dal sito della delegazione italiana nel PSE
venerdì 29 agosto 2008
GEORGIA, RUSSIA, EUROPA - di Pasqualina Napoletano
(di Pasqualina Napoletano) - Il conflitto in Georgia e in Sud Ossezia ha colto di sorpresa l'Europa, per la tempistica e per la successione degli eventi. Le violenze sulle popolazioni, lo scoppio di una guerra guerreggiata ai confini dell'UE, la rottura così palese della legalità internazionale hanno bruscamente riportato l'Europa di fronte alle proprie responsabilità di attore internazionale.Le ragioni ed i sintomi della crisi erano presenti da tempo agli Stati europei, che ora sono chiamati a trovare un equilibrio difficile ed a gestire la situazione tenendo conto delle profonde conseguenze che il conflitto ha scatenato.Va dato atto alla Presidenza Francese di un grande attivismo e di essere riuscita ad ottenere alcuni importanti risultati. Ora però, dopo il cessate il fuoco, la situazione torna ad essere sul rischio di precipitare, con il riconoscimento unilaterale da parte della Russia dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud.Il Parlamento Europeo discuterà della crisi tra Georgia e Russia il prossimo lunedì, in concomitanza con il vertice straordinario dell'UE convocato a Bruxelles dal Presidente Sarkozy. Come socialisti europei chiederemo ai leader europei di impegnarsi a governare la situazione in modo unitario e, soprattutto, di commisurare le prossime azioni dell'UE alla necessità di non interrompere le relazioni con la Russia. Resta certamente la condanna per la reazione sproporzionata in Georgia e per il provocatorio riconoscimento unilaterale dell'Ossezia del Sud. Allo stesso tempo, crediamo che il contributo più utile all'abbassamento delle tensioni in tutta la regione passi in primo luogo per la continuazione del dialogo con Mosca, evitando un isolamento ed una sindrome da accerchiamento che non farebbe che irrigidire le posizioni in campo. E' da lasciar cadere nel vuoto, in questo senso, la provocazione di chi parla addirittura di sanzioni da imporre alla Russia.La Russia non è il nemico naturale dell'Europa, ne è semmai il partner.Siamo convinti pertanto che, così come noi abbiamo bisogno della Russia, anche la Russia non possa fare a meno della partnership con l'Europa. Anche in questa crisi, e lo dimostra d'altronde il riconoscimento delle due province georgiane, alcune mosse di Mosca dimostrino scarsa lungimiranza, se si pensa agli effetti che esso può avere sulle spinte centrifughe di territori all'interno dei confini russi, come Daghestan e Cecenia. Facciamo appello al Consiglio dell'UE perché trovi gli strumenti per governare una crisi che rischia di far divenire la regione del Caucaso quello che furono i Balcani poco più di un decennio fa. Rinnoviamo l'appello alla convocazione di una conferenza di pace, nel quadro dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa e con la partecipazione di tutti i partner della regione. Quello che preoccupa maggiormente, nell'escalation delle tensioni nella regione, è la crescita generalizzata delle pulsioni nazionaliste.Restiamo convinti che la risposta più lungimirante sia quella, più alta ed ambiziosa, della dimensione sovranazionale e della rottura degli schemi unilaterali. Già ai tempi della recente crisi sul riconoscimento del Kosovo avevamo denunciato i rischi di una nuova esplosione di nazionalismi e di un ritorno all'instabilità ai confini dell'Europa. Ora rilanciamo con forza, parallelamente alla convocazione di una conferenza di pace, il progetto di integrazione regionale per tutta l'area caucasica tramite la creazione di un'Unione per il Mar Nero, da affiancare alle strutture della politica europea di vicinato ed alle relazioni che l'Europa ha con i paesi dell'are a, comprese naturalmente la Russia e la Turchia.
Pasqualina Napoletano
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
venerdì 29 agosto 2008
la rochelle, università d'estate del PS
da le Monde
La Rochelle, un rituelà la fois apprécié et contesté par les socialistes
Le PS, dont l'université d'été a débuté vendredi 29 août, s'interroge sur l'intérêt politique de son rendez-vous annuel.
La Rochelle, un rituelà la fois apprécié et contesté par les socialistes
Le PS, dont l'université d'été a débuté vendredi 29 août, s'interroge sur l'intérêt politique de son rendez-vous annuel.
martedì 26 agosto 2008
dal sito dello spiegel
Shevardnadze Speaks on the Georgia Crisis: 'This War Could Have Been Avoided'Eduard Shevardnadze, former Soviet foreign minister and president of Georgia prior to being overthrown by Mikhail Saakashvili, says that both sides made mistakes in the lead up to the war between Georgia and Russia. But NATO, he says, made one of the decisive errors. mehr...
Georgian Tanks vs. Ossetian Teenagers: The Story of Tskhinvali's Resistance
Photo Gallery: Teenagers Attacked Saakashvili's Tanks
Misplaced Suffrage Celebration: Second-Place Citizens
Georgian Tanks vs. Ossetian Teenagers: The Story of Tskhinvali's Resistance
Photo Gallery: Teenagers Attacked Saakashvili's Tanks
Misplaced Suffrage Celebration: Second-Place Citizens
primarie alla francese (e in altri paesi)
Terra Nova publie aujourd'hui "Pour une primaire à la française". La sortie de cet ouvrage est l'aboutissement du "Projet Primaires", un groupe de réflexion présidé par Olivier Ferrand et Olivier Duhamel, qui a étudié l'organisation des primaires dans différents pays.
