domenica 19 agosto 2012

Mario Pianta: La lezione olandese - Inchiesta : Inchiesta

Mario Pianta: La lezione olandese - Inchiesta : Inchiesta

CGIL - Camusso, una patrimoniale per gli investimenti e da Marchionne aspettiamo i fatti

CGIL - Camusso, una patrimoniale per gli investimenti e da Marchionne aspettiamo i fatti

Antonio Caputo: Napolitano, Zagrebelsky e la Corte costituzionale

Napolitano, Zagrebelsky, Scalfari e la Corte Costituzionale

Il ricorso alla Corte Costituzionale proposto dalla Presidenza della Repubblica chiede soltanto che sulla base dell'articolo 90 della Costituzione venga chiarito se l'irresponsabilità politica del Presidente per atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni contempli anche l'inconoscibilità di quegli atti qualora essi siano ritenuti processualmente irrilevanti.
Si e' trattato dunque dell'esercizio del potere-dovere di evitare qualsiasi ambiguita', e anche possibili abusi, nell'attivita' dell'Autorita' Giudiziaria.
E di tutelare e garantire le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, che pertanto - e diversamente non poteva essere - ne ha doverosamente investito la Corte Costituzionale.
Ovviamenmte la Corte sara' chiamata ad emettere il suo giudizio, nel segno della totale indipendenza, e della trasparenza, "in nome del popolo italiano".
E non puo' essere accettato che il pregiudizio di chi attacca il Quirinale si spinga a delegittimare ancor prima del verdetto l'operato della Corte, se contraria alla tesi sostenuta da alcuni Magistrati palermitani.
E' evidente che ogni altra soluzione contingente come quella proposta da . Zagrebelsky che ha invitato Napolitano ad arrivare ad un "compromesso" con la Procura palermitana sarebbe fonte di ulteriore ambiguita' e opacita'., per di piu' sottraendo al Giudice delle leggi l'evidentemente necessario sindacato, anche senza contare cio' che ricorda Eugenio Scalfari quando scrive che "L'Avvocatura dello Stato, prima che il ricorso presidenziale fosse stato redatto, era andata in visita alla Procura di Palermo ed aveva appunto proposto la distruzione delle registrazioni in questione. Ne aveva ricevuto un rifiuto. E dunque il ricorso. Forse Zagrebelsky non era al corrente di questo interessante dettaglio"..
No, i panni sporchi si puliscono in pubblico, come correttamente ha richiesto il Presidente Napolitano in definita richiedendo di fare chiarezza. al massimo Organo giudiziario della Repubblica..
Si eviti dunque di strumentalizzare anche inconsapevolmente il Quirinale per finalita' di faida politica e visibilita', che certamente non riguardano nelle intenzioni il Prof.Zagrebelsky .
Antonio Caputo



