Dal sito www.resetdoc.org
L'Occidente chiude le porte
In Occidente soffia un vento freddo sulla globalizzazione. I democratici americani fanno campagna contro il Nafta, il Congresso si oppone ai nuovi accordi di libero mercato con la Colombia e con la Corea del Sud, e appena il 28% degli americani concorda sul fatto che la globalizzazione sia un bene. L’Europa affronta il successo elettorale di forze regionali e ostili all’immigrazione. In Italia il nuovo governo di destra chiede dazi sui prodotti cinesi e sogna che la compagnia aerea nazionale rimanga di proprietà italiana. Come scrive il “Wall Street Journal”, “il mondo non è più piatto come una volta”.
"Quella sinistra che non sa più proteggere"Zygmunt Bauman intervistato da Elisabetta Ambrosi
“Chi si chiude non prospera”Bill Emmott intervistato da Daniele Castellani Perelli
“Ma il protezionismo non è un’alternativa”Una conversazione con Massimo Gaggi
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 31 maggio 2008
Pescati nella Rete: Rifondazione
Dal sito www.aprileonline.info
Prc, Ferrero conquista Milano
Marzia Bonacci, 30 maggio 2008, 18:28
Politica Dopo Roma, la mozione che fa capo all'ex ministro conquista anche il capoluogo lombardo. Continua infatti la votazione dei Comitati politici federali che devono eleggere le commissioni incaricate di coordinare le tappe del congresso. Mentre Bertinotti lancia per il 12/6 un' iniziativa per discutere la sconfitta elettorale aprendola anche al Pd
Dopo Roma, anche il capoluogo lombardo si schiera a favore della mozione firmata da Acerbo, Grassi, Mantovani e Ferrero. Prosegue infatti la consultazione dei Comitati politici federali (gli organismi sovrani del partito su base provinciale) per eleggere le Commissioni incaricate di sovrintendere e coordinare i diversi passaggi che porteranno all'appuntamento congressuale del Prc previsto a Chianciano per il 24-27 luglio.
A Milano infatti il documento "Rifondazione comunista in movimento" ha incassato il 61,54% dei consensi, circa ottanta voti; quello che invece fa capo a Vendola e Giordano, cioè "Manifesto per la Rifondazione", ha guadagnato il 17,7% con ventitrè voti. Il 13,08% dei consensi, pari a diciassette voti, è stato dato al "Documento dei cento circoli" di Pegolo e Giannini, mentre "Una svolta operaia" ha guadagnato il 6,15% con otto voti e "Disarmiamoci" di De Cesaris e Russo l'1,54% con due voti.
Significativi, per quel che riguarda il panorama lombardo, le votazioni dei Cpf di Varese, dove la mozione di Ferrero ha conquistato l'80% dei consensi contro l'8,9% dell'ex maggioranza, e di Lodi, dove la prima mozione ha registrata una totalità di consensi. Diversamente da quanto accade a Como, dove è il documento Vendola a conquistare il 61,11% delle preferenze. Per un quadro complessivo bisognerà comunque attendere la prossima settimana, quando saranno Bergamo, Brescia, Monza, Crema, Cremona, Mantova, Pavia e Sondrio a votare.
Alfio Nicotra, segretario regionale di Rifondazione, ci spiega come si possono leggere questi primi dati, chiarendo subito che per avere una fotografia completa bisognerà aspettare il voto dei circoli. "Quelli di oggi sono numeri importanti perché indicativi di come i quadri intermedi si stanno orientando politicamente rispetto al dibattito che anima il partito". Numeri a favore della mozione Ferrero che, secondo lui, "non stupiscono", perché al Nord "si è sofferto in modo forse maggiore rispetto al resto di Italia la presenza del Prc al governo", ovvero la partecipazione ad un esecutivo "che non è riuscito a strappare risultati soddisfacenti per il mondo del lavoro". E proprio rispetto a questa "insofferenza" verso il ruolo reputato marginale di Rifondazione nel governo Prodi, il gruppo dirigente nazionale si è dimostrato "sordo". Dunque secondo Nicotra sono questi i fattori che hanno spinto a sostenere la mozione dell'ex ministro e di Grassi, oltre al fatto che la presentazione di cinque documenti non è stata digerita dal corpo del partito rispetto a cui, nella sua ottica, sarebbe stato meglio organizzare un congresso solo "su un documento unico emendabile". Un'assise, quella di luglio, che secondo lui si presenta fin da oggi come l'appuntamento "più difficile per la storia del Prc", perchè "siamo extra parlamentari, perché il rischio di implosione del partito non è mai stato così alto e perché se procedono le due costituenti, quella comunista e quella di sinistra, il Prc potrebbe spezzarsi, come del resto l'intera area". Per tali ragioni Nicotra ha scelto di sostenere "Rifondazione comunista in Movimento", un documento che insiste sulla necessità di ripartire dal Prc come riferimento politico anche per rilanciare nel futuro il processo unitario. "Serve una Rifondazione forte", ci spiega, "anche per l'unità a sinistra", ma niente costituenti che "dividono ideologicamente tutte le formazioni". Dunque l'accusa di settarismo, che l'altra anima del partito muove verso la questa componente, non gli sembra rendere giustizia alla realtà, anche locale. "Il Prc in Lombardia è aperto alle altre formazioni. Abbiamo sempre guardato con interesse alla Sinistra democratica, in particolare nella realtà di Milano". Però? "Però il punto è cancellare ogni ambiguità come quella di voler traghettare il Prc nell'alveo del socialismo europeo". Nonostante il risultato positivo di Milano e di altre regioni italiane, Nicotra riflette sul fatto che la mozione Vendola potrebbe comunque avvicinarsi alla vittoria. In Campania, Puglia e Calabria si è infatti assistito ad un incremento delle iscrizioni ed è proprio in tali regioni che la mozione del governatore pugliese è più radicata. Un dato che Nicotra spiega sociologicamente -nel Nord il partito è stato maggiormente penalizzato dalla presenza al governo- ma che, aggiunge, "va indagato politicamente", a meno che "la spiegazione non va solo cercata", afferma ironicamente, "nella maggiore bravura dei segretari locali di queste tre regioni".
Mentre continua l'iter congressuale del partito e dopo un silenzio post elettorale durato quasi due mesi, ritorna sulla scena politica anche Fausto Bertinotti. E' sua infatti l'idea di organizzare per il prossimo 12 giugno a Roma, presso il Centro Congressi di via dei Frentani, una giornata di studio dedicata alla sconfitta elettorale ed aperta anche ad esponenti del Pd. Tema che sarà anche il leit motiv del prossimo numero della rivista da lui diretta, Alternative per il Socialismo.
Prc, Ferrero conquista Milano
Marzia Bonacci, 30 maggio 2008, 18:28
Politica Dopo Roma, la mozione che fa capo all'ex ministro conquista anche il capoluogo lombardo. Continua infatti la votazione dei Comitati politici federali che devono eleggere le commissioni incaricate di coordinare le tappe del congresso. Mentre Bertinotti lancia per il 12/6 un' iniziativa per discutere la sconfitta elettorale aprendola anche al Pd
Dopo Roma, anche il capoluogo lombardo si schiera a favore della mozione firmata da Acerbo, Grassi, Mantovani e Ferrero. Prosegue infatti la consultazione dei Comitati politici federali (gli organismi sovrani del partito su base provinciale) per eleggere le Commissioni incaricate di sovrintendere e coordinare i diversi passaggi che porteranno all'appuntamento congressuale del Prc previsto a Chianciano per il 24-27 luglio.