Lire la synthèse de l'essai
Voir la présentation du groupe de travail
Berman
L'ideologia della paura
di Paul Berman
dal CORRIERE DELLA SERA ,26 AGOSTO
Mentre vedevo passare i carri armati russi, mi si sono affollati nella mente sette spunti di riflessione.1) Il danno è già fatto, ed è vasto e irreversibile. Se le prime rivoluzioni di velluto del 1989 sono precipitate come una marea possente sulla scena mondiale, la seconda ondata ha atteso un impulso, l'intervento militare Usa nei Balcani. Il rovesciamento di Milosevic in Serbia, nel 2000, è stato seguito, di lì a poco, dalle «rivoluzioni dei colori».
Quella «rosa» in Georgia nel 2003, quella «arancione» in Ucraina nel 2004 — e da tutta una serie di sollevamenti minori, talvolta falliti, nell'ex area d'influenza sovietica. La terza ondata, in Medio Oriente nel 2005, si è rivelata più timida. La cosiddetta «primavera araba», se valutata su scala regionale, appare assai limitata. L'evento principale sono state le elezioni irachene del 2005, che hanno riportato al potere i partiti dell'estremismo religioso. Un risultato catastrofico. Eppure il voto iracheno, per quanto contraddittorio, esprimeva l'aspirazione democratica di milioni di coraggiosi elettori: un'ambiguità. E dalla «primavera araba» è scaturita la «rivoluzione dei cedri» nel marzo 2005 in Libano. La rivoluzione dei cedri ha conosciuto parecchi insuccessi dal 2005, ma il fallimento più clamoroso si è verificato ai primi di questo mese. Le milizie di Hezbollah hanno vinto il riconoscimento ufficiale in Libano e la loro legittimità è stata validata persino dai leader usciti semisconfitti della rivoluzione dei cedri. L'agosto del 2008 pertanto segna una battuta d'arresto sia per la rivoluzione «rosa» che per quella «dei cedri », eventi centrali della seconda e terza ondata di sollevamenti. E la marea si ritira. 2) Le vaste ripercussioni dell'invasione della Georgia si faranno sentire ovunque nell'ex blocco sovietico, e non solo. In ciascuno dei Paesi dell'ex blocco operano partiti filo russi, ostili alle rivoluzioni democratiche. I partiti filo russi possono contare su numerose e solide basi: sulle minoranze etniche russe presenti nei Paesi confinanti con la Russia; su tutta una gamma di interessi economici collegati alla Russia, derivanti dal gas e materie prime russe, oppure dalle reti di agenzie militari e poliziesche tramandate dall'era sovietica; su raggruppamenti nazionalisti filo slavi di vecchio stampo; e su alcuni eredi dell'antica tradizione politica comunista. Forti delle loro molteplici basi, i partiti filo russi sono in grado di lanciare vere e proprie offensive: gli attacchi informatici (già messi a segno contro l'Estonia, a nome della minoranza etnica russa presente in quel Paese, e, appena prima dell'invasione, contro la Georgia); la minaccia di sospendere l'erogazione del gas, che la Russia ha già utilizzato contro l'Ucraina; e, più vagamente, agitando lo spauracchio di non meglio definite tensioni politiche. Oggi i partiti filo russi nei Paesi confinanti con la Russia, come in quelli più lontani, contribuiscono ad aggravare la minaccia di ritorsione finale: l'invasione con divisioni corazzate. Va da sé che i partiti filo russi in questi Paesi hanno grandemente beneficiato dagli avvenimenti della scorsa settimana e ne usciranno rafforzati per molti anni a venire, anche se tutti i carri armati russi dovessero ritirarsi dalla Georgia domani stesso.
Il rafforzamento dei partiti filo russi si scontrerà, sulle prime, con la crescente ostilità dei partiti democratici — sia di quelli davvero democratici, come pure di alcuni che tanto democratici non sono. Le tensioni politiche pertanto sono destinate a salire in tutta la regione, non soltanto tra i Paesi dell'ex blocco e la Russia, ma anche all'interno di ciascuno di questi Paesi. L'aggravarsi delle tensioni interne avrà l'effetto inevitabile di rafforzare, nel breve raggio, la credibilità delle minacce espresse dai partiti filo russi. Si prevede perciò che nei prossimi mesi andrà intensificandosi la pressione sui partiti democratici per abbandonare ogni ostilità nei confronti dei partiti filo russi. Gli equilibri di potere si sposteranno verso i partiti filo russi a livello regionale, e non solo locale. La Polonia sembra un'eccezione alla regola, decisa com'è a opporsi con tutte le sue forze per non sottomettersi mai più alla Russia. I polacchi sono stati già minacciati apertamente di aggressione e persino di attacco nucleare dai vertici militari russi, in un rincorrersi di voci davvero sconcertanti. Più è grande il pericolo di attacco militare alla Polonia, più si acuiranno le tensioni politiche all'interno degli altri Paesi e meno prevedibili saranno le reazioni di paura e sgomento di ciascun Paese.
3) La posizione del regime iraniano impone all'Europa intera di fare pressioni sull'Iran per impedirgli di dotarsi di armi atomiche, e la via principale per ottenere ciò è fare pressioni sulla Russia, affinché non dia una mano all'Iran. Il balzo improvviso e impressionante dei partiti filo russi in una vasta fascia d'Europa impedirà all'Unione di adottare misure concrete. Così gli iraniani, almeno la fazione di Ahmadinejad, risulteranno rafforzati dall'invasione della Georgia. I successi dell'Iran peseranno indubbiamente sul dibattito in corso negli ambienti politici e militari in Israele, e certo non inviteranno alla pazienza e alla conciliazione. Gli avvenimenti dell'agosto 2008 rendono Israele più vulnerabile, non il contrario.
