dal sito www.epistemes.org
Epistemes.org
Ieri 18 giugno 2008, 9.32.16
E’ possibile e come per l’Italia rientrare nel nucleare?
Ieri 18 giugno 2008, 8.45.01 editor
di Alberto Clô
A 20 anni esatti dall’azzeramento di ogni produzione nucleare nel nostro Paese; a 27 anni dall’ultima centrale realizzata (da Enel a Corso, vicino a Piacenza); a circa 40 anni dalla relativa procedura di licensing, è possibile rientrarvi e a quali condizioni?E’ possibile, in altri termini, dopo aver distrutto tutto il sapere di cui disponevamo – scientifico, progettuale, manifatturiero, gestionale – realizzare in tempi brevi nuove centrali nucleari, come Enel va dichiarando, dicendosi pronta a realizzare “5 centrali da 1.800 MWe in 8 anni” (3 per l’autorizzazione, 5 per la costruzione). Roba, che se vera, farebbe schiattare di rabbia i francesi? Ancora: è possibile, per tale via, contrastare il caro-petrolio e ridurre l’enorme svantaggio competitivo nei costi/prezzi elettrici verso l’Europa?
Il meno che si possa dire è che la realtà delle cose è ben altra da quel che si cerca di rappresentare e che le risposte ai problemi da risolvere sono molto ma molto più complesse di quanto appaia dalle semplicistiche posizioni espresse nel dibattito che si è acceso al riguardo. Dibattito teso, ieri come oggi, più a far la conta dei favorevoli e dei contrari al nucleare, per fini squisitamente politici, che a comprendere se quel che si propone abbia un qualche minimo fondamento e, soprattutto, quali siano le condizioni per darvi concreto seguito. E’ mia opinione – e lo dico essendo stato tra i pochi che si batterono contro il referendum del 1987 e contro chi oggi ne parla a sproposito o se ne dice pentito (alla Chicco Testa per intenderci) – che il rientro nel nucleare non possa che realizzarsi in un’ottica di lungo periodo e non come concreta e ravvicinata possibilità di ridurre significativamente i costi dell’elettricità. Non illudiamoci. A parte il fatto che per riuscirvi bisognerebbe realizzare molte e non poche centrali, concorrono ad impedirlo, accanto a ragioni d’ordine sociale, in un paese che non riesce a realizzare una discarica, un rigassificatore, un termovalorizzatore, altre d’ordine economico. In sintesi: l’incompatibilità del nucleare con la logica di mercato che connota oggi i sistemi elettrici e che governa le decisioni degli investitori e finanziatori.
E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in molti casi in regimi non propriamente democratici) e appena 5 nei paesi industrializzati. Nessuna negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Canada, in Spagna. Negli Stati Uniti, l’ultimo kWh ordinato risale al 1978, mentre dal 1990 si sono costruite in quel paese centrali a metano per 220.000 MW.
Tra 1970 e 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7 per lo più nei paesi emergenti. I dati, nudi e crudi, sono questi. Venute meno le condizioni che in passato favorirono gli investitori (enormi aiuti di stato, assetti monopolistici che garantivano la domanda, prezzi che coprivano i costi remunerati), essi hanno volto le loro preferenze là dove i costi di capitale sono di gran lunga inferiori; dove rischi ed incertezze di mercato sono molto minori; dove i rientri degli investimenti sono molto più rapidi. Dove, in sostanza, la redditività è più certa e maggiore (in primis: metano) o dove addirittura è garantita (con i lauti sussidi alle mitiche quanto marginali rinnovabili).
Morale: le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati.
Conclusione: in passato erano gli Stati a decidere se investire o no nel nucleare, oggi è il mercato. Accapigliarsi su quanto costi il nucleare rispetto alle altre fonti – confronto per altro difficilissimo – ha poco senso. Quel che conta è, infatti, la valutazione di convenienza che ne fanno imprese e banche, che rischiano del loro denaro. Se ne sono convinte, è perché ritengono che il nucleare sia vincente nel gioco del mercato. Il ruolo degli Stati oggi è altro da quello del passato: è garantire certezza dei processi autorizzativi; definire standards e vincoli di sicurezza; predisporre organismi di vigilanza e di controllo altamente specializzati (in Italia sono stati sostanzialmente cancellati e vanno interamente ricostruiti); concorrere a individuare i siti delle centrali e quelli per smaltire le scorie (ed i modi con cui farlo); definire le politiche di regolazione. La decisione ultima resterà, comunque, degli investitori privati. Allo stato delle cose il loro interesse nella quasi generalità dei paesi industrializzati non va affatto palesandosi (Enel a parte), così che l’Agenzia di Parigi (un organismo associato all’OCSE e non un covo di anti-nuclearisti) stima, sulla base degli ordinativi in essere, solo una leggera crescita del nucleare nel mondo da qui al 2030, contro un raddoppio della complessiva produzione elettrica, con un conseguente calo della quota del nucleare di 6 punti al 9%.
Essere realistici, non significa tuttavia escludere che il nostro Paese debba e possa riprendere la via del nucleare, in un futuro non immediato ma da costruire, comunque, da subito. L’orizzonte internazionale è l’unica prospettiva entro cui farlo: puntando a recuperare e valorizzare il poco sapere rimasto; aggregandosi all’altrui impegno di ricerca; ripartendo, in buona sostanza, da zero: sul piano industriale, gestionale, istituzionale. Dire altrimenti, in modo strumentale e fazioso, è truccare le carte in tavola. Perché questa prospettiva si traduca in fatti è necessario disegnare una chiara e credibile strategia di lungo periodo che fissi gli obiettivi da raggiungere e in che tempi; definisca l’assetto delle responsabilità nel rapporto pubblico-privato; quantifichi le risorse finanziarie che si intendono impegnare nella ricerca e a carico di chi; chiarisca in anticipo le politiche di regolazione dei mercati tali da ridurre le incertezze per gli investitori senza gravare sui consumatori o sui contribuenti. In altri termini: senza che si adottino altri sussidi simili a quelli che vanno gonfiando le bollette elettriche per sostenere le fonti rinnovabili (quantificabili nel solo fotovoltaico in 10 miliardi di euro nei prossimi 12 anni): con rendite a beneficio di pochi privati e a carico dell’intera utenza (ad oggi circa 40 miliardi di euro).
Una strategia che richiede chiarezza di intenti, determinazione nel perseguirli, continuità d’azione, e, non ultimo, piena condivisione politica (dati i lunghissimi tempi del potenziale rientro, non meno di 15-20 anni), onde evitare altri “Stretti di Messina”: ovvero che quel che una parte politica avvia, l’altra smantella. Senza nessuna illusione, comunque, di poter rimediare in breve ai morsi sempre più dolorosi della crisi energetica e agli sciagurati errori di venti anni fa. Di illusioni, sprechi, fallimenti nel nucleare ne abbiamo già patiti troppi in passato per poterne sopportare di altri in futuro.
(© L’Arengo del Viaggiatore)
___________________________
*Alberto Clô è docente dei corsi di Economia Industriale ed Economia dei Servizi Pubblici presso l’Università degli studi di Bologna. E’ stato Mininstro dell’Industria e del Commercio Estero nel governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996). Ha pubblicato numerosi saggi in tema di economia industriale ed economia dell’energia, è direttore responsabile della rivista “Energia”, membro del comitato scientifico di riviste nazionali ed ha parteicpato a numerose commissioni di studio ministeriali.Tra le sue pubblicazioni “Economia e politica del petrolio” (Compositori, 2000), “Appunti di Economia Industriale” (Dupress, 2005) e “Il rebus Energetico” (Il Mulino, 2008).
