giovedì 12 giugno 2008

segnalazione: appello a difesa della legge 188/2007

APPELLO A DIFESA DELLA LEGGE 188/2007 CONTRO I LICENZIAMENTI MASCHERATI DA DIMISSIONI
N.B. Questo Appello è lanciato dalle donne che hanno partecipato nell’aprile del 2007 alla Tavola Rotonda di presentazione della legge alla Camera dei Deputati:Titti Di Salvo (Presidenza Sinistra Democratica), Marisa Nicchi (Direttivo Sinistra Democratica); Morena Piccinini (segreteria confederale CGIL), Renata Polverini (segretario generale UGL), Marialina Marcucci (imprenditrice) Ritanna Armeni (giornalista), Giovanna Casadio (giornalista)
La legge 188 del 17 ottobre 2007 è una legge contro l’abuso di potere compiuto spesso nei confronti di giovani lavoratrici e lavoratori al momento dell’assunzione. È allora che capita che venga loro richiesto di firmare una lettere di dimissioni in bianco, cioè senza data. La data verrà messa successivamente, quando quella ragazza sarà incinta, o quel ragazzo avrà avuto un infortunio o una lunga malattia. Che questa pratica sia diffusa è confermato dai dati della Acli, dell’Isfol e da quelli degli uffici vertenze del sindacato. Dai dati emerge anche la conferma che le più colpite sono le donne in gravidanza. La ministra Prestigiacomo e la ministra Turco, nelle rispettive legislature hanno provato ad arginare il fenomeno con norme che si proponevano di accertare la veridicità delle dimissioni volontarie avvenute intorno a una gravidanza o a un matrimonio. Generosi tentativi che non prevenivano l’abuso di potere, davano solo una possibilità che questi abusi venissero corretti ex post e in ogni caso per iniziativa di una denuncia della persona vittima dell’abuso.La legge approvata nell’ottobre del 2007, al contrario, ha una funzione preventiva. Le dimissioni volontarie devono essere date soltanto su moduli numerati progressivamente che avendo una scadenza non possono essere compilati prima del loro utilizzo.Si tratta di una legge semplice ed efficace, priva di costi. Quando l’abbiamo presentata, abbiamo cercato il consenso delle donne di tutto il centro sinistra e del centro destra. Una apprezzamento che è venuto e con esso il voto favorevole di tutto il Parlamento quando a luglio alla Camera e a ottobre al Senato la legge è stata approvata.
Confindustria all’epoca non era d’accordo, con le stesse motivazioni che oggi ripete Sacconi che già allora in Senato provò a bloccarla. L’ossessione del ministro per questa legge dunque arriva da lontano. Ma noi non staremo a guardare e già da oggi lanciamo un appello alle donne del sindacato, della politica, dell’informazione di costruire una grande iniziativa contro gli abusi di potere, per la dignità del lavoro, per la libertà delle donne.Attendiamo le vostre firme per dare forza a questo appello
nolicenziamentimascherati@gmail.com

mercoledì 11 giugno 2008

Segnalazione: Besostri su Simone

Il mondo va a destra?
Parte I : Un’illustrazione con commento del saggio di
Raffaele Simone “Il Mondo è di destra?”
di Felice Besostri
[“… riesci ad avere davvero qualcosa dai libri solo se sei capace di mettere qualcosa di tuo in ciò che stai leggendo. Voglio dire, solo se ti accosti alla lettura come a un duello, con lo stato d’animo di chi è disposto a ferire e a essere ferito, a polemizzare, a convincere e a essere convinto, e poi, dopo aver fatto tesoro di quanto hai imparato, lo impiegherai per costruire qualcosa nella vita o nel lavoro…” Sandor Marai, La Donna Giusta, Milano, 2004, 202-203]

Dopo le elezioni italiane con la scomparsa della sinistra, riformista ed antagonista, dal Parlamento, è arrivata la batosta delle elezioni amministrative britanniche, anzi inglesi e gallesi per essere precisi, con la sconfitta, più bruciante di quella di Rutelli, di una delle icone continentali della sinistra, Ken Livingston, Ken il Rosso.
Ha, quindi, ragione Raffaele Simone[1] quando si interroga se “Il mondo è di destra?” Per Simone “il contenitore che chiamiamo «sinistra» appare oggi pressoché svuotato. Almeno per il momento, dato che gli obiettivi falliti sono molto più numerosi di quelli raggiunti, ci sono sufficienti motivi per sostenere che la sinistra, dopo oltre cent’anni di tentativi compiuti in tutto il mondo, è prossima a dichiarare bancarotta e a convertirsi in qualcosa d’altro”.

Il fallimento degli obiettivi della sinistra
Una ferma notazione si impone se gli obiettivi falliti sono più numerosi di quelli raggiunti, il problema principale è quello di interrogarsi sulla natura degli obiettivi, cioè se fossero obiettivi sbagliati, perché se non si sono raggiunti per incapacità ma gli obiettivi fossero giusti significa che, comunque, non sono venute meno le ragioni della sinistra.
Nello stesso interrogarsi se il mondo è di destra, l’analisi non può limitarsi all’Europa e neppure all’intero Occidente, come fanno i più, per esempio lo stesso Giorgio Ruffolo (Perché l’Occidente non va a sinistra, La Repubblica, 29.04.2008), che si ritiene tra gli ispiratori de “Il mostro mite” di Raffaele Simone.
L’Europa è importantissima per noi che ne facciamo parte e ancor più l’Italia perché ci viviamo, tuttavia non siamo l’ombelico del mondo e soltanto nell’esaltazione narcisistica di qualche dirigente politico si può pensare, che la sconfitta di Veltroni alle politiche e di Rutelli a Roma rappresentino un avvenimento di portata mondiale.
Detto questo, per ciascuno di noi, che si sente parte della Sinistra, pur con tutte le aporie e le ambiguità che il termine comporta, non è sufficiente, per compensare il lutto, consolarsi con il fatto, che negli stessi giorni all’ex vescovo Lugo riusciva una impresa storica: mettere fine a 60 anni di dominio incontrastato del Partido Colorado in Paraguay.
Basta guardare, appunto, al continente latino-americano per avere una impressione del tutto diversa dal Brasile di Lula all’Argentina dei Kirchner, dal Cile della Bachelet alla Bolivia di Morales, dall’Ecuador di Correa al Venezuela di Hugo Chavez, lo spostamento a sinistra è netto ed evidente.
Nel Nepal il 28 maggio 2008 un’Assemblea costituente ha abolito una monarchia al potere dal XVIII° secolo e la formazione del governo è stata affidata al Partito Comunista Nepalese (udite! udite!) Maoista: sarebbe, però, difficile inverarne che l’Asia vada a sinistra.
Se negli Stati Uniti vincessero i Democratici, puta caso Obama, sarebbe un segno di svolta a sinistra o a destra? Per di più nel paese egemone dell’attuale assetto planetario.
In realtà dobbiamo fare i conti con l’ambiguità stessa dei concetti di destra e sinistra: una volta era più semplice, alla sinistra si sposava un’idea di progresso nel cambiamento e nell’estensione dei diritti, mentre la destra era conservazione e difesa dell’ordine costituito.
Questa distinzione chiara aveva come presupposto che la sinistra fosse minoranza ed all’opposizione: nel momento che conquista la maggioranza e con essa, in un regime democratico, la responsabilità di governo diventa essa stessa una parte dell’ordine costituito, cui spetta di conservare e difendere le leggi sociali nel frattempo approvate.
La destra si presenta allora con la faccia del rinnovamento e del cambiamento.
L’offensiva non è soltanto politica, ma anche culturale, nel senso più ampio ed affonda le sue radici nell’economia.
La distinzione tra destra e sinistra si basava anche sul ruolo dello Stato, ma anche qui con epocale inversione dei ruoli.
Per la destra una volta lo Stato forte, autoritario e di polizia, era una pedina essenziale per la difesa del proprio dominio.
Con la democratizzazione dello Stato, invece, la destra si è fatta paladina dello stato minimo, che lasciasse a briglie sciolte il mercato e gli spiriti animali del capitalismo.
Per ridurre il peso dello stato sono necessarie privatizzazioni e liberalizzazioni, sempre più spinte, ma soprattutto la riduzione delle tasse, unico mezzo per contenere la spesa pubblica.
Questo in astratto poiché in concreto spesso la sinistra, e da questo punto di vista il centro-sinistra italiano è stato esemplare, ha privatizzato e liberalizzato più della destra, ha contenuto il deficit pubblico e iniziato a riformare (eufemismo per ridurre) il welfare, proprio per rispettare le compatibilità di bilancio.
In Italia, ma anche in altri paesi europei, alla sinistra si è proprio affidato il compito di affrontare le congiunture difficili nella presunzione, che con un governo di sinistra la combattività sindacale potesse essere contenuta.