A Milano infatti il documento "Rifondazione comunista in movimento" ha incassato il 61,54% dei consensi, circa ottanta voti; quello che invece fa capo a Vendola e Giordano, cioè "Manifesto per la Rifondazione", ha guadagnato il 17,7% con ventitrè voti. Il 13,08% dei consensi, pari a diciassette voti, è stato dato al "Documento dei cento circoli" di Pegolo e Giannini, mentre "Una svolta operaia" ha guadagnato il 6,15% con otto voti e "Disarmiamoci" di De Cesaris e Russo l'1,54% con due voti.
Significativi, per quel che riguarda il panorama lombardo, le votazioni dei Cpf di Varese, dove la mozione di Ferrero ha conquistato l'80% dei consensi contro l'8,9% dell'ex maggioranza, e di Lodi, dove la prima mozione ha registrata una totalità di consensi. Diversamente da quanto accade a Como, dove è il documento Vendola a conquistare il 61,11% delle preferenze. Per un quadro complessivo bisognerà comunque attendere la prossima settimana, quando saranno Bergamo, Brescia, Monza, Crema, Cremona, Mantova, Pavia e Sondrio a votare.
Alfio Nicotra, segretario regionale di Rifondazione, ci spiega come si possono leggere questi primi dati, chiarendo subito che per avere una fotografia completa bisognerà aspettare il voto dei circoli. "Quelli di oggi sono numeri importanti perché indicativi di come i quadri intermedi si stanno orientando politicamente rispetto al dibattito che anima il partito". Numeri a favore della mozione Ferrero che, secondo lui, "non stupiscono", perché al Nord "si è sofferto in modo forse maggiore rispetto al resto di Italia la presenza del Prc al governo", ovvero la partecipazione ad un esecutivo "che non è riuscito a strappare risultati soddisfacenti per il mondo del lavoro". E proprio rispetto a questa "insofferenza" verso il ruolo reputato marginale di Rifondazione nel governo Prodi, il gruppo dirigente nazionale si è dimostrato "sordo". Dunque secondo Nicotra sono questi i fattori che hanno spinto a sostenere la mozione dell'ex ministro e di Grassi, oltre al fatto che la presentazione di cinque documenti non è stata digerita dal corpo del partito rispetto a cui, nella sua ottica, sarebbe stato meglio organizzare un congresso solo "su un documento unico emendabile". Un'assise, quella di luglio, che secondo lui si presenta fin da oggi come l'appuntamento "più difficile per la storia del Prc", perchè "siamo extra parlamentari, perché il rischio di implosione del partito non è mai stato così alto e perché se procedono le due costituenti, quella comunista e quella di sinistra, il Prc potrebbe spezzarsi, come del resto l'intera area". Per tali ragioni Nicotra ha scelto di sostenere "Rifondazione comunista in Movimento", un documento che insiste sulla necessità di ripartire dal Prc come riferimento politico anche per rilanciare nel futuro il processo unitario. "Serve una Rifondazione forte", ci spiega, "anche per l'unità a sinistra", ma niente costituenti che "dividono ideologicamente tutte le formazioni". Dunque l'accusa di settarismo, che l'altra anima del partito muove verso la questa componente, non gli sembra rendere giustizia alla realtà, anche locale. "Il Prc in Lombardia è aperto alle altre formazioni. Abbiamo sempre guardato con interesse alla Sinistra democratica, in particolare nella realtà di Milano". Però? "Però il punto è cancellare ogni ambiguità come quella di voler traghettare il Prc nell'alveo del socialismo europeo". Nonostante il risultato positivo di Milano e di altre regioni italiane, Nicotra riflette sul fatto che la mozione Vendola potrebbe comunque avvicinarsi alla vittoria. In Campania, Puglia e Calabria si è infatti assistito ad un incremento delle iscrizioni ed è proprio in tali regioni che la mozione del governatore pugliese è più radicata. Un dato che Nicotra spiega sociologicamente -nel Nord il partito è stato maggiormente penalizzato dalla presenza al governo- ma che, aggiunge, "va indagato politicamente", a meno che "la spiegazione non va solo cercata", afferma ironicamente, "nella maggiore bravura dei segretari locali di queste tre regioni".
Mentre continua l'iter congressuale del partito e dopo un silenzio post elettorale durato quasi due mesi, ritorna sulla scena politica anche Fausto Bertinotti. E' sua infatti l'idea di organizzare per il prossimo 12 giugno a Roma, presso il Centro Congressi di via dei Frentani, una giornata di studio dedicata alla sconfitta elettorale ed aperta anche ad esponenti del Pd. Tema che sarà anche il leit motiv del prossimo numero della rivista da lui diretta, Alternative per il Socialismo.
Pescati nella Rete: se il Che tradisce la sinistra
Dal sito www.aprileonline.info
Se il Che tradisce la sinistra...
Jacopo Matano, 30 maggio 2008, 19:15
L'aggressore del Pigneto non si definisce "un razzista", né un uomo di destra. Nel raid, secondo i testimoni, c'era anche un nero. Vi proponiamo una riflessione, con Carlo Leoni e Walter Tocci, sull'incapacità del centrosinistra di interpretare una società che cambia. E che, tra giustizia 'fai da te' e Tarzan, ha bocciato il "modello Roma"
Se ce l'avessero raccontato non ci avremmo mai creduto. A tradirci, a tradire sinistra, pseudosinistra e Pd, è stato Ernesto Guevara de la Serna. Proprio lui, quel Che con la stella rossa, un po' sbafato rispetto alla celeberrima foto di Korda, tatuato sulla pelle del braccio del giustiziere del Pigneto e finito a più riprese su tutti i giornali e i telegiornali. E' stato l'epidermico rivoluzionario argentino, assieme al suo proprietario e a quelle dichiarazioni ("io non sono di destra", "io non sono razzista"), nelle quali il mix di animo un po' coatto e robinhoodiano è diventato così umano da farlo risultare simpatico. D'altronde, all' "eroe" amato dal quartiere, l'avevano stuzzicato. E con lui nella banda, coinvolto nel raid, c'era pure un nero.
Maieutica, in questa storia, è stata Repubblica, sbizzarrita sul carro delle esclusive. Inutili sono stati il Consiglio comunale e il Parlamento, rintontiti, minoritari e alle prese con la crisi della terza settimana. Controproducenti sono stati la sinistra e i centri sociali, che hanno travisato (Migliore: "che errore la marcia antifascista"). Signore e padrone della situazione, in ultimo, è stato il neosindaco sempre "sul pezzo", così presente che è riuscito a fare fuori -notizia di oggi- le odiate strisce blu restando immobile sul lettino della clinica in cui è ricoverato per un'operazione alla spalla. E poco importa se a decidere è stato il Tar, e se nelle casse del Comune si rischia un buco di 30 milioni di euro. Alemanno ha fatto er miracolo.
CORTO CIRCUITO - L'aggressione al Pigneto ha dato il colpo finale al Modello Roma. Quindici anni di gestione della città, quindici anni di esortazioni alla tolleranza e di viaggi in Africa andati in fumo dopo che un gruppo di giovani e non giovani, bianchi e neri, armati di spranghe, devastano i negozi dei bengalesi della nuova piazza Vittorio romana. "Corto circuito mediatico", come si è affrettata a commentare la giovane e romanissima ministra Giorgia Meloni, che di ragazzi di destra e di estrema destra se ne intende, avendoli capeggiati ai tempi di Azione Giovani e della consulta studentesca. Ma anche corto circuito culturale: la sicurezza non è più questione di destra o di sinistra, di tolleranza o di xenofobia. E soprattutto: la sicurezza non è più questione di Stato, ognuno fa per sé e per quello che può. E chapeau a chi ci riesce.
