilità di farlo, di scegliere se decidere o non decidere su questioni di pubblico interesse» (Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Eleuthera 1988 – Palo Alto 1982).
Molti ora ribadiscono la necessità di fare politica a partire da se stessi: legandosi quindi fortemente alla propria realtà, e dunque anche al territorio. Sono state sperimentate forme di discussione e decisione assembleare che hanno dimostrato che anche in realtà nelle quali si discute alla pari si crea il rischio di maggioranze auto-imposte, di ruoli legati alla personalità e al carisma di alcuni. Spesso anzi la fretta e l’interesse di prendere alcune decisioni piuttosto che altre infrange il principio secondo il quale è giusto prendere solo le decisioni che sono condivise da tutti.
Il problema o dell’emergenza, o della disonestà o della urgenza, rompe quindi sempre la giusta disposizione all’unanimità, secondo la quale il governo migliore è quello in cui a nessuno dovrebbe deve essere imposto il volere di una maggioranza (né quella dittatoriale né quella elettorale).
Su questo problema molti hanno riflettuto, come su quello della pesantezza dei ruoli dei delegati dalle assemblee, incarichi spesso affidati a persone che, col complicarsi e l’infittirsi dei problemi e dei mandati, diventano appunto, per reazione, quei politici di professione che danneggiano la collettività.
Del resto il fantasma del totalitarismo, attraverso il quale pochi si prendono il privilegio del potere presentandosi come “servitori del popolo”, “unti del signore”, “uomini giusti e altruisti che tolgono il problema agli altri” è sempre vivo, e si nutre della de-responsabilizzazione di chi, non volendo appunto gravarsi dei problemi e delle responsabilità o non sapendolo fare, proprio agli altri si affida.
«Il fatto che le elezioni siano gestite come una kermesse da parte delle società di pubbliche relazioni ne è un esempio lampante. “La politica è l’ombra gettata sulla società dal grande capitale”, scriveva John Dewey, il più grande filosofo sociale americano del Novecento, e tale resterà finché il potere sarà in mano al business privato, attraverso il controllo privato delle banche, della terra e dell’industria, rafforzato dalla diretta influenza sui giornali, agenzie di stampa e altri strumenti di pubblicità e propaganda”. (Noam Chomsky, Il popolo è sovrano e il mercato non vuole, Internazionale, 10 ottobre 2008).
La strategia delle ombre cinesi funziona sempre, quando si tratta di governare per conto dei più forti e delle oligarchie. E’ di questi giorni la notizia che Silvio Berlusconi, come altri ricchi mondiali, ha acquistato 16 milioni di euro di azioni Mediaset quando il titolo era al minimo. Un’operazione che di per sé sancisce l’interesse personale del premier per l’azienda di famiglia, e cancella ogni residuo dubbio sul forte interesse del cavaliere per il controllo finanziario della stessa. Eppure il nostro Parlamento, anche nel momento in cui si paventa un ennesimo e più incisivo cambio delle regole a favore del più forte, continua a chiamarsi “democratico”, e il Presidente del consiglio di autodefinisce quello di “tutti gli italiani”.
«Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, a poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle» (Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2008. Note sur la suppression générale des parties politiques, Paris, 1957).
La complessità delle relazioni umane e della politica ha creato strutture e legislazioni che celano cavilli e giochi di prestigio simili a quello delle tre carte, per cui viene dato ciò che poco più in là si riprende. La maggior parte dei nuovi rampanti della politica si vantano di impiegare la maggior parte della loro formazione a imparare a saper giostrare con leggi e regolamenti, come nuovi mandarini. E noi dei comitati lo sappiamo bene: quante “corse ad ostacoli” abbiamo visto nell’interpretazione di leggi che non aderivano alla volontà di certi amministratori! Che fare allora?