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
giovedì 19 giugno 2008
Segnalazione: precarietà e incidenti sul lavoro. Il rapporto Nidil-CGIL
Dal sito www.sinistra-democratica.it
Precarietà e incidenti sul lavoro, due facce di una stessa medaglia
Il 5 giugno è stato presentato il terzo rapporto Nidil-Cgil in collaborazione con l’Ires e la facoltà di Scienza della comunicazione de La Sapienza. I dati riferiti ai lavoratori parasubordinati afferenti alla Gestione separata Inps nel 2007, tra uomini e donne in tutto 1.566.978, ci raccontano una situazione italiana che, al confronto con l’Europa, è un’anomalia.Se il numero dei lavoratori a rischio precarietà è diminuito, passando dalle 855.388 unità del 2006 alle 836.493 dell’anno scorso, non ne è conseguito un miglioramento della loro condizione economica. Per i collaboratori a progetto, infatti, i redditi passano, negli anni 2005-2006-2007, da 8.400 a 8.800 euro annui, incremento che però non basta a recuperare l’inflazione reale.Eppure l’inversione di tendenza, riguardo ai lavoratori a rischio precarietà, quei lavoratori, cioè, che sono in possesso di contratto atipico con reddito esclusivo proveniente dal lavoro subordinato, c’è stata. Il rapporto è chiaro in tal senso: questo risultato è stato possibile grazie “all’attenzione che il Ministero del Lavoro ha attribuito nel 2006-2007 alla lotta alla precarietà e alle false collaborazioni; l’aumento del contributo pensionistico di ben 5 punti percentuali rispetto al reddito, che ha reso meno conveniente per le aziende il ricorso alle collaborazioni; gli incentivi alla stabilizzazione, che hanno introdotto una legislazione premiante per le aziende che trasformano le collaborazioni in lavoro dipendente”.La fotografia scattata dal rapporto evidenzia come il lavoro parasubordinato è destinato in media ai “giovani” quarantenni, mentre i collaboratori hanno un’età media intorno ai 34 anni. Lo studio poi affronta quella che viene definita condizione di “intrappolamento” nel lavoro flessibile: 6 lavoratori su 10 rimangono nell’impiego atipico per due anni di seguito e oltre il 37% per l’intero triennio preso in esame.La segretaria generale della Nidil, Filomena Trizio, ha affermato che il rapporto “conferma quanto siano necessarie, per affrontare il tema della precarietà, politiche adeguate, che sappiano contrastare i fenomeni degenerativi basati su mere convenienze di costo del lavoro e tenere la flessibilità su livelli fisiologici. Da qui la necessità e la responsabilità per il nuovo governo di mantenere e rafforzare l’indirizzo intrapreso dal precedente governo”.Parole importanti che si spera siano ascoltate. Una speranza questa che, però, rischia di rimanere disattesa, basti pensare al clima di sostanziale stallo che sta caratterizzando la discussione sulla sicurezza sul lavoro, con Confindustria che si dichiara fermamente contraria al decreto Damiano e al Testo Unico, e col Ministro del lavoro che tarda ad agire. O ancora la volontà più volte declamata, del ministro del Welfare Sacconi di abolire la legge 188, quella pensata da Sinistra Democratica e approvata quasi all’unanimità dallo scorso Parlamento che combatte la piaga dei falsi licenziamenti (chi volesse può sottoscrivere la petizione in difesa di quella legge che si trova sul nostro sito).Precarietà del lavoro e sicurezza sul posto di lavoro sono due facce della stessa medaglia, due esiti di una concezione del lavoro ormai considerato come merce. Proiettati in epoche che pensavamo superate grazie all’impegno e alle lotte di tante lavoratrici e lavoratori, per uno strano scherzo del destino ci troviamo di nuovo al punto di partenza, con la messa in discussione di diritti che, ormai, davamo per scontati, sbagliando di grosso. Il livello di guardia deve restare alto, non c’è altro atteggiamento da tenere, visti gli ultimi avvenimenti. Un motivetto vecchio di anni e di sangue ci torna alla mente alla notizia che l’Ue ha approvato la direttiva che prevede la possibilità di aumentare le ore lavorative fino a 60 settimanali. Se otto ore vi sembran poche…Come non incastrare tutto in un macabro puzzle. Le tessere combaciano alla perfezione. Quindi il pensiero va alle stragi sul lavoro. A quella avvenuta alla dodicesima ora, durante gli straordinari. Alla più recente tragedia che fa riflettere, ancora una volta, sulla completa mancanza di una cultura della sicurezza, di un totale disinteresse per la fase della formazione dei lavoratori, unico modo per prevenire quegli errori fatali, commessi il più delle volte da lavoratori tenuti ostaggio dalla paura di perdere il posto. Si arriva, poi, alle finte collaborazioni che stanno trasformando i giovani precari in uno stuolo di vecchi. Il lavoro interinale che non permetterà mai una reale crescita del lavoratore, perché bisogna sempre ripartire da capo, e dal livello più basso.Primo Levi scriveva: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro, che purtroppo è privilegio di pochi, costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono”.
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Rapporto Nidil-Ires sui lavoratori precari.doc
Precarietà e incidenti sul lavoro, due facce di una stessa medaglia
Il 5 giugno è stato presentato il terzo rapporto Nidil-Cgil in collaborazione con l’Ires e la facoltà di Scienza della comunicazione de La Sapienza. I dati riferiti ai lavoratori parasubordinati afferenti alla Gestione separata Inps nel 2007, tra uomini e donne in tutto 1.566.978, ci raccontano una situazione italiana che, al confronto con l’Europa, è un’anomalia.Se il numero dei lavoratori a rischio precarietà è diminuito, passando dalle 855.388 unità del 2006 alle 836.493 dell’anno scorso, non ne è conseguito un miglioramento della loro condizione economica. Per i collaboratori a progetto, infatti, i redditi passano, negli anni 2005-2006-2007, da 8.400 a 8.800 euro annui, incremento che però non basta a recuperare l’inflazione reale.Eppure l’inversione di tendenza, riguardo ai lavoratori a rischio precarietà, quei lavoratori, cioè, che sono in possesso di contratto atipico con reddito esclusivo proveniente dal lavoro subordinato, c’è stata. Il rapporto è chiaro in tal senso: questo risultato è stato possibile grazie “all’attenzione che il Ministero del Lavoro ha attribuito nel 2006-2007 alla lotta alla precarietà e alle false collaborazioni; l’aumento del contributo pensionistico di ben 5 punti percentuali rispetto al reddito, che ha reso meno conveniente per le aziende il ricorso alle collaborazioni; gli incentivi alla stabilizzazione, che hanno introdotto una legislazione premiante per le aziende che trasformano le collaborazioni in lavoro dipendente”.La fotografia scattata dal rapporto evidenzia come il lavoro parasubordinato è destinato in media ai “giovani” quarantenni, mentre i collaboratori hanno un’età media intorno ai 34 anni. Lo studio poi affronta quella che viene definita condizione di “intrappolamento” nel lavoro flessibile: 6 lavoratori su 10 rimangono nell’impiego atipico per due anni di seguito e oltre il 37% per l’intero triennio preso in esame.La segretaria generale della Nidil, Filomena Trizio, ha affermato che il rapporto “conferma quanto siano necessarie, per affrontare il tema della precarietà, politiche adeguate, che sappiano contrastare i fenomeni degenerativi basati su mere convenienze di costo del lavoro e tenere la flessibilità su livelli fisiologici. Da qui la necessità e la responsabilità per il nuovo governo di mantenere e rafforzare l’indirizzo intrapreso dal precedente governo”.Parole importanti che si spera siano ascoltate. Una speranza questa che, però, rischia di rimanere disattesa, basti pensare al clima di sostanziale stallo che sta caratterizzando la discussione sulla sicurezza sul lavoro, con Confindustria che si dichiara fermamente contraria al decreto Damiano e al Testo Unico, e col Ministro del lavoro che tarda ad agire. O ancora la volontà più volte declamata, del ministro del Welfare Sacconi di abolire la legge 188, quella pensata da Sinistra Democratica e approvata quasi all’unanimità dallo scorso Parlamento che combatte la piaga dei falsi licenziamenti (chi volesse può sottoscrivere la petizione in difesa di quella legge che si trova sul nostro sito).Precarietà del lavoro e sicurezza sul posto di lavoro sono due facce della stessa medaglia, due esiti di una concezione del lavoro ormai considerato come merce. Proiettati in epoche che pensavamo superate grazie all’impegno e alle lotte di tante lavoratrici e lavoratori, per uno strano scherzo del destino ci troviamo di nuovo al punto di partenza, con la messa in discussione di diritti che, ormai, davamo per scontati, sbagliando di grosso. Il livello di guardia deve restare alto, non c’è altro atteggiamento da tenere, visti gli ultimi avvenimenti. Un motivetto vecchio di anni e di sangue ci torna alla mente alla notizia che l’Ue ha approvato la direttiva che prevede la possibilità di aumentare le ore lavorative fino a 60 settimanali. Se otto ore vi sembran poche…Come non incastrare tutto in un macabro puzzle. Le tessere combaciano alla perfezione. Quindi il pensiero va alle stragi sul lavoro. A quella avvenuta alla dodicesima ora, durante gli straordinari. Alla più recente tragedia che fa riflettere, ancora una volta, sulla completa mancanza di una cultura della sicurezza, di un totale disinteresse per la fase della formazione dei lavoratori, unico modo per prevenire quegli errori fatali, commessi il più delle volte da lavoratori tenuti ostaggio dalla paura di perdere il posto. Si arriva, poi, alle finte collaborazioni che stanno trasformando i giovani precari in uno stuolo di vecchi. Il lavoro interinale che non permetterà mai una reale crescita del lavoratore, perché bisogna sempre ripartire da capo, e dal livello più basso.Primo Levi scriveva: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro, che purtroppo è privilegio di pochi, costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono”.