Anche per Carlo Leoni stiamo viaggiando verso lidi difficili. "Che ci sia in un episodio rispetto all'altro una connotazione razzista più o meno marcata -ci spiega al telefono-, a partire dall'assalto ai campi rom e a finire all'episodio del Pigneto, sicuramente sono in molti che pensano che ci debba fare giustizia da soli. Il capo della polizia ieri avrebbe dovuto lanciare l'allarme su questo". Per Leoni "la manifestazione non era fuori luogo. Così come non era fuori luogo neanche l'allarme razzismo". "C'è un'attività squadristica permanente di gruppi di estrema destra che si sentono coperti da un clima politico a loro favorevole". Secondo l'ex deputato di Sd, dunque, "rimane tutto", a prescindere da quanto può dichiarare "una persona che aveva precedenti penali per reati contro il patrimonio, non certo uno stinco di santo". E il tatuaggio di Che Guevara? "Non basta per essere definibile di sinistra".
GIUNGLA METROPOLITANA - Tant'è. Eppure dopo che anche il guerrigliero di Fidel è passato dall'altra parte, e dopo la fuga di Rutelli nell'esilio d'oro dell'ex Copaco, a Roma, nel centrosinistra, resta solo Zingaretti. Gli assessori della giunta Veltroni sono sparsi tra Camera e Senato o tornati alle vecchie mansioni. I dirigenti, molti dei quali riconfermati, faticano a riassestarsi sulle nuove lunghezze d'onda. In consiglio comunale, riferimento della sinistra è Andrea Alzetta, il "Tarzan" di Action, unico sopravvissuto alla strage elettorale dei compagni ed oggi capogruppo di SA in consiglio. Anche questo un segnale. "Se guardi sia le elezioni in consiglio sia i municipi, quelli che hanno preso più voti sono stati quelli di Tarzan e di Sinistra Democratica", analizza Leoni. "Si sono dimostrate le due strutture più radicate nella società. Questo è un problema che riguarda la SA ma riguarda anche il Pd tutto il centrosinistra: bisogna ancora riorganizzare le idee sulle ragioni della sconfitta e capire su quale asse riprendere la strada di un'opposizione che punti ad una battaglia progressista". Per Leoni è necessaria una cesura con il passato, che è fatto di luci e di ombre. Quali ombre? gli chiediamo. "Chi teneva le leve del comando in questa città - ci risponde- pensava di aver costruito ormai un sistema di consenso inattaccabile ed infrangibile, e si è poco preoccupato dei bisogni e delle inquietudini quotidiane della popolazione". In due parole, per Leoni, nelle stanze romane aleggiava la certezza che "se ci sostengono il Corriere, il Messaggero e i costruttori allora la continuazione è garantita. E invece no".
LA FINE DEL MODELLO ROMA - Con noi, Walter Tocci, ex assessore alla mobilità ed oggi deputato, fa una riflessione partendo dal passato per esaminare il nucleo del problema, il nodo critico su cui è caduto il modello. "Per quindici anni", ci spiega al telefono, "abbiamo guardato la città con gli occhi dell'amministratore. L'amministratore non vive sulla luna, ed anzi ha un punto di vista molto completo. Però non c'è dubbio che osserva la città dall'osservatorio degli strumenti amministrativi". Contemporaneamente, "i nostri partiti, i partiti di centrosinistra, si sono limitati a raccogliere i consensi che venivano dai sindaci ma non hanno saputo sviluppare un'autonoma azione politica nei quartieri e nei territori". Tranne, ovviamente, alcune eccezioni, come circoli e associazioni. I partiti, per Tocci, "sono stati più dei raccoglitori di voti piuttosto che dei creatori di politica". Questa duplice e sforbiciata visione, amministratori e raccoglitori di voti è sfociata negli ultimi tempi in "una certa sicumera di cui l'espressione modello Roma è emblematica". Avendo una visione solo amministrativa, spiega l'ex assessore, "abbiamo perso la finezza dello sguardo, in questo magma sociale in cui può accadere una vicenda come quella del Pigneto". "Secondo me -continua- è mancata una costruzione politico-sociale oltre a quella amministrativa. Abbiamo governato la città anche bene, non dobbiamo flagellarci, però l'abbiamo fatto con una logica di governo. E' mancata una capacità di costruire uno schema politico-sociale". Capacità che Alemanno aveva? "La destra elabora dei modelli che poi in qualche modo influenzano anche i comportamenti sociali. Dal loro punto di vista, loro costruiscono un proprio popolo. Questo vale sia per gli atteggiamenti conservatori, ma anche per quella certa parte estremistica che si sente legittimata avendo oggi un sindaco vicino ai loro colori: li ha resi più forti, più visibili. Noi, il nostro popolo, non siamo riusciti a costruirlo. Tranne agli inizi, negli anni 90, dopo tangentopoli, quando abbiamo interpretato un "popolo dell'innovazione", del progressismo". Veltroni, in questa impresa, ci ha provato. E secondo Tocci ci è riuscito. "La sua narrazione della città, il suo insistere sui valori era in fondo un fare popolo". Però "era molto dall'alto, era molto legato alla sua figura come leader e come sindaco".
Ok, Veltroni aveva un suo popolo. Però Alemanno ha tolto le strisce blu.
Se il Che tradisce la sinistra...
Jacopo Matano, 30 maggio 2008, 19:15
L'aggressore del Pigneto non si definisce "un razzista", né un uomo di destra. Nel raid, secondo i testimoni, c'era anche un nero. Vi proponiamo una riflessione, con Carlo Leoni e Walter Tocci, sull'incapacità del centrosinistra di interpretare una società che cambia. E che, tra giustizia 'fai da te' e Tarzan, ha bocciato il "modello Roma"
Se ce l'avessero raccontato non ci avremmo mai creduto. A tradirci, a tradire sinistra, pseudosinistra e Pd, è stato Ernesto Guevara de la Serna. Proprio lui, quel Che con la stella rossa, un po' sbafato rispetto alla celeberrima foto di Korda, tatuato sulla pelle del braccio del giustiziere del Pigneto e finito a più riprese su tutti i giornali e i telegiornali. E' stato l'epidermico rivoluzionario argentino, assieme al suo proprietario e a quelle dichiarazioni ("io non sono di destra", "io non sono razzista"), nelle quali il mix di animo un po' coatto e robinhoodiano è diventato così umano da farlo risultare simpatico. D'altronde, all' "eroe" amato dal quartiere, l'avevano stuzzicato. E con lui nella banda, coinvolto nel raid, c'era pure un nero.
Maieutica, in questa storia, è stata Repubblica, sbizzarrita sul carro delle esclusive. Inutili sono stati il Consiglio comunale e il Parlamento, rintontiti, minoritari e alle prese con la crisi della terza settimana. Controproducenti sono stati la sinistra e i centri sociali, che hanno travisato (Migliore: "che errore la marcia antifascista"). Signore e padrone della situazione, in ultimo, è stato il neosindaco sempre "sul pezzo", così presente che è riuscito a fare fuori -notizia di oggi- le odiate strisce blu restando immobile sul lettino della clinica in cui è ricoverato per un'operazione alla spalla. E poco importa se a decidere è stato il Tar, e se nelle casse del Comune si rischia un buco di 30 milioni di euro. Alemanno ha fatto er miracolo.
