da la stampa
15/8/2008
Il fascismo non c'entra
Ricordate Pietro Maso, il ragazzo che aveva ucciso entrambi i genitori per intascare i soldi dell’eredità? Una volta catturato, definì il suo gesto una «cazzata». Nello stesso modo uno degli assassini del Circeo (1976) ebbe a parlare del massacro di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, l’una uccisa e l’altra sopravvissuta per miracolo alle violenze. E nello stesso modo ancora altri innumerevoli autori di imprese nefande, una volta scoperti, hanno definito la devastazione di una scuola, l’incendio di un bosco, lo stupro di una ragazza, la violenza su un handicappato. Poco male, si potrebbe dire, perché il grave è quel che si fa, non come lo si chiama. E invece no, le parole contano, perché chiamare le cose con il nome sbagliato aggiunge male al male che si è già fatto. Classificare un gesto estremo e gravissimo nel novero delle bravate - termine desueto, giovanilmente tradotto nel più moderno «cazzate» - significa suggerire che tutto è sullo stesso piano. Suonare i campanelli dei citofoni alle due di notte, sgonfiare le gomme della bici di un compagno, mettere una bomboletta puzzolente sotto la cattedra della professoressa di greco. Oppure uccidere i genitori, violentare una ragazza, distruggere una scuola. Tutto uguale, tutte trasgressioni sciocche perché poi si rischia di essere scoperti e puniti. Così ci si abitua all’idea che sono cose che possono succedere, e che si tratta sempre della stessa sindrome, fatta di superficialità, disattenzione, trasgressività o esuberanza. Se è stata una cazzata, basterà chiedere scusa e naturalmente si ha pieno diritto al perdono. Chiamare le cose negative con il nome giusto è importante perché aiuta a classificarle bene. E classificarle bene è la precondizione per vincere il male, per combatterlo nel modo più incisivo. «Conoscere per decidere», diceva Luigi Einaudi; «non sbagliare la diagnosi per non sbagliare la cura», dice qualsiasi medico. Ma classificare bene non significa solo non chiamare raffreddore una polmonite. Significa anche l’esatto contrario: non chiamare polmonite un semplice raffreddore, non chiamare varicella un’orticaria. Dire che il paziente ha un male gravissimo non aiuta a concentrare l’attenzione sul malato, ma di per sé non aiuta a trovare la terapia giusta. Per essere curato, il male non va né declassato né amplificato, ma semplicemente diagnosticato in modo esatto. E proprio questa esattezza mi pare stia venendo meno da qualche anno in Italia. L’aggettivo «fascista», che quand’ero studente universitario veniva brandito contro chiunque la pensasse diverso (dal politicamente corretto del momento), viene ora dissepolto dal settimanale Famiglia Cristiana per stigmatizzare alcune decisioni del governo in carica, in particolare sull’esercito per le strade, le impronte ai bambini rom, la social card di Tremonti (bollata come «carità di stato»: paura di perdere il monopolio, cara Chiesa?). Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato le foto di qualcosa come 26 personaggi pubblici che in varie forme hanno gridato al regime, al pericolo di ritorno del fascismo sotto più o meno mentite spoglie. Può anche darsi che, fra dieci, venti o trent’anni queste grida di dolore si rivelino profetiche, e gli scettici di oggi siano costretti a chiedere ammenda: nessuno sa che cosa ci riserva il futuro, e nessuno può essere sicuro al 100% delle sue diagnosi. Ma proprio perché anch’io non vedo di buon occhio molto di quel che la politica ci sta propinando in questi anni di seconda Repubblica, mi sembra importante non sbagliare la diagnosi. E le diagnosi che parlano di quel che sta avvenendo in Italia come una «rinascita del fascismo sotto altre forme» non mi convincono per niente. E’ senz’altro vero che l’esecutivo, di qualsiasi colore politico sia, è sempre meno espressione della volontà popolare, e agisce sempre più al di fuori di un vero controllo dell’opinione pubblica. E’ vero che i partiti si sono ridotti in gran parte a comitati elettorali. E’ vero che il Parlamento conta sempre di meno. Ma queste sono tendenze comuni a molte democrazie occidentali, e hanno ben poco a che fare con il fascismo. Quel che è specifico dell’Italia è il conflitto di interessi (di Berlusconi, ma non solo), la lenta ma inesorabile implosione delle istituzioni e delle grandi infrastrutture materiali, la tendenza di entrambi gli schieramenti a disfare quel che «gli altri» hanno fatto, ma anche la credenza bipartisan che il federalismo possa essere il rimedio a molti dei nostri mali. Che cosa c’entra tutto questo con il fascismo? E non è paradossale che quell’etichetta venga affibbiata a un paese che su una cosa soltanto sta guadagnando un ragionevole accordo, ossia sull’idea di darsi un assetto compiutamente federale, l’esatto contrario cioè del centralismo fascista? Si potrà forse obiettare che chi parla di pericolo di «rinascita del fascismo sotto altre forme» ha in mente le discriminazioni su base razziale (aggravante di clandestinità, impronte ai bambini rom), l'esercito per le strade e nelle piazze, lo «scandalo» dei campi di raccolta dei clandestini, un certo paternalismo nelle politiche sociali (la carta per i poveri di Tremonti). Ma chi ragiona così dimentica due cose. La prima è che molte delle misure rimproverate al governo saranno pure più o meno mal congegnate, ma comunque sono analoghe a misure dello stesso tipo adottate nei principali paesi occidentali. La seconda è che la gente comune spesso vede in tali misure semplicemente un modo per invertire il lungo trend di lassismo e superficialità che ha informato l’azione di tutti i governi da molto tempo a questa parte. E’ questo che rende popolari i militari per le strade, è questo che rende popolare la crociata del ministro Brunetta contro l'assenteismo nel pubblico impiego. Il fascismo non c’entra per nulla, ed è un peccato che a sinistra siano pochi a riconoscerlo francamente e senza mezzi termini (fra questi un vecchio e glorioso dirigente comunista come Pietro Ingrao). Quel che c’entra, semmai, è la lenta ma solida crescita, in Italia, di una domanda di autorità che - come ha scritto qualche giorno fa Baget Bozzo su questo giornale - contagia anche il popolo di sinistra e quindi consegna permanentemente i voti e l'egemonia alla destra. Ma autorità significa, nel lessico infantile della sinistra, autoritarismo. E autoritarismo uguale fascismo. Così la frittata è fatta, e il cerchio si chiude definitivamente. La nostra disinvoltura nel dare i nomi alle cose ci impedisce di capire quel che davvero succede. E, non facendoci capire, ci rende impotenti a influire sul corso delle cose.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
lunedì 18 agosto 2008
Georgia
Lettera dalla Georgia e commento di Felice Besostri, dall'avvenire dei lavoratori...
Personalmente, trovo anch'io i commenti con quanto avvenne in Cecoslovacchia nel '68 del tutto inappropriati...
La dirigenza praghese guidata da Dubcek non sferrò un attacco preventivo contro l'Ucraina, contando sull'appoggio degli USA...
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
UNA DRAMMATICA
LETTERA DALLA GEORGIA
AppelloNoi, l'Unione della Gioventù Socialista di Georgia, riteniamo un obbligo informare la comunità internazionale circa la situazione esistente in Georgia.