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Rapporto Nidil-Ires sui lavoratori precari.doc
martedì 17 giugno 2008
Pescati nella Rete: idee per lo sviluppo
Dal sito www.sinistra-democratica.it
di Stefano Sylos Labini
Idee per lo sviluppo
Spesso i grandi cambiamenti si sono verificati in seguito ad eventi catastrofici come è accaduto dopo le due guerre mondiali e la grande crisi del 1929. Anche la caduta del comunismo all’inizio degli anni ’90 ha spalancato le porte ad imponenti processi di privatizzazione e di deregolamentazione che hanno contrassegnato l’evoluzione dell’economia mondiale negli ultimi quindici anni. Oggi si stanno delineando nuovi scenari che stanno mettendo in crisi il modello di sviluppo dominante e che vanno ricondotti in primo luogo alla comparsa di nuove aree produttive in cui vivono più di due miliardi di persone. Così, la tensione per la richiesta di energia e di generi alimentari, che viene amplificata dalla speculazione finanziaria, sta mettendo a rischio il già precario livello di vita delle fasce sociali più deboli del pianeta, mentre sono sempre più preoccupanti gli effetti dell’attività umana sull’ambiente e sul clima globale. Sia l’uomo della strada che gli imprenditori e i politici stanno diventando più consapevoli che se non si metteranno in atto misure per cambiare i modelli di produzione e di consumo e se non ci sarà una più equa distribuzione della ricchezza la nostra economia e la nostra società saranno oggetto di un pesante impoverimento e di un peggioramento delle condizioni di convivenza civile. Molti ormai sono convinti che accanto alla libera iniziativa privata ci debba essere un incisivo intervento dello Stato il quale deve orientare e guidare il processo di sviluppo. Non si tratta di spingere l’espansione della burocrazia e dell’apparato statale che ha perso di credibilità e si è spesso rivelato inefficiente e corrotto. Il compito dello Stato è invece quello di canalizzare le risorse finanziarie verso i settori strategici dell’economia come l’energia e l’agricoltura, l’istruzione e le infrastrutture, ed impegnarsi per potenziare gli investimenti e l’innovazione nelle fonti rinnovabili, nell’efficienza energetica, nei mezzi di trasporto ecologici, negli impianti per la selezione, il trattamento e il riciclaggio dei rifiuti. Nel contempo, lo Stato può intervenire attraverso una politica di regolamentazione per vietare i prodotti e i comportamenti che entrano in conflitto con i beni comuni, come la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dell’ambiente. Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto al Partito Democratico. Quest’ultimo, dopo aver effettuato delle privatizzazioni aberranti come Telecom e Autostrade, si è inchinato all’ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell’energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Dunque, le forze di sinistra non solo devono difendere i diritti dei lavoratori ed i redditi delle fasce sociali più deboli oltre ad impegnarsi nella salvaguardia dell’ambiente e del territorio, ma hanno anche il compito di proporre un progetto di sviluppo su cui attirare il consenso della maggioranza della popolazione, un progetto che sia fattibile e conveniente da un punto di vista economico e industriale. Gli obiettivi sono quelli di rilanciare gli investimenti sia pubblici che privati per modernizzare il sistema di produzione e le infrastrutture, di ridurre il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese e di promuovere una politica volta a contrastare gli sprechi di risorse, materiali ed energia che in certi settori come quello dei trasporti e dei consumi di massa raggiungono livelli altissimi. Per quanto riguarda gli investimenti, considerando le ristrettezze del bilancio pubblico, sarà necessario coinvolgere le banche in un nuovo patto sociale insieme ai sindacati e alle imprese per il finanziamento degli investimenti privati e spingere le grandi società energetiche ancora sotto il controllo dello Stato come ENI ed ENEL ad aumentare in modo consistente le spese in ricerca e sviluppo e gli investimenti nelle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Nel contempo, occorrerà spendere al meglio i cospicui finanziamenti europei e nazionali per il Mezzogiorno ed agire a livello europeo per riformare la Politica Agricola Comune e per lanciare dei titoli obbligazionari sulla traccia del Piano Delors. In conclusione, bisogna creare una rete in cui siano coinvolte tutte le associazioni e i movimenti che operano sul territorio e nella società civile, gli attori istituzionali e i raggruppamenti politici che si possono riconoscere in una piattaforma programmatica volta a coniugare equità, sviluppo e difesa dell’ambiente. La rete deve dotarsi di un centro di coordinamento unitario per aggregare le componenti sulle varie iniziative. Bisognerà impegnarsi per mobilitare: 1. le fasce sociali più deboli; 2. le forze finanziarie e imprenditoriali più illuminate; 3. i settori della pubblica amministrazione, come quello degli insegnanti, che avranno un ruolo strategico nella formazione delle nuove leve. L’obiettivo è quello di costruire una nuova forza politica che possa presentarsi alle elezioni europee del 2009 con una struttura organizzativa solida, una chiara strategia ed obiettivi realistici.
di Stefano Sylos Labini
Idee per lo sviluppo
Spesso i grandi cambiamenti si sono verificati in seguito ad eventi catastrofici come è accaduto dopo le due guerre mondiali e la grande crisi del 1929. Anche la caduta del comunismo all’inizio degli anni ’90 ha spalancato le porte ad imponenti processi di privatizzazione e di deregolamentazione che hanno contrassegnato l’evoluzione dell’economia mondiale negli ultimi quindici anni. Oggi si stanno delineando nuovi scenari che stanno mettendo in crisi il modello di sviluppo dominante e che vanno ricondotti in primo luogo alla comparsa di nuove aree produttive in cui vivono più di due miliardi di persone. Così, la tensione per la richiesta di energia e di generi alimentari, che viene amplificata dalla speculazione finanziaria, sta mettendo a rischio il già precario livello di vita delle fasce sociali più deboli del pianeta, mentre sono sempre più preoccupanti gli effetti dell’attività umana sull’ambiente e sul clima globale. Sia l’uomo della strada che gli imprenditori e i politici stanno diventando più consapevoli che se non si metteranno in atto misure per cambiare i modelli di produzione e di consumo e se non ci sarà una più equa distribuzione della ricchezza la nostra economia e la nostra società saranno oggetto di un pesante impoverimento e di un peggioramento delle condizioni di convivenza civile. Molti ormai sono convinti che accanto alla libera iniziativa privata ci debba essere un incisivo intervento dello Stato il quale deve orientare e guidare il processo di sviluppo. Non si tratta di spingere l’espansione della burocrazia e dell’apparato statale che ha perso di credibilità e si è spesso rivelato inefficiente e corrotto. Il compito dello Stato è invece quello di canalizzare le risorse finanziarie verso i settori strategici dell’economia come l’energia e l’agricoltura, l’istruzione e le infrastrutture, ed impegnarsi per potenziare gli investimenti e l’innovazione nelle fonti rinnovabili, nell’efficienza energetica, nei mezzi di trasporto ecologici, negli impianti per la selezione, il trattamento e il riciclaggio dei rifiuti. Nel contempo, lo Stato può intervenire attraverso una politica di regolamentazione per vietare i prodotti e i comportamenti che entrano in conflitto con i beni comuni, come la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dell’ambiente. Bisogna dire che per alcuni versi il centrodestra ha presentato dei piani di intervento ben più diretti, anche se non condivisibili, rispetto al Partito Democratico. Quest’ultimo, dopo aver effettuato delle privatizzazioni aberranti come Telecom e Autostrade, si è inchinato all’ideologia della concorrenza e delle liberalizzazioni senza capire che in diversi settori come quello energetico, bancario, assicurativo, vi è il dominio di pochi produttori che controllano e si spartiscono il mercato. Il centrodestra sta invece proponendo degli interventi estremamente centralizzati come il rilancio dell’energia nucleare e la costruzione del Ponte di Messina che, se da un lato sono più in linea con una politica di programmazione dello sviluppo quale deve essere una politica di sinistra, non sono però condivisibili poiché si tratta di scelte molto costose, impraticabili, con tempi lunghi e dai ritorni incerti. Dunque, le forze di sinistra non solo devono difendere i diritti dei lavoratori ed i redditi delle fasce sociali più deboli oltre ad impegnarsi nella salvaguardia dell’ambiente e del territorio, ma hanno