4) L'invasione della Georgia getta una luce allarmante sulla natura del pensiero politico all'interno della leadership russa, la quale sembra aderire a una nozione ottocentesca di interessi nazionali, appaiata a una solidarietà etnica stile secolo ventesimo. Nella controversia sulle regioni separatiste della Georgia, la Russia deve effettivamente affrontare una questione di interesse nazionale. Ma la Russia ha anche altri interessi da difendere — la pace e la tranquillità regionale, che favoriscono la crescita economica, e la certezza di poter sventare possibili eventi catastrofici. Mettere a ferro e fuoco mezzo mondo per difendere due enclave separatiste più piccole persino dello Schleswig-Holstein sembra una follia, nei calcoli convenzionali. Eppure la leadership russa ha deciso a favore dell'intervento armato. Perché?
Al giorno d'oggi, ogni qualvolta un vasto settore della popolazione si comporta in modo da contraddire la logica dei potenziali vantaggi e svantaggi, si dice che la gente in questione reagisce a un'«umiliazione » o sotto la spinta del «risentimento ». L'umiliazione però, presa come esperienza politica, esiste solo laddove essa è stata costruita ideologicamente, e non altrimenti. Si disse che la Germania, sconfitta nella Prima guerra mondiale, avesse subito un'«umiliazione», ma dopo la Seconda guerra mondiale, quando il Paese era stato sconfitto in modo dieci volte peggiore, nessuno rispolverò più il concetto di Paese «umiliato».Anche della Russia, uscita sconfitta dalla Guerra fredda, si dice sia stata «umiliata ». Ma io temo che i leader russi provino una sensazione assai peggiore, e cioè di paura. I leader russi dipingono il ritratto di un Paese tremendamente vulnerabile, non diversamente da come si vede Israele. La paura, e non l'umiliazione, ha spinto la Russia a invadere la Georgia, la paura della propria distruzione. Nel corso degli ultimi mesi, i diplomatici russi hanno espresso esplicitamente questo sentimento. Li ho sentiti di persona, mentre discutevano infervorati accusando la Georgia di rappresentare un «pericolo esistenziale» per la Russia.Eppure si tratta di un timore interamente ideologico, vale a dire immaginario. La situazione della Russia non coincide in realtà con quella di Israele. Nessuna potenza straniera, dalla fine della Guerra fredda, ha mai formulato piani di attaccare la Russia né di distruggerne la potenza e la ricchezza. Il timore dei russi si basa semplicemente su un'interpretazione piuttosto paranoide degli avvenimenti mondiali. Ma è difficile smontare i timori nati da interpretazioni paranoidi. L'accordo tacito siglato dal resto del mondo per consentire alla Russia di conquistare le regioni separatiste della Georgia e di insediare un regime fantoccio a Tbilisi, o in Ucraina, o altrove, non sortirà alcun effetto rassicurante e i leader russi continueranno a sentirsi minacciati. Ma perché i russi restano ancorati a tali interpretazioni? Si tratta di un arcaismo. Ad ogni modo, il prevalere di questa mentalità potrebbe suggerire che la Russia è assai più traballante di quanto non voglia dare a intendere. Una Russia stabile non si sentirebbe affatto minacciata dalla minuscola Georgia, né dalla Nato.
5) La politica estera americana dal 1989 a oggi si è basata in larghissima parte su un unico concetto: che l'interesse dell'America e il cammino della democrazia liberale nel mondo, a lungo termine, coincidono. Se non sono mai mancate critiche a questo modo di vedere negli stessi Stati Uniti, gli oppositori oggi si moltiplicano. Ma se l'America, nel prestare attenzione a queste critiche, si avvia in una direzione tradizionale e conservatrice — cioè se l'America si affida alla realpolitik e torna a corteggiare i dittatori — non ne beneficerà certamente la stabilità dell'Europa orientale, né tantomeno del Medio Oriente. Una virata conservatrice da parte dell'America servirà solo a indebolire le democrazie in altre parti del mondo, e perciò indebolirà le prospettive dei suoi fedeli alleati. Se verrà meno il sostegno americano alla solidarietà democratica, anche quello europeo ne uscirà zoppicante, producendo un effetto a cascata. Tuttavia, a meno che non si levi alta una voce per appoggiare con fermezza la solidarietà democratica, la tendenza conservatrice della realpolitik si farà certamente più marcata.
6) L'invasione della Georgia ci offre ancora una sconcertante dimostrazione di incompetenza da parte del governo Bush, che va a sommarsi agli insuccessi registrati nella gestione delle guerre in Iraq e Afghanistan, nei mancati soccorsi in seguito all'uragano Katrina, e nella crisi dei mutui. Il disastro in Georgia possiede però tutti i numeri per superare di gran lunga le precedenti catastrofi. È giusto e ragionevole, pertanto, addossare la responsabilità al governo Bush, ma solo per cinque minuti. Al sesto minuto, che è già arrivato, occorre rimboccarsi le maniche e prendere una decisione.
7) Una reazione semplice all'invasione russa non esiste. La risposta adeguata può essere solo complessa, di lungo periodo e globale. Occorre riconoscere che, al momento attuale, le questioni di principi democratici, sicurezza nazionale e crisi energetica sono confluite drasticamente. È cruciale innanzitutto sviluppare una nuova politica complessiva, che sappia riaffermare i principi della solidarietà democratica e affrontare con urgenza lo sviluppo di fonti energetiche alternative — facendone una questione di priorità nazionale — per indebolire la dittatura di Putin e di tanti altri nemici della democrazia che si nutrono di petrodollari. Oggi, è vero, dopo l'invasione della Georgia, finiremo col confermare un aspetto della paranoia russa. Il nostro obiettivo dovrà essere quello di smontare, a tutela dell'ambiente, l'elemento centrale della ricchezza assai primitiva della Russia. Un programma energetico alternativo ci costringerà a dare le spalle alla dottrina del libero mercato, e anche per questo la nuova politica non potrà essere tradizionalmente conservatrice: sarà necessaria una svolta a sinistra.