Il volto nuovo della Destra
La perdita di egemonia e di iniziativa della sinistra non avrebbe effetti così drammatici da far prevedere una sua scomparsa (In Italia già si è verificata a livello di rappresentanza parlamentare) se nel contempo non ci fosse un volto nuovo (?) ed accattivante della destra, quella che Raffaele Simone chiama la Neodestra, i cui tratti sarebbero i seguenti: “a) esprime in forma diretta il grande capitale nazionale e multinazionale; b) è tecnologica e capitalista, ma di un capitalismo finanziario più che industriale; c) è conservatrice, salvo in un campo: è interessata a espandere e innovare i consumi, perché ritiene che il mercato e il consumo siano l’unica vera mission del mondo moderno; d) è nemica dell’intervento pubblico nella gestione dei grandi sistemi di servizio (scuola e università, poste e comunicazioni, sanità e cura degli anziani, trasporti, perfino prigioni); e) ha come valori pubblici il consumo, il successo, il divertimento; f) è totalitaria nella sua deplorazione dell’avversario e delle regole (e le conseguenti lentezze) dei sistemi democratici; g) è populista: rifiuta il principio democratico, sostenendo che una cosa sia opportuna solo se «interessa al popolo», se la «vuole il popolo»; h) non riconosce classe generale fuori della borghesia (piccola e media), che cerca di portare a livelli sempre più alti di consumi, di benessere e di entertainment, ignorando il resto della popolazione (poveri, quasi poveri, gente in pericolo di impoverirsi, minoranze e immigrati); i) è durissima nel contrastare le critiche ideologiche, ma imperniata in modo decisivo sull’uso infiltrante dei media, della comunicazione e dell’entertainment; j) disprezza la cultura, la ricerca e la scienza (salvo che non producano applicazioni e redditi); è indifferente alla creazione artistica che non si traduca in prodotti mediatici”.
Nulla di nuovo rispetto ad una destra classica, tradizionale di un regime capitalista, ma la parola capitalismo per Simone non basta più, bisogna coniarne un’altra ultracapitalismo. “Si tratta – prosegue Simone – di una rete sottratta a qualsivoglia controllo politico (sia nazionale che internazionale) – anzi in grado di dettare leggi ai governi, che sono spesso sua diretta espressione – con una specificità nuova nella storia: accumula enormi profitti non più (come nella tradizione) opprimendo i propri lavoratori, bensì catturando la propria clientela in tutto il mondo. Questa senza accorgersene è diventata captive, lasciandosi avvolgere nella spirale in cui si intrecciano pubblicità, prodotto, marketing, facilitazioni creditizie, desiderio di fun e di vacanza, speranza di restare giovani per sempre”.
In realtà le cose sono più complicate poiché il volto umano dell’ultracapitalismo consumistico non è uguale in tutto il mondo: con sfruttamento del lavoro, anche minorile, continua anzi si estende nei paesi sottosviluppati ma anche nelle periferie dei paesi ricchi (Messico del Nord America rispetto agli USA e Europa Orientale rispetto al nucleo dell’Unione Europea a 15, mano d’opera migrante).
Le descrizioni del lavoro nelle grandi fabbriche del XIX secolo si potrebbero tranquillamente applicare con i loro orrori, ed anche di più, alla produzione manifatturiera di massa nei paesi di delocalizzazione produttiva.
Lì dovrebbe, quindi, vincere la sinistra? Non è così, perché la repressione politica e sindacale è fortissima e colpisce soprattutto a sinistra, una sinistra per di più, che - con il crollo dell’URSS - non riceve più sostegno politico ed economico dall’estero, se non quello sporadico delle organizzazioni sindacali internazionali.
I movimenti politici di opposizione che ricevono più aiuti da reti estere sono quelli di ispirazione islamica ovvero con forti comunità nella diaspora, come i tamil dello Sri Lanka, come una volta l’IRA dalla comunità irlandese e statunitense.
Quando un movimento di liberazione con parole d’ordine di cambiamento societario (ETA per esempio o FARC) si finanzia con sequestri ed estorsioni e con il commercio di droga ed armi è ancora espressione della sinistra? È vero che anche Stalin rapinava i treni, ma appunto quella sinistra è stata sconfitta sia pure più di 70 anni dopo.

Fattori istituzionali e strutturali della debolezza della Sinistra.
La dissoluzione della classe operaia come classe generale
Ci sono fattori strutturali e istituzionali che spiegano la debolezza della sinistra nei grandi paesi del cosiddetto Occidente.
Il primo è la perdita di potere dello Stato nazionale, cioè dell’ambito, nel quale la democrazia ed il welfare hanno avuto la massima espressione.
Questa perdita di potere non è tanto nei confronti di organizzazioni internazionali regionali, come l’Unione Europea, che tentano di espandere il livello democratico delle loro istituzioni, quanto rispetto all’Organizzazione Mondiale del Commercio – OMC, del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale, per non nominare che alcune delle istituzioni, sulle quali non esiste controllo parlamentare.
L’OMC è sorto senza un trattato internazionale alla sua base e, quindi, senza una ratifica parlamentare.
L’espansione capitalistica inoltre è stata molto più finanziaria che produttiva. Per una serie di accordi bilaterali o multilaterali la libertà di circolazione dei capitali è assicurata, ma soprattutto in qualsiasi borsa si può “scommettere” su prodotti che ancora non esistono e che materialmente neppure si trovano sul territorio dello stato, in cui si compie la transazione finanziaria.
Il capitalismo finanziario è per sua natura incontrollabile anche in termini fiscali.
Lo stato ottocentesco strumento di dominio della borghesia capitalista era quantomeno necessario e le sue leggi potevano regolare i luoghi fisici della produzione.
Lo Stato nazionale, tanto più in tempi di sviluppo economico, invece, è sentito come superfluo e con lo Stato le procedure democratiche di governo: bisogna abolire lacci e lacciuoli e la perdita di tempo delle discussioni parlamentari e pubbliche in genere.
Simone fa derivare l’indebolimento della sinistra, oltre che dal fallimento delle esperienze comuniste, da tre cruciali fenomeni: “a) la dissoluzione della classe operaia come classe generale, b) la metamorfosi culturale del popolo della sinistra, c) la nascita della cultura globale connessa all’ultracapitalismo, di natura essenzialmente «dispotica». Nel loro insieme, essi significano che l’avversario che la sinistra ha dinanzi non è più formato da concreti partiti politici, contro cui si può lottare nei parlamenti e nelle piazze, ma da movimenti storici di ampiezza planetaria, con cui il confronto è immensamente più difficile”.
Raffaele Simone è perentorio: che la classe operaia non costituisce più “il principale riferimento della sinistra è evidente in tutto il mondo”. Con le strategie di delocalizzazione industriale si tende “a creare masse operaie solo nelle aree in cui queste possono non dare fastidio”. Inoltre “un altro fenomeno, già chiarissimo negli Stati Uniti ma evidente anche in Europa, è che gli operai sono sempre più spesso immigrati, cioè la cui «pericolosità» sindacale e le cui pretese sono molto ridotte”.
Tuttavia “a dispetto di questi cambiamenti, nei Paesi occidentali di operai «veri» (nativi, sindacalizzati e potenzialmente «pericolosi» [Simone si è dimenticato di aggiungere con diritto di voto, ma è implicito]) ne esistono ancora ed in numero rilevante. Allargando l’ottica al pianeta, si può osservare che con la crescita economica della Cina e dell’India, più le altre piccole, medie o grandi tigri asiatiche, mai nella storia dell’umanità vi sono stati così tanti operai industriali ed urbanizzati: l’anno scorso per la prima volta gli abitanti in contesti urbani hanno superato il numero di quelli di campagna. Con questa premessa di fatto vanno correttamente intese le seguenti osservazioni di Simone sui cambiamenti di rilievo che sono intervenuti nella compagine operaia [il termine classe implica non una attribuzione sociologica ad un determinato strato sociale, ma la coscienza di appartenervi]: “a) La classe operaia ha compiuto una cruciale evoluzione politico-culturale. Stanca di essere e sentirsi classe «bassa», di accedere solo a consumi di profilo modesto, insomma di essere «classe operaia» in senso proprio, ha cambiato opzioni e gusti e tende ormai a comportarsi e apparire come la borghesia che vorrebbe essere. Il capitalismo, una volta nemico assoluto, ha infatti creato modelli e desideri a cui vorrebbero arrivare tutti, inclusi quelli che un tempo si sarebbero chiamati proletari. Il motivo di ciò è forse il bisogno di mimetismo sociale: chi oggi ha davvero voglia di sembrare un operaio? (…) Nel frattempo il proletariato si è dissolto e trasfigurato, e comprende ormai solo emarginati e coatti: frange urbane sottoproletarie e soprattutto immigrati, ancora trattati non come un ceto ma come un problema (una «grana») sociale. b) Intanto la sinistra tende a «tener nascosta» la classe operaia: non la evoca nei suoi programmi e proposte, non l’adopera come asse primario della sua politica. In poche parole, ha abbandonato gli operai sia come classe generale sia come riferimento politico primario. Gli interessi degli operai sono stati trasferiti pari pari ai sindacati, che hanno sì peso politico ma non costituiscono certo un punto di riferimento centrale. Insomma la sinistra ha imparato l’ambigua arte di stare dalla parte del popolo ignorandone le sofferenze e evitando di menzionarlo.”
Parallelamente a questi cambiamenti nella massa degli operai, la classe operaia non ha più occupato il primo posto nei pensieri della sinistra riformista, secondo Simone. La sua analisi è limitata agli anni Novanta, di modo che vede una diminuzione dell’area riformista ed un incremento di quella comunista variamente ribattezzata. La semplificazione è evidente sotto un duplice profilo: elettoralmente la sinistra antagonista non sta meglio in Europa di quella riformista, si pensi alle ultime elezioni francesi ed italiane, e nemmeno la classe operaia in carne ed ossa è più al centro dei pensieri della sinistra antagonista. Certamente l’omaggio rituale c’è ancora, ma questa sinistra non ha ancora fatto i conti con l’esperienza della classe operaia, espropriata in tutti i sensi dalla sua avanguardia, cioè il Partito Comunista al potere: un’avanguardia i cui componenti, la cosiddetta nomenklatura, in numerosissimi casi saranno poi gli stessi che completeranno l’esproprio con le privatizzazioni seguenti al crollo del sistema sovietico.
L’interpretazione di Simone è la seguente: “l’elettorato della sinistra si è indebolito non solo per le gravi insufficienze dei gruppi dirigenti, ma più globalmente perché gli «ideali» della sinistra, quelli che la differenziano più nettamente della destra, non sono più all’altezza dei tempi. Infatti, in un’epoca dissipativa, consumista e liberista a oltranza, essi appaiono di carattere restrittivo e quasi pauperistico. Ciò vale per tutti i traguardi principali: l’uguaglianza (limita l’espansione delle proprie prerogative), la legalità (limita il soddisfacimento dei desideri), la giustizia (impone regole), l’equità fiscale (toglie il proprio, disturba i consumi), l’attenzione per le classi inferiori (perturba l’ambizione di far parte di quelle superiori), la lotta al nazionalismo (limita le peculiarità delle patrie), l’austerità … Inoltre, spingendo la considerazione alle strutture sottostanti, si vede che la pratica di questi obiettivi presuppone l’accettazione di meccanismi profondi che non sono, neanche questi, conformi ai traguardi della modernità: il sacrificio, la rinuncia e il trasferimento del proprio ad altri. Ora questi ideali (e i meccanismi sottostanti) sono esposti da almeno vent’anni alla bufera della modernità, con le enormi novità che questa induce. Finora, dall’urto con questa bufera la sinistra è uscita pesta o sconfitta.”