CORTO CIRCUITO - L'aggressione al Pigneto ha dato il colpo finale al Modello Roma. Quindici anni di gestione della città, quindici anni di esortazioni alla tolleranza e di viaggi in Africa andati in fumo dopo che un gruppo di giovani e non giovani, bianchi e neri, armati di spranghe, devastano i negozi dei bengalesi della nuova piazza Vittorio romana. "Corto circuito mediatico", come si è affrettata a commentare la giovane e romanissima ministra Giorgia Meloni, che di ragazzi di destra e di estrema destra se ne intende, avendoli capeggiati ai tempi di Azione Giovani e della consulta studentesca. Ma anche corto circuito culturale: la sicurezza non è più questione di destra o di sinistra, di tolleranza o di xenofobia. E soprattutto: la sicurezza non è più questione di Stato, ognuno fa per sé e per quello che può. E chapeau a chi ci riesce.
Anche per Carlo Leoni stiamo viaggiando verso lidi difficili. "Che ci sia in un episodio rispetto all'altro una connotazione razzista più o meno marcata -ci spiega al telefono-, a partire dall'assalto ai campi rom e a finire all'episodio del Pigneto, sicuramente sono in molti che pensano che ci debba fare giustizia da soli. Il capo della polizia ieri avrebbe dovuto lanciare l'allarme su questo". Per Leoni "la manifestazione non era fuori luogo. Così come non era fuori luogo neanche l'allarme razzismo". "C'è un'attività squadristica permanente di gruppi di estrema destra che si sentono coperti da un clima politico a loro favorevole". Secondo l'ex deputato di Sd, dunque, "rimane tutto", a prescindere da quanto può dichiarare "una persona che aveva precedenti penali per reati contro il patrimonio, non certo uno stinco di santo". E il tatuaggio di Che Guevara? "Non basta per essere definibile di sinistra".
GIUNGLA METROPOLITANA - Tant'è. Eppure dopo che anche il guerrigliero di Fidel è passato dall'altra parte, e dopo la fuga di Rutelli nell'esilio d'oro dell'ex Copaco, a Roma, nel centrosinistra, resta solo Zingaretti. Gli assessori della giunta Veltroni sono sparsi tra Camera e Senato o tornati alle vecchie mansioni. I dirigenti, molti dei quali riconfermati, faticano a riassestarsi sulle nuove lunghezze d'onda. In consiglio comunale, riferimento della sinistra è Andrea Alzetta, il "Tarzan" di Action, unico sopravvissuto alla strage elettorale dei compagni ed oggi capogruppo di SA in consiglio. Anche questo un segnale. "Se guardi sia le elezioni in consiglio sia i municipi, quelli che hanno preso più voti sono stati quelli di Tarzan e di Sinistra Democratica", analizza Leoni. "Si sono dimostrate le due strutture più radicate nella società. Questo è un problema che riguarda la SA ma riguarda anche il Pd tutto il centrosinistra: bisogna ancora riorganizzare le idee sulle ragioni della sconfitta e capire su quale asse riprendere la strada di un'opposizione che punti ad una battaglia progressista". Per Leoni è necessaria una cesura con il passato, che è fatto di luci e di ombre. Quali ombre? gli chiediamo. "Chi teneva le leve del comando in questa città - ci risponde- pensava di aver costruito ormai un sistema di consenso inattaccabile ed infrangibile, e si è poco preoccupato dei bisogni e delle inquietudini quotidiane della popolazione". In due parole, per Leoni, nelle stanze romane aleggiava la certezza che "se ci sostengono il Corriere, il Messaggero e i costruttori allora la continuazione è garantita. E invece no".
LA FINE DEL MODELLO ROMA - Con noi, Walter Tocci, ex assessore alla mobilità ed oggi deputato, fa una riflessione partendo dal passato per esaminare il nucleo del problema, il nodo critico su cui è caduto il modello. "Per quindici anni", ci spiega al telefono, "abbiamo guardato la città con gli occhi dell'amministratore. L'amministratore non vive sulla luna, ed anzi ha un punto di vista molto completo. Però non c'è dubbio che osserva la città dall'osservatorio degli strumenti amministrativi". Contemporaneamente, "i nostri partiti, i partiti di centrosinistra, si sono limitati a raccogliere i consensi che venivano dai sindaci ma non hanno saputo sviluppare un'autonoma azione politica nei quartieri e nei territori". Tranne, ovviamente, alcune eccezioni, come circoli e associazioni. I partiti, per Tocci, "sono stati più dei raccoglitori di voti piuttosto che dei creatori di politica". Questa duplice e sforbiciata visione, amministratori e raccoglitori di voti è sfociata negli ultimi tempi in "una certa sicumera di cui l'espressione modello Roma è emblematica". Avendo una visione solo amministrativa, spiega l'ex assessore, "abbiamo perso la finezza dello sguardo, in questo magma sociale in cui può accadere una vicenda come quella del Pigneto". "Secondo me -continua- è mancata una costruzione politico-sociale oltre a quella amministrativa. Abbiamo governato la città anche bene, non dobbiamo flagellarci, però l'abbiamo fatto con una logica di governo. E' mancata una capacità di costruire uno schema politico-sociale". Capacità che Alemanno aveva? "La destra elabora dei modelli che poi in qualche modo influenzano anche i comportamenti sociali. Dal loro punto di vista, loro costruiscono un proprio popolo. Questo vale sia per gli atteggiamenti conservatori, ma anche per quella certa parte estremistica che si sente legittimata avendo oggi un sindaco vicino ai loro colori: li ha resi più forti, più visibili. Noi, il nostro popolo, non siamo riusciti a costruirlo. Tranne agli inizi, negli anni 90, dopo tangentopoli, quando abbiamo interpretato un "popolo dell'innovazione", del progressismo". Veltroni, in questa impresa, ci ha provato. E secondo Tocci ci è riuscito. "La sua narrazione della città, il suo insistere sui valori era in fondo un fare popolo". Però "era molto dall'alto, era molto legato alla sua figura come leader e come sindaco".
Ok, Veltroni aveva un suo popolo. Però Alemanno ha tolto le strisce blu.
Pescati nella Rete: Valdo Spini
Dal sito www.aprileonline.info
Socialisti, la diaspora si può fermare
Andrea Scarchilli , 30 maggio 2008, 17:35
Politica A meno di un mese dal congresso, Valdo Spini "lancia un sasso nello stagno". Perché non utilizzare l'appuntamento elettorale dell'anno prossimo per fare una lista comune di quanti, nel Pd, in Sd e nel Ps, ancora si riconoscono nell'appartenza al Pse? Un modo per aprire un dibattito, e riconquistare spazio
A meno di mese dal congresso del partito socialista, quello in cui si dovranno affrontare, per la segreteria, il presidente del Consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini e l'eurodeputata Pia Locatelli, il dibattito all'interno della formazione della Rosa europea, sulle prospettive future, non si ferma. I socialisti sono di fronte a un bivio: se dovesse prevalere, all'assise di giugno, Nencini, si opterà per un forte pressing sul Partito democratico per tentare di fare quanto non è riuscito a Enrico Boselli: l'alleanza. La linea della Locatelli, invece, è sul modello dell'assemblea di Chianciano Terme, quello che vuole e si muove per un soggetto liberale, radicale, socialista e laico anche al di fuori dei partiti già consolidati.