Il famoso “bene comune” cui si richiamano diverse formazioni politiche coincide solo una visione comunitaria che esclude comunquei segmenti sociali cui non si riconosce dignità e mette invece in primo piano altri segmenti e necessità, con la presunzione un po’ retorica quindi di definire in maniera generale la “comunità” basandosi su una visione per forza di cose limitata. Le liste civiche, se da un lato sono esempio di un rinnovato interesse alla politica sul territorio, spesso diventano un bluff nel momento in cui si trovano a non rappresentare l’elettore su temi scottanti e problematici, sui quali non hanno mai dibattuto e dei quali non si sono mai occupate ma vogliono votare (la politica del lavoro ad esempio, o la bioetica). La Lega è il caso tragico di gigantesca lista civica, basata su una presunta unità territoriale, ed addirittura etnico-culturale, che in realtà in Parlamento ha poi votato su una infinità di tematiche delle quali non sapeva assolutamente nulla, spostandosi a destra o al centro secondo come l’ispirazione, diciamo così, portava.
«Immaginiamo il membro di un partito – deputato, candidato al Parlamento o semplicemente militante - che prenda in pubblico il seguente impegno: “Ogniqualvolta esaminerò un qualunque problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia”» (Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2008. Note sur la suppression générale des parties politiques, Paris, 1957).
In realtà ognuno tende a rappresentare gli interessi del suo gruppo e addirittura le sue convinzioni personali su ciò che possa essere buono e giusto anche per gli altri. La tendenza dei rappresentanti dei gruppi politici è quella di essere portavoce di se stessi e di gruppi molto ristretti, allargati poi tramite la propaganda. Il fine, il raggiungimento dello scopo politico collettivo, è il mezzo: il potere. L’eletto, invece che semplice rappresentante, è il “simbolo”, e quindi diventa importante il suo look, la sua età, la sua presenza televisiva, la sua storia romanzata. Enormi facce hanno sostituito i vecchi slogan e le promesse a parole vengono sostituite da foto con rassicuranti sorrisi a 50 denti.
«Il computer offre un esempio immediato di questo mutamento. (...) Non stiamo più con un piede fuori dal mondo come utilizzatori di strumenti, lettori del libro della natura, persone con un destino eterno. Siamo diventati parte del sistema» (Ivan Illich, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet 2008. The Corruption of Christianity, 2000).
Non si può essere del tutto d’accordo con Illich, che critica radicalmente il web come fosse una sorta di fagocitatore; le sue considerazioni sono però in armonia con quella che sembra essere la finalità del web stesso: quella cioè di unire in un tutto unico di informazione e comunicazione l’umanità intera. Ma non si tratta di attività fagocitante, non più di quelle della tv o della carta stampata. Anzi, si tratta dell’unico mezzo che consente a tutti di creare informazione e comunicazione.
La critica a chi fa del mezzo un fine, come il politico di professione che vive del suo essere rappresentante degli altri più che del fine per raggiungere il quale è stato scelto, è valida.
Cosa se ne farà infatti la gente dello “strumento” internet, se priva di strumenti politici di analisi che orientino su cosa cercare e su chi comunicare? E soprattutto, come potremo difenderci dalla continua produzione di notizie se non sappiamo giudicarne la loro veridicità, essendo slegati dal reale, lontani dai luoghi, dissociati dai problemi e dalle vite altrui?
Il “discorso vero”, autentico, realmente presentato da una fonte certa, deve essere riconosciuto da chi ascolta. Siamo ancora capaci di distinguere tra la retorica del professionista della politica e le parole di chi pensa a finalità da condividere? I comitati dei cittadini hanno una discriminante valida per distinguere il vero dal falso: guardano al raggiungimento concreto degli obiettivi, ed hanno la forza dirompente dell’attivismo volontaristico e dello stretto legame col territorio. Chiedono verifiche sul qui ed ora, sulla certezza dei fatti, sul voto nei consigli, sulla presenza fattiva dei politici rispetto ai problemi. La nostra funzione è quella di impegnare le liste ed i candidati, gli schieramenti ed i partiti, a dare risposte precise. Ma noi non bastiamo a cambiare la politica. Solo con la partecipazione delle basi dei partiti, delle associazioni, di tutti è possibile.