anche il compito di proporre un progetto di sviluppo su cui attirare il consenso della maggioranza della popolazione, un progetto che sia fattibile e conveniente da un punto di vista economico e industriale. Gli obiettivi sono quelli di rilanciare gli investimenti sia pubblici che privati per modernizzare il sistema di produzione e le infrastrutture, di ridurre il divario tra il Mezzogiorno e il resto del Paese e di promuovere una politica volta a contrastare gli sprechi di risorse, materiali ed energia che in certi settori come quello dei trasporti e dei consumi di massa raggiungono livelli altissimi. Per quanto riguarda gli investimenti, considerando le ristrettezze del bilancio pubblico, sarà necessario coinvolgere le banche in un nuovo patto sociale insieme ai sindacati e alle imprese per il finanziamento degli investimenti privati e spingere le grandi società energetiche ancora sotto il controllo dello Stato come ENI ed ENEL ad aumentare in modo consistente le spese in ricerca e sviluppo e gli investimenti nelle fonti rinnovabili sul territorio nazionale. Nel contempo, occorrerà spendere al meglio i cospicui finanziamenti europei e nazionali per il Mezzogiorno ed agire a livello europeo per riformare la Politica Agricola Comune e per lanciare dei titoli obbligazionari sulla traccia del Piano Delors. In conclusione, bisogna creare una rete in cui siano coinvolte tutte le associazioni e i movimenti che operano sul territorio e nella società civile, gli attori istituzionali e i raggruppamenti politici che si possono riconoscere in una piattaforma programmatica volta a coniugare equità, sviluppo e difesa dell’ambiente. La rete deve dotarsi di un centro di coordinamento unitario per aggregare le componenti sulle varie iniziative. Bisognerà impegnarsi per mobilitare: 1. le fasce sociali più deboli; 2. le forze finanziarie e imprenditoriali più illuminate; 3. i settori della pubblica amministrazione, come quello degli insegnanti, che avranno un ruolo strategico nella formazione delle nuove leve. L’obiettivo è quello di costruire una nuova forza politica che possa presentarsi alle elezioni europee del 2009 con una struttura organizzativa solida, una chiara strategia ed obiettivi realistici.
Pescati nella Rete: Fabrizio Cicchitto
dal sito www.lastampa.it
16/6/2008
Il fascino discreto di Gramsci
FABRIZIO CICCHITTO
Gentile direttore, la singolarità della figura di Gramsci sta nel fatto che per un verso essa è tutta collocata nella storia del Pcd’I degli anni Venti e Trenta, che per altro verso ha sviluppato una elaborazione culturale utilizzata da Togliatti e dal Pci dagli anni Quaranta agli anni Settanta, e che un aspetto della sua riflessione, con i dovuti cambiamenti, può essere tuttora utilizzata da qualunque forza politica, quindi, come ha scritto Lucia Annunziata, paradossalmente anche dal centro-destra.Il nocciolo duro dei Quaderni dal carcere è costituito dalla riflessione sulle ragioni della sconfitta del leninismo, inteso come rottura rivoluzionaria, nell'Occidente. Gramsci ha rintracciato queste ragioni innanzitutto nell'esistenza nell'Occidente di una robusta società civile che non consentiva le scorciatoie trovate da Lenin e da Trockij («la rivolta contro il capitale», appunto) nella Russia zarista. Allora nei Quaderni si è posto il problema di quale doveva essere la strategia del movimento comunista nell'Occidente e l'ha identificata in quella che è stata chiamata la conquista dell'egemonia: in una società dominata sul terreno delle forze produttive dal capitalismo e sul terreno politico da conservatori, moderati e riformisti, l'obiettivo dei comunisti deve essere quello della graduale conquista del «cervello» di quella società, cioè delle sue casematte ideologico-culturali: la scuola, le case editrici, le redazioni dei giornali, la magistratura, l'elaborazione culturale e l'organizzazione della cultura in quanto tali. Partendo da tale lavorio nel profondo e sfruttando le eventuali crisi organiche di un determinato sistema economico-sociale-politico di stampo capitalista e moderato, un partito comunista dell'Occidente sarebbe potuto risalire alla conquista del totale potere politico.La nozione gramsciana di egemonia, presa nella sua organicità, è caratterizzata da un totalitarismo sottile e sofisticato, diverso da quello rozzo e criminale dello stalinismo, ma comunque pervasivo e pericoloso. Togliatti ebbe la genialità di depurare il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi ereticali rispetto allo stalinismo e si pose l'obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l'esercizio dell'egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci è stato di una bravura straordinaria anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno.L'importanza di questa operazione si è vista in una fase di crisi organica del sistema, dal 1989 al 1994, quando in seguito al crollo del muro di Berlino e all'adesione dell'Italia al trattato di Mastricht sono venuti meno alcuni dei fondamenti della Prima Repubblica, dall'assenza della concorrenza sul piano economico alla dialettica comunismo-anticomunismo sul piano politico. A quel punto la forza più attrezzata sul terreno del controllo delle casematte ideologico-culturali (giornali e magistratura), cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi-militari per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto con Tangentopoli. Subito dopo, però, questa forza è stata messa in questione da chi, come Berlusconi - non per un disegno politico precostituito, ma anzi per via imprenditoriale - si era dotato di un mezzo, la presenza sul terreno della televisione privata, che, almeno nella fase iniziale, si è rivelato in grado di contestare il peso e il ruolo esercitato appunto da alcune delle «casematte tradizionali» (in primo luogo la carta stampata e la magistratura fortemente collegate). A ciò si sono aggiunti un nuovo modo di fare politica e la demistificazione dell'egemonia culturale della sinistra attraverso la valorizzazione di autori e culture cattoliche e liberalsocialiste fino ad allora emarginate e neglette.Allora, a mio avviso, un «pezzo» dell'elaborazione gramsciana ha tuttora una sua modernità, a condizione che la si sottoponga a una duplice operazione culturale: quella di considerare Antonio Gramsci nel suo contesto storico e nella sua organica collocazione nella storia comunista e quella di relativizzare e storicizzare la nozione di egemonia che, presa nella sua globalità, ha una organica valenza totalitaria. Invece, se utilizziamo una nozione relativizzata di egemonia ridimensionandola al ruolo di strumento di quella «battaglia delle idee» che è uno degli elementi della lotta politica (relativismo che non è in Gramsci), allora parliamo di una categoria che ha tuttora una sua validità e funzione e che ogni schieramento politico deve essere in grado di esercitare al di fuori di ogni pretesa totalizzante. Nel passato il fatto di non essersi posto il problema della battaglia culturale è stato un punto debole della Dc. Su questo terreno, oggi, il centro-destra ha comportamenti contradditori ma delle carte da giocare, mentre la sinistra sta perdendo colpi per la crisi devastante della sua cultura: essa si difende per la permanente potenza della sua organizzazione culturale e della conseguente gestione del potere che finora è servita ad attutire gli effetti della disintegrazione del suo messaggio globale.Presidente del Gruppo parlamentare del Popolo della Libertà alla Camera
16/6/2008
Il fascino discreto di Gramsci
FABRIZIO CICCHITTO