Valdo Spini, già tra i fondatori di Sinistra democratica e poi confluito nel comitato promotore del Partito socialista, ancora non si è posizionato ufficialmente nella battaglia congressuale, anche se parrebbe orientato a sostenere Nencini (a cui, tra l'altro, darà il suo appoggio Gavino Angius, che lasciò assieme a Spini Sd per entrare nel gruppo fondatore del Ps). Proprio nelle settimane in cui i delegati si preparano ad eleggere un nuovo leader che tenterà di rianimare una formazione sfiancata dalle ultime elezioni, l'ex vicecapogruppo di Sd alla Camera prova, come dice lui, a "lanciare un sasso nello stagno". Intervenendo in un dibattito con il vicepresidente democratico del Senato Vannino Chiti in un convegno alle Caldine (provincia di Firenze) e chiarendo le sue affermazioni ad "Aprileonline".
Il ragionamento delle Caldine prende spunto dall'opinione che "il dopo elezioni, dopo la vittoria politica di Berlusconi non può essere caratterizzato, nella sinistra e, nel senso più ampio nel centrosinistra, dalla continuazione sic e simpliciter delle polemiche della campagna elettorale. Dobbiamo fare, per quanto a ciascuno può competere, di più e meglio". Quello che compete a Valdo Spini è tentare di impedire che una diaspora violenta annienti le singole esperienze del Pse in Italia. L'anno prossimo ci sono le elezioni europee: perché non fare una lista comune di quanti aderiscono al Partito socialista europeo? Dice Spini: "Oggi esiste nel gruppo socialista al Parlamento Europeo una componente italiana a cui appartengono parlamentari che militano oggi sia nel Pd (sono quelli di provenienza Ds), che nel Partito socialista, che in Sinistra democratica. L'anno prossimo ci sono le elezioni europee. Che cosa faranno questi parlamentari: si divideranno in varie liste italiane? Oppure si può cominciare fino da ora un'azione politica che non prescinda certo dalle novità intervenute come la formazione del Partito democratico, ma per quanto attiene all'Italia agisca, per unire e non per dividere e, per quanto attiene all'Europa, per non operare rotture di continuità con la militanza socialista europea, ma al contrario allargarla?".
I nomi "pesanti", delle tre formazioni, nel Parlamento europeo già ci sono. Per fare qualche esempio: Sinistra democratica ha il neo coordinatore del movimento Claudio Fava e Pasqualina Napoletano, il Pd il capo della delegazione italiana Gianni Pittella, i socialisti la vicepresidente Pia Locatelli. Spini, intanto, vuole mantenere intatto questo patrimonio e questa appartenenza comune, poi "vediamo che succede". Il Partito democratico, del resto, ha in corso un dibattito sulla futura collocazione in Europa. E' noto che una parte del Pd fa capo ai socialisti europei, un'altra (l'ex Margherita) ai liberali. Spini si domanda: "Cosa faranno, l'anno prossimo, si presenteranno agli elettori dicendo che un pezzo degli eletti va da una parte e il secondo pezzo da un'altra?". E' noto che si sta tentando, attraverso un apposito gruppo di lavoro, di risolvere la questione, magari allargando le basi del gruppo socialista e farvi trovare spazio anche ai liberali - margheritini. Se, tuttavia, dovesse prevalere l'opzione di chiusura e non si riuscisse ad allargare il socialismo europeo anche alle nuove leve democratiche, si aprirebbero nuovi varchi. E la proposta di Spini, in sostanziale accordo con la mozione di Nencini, vuole utilizzarli per riaprire il discorso all'alleanza e ricominciare ad intaccare la solitudine veltroniana. Lo stesso ragionamento è rivolto a Sinistra democratica: "Che fa Fava, vuole rifare la sinistra con Rifondazione?". Spini è più interessato, evidentemente, al tavolo di confronto che il neo coordinatore di Sd ha aperto con Veltroni. Secondo lui, le elezioni europee potrebbero essere l'opportunità di aggiungere un posto a tavola. Riservato al Partito socialista.
Socialisti, la diaspora si può fermare
Andrea Scarchilli , 30 maggio 2008, 17:35
Politica A meno di un mese dal congresso, Valdo Spini "lancia un sasso nello stagno". Perché non utilizzare l'appuntamento elettorale dell'anno prossimo per fare una lista comune di quanti, nel Pd, in Sd e nel Ps, ancora si riconoscono nell'appartenza al Pse? Un modo per aprire un dibattito, e riconquistare spazio
A meno di mese dal congresso del partito socialista, quello in cui si dovranno affrontare, per la segreteria, il presidente del Consiglio regionale della Toscana Riccardo Nencini e l'eurodeputata Pia Locatelli, il dibattito all'interno della formazione della Rosa europea, sulle prospettive future, non si ferma. I socialisti sono di fronte a un bivio: se dovesse prevalere, all'assise di giugno, Nencini, si opterà per un forte pressing sul Partito democratico per tentare di fare quanto non è riuscito a Enrico Boselli: l'alleanza. La linea della Locatelli, invece, è sul modello dell'assemblea di Chianciano Terme, quello che vuole e si muove per un soggetto liberale, radicale, socialista e laico anche al di fuori dei partiti già consolidati.
Valdo Spini, già tra i fondatori di Sinistra democratica e poi confluito nel comitato promotore del Partito socialista, ancora non si è posizionato ufficialmente nella battaglia congressuale, anche se parrebbe orientato a sostenere Nencini (a cui, tra l'altro, darà il suo appoggio Gavino Angius, che lasciò assieme a Spini Sd per entrare nel gruppo fondatore del Ps). Proprio nelle settimane in cui i delegati si preparano ad eleggere un nuovo leader che tenterà di rianimare una formazione sfiancata dalle ultime elezioni, l'ex vicecapogruppo di Sd alla Camera prova, come dice lui, a "lanciare un sasso nello stagno". Intervenendo in un dibattito con il vicepresidente democratico del Senato Vannino Chiti in un convegno alle Caldine (provincia di Firenze) e chiarendo le sue affermazioni ad "Aprileonline".
Il ragionamento delle Caldine prende spunto dall'opinione che "il dopo elezioni, dopo la vittoria politica di Berlusconi non può essere caratterizzato, nella sinistra e, nel senso più ampio nel centrosinistra, dalla continuazione sic e simpliciter delle polemiche della campagna elettorale. Dobbiamo fare, per quanto a ciascuno può competere, di più e meglio". Quello che compete a Valdo Spini è tentare di impedire che una diaspora violenta annienti le singole esperienze del Pse in Italia. L'anno prossimo ci sono le elezioni europee: perché non fare una lista comune di quanti aderiscono al Partito socialista europeo? Dice Spini: "Oggi esiste nel gruppo socialista al Parlamento Europeo una componente italiana a cui appartengono parlamentari che militano oggi sia nel Pd (sono quelli di provenienza Ds), che nel Partito socialista, che in Sinistra democratica. L'anno prossimo ci sono le elezioni europee. Che cosa faranno questi parlamentari: si divideranno in varie liste italiane? Oppure si può cominciare fino da ora un'azione politica che non prescinda certo dalle novità intervenute come la formazione del Partito democratico, ma per quanto attiene all'Italia agisca, per unire e non per dividere e, per quanto attiene all'Europa, per non operare rotture di continuità con la militanza socialista europea, ma al contrario allargarla?".