E’ auspicabile che coloro che intendono candidarsi a rappresentare parti dell’elettorato siano persone coscienti della necessità di cambiamento dei modi della rappresentanza.
Sul nostro territorio, ad esempio, così non è: basti guardare al candidato alla presidenza della Provincia di Pesaro, che si è di recente presentato su grandi manifesti con solo la sua foto e le parole “niente paura”, sfruttando così la più scontata esca mediatica. O ai candidati sindaci per Fano, entrambi dediti a farsi ritrarre in affiches giganti: uno già appoggiato per stanchezza ad un tavolo e che si presenta con una biografia nella quale non dà conto del lavoro politico svolto come consigliere provinciale ma si sofferma sul suo ruolo di “manager” per importanti aziende; l’altro, a tutto volto affinché la gente si concentri sulla personalità, presenta sul suo sito una dichiarazione di intenti per il suo nuovo mandato che sembra una dichiarazione... contro la crisi delle imprese di edilizia. E la sinistra cosa propone? Tanto per definire con maggior chiarezza quanto poco contino le donne (e chi se ne frega, tanto quelle non c’hanno voglia di comandare!) candidano a sindaco proprio uno dei più noti medici anti Legge 194, strenuo difensore della parità di dignità ed esigenze tra blastocisti e donna. Vincendo sicuramente il premio Gambero Rosso.
Suggerirei di chiedere invece a vecchie e nuove organizzazioni politiche che si scavalchi ogni ostacolo formale e si esiga (e si costruisca) finalmente, una politica diversa nei metodi, nella quale non ci sia bisogno di nuove riforme elettorali o candidati subprime come i mutui, per dare voce (e non “interpretare”!) con coerenza e alla volontà popolare :
1. La fine delle liste elettorali: che non ci sia nella realtà un leader o un capolista da eleggere ma che chi vota, e quindi delega, lo faccia sapendo che dà mandato all’intero gruppo o staff di persone scelto per fare ciò cui è stato delegato per un unico periodo prefissato. Che il portavoce o la portavoce del gruppo che siederà nei Consigli istituzionali non abbia funzioni leaderistiche ma solo capacità di parola e acume adatti a mantenere sempre intatta la finalità della collettività rappresentata.
2. L’inizio di un lavoro politico da svolgere in staff e con la continua consultazione della collettività delegante, sia periodicamente (con assemblee generali e locali), che immediatamente (giovandosi della comunità informatica). Niente “tavoli” fittizi o promesse di consultazione e rendicontazione fatte da uno, chi si candida, nei confronti degli altri, gli elettori. Niente “capi-lista” che in realtà poi rispondono solo al proprio partito, del quale spesso l’elettore non sa niente se non quello che trapela sulla stampa. Consultazione e lavoro di staff vero, e non promesso o ipotetico, comprensivo della suddivisione delle spese e dei pagamenti e rimborsi.
3. La fine quindi della politica di professione e l’assoluta fine dello spostamento dei politici di professione decaduti a burocrati di professione (quanti esempi!).
4. La chiarezza sulle finalità, che non consentano ai delegati di esprimersi come portavoce della collettività su argomenti dei quali non si è discusso e sui quali non si è rilevato un soddisfacente accordo. L’apertura di un contenitore web per le discussioni ed i sondaggi, moderato sulla lunghezza degli interventi e con l’obbligo di citare le fonti... per non morir di sete.
Katvala: It's the economy
Dal sito New Left
It's the economy, Darling
Oggi 1 gennaio 2009, 5 ore fa | sunder.katwala@fabian-society.org.uk (Sunder Katwala)
This is my editorial from the new year edition of the Fabian Review on the theme of fairness in a recession.
---
Shrill cries that the government had “abandoned the centre-ground” with plans for a new 45p top rate of tax on earnings over £150,000 showed just how detached the media classes can be from the country about which they pontificate.
