Le intelligenti notazioni di Besostri segnalano l'importanza per tutti di documentarsi meglio e di seguire con attenzione critica i processi in corso. In questo senso mi sembra lecito collegare come ciclo complessivo le rivoluzioni dell'Est e il loro insegnamento, trascurate dalla sinistra non solo italiana. Anche le rivoluzioni arancione e quella delle rose hanno evidenziato da un lato contraddizioni e difficoltà ma sono destinate a proseguire ed è difficile che sfocino in nuovi regimi totalitari, senza per questo sottovalutare lacune e debolezze del nuovo ceto poliitico. Il noto appoggio della Fondazione
Soros ( non voglio entrare adesso nel merito dei progetti politici d'insieme di Soros, di cui ricordo il finanziamento all'antibushismo come titolo tutto sommato di merito: sembra anche che lo stesso Barak
Obama riceva appoggi da Soros, ma nessuno per questo può negare la sorprendente ascesa del nuovo leader e il segnale di svolta nella partecipazione di massa in Usa). In questo caso il vero interrogativo da porsi sarebbe di chiedersi se la deriva autoritaria minacciata in Georgia e in Ucraina non debba appunto misurarsi con sommovimenti, proteste, opposizioni, con l'innescarsi cioè di un
processo di democratizzazione che ha impiantato le sue radici. Si tratta di scommettere sulla differenza tra democrazia e totalitarismo all'Est: in Georgia e Ucraina è in corso una prosecuzione- trasformazione di un processo di nuova rivoluzione democratica che si lega a tutto un ciclo storico. Ben venga dunque anche la caduta di Saakashvili da parte di una opposzione di massa che vuole fare nuove elezioni. Cosa che invece non sembra nemmeno lontanamente possibile in un regime totalitario come la Russia. Credo che questa discussione possa e debba proseguire non sul problema del pro e contro ma su quello di cosa insegna alla sinistra europeo l'insieme dei movimenti e delle rivoluzioni democratiche in corso e come, sia pure in una prospettiva lontana che tenga conto realisticamente della potenza russa la sinistra europea debba lavorare nel lungo periodo contro il totalitarismo russo e per una nuova rivoluzione democratica.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 23 agosto 2008
Paola Meneganti su Trespiano
Si cominciò a parlare, anni fa, dei “ragazzi di Salò”, e non da destra. Si donava loro, così, la particolare vaga luce benevola romantica e assolutoria che porta con la sé la parola “giovinezza” – non a caso, titolo di un famoso inno fascista.
Qualche giorno fa, a Trespiano, “Azione Giovani Firenze e Casaggì, in collaborazione con Alleanza Nazionale” ha commemorato “i franchi tiratori fiorentini nel 64 anniversario della “liberazione” di Firenze. I franchi tiratori, giovanissimi combattenti per l’Italia, si opposero strenuamente all’invasione alleata della città, resistendo eroicamente per giorni”. La citazione è letterale.
I franchi tiratori fiorentini erano i cecchini fascisti che, per lunghi giorni, nella Firenze ormai liberata, tirarono su truppe alleate, partigiani e popolazione civile – per es., sulle donne che andavano a prendere l’acqua o che trasportavano le masserizie. Disperati, impauriti, forse, ma irrimediabilmente fascisti.
Fascisti che vollero difendere fino in fondo se stessi dal risentimento verso le prepotenze commesse (dalle più “piccole”: vessazioni, ceffoni, prepotenze da bulletti di quartiere) fino alle più grandi: minacce, delazioni, collaborazionismo nella denuncia e nella cattura di antifascisti, di partigiani e di ebrei.
Fascisti che vollero difendere un regime dittatoriale che aveva represso, picchiato, offeso, ingiuriato, chiuso in galera per lunghissimi anni gli oppositori (il nostro Presidente partigiano, Sandro Pertini, vi passò 14 anni; Antonio Gramsci ve ne passò 11, e ne morì). Che aveva incendiato le case del popolo, privato del lavoro e costretto ad emigrare per sfuggire alle botte continue, alla fame e all’olio di ricino chi dissentiva. Che aveva massacrato gli oppositori (Piero Gobetti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli, Giacomo Matteotti). Che aveva le basi nella corruzione eletta a regola di comportamento e di governo. Che mandò i suoi soldati al massacro, impreparati e male equipaggiati in luoghi estremi come la Russia. Che trascinò il paese in una guerra che lo rase al suolo. Che emanò quella vergogna immedicabile, incancellabile che furono le leggi razziali.