I nomi "pesanti", delle tre formazioni, nel Parlamento europeo già ci sono. Per fare qualche esempio: Sinistra democratica ha il neo coordinatore del movimento Claudio Fava e Pasqualina Napoletano, il Pd il capo della delegazione italiana Gianni Pittella, i socialisti la vicepresidente Pia Locatelli. Spini, intanto, vuole mantenere intatto questo patrimonio e questa appartenenza comune, poi "vediamo che succede". Il Partito democratico, del resto, ha in corso un dibattito sulla futura collocazione in Europa. E' noto che una parte del Pd fa capo ai socialisti europei, un'altra (l'ex Margherita) ai liberali. Spini si domanda: "Cosa faranno, l'anno prossimo, si presenteranno agli elettori dicendo che un pezzo degli eletti va da una parte e il secondo pezzo da un'altra?". E' noto che si sta tentando, attraverso un apposito gruppo di lavoro, di risolvere la questione, magari allargando le basi del gruppo socialista e farvi trovare spazio anche ai liberali - margheritini. Se, tuttavia, dovesse prevalere l'opzione di chiusura e non si riuscisse ad allargare il socialismo europeo anche alle nuove leve democratiche, si aprirebbero nuovi varchi. E la proposta di Spini, in sostanziale accordo con la mozione di Nencini, vuole utilizzarli per riaprire il discorso all'alleanza e ricominciare ad intaccare la solitudine veltroniana. Lo stesso ragionamento è rivolto a Sinistra democratica: "Che fa Fava, vuole rifare la sinistra con Rifondazione?". Spini è più interessato, evidentemente, al tavolo di confronto che il neo coordinatore di Sd ha aperto con Veltroni. Secondo lui, le elezioni europee potrebbero essere l'opportunità di aggiungere un posto a tavola. Riservato al Partito socialista.
Segnalazione: Giorgio Ruffolo
Ma perché la sinistra dovrebbe vincere?di Giorgio Ruffolo - 30/05/2008Fonte: La Repubblica [scheda fonte]
Più ci penso più mi convinco che la ormai evidente crisi della sinistra (parlo soprattutto di quella europea) è dovuta, molto più che a gravi errori politici, pure evidenti, a fattori culturali e morali. In una intervista ripubblicata da Lettera Internazionale, la bella rivista diretta da Federico Coen e Biancamaria Bruno, Cornelius Castoriadis ricordava che i filosofi politici di oggi «ignorano alla grande l’intima solidarietà tra un regime sociale e il tipo antropologico necessario per farlo funzionare». É un fatto che nel nostro tempo, diciamo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è profondamente mutato non soltanto il regime sociale (la struttura della economia e delle classi sociali) ma anche il «tipo antropologico» rappresentativo della società. Della prima mutazione i partiti della sinistra (parlo dei grandi partiti «riformisti») si sono, anche se a stento, accorti e hanno tentato di adeguarsi, prevalentemente in modo passivo, e cioè subendo l’iniziativa di un capitalismo vittorioso. Non hanno invece neppure percepito la seconda, il profondo mutamento culturale che la accompagna e che determina i cambiamenti dell’umore politico e del comportamento elettorale. Parlo di cambiamenti che si rivelano più con manifestazioni apolitiche e apparentemente irrilevanti, ma significative del modo di sentire e di pensare; dei valori esistenziali; degli "attrattori" del comportamento: tutte "spie" di mutamenti antropologici. Nell’ultimo mezzo secolo, certo, la natura umana profonda, quella che contraddistingue le caratteristiche strutturali costituenti della specie, è cambiata di poco. Essa cambia sì, ma assai lentamente nello spazio dei millenni, anzi dei milioni di anni. Le caratteristiche culturali, che riguardano i comportamenti estrinseci, cambiano invece radicalmente e talvolta rapidamente. Chi potrebbe dire che l’Uomo medievale o l’Uomo del Rinascimento sono vicini al nostro modo di considerare la vita? (con sorpresa constatiamo, talvolta, che ci è molto più vicina la cultura degli antichi romani! il che prova che la nostra non è una evoluzione lineare). Ora: un cambiamento antropologico radicale è intervenuto tra la società occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento e quella attuale. Quella accoppiava un forte materialismo progressista e scientifico con una altrettanto perentoria esibizione di valori etici trascendenti (Dio, Patria, Famiglia); un accoppiamento che ne costituiva insieme la contraddizione e la forza. Questa ha abbandonato la fede nelle magnifiche sorti e progressive ripiegando dal materialismo progressista allo psicologismo scettico; e al tempo stesso ha annegato i valori trascendenti, cui tributa una deferenza sempre più formale e superstiziosa, in una esplosione di edonismo e di egoismo davvero trascendentale. Il che la rende, magari, più coerente, ma intrinsecamente più vulnerabile. La forza attrattiva della sinistra stava nella sua decisa denuncia delle contraddizioni della società borghese; della sua ipocrisia e della sua ingiustizia: dell’impossibilità di coniugare i suoi valori trascendenti esibiti, con la pratica della sopraffazione e dello sfruttamento. La sinistra di oggi si trova di fronte a classi dirigenti che, grazie al formidabile progresso tecnologico, non hanno più bisogno sistematico di sfruttamento del lavoro (sebbene questo sia tutt’altro che scomparso) essendo in grado di produrre masse enormi di beni di consumo. Viene meno dunque, almeno in parte, la sua missione di denuncia dello sfruttamento del lavoro. Si ingigantisce invece lo sfruttamento della natura, praticato in cambio di utilità sempre più frivole e al costo di distruzione di risorse irreversibili. D’altra parte, le nuove classi dirigenti rinunciano a presentarsi come portatrici di valori trascendenti per identificarsi con quelli decisamente immanenti dell’edonismo materialistico. Sult erreno economico, la virtù ascetica del risparmio è sostituita dalla incentivazione pubblicitaria dell’incontinenza consumistica; e l’ammirazione per i grandi imprenditori costruttori per quella dei grandi maghi speculatori. Di fronte a questa vera e propria conversione a U del vangelo capitalistico, la sinistra, da una parte si trincera combattendo un capitalismo che non c’è più; dall’altra, manca di percepire le nuove contraddizioni del nuovo capitalismo: che sono soprattutto ecologiche e morali. Ecologiche: l’insostenibilità di una economia basata sul consumo del capitale naturale: una distruzione chiamata crescita. Morali: l’orientamento della potenza creatrice della tecnica verso le finalità frivole del consumo, anziché verso la realizzazione di una società più giusta, di bisogni collettivi più urgenti, di scopi culturali realmente trascendenti. La sinistra, da una parte, quella "radicale", recita un vecchio copione inattendibile. Dall’altra, quella "riformista", insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.