Il Mostro Mite
In nessun paese – secondo Simone – la sinistra ha saputo prevedere e tanto meno governare la nascita di quella sorte di moderno dispotismo culturale, che da un ventennio ci avviluppa nella sua rete. È un dispotismo “gestito dalle multinazionali e dai centri mondiali del potere finanziario” e che “è imperniato sui consumi e sull’ubiquità di media e dell’entertainment”.
Alexis de Tocqueville2 profeticamente aveva previsto un possibile «dispotismo del futuro»: il regime che avrebbe potuto prodursi “come sequela della democrazia”. Al posto di un sovrano, che si sarebbe ingerito anche dei minuti aspetti della vita privata dei cittadini a forza di accumulare potere, avremmo un dispotismo più esteso e più mite, che degraderebbe gli uomini senza tormentarli. Simone chiama questo dispotismo «Il Mostro Mite», cioè il paradigma culturale planetario elaborato dalla Neodestra.
Tocqueville vede “una folla innumerevole di uomini simili e uguali che girano senza tregua su sé stessi per procurarsi piccoli piaceri volgari, con cui si appagano l’anima. Ciascuno di loro, messo da un lato, è come estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui l’intera specie umana; quanto al resto dei suoi concittadini, li ha accanto ma non li vede, li tocca ma non li sente; non esiste che in sé stesso e per sé stesso, e, se una famiglia gli resta pur sempre, si può almeno dire che non ha più patria. Alle spalle dei singoli s’eleva un potere immenso e tutelare, che s’incarica solo di assicurare il loro godimento e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, regolare, preveggente e mite. Somiglierebbe alla potestà paterna, se, come questa, puntasse a preparare gli uomini all’età virile; ma questo cerca solo, invece, di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia; vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela. Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuol essere di questo l’unico agente e il solo arbitro; si cura della loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, divide le loro eredità”.
Per Simone “questo quadro somiglia in modo perturbante al mondo d’oggi, dove immense masse etero dirette sono indotte al consumo piuttosto che all’austerità, al buonumore e al fun forzoso piuttosto che alla riflessione e al riposo, alla sottomissione piuttosto che alla libertà”.

La frontiera del tempo libero come tempo preso
Il potere ha sempre cercato di intrattenere i sudditi, di farli pentire: non per nulla Panem et circenses è una espressione latina.
Le stesse esecuzioni pubbliche sono sempre state una forma di spettacolo e non solo per le celebri tricoteuses intorno al palco della ghigliottina.
Le parate fasciste e naziste erano coreografie impressionanti, organizzate dai regimi violenti, altro che “Mostro Mite”, che è contrassegnato dalla “necessità di assicurare al maggior numero di persone esperienze gradevoli e vitalizzanti, che favoriscano il benessere (inteso come wellness [e non come welfare], ma sopratutto stimolino i consumi”.
In questo c’è una differenza con le forme di intrattenimento dei regimi passati. Allora si trattava di dare uno sfogo o di suscitare una adesione emotiva all’ideologia al potere. Nel mondo moderno il messaggio è invece formalmente diretto all’individuo, che può liberamente scegliere tra diversi intrattenimenti, anche se l’effetto massificante e spersonalizzante si verifica regolarmente per il condizionamento mediatico che creano la moda ed i comportamenti, ai quali chi vuole essere trendy non può sottrarsi.
Il tempo libero è il luogo privilegiato del “«Mostro Mite»”, che si preoccupa di rappresentarlo, insieme con il divertimento in modo diverso: il Mostro Mite ha rovesciato i rapporti: “è il lavoro che interrompe il divertimento”. “Questa situazione ha alterato la distinzione tra tempo del lavoro e tempo del lavoro e ha prodotto una capillare e permanente «carnevalizzazione» della vita”. Il divertimento è diventato una fissazione, anche per le amministrazioni pubbliche: “lo si pratica in ogni momento,in innumerevoli forme e in tutti i livelli sociali, attorno ad esso si sono formati complessi sistemi economici e ideologici. Inutili «Notti bianche» girandole di divertimenti e consumi sono organizzate in tutta Europa, anche se lasciano sfinite le città, estenuano i cittadini che non vi partecipano e svuotano le casse delle amministrazioni”.
Per le necessità del divertimento [a fronte di questo bisogna sottolineare con forza una circostanza che Raffaele Simone spesso dimentica, che l’analisi riguarda il cosiddetto primo mondo, quello industrializzato3] “l’intero pianeta è sottoposto a sfruttamento: si può andare in vacanza in Paesi retti da feroci dittature, dominati dalla violenza e dalla miseria od anche in aree sconvolte da catastrofi naturali“ ovvero in cui – si deve aggiungere – la stessa costruzione delle strutture per il divertimento dei turisti altera equilibri ambientali e sociali, così come le esigenze delle esportazioni. Solo per memoria: gli allevamenti di gamberetti su scala industriale hanno comportato la distruzione delle mangrovie, che proteggevano le coste nel sud-est asiatico.
La critica alle distorsioni dello sviluppo non può diventare moralismo puro e semplice, perché senza lo sviluppo del turismo globale alcune aree sarebbero rimaste depresse e progressivamente abbandonate dalla popolazione.
Pensiamo alle nostre montagne senza il turismo invernale.
Un punto sottolinea Simone, sul quale si può concordare: i paradigmi culturali del «Mostro Mite» non risparmiano il nostro mondo interiore, intaccano e rimodellano le nostre stesse passioni, se ne formano di nuove ed alcune delle antiche si indeboliscono o si distorcono.
“Di contro alla solidarietà (ideale traguardo della sinistra di tutti i tempi) ed alla compassione (la sua versione cattolica [cristiana?]) il Mostro Mite ha infatti stimolato la nascita di una forma di festoso egoismo”.
Questo fatto, per Simone già segnalato da Zygmunt Bauman4, la preoccupazione principale è quella di “frenare o sconfiggere” d’un colpo la bruttezza, la vecchiaia e la malattia, con una ricerca sfibrante ed estrema del benessere fisico (wellness) e della perpetuazione della giovinezza (fitness). “Un effetto di questa concentrazione ossessiva sul corpo è la negligenza (se non il disprezzo) dei deboli e dei vecchi”citando ancora Bauman. Per Simone essere anziani diventa una inabilitazione, perché rappresenterebbe la limitatezza dei desideri, la moderazione dei bisogni, l’insensibilità alle seduzioni del mercato. In altre parole “essere anziani è un anatema nella società dei consumatori”5.
Questo punto non appare convincente in quanto non distingue tra anziani deboli ed anziani forti o forse hanno in mente, Simone e Bauman, delle figure di vecchi saggi, quelli di Montaigne, per cui danno dei buoni consigli, perché non sono più capaci di dare cattivi esempi.
Gli anziani, come i poveri, sono un segmento di mercato, che va sfruttato dal Viagra ai pannoloni, ormai alla portata di tutti, alle Case di Riposo a cinque stelle.
Sono gli anziani che alzano lo share degli spettacoli televisivi e perciò il loro valore sul mercato della pubblicità.
Sono un peso gli anziani deboli, quelli con la pensione minima, per di più se sono soli, cioè senza una famiglia sulla quale scaricare i costi economici di una assistenza alla lungodegenza ed alla non autosufficienza, nella quale le pubbliche istituzioni sono carenti.
La capacità di distinguere, ne vedremo l’importanza, non può venir meno: nella globalizzazione ci sono i «globalizzatori» ed i «globalizzati», così come nella società dei consumi ci sono i forti «consumatori» ed i deboli «consumati» dall’impossibilità di accedervi.