Gentile direttore, la singolarità della figura di Gramsci sta nel fatto che per un verso essa è tutta collocata nella storia del Pcd’I degli anni Venti e Trenta, che per altro verso ha sviluppato una elaborazione culturale utilizzata da Togliatti e dal Pci dagli anni Quaranta agli anni Settanta, e che un aspetto della sua riflessione, con i dovuti cambiamenti, può essere tuttora utilizzata da qualunque forza politica, quindi, come ha scritto Lucia Annunziata, paradossalmente anche dal centro-destra.Il nocciolo duro dei Quaderni dal carcere è costituito dalla riflessione sulle ragioni della sconfitta del leninismo, inteso come rottura rivoluzionaria, nell'Occidente. Gramsci ha rintracciato queste ragioni innanzitutto nell'esistenza nell'Occidente di una robusta società civile che non consentiva le scorciatoie trovate da Lenin e da Trockij («la rivolta contro il capitale», appunto) nella Russia zarista. Allora nei Quaderni si è posto il problema di quale doveva essere la strategia del movimento comunista nell'Occidente e l'ha identificata in quella che è stata chiamata la conquista dell'egemonia: in una società dominata sul terreno delle forze produttive dal capitalismo e sul terreno politico da conservatori, moderati e riformisti, l'obiettivo dei comunisti deve essere quello della graduale conquista del «cervello» di quella società, cioè delle sue casematte ideologico-culturali: la scuola, le case editrici, le redazioni dei giornali, la magistratura, l'elaborazione culturale e l'organizzazione della cultura in quanto tali. Partendo da tale lavorio nel profondo e sfruttando le eventuali crisi organiche di un determinato sistema economico-sociale-politico di stampo capitalista e moderato, un partito comunista dell'Occidente sarebbe potuto risalire alla conquista del totale potere politico.La nozione gramsciana di egemonia, presa nella sua organicità, è caratterizzata da un totalitarismo sottile e sofisticato, diverso da quello rozzo e criminale dello stalinismo, ma comunque pervasivo e pericoloso. Togliatti ebbe la genialità di depurare il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi ereticali rispetto allo stalinismo e si pose l'obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l'esercizio dell'egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci è stato di una bravura straordinaria anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno.L'importanza di questa operazione si è vista in una fase di crisi organica del sistema, dal 1989 al 1994, quando in seguito al crollo del muro di Berlino e all'adesione dell'Italia al trattato di Mastricht sono venuti meno alcuni dei fondamenti della Prima Repubblica, dall'assenza della concorrenza sul piano economico alla dialettica comunismo-anticomunismo sul piano politico. A quel punto la forza più attrezzata sul terreno del controllo delle casematte ideologico-culturali (giornali e magistratura), cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi-militari per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto con Tangentopoli. Subito dopo, però, questa forza è stata messa in questione da chi, come Berlusconi - non per un disegno politico precostituito, ma anzi per via imprenditoriale - si era dotato di un mezzo, la presenza sul terreno della televisione privata, che, almeno nella fase iniziale, si è rivelato in grado di contestare il peso e il ruolo esercitato appunto da alcune delle «casematte tradizionali» (in primo luogo la carta stampata e la magistratura fortemente collegate). A ciò si sono aggiunti un nuovo modo di fare politica e la demistificazione dell'egemonia culturale della sinistra attraverso la valorizzazione di autori e culture cattoliche e liberalsocialiste fino ad allora emarginate e neglette.Allora, a mio avviso, un «pezzo» dell'elaborazione gramsciana ha tuttora una sua modernità, a condizione che la si sottoponga a una duplice operazione culturale: quella di considerare Antonio Gramsci nel suo contesto storico e nella sua organica collocazione nella storia comunista e quella di relativizzare e storicizzare la nozione di egemonia che, presa nella sua globalità, ha una organica valenza totalitaria. Invece, se utilizziamo una nozione relativizzata di egemonia ridimensionandola al ruolo di strumento di quella «battaglia delle idee» che è uno degli elementi della lotta politica (relativismo che non è in Gramsci), allora parliamo di una categoria che ha tuttora una sua validità e funzione e che ogni schieramento politico deve essere in grado di esercitare al di fuori di ogni pretesa totalizzante. Nel passato il fatto di non essersi posto il problema della battaglia culturale è stato un punto debole della Dc. Su questo terreno, oggi, il centro-destra ha comportamenti contradditori ma delle carte da giocare, mentre la sinistra sta perdendo colpi per la crisi devastante della sua cultura: essa si difende per la permanente potenza della sua organizzazione culturale e della conseguente gestione del potere che finora è servita ad attutire gli effetti della disintegrazione del suo messaggio globale.Presidente del Gruppo parlamentare del Popolo della Libertà alla Camera
lunedì 16 giugno 2008
Pescati nella Rete: Michele Prospero
Dal sito ww.sinistra-democratica.it
Una nuova cultura politica, una prontezza organizzativa
Dopo una sconfitta così bruciante come quella di aprile occorre davvero una sinistra radicale, cioè capace di porsi le domande che penetrino fino alla radici e di rintracciare i nudi fondamenti delle questioni cruciali senza inutili infingimenti. E’ evidente il quadro di partenza. Un Pd in difficoltà in cui abitano anime diverse, una leadership fiaccata e senza una strategia politica consapevole delle scadenze del medio periodo. La sua navigazione è incerta (all’insegna di un moscio governo ombra in salsa neoconsociativa) e precaria sembra una sua stabilizzazione come partito, non come mero cartello elettorale, peraltro eroso dalla debacle elettorale e esposto persino al vento delle devastanti scissioni. E inoltre (e fuori del parlamento) una sinistra residuale che al momento vive più come stato d’animo diffuso che come soggetto politico. Se ancora per molto si continuerà a non dare sbocchi politici organizzativi convincenti ad una domanda di sinistra rimasta inevasa dopo la nascita del Pd, il rischio più concreto è la completa polverizzazione di ogni cultura critica. In fasi come questa, cultura e organizzazione sono profondamente intrecciate. Occorre un pensiero politico che scavi oltre la superficie (e quindi al di là di domande fasulle che appartengono ad un’altra fase storica, e pertanto palesemente fuorvianti) e una prontezza organizzativa che consenta al movimento di uscire dalla sua provvisorietà. Analisi cruda e iniziativa curiosa nel territorio alla ricerca di nuovi quadri politici sono congiunti se non si vuole diffondere la sensazione sgradevole di girare a vuoto in attesa di chissà quali eventi favorevoli capaci di ridare un po’ di fiato.Da dove ripartire per sfidare, per quanto possibile e con il necessario realismo, gli eventi con l’intenzione di aprire una prospettiva politica nuova? Marx diceva che “la politica è studio. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare!”. Se una sinistra avrà la forza di rinascere (e la cosa è tutt’altro che scontata) non potrà anzitutto che proporsi come una cultura politica vivente in grado di ridare un senso all’agire collettivo dopo la catastrofe. L’irreparabile degrado della politica ridotta a casta, a pratiche spicciole di potere è ben visibile da ultimo nelle tristi vicende di Genova. Le esperienze amministrative condotte in questi anni di post-politica, a sud in maniera ancora più degradante, rivelano il crollo valoriale della politica. Affari, compromessi opachi, carriere blindate e niente passione civile, nessuna cura nel diffondere responsabilità e nel costruire nuove classi dirigenti. Non è una pura questione morale: questo tipo di politica che definisce blocchi di potere privati non può essere riformata, occorre la forza per imporre una diversa pratica della politica. Non basta a definire la sinistra, ma la politica come militanza disinteressata è, nelle condizioni di assoluto degrado del vivere civile, una risorsa preliminare senza la quale non si riparte (e trovare in giro energie da mobilitare in tale direzione non sarà affatto agevole). Solo investendo con estrema coerenza su questo senso ormai fin troppo residuale della politica come cultura civile è possibile provare a riannodare legami con quel che è rimasto (neppure questo è scontato) di disinteressato e curioso nella società. Se non si coglie nella sconfitta elettorale anche il segno della catastrofe di una politica ridotta a economia e a occasione di scalata sociale, allora non si farà alcun passo concreto per riproporre con credibilità la questione della sinistra oggi. Non si può predicare una nuova politica senza nel contempo impostare una battaglia visibile per la disincentivazione economica delle cariche elettive, la cui conquista è spesso l’unico motivo delle aspre contese all’interno dei partiti. Più soldi alla politica come analisi e partecipazione meno ai politici come ceto di professione è forse il requisito di una risposta non qualunquistica al tema dei costi della casta. Il fatto è che la remunerazione sin troppo abnorme delle cariche elettive rende il politico un ceto economicamente privilegiato le cui fortune esagerate cancellano ogni significato alla capacità di rappresentanza, come si evince dalla lettera degli operai di Melfi. La battaglia contro un sistema viziato dalla corruzione intellettuale che induce all’omologazione in un ceto politico autoreferenziale è il primo tassello di una ripresa democratica. Non è un caso che più la politica stringe legami con l’economia, la finanza, i facili guadagni e più essa decade nella sua capacità di esprimere classi dirigenti di elevata qualità (una tale politica degenerata ha bisogno di clienti, non di militanti, di conformisti non di competenza). Su