sabato 18 agosto 2012

Paola Meneganti: C'è sempre un'altra via

c’è sempre un’altra via

La prospettiva del "riordino" delle Province, come la definisce in ultima battuta la legge sulla revisione di spesa o “spending review”, avrebbe potuto essere un elemento interessante, proprio per dare un "ordine nuovo" a realtà, soprattutto di relazioni territoriali e di vocazioni socio-economiche, sicuramente trasformate e in via di trasformazione nei fatti. Ma temo che questo non avverrà. Il Governo, come dice il Presidente del Consiglio, aveva un mandato: il pareggio di bilancio entro il 2013. De hoc satis. Poi possiamo pensare che Monti abbia un disegno, una strategia, un desiderio, ma i fatti, che lui enuncia, vivaddio, senza troppi giri di parole, sono questi. Le Province verranno dimezzate, il livello elettivo diretto scomparirà, la questione del passaggio delle competenze ai Comuni è risibile (delle materie oggetto di legislazione esclusiva statale che interessavano le Province, le uniche due che le interessavano - ambiente e istruzione - sono state ri-affidate alle Province stesse. O così sembrerebbe, perché questo Governo scrive proprio male le leggi che fa). Quindi, la questione va alle Regioni ed ai CAL. Non parlo neppure di Parlamento e partiti: chi li ha visti? Qui in Toscana, l'idea del presidente Rossi di costruire macroProvince torna in ballo, dopo che UPI Toscana l'aveva sdegnosamente respinta. Bene, siamo campioni nel perdere tempo. Come accade anche ora, con Pieroni, Nencini eccetera che (Corriere Fiorentino dell'8 agosto) continuano a dire che "la legge deve essere cambiata". In realtà, io credo, rischiamo di parlare di nulla. I bilanci delle Province e anche dei Comuni, per essere gestiti perlomeno da qui in avanti, avrebbero bisogno di competenze, scelte radicalmente innovative, passione e intelligenza che è difficile ravvedere. A questo proposito, una delle affermazioni che più mi dispiacciono è quella per cui (io lavoro nella Provincia di Livorno) “non possiamo fare più nulla”. Bene: non voglio fare la mammoletta, so che la potestà di spesa è importante assai, ma non è vero che, non potendo spendere, non possiamo fare più nulla. Potremmo creare momenti diffusi di cultura, facendo leva su chi cultura la fa da anni, in modo gratuito, perché la intende come dono e servizio. Potremmo alzare il livello di informazione e consapevolezza. Potremmo usare le forme nuove di comunicazione per diffondere e spiegare le difficoltà e tentare di fare, appunto, ordine nuovo. Le nostre partigiane (vero Osman?) usavano i nastrini della biancheria del corredo per fermare i volantini antifascisti ai rami dei cespugli; noi potremmo usare parole, suoni, immagini, il mondo del web, insomma. Sogno? Forse sì. Ho letto, in un recente articolo di Massimo Gaggi, “trovare la misura di questo new normal, per usare l’espressione coniata dal finanziere Mohamed El-Erian, si sta rivelando assai arduo”. Perché non si deve cercare un “new normal”, secondo me, ma scompaginare, dissestare, essere irriverenti e ironici, mettere in discussione, dire la verità. Ma andremmo lontano … Torno al tema: ad un momento storico in cui le idee di decentramento e di autonomia locale sono messe in burletta. Nelle versioni hard (Alfano) o soft (Amato- Bassanini), si presenta comunque l'idea di una svendita del patrimonio pubblico tale che, alla fine, niente davvero sarà più come prima. Poche e pochi denunciano la sottrazione di democrazia comportata dall'eliminazione di un livello di elezione diretta (i consigli provinciali non verranno più eletti dai cittadini, ma dai consigli comunali). Possiamo immaginarli, i futuri Consigli provinciali silloge, sunto o succursale di quelli comunali. A meno che la Consulta a novembre non intervenga. Io non sono legata in particolar modo alla democrazia rappresentativa, ma queste sono, per ora, le regole del nostro Stato e della nostra Costituzione. Finché decido di avvalermi dei vantaggi e della protezione del sistema democratico, sto qui, e mi fanno davvero senso coloro che, magari espulsi dalla “casta” a suo tempo ed essendone orfani, adesso fanno gli anticasta e attaccano e sviliscono in modo cialtrone e velleitario i “fondamentali” della democrazia. A meno che non si affronti il tema della Costituzione materiale che si sta costituendo (scusate il bisticcio), dove davvero concetti come autonomia, servizi pubblici, beni comuni, governo del territorio, democrazia partecipata non sono più "a rischio", perché già non sono più. Ancora citazione: “[…] come ipotizzano gli analisti del fondo Fulcrum, non abbiamo ancora avuto il coraggio di usare la parola –disastro-“. Tra le tante cose sciagurate che questo Parlamento sciagurato ha votato ci sono la riforma dell'art. 81 e l'ESM (il meccanismo europeo di stabilità, il fondo salva-stati .. peccato che, per accedervi, uno Stato si metta sotto pesante tutela di entità e soggetti che nessuno ha eletto, ha scelto, ha voluto ..). Sappiamo bene che cosa comporteranno queste "scelte". Lo sappiamo? Però non vorrei sentir dire: ma non potevamo fare altro. C'è sempre un'altra via. Lo dice, da par suo, Simone Weil: “Ogni civiltà, come ogni uomo, ha a sua disposizione la totalità delle nozioni morali, e sceglie”.

Paola Meneganti

12 agosto 2012

Franco Astengo: 120 anni fa

i 120 anni non vanno semplicemente evocati o rievocati, come è stato a Genova, ma attualizzati. Ripropongo allora un intervento di qualche tempo fa
ALLA SINISTRA ITALIANA VA ANCORA RICORDATO DI ESSERE PRIVA DI UNA ADEGUATA RAPPRESENTANZA POLITICA

Coscienti di rischiare un forte richiamo alla ripetitività e alla noia, ma non per questo senza esprimere quella tenacia che è necessaria per riproporre le proprie idee in un frangente così complicato e difficile quale quello che stiamo vivendo, mi è parso il caso di ricordare come l’analisi dei fatti di questi giorni dimostri, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno, la complessiva inadeguatezza delle forme politiche espressa dalla sinistra italiana.