Più ci penso più mi convinco che la ormai evidente crisi della sinistra (parlo soprattutto di quella europea) è dovuta, molto più che a gravi errori politici, pure evidenti, a fattori culturali e morali. In una intervista ripubblicata da Lettera Internazionale, la bella rivista diretta da Federico Coen e Biancamaria Bruno, Cornelius Castoriadis ricordava che i filosofi politici di oggi «ignorano alla grande l’intima solidarietà tra un regime sociale e il tipo antropologico necessario per farlo funzionare». É un fatto che nel nostro tempo, diciamo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è profondamente mutato non soltanto il regime sociale (la struttura della economia e delle classi sociali) ma anche il «tipo antropologico» rappresentativo della società. Della prima mutazione i partiti della sinistra (parlo dei grandi partiti «riformisti») si sono, anche se a stento, accorti e hanno tentato di adeguarsi, prevalentemente in modo passivo, e cioè subendo l’iniziativa di un capitalismo vittorioso. Non hanno invece neppure percepito la seconda, il profondo mutamento culturale che la accompagna e che determina i cambiamenti dell’umore politico e del comportamento elettorale. Parlo di cambiamenti che si rivelano più con manifestazioni apolitiche e apparentemente irrilevanti, ma significative del modo di sentire e di pensare; dei valori esistenziali; degli "attrattori" del comportamento: tutte "spie" di mutamenti antropologici. Nell’ultimo mezzo secolo, certo, la natura umana profonda, quella che contraddistingue le caratteristiche strutturali costituenti della specie, è cambiata di poco. Essa cambia sì, ma assai lentamente nello spazio dei millenni, anzi dei milioni di anni. Le caratteristiche culturali, che riguardano i comportamenti estrinseci, cambiano invece radicalmente e talvolta rapidamente. Chi potrebbe dire che l’Uomo medievale o l’Uomo del Rinascimento sono vicini al nostro modo di considerare la vita? (con sorpresa constatiamo, talvolta, che ci è molto più vicina la cultura degli antichi romani! il che prova che la nostra non è una evoluzione lineare). Ora: un cambiamento antropologico radicale è intervenuto tra la società occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento e quella attuale. Quella accoppiava un forte materialismo progressista e scientifico con una altrettanto perentoria esibizione di valori etici trascendenti (Dio, Patria, Famiglia); un accoppiamento che ne costituiva insieme la contraddizione e la forza. Questa ha abbandonato la fede nelle magnifiche sorti e progressive ripiegando dal materialismo progressista allo psicologismo scettico; e al tempo stesso ha annegato i valori trascendenti, cui tributa una deferenza sempre più formale e superstiziosa, in una esplosione di edonismo e di egoismo davvero trascendentale. Il che la rende, magari, più coerente, ma intrinsecamente più vulnerabile. La forza attrattiva della sinistra stava nella sua decisa denuncia delle contraddizioni della società borghese; della sua ipocrisia e della sua ingiustizia: dell’impossibilità di coniugare i suoi valori trascendenti esibiti, con la pratica della sopraffazione e dello sfruttamento. La sinistra di oggi si trova di fronte a classi dirigenti che, grazie al formidabile progresso tecnologico, non hanno più bisogno sistematico di sfruttamento del lavoro (sebbene questo sia tutt’altro che scomparso) essendo in grado di produrre masse enormi di beni di consumo. Viene meno dunque, almeno in parte, la sua missione di denuncia dello sfruttamento del lavoro. Si ingigantisce invece lo sfruttamento della natura, praticato in cambio di utilità sempre più frivole e al costo di distruzione di risorse irreversibili. D’altra parte, le nuove classi dirigenti rinunciano a presentarsi come portatrici di valori trascendenti per identificarsi con quelli decisamente immanenti dell’edonismo materialistico. Sult erreno economico, la virtù ascetica del risparmio è sostituita dalla incentivazione pubblicitaria dell’incontinenza consumistica; e l’ammirazione per i grandi imprenditori costruttori per quella dei grandi maghi speculatori. Di fronte a questa vera e propria conversione a U del vangelo capitalistico, la sinistra, da una parte si trincera combattendo un capitalismo che non c’è più; dall’altra, manca di percepire le nuove contraddizioni del nuovo capitalismo: che sono soprattutto ecologiche e morali. Ecologiche: l’insostenibilità di una economia basata sul consumo del capitale naturale: una distruzione chiamata crescita. Morali: l’orientamento della potenza creatrice della tecnica verso le finalità frivole del consumo, anziché verso la realizzazione di una società più giusta, di bisogni collettivi più urgenti, di scopi culturali realmente trascendenti. La sinistra, da una parte, quella "radicale", recita un vecchio copione inattendibile. Dall’altra, quella "riformista", insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.
venerdì 30 maggio 2008
Vittorio Melandri: domande sul PD e la Chiesa
Nello stesso punto fisico del quotidiano l’Unità, ultima pagina ultima colonna a destra, in cui il 29 maggio si poteva leggere Antonello Soro, presidente del gruppo parlamentare alla Camera dei deputati, per il PD, che affermava entusiasticamente….
“non possiamo non vedere come la Chiesa stia tornando nei suoi interventi a una ispirazione autenticamente pastorale”
il 30 maggio si leggono queste parole di Monsignor Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana:
“ho l’impressione che la svolta programmatica propiziata dal Vaticano II non sia stata ancora sufficientemente recepita. I moduli dell’interpretazione sociale da parte dell’istituzione ecclesiale, ma diciamo anche dell’autocoscienza cristiana nella sua maggioranza, risultano spesso inavvertitamente debitori del precedente quadro di riferimento”.
Senza evocare Nanni Moretti, che se ne è presto tornato al suo cinema, abbandonando al vento le sue profetiche parole, “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai” sono, con il Giorgio Ruffolo che si legge su la Repubblica del 30 maggio, per chiedermi, “ma perché la sinistra dovrebbe vincere?” visto che, come fotografa con sintesi amarissima Ruffolo:
“la sinistra, da una parte, quella “radicale”, recita un vecchio copione inattendibile. Dall´altra, quella “riformista”, insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.”
Il 30 maggio è stato davvero un giorno di lezioni esemplari, per il “tipo di dirigenti mediocri” che la sinistra si ritrova ancora in testa. Lezioni esemplari sia per il contenuto sia per le inopinate “cattedre” da cui sono giunte, peccato solo che il “tipo di dirigenti mediocri” che la sinistra si ritrova ancora in testa, sia caratterizzato ad un tempo da presunzione che continua ad essere a crescita esponenziale e da una capacità di ascolto prossima allo zero virgola zero.
Personalmente mi ostino a riassumere.
Oltre ai già citati Coda e Ruffolo, agli estasiati estimatori del “gioioso” Benedetto XVI, felice per il sereno, pacato, clima di dialogo da Lui solennemente certificato (dopo che Crozza lo aveva invece così svilito)
Giancarlo Bosetti su la Repubblica suggerisce di chiedersi “su quale base riposi una presunta facoltà della Chiesa romana di dettare l’agenda” e ricorda agli estasiati, fra le altre cose, che “tanta vicinanza della Chiesa all´agenda politica italiana (e solo questa?) è sospetta, specie nelle parole della sua guida più alta”.
Guido Rossi, di cui sempre su la Repubblica vengono riportati brani presi dalla sua prefazione al libro di Robert B. Reich “Supercapitalismo. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia”, Fazi editore, pagine 320, € 25, ricorda agli “imitatori” della sinistra riformista, cosi battezzati giustamente da Ruffolo, come ….
“il deficit grave di democrazia debba essere affrontato mettendo sotto accusa l’intero sistema, perché la colpa sempre più grave di quel deficit non siamo noi, anzi ciascuno di noi nel suo schizofrenico sdoppiamento fra consumatore vincente e cittadino perdente. Non credo che siamo noi che abbiamo bisogno di uno psicanalista per diventare meno consumisti e più cittadini, ma sono le società per azioni, le banche e i mercati finanziari che, come del resto ho scritto nel mio ultimo libro, abbisognano di un legislatore, magari sovranazionale, severo ma né improvvisato, né prodigo di troppe inutili norme.”