È evidente, che il conflitto interno ad una delle regioni della Georgia (Samachablo, la così detta Ossezia del Sud) sia andato oltre la zona di conflitto ed è stata trasformato in una vera e propria guerra Russo-Georgiana. Le operazioni militari della Federazione Russa rendono evidente che siamo testimoni di un chiaro tentativo di annessione della Georgia alla Federazione Russa.
L'aviazione Russa ha effettuato operazioni militari non solo nella zona di conflitto, distruggendo l'intera città di Tskhinvaly, ma anche attaccando le basi militari Georgiane, i centri di comunicazione e pacifici civili fuori dalla zona di conflitto in nome di operazioni a tutela della pace.
Le forze dell'aeronautica russa hanno bombardato, dappertutto nel paese, lecittà pacifiche, centri regionali e villaggi, compresi: la città di Gori (dove restano abitazioni in rovina), il porto di Poti (che è un obiettivo strategico per l'importazione di viveri), Tiblisi - la capitale della Georgia, una fabbrica di velivoli ed il territorio vicino l'aeroporto internazionale di Tblisi. Tutti questi obbiettivi non fanno parte della zonadi conflitto.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali della Russia, ovvero che loro tentano soltanto di mantenere la pace nella zona di conflitto, conta il fatto che hanno attraversato i limiti della zona di conflitto ed hanno occupato le posizioni strategiche del paese; le forze militari russe hanno occupato le varie città occidentali della Georgia, la principale via di comunicazione e trasporto e ora si stanno avvicinando a Tblisi.
Noi, l'USYG, stiamo esprimendo la nostra preoccupazione circa l'attuale situazione e consideriamo le azioni della Federazione Russa come un'invasione della Georgia. Gli attacchi delle forze militari russe contro l'esercito georgiano non possono essere considerate come azioni di mantenimento della pace. In questa maniera la Federazione Russa prova ad assicurare le proprie ambizioni imperiali ed a ristabilire la relativa influenza politica sulla Georgia. Ora è chiaramente possibile che, presto otardi, altri paesi possano potenzialmente diventare vittime dell'aggressione Russa. Le correnti azioni della Federazione Russa compromettono non solo la stabilità di un paese o di una regione, ma anche il mondo intero. Cambi i principi stabiliti di giustizia internazionale nel mondo e spinge per l'istituzione della legge del più forte.
L'analogia delle invasioni dell'Unione Sovietica in varie regioni del mondo nel secolo scorso con le azioni odierne è evidente. Se a quei tempi, gli interventi sovietici nella repubblica Ceca, nella Slovacchia, in Ungheria eccetera venivano giustificati dall'esigenza di proteggere i diritti dei lavoratori, oggi stanno portando avanti le operazioni militari con la scusa di proteggere la popolazione Osseta.
Noi, l'UYSG, sottolineiamo che i nostri principi guidanti sono la pace, la libertà ed i diritti dell'uomo e vorremmo esprimere la nostra preoccupazione contro l'aggressione russa, richiedere un cessate il fuoco immediato delle operazione sul territorio di un paese sovrano ed insistere sull'immediata ritirata delle truppe russe dal territorio georgiano. Noi, l'UYSG, ci appelliamo a tutte le giovanili Socialiste, Social Democratiche, Laburiste e a tutte le organizzazioni giovanili progressiste, per le quali la pace, la libertà ed i diritti umani sono le questioni importanti, affinché esprimiate la vostra opinione verso l'aggressione russa. Oggi, come mai prima d'ora, il popolo georgiano necessità di supporto internazionale, quindi vi stiamo chiedendo di esprimere il vostro dissenso contro l'aggressione Russa nei vostri paesi presso le ambasciate e le rappresentanze diplomatiche russe, e sostenere ed esprimere la vostra solidarietà alla popolazione georgiana.
Speriamo che il nostro appello non sia trascurato e che verranno prese le misure adeguate da parte vostra. Sperando nella vostra solidarietà
Timitri Tskitishvili
Presidente dell'Unione della Gioventù Socialista di Georgia
Dovevamo pubblicare
questo appello, ma...
di Felice Besostri
Non potevamo non pubblicare questo appello: i socialisti sono per la risoluzione pacifica dei conflitti. Quindi, contro l'uso delle armi. E nell'uso delle armi, chi è militarmente più forte, ha maggiori responsabilità. Quindi, questo ruolo spetta ai russi.
Tuttavia, un punto di vista socialista non può ignorare che l'iniziativa militare è partita dai georgiani e che si è trattato di una manovra allo scopo di acquistare consenso per un regime che ha tradito molti degli ideali della "Rivoluzione delle rose" che lo portò al potere.
La sinistra italiana è in vacanza, probabilmente in percentuale maggiore della media degli italiani, infatti tengono banco discussioni sulla Commissione AA (Amato-Alemanno) o sulle ultime esternazioni di Moretti. A proposito del primo tema il compagno Rino Formica ha detto cose definitive nell’intervista al Corriere della Sera del 14 agosto e sul secondo condivido l’appello di Pancho Pardi: Moretti la smetta di deprimerci!
In vacanza le questioni scomode danno fastidio come zanzare e tafani. Perciò è meglio non affrontarle. Nel Caucaso si è corso il rischio di alzare la tensione internazionale fino al punto di ritornare ad un clima di guerra fredda. Gli effetti si sono visti subito, per una parte della Sinistra la collocazione è automatica: vediamo dove stanno gli USA e noi ci mettiamo dall’altra parte. Per un’altra parte la Russia è l’erede dell’Unione Sovietica e, pertanto, è d’obbligo schierarsi con la Georgia.
Ripercorrendo la storia del paese, il più grande crimine, da cui discendono tutti gli altri, è stato il rovesciamento con la violenza del governo socialista ("menscevico") al potere in Georgia nei primi anni 20 del XX secolo. Ciò avvenne in funzione di una forzata "normalizzazione bolscevica".
Con la stessa arbitrarietà con cui zone tradizionalmente georgiane furono date a Turchia, Armenia ed Azerbaigian, altre non georgiane vennero inglobate nella "Repubblica Socialista Federata di Georgia". Ma nessuno consultò all'epoca gli Osseti e gli Abkhazi affinché potessero dare (o negare) il loro assenso a quegli accorpamenti territoriali nella Georgia. E la maggioranza di loro non acquisì la nazionalità georgiana.
Se un altro principio socialista è quello dell'autodeterminazione dei popoli, allora non capisco quelli che si dichiarano sostenitori fanatici del Kossovo indipendente, ma negano lo stesso diritto ad Osseti e Abkhazi.
Condanniamo l'uso delle armi, il massacro di civili e ogni superamento della linea di armistizio, ma, per favore, lasciamo stare i paragoni con l'Ungheria del 1956 e con la Cecoslovacchia del 1968. In Georgia non era in corso nessuna rivoluzione da soffocare con un intervento straniero.
Per dire, una zona slovacca al confine orientale era stata assegnata all'Ucraina dopo la seconda guerra mondiale, ma i dirigenti della Primavera di Praga non presero l'iniziativa di rivendicare alcun "sacro suolo patrio perduto". E del pari, nella rivoluzione ungherese del 1956, non si udirono mai parole d'ordine nazionaliste per i territori ungheresi ceduti a Serbia, Croazia Romania e Slovacchia.