Su questo punto occorre la massima sincerità: questa inadeguatezza permane ormai da vent’anni, dal momento in cui liquidato il PCI, l’area che si era opposta a quell’operazione si divise senza riuscire a realizzare un punto di coagulo tale da riproporre una soggettività politica effettivamente in grado di evidenziarsi quale punto di riferimento alternativo all’interno del colossale processo di riallineamento sistemico avvenuto all’interno del quadro politico italiano, anche e soprattutto sotto l’aspetto della natura dei partiti politici, ridotti, a somiglianza di quello dominante, o partiti elettorali-personali oppure pallide imitazioni del “partito pigliatutti”, già analizzato a suo tempo da Katz e Mair.

Lo si era paventato: al governo territorial – populista è subentrato il governo della destra tecnocratica, che non si capisce bene perché piaccia tanto ai potenziali “centristi” presenti in FLI,UDC,PD incapaci di essersi resi conto del superamento avvenuto nei loro confronti da parte del Presidente della Repubblica e dei poteri “forti” che reggono questo dicastero anche in chiave elettorale: un superamento, uno scavalcamento che potrebbe presupporre un’altra fase di passaggio nell’infinita transizione del sistema italiano, comprensiva della piena affermazione in chiave presidenzialista della cosiddetta “Costituzione materiale”

La deterministica pervicacia con la quale, attraverso la manovra ci si accanisce verso determinati settori sociali e viene posta in discussione ciò che resta in difesa dei diritti dei lavoratori, proponendo anche una politica economica del tutto interna alla logica che è stata definita della lettera della BCE, rappresenta il riferimento di fondo sulla base del quale è possibile affermare la necessità di un’opposizione da sinistra al tentativo, insito dentro ai meccanismi di affrontamento della crisi, di ristabilire precise condizioni di “classe” all’interno dell’agire sociale.

Sul piano più propriamente politico il mutamento avvenuto con l’operazione “governo dei tecnici” pone problemi, a mio giudizio, esiziali a coloro i quali puntavano su di un centro-sinistra formato “Ulivo”: al riguardo della cosiddetta “foto di Vasto” infatti il punto non è quello di strapparla o meno, ma semplicemente il fatto che appare già irrimediabilmente ingiallita.

Un dato che pone oggettivamente due questioni: l’unità del PD e la riconsiderazione complessiva della linea politica di SeL, ormai del tutto smentita dai fatti.

Appare allora necessario ed urgente porre ancora una volta il tema di una nuova soggettività politica unitaria di una sinistra che oggi si colloca all’opposizione, e su questa base rientra in Parlamento, costruisce una propria autonomia organizzativa, politica, programmatica e nel medio periodo lancia una proposta di alternativa che coinvolga anche forze moderate all’interno di un sistema che non potrà più essere bipolare.

Riprendo allora, cercando di aggiornarli, alcuni dei punti sui quali mi è capitato più frequentemente di esercitarmi nel corso degli ultimi mesi.

Tanto per cominciare occorre chiarezza su di un punto fondamentale: entrambi i tentativi in atto di ricostruire, dopo il clamoroso disastro dell’Arcobaleno, nuove e diverse soggettività politiche nella sinistra italiana non appaiono adeguate allo scopo di poter disporre di un soggetto politico effettivamente all’altezza delle sfide del futuro: da un lato, infatti, si persegue la via (ormai in declino nella percezione comune, come è già stato osservato) di un leaderismo presidenzialista eccessivamente accentuato e posto su di un terreno dell’agire politico, quello delle primarie, del tutto angusto proprio dal punto di vista di una prospettiva di lungo periodo (una strategia, insomma, pensata per un uomo solo che pare avere esigenza di bruciare tutte le proprie carte nel brevissimo periodo); dall’altro lato si prospetta l’ipotesi di una riunificazione di tipo partitico (assente un’analisi, tra l’altro, sulla trasformazione subita dai partiti nel corso egli ultimi decenni) su basi strettamente identitarie, sicuramente nobili per ascendenti, ma eccessivamente ristrette al fine di costituire una soggettività in grado di articolare progettualità e relazioni all’altezza di questa società “complessa” (non “liquida” ma sicuramente complessa).