La società dello spettacolo
Sempre per Simone, ma con riferimento a Guy Debord, i climi culturali perduranti comportano anche profondi rimodellamenti dei quadri cognitivi. In questo quadro il Mostro Mite opera in profondità, indebolendo un’essenziale risorsa cognitiva della nostra cultura: la capacità di distinguere tra realtà e finzione.
L’ubiquità delle immagini altera il rapporto tra vero e falso e trasforma ogni cosa in spettacolo, in cosa per gli occhi, senza distinzione tra «cosa vista» e «cosa vissuta»: “la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale […] Nel mondo veramente rovesciato il vero è un momento del falso”6.
Debord aveva scritto queste cose negli anni 60, viene spontaneo chiedersi quale contromisure culturali ha messo in campo la sinistra, che non possiede mezzi di comunicazione di massa, neppure dove è al potere con metodi democratici? Per lo più ha chiesto un suo spazio nella società spettacolo per recitarvi una parte secondaria. Settori della sinistra probabilmente sono stati fieri ed orgogliosi della loro modernità, addirittura di essere all’avanguardia: pensiamo ad un Nicolini ed alle sue Notti Romane. Si è affermato il «delitto perfetto», quello in cui la televisione ha ucciso la realtà, “la televisione che intacca e modifica gli eventi (a volte prodotti solo perché essa li faccia vedere), li finge e li crea, li surroga e soprattutto infiltra nelle case le cose estreme (la morte, la violenza, la degradazione) rendendole familiari, ovvie e banali” sottolinea Simone sulla scia di Braudillard7.
Con l’era digitale l’opera è completa: il «falso» deborda nel vero, lo avviluppa e lo divora.
La conclusione è tranchant “Un mondo caratterizzato da tratti come questi sarà inevitabilmente di destra: una Neodestra mediatica, globalizzata, consumistica, dall’aria mite e simpatica. A questo «aroma di destra» non sfuggirà nessuno, se non forse gli irriducibili (che avranno necessariamente l’aria un po’ stravolta dei fissati). Già da ora, del resto, una parte delle sinistre (a cominciare dai loro dirigenti) emana un deciso odore di Neodestra, come si vede da talune prese di posizione e comportamenti: la resa al capitalismo e al consumismo, l’acquiescenza verso le forme più fruste di cultura trash, il populismo (che non fa che rinviare al popolo i suoi desideri), abbandono di ogni austerità”.

La sinistra è senza futuro?
La sinistra italiana, se in essa vogliamo comprendere anche quella parte dei DS confluita nel PD, ma non solo, corrisponde alla descrizione di Simone, ma cosa altro avrebbe potuto fare? Se è vero il suo assunto iniziale, cioè che la lista delle cose di sinistra, che non sono riuscite a imporsi o che sono fallite sarebbe lunga8. E proprio le migliori: innalzamento del livello medio dell’istruzione, della cultura, sviluppo pieno della scienza e della ricerca, valorizzazione delle energie creative di intellettuali e artisti, diffusione di una minima mentalità razionale e laica etc., etc, per non parlare di ridistribuzione delle ricchezze o la creazione di nuovi modi di produrre.
Simone non ricopre ruoli dirigenti nei Partiti della sinistra, non è neppure uno degli intellettuali di complemento o di influenza personale sui leader della sinistra tipo Verdiglione, ai suoi tempi, o il più attuale Fagioli. Sarebbe, quindi, assurdo che dovesse esporre delle ricette.
Altri si sarebbero dovuti mobilitare quando scrive che “l’infiltrazione del Mostro Mite e gli altri motivi che ho descritto abbiano già prodotto una doppia erosione dei partiti di sinistra (con tutti i loro ideali) e del popolo della sinistra”.
La sinistra avrebbe, quindi, perduto la capacità di “dare forma al mondo”. Se una «forma di sinistra» non è tra le possibili forme del mondo, bisogna concludere che “il mondo è intrinsecamente di destra?”
Simone intende suggerire una risposta: «Sì, il mondo è naturalmente di destra, le speranze della sinistra rappresentano un risultato in-naturale (cioè ottenuto contrastando la natura umana), che per questo non può restare in vita in permanenza».
«Quali parametri caratterizzano questa «destra naturalistica»? La questione è uno dei temi classici della teoria politica, che per lo più considera come contrassegno della destra la difesa della tradizione e della gerarchia. Suggerisco che il fattore peculiare della destra oggi – che come ho detto non è più un partito politico, con una sede legale, un presidente e un segretario, ma è la Neodestra, una delle pieghe planetarie della modernità – sia l’idea secondo cui è indiscutibile il diritto di acquisire e conservare la proprietà materiale. Da ciò derivano gran parte dei corollari di un atteggiamento di destra: l’idea che gli altri non debbano immischiarsi negli affari dei privati, e in particolare che lo stato (in quanto forma suprema di Altro) non debba occuparsi della proprietà individuale, che un gruppo (un ceto, una cricca, una «razza», una rete di famiglie, una consorteria, secondo i casi e le dottrine) sia destinato a comandare e un altro a obbedire, e così via, con tutte le derive, anche estreme, che questo nucleo può avere. Tra queste derive metterei l’idea, propria di alcuni tipi di destra, secondo cui dell’avversario occorre in qualche maniera liberarsi (mettendolo fuori gioco fisicamente o politicamente).»
«Se l’idea di destra è più prossima alla natura dell’uomo, cos’è l’idea di sinistra? Ho già accennato che una posizione di sinistra è resa possibile da taluni meccanismi morali che, per così dire, la attivano: il sacrificio, la rinuncia, e il trasferimento (di una parte) del proprio ad altri. Accettare siffatti meccanismi non è un’operazione naturale: al contrario, essi sono il risultato di una complicata elaborazione interiore (questa sì, un «travaglio»), della negazione di una catena di impulsi naturali. Le posizioni di sinistra vanno considerate un «artificio», una costruzione astratta, laboriosa e labile, quindi un risultato estremamente «in-naturale» e, per questa sua proprietà, anche estremamente fragile: aderirvi è costoso (richiede rinunce), permanervi è arduo (comporta il rimodellamento della propria vita), uscirne può essere una continua tentazione.»
A suffragio delle sue tesi Simone, come già ha fatto con Alexis de Tocqueville, cita un passo della famosa opera di Ortega y Gasset9: «Era inverosimile che la specie umana fosse arrivata a una cosa così bella, così paradossale, così elegante, così acrobatica, così antinaturale. Per questo, non deve sorprendere che di colpo questa stessa specie appaia così decisa ad abbandonarla. È un esercizio troppo difficile e complicato per potersi consolidare sulla terra.»
Le nuove tendenze sarebbero quindi state prefigurate nel 1835-1840 e nel 1930? Eppure dopo di allora la sinistra nei paesi occidentali, quindi a prescindere dal sistema sovietico, ha conosciuto vittorie e sconfitte (nazismo e fascismo) ma ha dato forma al mondo a partire dal secondo dopoguerra, specialmente in Europa.
Il popolo della sinistra è «sottoposto allo sforzo continuo di riconfermare la propria adesione a certi obiettivi, un processo che costa enorme fatica e che nei frangenti (come l’attuale) di bufera violenta è tanto gravoso da generare disaffezione, incertezza e apostasie».
In questa situazione per Simone «i partiti della sinistra dovrebbero considerare parte cruciale del loro compito la ricerca incessante di contenuti all’altezza dei tempi per riempire quel involucro quasi vuoto su cui sta ancora scritto sinistra e, in aggiunta, di buoni motivi per (re)stare a sinistra».









[1] SIMONE R.,Il Mondo è di Destra?,Il Mulino Rivista, n .6/2006, pp. 1160-1171. Gli argomenti del saggio saranno sviluppati nel suo libro: “Il Mostro Mite, Perché l’occidente non va a sinistra”, Milano, 2008.
2 A. de TOQUEVILLE, De la démocratie en Amérique (1835-1841) in Ouvres, Vol. II, Paris, 1992, 836-837.
3 La critica riguarda il saggio, non il libro, che nel sottotitolo si riferisce, invece, espressamente all’Occidente (Cfr. op. cit. alla nota 1)
4 Z. BAUMANN, Tutti schiavi del fitness: la compassione dov’è?, Vita e Pensiero, 87/3, 2004, pp. 40-44.
5 Z. BAUMANN, op. cit., p. 42.
6 G. DEBORD, La Societé di Spectacle, Paris, Buchet – Chastel, 1967, citato dall’edizione di Gallinara, 1992, n. 19.
7 J. BRAUDILLARD, Le crime parfait, Paris, Galilée, 1995.
8 R. SIMONE, op. cit., p. 1161.
9 ORTEGA Y GASSET, La Ribellione delle Masse (1930), trad. it. Bologna, 1984 (cit. da Obras selectas, p. 560, corsivo grassetto di Simone).

segnalazione: documento per una sinistra socialista

Per una nuova sinistra socialista

Il voto dell’aprile 2008 ha consegnato il paese a un devastante paradosso. Il bisogno di sinistra è indiscutibile. Ma la sinistra scompare dal Parlamento e dalla politica nazionale. La comprensione delle ragioni e degli effetti di quanto è accaduto è premessa necessaria di una iniziativa volta a superarne gli effetti.


Il cedimento culturale della sinistra.