Quindi auspicherei una solidarietà per i socialisti georgiani attiva, ma anche "dialettica".
Come socialista internazionalista non sono disposto a battermi per sottomettere gli osseti ai georgiani, magari con l'aiuto di truppe NATO.
Come socialista internazionalista sono anche per la libera determinazione degli osseti del Nord e del Sud, come dei ceceni, affinché possano tutti quanti decidere democraticamente se far parte o meno della Federazione Russa, liberi dalla presenza interessata di truppe russe ex sovietiche.
Vorrei sentire anche voci socialiste dalla Georgia sulla politica economica e sociale del governo in carica.
Vorrei anche una sinistra italiana che discuta di principi guida negli affari internazionali e non che si affidi agli umori contingenti od al solo criterio della collocazione degli USA nel conflitto in atto o potenziale.
Personalmente, trovo anch'io i commenti con quanto avvenne in Cecoslovacchia nel '68 del tutto inappropriati...
La dirigenza praghese guidata da Dubcek non sferrò un attacco preventivo contro l'Ucraina, contando sull'appoggio degli USA...
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
UNA DRAMMATICA
LETTERA DALLA GEORGIA
AppelloNoi, l'Unione della Gioventù Socialista di Georgia, riteniamo un obbligo informare la comunità internazionale circa la situazione esistente in Georgia.
È evidente, che il conflitto interno ad una delle regioni della Georgia (Samachablo, la così detta Ossezia del Sud) sia andato oltre la zona di conflitto ed è stata trasformato in una vera e propria guerra Russo-Georgiana. Le operazioni militari della Federazione Russa rendono evidente che siamo testimoni di un chiaro tentativo di annessione della Georgia alla Federazione Russa.
L'aviazione Russa ha effettuato operazioni militari non solo nella zona di conflitto, distruggendo l'intera città di Tskhinvaly, ma anche attaccando le basi militari Georgiane, i centri di comunicazione e pacifici civili fuori dalla zona di conflitto in nome di operazioni a tutela della pace.
Le forze dell'aeronautica russa hanno bombardato, dappertutto nel paese, lecittà pacifiche, centri regionali e villaggi, compresi: la città di Gori (dove restano abitazioni in rovina), il porto di Poti (che è un obiettivo strategico per l'importazione di viveri), Tiblisi - la capitale della Georgia, una fabbrica di velivoli ed il territorio vicino l'aeroporto internazionale di Tblisi. Tutti questi obbiettivi non fanno parte della zonadi conflitto.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali della Russia, ovvero che loro tentano soltanto di mantenere la pace nella zona di conflitto, conta il fatto che hanno attraversato i limiti della zona di conflitto ed hanno occupato le posizioni strategiche del paese; le forze militari russe hanno occupato le varie città occidentali della Georgia, la principale via di comunicazione e trasporto e ora si stanno avvicinando a Tblisi.
Noi, l'USYG, stiamo esprimendo la nostra preoccupazione circa l'attuale situazione e consideriamo le azioni della Federazione Russa come un'invasione della Georgia. Gli attacchi delle forze militari russe contro l'esercito georgiano non possono essere considerate come azioni di mantenimento della pace. In questa maniera la Federazione Russa prova ad assicurare le proprie ambizioni imperiali ed a ristabilire la relativa influenza politica sulla Georgia. Ora è chiaramente possibile che, presto otardi, altri paesi possano potenzialmente diventare vittime dell'aggressione Russa. Le correnti azioni della Federazione Russa compromettono non solo la stabilità di un paese o di una regione, ma anche il mondo intero. Cambi i principi stabiliti di giustizia internazionale nel mondo e spinge per l'istituzione della legge del più forte.
L'analogia delle invasioni dell'Unione Sovietica in varie regioni del mondo nel secolo scorso con le azioni odierne è evidente. Se a quei tempi, gli interventi sovietici nella repubblica Ceca, nella Slovacchia, in Ungheria eccetera venivano giustificati dall'esigenza di proteggere i diritti dei lavoratori, oggi stanno portando avanti le operazioni militari con la scusa di proteggere la popolazione Osseta.
Noi, l'UYSG, sottolineiamo che i nostri principi guidanti sono la pace, la libertà ed i diritti dell'uomo e vorremmo esprimere la nostra preoccupazione contro l'aggressione russa, richiedere un cessate il fuoco immediato delle operazione sul territorio di un paese sovrano ed insistere sull'immediata ritirata delle truppe russe dal territorio georgiano. Noi, l'UYSG, ci appelliamo a tutte le giovanili Socialiste, Social Democratiche, Laburiste e a tutte le organizzazioni giovanili progressiste, per le quali la pace, la libertà ed i diritti umani sono le questioni importanti, affinché esprimiate la vostra opinione verso l'aggressione russa. Oggi, come mai prima d'ora, il popolo georgiano necessità di supporto internazionale, quindi vi stiamo chiedendo di esprimere il vostro dissenso contro l'aggressione Russa nei vostri paesi presso le ambasciate e le rappresentanze diplomatiche russe, e sostenere ed esprimere la vostra solidarietà alla popolazione georgiana.
Speriamo che il nostro appello non sia trascurato e che verranno prese le misure adeguate da parte vostra. Sperando nella vostra solidarietà
Timitri Tskitishvili
Presidente dell'Unione della Gioventù Socialista di Georgia
Dovevamo pubblicare
questo appello, ma...
di Felice Besostri
Non potevamo non pubblicare questo appello: i socialisti sono per la risoluzione pacifica dei conflitti. Quindi, contro l'uso delle armi. E nell'uso delle armi, chi è militarmente più forte, ha maggiori responsabilità. Quindi, questo ruolo spetta ai russi.
Tuttavia, un punto di vista socialista non può ignorare che l'iniziativa militare è partita dai georgiani e che si è trattato di una manovra allo scopo di acquistare consenso per un regime che ha tradito molti degli ideali della "Rivoluzione delle rose" che lo portò al potere.
La sinistra italiana è in vacanza, probabilmente in percentuale maggiore della media degli italiani, infatti tengono banco discussioni sulla Commissione AA (Amato-Alemanno) o sulle ultime esternazioni di Moretti. A proposito del primo tema il compagno Rino Formica ha detto cose definitive nell’intervista al Corriere della Sera del 14 agosto e sul secondo condivido l’appello di Pancho Pardi: Moretti la smetta di deprimerci!
In vacanza le questioni scomode danno fastidio come zanzare e tafani. Perciò è meglio non affrontarle. Nel Caucaso si è corso il rischio di alzare la tensione internazionale fino al punto di ritornare ad un clima di guerra fredda. Gli effetti si sono visti subito, per una parte della Sinistra la collocazione è automatica: vediamo dove stanno gli USA e noi ci mettiamo dall’altra parte. Per un’altra parte la Russia è l’erede dell’Unione Sovietica e, pertanto, è d’obbligo schierarsi con la Georgia.