Si notano poi tentativi “altri” in particolare in aree di derivazione socialista di sicuro interesse dal punto di vista dei contenuti (penso al gruppo di Volpedo) che abbisognano, a mio giudizio, di entrare rapidamente in contatto con una pluralità di soggetti presenti sul territorio e che potrebbero rappresentare gli interlocutori idonei al tipo di disegno che si va delineando.

Egualmente appare insufficiente, se pur espressa in termini di apprezzabile generosità politica, la piattaforma uscita dal recente convegno svoltosi a Napoli sul tema dei “beni comuni” : alcuni temi sono sicuramente condivisibili, ma manca – a mio modestissimo giudizio – prima di tutto l’analisi delle forze sociali in campo, il riferimento alle “fratture” sia “materialiste”, sia “post-materialiste” da intrecciare in una nuova progettualità alternativa ed appare del tutto al di sotto del richiesto l’idea di una semplice “rete” di collegamento che lascerebbe inalterato il distacco esistente anche a sinistra tra base sociale e ceto politico, esaltando ancora la voglia di “presidenzialismo” che anima molti imprenditori politici anche a sinistra, che forse non hanno ancora compreso che il tempo della “personalizzazione” appare in declino.

Va affrontato, invece, con grande coraggio il tema del partito politico.

Servirebbe, insomma, aprire una riflessione sulla necessità di poter disporre di una soggettività politica nuova, frutto dell’incontro tra diverse culture, tradizioni, collocazioni sociali, costruita con l’idea di durare nel tempo, magari capace di fornire già un contributo al superamento di questa fase così drammaticamente negativa senza porsi però, da subito, il tema del “governo” inteso quale ingresso in coalizioni improbabili e del tutto destinate ad esercitare una logica di tipo meramente politicista.

Per avviare questo itinerario in una forma produttiva andrebbe aperto un dibattito particolarmente spregiudicato, soffermandoci maggiormente sugli elementi di carattere “strutturale” che ci consegna la migliore tradizione della sinistra italiana.

Il tema della cessione di sovranità dello “stato-nazione”, quello della globalizzazione (uso definizioni di carattere giornalistico, sicuramente imprecise, ma è per farmi capire nella sintesi, delle contraddizioni post-materialiste, trovano infatti necessità di corresponsione e risoluzione (almeno dal punto di vista programmatico) sul terreno “classico” della costruzione di un indirizzo collettivo in campo economico e sociale, di una trasformazione radicale posta sul tema dell’intervento pubblico in economia (con particolare attenzione al tema di una ripresa effettiva di una politica industriale), della programmazione, del welfare state, del ruolo internazionale del Paese, in modo da aggredire la crisi pesantissima provocata dal liberismo e dalla sua traduzione in individualismo consumistico.

Particolare attenzione dovrà anche essere riservata ai temi della struttura politico-istituzionale del nostro Paese, quale l’evidente crisi del bipolarismo (che riguarda il necessario processo di mutamento del sistema elettorale); l’assunzione di centralità del tema dell’unità nazionale; il riemergere di una contraddizione Nord/Sud versione aggiornata del conflitto centro/periferia.

Non si tratta in questo, ovviamente, di limitarci al “caso italiano”, ma di avere la forza e la capacità di guardare avanti, ad un quadro internazionale molto complesso, puntando all’Europa politica come obiettivo di rilancio del “modello renano” che appare ancora un punto di riferimento, nella necessaria logica di superamento di questo terribile meccanismo in atto di finanziarizzazione dell’economia.

In quest’ambito il social-liberismo (secondo la definizione di Joseph Halevi) che pare ormai patrimonio di quella parte della maggioranza del PD che vorrebbe stringere l’alleanza con il cosiddetto “centro” (una strategia politica anch’essa ormai comunque “bruciata” dai fatti) risulterà del tutto inefficace: un punto di riflessione, anche questo, che porta alla conclusione della necessità della presenza di una sinistra capace di produrre cultura politica, iniziativa sociale, presenza istituzionale senza essere strangolata al cappio della “governabilità”.

Siamo del resto di fronte, in Italia ad una crisi della democrazia tale da minacciare sbocchi imprevedibili e particolarmente pericolosi.