Ultimamente Barack Obama ha fatto riferimento all'«economia verde». La nuova politica estera ed energetica dovrà lavorare verso il medesimo scopo e incarnare, in qualsiasi variante, una politica di «democrazia verde» — verde, perché i carburanti fossili sono diventati il motore della reazione, in tutto il mondo; e democrazia, perché le guerre si combattono per qualcosa e la guerra in Georgia, malgrado tutti i discorsi sull'oppressione delle minoranze etniche filo russe, resta a conti fatti retaggio del 1989.(Traduzione di Rita Baldassarre)
26 agosto 2008
di Paul Berman
dal CORRIERE DELLA SERA ,26 AGOSTO
Mentre vedevo passare i carri armati russi, mi si sono affollati nella mente sette spunti di riflessione.1) Il danno è già fatto, ed è vasto e irreversibile. Se le prime rivoluzioni di velluto del 1989 sono precipitate come una marea possente sulla scena mondiale, la seconda ondata ha atteso un impulso, l'intervento militare Usa nei Balcani. Il rovesciamento di Milosevic in Serbia, nel 2000, è stato seguito, di lì a poco, dalle «rivoluzioni dei colori».
Quella «rosa» in Georgia nel 2003, quella «arancione» in Ucraina nel 2004 — e da tutta una serie di sollevamenti minori, talvolta falliti, nell'ex area d'influenza sovietica. La terza ondata, in Medio Oriente nel 2005, si è rivelata più timida. La cosiddetta «primavera araba», se valutata su scala regionale, appare assai limitata. L'evento principale sono state le elezioni irachene del 2005, che hanno riportato al potere i partiti dell'estremismo religioso. Un risultato catastrofico. Eppure il voto iracheno, per quanto contraddittorio, esprimeva l'aspirazione democratica di milioni di coraggiosi elettori: un'ambiguità. E dalla «primavera araba» è scaturita la «rivoluzione dei cedri» nel marzo 2005 in Libano. La rivoluzione dei cedri ha conosciuto parecchi insuccessi dal 2005, ma il fallimento più clamoroso si è verificato ai primi di questo mese. Le milizie di Hezbollah hanno vinto il riconoscimento ufficiale in Libano e la loro legittimità è stata validata persino dai leader usciti semisconfitti della rivoluzione dei cedri. L'agosto del 2008 pertanto segna una battuta d'arresto sia per la rivoluzione «rosa» che per quella «dei cedri », eventi centrali della seconda e terza ondata di sollevamenti. E la marea si ritira. 2) Le vaste ripercussioni dell'invasione della Georgia si faranno sentire ovunque nell'ex blocco sovietico, e non solo. In ciascuno dei Paesi dell'ex blocco operano partiti filo russi, ostili alle rivoluzioni democratiche. I partiti filo russi possono contare su numerose e solide basi: sulle minoranze etniche russe presenti nei Paesi confinanti con la Russia; su tutta una gamma di interessi economici collegati alla Russia, derivanti dal gas e materie prime russe, oppure dalle reti di agenzie militari e poliziesche tramandate dall'era sovietica; su raggruppamenti nazionalisti filo slavi di vecchio stampo; e su alcuni eredi dell'antica tradizione politica comunista. Forti delle loro molteplici basi, i partiti filo russi sono in grado di lanciare vere e proprie offensive: gli attacchi informatici (già messi a segno contro l'Estonia, a nome della minoranza etnica russa presente in quel Paese, e, appena prima dell'invasione, contro la Georgia); la minaccia di sospendere l'erogazione del gas, che la Russia ha già utilizzato contro l'Ucraina; e, più vagamente, agitando lo spauracchio di non meglio definite tensioni politiche. Oggi i partiti filo russi nei Paesi confinanti con la Russia, come in quelli più lontani, contribuiscono ad aggravare la minaccia di ritorsione finale: l'invasione con divisioni corazzate. Va da sé che i partiti filo russi in questi Paesi hanno grandemente beneficiato dagli avvenimenti della scorsa settimana e ne usciranno rafforzati per molti anni a venire, anche se tutti i carri armati russi dovessero ritirarsi dalla Georgia domani stesso.
Il rafforzamento dei partiti filo russi si scontrerà, sulle prime, con la crescente ostilità dei partiti democratici — sia di quelli davvero democratici, come pure di alcuni che tanto democratici non sono. Le tensioni politiche pertanto sono destinate a salire in tutta la regione, non soltanto tra i Paesi dell'ex blocco e la Russia, ma anche all'interno di ciascuno di questi Paesi. L'aggravarsi delle tensioni interne avrà l'effetto inevitabile di rafforzare, nel breve raggio, la credibilità delle minacce espresse dai partiti filo russi. Si prevede perciò che nei prossimi mesi andrà intensificandosi la pressione sui partiti democratici per abbandonare ogni ostilità nei confronti dei partiti filo russi. Gli equilibri di potere si sposteranno verso i partiti filo russi a livello regionale, e non solo locale. La Polonia sembra un'eccezione alla regola, decisa com'è a opporsi con tutte le sue forze per non sottomettersi mai più alla Russia. I polacchi sono stati già minacciati apertamente di aggressione e persino di attacco nucleare dai vertici militari russi, in un rincorrersi di voci davvero sconcertanti. Più è grande il pericolo di attacco militare alla Polonia, più si acuiranno le tensioni politiche all'interno degli altri Paesi e meno prevedibili saranno le reazioni di paura e sgomento di ciascun Paese.
3) La posizione del regime iraniano impone all'Europa intera di fare pressioni sull'Iran per impedirgli di dotarsi di armi atomiche, e la via principale per ottenere ciò è fare pressioni sulla Russia, affinché non dia una mano all'Iran. Il balzo improvviso e impressionante dei partiti filo russi in una vasta fascia d'Europa impedirà all'Unione di adottare misure concrete. Così gli iraniani, almeno la fazione di Ahmadinejad, risulteranno rafforzati dall'invasione della Georgia. I successi dell'Iran peseranno indubbiamente sul dibattito in corso negli ambienti politici e militari in Israele, e certo non inviteranno alla pazienza e alla conciliazione. Gli avvenimenti dell'agosto 2008 rendono Israele più vulnerabile, non il contrario.