Ripercorrendo la storia del paese, il più grande crimine, da cui discendono tutti gli altri, è stato il rovesciamento con la violenza del governo socialista ("menscevico") al potere in Georgia nei primi anni 20 del XX secolo. Ciò avvenne in funzione di una forzata "normalizzazione bolscevica".
Con la stessa arbitrarietà con cui zone tradizionalmente georgiane furono date a Turchia, Armenia ed Azerbaigian, altre non georgiane vennero inglobate nella "Repubblica Socialista Federata di Georgia". Ma nessuno consultò all'epoca gli Osseti e gli Abkhazi affinché potessero dare (o negare) il loro assenso a quegli accorpamenti territoriali nella Georgia. E la maggioranza di loro non acquisì la nazionalità georgiana.
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da le monde: SPD e Linke
En Hesse, le SPD relance l'option d'une alliance avec la gauche radicale
LE MONDE 14.08.08 14h44 • Mis à jour le 14.08.08 16h02
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Mettant fin à huit mois de tergiversation depuis les élections régionales de janvier dernier, la fédération social-démocrate de Hesse a décidé mercredi 13 août de laisser sa présidente, Andrea Ypsilanti, 50 ans, tenter à nouveau sa chance pour se faire élire d'ici novembre ministre-président du Land avec un gouvernement de coalition social-démocrate/Vert toléré par le parti de la gauche radicale, Die Linke. Le président du SPD, Kurt Beck, qui joue dans cette affaire sa crédibilité, avait laissé lundi aux sociaux-démocrates hessois la liberté de leur choix.
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Le ralliement sous conditions de l'aile droite du SPD hessois à l'ouverture de négociations avec Die Linke a donné à Mme Ypsilanti la possibilité d'imposer sa ligne en dépit des très fortes oppositions qu'elle suscite dans le parti au niveau fédéral et dans de nombreuses autres fédérations. Les sociaux-démocrates bavarois, qui ont des élections régionales fin septembre, et peuvent espérer faire perdre sa majorité absolue au parti chrétien-social de Bavière, dominant dans le land, voient l'évolution hessoise d'un très mauvais oeil. Pour tenir compte de leur situation, il a été convenu que le congrès du SPD de Hesse, qui devra entériner le résultat des négociations de coalition à venir, n'aura lieu qu'en octobre.
NOUVELLE DONNE
L'arithmétique électorale actuelle, mesurée par les résultats des dernières élections régionales et les sondages, confronte les deux grands partis allemands, chrétiens et sociaux-démocrates, à des choix difficiles. La confirmation de la percée du nouveau parti d'Oskar Lafontaine et Gregor Gysi, Die Linke - la Gauche -, rentré au Bundestag en 2005, crédité à un an des prochaines législatives de septembre 2009 de plus de 11 % dans les sondages, devant les Verts et les Libéraux, a bouleversé la donne politique. Contraints de s'allier au niveau fédéral aux chrétiens-démocrates dans la grande coalition d'Angela Merkel (CDU), les sociaux-démocrates sont divisés sur la manière de sortir de cette alliance qui jusqu'à présent a plutôt servi la chancelière.
A Berlin, le bourgmestre régnant Klaus Wowereit a bien mis en oeuvre depuis 2002, sans histoire, une coalition avec Die Linke. Mais ce modèle continue de faire l'effet d'un chiffon rouge non seulement pour la droite, qui en fait son cheval de bataille, mais aussi pour l'aile réformatrice du parti social-démocrate, celle qui avait porté l'ancien chancelier Gerhard Schröder et ses réformes sociales de l'agenda 2010, incarnée aujourd'hui par le vice-chancelier et ministre des affaires étrangères Frank Walter Steinmeier.
Soutenue par l'aile gauche du parti, traditionnellement forte en Hesse, la région de Francfort, Andrea Ypsilanti et sa main tendue à la gauche radicale sont devenues le symbole de la bataille engagée au sein du SPD pour la fin du tout libéral. Son programme prévoit en outre, pour convaincre les Verts d'accepter une coalition, de fortes incitations pour freiner en Hesse l'énergie nucléaire et le charbon et encourager les nouvelles énergies.
L'issue des négociations avec Die Linke reste ouverte. L'aile droite du parti hessois, sans laquelle Mme Ypsilanti devrait une seconde fois renoncer, comme en mars, à obtenir une majorité au parlement hessois pour démettre le ministre-président sortant, le chrétien-démocrate Roland Koch, et se faire élire, entend marchander son appui. Un échec signifierait toutefois de nouvelles élections régionales, qui seraient difficiles pour le SPD. Celui-ci avait obtenu 37 % des voix en janvier. Les sondages lui en donnent aujourd'hui dix de moins.
Henri de Bresson
LE MONDE 14.08.08 14h44 • Mis à jour le 14.08.08 16h02
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Mettant fin à huit mois de tergiversation depuis les élections régionales de janvier dernier, la fédération social-démocrate de Hesse a décidé mercredi 13 août de laisser sa présidente, Andrea Ypsilanti, 50 ans, tenter à nouveau sa chance pour se faire élire d'ici novembre ministre-président du Land avec un gouvernement de coalition social-démocrate/Vert toléré par le parti de la gauche radicale, Die Linke. Le président du SPD, Kurt Beck, qui joue dans cette affaire sa crédibilité, avait laissé lundi aux sociaux-démocrates hessois la liberté de leur choix.
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Le ralliement sous conditions de l'aile droite du SPD hessois à l'ouverture de négociations avec Die Linke a donné à Mme Ypsilanti la possibilité d'imposer sa ligne en dépit des très fortes oppositions qu'elle suscite dans le parti au niveau fédéral et dans de nombreuses autres fédérations. Les sociaux-démocrates bavarois, qui ont des élections régionales fin septembre, et peuvent espérer faire perdre sa majorité absolue au parti chrétien-social de Bavière, dominant dans le land, voient l'évolution hessoise d'un très mauvais oeil. Pour tenir compte de leur situation, il a été convenu que le congrès du SPD de Hesse, qui devra entériner le résultat des négociations de coalition à venir, n'aura lieu qu'en octobre.
NOUVELLE DONNE
L'arithmétique électorale actuelle, mesurée par les résultats des dernières élections régionales et les sondages, confronte les deux grands partis allemands, chrétiens et sociaux-démocrates, à des choix difficiles. La confirmation de la percée du nouveau parti d'Oskar Lafontaine et Gregor Gysi, Die Linke - la Gauche -, rentré au Bundestag en 2005, crédité à un an des prochaines législatives de septembre 2009 de plus de 11 % dans les sondages, devant les Verts et les Libéraux, a bouleversé la donne politique. Contraints de s'allier au niveau fédéral aux chrétiens-démocrates dans la grande coalition d'Angela Merkel (CDU), les sociaux-démocrates sont divisés sur la manière de sortir de cette alliance qui jusqu'à présent a plutôt servi la chancelière.
A Berlin, le bourgmestre régnant Klaus Wowereit a bien mis en oeuvre depuis 2002, sans histoire, une coalition avec Die Linke. Mais ce modèle continue de faire l'effet d'un chiffon rouge non seulement pour la droite, qui en fait son cheval de bataille, mais aussi pour l'aile réformatrice du parti social-démocrate, celle qui avait porté l'ancien chancelier Gerhard Schröder et ses réformes sociales de l'agenda 2010, incarnée aujourd'hui par le vice-chancelier et ministre des affaires étrangères Frank Walter Steinmeier.