La sconfitta di aprile è il momento ultimo di un lungo processo di crisi, il cui primo ed evidente sintomo si trova nell’egemonia che, da un lato nelle culture politiche prevalenti e dall’altro e con esse corrispondenti nel sentire più comune, ha assunto la visione del mondo propria delle imprese. La cultura della impresa, intesa in senso lato, ormai domina le convinzioni ed anche l’immaginario collettivo. La sua più immediata e massima espressione sta proprio nell’assunzione della guida del governo e della indiscussa leadership dello schieramento di destra da parte della sua figura più forte e che rappresenta gli interessi del mondo imprenditoriale e delle grandi aziende in particolare. Ma ciò non è la causa, ma la conseguenza del radicale mutamento di paradigma dei fondamenti della società. È passata la convinzione che solo la cultura d’impresa, divenuta cultura di governo, può assicurare una governabilità di sistema adeguata ai tempi di una concorrenza sempre più spietata. Il venir meno dei partiti storici della sinistra , al di là delle cause che lo determinarono, ha prodotto effetti, nel medio periodo, negativi e devastanti sulla coscienza politica di grandi masse di cittadini, in termini di valori civili, di priorità sociali, di dinamiche politiche. Oggi le categorie interpretative del mondo, dei rapporti sociali, dello sviluppo economico sono letteralmente dettate, in modo quasi imperioso e sostanzialmente incontrastato, dagli interessi dei ceti dominanti e di ristrette elites economiche e finanziarie. Liberismo, profitti, rendite , competitività, produttività, che non tengono conto della qualità sociale della vita associata dell’uomo, sono i “nuovi”- ma quanto vecchi! - valori cui tutta la società sembra essere subordinata.
La sinistra politica è essa stessa nella sua gran parte divenuta soggetta alle nuove parole d’ordine, perdendo la propria autonomia di pensiero e di progetto storico, essenzialmente perché si è dimostrata incapace di riformulare, teorizzare, praticare un suo nuovo disegno di cambiamento che non fosse di semplici modesti correttivi delle degenerazioni più evidenti ed insopportabili delle pratiche prevalenti. E’ mancata una teoria politica di alternativa credibile delle attuali tendenze di sviluppo, che non è il radicalismo verbale o il massimalismo inconcludente, o il richiamo ai no-global e ai movimentismi di ogni sorta, ma può essere solo il progetto di una nuova società fondato su una lucida visione da conquistare con le armi della democrazia e della gradualità, forti delle proprie ragioni ideali. E ciò è tanto più anomalo, grave e paradossale in quanto la cultura d’impresa non solo non è stata in grado di assicurare uno sviluppo e una crescita economica del paese degni di questo nome, ma sta determinando una condizione di vita sempre più gravosa e precaria per milioni di famiglie, e non solo giovani e lavoratori in senso stretto. Il cedimento culturale ha inciso anche sulla tensione unitaria nel sindacato, producendo momenti di divisione – come nel caso del Patto per l’Itala - e indebolendo la capacità di difendere gli interessi di lavoratori e pensionati. E troviamo l’emblema più significativo e agghiacciante della situazione di oggi nelle morti sul lavoro e nella sostanziale insensibilità degli imprenditori e delle loro associazioni di fronte ad uno stillicidio quotidiano, che è divenuto quasi un nuovo tipo di genocidio.
Al cedimento culturale verso l’impresa si è accompagnato, nell’arco di circa vent’anni, il progressivo abbandono delle strutture portanti del pensiero politico-istituzionale della sinistra. Non è certo un caso che autorevoli rappresentanti di quel che fu la sinistra abbiano parlato e parlino di cittadino-consumatore e cittadino-utente, così riversando in un contenitore unico del tutto indifferenziato parti sociali che un tempo sarebbero state ritenute antagoniste e portatrici di conflitto. Né è un caso che anche a sinistra si siano ritenuti decisivi e prevalenti i temi della decisione e della governabilità, piuttosto che quelli della rappresentanza politica e della partecipazione democratica. Si è così abbandonata la lunga tradizione storica della sinistra italiana, che ha visto nelle assemblee rappresentative e il baricentro di un sistema politico effettivamente democratico. Né ancora è un caso che si sia giunti, attraverso la scelta del maggioritario prima, e soprattutto dell’investitura popolare diretta dei capi degli esecutivi, ad una personalizzazione estrema della politica e alla sterilizzazione delle assemblee elettive, ridotte a costose superfetazioni istituzionali, luogo al più di confuse risse di moderno notabilato. Né infine è un caso che abbia prevalso in parti di quel che fu la sinistra il modello del partito leggero o liquido, coerente con la logica del rapporto diretto tra leader e elettori attraverso i mezzi di comunicazioni di massa. Per giungere al modello dell’uomo solo al comando, che riceve l’investitura nel voto popolare, e deve essere lasciato governare fino al vaglio del successivo voto. Si è sostituita così la partecipazione di un giorno al vaglio democratico permanente assicurato dai partiti, dalle assemblee elettive e dagli istituti della responsabilità politica che in esse si esercitano. La deriva oligarchica è evidente. E non possiamo oggi meravigliarci che si giunga ad accettare ipotesi di riforma anche costituzionale non lontane dal pensiero e dalle proposte del centrodestra vincente.
Né deve meravigliare che questa progressiva disgregazione abbia tolto alla sinistra la connotazione di “diversità” che ha a lungo tenuto nella storia del paese. Il raggiungimento delle posizioni di governo è diventato il parametro per la valutazione del successo, individuale e collettivo. Governare come fine, non come mezzo per il cambiamento della società in funzione di un progetto storico e ideale. La ossessiva concentrazione sul governare comunque, e l’assunzione del buon esito in questa prospettiva come parametro assoluto di successo, hanno indotto una deriva verso una politica in cui il compromesso, anche se deteriore, è visto come inevitabile e necessario. Anche per la sinistra si pone ormai la necessità di recuperare la buona politica, e prassi politiche e di governo rigorose e attente all’uso corretto delle risorse pubbliche. Cresce invece la egemonia nei partiti, anche a sinistra, delle figure che sono investite di funzioni di governo e dispongono delle risorse che ad esse si connettono. Ciò rende difficile un’opera di pulizia che si dimostra oggi indispensabile e urgente. Una politica fondata essenzialmente o esclusivamente su chi governa e amministra è in assoluto quella più difficile da riformare.

L’occasione mancata di una nuova sinistra.