4) L'invasione della Georgia getta una luce allarmante sulla natura del pensiero politico all'interno della leadership russa, la quale sembra aderire a una nozione ottocentesca di interessi nazionali, appaiata a una solidarietà etnica stile secolo ventesimo. Nella controversia sulle regioni separatiste della Georgia, la Russia deve effettivamente affrontare una questione di interesse nazionale. Ma la Russia ha anche altri interessi da difendere — la pace e la tranquillità regionale, che favoriscono la crescita economica, e la certezza di poter sventare possibili eventi catastrofici. Mettere a ferro e fuoco mezzo mondo per difendere due enclave separatiste più piccole persino dello Schleswig-Holstein sembra una follia, nei calcoli convenzionali. Eppure la leadership russa ha deciso a favore dell'intervento armato. Perché?
Al giorno d'oggi, ogni qualvolta un vasto settore della popolazione si comporta in modo da contraddire la logica dei potenziali vantaggi e svantaggi, si dice che la gente in questione reagisce a un'«umiliazione » o sotto la spinta del «risentimento ». L'umiliazione però, presa come esperienza politica, esiste solo laddove essa è stata costruita ideologicamente, e non altrimenti. Si disse che la Germania, sconfitta nella Prima guerra mondiale, avesse subito un'«umiliazione», ma dopo la Seconda guerra mondiale, quando il Paese era stato sconfitto in modo dieci volte peggiore, nessuno rispolverò più il concetto di Paese «umiliato».Anche della Russia, uscita sconfitta dalla Guerra fredda, si dice sia stata «umiliata ». Ma io temo che i leader russi provino una sensazione assai peggiore, e cioè di paura. I leader russi dipingono il ritratto di un Paese tremendamente vulnerabile, non diversamente da come si vede Israele. La paura, e non l'umiliazione, ha spinto la Russia a invadere la Georgia, la paura della propria distruzione. Nel corso degli ultimi mesi, i diplomatici russi hanno espresso esplicitamente questo sentimento. Li ho sentiti di persona, mentre discutevano infervorati accusando la Georgia di rappresentare un «pericolo esistenziale» per la Russia.Eppure si tratta di un timore interamente ideologico, vale a dire immaginario. La situazione della Russia non coincide in realtà con quella di Israele. Nessuna potenza straniera, dalla fine della Guerra fredda, ha mai formulato piani di attaccare la Russia né di distruggerne la potenza e la ricchezza. Il timore dei russi si basa semplicemente su un'interpretazione piuttosto paranoide degli avvenimenti mondiali. Ma è difficile smontare i timori nati da interpretazioni paranoidi. L'accordo tacito siglato dal resto del mondo per consentire alla Russia di conquistare le regioni separatiste della Georgia e di insediare un regime fantoccio a Tbilisi, o in Ucraina, o altrove, non sortirà alcun effetto rassicurante e i leader russi continueranno a sentirsi minacciati. Ma perché i russi restano ancorati a tali interpretazioni? Si tratta di un arcaismo. Ad ogni modo, il prevalere di questa mentalità potrebbe suggerire che la Russia è assai più traballante di quanto non voglia dare a intendere. Una Russia stabile non si sentirebbe affatto minacciata dalla minuscola Georgia, né dalla Nato.
5) La politica estera americana dal 1989 a oggi si è basata in larghissima parte su un unico concetto: che l'interesse dell'America e il cammino della democrazia liberale nel mondo, a lungo termine, coincidono. Se non sono mai mancate critiche a questo modo di vedere negli stessi Stati Uniti, gli oppositori oggi si moltiplicano. Ma se l'America, nel prestare attenzione a queste critiche, si avvia in una direzione tradizionale e conservatrice — cioè se l'America si affida alla realpolitik e torna a corteggiare i dittatori — non ne beneficerà certamente la stabilità dell'Europa orientale, né tantomeno del Medio Oriente. Una virata conservatrice da parte dell'America servirà solo a indebolire le democrazie in altre parti del mondo, e perciò indebolirà le prospettive dei suoi fedeli alleati. Se verrà meno il sostegno americano alla solidarietà democratica, anche quello europeo ne uscirà zoppicante, producendo un effetto a cascata. Tuttavia, a meno che non si levi alta una voce per appoggiare con fermezza la solidarietà democratica, la tendenza conservatrice della realpolitik si farà certamente più marcata.
6) L'invasione della Georgia ci offre ancora una sconcertante dimostrazione di incompetenza da parte del governo Bush, che va a sommarsi agli insuccessi registrati nella gestione delle guerre in Iraq e Afghanistan, nei mancati soccorsi in seguito all'uragano Katrina, e nella crisi dei mutui. Il disastro in Georgia possiede però tutti i numeri per superare di gran lunga le precedenti catastrofi. È giusto e ragionevole, pertanto, addossare la responsabilità al governo Bush, ma solo per cinque minuti. Al sesto minuto, che è già arrivato, occorre rimboccarsi le maniche e prendere una decisione.
7) Una reazione semplice all'invasione russa non esiste. La risposta adeguata può essere solo complessa, di lungo periodo e globale. Occorre riconoscere che, al momento attuale, le questioni di principi democratici, sicurezza nazionale e crisi energetica sono confluite drasticamente. È cruciale innanzitutto sviluppare una nuova politica complessiva, che sappia riaffermare i principi della solidarietà democratica e affrontare con urgenza lo sviluppo di fonti energetiche alternative — facendone una questione di priorità nazionale — per indebolire la dittatura di Putin e di tanti altri nemici della democrazia che si nutrono di petrodollari. Oggi, è vero, dopo l'invasione della Georgia, finiremo col confermare un aspetto della paranoia russa. Il nostro obiettivo dovrà essere quello di smontare, a tutela dell'ambiente, l'elemento centrale della ricchezza assai primitiva della Russia. Un programma energetico alternativo ci costringerà a dare le spalle alla dottrina del libero mercato, e anche per questo la nuova politica non potrà essere tradizionalmente conservatrice: sarà necessaria una svolta a sinistra.