Fascisti che, dopo l’8 settembre, fornirono nomi, indirizzi e mappe ai tedeschi per andare a razziare le persone di religione ebraica. Che erano pronti, nei paesini e nelle città, ad indicare, sempre ai tedeschi, il partigiano, l’antifascista, il dissidente. Che, durante Salò, razziarono e deportarono in prima persona. Che collaborarono convinti a nutrire i campi di concentramento e di sterminio, le prigioni in cui si moriva per fame e i forni crematori. La Shoah è anche – è – un fatto italiano, fascista e italiano.
Questa è una descrizione rapsodica e per sommi capi di cosa sia stato il fascismo. Provo vergogna e rabbia al pensiero che qualcuno pensi che erano ugualmente rispettabili, il cecchino che spara sul partigiano, il repubblichino che razzia la famiglia ebrea e i ragazzi e le ragazze partigiani offesi, torturati, stuprati, uccisi, “abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio”. Trovo intollerabile che, anche da parte di chi dice di non essere fascista, si civetti con quella storia, si cerchi di smussare le differenze, di addomesticarle, di confonderne i confini.
Trovo intollerabile che un partito oggi al governo nel nostro Paese collabori ad una iniziativa che commemora i franchi tiratori di Firenze, i cecchini fascisti. A Firenze, dove agì la fascistissima banda Carità, che violentò torturò e uccise al di là di ogni immaginazione. A Trespiano, dove sono sepolti i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi.
Il mio babbo era ragazzino nella Firenze in guerra. Ricorda sempre, nei giorni convulsi della Liberazione, quando suonò la Martinella per chiamare all’insurrezione, un partigiano giovanissimo, giù in strada, serrato nella rientranza di un portone, sotto tiro, appunto, dei cecchini fascisti. La gente gli gridava di scappare, ma lui rimaneva lì, forse doveva coprire la ritirata di altri compagni. Dice babbo che si vedeva dalla finestra quanto tremasse di paura: eppure, rimase lì, a fare il suo dovere. Il mio babbo lo ricorda e tuttora piange. Io so perché rimase: lo scrive Italo Calvino, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”. È una discussione tra partigiani: “Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa [...]; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. [...] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo [...] L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e a perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.
Paola Meneganti
Qualche giorno fa, a Trespiano, “Azione Giovani Firenze e Casaggì, in collaborazione con Alleanza Nazionale” ha commemorato “i franchi tiratori fiorentini nel 64 anniversario della “liberazione” di Firenze. I franchi tiratori, giovanissimi combattenti per l’Italia, si opposero strenuamente all’invasione alleata della città, resistendo eroicamente per giorni”. La citazione è letterale.
I franchi tiratori fiorentini erano i cecchini fascisti che, per lunghi giorni, nella Firenze ormai liberata, tirarono su truppe alleate, partigiani e popolazione civile – per es., sulle donne che andavano a prendere l’acqua o che trasportavano le masserizie. Disperati, impauriti, forse, ma irrimediabilmente fascisti.
Fascisti che vollero difendere fino in fondo se stessi dal risentimento verso le prepotenze commesse (dalle più “piccole”: vessazioni, ceffoni, prepotenze da bulletti di quartiere) fino alle più grandi: minacce, delazioni, collaborazionismo nella denuncia e nella cattura di antifascisti, di partigiani e di ebrei.
Fascisti che vollero difendere un regime dittatoriale che aveva represso, picchiato, offeso, ingiuriato, chiuso in galera per lunghissimi anni gli oppositori (il nostro Presidente partigiano, Sandro Pertini, vi passò 14 anni; Antonio Gramsci ve ne passò 11, e ne morì). Che aveva incendiato le case del popolo, privato del lavoro e costretto ad emigrare per sfuggire alle botte continue, alla fame e all’olio di ricino chi dissentiva. Che aveva massacrato gli oppositori (Piero Gobetti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli, Giacomo Matteotti). Che aveva le basi nella corruzione eletta a regola di comportamento e di governo. Che mandò i suoi soldati al massacro, impreparati e male equipaggiati in luoghi estremi come la Russia. Che trascinò il paese in una guerra che lo rase al suolo. Che emanò quella vergogna immedicabile, incancellabile che furono le leggi razziali.