Proviamo a tracciare i tratti fondativi di questa sinistra, cui ho cercato di accennare: in precedenza: serve il meglio della tradizione socialista e comunista (senza trascurare altri filoni culturali, da quello ambientalista a quello azionista), per quelle che sono state le vicende politiche italiane degli ultimi sessant’anni ed è necessario non essere legati ad uno schema falsamente unitario”, anzi bisogna muoversi sul terreno di un’espressione di egemonia, su tutti i fronti, quello del “partito liquido” e quello del “partito identità”.

Occorre un nucleo fondativo, ed in passato ho osato rivolgermi alla dirigenza di SeL e della FdS: l’analisi dello stato di cose in atto mi fa pensare che questo livello sia ormai del tutto insufficiente.

Serve una forte mobilitazione dal basso, portata avanti in partite da quelle compagne e compagni, in particolare giovani, che in questi anni non hanno trovato spazi concreti per un impegno politico, allontanati da verticismi di varia natura.

Una forte mobilitazione dal basso che, a mio modesto avviso, dovrebbe sfociare in una ripresa del principio dell’autoconvocazione che, negli anni’80 aveva fornito comunque risultati apprezzabili sia in campo sindacale, sia in campo politico, con l’obiettivo di formare un vero e proprio “nucleo fondativo” che ponga ai partiti la questione dell’unità e del rinnovamento.

Un nucleo fondativo che verifichi la possibilità di intraprendere un cammino del genere, con un traguardo parziale davanti, delineato in modo molto preciso: la costruzione di un soggetto politico, un partito, fondato sul modello dell’integrazione di massa, posto non tanto sul piano della ricerca immediata della dimensione numerica, ma della struttura organizzativa.

Rischio il pre-politico ma oso pensare di aver scritto una sorta di “messaggio in bottiglia”.

Franco Astengo



giovedì 16 agosto 2012

Elio Veltri: Tre domande a Mario Monti

Tre domande a Monti che nessuno fa


Non si capisce perchè nessuno chieda spiegazioni al capo del governo su :

1)Imposta patrimoniale oltre 1- 1,5 milioni di patrimonio;
2)Accordo con la Svizzera per tassare i capitali degli italiani che li hanno esportati illecitamente evadendo le tasse;
3)Confisca e vendita dei beni mafiosi.
a)Sul primo punto i sindacati e alcuni partiti hanno chiesto al governo di imporre una patrimoniale. Ma di fronte alla posizione negativa dell’esecutivo, nessuno ha chiesto al capo del governo di presentarsi in televisione e di affrontare un confronto serio sull’argomento, spiegando le ragioni del diniego. Se i sostenitori della patrimoniale, tra i quali ci sono anche io, hanno ragioni fondate per insistere, devono sfidare il capo del governo di fronte a milioni di italiani. Gli argomenti iniziali di Monti contro la patrimoniale: difficoltà a individuare i patrimoni in maniera tale da imporre una imposta , avevano convinto anche me. Ma dopo 10 mesi di governo, se si fosse stati convinti della opportunità di imporla, il governo si sarebbe dovuto dotare degli strumenti necessari per farlo seriamente. Il tutto considerando che una mini patrimoniale è stata introdotta con L’IMU.
b)Sul secondo punto le proposte sono state davvero pochine e sporadiche. So bene che Monti si è adeguato a una disposizione dell’Unione Europea che è contraria ad accordi bilaterali con altri Stati, che prevedono l’anonimato degli interessati, com’è avvenuto con l’accordo Germania- Svizzera: la Svizzera tassa i soldi esportati e custoditi nelle sue banche, passa i soldi alla Germania e in cambio quest’ultima consente che gli esportatori di capitali mantengano l’anonimato . Di fronte alla posizione contraria dell’Unione europea, Monti avrebbe potuto fare l’accordo con la Svizzera impegnadosi a rispettare la Direttiva europea se e quando fosse stata emanata;
c)Sul terzo punto nessuno ha fatto e fa proposte. Sono tutti contenti di leggere ogni tanto sui giornali che la magistratura sequestra beni mafiosi. Me nessuno si pone il problema delle confische effettivamente eseguite, della necessità di incrementarle e di che fine fanno quei beni. Vedo che le informazioni sulla trattativa mafia- Stato infiammano la pubblica opinione, ma nessuno si pone il problema vitale che è il seguente: come mai le mafie italiane sono molto più potenti di 30 anni fa, anno di approvazione della legge Rognoni-Latorre, fatturano oltre 200 miliardi di euro all’anno, sono una potente mutinazionale che nuota come i pesci nell’acqua dell’economia globale e investe un terzo dei guadagni nell’economia legale.

Elio Veltri