Ultimamente Barack Obama ha fatto riferimento all'«economia verde». La nuova politica estera ed energetica dovrà lavorare verso il medesimo scopo e incarnare, in qualsiasi variante, una politica di «democrazia verde» — verde, perché i carburanti fossili sono diventati il motore della reazione, in tutto il mondo; e democrazia, perché le guerre si combattono per qualcosa e la guerra in Georgia, malgrado tutti i discorsi sull'oppressione delle minoranze etniche filo russe, resta a conti fatti retaggio del 1989.(Traduzione di Rita Baldassarre)
26 agosto 2008
primarie alla francese
Le PS en quête d'un mode d'emploi pour la présidentielle
LE MONDE 26.08.08 14h09 • Mis à jour le 26.08.08 16h25
Confier aux sympathisants de gauche, et non plus aux seuls adhérents du PS, le soin de désigner le prochain candidat socialiste à l'élection présidentielle est une idée qui fait son chemin. Organiser des "primaires" au sein de l'électorat en s'inspirant du modèle américain mais aussi italien - pour se doter d'un leader, la très fragmentée gauche transalpine s'en est remise au suffrage universel - est devenu synonyme de modernité démocratique et la plupart des contributions d'avant-congrès évoquent, sans toutefois l'approfondir, une telle éventualité.
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En proie à une crise chronique de leadership, le PS - dont le mode de désignation de sa candidate, en 2006, n'a pas échappé aux effets pervers - est particulièrement concerné par ce débat qui pourrait rebondir au congrès de Reims. D'autant plus que beaucoup voient dans le fait de confier aux électeurs la désignation du candidat un moyen de déconnecter conquête du parti et désignation du présidentiable.
La fondation Terra Nova, qui se veut un laboratoire d'idées pour la gauche, se propose d'éclairer les choix du PS. Mardi 26 août, elle a rendu publique une étude destinée à jeter les bases de "primaires à la française", réalisée par un groupe de travail dirigé par le politologue Olivier Duhamel et par Olivier Ferrand, président de Terra Nova.
Celle-ci écarte l'organisation de primaires entre candidats issus des différents partis de gauche. "Séduisante sur le papier, cette option tirée de l'expérience italienne n'est pas réaliste en pratique et serait vraisemblablement contre-productive", estiment les auteurs de l'étude. Elle supposerait que les Verts, comme le Parti communiste, acceptent de renoncer à la visibilité et aux moyens financiers qu'offre la participation à la course présidentielle. En outre, organiser la compétition au sein de la gauche de gouvernement "libérerait un espace politique considérable au profit de la gauche radicale". Selon le groupe de travail, les primaires doivent donc juste mettre en selle le candidat socialiste.
L'ONCTION DU "PEUPLE DE GAUCHE"
Jugeant "trop étroit" le filtre d'accès à la candidature (obtenir le soutien de 15 % des membres du conseil national) arrêté en 2006, Terra Nova propose d'autoriser tout candidat ayant reçu le soutien de 10 % des parlementaires, des maires socialistes, des adhérents ou du conseil national à se présenter. Ce mode de désignation doit, aussi, encourager le renouvellement du personnel politique.
Le scrutin, constitué de deux tours sous l'égide des militants du PS, serait organisé en juin 2011. De grandes tentes faisant office de bureaux de vote seraient installées sur les lieux publics. Les participants - plusieurs millions - s'inscriraient sur des listes en versant un euro symbolique. Quant au "respect du principe de sincérité du scrutin, il pourrait être garanti par la mise en place d'une base de données en ligne mutualisée entre les bureaux de vote".
Cette "primaire à la française", dont l'issue serait entérinée par un congrès extraordinaire, vise à faire émerger un porte-drapeau rodé aux joutes électorales et ayant reçu l'onction du "peuple de gauche". A contrario, elle implique que les militants du PS acceptent de renoncer au monopole qu'ils exercent sur la désignation du candidat.
De même, cette option induit un conflit de légitimité entre le présidentiable et le premier secrétaire. Terra Nova suggère une solution alternative : faire élire par les seuls militants le leader du PS en début de législature, indépendamment du congrès, comme le fait le parti travailliste au Royaume-Uni. Une proposition qui aboutit à séparer le choix du premier secrétaire et celui de la ligne politique alors que les statuts du PS prévoient aujourd'hui exactement l'inverse. Et qui laisse entière la question de la désignation, quatre ans plus tard, du candidat à l'élection présidentielle.
Jean-Michel Normand
LE MONDE 26.08.08 14h09 • Mis à jour le 26.08.08 16h25
Confier aux sympathisants de gauche, et non plus aux seuls adhérents du PS, le soin de désigner le prochain candidat socialiste à l'élection présidentielle est une idée qui fait son chemin. Organiser des "primaires" au sein de l'électorat en s'inspirant du modèle américain mais aussi italien - pour se doter d'un leader, la très fragmentée gauche transalpine s'en est remise au suffrage universel - est devenu synonyme de modernité démocratique et la plupart des contributions d'avant-congrès évoquent, sans toutefois l'approfondir, une telle éventualité.
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Eclairage Gauche : des idées pour une refondation
En proie à une crise chronique de leadership, le PS - dont le mode de désignation de sa candidate, en 2006, n'a pas échappé aux effets pervers - est particulièrement concerné par ce débat qui pourrait rebondir au congrès de Reims. D'autant plus que beaucoup voient dans le fait de confier aux électeurs la désignation du candidat un moyen de déconnecter conquête du parti et désignation du présidentiable.