Il processo che ha condotto alla nascita del PD ha mostrato subito con chiarezza i suoi limiti politici e concettuali, e il rischio che ne derivava per la democrazia italiana. Ma proprio per questo non andava sottovalutato, né si poteva ridurre alla banalità di un rimescolamento di ceto politico in cerca di collocazione e di futuro individuale e collettivo. Di certo è stato anche questo. Ma bisognava coglierne in pieno i possibili effetti, e anticiparli.
Sinistra democratica e le altre forze poi confluite nella Sinistra Arcobaleno non sono state all’altezza del compito. Soprattutto con le primarie PD è stata chiara la necessità di un cambio di passo. Nelle primarie si è evidenziata tutta la negativa ambiguità di un nuovo soggetto politico costruito in provetta, privo di identità e contenuti. Ma quelle primarie sono state comunque un evento di notevole rilievo politico, per di più assistito da una ossessiva attenzione di stampa e televisione. Si imponeva una risposta adeguata alla sfida.
Da sinistra quella risposta non è venuta. È iniziato un confuso confronto, sostanzialmente segnato dai timori e dalle chiusure dei gruppi dirigenti. Non si è mai aperto un vero processo costituente, in cui ognuno mettesse in gioco fino in fondo appartenenze e identità, per trarne la sostanza di una sinistra vera, oltre che formalmente nuova. In questo processo solo Sinistra Democratica, che poteva e doveva essere il fulcro della costruzione di un nuovo soggetto politico, ha progressivamente abbandonato il proprio progetto iniziale, fondato sul richiamo ad un socialismo riformista e di governo saldamente agganciato al socialismo europeo, e sull’obiettivo di una politica nuova, pulita, rinnovata attraverso il recupero dei canoni storici per la sinistra dell’uso corretto e rigoroso dei poteri amministrativi e di governo, e di una partecipazione democratica effettiva attraverso una riforma profonda dei partiti politici. Su questo progetto, SD era nata suscitando interesse e voglia di partecipare, poi svaniti col tempo.
Nel rapporto con le altre forze politiche poi confluite nella Sinistra Arcobaleno il progetto originario di Sinistra Democratica non è stato né affermato né sostenuto con forza e convinzione dal gruppo dirigente. L’ultimo e decisivo passaggio di questa sostanziale subalternità è stato nella mancata riforma del sistema elettorale. La proposta di tornare al proporzionale sostenuta da SD ha incontrato nelle altre forze della sinistra disinteresse e persino qualche aperto contrasto. Esse preferivano puntare al presunto vantaggio assicurato dal maggioritario, o rimanevano sostanzialmente disinteressate in quanto convinte di poter ottenere comunque una rappresentanza parlamentare significativa. Una posizione che i fatti hanno dimostrato miope e sbagliata. Il passaggio al proporzionale avrebbe tolto dal campo l’argomento del voto utile, e avrebbe contrastato con assai maggiore efficacia un esito devastante per la sinistra e il paese.
Alla fine, Sinistra Arcobaleno è venuta in essere come mera aggregazione elettorale, risposta necessitata e priva di convinzione alle scelte e agli errori di chi nel centrosinistra perseguiva l’obiettivo impossibile di una vittoria solitaria. Una sinistra senza aggettivi, ma anche senza identità, vista dai più – e dagli elettori - come riaggregazione dei residui di una sinistra già sconfitta intorno a Rifondazione comunista.
Oggi, la proposta della costituente della sinistra, pur non essendo di per sé da respingere, tuttavia alla luce delle ragioni, dei modi e delle conseguenze del fallimento di Sinistra Arcobaleno rischia di essere una risposta sbagliata ad un problema reale. Bisogna evitare anzitutto i tentativi di rifugiarsi verso chiuse mete neoidentitarie e vaghi e utopici neocomunismi. Si conferma invece la improrogabile necessità di dar vita ad una nuova ampia formazione politica di sinistra socialista saldamente collocata dentro il vasto campo del socialismo europeo, dove esistono ed operano, spesso con successi innegabili, grandi partiti socialisti che dal governo o anche dall’opposizione hanno contribuito e contribuiscono a creare le dimensioni e le caratteristiche delle società più avanzate al mondo in termini di diritti sociali e di diritti civili, e che non per questo hanno esaurito i loro compiti storici. All’opposto sono essi, nonostante i loro limiti, i loro errori e anche le loro sconfitte che si presentano e possono sempre più assurgere al ruolo di protagonisti del progresso dei singoli paesi e del mondo intero.
La ricerca in Italia di una nuova sinistra non può prescindere dalla nascita di un nuovo socialismo. Di sicuro, l’identità non è un recinto. La sinistra, se unita in quanto senza aggettivi, rischia di essere una forza priva di coerenti e saldi fondamenti ideali e politici. La costituente di una nuova sinistra non può né deve riprodurre una più piccola e asfittica Sinistra Arcobaleno, senza per altro averne più né la spinta iniziale né la novità del processo. Alla luce delle condizioni di oggi, nella migliore delle ipotesi, essa sfocerebbe nella fusione di Sinistra democratica con parte di Rifondazione comunista. Sarebbe privo di prospettiva un partito in cui prevalesse la tesi di un rilancio di RC. Né potrebbe avere migliore fortuna un soggetto politico comunque ibrido, che si richiamasse ad alcuni valori generali e generici di sinistra, nel quale si riproducessero le ambiguità e i nodi non sciolti di SA, e soprattutto si accentuassero caratteristiche movimentiste e massimaliste destinate di per sé o a produrre disorientamento o a percorrere ruoli marginali e perciò sostanzialmente di testimonianza. In questo senso si aumenterebbero i rischi di ulteriore emarginazione, e le condizioni di esclusione che le elezioni politiche hanno consegnate alla sinistra italiana.
La costituente della sinistra deve avere il respiro di un’ampia prospettiva strategica, che non parli tanto alle forze esistenti per rinchiuderle in accordi di apparati, ma deve essere concepita e praticata come la riapertura di una nuova dialettica politica che parli e coinvolga l’insieme di tutte le forze che hanno animato e animano il grande cammino della sinistra italiana, fuori e dentro i partiti oggi esistenti, fuori e dentro gli attuali esiti ed approdi del riformismo e del radicalismo, stimolando e incalzando chi è divenuto sordo alla rielaborazione senza pentimenti dei temi del socialismo e chi viceversa si è prosciugato in una falsa mitizzazione di un passato non più riproducibile. Che parli al vastissimo mondo dei subalterni, dei precari, degli emarginati, degli sfruttati, ai ceti medi pesantemente impoveriti, al vasto mondo delle professioni e soprattutto della cultura, oggi turbato e passivo, ma che può e deve essere richiamato alla lungimirante combattività delle idee del progresso. Un’opera di lunga lena, che senza negare le urgenze del momento sia in grado di affrontarle con gli strumenti migliori che l’intelligenza collettiva saprà mettere a disposizione.

Un nuovo centrosinistra

Il voto di aprile - politico e amministrativo - ha chiarito che la sinistra deve assumere l’obiettivo strategico di una nuova coalizione di centrosinistra.
Oggi, il vero rischio per la sinistra in Italia non è tanto quello di scomparire. Piuttosto, è quello di ridursi in un ambito puramente locale. Ci sarà sempre qualche sindaco, presidente, assessore, consigliere di sinistra. Ma potrebbe non esserci più una sinistra come presenza politicamente rilevante a livello nazionale. Il PD ha scelto di correre da solo nelle politiche, ha forzosamente estromesso la sinistra, ha posto fine unilateralmente a quindici anni di coalizione e di centrosinistra. Nonostante ciò, la sinistra ha confermato la presenza nel governo di regioni ed enti locali, e la partecipazione alle coalizioni nelle amministrative.
In altri tempi, la scelta nazionale avrebbe probabilmente determinato effetti a cascata su tutto il sistema. Così non e' stato, e non per caso. I partiti nazionali oggi governano poco e male la periferia. Ne sono, piuttosto, pesantemente condizionati. Il sistema politico tende ad aggregarsi intorno alle figure forti del governo regionale e locale, dove si collocano potere reale e risorse.
Una sinistra ridotta a partito degli amministratori non ha ragione di essere come sinistra. E non solo perché è spesso difficile distinguere l'amministratore di sinistra dagli altri. Ma soprattutto perché la dimensione della gestione amministrativa non è adeguata per la missione della sinistra. Non è a quel livello che si incide sulla globalizzazione selvaggia, sul mercato senza regole, sulla redistribuzione delle risorse, su diritti ed eguaglianza, sulla pace e sulla guerra. Non è a quel livello che si persegue efficacemente la modernizzazione del sistema paese. Non basta oggi una riedizione in chiave moderna del socialismo municipale. Una soggettività politica genuinamente nazionale è necessaria per la sinistra. Ed è elemento indispensabile anche a garantire sulla politica locali efficaci strumenti di orientamento e controllo.
L’esito negativo è stato reso possibile dalla legge elettorale, unitamente alla decisione del PD di correre da solo, in sostanza anticipando gli effetti del referendum ancora in agenda. La scelta del PD e' stata un drammatico errore, e possiamo sperare che i disastri sopravvenuti inducano un ripensamento. Ma anche la sinistra deve fare la sua parte, e favorire quel ripensamento. Ancora cruciale sarà la legge elettorale. È molto incerta la prospettiva di una riforma migliorativa, ed anzi non mancano segnali nel senso che anche per le europee i due partiti maggiori pensano ad una sostanziale omologazione al modello delle politiche, e in particolare a un innalzamento della soglia di sbarramento.
Una sinistra che vuole garantirsi contro un ripetersi dello scenario del voto di aprile ha due soli strumenti. Crescere al punto di superare di slancio le soglie su cui oggi è naufragata, e potrebbe di nuovo naufragare domani; ritrovare la via per la coalizione in un nuovo centrosinistra. In entrambe le prospettive e' indispensabile ridefinire il progetto con cui la sinistra si e' presentata al confronto elettorale. E ritrovare in specie il progetto originario di SD. Ma anche al paese, e non solo alla sinistra, sono indispensabili un nuovo centrosinistra e una nuova coalizione. Solo così sarà possibile costruire uno schieramento in grado sia di sconfiggere la destra, sia di garantire una efficace e duratura governabilità, sia di rappresentare gli interessi popolari e di progresso della società.
Un nuovo centrosinistra non può prescindere da un confronto serrato col PD. Ma ciò non significa in alcun modo secondarne le scelte. Il profilo moderato del PD, e l’identità politica ambigua e sbiadita che esso propone, sono di per sé negativi. Se ne vedono gli effetti perversi nella incerta definizione della linea di opposizione al governo della destra, che pure già sin dai suoi primi passi mostra tutti i pericoli, anche per la tenuta civile e democratica del paese. Non mancano elementi di sostanziale acquiescenza, e persino di condivisione, ad esempio su parti rilevanti delle ipotizzate riforme istituzionali. Né sfugge il rischio che il moderatismo del PD, insieme all’accettazione acritica delle posizioni di Confindustria da parte del centrodestra, possa produrre l’effetto che la richiesta – avanzata con forza anche dal sindacato - di un rilevante aumento del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati come passo indispensabile per affrontare la crisi economica riceva un’attenzione puramente verbale.
Il nuovo centrosinistra può e deve caratterizzarsi per l’assunzione delle tematiche della liberazione del mondo del lavoro contro le tendenze a schiacciare le classi lavoratrici in una nuova più perniciosa subalternità, per i programmi volti a una nuova civilizzazione del paese che affermi le ragioni dell’integrazione democratica e graduale fra i popoli, per l’estensione dei diritti di libertà nella società per tutti gli uomini e le donne, per le ragioni della cultura e della ricerca scientifica, per l’affermazione sostanziale e non meramente declamatoria della laicità dello Stato, come avviene nei paesi più avanzati. La destra italiana è la negazione di tutto ciò, ed ogni incauta apertura di credito contribuisce ad annebbiare e indebolire le ragioni delle opposizioni.
In specie per il Mezzogiorno si mostra indispensabile la costruzione di un nuovo centrosinistra che rechi l’impronta di un forte socialismo riformista e di governo. La frattura tra Nord e Sud si allarga. È sempre più stridente la contraddizione tra aree economicamente forti che in Europa si collocano ai più alti livelli di sviluppo e benessere, e aree deboli che ne costituiscono invece il fanalino di coda. I dati sulla disoccupazione, in specie giovanile, sull’impoverimento e indebitamento delle famiglie, sulla precarietà, sulla qualità dei servizi, sulla disponibilità delle infrastrutture materiali e immateriali, sono a dir poco allarmanti. Mentre gli egoismi territoriali che si manifestano nelle politiche del centrodestra, e si traducono in proposte inaccettabili di federalismo fiscale, fanno temere il peggio. Invece, se si vuole davvero che il mezzogiorno sia una scommessa vincente per tutto il paese si impongono – al di fuori di ogni assistenzialismo - forti politiche pubbliche, orientate allo sviluppo, alla giustizia sociale, alla tutela di eguali diritti. Insieme alla legalità e alla sicurezza, questo è il terreno di battaglia per una nuova cittadinanza delle donne e degli uomini del Sud. E costituisce il nucleo essenziale e necessario del progetto politico di una sinistra autenticamente socialista, riformista, di governo.
Per l’obiettivo di un nuovo centrosinistra il PD al momento, pur disponendo di un’ampia forza parlamentare e di un certo consenso di opinione, non vuole o non è in grado di aprire una fase di seria e conseguente lotta politica e culturale. Agisce come se la sconfitta elettorale non fosse stata anzitutto la sua sconfitta, e non sembra capace di superare la riduzione oligarchica che oggi opprime la politica italiana, e di aprire a processi reali di nuova partecipazione democratica. Né offre impegni visibili di una nuova combattività, in grado di suscitare un vasto movimento d’opposizione nel paese, che possa anche rendere più forte l’opposizione nelle Istituzioni, destinate altrimenti ad essere stravolte da inaccettabili propositi di riforma già nel passato praticati ed ora riannunciati, nonostante il segnale chiaro e forte dato dal popolo italiano nel voto referendario del 2006 sulla riforma del centrodestra.
Perciò occorre una nuova forza di autentica sinistra politica, che ritrovi tutti i motivi e i temi che SD aveva assunto come progetto e posto alla base della propria nascita, da un moderno socialismo riformista a una politica nuova e pulita. Una forza che non rinunci ai suoi presupposti ideali, ed anzi li valorizzi nella contesa politica come lievito permanente della sua costituzione materiale, e dei suoi impegni e lotte politiche e sociali. Solo se nel quadro di una politica rinnovata e riformata si creerà una nuova sinistra di chiara e forte impronta socialista, sarà possibile costruire anche un nuovo centrosinistra, vincente e non appiattito su posizioni sostanzialmente neomoderate, e perfino acquiescente nei confronti di un neo-clericalismo oggi invadente come non mai nella storia della Repubblica.