Fascisti che, dopo l’8 settembre, fornirono nomi, indirizzi e mappe ai tedeschi per andare a razziare le persone di religione ebraica. Che erano pronti, nei paesini e nelle città, ad indicare, sempre ai tedeschi, il partigiano, l’antifascista, il dissidente. Che, durante Salò, razziarono e deportarono in prima persona. Che collaborarono convinti a nutrire i campi di concentramento e di sterminio, le prigioni in cui si moriva per fame e i forni crematori. La Shoah è anche – è – un fatto italiano, fascista e italiano.
Questa è una descrizione rapsodica e per sommi capi di cosa sia stato il fascismo. Provo vergogna e rabbia al pensiero che qualcuno pensi che erano ugualmente rispettabili, il cecchino che spara sul partigiano, il repubblichino che razzia la famiglia ebrea e i ragazzi e le ragazze partigiani offesi, torturati, stuprati, uccisi, “abbandonati nelle piazze/sull’erba dura di ghiaccio”. Trovo intollerabile che, anche da parte di chi dice di non essere fascista, si civetti con quella storia, si cerchi di smussare le differenze, di addomesticarle, di confonderne i confini.
Trovo intollerabile che un partito oggi al governo nel nostro Paese collabori ad una iniziativa che commemora i franchi tiratori di Firenze, i cecchini fascisti. A Firenze, dove agì la fascistissima banda Carità, che violentò torturò e uccise al di là di ogni immaginazione. A Trespiano, dove sono sepolti i fratelli Rosselli, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi.
Il mio babbo era ragazzino nella Firenze in guerra. Ricorda sempre, nei giorni convulsi della Liberazione, quando suonò la Martinella per chiamare all’insurrezione, un partigiano giovanissimo, giù in strada, serrato nella rientranza di un portone, sotto tiro, appunto, dei cecchini fascisti. La gente gli gridava di scappare, ma lui rimaneva lì, forse doveva coprire la ritirata di altri compagni. Dice babbo che si vedeva dalla finestra quanto tremasse di paura: eppure, rimase lì, a fare il suo dovere. Il mio babbo lo ricorda e tuttora piange. Io so perché rimase: lo scrive Italo Calvino, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”. È una discussione tra partigiani: “Quindi, lo spirito dei nostri... e quello della brigata nera... la stessa cosa?... - La stessa cosa [...]; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. [...] C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo [...] L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e a perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi”.
Paola Meneganti
venerdì 22 agosto 2008
Perché
Perché fummo battuti? Ecco la domanda fondamentale che dobbiamo porci e che esige una chiara risposta
Carlo Rosselli, Autocritica, "Il Quarto Stato", 3 aprile 1926
Carlo Rosselli, Autocritica, "Il Quarto Stato", 3 aprile 1926
rovescismo: angelo d'orsi sulla stampa del 22 agosto 2008
Angelo d’Orsi
Compañero revisionista perché cambi la Storia?
I cattedratici contro l’ex maoista Pio Moa che rivaluta il franchismo
Che il revisionismo, inteso come ideologia che trae semplicemente pretesto dalla storia, per arrivare a fini direttamente politici (e commerciali), abbia carattere internazionale lo si sapeva. Ma spesso lo si connette a tre nazioni: Francia (Furet e la sua scuola), Germania (Nolte e seguaci), Italia (da De Felice fino ai suoi epigoni); in realtà basta allargare lo sguardo per scoprire che il revisionismo non ha confini, e constatare che dal mondo degli studi – inteso come archivi, biblioteche e aule universitarie – il revisionismo è passato a quello degli studi televisivi mani di mestieranti attenti solo al numero di copie vendute e ai “passaggi” in tv. La mediatizzazione del revisionismo, in una con il suo scadere culturale, porta la dichiarata intenzione di “riscrivere la storia” alla volontà di rovesciare i risultati della ricerca storica. Insomma, il “rovescismo” come “fase suprema del revisionismo”.