Soutenue par l'aile gauche du parti, traditionnellement forte en Hesse, la région de Francfort, Andrea Ypsilanti et sa main tendue à la gauche radicale sont devenues le symbole de la bataille engagée au sein du SPD pour la fin du tout libéral. Son programme prévoit en outre, pour convaincre les Verts d'accepter une coalition, de fortes incitations pour freiner en Hesse l'énergie nucléaire et le charbon et encourager les nouvelles énergies.
L'issue des négociations avec Die Linke reste ouverte. L'aile droite du parti hessois, sans laquelle Mme Ypsilanti devrait une seconde fois renoncer, comme en mars, à obtenir une majorité au parlement hessois pour démettre le ministre-président sortant, le chrétien-démocrate Roland Koch, et se faire élire, entend marchander son appui. Un échec signifierait toutefois de nouvelles élections régionales, qui seraient difficiles pour le SPD. Celui-ci avait obtenu 37 % des voix en janvier. Les sondages lui en donnent aujourd'hui dix de moins.
Henri de Bresson
Gesell
Cara/o Compagna/o,gli oltre cento cattedratici amburghesi hanno proposto per il NOBEL DELL'ECONOMIA ALLA MEMORIA il grande economista ed anarcosocialista tedesco Silvio GESELL (1862-1930) con la seguente MOTIVAZIONE:"Come praticamente tutte le altre scienze affrontano le proprie â?" l'Economia deve risolvere le problematiche sociali, talché tutta l'enorme responsabilità dello sviluppo economico grava sui suoi ricercatori.Di un premio Nobel per l'Economia dovrebbero quindi esser insigniti solo quei suoi esponenti, le cui soluzioni si siano rivelate maggiormente positive e socialmente fruttifere: e la maggior parte dei lavori di Gesell corrisponde appieno a simile aspettativa:da una lettura della sua opera omnia ( 18 volumi editi a Lütjenburg/Germania dalla Casa Editrice per l'Economia Sociale) possiamo anzi apprendere come il suo principale desiderio fosse proprio d'introdurre le premesse economiche fondamentali per consentire la giustizia sociale ai cittadini e conseguentemente la pace tra i popoli. Particolarmente nel suo testo "IL SISTEMA ECONOMICO A MISURA D'UOMO", per la prima volta pubblicato nel 1916 (nell'operaomnia vol. 9), Gesell ha convincentemente provatocome per ognuno sia un diritto naturale l'accesso a liberterra e ad una moneta, che non si presti a speculazioni ed invece possa facilitare - attraverso una libera e sociale contrattazione - la cooperazione con il Prossimo.Gesell é stato il primo economista a riconoscere che un'economia realmente libera é realizzabile, solo quando lo Stato possa gestire i propri terra e denaro nell'interesse comune, rendendo impossibili tanto l'usura monetaria che gli iniqui profitti di capitale da locazione immobiliare.Con simili riforme lo Stato aprirebbe a tutti gli uomini di buona volontà libero accesso alla terra ed ai finanziamenti, consentendo a tutti una finalmente dignitosa partecipazione alla vita sociale, esprimente tutte le sue personali inclinazioni, capacità e potenzialità .Obbiettivo sostanziale, della riforma del diritto di proprietà (immobiliare), chiesta da Gesell, è la trasformazione di questo in un diritto di superficie, talché gli affitti del suolo e delle fonti di materia prima confluiscano nelle casse dell'Erario per finalmente e preliminarmente essere utilizzati nell'interesse dei bambini (come da sua esplicita indicazione).Obbiettivo sostanziale, della riforma del denaro auspicata da Gesell, è invece, che s'incominci a guardare ad esso come ad un pubblico mezzo di scambio, gestito d'apposito Ufficio valutario e la cui presenza in circolazione é solo sottoposta alle esigenze commerciali-finanziarie e quindi indipendente da quelle dei plutocrati.La quantità di denaro verrebbe allora proporzionata sulla base di una stabilità degli indici di prezzo al consumo, evitando - alla circolazione monetaria â?" quelle improvvise perturbazioni, che favoriscono la speculazione sui prezzi e non la loro conservazione.Inoltre Gesell ha chiaramente indicato e messo in evidenza, che - anche se assolutamente tutti i beni devono concorrere ad assicurare l'occupazione umana e la libera economia - in modo particolare c'é tenuta la (attuale) proprietà privata!Non appena introdotte queste riforme di Gesell, verrebbero espulsi gli iniqui ed illeciti profitti di capitale da denaro, proprietà immobiliare e sorgenti di materia prima, facendo terminare le rovinose ed autoisterizzanti sperequazioni economiche a danno del Lavoro ed profitto del kapitale:perché simile procedere ha avviato una maligna separazione della Società in classi, di cui una sospinta a diventare sempre più ricca, a danno dell'altra, estremamente più numerosa ma messasotto ed avviata a diventare sempre più povera.E, nel secolo scorso, questo procedere ha apportato sia due guerre mondiali come anche conflitti sociali amplissimi e pesantissimi, costituendo tutt'oggi un continuo fattore di disturbo per la pace interna ed esterna dei popoli.LO STRAORDINARIO SERVIGIO SOCIALE E SCIENTIFICO RESO DA GESELL Ã? APPUNTO L'AVER PER PRIMO SVILUPPATO TANTO I FONDAMENTI TEORICI CHE LE APPLICAZIONI PRATICHE, NECESSARIE AL SUPERAMENTO DI QUESTI INDEGNI ECONOMIA ED ORDINE SOCIALE."(La proposta era essenzialmente una provocazione, perchè lo Statuto del Premio Nobel richiede che l'assegnatario sia vivente; ma USA, ed imprevedibilmente anche la Russia si sono ugualmente subito opposti.)A conti fatti Gesell voleva esattamente gli stessi obbiettivi di Marx (cioé l'eliminazione dei profitti di capitale) ma arrivandoci con l'UNICA altra strada praticabile [nell'equazione (Profitti di capitale = Una certa somma di denaro X Saggio d'interesse), Marx si era riproposto d'azzerare la somma di denaro (detenuta dai privati), mentre invece Gesell il saggio d'interesse]:e, per buona misura, questa seconda strada é praticabilissima in regime di pluralismo economico e di libero mercato, é ANTICAPITALISTA ma tutt'altro che illiberista!Che la CASTA si rifiuti di prendere atto di simile geniale ricerca è allora davvero imperdonabile ed intollerabile, talché t'invito ad unirti a noi nel diffondere, nello zoccolo duro, queste splendide teorie, ingiustamente e sorprendentemente neglette.Nel sito gratuito da me curato www.gesell.it, leggi almeno il mio scritto "TESI RIASSUNTIVE DELL'ANARCOSOCIALISMO GESELLISTA E SUOI RAPPORTI COL NEO PD." (sole 13 pagine) e ti ritroverai colmo della voglia di leggere l'assai esteso capolavoro di Gesell, trovandovi un mare d'idee per riportare a vincere la nostra parte.Se - come non solo io penso - il maggior ostacolo alla riunificazione della Sinistra é effettivamente rappresentato dal fatto che le ideologie scismatiche sono vissute più come concorrenti che non come compagne di stradaed assurdamente se ne pretende un rientro alla base, contrito e con la cenere in testa, ignorando il notevole apporto, ugualmente da esse fornito alla causa comune e che dovrebbe unirci assai più che dividerci,poiché l'anarcosocialismo gesellista per l'Italia é novità teorica, esso allora potrebbe rappresentare il giusto nucleo di sedimentazione su cui tutta la Sinistra (anche quella estrema) potrebbe tranquillamente ed onorevolmente convergere, senza sentirsi fagocitata e perdente.Inoltre - come da recente statistica di Bankitalia - solo il 10% degli Italiani (quel decile che da solo detiene oltre il 50% delle risorse) ottiene più profitti di capitale di quanti ne paghi, mentre l'altro 90% é loro soccombente:quindi su tale Sistema Economico a misura d'uomo, socialista ma estremamente libertario e conservante il pluralismo economico e libero mercato, potrebbe tranquillamente aggregarsi e si aggregherà anche il centro e parte della destra, sollecitati dal anche per loro favorevole sgravio dei profitti di capitale e quindi anche da quella convenienza personale, che in passato aveva operato solo pro Berlusconi.Tornare a vincere si può: basta volerlo e, soprattutto, che la CASTA cessi d'ignorare la volontà popolare! Saluti anarcosocialisti.Francesco Raucea
Paola Meneganti: Corpi
I corpi parlano di noi – Paola Meneganti – “Il Tirreno” 3.8.08
Corpi in mare. Sempre più spesso, se leggiamo il giornale o ascoltiamo i notiziari, queste sono le parole: “Corpi in mare”. Soprattutto nel canale di Sicilia: muoiono in mare uomini, donne, bambini in fuga dall’Africa. Morire di guerra, di violenze, di fame, o morire in mare, tentando la fuga, verso un altrove che si intuisce laggiù, al di là del mare..