Napoli, 9 giugno 2008

MASSIMO VILLONE
FRANCESCO BARRA
GUIDO DE MARTINO

Pescati nella Rete: Felice Besostri

Dalla newsletter del PS

Besostri:Le prospettive del socialismo non dipenderanno dalla vittoria di una mozione. Un Partito Socialista non può esistere senza un largo consenso di popolo In politica non sempre ciò che è necessario è possibile. Ogni idea e ogni progetto, per quanto buoni, giusti, veri ed anche belli siano, devono fare i conti con il principio di realtà, meglio detto con la realità. L'Italia ha tutte le caratteristiche oggettive per essere un degno campo di azione socialista: sperequazione dei redditi, con vere e proprie sacche di povertà ed emarginazione sociale, ineguaglianze di accesso ai pubblici servizi, compresi quelli essenziali della salute e dell'istruzione, rigidità delle classi sociali, degrado ambientale e dipendenza energetica, insufficiente estensione dei diritti civili e delle libertà, laicità minacciata dall'invadenza clericale, assetto oligopolistico dell'info rmazione, concentrazione del potere finanziario, borsa valori speculativa, assenza di un intervento pubblico qualificato nella ricerca e nell'innovazione, come nelle infrastrutture logistiche e nelle reti di trasmissione dati. Tutti problemi, cui, proprio sulla scorta de lle esperienze europee, un approccio di una sinistra moderna e riformatrice, cioè socialista, sarebbe un avvio di soluzione. La sinistra italiana è l'unica in Europa, in cui la frattura del secolo scorso tra socialisti e comunisti non è stata superata. La predominanza numerica del PCI, nelle sue varie incarnazioni dal PDS ai DS, non ha portato alla costruzione di un partito di sinistra a vocazione maggioritaria e ha impedito l'espansione di una consistente forza socialista. Il risultato è sotto i nostri occhi: la sinistra non soltanto ha complessivamente una consistenza elettorale complessiva del 5%, ma soprattutto appare smarrita e tutta presa da regolamenti interni di conti od organigrammi, da Rifondazione al Partito socialista. Questa logica ha contrassegnato le aggregazioni intorno alle tre mozioni congressuali del PS due di "vertice", Locatelli-Turci-Grillini e Nencini-Angius-Spini, ed una di "base" Sollazzo -Borgoglio-Nesi, alla quale ho aderito. Appare positivo che le aggregaz ioni prescindano dalla provenienza, tuttavia le prospettive del Socialismo in Italia dipenderanno poco dalla vittoria dell'una o dell'altra mozione. Sarà più importante la stabilizzazione o meno dell'attuale assetto bipolare, che esclude a priori una componente socialista. Un partito socialista non può esistere senza un largo consenso di popolo, come ci ricorda Emanuele Macaluso e senza un rapporto al contempo stretto ed autonomo con il movimento sindacale: allo stato non c'è nessuna delle due precondizioni.

Pescati nella Rete: Chiara Beria

dal sito www.lastampa.it


10/6/2008
Quei seni straziati

CHIARA BERIA DI ARGENTINE
A una ragazzina di 18 anni, Domenica De Siena, che aveva un semplice fibroadenoma al seno - patologia benigna per la quale è sufficiente un piccolo intervento in anestesia locale -, è stata fatta un’ampia resezione mammaria.E’ stata eseguita una quadrantectomia come se avesse avuto un tumore maligno. Anche Simona Zito, 28 anni, aveva una fibrosi al seno destro: anche a lei è stato asportato un quadrante della mammella. Altre diagnosi di cancro al seno, altre storie d’angoscia, altre mutilazioni. Maria Grillo, 44 anni, fu operata, senza «alcuna considerazione delle condizioni e della storia clinica della paziente», al seno pur avendo solo una «mastopatia fibrocistica»; stesso inutile e invasivo intervento ha subito Addolorata Di Nicola, 47 anni. La povera vita, il povero corpo di Giuseppina Bellini già martoriati da una gravissima forma di carcinoma al pancreas con metastasi polmonari per le quali Giuseppina, 61 anni, si era dovuta sottoporre a cicli di chemioterapia e radioterapia, sono stati ulteriormente massacrati: quadrantectomia al seno destro più radicalizzazioni, ovvero asportazione di ulteriore tessuto mammario. Milano-Sanitopoli. Nelle carte dell’inchiesta sulla clinica milanese Santa Rita, ultimo scandalo scoppiato nel mondo della sanità milanese, Domenica e le altre donne operate per inesistenti tumori maligni compaiono tra le tante vittime di una cosca di medici che avrebbero effettuato, secondo gli inquirenti, interventi «dannosi, inutili, avventati, inspiegabili». Tutto il resto è il dolore, lo sgomento di tante ignare pazienti che hanno visto tradito il più delicato dei rapporti di fiducia; un dolore che le carte giudiziarie possono solo far intuire e nessuno potrà ripagare. Molto più che diagnosi sbagliate. Definita «un oggetto misterioso» da Antonio Marchini, responsabile per la sanità della Cgil a Milano, la clinica Santa Rita - amministratore delegato il notaio Pipitone - al centro dello scandalo è l’ennesima prova che in una città un tempo famosa per i suoi grandi ospedali pubblici e per gli illustri clinici (da Angelo De Gasperis a Vittorio Staudacher a Nicola Dioguardi) il mondo della sanità è affetto da un virus micidiale. «Per troppo tempo siamo stati liquidati come fastidiose Cassandre», attacca Marchini, che fa risalire l’inizio del male alla legge 31 del 1997 della Regione Lombardia, presidente Roberto Formigoni, che ha equiparato il pubblico al privato.Modello lumbard, modello che ha visto il grande assalto dei manager con tessera di partito (44 su 47 del Pdl) ai vertici delle Asl e degli ospedali lombardi (ma Formigoni ha sempre difeso queste nomine). Sta di fatto che mentre i grandi e ormai vetusti ospedali milanesi, a cominciare dal Policlinico, si avviavano per mancanza di mezzi a un lento declino, in città negli ultimi anni è stato tutto un fiorire di cliniche e istituti privati (40) convenzionati con il sistema pubblico. Così, nella stessa Milano dove, secondo l’accusa, Domenica e le altre donne subivano tanto dolore e inutili mutilazioni pur di far entrare più denaro nella cassa della clinica e dei medici, migliaia di donne arrivano da tutta Italia per farsi curare all’Ieo di Umberto Veronesi, il prof che ha inventato tecniche meno devastanti e rispettose anche della vita sessuale delle malate. Infatti accanto a poli, pubblici o privati, di assoluta eccellenza - oltre allo Ieo, l’Istituto dei Tumori, la cardiochirurgia al Niguarda, la pediatria al San Paolo, la broncopneumologia all’Humanitas, il San Raffaele per i malati di diabete, gli ospedali San Donato e Galeazzi del nuovo re della sanità, Giuseppe Rotelli, il reparto malattie infettive al Sacco del professor Moroni - è fiorita, fuori da ogni serio controllo, una vera galassia di cliniche ad alto rendimento e gran rischio.«In altre città lombarde, da Bergamo a Brescia, funzionano ottimi ospedali pubblici. A Milano, invece, c’è un business della sanità pazzesco», sostiene Andrea Gori, 44 anni, per 15 anni con Moroni, ora direttore dell’Unità operativa delle malattie infettive all’ospedale San Gerardo di Monza. In principio finirono nel mirino dei magistrati le cliniche di Antonino Ligresti, poi fu la volta dello scandalo rimborsi di Poggi Longostrevi. L’urologo di gran famiglia di medici Edoardo Austoni impiantava protesi su raccomandazione ai suoi pazienti impotenti; persino un medico-ministro, Girolamo Sirchia, è stato condannato per aver ricevuto tangenti da aziende fornitrici del Policlinico. Dai rimborsi del centro per la cura del sonno del San Raffaele a quelli gonfiati dai preti della clinica San Carlo, le inchieste della Procura ormai si sprecano. Ma chi controlla questo mercato miliardario per evitare che si arrivi addirittura ai 90 casi della clinica Santa Rita? Le Asl verificano, a campione, solo il 5 per cento delle cartelle cliniche. E, poi, c’è chi ancora si lamenta della supplenza della magistratura.