Oggi appare di particolare interesse il caso spagnolo: là il governo progressista del socialista Zapatero sta facendo, nella legalità, una rivoluzione democratica. In essa è compreso un preciso intendimento di chiudere i conti con il passato, e rovesciando il “pacto de olvido” del 1977, dopo la morte di Franco – un “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto” che pretendeva di pareggiare i conti fra vittime e carnefici, in nome dell’oblio condiviso – non solo ha rimosso i simboli del regime sanguinario instaurato dal Caudillo dopo la vittoria nella guerra civile nel 1939; ma ne ha contestato anche la legittimità e procede ora alla riabilitazione delle vittime. Ciò ha prodotto reazioni direttamente politiche (nell’opposizione cattolico-conservatrice), talora sotto forma di azione religiosa (vedi iniziativa recentissima del Papa di beatificare 500 e passa “martiri” della guerra civile); ma ha scatenato anche l’azione pseudostoriografica dei “rovescisti”. Che hanno oggi un loro eroe, con un nome adatto alla bisogna: Pio Moa. Chi è costui? Un sessantenne dall’aria di tranquillo impiegato del catasto, il ragioniere della porta accanto, calvo, tondeggiante, occhiali e baffi grigi, che, incredibile ma vero, in anni non troppo lontani militò nel Grapo (Gruppo di Resistenza Antifascista Primo di Ottobre), di ispirazione comunista e di pratica terrorista, da cui fu espulso ben presto per “tradimento”. Nella Spagna che si avviava alla rivoluzione dolce di Zapatero, Moa si è improvvisato storico, dedicandosi a “rivisitare” la Guerra civile, con l’intento conclamato di farla finita con le “bugie dei rossi”: quelle di ieri, e quelle di oggi. Il golpe di Franco, che diede origine alla tragica esperienza della guerra civile, non fu in realtà che una risposta alla rivoluzione comunista in atto, e che seppe “salvare” la Spagna dalle mani di Stalin. Che i documenti dicano esattamente il contrario, poco importa a Moa; i revisionisti-rovescisti sono i rovistatori dei grandi magazzini della storia, ma non certo frequentatori attenti di archivi e lettori critici di fonti. Il suo scopo è dimostrare che la guerra civile è stato un grande mito dei comunisti (pare di leggere i nostri rovescisti sulla Resistenza, mito costruito dal Pci), intessuto di tante menzogne: il longseller di Moa si intitola non a caso “Los mitos de la guerra civil” (mentre il suo “classico” è “Les origines de la guerra civil”, edito in Italia da La Meridiana).
Gli storici spagnoli hanno disdegnato il confronto con questo pasticcione privo di credenziali scientifiche; ma forse hanno sbagliato e uno di loro, Alberto Reig Tapia, dell’Università di Tarragona, ha dedicato ben due libri (il secondo appena uscito: Revisionismo y politica. Pio Moa revisitado, Foca), insistendo sull’errore dei suoi sodali accademici e come Moa ha preteso “rivisitare” la guerra civile e il franchismo, così Reig Tapia ha “rivisitato” il lavoro di Moa.
Puntigliosamente ne ha enucleato tutti gli errori di metodo e di merito, riducendo in briciole il castello della nuova “verità” di Moa. E si è però spinto oltre: con altri ha dato vita a un’azione giudiziaria, giacchè Moa, rivalutando Franco e il suo regime, ne avalla i delitti; ma soprattutto, si legge nell’atto di denucia penale, in quanto Moa ha chiamato reiteratamente “criminali” i sostenitori della legge “zapaterista” sulla memoria storica approvata dal Parlamento spagnolo nello scorso autunno, volta a riconoscere i torti del franchismo e onorare la memoria delle centinaia di migliaia di sue vittime (fatte dopo la fine della guerra civile).
Su questo terreno, però, francamente, non mi sento di seguire il collega spagnolo. La storia, anche quella che Croce chiamava “pseudostoria” si combatte con una storiografia migliore, scientificamente fondata, e l’ideologia si combatte con idee più efficaci, capaci di smascherare le menzogne travestite da verità. Certo, resta il fatto che i Pio Moa (o i suoi emuli italiani) vendono centinaia di migliaia di copie, mentre le opere di Reig Tapia le conosce solo un pugno di specialisti. Ma la verità, quella autentica, ha tempo. E sa aspettare. Gli studiosi onesti devono solo fare il loro mestiere, con pazienza; e se vi aggiungono un pizzico d’ironia, smascherando gli strafalcioni degli pseudostorici, tanto meglio. Una risata, forse, val più di una condanna di tribunale, per squalificare i rovescisti.
Compañero revisionista perché cambi la Storia?