questo immenso deserto ha potuto vincere l’antipolitica e ha potuto maturare l’eutanasia di una grande forza della sinistra. L’Italia reale è diventata così degradata nella sua struttura civile che la politica è essa stessa parte di un collasso più generale e non ha risorse per indicare prospettive diverse. Accade perciò che una situazione politica assai delicata, una sorta di passaggio dal berlusconismo movimento al berlusconismo regime, venga affrontata dalla “opposizione” parlamentare con le mitiche etichette di Westminster che prevedono governo ombra e fair play istituzionale ma non escludono battaglie rigorose e intransigenti. E’ chiaro che i segnali di regressione democratica si moltiplicano proprio mentre dall’opposizione parlamentare proviene un inconfondibile segnale di sciogliete le righe. Si sta passando ad un regime opaco nella completa sensazione di impotenza, di resa alla forza degli eventi, di pigrizia dinanzi alle esigenze di una lettura critica del processo. Dalla ipotesi di “scuola” avanzata da Berlusconi dopo il voto per le dimissioni del capo dello Stato, al ricorso (poi ricusato) allo strumento del decreto per materie come le intercettazioni che prevedevano pene e toccavano garanzie, è evidente che la cultura delle regole non esiste nella destra. Quando poi cantanti e uomini della cultura di massa si affrettano a consegnare attestati di modernità a Berlusconi e il papa dichiara la sua “gioia” per il nuovo clima politico, lo sfaldamento etico-politico in corso assume proporzioni di guardia. Si sta realizzando a tappe accelerate l’ingresso in una democrazia opaca in cui certo si vota ancora (con una legge incostituzionale che dà un premio di maggioranza del 55 per cento quale che sia l’entità dei voti raccolti , e quindi risolve in origine l’enigma della governabilità, e poi però aggiunge un ulteriore elemento selettivo come quello dello sbarramento) ma i valori della costituzione (quali sono i valori se le cariche istituzionali indicano in Almirante uno dei padri della patria?) e gli organi di garanzia sono di fatto svuotati. Plebi che osannano il capo, campioni della gangster economy intrecciata così in profondità con la new economy, lavoro autonomo e del commercio, piccola impresa diffusa definiscono il blocco sociale granitico di questa destra pronta a tramutarsi in silenzioso regime. Agli egoismi sociali più sfrenati, alle idiosincrasie primitive contro il fisco, la destra aggiunge una copertura etica concessa dalla chiesa dei tempi nuovi (anzi antichi) e dalla rivolta contro lo straniero, il clandestino, il rom, il nomade. Il fatto è che la sinistra che con giusta coerenza si batte per i diritti civili elementari o contro ogni diritto penale a base etnica viene percepita oggi come estranea proprio dai ceti popolari che hanno introiettato il senso comune della insicurezza come minaccia prioritaria. Il problema non è affatto quello di diminuire la doverosa sensibilità per i diritti individuali violati, come suggeriscono inopinatamente i tanti sindaci sceriffi, ma quello di tornare ad essere una potenza sociale reale che nel territorio costruisce una cultura civile e inaugura battaglie concrete per i diritti. Solo se la sinistra ricostruisce le forze materiali di una potenza sociale che conquista spazi di vita (nell’Europa che in nome della sacralità del contratto individuale propone di allungare il tempo di lavoro a 60 ore settimanali!) può difendere anche i diritti nuovi e antichi delle persone. La xenofobia può essere sconfitta solo se la sinistra radica nei ceti popolari culture nuove capaci di smascherare l’operazione della destra che trasforma le battaglie per i diritti materiali indispensabili in caccia alle streghe in nome di una identità etico-religiosa violata. La sicurezza può tornare ad essere semplicemente uno dei problemi da risolvere e non il solo problema-incubo soltanto quando la sinistra avrà la forza per colpire tutte le insicurezze del tempo postmoderno (nel lavoro, nella cura, nella professione, nella casa, nella città). Invece di sterili questioni e di schematismi astratti, la sinistra dovrebbe trovare le coordinate culturali per dare organizzazione (e quindi sbocco politico) ai disagi dei tempi postmoderni. Tutte le categorie della politica vanno modulate attorno agli specifici malesseri sociali espressi da questo specifico tempo storico che produce nuove esclusioni e permanenti marginalità senza possibilità alcuna di confidare in uno spazio pubblico. Nessun ricordo suggerito dall’ideologia, ma la fotografia realistica di ciò che oggi esiste nell’ipercapitalismo dovrebbe indurre a porre di nuovo al centro dell’agenda il disagio del corpo che lavora e vive nell’insicurezza dopo il declino del salario e il riflusso di ogni politica pubblica efficace. Generazioni intere di flessibili a tempo indeterminato, di lavoratori che a 50 anni già riempiono le lunghe liste di mobilità, di lavoratori cognitivi che non trovano alcun riconoscimento del merito, di persone che guadagnano quanto basta per pagare l’affitto o il mutuo, non aspettano che nel laboratorio annebbiato di una sinistra smarrita qualcuno riproponga, a tempo ormai scaduto, una sintesi di socialismo europeo e di comunismo italiano. Il problema non è questo, la sinistra (in Italia e in Europa, nelle sue versioni radicali e riformiste) deve tornare più semplicemente ad essere quel movimento reale che contrasta le potenze reali dominanti e conquista sul campo del conflitto sociale e politico i diritti essenziali per la persona che lavora. Tutto il resto è solo chiacchiera, archeologia che non servirà alla sinistra (radicale o riformista) per risollevarsi. Oggi non esiste maggiore prova di un sobrio realismo politico di quella che riannoda gli interessi del lavoro, del cervello sociale diffuso nella società della conoscenza, come sostrato di una nuova cittadinanza.
*professore di Filosofia del Diritto e di scienza politica presso la facoltà di Scienze della comunicazione della `Sapienza`del Comitato Promotore di Sd
Una nuova cultura politica, una prontezza organizzativa
Dopo una sconfitta così bruciante come quella di aprile occorre davvero una sinistra radicale, cioè capace di porsi le domande che penetrino fino alla radici e di rintracciare i nudi fondamenti delle questioni cruciali senza inutili infingimenti. E’ evidente il quadro di partenza. Un Pd in difficoltà in cui abitano anime diverse, una leadership fiaccata e senza una strategia politica consapevole delle scadenze del medio periodo. La sua navigazione è incerta (all’insegna di un moscio governo ombra in salsa neoconsociativa) e precaria sembra una sua stabilizzazione come partito, non come mero cartello elettorale, peraltro eroso dalla debacle elettorale e esposto persino al vento delle devastanti scissioni. E inoltre (e fuori del parlamento) una sinistra residuale che al momento vive più come stato d’animo diffuso che come soggetto politico. Se ancora per molto si continuerà a non dare sbocchi politici organizzativi convincenti ad una domanda di sinistra rimasta inevasa dopo la nascita del Pd, il rischio più concreto è la completa polverizzazione di ogni cultura critica. In fasi come questa, cultura e organizzazione sono profondamente intrecciate. Occorre un pensiero politico che scavi oltre la superficie (e quindi al di là di domande fasulle che appartengono ad un’altra fase storica, e pertanto palesemente fuorvianti) e una prontezza organizzativa che consenta al movimento di uscire dalla sua provvisorietà. Analisi cruda e iniziativa curiosa nel territorio alla ricerca di nuovi quadri politici sono congiunti se non si vuole diffondere la sensazione sgradevole di girare a vuoto in attesa di chissà quali eventi favorevoli capaci di ridare un po’ di fiato.Da dove ripartire per sfidare, per quanto possibile e con il necessario realismo, gli eventi con l’intenzione di aprire una prospettiva politica nuova? Marx diceva che “la politica è studio. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare!”