Indeed, only 17% of the public occupy the mythical ‘centre’ which opposes the measure while 72% support the new top rate. With clear majorities in favour in all regions, classes and income groups – and among on Conservative voters too – it is difficult to identify many other policies with a broader ‘one nation’ public resonance.
Rumours of the death of New Labour are exaggerated. But New Labour was Labour too: the party of the windfall tax, anger at ‘fat cats’ and a penny on national insurance to find billions for the NHS. To talk tax at all was taboo for some but Fabian gradualism kept open arguments about equality, redistribution and progressive taxation, helping to shape the fairness argument which could define Labour’s public argument by what it is for, and not just by what it is not.
Political parties will naturally compete to occupy the centre-ground: the point is to shift it too. Like a flash of lightning on a dark night, the politics of the pre-budget report illuminated central choices in British politics. After a decade in which political cross-dressing has been in fashion, we had the novel sight of the main parties stealing back their own clothes, with clear differences over spending, whether to borrow in a recession, and what government should do to protect citizens.
Yet this greater willingness to articulate the big political arguments still faces a competing instinct, on both frontbenches, to blur the differences. How often did you hear any Cabinet minister making a principled fairness argument for the new top rate, or any shadow minister willing to express an opinion about it at all? (Tellingly, the Opposition have quietly briefed that they have no plans to reverse the move: another example – from the minimum wage to civil partnerships – of how Labour at its boldest does most to entrench change).
Gordon Brown is making the political weather after a turbulent year. 2009 will be a year of enormous challenges: the economic crisis will dominate while it is also the make or break moment for a global post-Kyoto deal on climate change.
Progressives, emboldened by the new Obama administration, can win the battle of ideas. But this will depend, above all, on more confidence in articulating the necessary case for government action.
‘The state’ is unpopular as an abstract idea. But, when it comes to the action which governments can take – such as protecting home-owners from repossession – the concrete calls are almost always for government to do more. That is why neither Margaret Thatcher or Ronald Reagan were ultimately able to significantly shrink the state. It is much less popular than it sounds.
Do not expect the right to concede the language of fairness. What must be tested is what – if anything – they want to do about it. This is a central argument to be won in the year ahead: that fairness doesn’t happen by chance.
* The Fabian Review is published on January 7th, and previews the Fabian New Year Conference 'Fairness Doesn't Happen by Chance' on January 17th. Fabian members will receive the Fabian Review in the post. Non-members can get a copy by joining here or can order a copy through the Fabian office
It's the economy, Darling
Oggi 1 gennaio 2009, 5 ore fa | sunder.katwala@fabian-society.org.uk (Sunder Katwala)
This is my editorial from the new year edition of the Fabian Review on the theme of fairness in a recession.
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Shrill cries that the government had “abandoned the centre-ground” with plans for a new 45p top rate of tax on earnings over £150,000 showed just how detached the media classes can be from the country about which they pontificate.
Indeed, only 17% of the public occupy the mythical ‘centre’ which opposes the measure while 72% support the new top rate. With clear majorities in favour in all regions, classes and income groups – and among on Conservative voters too – it is difficult to identify many other policies with a broader ‘one nation’ public resonance.
Rumours of the death of New Labour are exaggerated. But New Labour was Labour too: the party of the windfall tax, anger at ‘fat cats’ and a penny on national insurance to find billions for the NHS. To talk tax at all was taboo for some but Fabian gradualism kept open arguments about equality, redistribution and progressive taxation, helping to shape the fairness argument which could define Labour’s public argument by what it is for, and not just by what it is not.
Political parties will naturally compete to occupy the centre-ground: the point is to shift it too. Like a flash of lightning on a dark night, the politics of the pre-budget report illuminated central choices in British politics. After a decade in which political cross-dressing has been in fashion, we had the novel sight of the main parties stealing back their own clothes, with clear differences over spending, whether to borrow in a recession, and what government should do to protect citizens.