I cattedratici contro l’ex maoista Pio Moa che rivaluta il franchismo
Che il revisionismo, inteso come ideologia che trae semplicemente pretesto dalla storia, per arrivare a fini direttamente politici (e commerciali), abbia carattere internazionale lo si sapeva. Ma spesso lo si connette a tre nazioni: Francia (Furet e la sua scuola), Germania (Nolte e seguaci), Italia (da De Felice fino ai suoi epigoni); in realtà basta allargare lo sguardo per scoprire che il revisionismo non ha confini, e constatare che dal mondo degli studi – inteso come archivi, biblioteche e aule universitarie – il revisionismo è passato a quello degli studi televisivi mani di mestieranti attenti solo al numero di copie vendute e ai “passaggi” in tv. La mediatizzazione del revisionismo, in una con il suo scadere culturale, porta la dichiarata intenzione di “riscrivere la storia” alla volontà di rovesciare i risultati della ricerca storica. Insomma, il “rovescismo” come “fase suprema del revisionismo”.
Oggi appare di particolare interesse il caso spagnolo: là il governo progressista del socialista Zapatero sta facendo, nella legalità, una rivoluzione democratica. In essa è compreso un preciso intendimento di chiudere i conti con il passato, e rovesciando il “pacto de olvido” del 1977, dopo la morte di Franco – un “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto” che pretendeva di pareggiare i conti fra vittime e carnefici, in nome dell’oblio condiviso – non solo ha rimosso i simboli del regime sanguinario instaurato dal Caudillo dopo la vittoria nella guerra civile nel 1939; ma ne ha contestato anche la legittimità e procede ora alla riabilitazione delle vittime. Ciò ha prodotto reazioni direttamente politiche (nell’opposizione cattolico-conservatrice), talora sotto forma di azione religiosa (vedi iniziativa recentissima del Papa di beatificare 500 e passa “martiri” della guerra civile); ma ha scatenato anche l’azione pseudostoriografica dei “rovescisti”. Che hanno oggi un loro eroe, con un nome adatto alla bisogna: Pio Moa. Chi è costui? Un sessantenne dall’aria di tranquillo impiegato del catasto, il ragioniere della porta accanto, calvo, tondeggiante, occhiali e baffi grigi, che, incredibile ma vero, in anni non troppo lontani militò nel Grapo (Gruppo di Resistenza Antifascista Primo di Ottobre), di ispirazione comunista e di pratica terrorista, da cui fu espulso ben presto per “tradimento”. Nella Spagna che si avviava alla rivoluzione dolce di Zapatero, Moa si è improvvisato storico, dedicandosi a “rivisitare” la Guerra civile, con l’intento conclamato di farla finita con le “bugie dei rossi”: quelle di ieri, e quelle di oggi. Il golpe di Franco, che diede origine alla tragica esperienza della guerra civile, non fu in realtà che una risposta alla rivoluzione comunista in atto, e che seppe “salvare” la Spagna dalle mani di Stalin. Che i documenti dicano esattamente il contrario, poco importa a Moa; i revisionisti-rovescisti sono i rovistatori dei grandi magazzini della storia, ma non certo frequentatori attenti di archivi e lettori critici di fonti. Il suo scopo è dimostrare che la guerra civile è stato un grande mito dei comunisti (pare di leggere i nostri rovescisti sulla Resistenza, mito costruito dal Pci), intessuto di tante menzogne: il longseller di Moa si intitola non a caso “Los mitos de la guerra civil” (mentre il suo “classico” è “Les origines de la guerra civil”, edito in Italia da La Meridiana).
Gli storici spagnoli hanno disdegnato il confronto con questo pasticcione privo di credenziali scientifiche; ma forse hanno sbagliato e uno di loro, Alberto Reig Tapia, dell’Università di Tarragona, ha dedicato ben due libri (il secondo appena uscito: Revisionismo y politica. Pio Moa revisitado, Foca), insistendo sull’errore dei suoi sodali accademici e come Moa ha preteso “rivisitare” la guerra civile e il franchismo, così Reig Tapia ha “rivisitato” il lavoro di Moa.
Puntigliosamente ne ha enucleato tutti gli errori di metodo e di merito, riducendo in briciole il castello della nuova “verità” di Moa. E si è però spinto oltre: con altri ha dato vita a un’azione giudiziaria, giacchè Moa, rivalutando Franco e il suo regime, ne avalla i delitti; ma soprattutto, si legge nell’atto di denucia penale, in quanto Moa ha chiamato reiteratamente “criminali” i sostenitori della legge “zapaterista” sulla memoria storica approvata dal Parlamento spagnolo nello scorso autunno, volta a riconoscere i torti del franchismo e onorare la memoria delle centinaia di migliaia di sue vittime (fatte dopo la fine della guerra civile).