. Se una sinistra avrà la forza di rinascere (e la cosa è tutt’altro che scontata) non potrà anzitutto che proporsi come una cultura politica vivente in grado di ridare un senso all’agire collettivo dopo la catastrofe. L’irreparabile degrado della politica ridotta a casta, a pratiche spicciole di potere è ben visibile da ultimo nelle tristi vicende di Genova. Le esperienze amministrative condotte in questi anni di post-politica, a sud in maniera ancora più degradante, rivelano il crollo valoriale della politica. Affari, compromessi opachi, carriere blindate e niente passione civile, nessuna cura nel diffondere responsabilità e nel costruire nuove classi dirigenti. Non è una pura questione morale: questo tipo di politica che definisce blocchi di potere privati non può essere riformata, occorre la forza per imporre una diversa pratica della politica. Non basta a definire la sinistra, ma la politica come militanza disinteressata è, nelle condizioni di assoluto degrado del vivere civile, una risorsa preliminare senza la quale non si riparte (e trovare in giro energie da mobilitare in tale direzione non sarà affatto agevole). Solo investendo con estrema coerenza su questo senso ormai fin troppo residuale della politica come cultura civile è possibile provare a riannodare legami con quel che è rimasto (neppure questo è scontato) di disinteressato e curioso nella società. Se non si coglie nella sconfitta elettorale anche il segno della catastrofe di una politica ridotta a economia e a occasione di scalata sociale, allora non si farà alcun passo concreto per riproporre con credibilità la questione della sinistra oggi. Non si può predicare una nuova politica senza nel contempo impostare una battaglia visibile per la disincentivazione economica delle cariche elettive, la cui conquista è spesso l’unico motivo delle aspre contese all’interno dei partiti. Più soldi alla politica come analisi e partecipazione meno ai politici come ceto di professione è forse il requisito di una risposta non qualunquistica al tema dei costi della casta. Il fatto è che la remunerazione sin troppo abnorme delle cariche elettive rende il politico un ceto economicamente privilegiato le cui fortune esagerate cancellano ogni significato alla capacità di rappresentanza, come si evince dalla lettera degli operai di Melfi. La battaglia contro un sistema viziato dalla corruzione intellettuale che induce all’omologazione in un ceto politico autoreferenziale è il primo tassello di una ripresa democratica. Non è un caso che più la politica stringe legami con l’economia, la finanza, i facili guadagni e più essa decade nella sua capacità di esprimere classi dirigenti di elevata qualità (una tale politica degenerata ha bisogno di clienti, non di militanti, di conformisti non di competenza). Su questo immenso deserto ha potuto vincere l’antipolitica e ha potuto maturare l’eutanasia di una grande forza della sinistra. L’Italia reale è diventata così degradata nella sua struttura civile che la politica è essa stessa parte di un collasso più generale e non ha risorse per indicare prospettive diverse. Accade perciò che una situazione politica assai delicata, una sorta di passaggio dal berlusconismo movimento al berlusconismo regime, venga affrontata dalla “opposizione” parlamentare con le mitiche etichette di Westminster che prevedono governo ombra e fair play istituzionale ma non escludono battaglie rigorose e intransigenti. E’ chiaro che i segnali di regressione democratica si moltiplicano proprio mentre dall’opposizione parlamentare proviene un inconfondibile segnale di sciogliete le righe. Si sta passando ad un regime opaco nella completa sensazione di impotenza, di resa alla forza degli eventi, di pigrizia dinanzi alle esigenze di una lettura critica del processo. Dalla ipotesi di “scuola” avanzata da Berlusconi dopo il voto per le dimissioni del capo dello Stato, al ricorso (poi ricusato) allo strumento del decreto per materie come le intercettazioni che prevedevano pene e toccavano garanzie, è evidente che la cultura delle regole non esiste nella destra. Quando poi cantanti e uomini della cultura di massa si affrettano a consegnare attestati di modernità a Berlusconi e il papa dichiara la sua “gioia” per il nuovo clima politico, lo sfaldamento etico-politico in corso assume proporzioni di guardia. Si sta realizzando a tappe accelerate l’ingresso in una democrazia opaca in cui certo si vota ancora (con una legge incostituzionale che dà un premio di maggioranza del 55 per cento quale che sia l’entità dei voti raccolti , e quindi risolve in origine l’enigma della governabilità, e poi però aggiunge un ulteriore elemento selettivo come quello dello sbarramento) ma i valori della costituzione (quali sono i valori se le cariche istituzionali indicano in Almirante uno dei padri della patria?) e gli organi di garanzia sono di fatto svuotati. Plebi che osannano il capo, campioni della gangster economy intrecciata così in profondità con la new economy, lavoro autonomo e del commercio, piccola impresa diffusa definiscono il blocco sociale granitico di questa destra pronta a tramutarsi in silenzioso regime. Agli egoismi sociali più sfrenati, alle idiosincrasie primitive contro il fisco, la destra aggiunge una copertura etica concessa dalla chiesa dei tempi nuovi (anzi antichi) e dalla rivolta contro lo straniero, il clandestino, il rom, il nomade. Il fatto è che la sinistra che con giusta coerenza si batte per i diritti civili elementari o contro ogni diritto penale a base etnica viene percepita oggi come estranea proprio dai ceti popolari che hanno introiettato il senso comune della insicurezza come minaccia prioritaria. Il problema non è affatto quello di diminuire la doverosa sensibilità per i diritti individuali violati, come suggeriscono inopinatamente i tanti sindaci sceriffi, ma quello di tornare ad essere una potenza sociale reale che nel territorio costruisce una cultura civile e inaugura battaglie concrete per i diritti. Solo se la sinistra ricostruisce le forze materiali di una potenza sociale che conquista spazi di vita (nell’Europa che in nome della sacralità del contratto individuale propone di allungare il tempo di lavoro a 60 ore settimanali!) può difendere anche i diritti nuovi e antichi delle persone. La xenofobia può essere sconfitta solo se la sinistra radica nei ceti popolari culture nuove capaci di smascherare l’operazione della destra che trasforma le battaglie per i diritti materiali indispensabili in caccia alle streghe in nome di una identità etico-religiosa violata. La sicurezza può tornare ad essere semplicemente uno dei problemi da risolvere e non il solo problema-incubo soltanto quando la sinistra avrà la forza per colpire tutte le insicurezze del tempo postmoderno (nel lavoro, nella cura, nella professione, nella casa, nella città). Invece di sterili questioni e di schematismi astratti, la sinistra dovrebbe trovare le coordinate culturali per dare organizzazione (e quindi sbocco politico) ai disagi dei tempi postmoderni. Tutte le categorie della politica vanno modulate attorno agli specifici malesseri sociali espressi da questo specifico tempo storico che produce nuove esclusioni e permanenti marginalità senza possibilità alcuna di confidare in uno spazio pubblico. Nessun ricordo suggerito dall’ideologia, ma la fotografia realistica di ciò che oggi esiste nell’ipercapitalismo dovrebbe indurre a porre di nuovo al centro dell’agenda il disagio del corpo che lavora e vive nell’insicurezza dopo il declino del salario e il riflusso di ogni politica pubblica efficace. Generazioni intere di flessibili a tempo indeterminato, di lavoratori che a 50 anni già riempiono le lunghe liste di mobilità, di lavoratori cognitivi che non trovano alcun riconoscimento del merito, di persone che guadagnano quanto basta per pagare l’affitto o il mutuo, non aspettano che nel laboratorio annebbiato di una sinistra smarrita qualcuno riproponga, a tempo ormai scaduto, una sintesi di socialismo europeo e di comunismo italiano. Il problema non è questo, la sinistra (in Italia e in Europa, nelle sue versioni radicali e riformiste) deve tornare più semplicemente ad essere quel movimento reale che contrasta le potenze reali dominanti e conquista sul campo del conflitto sociale e politico i diritti essenziali per la persona che lavora. Tutto il resto è solo chiacchiera, archeologia che non servirà alla sinistra (radicale o riformista) per risollevarsi. Oggi non esiste maggiore prova di un sobrio realismo politico di quella che riannoda gli interessi del lavoro, del cervello sociale diffuso nella società della conoscenza, come sostrato di una nuova cittadinanza.
*professore di Filosofia del Diritto e di scienza politica presso la facoltà di Scienze della comunicazione della `Sapienza`del Comitato Promotore di Sd
domenica 15 giugno 2008
Pescati nella Rete: Furio Colombo
Ronde sinistre
Ieri 14 giugno 2008, 23.28.05 rvignoli
di Furio Colombo
Ci sarà affollamento di notte, nelle strade italiane o, come dicono loro, “sul territorio”. Al calare del sole, a Milano o a Cosenza, ad Abbiategrasso o a Bologna, potrete incontrare polizia, carabinieri, guardia di finanza, le ronde padane e, adesso, dopo il parere entusiastico del presidente della provincia di Milano Penati (Ds-Pd) e dei sindaci e amministratori di area Pd della Lombardia, anche i volontari del nuovo Partito Democratico, non si sa se divisi in pattuglie cristiane e laiche. Ma non basta. Agli ex progressisti, leghisti e forze dell’ordine si aggiunge ora l’annuncio che ci saranno i soldati.