Pescati nella Rete: Arrigo Levi

dal sito www.lastampa.it

10/6/2008
Fummo tutti nomadi

ARRIGO LEVI
Aquanto sembra» - ha scritto questo giornale, che ha giusta fama di credibilità - la candidatura a nuovo vicegerente del vicario del Papa per la diocesi di Roma di monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, esponente della Comunità di Sant’Egidio, è stata scartata, pur essendo stata «ripetutamente richiesta dalla base ecclesiale». E la ragione sarebbe che Sant’Egidio dimostra «troppe simpatie per i rom» e per gli extracomunitari. Non sono in grado di confermare, ancorché vecchio amico di don Vincenzo (se le cose siano andate così, e se effettivamente gli verrà preferito un altro degnissimo sacerdote, monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano, vicino ai Focolarini).Debbo fra l’altro a un suggerimento degli amici di Sant’Egidio se il cardinale Ruini, ora vicario uscente del Papa nella diocesi romana (a cui mi legano sentimenti di stima), mi volle come dialogante laico sul tema della fede con il cardinale Biffi, dall’altare della Cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano: e fu un’esperienza emozionante. Se ho qualche dubbio sulla notizia del «siluramento» dall’alto di don Paglia è solo perché, negli stessi anni in cui l’eminenza Ruini, ancora assai influente, fu «vicario del vicario di Cristo», mons. Paglia fu ambasciatore viaggiante di Giovanni Paolo II a Mosca, a Bucarest e in altre capitali ortodosse; e so che fra i due vi è rispetto e amicizia.Quello che è fuori dubbio è che la Comunità di Sant’Egidio è dal lontano 1982 impegnata nell’assistenza ai rom e agli extracomunitari di Roma; e che nella loro presenza, come è stato scritto su questo nostro giornale, essa «vede solo sfide pastorali e sociali e non minacce». Lo conferma ancora una volta il libro Il caso zingari (ed. Leonardo International) che comprende scritti di Andrea Riccardi, Marco Impaglazzo, Amos Luzzatto, Giovanni Maria Flick, Paolo Morozzo della Rocca e Gabriele Rigano. Questo libro ho presentato qualche tempo fa, insieme col cardinale Crescenzio Sepe, vescovo di Napoli. Questi ha fra l’altro fatto notare che a zingari ed extracomunitari prestano (purtroppo) concreta assistenza la Chiesa e i suoi movimenti, più dello Stato e delle sue istituzioni. Quanto alle popolazioni delle periferie a più diretto contatto con gli zingari, esse hanno nei loro confronti atteggiamenti contraddittori: sono (cito il card. Sepe) «quelle più sensibili all’apertura all’altro, anche se nello stesso tempo hanno mostrato la più totale chiusura, fino alla violenza».Lo hanno provato ancora una volta le reazioni al progetto di costruire un decente campo residenziale per i Sinti di Mestre, cui si oppongono violentemente i leghisti. A un autorevole senatore loro simpatizzante si dovrebbe questa battuta: «Sono nomadi, o no? Perciò devono fermarsi nelle città solo per brevi periodi». Condannati, cioè, ad essere nomadi, senza possibilità di trovare lavori rispettabili, anche se aspirano solo ad integrarsi pacificamente in una città dove risiedono da decenni, essendo tra l’altro molti di loro, come una buona parte degli zingari oggi in Italia, cittadini italiani! Ma questo è impossibile se non si creano condizioni di vita accettabili, con la possibilità di mandare regolarmente a scuola i loro bambini, che così domani saranno rispettati cittadini, come hanno diritto di diventare.Parlando degli zingari, ammetto di avere anch’io, come ebreo, un pregiudizio (nel mio caso favorevole) nei loro confronti. Non posso dimenticare che nei lager nazisti, insieme con sei milioni di ebrei, furono sterminati anche centinaia di migliaia di zingari. Se gli zingari sono o furono nomadi, lo furono anche molti miei antenati per effetto delle persecuzioni subite in quanto «diversi». La cosa di cui non mi do ragione è che tanti italiani abbiano dimenticato le discriminazioni, le accuse di essere sporchi, ladri e criminali, di cui furono bersaglio tanti nostri compatrioti, costretti, tra l’Otto e il Novecento, a emigrare. (E non fu dapprincipio molto più favorevole l’accoglienza all’ondata di immigranti dal Sud nel dopoguerra, nel civilissimo Piemonte. Lo ricordate? Col tempo, i pregiudizi scomparvero e gli immigrati divennero bravi piemontesi, come tutti gli altri).Ora l’Italia è ricca, ed è diventata da terra d’emigranti terra d’immigrazione. Ma come possiamo dimenticare che anche noi fummo, almeno per un periodo, un poco zingari? Come non nutrire comprensione per coloro che lo sono ancora? Come non impegnarsi per favorire, e non ostacolare, un loro insediamento stabile, oltre che per loro, per i loro figli?

Pescati nella Rete: Gianni Vigilante

dal sito www.aprileonline.info

LA SOCIALDEMOCRAZIA NON E’ UN’ESPERIENZA POLITICA CONCLUSA
Se l’intervista rilasciata da Claudio Fava a l’Unità di domenica scorsa voleva essere una provocazione politica, allora vorrei, per amore di discussione, intervenire su alcune questioni di merito e di metodo. Il merito innanzi tutto. La socialdemocrazia è finita, si dice. Anzi, più precisamente, “è una tradizione politica conclusa”. Ma, mi chiedo, non è stato per una diversa e opposta valutazione che molti di noi hanno deciso di non aderire al PD? Non è stata forse la convinzione profonda che invece proprio la storia e la tradizione socialista e del movimento operaio costituissero ancora radici culturali e ideali di grande vitalità ed attualità? Non è stata questa convinzione a darci la spinta per tentare di costruire in Italia una grande e popolare forza politica della Sinistra? Se la tradizione politica socialista si è conclusa, perché riconfermare con forza l’adesione al gruppo del PSE nel Parlamento Europeo? Perché ritenere indispensabile per l’Italia una presenza politicamente autonoma della Sinistra invece di favorire le spinte al bipartitismo? Perché non fare più semplicemente la “Sinistra del PD”? Provocazione per provocazione, penso che una Sinistra senza aggettivi, non socialista e non comunista, sia semplicemente un luogo geometrico. Cioè una forza politica che si definisce non per sé stessa, bensì per come è collocata rispetto ad altri. Ma forse l’intervista di Fava voleva solo sollevare la questione, che condivido e che non è nuova, della necessità di un profondo e radicale rinnovamento delle esperienze delle socialdemocrazie. Ciò nondimeno questa necessità non può essere utilizzata per favorire un indistinto processo aggregativo che serva a confezionare una Sinistra senza aggettivi. Infine la questione di metodo. Anzi una questione che riguarda il modo di fare politica. Sinistra Democratica sta svolgendo centinaia di assemblee aperte, che si concluderanno con l’appuntamento nazionale di fine giugno, utilizzando come base per la discussione un documento politico elaborato collegialmente appena una ventina di giorni fa. Un documento dove non si parla della socialdemocrazia come di un’esperienza politica conclusa nè della conseguente necessità della costruzione di una “Sinistra di nuovo conio”. Cosa è intervenuto negli ultimi giorni che abbia convinto il nostro Coordinatore Nazionale a sottoscrivere le valutazioni espresse nell’intervista? E adesso, nelle nostre assemblee, di cosa dovremmo continuare a discutere? Del documento politico ufficiale o dei contenuti messi in campo da Fava? Oppure di ambedue? Ma la riforma della politica che vorremmo attuare non prevede anche il superamento di una pratica leaderistica a vantaggio di un modello collettivo di elaborazione e direzione politica?In conclusione un’ultima provocazione. Penso che sarebbe ora che ci liberassimo una volta per tutte di un metodo che molti di noi hanno sempre criticato: rilasciare interviste per annunciare svolte politiche delle quali non si è mai discusso in forma collegiale.Tutto questo mentre nel PD stanno discutendo del rapporto con il PSE e Vendola su l’Unità di oggi rivendica l’attualità della tradizione comunista.
*dell'Esecutivo di Sd