Yet this greater willingness to articulate the big political arguments still faces a competing instinct, on both frontbenches, to blur the differences. How often did you hear any Cabinet minister making a principled fairness argument for the new top rate, or any shadow minister willing to express an opinion about it at all? (Tellingly, the Opposition have quietly briefed that they have no plans to reverse the move: another example – from the minimum wage to civil partnerships – of how Labour at its boldest does most to entrench change).
Gordon Brown is making the political weather after a turbulent year. 2009 will be a year of enormous challenges: the economic crisis will dominate while it is also the make or break moment for a global post-Kyoto deal on climate change.
Progressives, emboldened by the new Obama administration, can win the battle of ideas. But this will depend, above all, on more confidence in articulating the necessary case for government action.
‘The state’ is unpopular as an abstract idea. But, when it comes to the action which governments can take – such as protecting home-owners from repossession – the concrete calls are almost always for government to do more. That is why neither Margaret Thatcher or Ronald Reagan were ultimately able to significantly shrink the state. It is much less popular than it sounds.
Do not expect the right to concede the language of fairness. What must be tested is what – if anything – they want to do about it. This is a central argument to be won in the year ahead: that fairness doesn’t happen by chance.
* The Fabian Review is published on January 7th, and previews the Fabian New Year Conference 'Fairness Doesn't Happen by Chance' on January 17th. Fabian members will receive the Fabian Review in the post. Non-members can get a copy by joining here or can order a copy through the Fabian office
vittorio melandri: serve più che mai un'idea socialista di sinistra
Forse è vero che “non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza”, (Giovanni Sartori sul “corrierone” del 31 dicembre), ma sicuramente è certo che il modo di ridistribuire la ricchezza, in uso da sempre al -modo stabilito- delle classi dominanti, di qualsiasi fede e di qualsiasi cultura siano esse state espressione, anche prima che intorno al 1500 prendesse forma e si affermasse il “metodo” capitalista, è da sempre una “ridistribuzione” che induce su larghissima scala povertà, e non bastano i numeri assoluti dei benestanti (fra i quali siamo anche noi) a compensare il dato di fatto che oggi nel mondo i “miserabili”, sono di più di quanti fossero tutti gli abitanti della terra all’inizio del maledetto, ed insieme “mirabile” secolo breve.
Ma l’ineccepibile costituzionalista Sartori, da democratico uomo di destra quale è, non esita ad affermare che è appunto “la politicizzazione …. di sinistra …. (che). induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi”.
Così però, praticando lui una (ingenua?) confusione, perché dalla sequenza logica che impone di produrre prima e distribuire poi, fa conseguire che non si possa “anteporre” (meno che mai) il dovere di cogliere quanto siano intrecciati i due corni del problema (produzione e distribuzione) …. e tutt’al più, con una benevolenza frutto di un misto di filantropica e democratica condiscendenza propria di chi “sa”, condiscendenza espressa appunto nei confronti di noi “poveretti” di sinistra che “non sappiamo”, il prof. Sartori arriva a dire quanto la “distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa”.
Ma come si può arrivare, non dico ad estirpare, ma anche solo a tenacemente affrontare “iniquità, immoralità e dannosità” nel modo di distribuire, ed ovviamente nel modo di produrre, ricchezza, il professore non dice, forse per la brevità dello spazio concesso da un editoriale in prima sul Corriere.
Editoriale nel quale per altro, si trova spazio per citare “il tepore del benessere” di cui gode l’uomo occidentale, che, ottusamente (ma questo è una mia maliziosa interpretazione) deviato da una nefasta politicizzazione di sinistra, sembra aver dimenticato, sempre stando al professore, che i “diritti a qualcosa sussistono solo se prima c’è la cosa”.
Dal che se ne deduce che molti degli stessi diritti universali dell’uomo, di cui abbiamo da poco celebrato i sessant’anni di solenne affermazione, poiché per sterminate masse di uomini proprio non esistono come “cose”, non sussistono nemmeno come diritti.