Su questo terreno, però, francamente, non mi sento di seguire il collega spagnolo. La storia, anche quella che Croce chiamava “pseudostoria” si combatte con una storiografia migliore, scientificamente fondata, e l’ideologia si combatte con idee più efficaci, capaci di smascherare le menzogne travestite da verità. Certo, resta il fatto che i Pio Moa (o i suoi emuli italiani) vendono centinaia di migliaia di copie, mentre le opere di Reig Tapia le conosce solo un pugno di specialisti. Ma la verità, quella autentica, ha tempo. E sa aspettare. Gli studiosi onesti devono solo fare il loro mestiere, con pazienza; e se vi aggiungono un pizzico d’ironia, smascherando gli strafalcioni degli pseudostorici, tanto meglio. Una risata, forse, val più di una condanna di tribunale, per squalificare i rovescisti.
ciò che resta della primavera di Praga
dal sito cafebabel
Primavera di Praga, la memoria che ritorna
Ieri 21 agosto 2008, 0.00.00 Sara Rinaldi
Il 21 agosto di quarant'anni fa finiva la "primavera" democratica della Cecoslovacchia. Che resta oggi di una rivoluzione che voleva un “socialismo dal volto umano”? Le foto.
Primavera di Praga, la memoria che ritorna
Ieri 21 agosto 2008, 0.00.00 Sara Rinaldi
Il 21 agosto di quarant'anni fa finiva la "primavera" democratica della Cecoslovacchia. Che resta oggi di una rivoluzione che voleva un “socialismo dal volto umano”? Le foto.
alessandro robecchi sul Manifesto
Corsivo - E Dio creò il Corriere
pubblicato in Il Manifesto
Come ogni giorno, aspettandomi il peggio, leggo sul Corriere della Sera la rubrica di Ernesto Galli Della Loggia. E con mia gioiosa sorpresa la trovo per un giorno appaltata alla di lui consorte, Lucetta Scaraffia. Si tratta di un corsivo corrosivo e feroce che se la prende – ieri – con un festival della scienza in programma a Sarzana. Apriti cielo: il festival è animato da persone che “non desiderano ascoltare chi la pensa diversamente da loro” (tipo la famiglia Galli Della Loggia, suppongo). Sono proprio “italianucci di serie B”. Le serate, tuona la signora, sono ermeticamente chiuse a “chiunque non condivida un’idea sedicente laica e progressista”. Pensate, scrive la Scaraffia, che “la lettura commentata di Darwin è affidata alla voce di Piergiorgio Odifreddi”. Oh, perbacco, e a chi dovrebbe essere affidata invece, a un vescovo? Allo spirito santo? Ma perché limitarsi, perché non salire più in alto, perché non affidarla direttamente a Lucetta Scaraffia? Poveretta, come s’offre. In effetti, sarebbe stato interessante. Ci accodiamo alla indignata critica della signora. Perché spiegare a tutti che il mondo come lo conosciamo è frutto della truffa evoluzionista darwiniana e non di un sano, giusto e divino creazionismo? Questo spiegherebbe molto meglio certe cose, in effetti. Per esempio come una piccola lobby integralista può fare il bello e il cattivo tempo al Corriere della Sera.
pubblicato in Il Manifesto
Come ogni giorno, aspettandomi il peggio, leggo sul Corriere della Sera la rubrica di Ernesto Galli Della Loggia. E con mia gioiosa sorpresa la trovo per un giorno appaltata alla di lui consorte, Lucetta Scaraffia. Si tratta di un corsivo corrosivo e feroce che se la prende – ieri – con un festival della scienza in programma a Sarzana. Apriti cielo: il festival è animato da persone che “non desiderano ascoltare chi la pensa diversamente da loro” (tipo la famiglia Galli Della Loggia, suppongo). Sono proprio “italianucci di serie B”. Le serate, tuona la signora, sono ermeticamente chiuse a “chiunque non condivida un’idea sedicente laica e progressista”. Pensate, scrive la Scaraffia, che “la lettura commentata di Darwin è affidata alla voce
giovedì 21 agosto 2008
Georgia: da New Statesman
World Affairs
Georgia: the aftermath
Matt Siegel
Published 21 August 2008
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As Russian forces begin to withdraw, we are learning more about the events of the short but brutal war over South Ossetia. Matt Siegel reports from Tskhinvali and Gori, while local people give eyewitness accounts of the devastation
The air inside Tskhinvali General Hospital is damp and stale. The worn floors are empty. There is hardly a sound at all in-side the building where, a week ago, wounded civilians and bloody surgical gloves lay in heaps about the corridors.