O corpi abbandonati su una spiaggia, in mezzo a bagnanti apparentemente indifferenti. Sono morte le due zingarelle, e lì le hanno lasciate, per qualche tempo, in attesa degli adempimenti di rito. La gente sta intorno, cosa avrebbe dovuto fare? Non so, andarsene, rivestirsi, oppure improvvisare una veglia funebre, mettersi in cerchio inginocchiati, non so. Lo avrei fatto io, che non sono credente.
Il corpo è un testo che parla di noi – che racconta una storia. E’ una struttura narrativa. E’ una metafora, soggetto ed oggetto di desideri e di fantasmi.
Il livello del corpo è complesso, estremamente importante rispetto alle strategie comunicative, ma anche sul piano politico ed etico. Il modo in cui si manifesta il livello del corpo è una spia del simbolico di un’epoca.
Questi corpi di cui ho parlato sono invisibili: invisibili ai più, perché non significanti, perché non inseriti in un discorso pubblico che abbia un senso.
Ha senso, invece, la forte esposizione mediatica di alcuni corpi. Con una novità: il corpo del capo. Quello del presidente del consiglio, per es., di cui ci hanno narrato mirabilie e limiti, su piani che, un tempo, si voleva protetti nel privato proprio perché corporei, legati alla natura ed ai suoi processi, più o meno irreversibili. Il corpo del capo viene investito in pieno dalla luce pubblica, che, diceva Hannah Arendt, è accecante: quindi occorreva sottrarle le radici della persona, il chi.
Ma il corpo del capo, di questo capo, può esporsi alla luce accecante perché la dimensione del chi è anch’essa sottratta al senso. Viene in mente un’epoca premoderna, prima della Rivoluzione francese, prima delle rivoluzioni ermeneutiche del soggetto avvenute tra ‘800 e ‘900, un’epoca in cui il corpo del potente era testo, era significanza, al di là di quanto razionalmente proposto, detto, esposto. La significanza, la visibilità del corpo scisso dalla parola: in questo iato si consumano questioni culturali e politiche. Il corpo da solo rimanda a emotività sfrenata, scelte di “pancia”, paure e passioni mobilitanti ma sottratte al discorso. Potenzialmente pericolose. L’esercito nelle strade per proteggere i corpi delle persone: un simbolico devastante. Ci faremo l’abitudine? I corpi chiusi nelle enclave, dietro muri dotati di telecamere e cancelli, nelle villette monofamiliari: fino a quando?
Corpi a rischio di incendio: nelle fabbriche, per via degli incidenti, nelle baracche delle periferie degradate, per mano di razzisti . Sotto i nostri occhi.
Vorrei poi parlare del corpo di Eluana, di cui lei non può disporre, per via della tragedia che sta vivendo. Il padre da anni è custode della scelta della figlia, manifestata chiaramente, in libertà, quando poteva farlo. Irrompono con violenza elefantoni ed elefantini, in questa vicenda di cui dovrebbero, forse, parlare solo i poeti, come ha fatto in modo meraviglioso Guido Ceronetti. Il padre parla la lingua dell’amore; dice Ceronetti, è Antigone, con il suo amore, contro la legge cieca di Creonte.
Nel corpo delle donne abita tanto amore e vi si consuma tanta violenza. Recentemente, papa Ratzinger, nel dire che “il grembo materno è diventato luogo di violenza”, ha nei fatti accostato la violenza dello stupro a quella dell’aborto a quella della fecondazione assistita, eccetera. Noi diciamo: in mezzo, grande come la parola amore, c’è la parola libertà. È un confine che in questo caso non separa, ma che unisce questi due grandi fatti umani: l’amore e la libertà. Riesce difficile pensare a modelli unici e prescrittivi, in questo mare di senso. Bisognerebbe immergersi nel mare e cercare lì volta volta risposte, indicazioni, per tracciare rotte sempre modificabili, per aprire rapporti e relazioni.
Scriveva Primo Levi: «E' ora quindi che parliate tutti voi che amate la libertà, tutti voi che amate il diritto alla felicità, tutti voi che amate dormire immersi nel vostro privato sogno, è ora che parliate o maggioranza muta! Prima che arrivino per voi».
Corpi in mare. Sempre più spesso, se leggiamo il giornale o ascoltiamo i notiziari, queste sono le parole: “Corpi in mare”. Soprattutto nel canale di Sicilia: muoiono in mare uomini, donne, bambini in fuga dall’Africa. Morire di guerra, di violenze, di fame, o morire in mare, tentando la fuga, verso un altrove che si intuisce laggiù, al di là del mare..
O corpi abbandonati su una spiaggia, in mezzo a bagnanti apparentemente indifferenti. Sono morte le due zingarelle, e lì le hanno lasciate, per qualche tempo, in attesa degli adempimenti di rito. La gente sta intorno, cosa avrebbe dovuto fare? Non so, andarsene, rivestirsi, oppure improvvisare una veglia funebre, mettersi in cerchio inginocchiati, non so. Lo avrei fatto io, che non sono credente.
Il corpo è un testo che parla di noi – che racconta una storia. E’ una struttura narrativa. E’ una metafora, soggetto ed oggetto di desideri e di fantasmi.
Il livello del corpo è complesso, estremamente importante rispetto alle strategie comunicative, ma anche sul piano politico ed etico. Il modo in cui si manifesta il livello del corpo è una spia del simbolico di un’epoca.