E per finire in gloria, ci si mette addirittura il Consigliere Delegato di Intesa Sanpaolo
Corrado Passera, ieri a Trento al Festival dell’economia, ed oggi ripreso in prima pagina su Il Sole 24 ORE, a spiegare ai post-post-post comunisti e ai post-post-post democristiani di sinistra, che dominano l’opposizione parlamentare, che oggi
“il dinamismo del capitalismo democratico, fatto di crescita vigorosa, coesione sociale, welfare, diritti civili, libertà di informazione e di espressione, mobilità sociale, appare aver perso la sua spinta e si mostra quasi inceppato.”
Ai post-post-post, da neofiti evidentemente troppo zelanti nel considerare il mercato proprio come lo considera il vincente Berlusconi, ci deve pensare il manager Passera a ricordare che “il mercato lasciato a se stesso (o ai Berluscones, aggiungo io), imporrebbe la sua legge spesso crudele e iniqua, il suo darwinismo sociale fondato solo su rapporti di forza….per tutte queste ragioni, e nel rispetto reciproco, la democrazia deve avere il primato rispetto al mercato”.
Per cui, mi sento di concludere, sino a che la “democrazia” sostanziale non avrà il primato sulla “nomenclatura” dominante a sinistra, sia essa sedicente radicale sia essa sedicente riformista, varrà la domanda: “ma perché la sinistra dovrebbe vincere?”
Vittorio Melandri
“non possiamo non vedere come la Chiesa stia tornando nei suoi interventi a una ispirazione autenticamente pastorale”
il 30 maggio si leggono queste parole di Monsignor Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana:
“ho l’impressione che la svolta programmatica propiziata dal Vaticano II non sia stata ancora sufficientemente recepita. I moduli dell’interpretazione sociale da parte dell’istituzione ecclesiale, ma diciamo anche dell’autocoscienza cristiana nella sua maggioranza, risultano spesso inavvertitamente debitori del precedente quadro di riferimento”.
Senza evocare Nanni Moretti, che se ne è presto tornato al suo cinema, abbandonando al vento le sue profetiche parole, “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai” sono, con il Giorgio Ruffolo che si legge su la Repubblica del 30 maggio, per chiedermi, “ma perché la sinistra dovrebbe vincere?” visto che, come fotografa con sintesi amarissima Ruffolo:
“la sinistra, da una parte, quella “radicale”, recita un vecchio copione inattendibile. Dall´altra, quella “riformista”, insegue una rispettabilità politica basata sull’imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale. Perché, in tali condizioni, dovrebbe essere in grado di contrastare efficacemente i richiami edonistici della destra e di acquistare consensi senza essere in grado di esprimere una alternativa economica ed etica alla deriva ecologica e morale, Dio solo lo sa.”
Il 30 maggio è stato davvero un giorno di lezioni esemplari, per il “tipo di dirigenti mediocri” che la sinistra si ritrova ancora in testa. Lezioni esemplari sia per il contenuto sia per le inopinate “cattedre” da cui sono giunte, peccato solo che il “tipo di dirigenti mediocri” che la sinistra si ritrova ancora in testa, sia caratterizzato ad un tempo da presunzione che continua ad essere a crescita esponenziale e da una capacità di ascolto prossima allo zero virgola zero.
Personalmente mi ostino a riassumere.
Oltre ai già citati Coda e Ruffolo, agli estasiati estimatori del “gioioso” Benedetto XVI, felice per il sereno, pacato, clima di dialogo da Lui solennemente certificato (dopo che Crozza lo aveva invece così svilito)
Giancarlo Bosetti su la Repubblica suggerisce di chiedersi “su quale base riposi una presunta facoltà della Chiesa romana di dettare l’agenda” e ricorda agli estasiati, fra le altre cose, che “tanta vicinanza della Chiesa all´agenda politica italiana (e solo questa?) è sospetta, specie nelle parole della sua guida più alta”.
Guido Rossi, di cui sempre su la Repubblica vengono riportati brani presi dalla sua prefazione al libro di Robert B. Reich “Supercapitalismo. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia”, Fazi editore, pagine 320, € 25, ricorda agli “imitatori” della sinistra riformista, cosi battezzati giustamente da Ruffolo, come ….
“il deficit grave di democrazia debba essere affrontato mettendo sotto accusa l’intero sistema, perché la colpa sempre più grave di quel deficit non siamo noi, anzi ciascuno di noi nel suo schizofrenico sdoppiamento fra consumatore vincente e cittadino perdente. Non credo che siamo noi che abbiamo bisogno di uno psicanalista per diventare meno consumisti e più cittadini, ma sono le società per azioni, le banche e i mercati finanziari che, come del resto ho scritto nel mio ultimo libro, abbisognano di un legislatore, magari sovranazionale, severo ma né improvvisato, né prodigo di troppe inutili norme.”
E per finire in gloria, ci si mette addirittura il Consigliere Delegato di Intesa Sanpaolo
Corrado Passera, ieri a Trento al Festival dell’economia, ed oggi ripreso in prima pagina su Il Sole 24 ORE, a spiegare ai post-post-post comunisti e ai post-post-post democristiani di sinistra, che dominano l’opposizione parlamentare, che oggi
“il dinamismo del capitalismo democratico, fatto di crescita vigorosa, coesione sociale, welfare, diritti civili, libertà di informazione e di espressione, mobilità sociale, appare aver perso la sua spinta e si mostra quasi inceppato.”
Ai post-post-post, da neofiti evidentemente troppo zelanti nel considerare il mercato proprio come lo considera il vincente Berlusconi, ci deve pensare il manager Passera a ricordare che “il mercato lasciato a se stesso (o ai Berluscones, aggiungo io), imporrebbe la sua legge spesso crudele e iniqua, il suo darwinismo sociale fondato solo su rapporti di forza….per tutte queste ragioni, e nel rispetto reciproco, la democrazia deve avere il primato rispetto al mercato”.
Per cui, mi sento di concludere, sino a che la “democrazia” sostanziale non avrà il primato sulla “nomenclatura” dominante a sinistra, sia essa sedicente radicale sia essa sedicente riformista, varrà la domanda: “ma perché la sinistra dovrebbe vincere?”
Vittorio Melandri
Pescati nella rete: povertà e solidarietà
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Pauvreté et solidarité : entretien avec Serge Paugam
Oggi 30 maggio 2008, 30 minuti fa
À l'heure où s'amorce une réforme en profondeur des minima sociaux, le sociologue Serge Paugam revient sur l'importance de la notion de solidarité dans la réflexion sociologique, sur l'évolution des représentations sociales de la pauvreté et sur les défis auxquels notre système de protection sociale est confronté. C'est l'occasion d'inscrire l'ambition du Revenu de Solidarité Active – mettre fin à la pauvreté – dans une perspective historique et sociologique de longue durée. - Essais & débats / Etat-providence, pauvreté, solidarité, minima sociaux, Durkheim, protection sociale
20080530_paugam.mp3
Pauvreté et solidarité : entretien avec Serge Paugam
Oggi 30 maggio 2008, 30 minuti fa
À l'heure où s'amorce une réforme en profondeur des minima sociaux, le sociologue Serge Paugam revient sur l'importance de la notion de solidarité dans la réflexion sociologique, sur l'évolution des représentations sociales de la pauvreté et sur les défis auxquels notre système de protection sociale est confronté. C'est l'occasion d'inscrire l'ambition du Revenu de Solidarité Active – mettre fin à la pauvreté – dans une perspective historique et sociologique de longue durée. - Essais & débats / Etat-providence, pauvreté, solidarité, minima sociaux, Durkheim, protection sociale
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