Tinati Zakhorova, an exhausted doctor with kind eyes and a tangle of curly grey hair, is sitting alone in a small office, tallying up the dead and wounded in a faded old book. She knows what happened here in this tiny mountainous republic, she says, and who is responsible for it.
"This is the fourth genocide against the Ossetian people by the Georgians. How can we ever go back to living under them?" she asks, adding: "And may heaven open up and God strike the head of Condoleezza Rice."
It will be weeks, or even months, before any culpability can be assigned for this big war over a little country. We may never know the extent to which the Georgian president, Mikhail Saakashvili, informed his benefactors in Washington of his plans to retake the breakaway republic, or whether the Russians ordered South Ossetian militias to open fire on Georgian peacekeepers to goad them into a trap.
But amid the chaos of the war's aftermath, residents on both sides of the battlefield have already made up their minds. Zalina Ikoeva, 52, is lying in traction at a hospital in Vladikav kaz. Her leg was shattered by an explosion as she hid in her basement during the initial Georgian attack.
"I was lying there in the basement and I called my sister on my mobile," she said. "I asked her: 'Where are the Russians? They're going to kill us all.'"
On the shattered streets of Tskhinvali, where there is strong evidence that the Georgian military fired both tanks and artillery into civilian buildings, the Russians are viewed as liberators. Russian support over the past two decades is the only thing that has kept this isolated and resource-poor statelet from disappearing altogether.
It is Russian bottled water you see being handed out by the truckload and a brand new gas pipeline from Vladikavkaz in North Ossetia to Tskhinvali that you can see on the drive in. The Russian government has pledged $400m to rebuild the city, and the Moscow city government has promised another $100m. The Russian hearts-and-minds campaign trumps anything Georgia is putting out. The tactic is working.
As we roll through the city in a Russian armoured personnel carrier during one of the Kremlin's highly scripted tours, dozens of local residents, mostly elderly, flock to the soldiers to show their support. An elderly man stands and makes the sign of the cross as we drive by. Women blow kisses and shout their thanks as the Russians look down with benevolence.
The mood was summed up by a Kremlin official. "We are dealing with a psychotic dictator, an inadequate person whose actions cannot be foreseen whatsoever," he said. "It will take as many troops as possible for as long as possible to protect the citizens of South Ossetia."
Twenty kilometres across what used to be the southern border of South Ossetia, inside Georgia proper, the story changes. In the northern areas of Georgia now under the control of the Russian military, within the sights of Russian rockets aimed from the hills around Tskhinvali, the majority of the population believe that they are under occupation.
When the Russian aerial bombardment of Gori began, 80-year-old Sasha Berdize ran down to the river and hid along its banks. Walking back from a Russian-run food depot in the city centre, he stops to ask me where I'm from. I'm an American, I say. "Thank God you're here," he replies, his eyes filling with tears.
Gori, where Joseph Stalin was born, is now a ghost town. In the city centre, where block after block of High Stalinist architecture and a towering statue of the former leader dominate the skyline, there is hardly anyone on the street. It is likely, several residents said, that less than 1 per cent of the population is left here.
But Berdize thinks that these things happen. "Misha made a mistake," he says, using a popular diminutive form of Saakashvili's name. "People are allowed to make mistakes in this life." Many Georgians seem willing to cut their president a great deal of slack, even though his dangerous miscalculation and reckless personality have just cost them territory in both South Ossetia and Abkhazia, another disputed rebel enclave on the Black Sea.
Sitting around a picnic table behind an apartment building in the city centre, six friends pass around a plastic jug of home-made wine and a bag of halva. Although they don't understand why this whole mess started, they know how it will end.
"Everything was great with the Russians," says Soso Rusashvili, 57, "but now they've decided they want our land. What can we do about it? We're such a tiny country."
Rusashvili doesn't blame Saakashvili or George W Bush for his problems, but neither does he want to stay in a land under occupation. He makes me write his name in both Russian and English. Can I send him a letter of invitation so that he can move to America, he wants to know. He would work in construction or drive a taxi, he says - anything to get out of here.