Questi corpi di cui ho parlato sono invisibili: invisibili ai più, perché non significanti, perché non inseriti in un discorso pubblico che abbia un senso.
Ha senso, invece, la forte esposizione mediatica di alcuni corpi. Con una novità: il corpo del capo. Quello del presidente del consiglio, per es., di cui ci hanno narrato mirabilie e limiti, su piani che, un tempo, si voleva protetti nel privato proprio perché corporei, legati alla natura ed ai suoi processi, più o meno irreversibili. Il corpo del capo viene investito in pieno dalla luce pubblica, che, diceva Hannah Arendt, è accecante: quindi occorreva sottrarle le radici della persona, il chi.
Ma il corpo del capo, di questo capo, può esporsi alla luce accecante perché la dimensione del chi è anch’essa sottratta al senso. Viene in mente un’epoca premoderna, prima della Rivoluzione francese, prima delle rivoluzioni ermeneutiche del soggetto avvenute tra ‘800 e ‘900, un’epoca in cui il corpo del potente era testo, era significanza, al di là di quanto razionalmente proposto, detto, esposto. La significanza, la visibilità del corpo scisso dalla parola: in questo iato si consumano questioni culturali e politiche. Il corpo da solo rimanda a emotività sfrenata, scelte di “pancia”, paure e passioni mobilitanti ma sottratte al discorso. Potenzialmente pericolose. L’esercito nelle strade per proteggere i corpi delle persone: un simbolico devastante. Ci faremo l’abitudine? I corpi chiusi nelle enclave, dietro muri dotati di telecamere e cancelli, nelle villette monofamiliari: fino a quando?
Corpi a rischio di incendio: nelle fabbriche, per via degli incidenti, nelle baracche delle periferie degradate, per mano di razzisti . Sotto i nostri occhi.
Vorrei poi parlare del corpo di Eluana, di cui lei non può disporre, per via della tragedia che sta vivendo. Il padre da anni è custode della scelta della figlia, manifestata chiaramente, in libertà, quando poteva farlo. Irrompono con violenza elefantoni ed elefantini, in questa vicenda di cui dovrebbero, forse, parlare solo i poeti, come ha fatto in modo meraviglioso Guido Ceronetti. Il padre parla la lingua dell’amore; dice Ceronetti, è Antigone, con il suo amore, contro la legge cieca di Creonte.
Nel corpo delle donne abita tanto amore e vi si consuma tanta violenza. Recentemente, papa Ratzinger, nel dire che “il grembo materno è diventato luogo di violenza”, ha nei fatti accostato la violenza dello stupro a quella dell’aborto a quella della fecondazione assistita, eccetera. Noi diciamo: in mezzo, grande come la parola amore, c’è la parola libertà. È un confine che in questo caso non separa, ma che unisce questi due grandi fatti umani: l’amore e la libertà. Riesce difficile pensare a modelli unici e prescrittivi, in questo mare di senso. Bisognerebbe immergersi nel mare e cercare lì volta volta risposte, indicazioni, per tracciare rotte sempre modificabili, per aprire rapporti e relazioni.
Scriveva Primo Levi: «E' ora quindi che parliate tutti voi che amate la libertà, tutti voi che amate il diritto alla felicità, tutti voi che amate dormire immersi nel vostro privato sogno, è ora che parliate o maggioranza muta! Prima che arrivino per voi».
marco revelli: il filo spezzato
IL FILO SPEZZATOdi Marco Revelliil Manifesto 31 luglio 2008 (inv. da Claudio Vercelli)
E' uno spettacolo per stomaci forti. Un'immagine davvero inguardabile, quella dell'Italia nelle ultime settimane, con un'accelerazione preoccupante negli ultimi giorni. Appena il tempo per rendersi conto che, davvero, il precariato viene riaffermato per legge come destino, componente essenziale della nostra nuova costituzione materiale, ed ecco giungere il colpo di scure sugli «assegni sociali» (forse l'unica misura in qualche modo efficace contro gli aspetti più scandalosi della povertà, capace di «tenere a galla», sia pur a fatica, alcune centinaia di migliaia di persone prive altrimenti di ogni possibile fonte di sopravvivenza), subito seguito, come in una doccia scozzese, dalla brusca retromarcia. Apprendiamo, sempre più sconcertati, che l'obiettivo non erano tutti gli oltre 700.000 disperati, dal percorso lavorativo accidentato e dunque senza mezzi sufficienti a garantir loro la sopravvivenza, che venivano condannati a finire sommersi, ma solo una parte di essi. Gli stranieri. Le poche decine di migliaia di disperati che, quelli sì, possono crepare. L'errore era da attribuire alla fretta di qualche peone leghista, non troppo uso alle questioni tecniche dell'attività legislativa, che aveva fatto riferimento a un periodo di almeno dieci anni di «attività lavorativa» anziché - ingenuo - alla necessità di «residenza sul territorio italiano», finendo di mettere nello stesso calderone «i nostri» con gli «altri». I salvati con i sommersi. Come dire «fuoco amico», subito corretto con una nuova modifica alla manovra che ripristina il sano principio che vuole gli italiani a bordo, e gli stranieri ad affogare. E non si sa se sia meno disumana la prima versione del provvedimento, o la seconda. L'insulto universalistico ai poveri senza bandiera, o la selezione spietata in base all'etnia.Tutto questo, nel giorno in cui da Bruxelles arriva una condanna esplicita per quanto riguarda i rischi di xenofobia e di razzismo impliciti in alcuni provvedimenti di governo e nell'azione delle nostre forze di polizia, in particolare per quanto riguarda i rom, le condizioni «inaccettabili» in cui sono costretti a vivere, e gli abusi e le discriminazioni cui sono sottoposti. Né si tratta solo di ciò che avviene «in alto». A livello politico e di governo. La rottura degli argini della civiltà, la logica del rancore e del disprezzo, la pratica della segregazione e del rifiuto guadagnano spazio nel sociale. Conquistano aree di popolazione fino a ieri considerate immuni. Viaggiano dagli avvelenati municipi del nord-est ai quartieri popolari di Napoli, con un popolo ridotto a irriconoscibile plebe impegnato a scaricare sugli ultimi la propria miseria sotto forma di un odio nuovo, informe, velenoso e contagioso. Sono una risorsa crescente, e tendenzialmente inesauribile, per chi vuol guadagnare consenso politico. Hanno un potenziale dirompente, maggiore di ogni ragione e di ogni interesse. Superiore a ogni pacato ragionamento. Ad essi, sembrano arrendersi tutti, nell'universo della politica che vuole «contare».E infatti le voci che nell'arena parlamentare si oppongono sono flebili, quasi inudibili. Nel pragmatismo che tutto sembra aver avvolto, nello sfacelo dei vecchi partiti trasformati in ombre di se stessi, la difesa dei valori universalistici di eguaglianza e pari dignità sembrano aver cessato di aver corso legale. Ma di questo ci eravamo fatti, in qualche maniera, una ragione. O comunque, avevamo incominciato a comprenderne il meccanismo d'innesco.Quello che appare persino più preoccupante, e più difficile da decodificare, è l'estenuazione e la tendenziale estinzione di quei valori, di quel «comune sentire», di quella sensibilità nella stessa società italiana. Nei suoi codici di comportamento e di valore. E' questa nuova, imprevedibile, «durezza». Questa irriconoscibile insensibilità di massa, che fa girare il volto ai bagnanti davanti ai cadaveri stesi sulla spiaggia delle due bambine rom affogate qualche giorno fa sul litorale napoletano. Che fa ignorare le decine di morti quasi quotidiani nel canale di Sicilia. Che lascia incendiare le baraccopoli di Ponticelli senza fiatare, per condivisione, o sopportazione, o pigrizia. E' questa improvvisa crudeltà dell'essere, nuda, senza ornamenti ideologici, senza argomentazioni né giustificazioni, ciò che spaventa, perché è la precondizione mentale delle sciagure storiche. L'anticamera esistenziale delle guerre civili o delle apocalissi culturali. La forma interiore dei tempi bui. Ed è su di essa che dovremo interrogarci senza posa, per comprenderne l'origine e la terapia, più che sulle alchimie di un «politico» in ampia misura perduto. Più che sugli esisti dei congressi e sui destini di soggetti collettivi drammaticamente svuotati. Più che sulle maggioranze futuribili e tendenzialmente intercambiabili. Perché da ciò dipenderà, davvero, la possibilità o meno di riprendere il filo spezzato di un percorso comune e civile.