La fondation Terra Nova, qui se veut un laboratoire d'idées pour la gauche, se propose d'éclairer les choix du PS. Mardi 26 août, elle a rendu publique une étude destinée à jeter les bases de "primaires à la française", réalisée par un groupe de travail dirigé par le politologue Olivier Duhamel et par Olivier Ferrand, président de Terra Nova.
Celle-ci écarte l'organisation de primaires entre candidats issus des différents partis de gauche. "Séduisante sur le papier, cette option tirée de l'expérience italienne n'est pas réaliste en pratique et serait vraisemblablement contre-productive", estiment les auteurs de l'étude. Elle supposerait que les Verts, comme le Parti communiste, acceptent de renoncer à la visibilité et aux moyens financiers qu'offre la participation à la course présidentielle. En outre, organiser la compétition au sein de la gauche de gouvernement "libérerait un espace politique considérable au profit de la gauche radicale". Selon le groupe de travail, les primaires doivent donc juste mettre en selle le candidat socialiste.
L'ONCTION DU "PEUPLE DE GAUCHE"
Jugeant "trop étroit" le filtre d'accès à la candidature (obtenir le soutien de 15 % des membres du conseil national) arrêté en 2006, Terra Nova propose d'autoriser tout candidat ayant reçu le soutien de 10 % des parlementaires, des maires socialistes, des adhérents ou du conseil national à se présenter. Ce mode de désignation doit, aussi, encourager le renouvellement du personnel politique.
Le scrutin, constitué de deux tours sous l'égide des militants du PS, serait organisé en juin 2011. De grandes tentes faisant office de bureaux de vote seraient installées sur les lieux publics. Les participants - plusieurs millions - s'inscriraient sur des listes en versant un euro symbolique. Quant au "respect du principe de sincérité du scrutin, il pourrait être garanti par la mise en place d'une base de données en ligne mutualisée entre les bureaux de vote".
Cette "primaire à la française", dont l'issue serait entérinée par un congrès extraordinaire, vise à faire émerger un porte-drapeau rodé aux joutes électorales et ayant reçu l'onction du "peuple de gauche". A contrario, elle implique que les militants du PS acceptent de renoncer au monopole qu'ils exercent sur la désignation du candidat.
De même, cette option induit un conflit de légitimité entre le présidentiable et le premier secrétaire. Terra Nova suggère une solution alternative : faire élire par les seuls militants le leader du PS en début de législature, indépendamment du congrès, comme le fait le parti travailliste au Royaume-Uni. Une proposition qui aboutit à séparer le choix du premier secrétaire et celui de la ligne politique alors que les statuts du PS prévoient aujourd'hui exactement l'inverse. Et qui laisse entière la question de la désignation, quatre ans plus tard, du candidat à l'élection présidentielle.
Jean-Michel Normand
Brunetta
Fuori! È finita così la conversazione con il responsabile della Funzione Pubblica Renato Brunetta. Domande troppo scomode? O il potere oggi si aspetta interviste in ginocchio? Ecco come un politico decide le questioni che si possono affrontare e quelle da evitare. Dopo 35 minuti di intervista, il titolare della Funzione Pubblica Renato Brunetta ci ha buttato fuori dalla sua stanza. Non per impellenti impegni istituzionali, ma perché - così ha detto - «non si può andare da un ministro senza chiedergli cosa ha fatto nei tre mesi precedenti. Andatevelo a leggere nelle slide sul sito del ministero…». Poi è scomparso dalla sua scrivania, ed è riapparso davanti alla porta aperta, per stringerci nervosamente la mano prima di richiuderla dietro di noi. Nulla di grave, un intervistato che si arrabbia fa parte dei rischi del mestiere. E crediamo che il ministro abbia ben altre crociate a cui pensare, che lo distoglieranno dall’emettere un editto bulgaro nei nostri confronti. Al resto, poi, penserà il taglio dei contributi all’editoria, che rischia di mandare al macero decine di testate coi rispettivi giornalisti.