Georgia: the aftermath
Matt Siegel
Published 21 August 2008
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As Russian forces begin to withdraw, we are learning more about the events of the short but brutal war over South Ossetia. Matt Siegel reports from Tskhinvali and Gori, while local people give eyewitness accounts of the devastation
The air inside Tskhinvali General Hospital is damp and stale. The worn floors are empty. There is hardly a sound at all in-side the building where, a week ago, wounded civilians and bloody surgical gloves lay in heaps about the corridors.
Tinati Zakhorova, an exhausted doctor with kind eyes and a tangle of curly grey hair, is sitting alone in a small office, tallying up the dead and wounded in a faded old book. She knows what happened here in this tiny mountainous republic, she says, and who is responsible for it.
"This is the fourth genocide against the Ossetian people by the Georgians. How can we ever go back to living under them?" she asks, adding: "And may heaven open up and God strike the head of Condoleezza Rice."
It will be weeks, or even months, before any culpability can be assigned for this big war over a little country. We may never know the extent to which the Georgian president, Mikhail Saakashvili, informed his benefactors in Washington of his plans to retake the breakaway republic, or whether the Russians ordered South Ossetian militias to open fire on Georgian peacekeepers to goad them into a trap.
But amid the chaos of the war's aftermath, residents on both sides of the battlefield have already made up their minds. Zalina Ikoeva, 52, is lying in traction at a hospital in Vladikav kaz. Her leg was shattered by an explosion as she hid in her basement during the initial Georgian attack.
"I was lying there in the basement and I called my sister on my mobile," she said. "I asked her: 'Where are the Russians? They're going to kill us all.'"
On the shattered streets of Tskhinvali, where there is strong evidence that the Georgian military fired both tanks and artillery into civilian buildings, the Russians are viewed as liberators. Russian support over the past two decades is the only thing that has kept this isolated and resource-poor statelet from disappearing altogether.
It is Russian bottled water you see being handed out by the truckload and a brand new gas pipeline from Vladikavkaz in North Ossetia to Tskhinvali that you can see on the drive in. The Russian government has pledged $400m to rebuild the city, and the Moscow city government has promised another $100m. The Russian hearts-and-minds campaign trumps anything Georgia is putting out. The tactic is working.
As we roll through the city in a Russian armoured personnel carrier during one of the Kremlin's highly scripted tours, dozens of local residents, mostly elderly, flock to the soldiers to show their support. An elderly man stands and makes the sign of the cross as we drive by. Women blow kisses and shout their thanks as the Russians look down with benevolence.
The mood was summed up by a Kremlin official. "We are dealing with a psychotic dictator, an inadequate person whose actions cannot be foreseen whatsoever," he said. "It will take as many troops as possible for as long as possible to protect the citizens of South Ossetia."
Twenty kilometres across what used to be the southern border of South Ossetia, inside Georgia proper, the story changes. In the northern areas of Georgia now under the control of the Russian military, within the sights of Russian rockets aimed from the hills around Tskhinvali, the majority of the population believe that they are under occupation.
When the Russian aerial bombardment of Gori began, 80-year-old Sasha Berdize ran down to the river and hid along its banks. Walking back from a Russian-run food depot in the city centre, he stops to ask me where I'm from. I'm an American, I say. "Thank God you're here," he replies, his eyes filling with tears.
Gori, where Joseph Stalin was born, is now a ghost town. In the city centre, where block after block of High Stalinist architecture and a towering statue of the former leader dominate the skyline, there is hardly anyone on the street. It is likely, several residents said, that less than 1 per cent of the population is left here.
But Berdize thinks that these things happen. "Misha made a mistake," he says, using a popular diminutive form of Saakashvili's name. "People are allowed to make mistakes in this life." Many Georgians seem willing to cut their president a great deal of slack, even though his dangerous miscalculation and reckless personality have just cost them territory in both South Ossetia and Abkhazia, another disputed rebel enclave on the Black Sea.
Sitting around a picnic table behind an apartment building in the city centre, six friends pass around a plastic jug of home-made wine and a bag of halva. Although they don't understand why this whole mess started, they know how it will end.
"Everything was great with the Russians," says Soso Rusashvili, 57, "but now they've decided they want our land. What can we do about it? We're such a tiny country."
Rusashvili doesn't blame Saakashvili or George W Bush for his problems, but neither does he want to stay in a land under occupation. He makes me write his name in both Russian and English. Can I send him a letter of invitation so that he can move to America, he wants to know. He would work in construction or drive a taxi, he says - anything to get out of here.
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