Finalmente l’esercito a difesa delle nostre città, recitano gli annunci. Come scandalizzarci se Penati e, anzi, tutto il Pd Lombardo proclamano identità di intenti e di vedute a proposito di questo pattugliamento militare e di emergenza del “territorio”, e in più offrono volontari ex progressisti e neo-antizingari, forse come forma pubblica di espiazione per essere stati di sinistra nei giorni bui della democrazia?
Strano che nessuno noti, da destra o da sinistra, lo schiaffo a polizia e carabinieri, dichiarati pubblicamente “fannulloni” benché uno di loro sia appena stato ucciso mentre sventava la rapina a una banca. Tutta questa ressa di pattugliatori genera ansia e paura invece di pace. E dichiara che ci vuole l’esercito, altro che polizia e carabinieri, per riportare la calma nei noti tumulti insurrezionali di Roma e Milano, nei blocchi e barricate sull’autostrada del Sole.
15 giugno 2008
Ieri 14 giugno 2008, 23.28.05 rvignoli
di Furio Colombo
Ci sarà affollamento di notte, nelle strade italiane o, come dicono loro, “sul territorio”. Al calare del sole, a Milano o a Cosenza, ad Abbiategrasso o a Bologna, potrete incontrare polizia, carabinieri, guardia di finanza, le ronde padane e, adesso, dopo il parere entusiastico del presidente della provincia di Milano Penati (Ds-Pd) e dei sindaci e amministratori di area Pd della Lombardia, anche i volontari del nuovo Partito Democratico, non si sa se divisi in pattuglie cristiane e laiche. Ma non basta. Agli ex progressisti, leghisti e forze dell’ordine si aggiunge ora l’annuncio che ci saranno i soldati.
Finalmente l’esercito a difesa delle nostre città, recitano gli annunci. Come scandalizzarci se Penati e, anzi, tutto il Pd Lombardo proclamano identità di intenti e di vedute a proposito di questo pattugliamento militare e di emergenza del “territorio”, e in più offrono volontari ex progressisti e neo-antizingari, forse come forma pubblica di espiazione per essere stati di sinistra nei giorni bui della democrazia?
Strano che nessuno noti, da destra o da sinistra, lo schiaffo a polizia e carabinieri, dichiarati pubblicamente “fannulloni” benché uno di loro sia appena stato ucciso mentre sventava la rapina a una banca. Tutta questa ressa di pattugliatori genera ansia e paura invece di pace. E dichiara che ci vuole l’esercito, altro che polizia e carabinieri, per riportare la calma nei noti tumulti insurrezionali di Roma e Milano, nei blocchi e barricate sull’autostrada del Sole.
15 giugno 2008
sabato 14 giugno 2008
segnalazione: alessandro dal lago
IL RAZZISMO «DE NOANTRI»(da Il Manifesto del 13 giugno 2008)Dall'entrata in carica del governo Berlusconi, la persecuzione deglistranieri, dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti èdivenuta capillare e ossessiva.Si direbbe inoltre che il razzismo di strada sia in qualche modocoordinato o in sintonia con l'attivismo istituzionale: controllidella polizia sugli autobus, sgomberi dei nomadi, rastrellamenti diprostitute e transessuali, schedatura dei sinti, decreti che attuanoprincipi discriminatori e incostituzionali come l'aggravante dei reatiper clandestinità.La risposta politica a questa tenaglia xenofoba è inesistente. Lasinistra radicale ex parlamentare sembra ancora frastornata dallabatosta elettorale, mentre l'opposizione di sua maestà, a partedichiarazioni rituali, collabora con il governo. Fa impressione vedereun Veltroni negoziare qualsiasi cosa con Berlusconi, magari i suoispazi tv mentre la polizia rastrella i rom. La magistratura, a cuipure si devono le poche critiche argomentate al pacchetto sicurezza,sembra attestata su una difesa dei propri spazi e prerogative. Ma ciòche appare inaudito, in una cosiddetta democrazia liberale, èl'atteggiamento della stampa (sulla tv meglio sorvolare). A parte lacampagna xenofoba di Libero o del Giornale, i cosiddetti giornaliindipendenti insistono sull'«insicurezza dei cittadini», mentre aessere minacciati e umiliati, giorno per giorno, sono esseri umani,cittadini italiani e no, discriminati in base all'origine. Iquotidiani riportano gli episodi di razzismo istituzionale, quando sidegnano di riportarli, con un tono indifferente o sbarazzino.Non si può definire quello che sta avvenendo in Italia se non comefascistoide. In primo luogo, per l'impunità di cui sembrano godere gliaggressori (Napoli) o anche per la vera e propria simpatia (ilvendicatore del Pigneto, che sarebbe uno di sinistra, de noantri,secondo la Repubblica). Ma anche per l'evidente coperturaistituzionale, come nelle incredibili dichiarazioni di Bossi dopo iroghi di Napoli, al solito accolte dai media come simpatichemanifestazioni di goliardia. Quando definisco fascistoide la svoltaitaliana mi riferisco al fatto banale che è promossa dalle istituzioniin un quadro formalmente democratico, e che forse resterà tale. Ma inquesto non vedo alcuna consolazione. A parte il fatto ben noto che lastoria si ripresenta sempre in forma di farsa, che le istituzioniperseguitino nomadi e «diversi» (compresi cittadini italiani) conl'appoggio dell'opinione pubblica o magari della maggioranza deglielettori è un'aggravante e anche un motivo di angoscia.Tutto diviene possibile. Se e quando il governo deciderà di smetteredi suonare la grancassa, la persecuzione continuerà in forme menoappariscenti ma comunque disumane: nomadi in fuga non si sa dove, coni loro bambini cacciati dalle scuole, gente costretta a stare almenoun anno e mezzo nei Cpt, donne perseguitate sui marciapiedi,annegamenti di migranti. Il dramma è che all'estero, al di là degliinterventi di qualche parlamentare europeo e di organizzazioni comeAmnesty, sembra che la gente non sappia o non ci creda. Ah, lesitaliens!L'anomalia italiana, il malato d'Europa, si dice alzando le spalle. Mail problema non sono i nostri conti, cari burocrati europei. Sedavvero si pensasse a questa svolta come a un'eccezione folcloristicasi commetterebbe un errore di valutazione mortale. Che la persecuzioneavvenga contro le minoranze e i marginali significa che lemaggioranze, anche quelle non apertamente razziste e magaririformiste, possono continuare a bearsi ottusamente delle loro libertàe dei loro privilegi. Basta che non guardino e non vogliano sapere.Come avrebbero dovuto insegnarci i casi olandese, austriaco e danese,l'Europa non è affatto protetta dalla xenofobia.Sugli stranieri e sui nomadi si possono scaricare l'insicurezzaeconomica o esistenziale, la paura del futuro, la fine delle illusionieuropee. Dovunque, un ceto politico cinico e avventurista puòsfruttare, come avviene in Italia, l'insoddisfazione generale a finidi consenso. Non costa nulla. E qui si misura la miopia di chi, danoi, nella cosiddetta sinistra moderata, ha gettato benzina sul fuoco,corrodendo le basi antifasciste della prima repubblica, piagnucolandosui caduti di Salò, come se non fossero morti rastrellando ipartigiani e collaborando con i nazisti, e quindi facilitando losterminio di ebrei, antifascisti, omosessuali e nomadi. Questorevisionismo straccione e mortuario per fortuna non è ancora passatoin Europa, almeno ufficialmente. Nessuno si sognerebbe di resuscitarePétain, Mosley, Quisling o altri emuli di un Giorgio Almirante, cheoggi vogliono far passare per un padre della patria.Ma proprio perché gran parte dell'Europa è meno accecata che da noi (oresta legata a parole alle sue origini antifasciste), è necessario chela xenofobia italiana sia registrata, documentata e fatta conoscereall'esterno. Essere più o meno globalizzati, competere economicamentecon il resto del mondo, e magari godere di una moneta forte, per farcontenti quattro banchieri di Francoforte o gli esportatori americani,non è affatto incompatibile con forme più o meno larvate di fascismo.Anzi. Non sono solo i ceffi della Lega a governarci all'interno, maanche l'erre moscia di Tremonti e il fanatismo burocratico del giovaneFrattini a rappresentarci nel mondo. Attenti, europei con un minimosenso di decenza. Oggi, i pogrom cominciano nel pittoresco stivalemediterraneo, ma domani...Alessandro Dal Lago(da Il Manifesto del 13 giugno 2008)
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