E' uno spettacolo per stomaci forti. Un'immagine davvero inguardabile, quella dell'Italia nelle ultime settimane, con un'accelerazione preoccupante negli ultimi giorni. Appena il tempo per rendersi conto che, davvero, il precariato viene riaffermato per legge come destino, componente essenziale della nostra nuova costituzione materiale, ed ecco giungere il colpo di scure sugli «assegni sociali» (forse l'unica misura in qualche modo efficace contro gli aspetti più scandalosi della povertà, capace di «tenere a galla», sia pur a fatica, alcune centinaia di migliaia di persone prive altrimenti di ogni possibile fonte di sopravvivenza), subito seguito, come in una doccia scozzese, dalla brusca retromarcia. Apprendiamo, sempre più sconcertati, che l'obiettivo non erano tutti gli oltre 700.000 disperati, dal percorso lavorativo accidentato e dunque senza mezzi sufficienti a garantir loro la sopravvivenza, che venivano condannati a finire sommersi, ma solo una parte di essi. Gli stranieri. Le poche decine di migliaia di disperati che, quelli sì, possono crepare. L'errore era da attribuire alla fretta di qualche peone leghista, non troppo uso alle questioni tecniche dell'attività legislativa, che aveva fatto riferimento a un periodo di almeno dieci anni di «attività lavorativa» anziché - ingenuo - alla necessità di «residenza sul territorio italiano», finendo di mettere nello stesso calderone «i nostri» con gli «altri». I salvati con i sommersi. Come dire «fuoco amico», subito corretto con una nuova modifica alla manovra che ripristina il sano principio che vuole gli italiani a bordo, e gli stranieri ad affogare. E non si sa se sia meno disumana la prima versione del provvedimento, o la seconda. L'insulto universalistico ai poveri senza bandiera, o la selezione spietata in base all'etnia.Tutto questo, nel giorno in cui da Bruxelles arriva una condanna esplicita per quanto riguarda i rischi di xenofobia e di razzismo impliciti in alcuni provvedimenti di governo e nell'azione delle nostre forze di polizia, in particolare per quanto riguarda i rom, le condizioni «inaccettabili» in cui sono costretti a vivere, e gli abusi e le discriminazioni cui sono sottoposti. Né si tratta solo di ciò che avviene «in alto». A livello politico e di governo. La rottura degli argini della civiltà, la logica del rancore e del disprezzo, la pratica della segregazione e del rifiuto guadagnano spazio nel sociale. Conquistano aree di popolazione fino a ieri considerate immuni. Viaggiano dagli avvelenati municipi del nord-est ai quartieri popolari di Napoli, con un popolo ridotto a irriconoscibile plebe impegnato a scaricare sugli ultimi la propria miseria sotto forma di un odio nuovo, informe, velenoso e contagioso. Sono una risorsa crescente, e tendenzialmente inesauribile, per chi vuol guadagnare consenso politico. Hanno un potenziale dirompente, maggiore di ogni ragione e di ogni interesse. Superiore a ogni pacato ragionamento. Ad essi, sembrano arrendersi tutti, nell'universo della politica che vuole «contare».E infatti le voci che nell'arena parlamentare si oppongono sono flebili, quasi inudibili. Nel pragmatismo che tutto sembra aver avvolto, nello sfacelo dei vecchi partiti trasformati in ombre di se stessi, la difesa dei valori universalistici di eguaglianza e pari dignità sembrano aver cessato di aver corso legale. Ma di questo ci eravamo fatti, in qualche maniera, una ragione. O comunque, avevamo incominciato a comprenderne il meccanismo d'innesco.Quello che appare persino più preoccupante, e più difficile da decodificare, è l'estenuazione e la tendenziale estinzione di quei valori, di quel «comune sentire», di quella sensibilità nella stessa società italiana. Nei suoi codici di comportamento e di valore. E' questa nuova, imprevedibile, «durezza». Questa irriconoscibile insensibilità di massa, che fa girare il volto ai bagnanti davanti ai cadaveri stesi sulla spiaggia delle due bambine rom affogate qualche giorno fa sul litorale napoletano. Che fa ignorare le decine di morti quasi quotidiani nel canale di Sicilia. Che lascia incendiare le baraccopoli di Ponticelli senza fiatare, per condivisione, o sopportazione, o pigrizia. E' questa improvvisa crudeltà dell'essere, nuda, senza ornamenti ideologici, senza argomentazioni né giustificazioni, ciò che spaventa, perché è la precondizione mentale delle sciagure storiche. L'anticamera esistenziale delle guerre civili o delle apocalissi culturali. La forma interiore dei tempi bui. Ed è su di essa che dovremo interrogarci senza posa, per comprenderne l'origine e la terapia, più che sulle alchimie di un «politico» in ampia misura perduto. Più che sugli esisti dei congressi e sui destini di soggetti collettivi drammaticamente svuotati. Più che sulle maggioranze futuribili e tendenzialmente intercambiabili. Perché da ciò dipenderà, davvero, la possibilità o meno di riprendere il filo spezzato di un percorso comune e civile.
luciano belli paci: lettera a repubblica
LETTERA A REPUBBLICACaro Dott. Augias,gli sviluppi imprevisti ed incontrollati della scienza e della tecnica nondanno luogo a casi di vita innaturale solo nelle persone, ma evidentementeanche nei soggetti politici.Vi sono partiti che nascono senz'anima e senza DNA e che vengono alimentatiartificialmente dal circuito mediatico.E questo spiega, molto meglio della pretesa esigenza di mediazione tra laicie cattolici (Ignazio Marino è cattolico), il ritrarsi imbarazzato edinverecondo del PD dal voto sulla vicenda Englaro.Non sia mai che a qualcuno venga in mente che, quando l'accanimentooltrepassa i limiti della dignità, si può anche staccare la spina.Cordiali saluti.Luciano Belli Paci, Milano
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