Credo che insieme al comunicato del Cdr dello stesso Corriere della Sera, in cui si annuncia fra l’altro la prossima chiusura di un “miope contratto nazionale di lavoro” per i giornalisti, questo editoriale del democraticissimo prof. Sartori, sia la più efficace dimostrazione di quanto bisogno ci sia oggi in Italia di una forza socialista di sinistra.
Una forza socialista di sinistra capace di anteporre, in tutti i campi, una lotta senza quartiere all’iniquità, alla immoralità, alla dannosità di un pensiero unico, che sarebbe da sciocchi circoscrivere al solo recinto del “capitalismo”, ma che sicuramente è il pensiero imposto dalle “classi dominanti” di sempre, per quante metamorfosi abbiano esse vissuto nel tempo.
Serve più che mai una “idea socialista di sinistra” certamente aggiornata anch’essa nelle forme, ma capace di essere radicalmente fedele alla missione di contrastare democraticamente quelle classi dominanti che da sempre, sono capaci di anteporre il loro interesse a tutto.
Vittorio Melandri
Ma l’ineccepibile costituzionalista Sartori, da democratico uomo di destra quale è, non esita ad affermare che è appunto “la politicizzazione …. di sinistra …. (che). induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi”.
Così però, praticando lui una (ingenua?) confusione, perché dalla sequenza logica che impone di produrre prima e distribuire poi, fa conseguire che non si possa “anteporre” (meno che mai) il dovere di cogliere quanto siano intrecciati i due corni del problema (produzione e distribuzione) …. e tutt’al più, con una benevolenza frutto di un misto di filantropica e democratica condiscendenza propria di chi “sa”, condiscendenza espressa appunto nei confronti di noi “poveretti” di sinistra che “non sappiamo”, il prof. Sartori arriva a dire quanto la “distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa”.
Ma come si può arrivare, non dico ad estirpare, ma anche solo a tenacemente affrontare “iniquità, immoralità e dannosità” nel modo di distribuire, ed ovviamente nel modo di produrre, ricchezza, il professore non dice, forse per la brevità dello spazio concesso da un editoriale in prima sul Corriere.
Editoriale nel quale per altro, si trova spazio per citare “il tepore del benessere” di cui gode l’uomo occidentale, che, ottusamente (ma questo è una mia maliziosa interpretazione) deviato da una nefasta politicizzazione di sinistra, sembra aver dimenticato, sempre stando al professore, che i “diritti a qualcosa sussistono solo se prima c’è la cosa”.
Dal che se ne deduce che molti degli stessi diritti universali dell’uomo, di cui abbiamo da poco celebrato i sessant’anni di solenne affermazione, poiché per sterminate masse di uomini proprio non esistono come “cose”, non sussistono nemmeno come diritti.
Credo che insieme al comunicato del Cdr dello stesso Corriere della Sera, in cui si annuncia fra l’altro la prossima chiusura di un “miope contratto nazionale di lavoro” per i giornalisti, questo editoriale del democraticissimo prof. Sartori, sia la più efficace dimostrazione di quanto bisogno ci sia oggi in Italia di una forza socialista di sinistra.
Una forza socialista di sinistra capace di anteporre, in tutti i campi, una lotta senza quartiere all’iniquità, alla immoralità, alla dannosità di un pensiero unico, che sarebbe da sciocchi circoscrivere al solo recinto del “capitalismo”, ma che sicuramente è il pensiero imposto dalle “classi dominanti” di sempre, per quante metamorfosi abbiano esse vissuto nel tempo.
Serve più che mai una “idea socialista di sinistra” certamente aggiornata anch’essa nelle forme, ma capace di essere radicalmente fedele alla missione di contrastare democraticamente quelle classi dominanti che da sempre, sono capaci di anteporre il loro interesse a tutto.
Vittorio Melandri
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