Non vale la pena neppure litigare col portavoce, che fuori dalla stanza ci dice: «Buon per voi, siete giovani, avete imparato come ci si rapporta a un ministro». Certamente pubblicheremo anche la recensione del suo ultimo libro dedicato a Enzo Tortora, come ci aveva chiesto prima di farci entrare nella stanza di Brunetta.Poi, tornati in redazione, diamo uno sguardo alle agenzie. E ci accorgiamo di non essere soli. A differenza nostra non l’ha presa con filosofia una giornalista del gruppo l’Espresso, buttata fuori dallo splendido studio affrescato del ministro appena dopo la prima domanda. E ha mandato all’Ansa un comunicato infuocato, stimolando la reazione di Franco Siddi, presidente nazionale della Federazione della stampa: «Il ministro Brunetta deve capire che non basta un decreto di nomina per essere ministro, ma serve rispetto per le istituzioni, per le persone e per il loro lavoro», ha chiosato Siddi. Raggelante la risposta di Brunetta: «Le risposte bisogna meritarsele con domande serie».Dal canto nostro, crediamo di aver posto al ministro alcune domande fondate e altrettante gliene avremmo fatte se ci avesse concesso di abusare ancora un po’ della sua pazienza. Siamo un giornale di sinistra, e la possibilità di intervistare quello che i quotidiani hanno chiamato “la Lorella Cuccarini del governo”, cioè il più amato tra i ministri, ci è parsa un’opportunità imperdibile. A un patto, però: domande sincere e niente propaganda. Il portavoce si era detto entusiasta: «Accogliamo la sfida». E ci aveva avvertito: «Attenti, è un professore, gli piacciono i giornalisti preparati». Così abbiamo studiato per due intere giornate, mettendo da parte quella che in gergo si chiama “la macchina”, cioè il lavoro, un po’ noioso, di tagli / correggi / titola / metti in pagina. Abbiamo letto i titoli su quattro colonne dei giornali, che annunciavano un calo del 30 per cento nelle assenze della P.a., dovuto all’«effetto annuncio fannulloni», cioè proprio alla campagna di stampa lanciata dal ministro e ripresa dai media. Ci siamo accorti che i dati riguardavano solo 27 amministrazioni su 9mila, 7 Comuni su 8mila, circa il tre per cento dei lavoratori impegnati nella Pubblica amministrazione. Abbiamo letto le dichiarazioni del ministro che parlavano di una crescita dei salari dei dipendenti pubblici del 35 per cento negli ultimi 7 anni. Poi, dopo una telefonata con un ricercatore dell’Istat, ci siamo accorti che erano calcolati a prezzi costanti, cioè esclusa l’inflazione. I dati ufficiali del pubblico impiego evidenziano che i giorni persi mediamente per malattia sono 10,8.Secondo Federmeccanica nel privato sono 9,6.Non c'è una grande differenza.Un giorno all'anno per dipendente.Inoltre nel conteggio tra le assenze retribuite vengono conteggiati anche la gravidanza e le cure ai figli sotto i 3 anni.E su tutte le assenze per malattia le donne influiscono oltre al 60% si tratta solo di fannulloni o anche di difficoltà di conciliare lavoro e famiglia?Di tutto ciò abbiamo chiesto spiegazione al ministro.Finché ha gradito rispondere. Pubblichiamo la mezza “intervista” concessaci dal ministro e quanto alle questioni che non ci ha concesso di sottoporgli, le proponiamo di seguito in un articolo, dedicato ai numeri, che raramente possiedono la virtù della certezza così spesso loro accordata. Quando nessuno ha il tempo o la voglia di metterli in discussione. E di chiederne conto a un ministro.
http://www.avvenimentionline.it/content/view/2251/1/L'intervista è leggibile sul settimanale Left.
Non vale la pena neppure litigare col portavoce, che fuori dalla stanza ci dice: «Buon per voi, siete giovani, avete imparato come ci si rapporta a un ministro». Certamente pubblicheremo anche la recensione del suo ultimo libro dedicato a Enzo Tortora, come ci aveva chiesto prima di farci entrare nella stanza di Brunetta.Poi, tornati in redazione, diamo uno sguardo alle agenzie. E ci accorgiamo di non essere soli. A differenza nostra non l’ha presa con filosofia una giornalista del gruppo l’Espresso, buttata fuori dallo splendido studio affrescato del ministro appena dopo la prima domanda. E ha mandato all’Ansa un comunicato infuocato, stimolando la reazione di Franco Siddi, presidente nazionale della Federazione della stampa: «Il ministro Brunetta deve capire che non basta un decreto di nomina per essere ministro, ma serve rispetto per le istituzioni, per le persone e per il loro lavoro», ha chiosato Siddi. Raggelante la risposta di Brunetta: «Le risposte bisogna meritarsele con domande serie».Dal canto nostro, crediamo di aver posto al ministro alcune domande fondate e altrettante gliene avremmo fatte se ci avesse concesso di abusare ancora un po’ della sua pazienza. Siamo un giornale di sinistra, e la possibilità di intervistare quello che i quotidiani hanno chiamato “la Lorella Cuccarini del governo”, cioè il più amato tra i ministri, ci è parsa un’opportunità imperdibile. A un patto, però: domande sincere e niente propaganda. Il portavoce si era detto entusiasta: «Accogliamo la sfida». E ci aveva avvertito: «Attenti, è un professore, gli piacciono i giornalisti preparati». Così abbiamo studiato per due intere giornate, mettendo da parte quella che in gergo si chiama “la macchina”, cioè il lavoro, un po’ noioso, di tagli / correggi / titola / metti in pagina. Abbiamo letto i titoli su quattro colonne dei giornali, che annunciavano un calo del 30 per cento nelle assenze della P.a., dovuto all’«effetto annuncio fannulloni», cioè proprio alla campagna di stampa lanciata dal ministro e ripresa dai media. Ci siamo accorti che i dati riguardavano solo 27 amministrazioni su 9mila, 7 Comuni su 8mila, circa il tre per cento dei lavoratori impegnati nella Pubblica amministrazione. Abbiamo letto le dichiarazioni del ministro che parlavano di una crescita dei salari dei dipendenti pubblici del 35 per cento negli ultimi 7 anni. Poi, dopo una telefonata con un ricercatore dell’Istat, ci siamo accorti che erano calcolati a prezzi costanti, cioè esclusa l’inflazione. I dati ufficiali del pubblico impiego evidenziano che i giorni persi mediamente per malattia sono 10,8.Secondo Federmeccanica nel privato sono 9,6.Non c'è una grande differenza.Un giorno all'anno per dipendente.Inoltre nel conteggio tra le assenze retribuite vengono conteggiati anche la gravidanza e le cure ai figli sotto i 3 anni.E su tutte le assenze per malattia le donne influiscono oltre al 60% si tratta solo di fannulloni o anche di difficoltà di conciliare lavoro e famiglia?Di tutto ciò abbiamo chiesto spiegazione al ministro.Finché ha gradito rispondere. Pubblichiamo la mezza “intervista” concessaci dal ministro e quanto alle questioni che non ci ha concesso di sottoporgli, le proponiamo di seguito in un articolo, dedicato ai numeri, che raramente possiedono la virtù della certezza così spesso loro accordata. Quando nessuno ha il tempo o la voglia di metterli in discussione. E di chiederne conto a un ministro.
http://www.avvenimentionline.it/content/view/2251/1/L'intervista è leggibile sul settimanale Left.
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