Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 1 febbraio 2014
Vittorio Melandri: Chi è di sinistra in Italia mastica molto amaro
CHI È DI SINISTRA IN ITALIA NEGLI ULTIMI 30 ANNI MASTICA MOLTO AMARO
Essere cittadini di sinistra in Italia oggi, significa esporsi oltre che al danno di essere battuti alle elezioni, anche a quello di essere presi per i fondelli dalle voci più “autorevoli” del nostro tempo. Vedasi da ultimo l’amico e sodale del pregiudicato Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri, che ammonisce: “attenti che Renzi è di sinistra”. E Grillo che sbraita che per lui destra e sinistra pari sono, è battezzato come “nemico pubblico N. 1”, ormai da tutta la stampa “embedded” al seguito della coppia Napolitano-Letta, proprio come Al Capone o John Dillinger nell’America della grande depressione. Lo storico Angelo D’Orsi nel libro “La cultura a Torino tra le due guerre” – © 2000 Biblioteca Einaudi (87), a pagina 291 fra l’altro scrive: “… nel 1932 compare un logo destinato alla celebrità: uno struzzo che reca nel becco un lungo chiodo con un motto che recita Spiritus durissima coquit. Scovato, forse da Praz, nelle celebri (e postume) Imprese di Paolo Giovio (1556), lo stemma sta a significare «ch’un valoroso cuore ha forza di smaltire ogni grave ingiuria col tempo»; lo spirito, insomma la cultura, può aiutare a digerire anche i tempi di ferro che si stanno attraversando.” Rileggerlo mi ha suggerito questa amara riflessione. Si ha un bel dire, ma si può anche da tempo provare e riprovare, ma dinnanzi all’incapacità della sinistra italiana di tenere unite idee diverse (di tenere unite idee uguali – forse – sono capaci tutti), dinnanzi persino ai “comunisti” che riescono a mettersi in “comune” solo sotto l’alto patronato di qualche “piccolo padre” cui si delega innanzi tutto la possibilità di epurare idee comuniste non proprio considerate comuni, comunque ci si creda anche, che lo “Spiritus durissima coquit”, possibilmente tradotto con “lo spirito digerisce le cose più dure”, resta il dato di fatto che forse il tempo per digerire quella che ad un tempo è l’ineffabile ma anche impareggiabile “sinistra italiana” degli ultimi trent’anni, travalica il tempo a disposizione di qualche generazione per intero.
Vittorio Melandri
Rete socialista: Lettera aperta ai parlamentari PSI
RETE SOCIALISTA – SOCIALISMO EUROPEO
Care compagne e cari compagni,
l’accordo Berlusconi-Renzi consegna al Parlamento una bozza di legge peggiorativa, se possibile, della legge 270/2005, annullata in 2 parti fondamentali dalla Corte Costituzionale, che viene delegittimata nel suo ruolo di baluardo della Costituzione Repubblicana, come nei periodi più bui del berlusconismo imperante.
Il combinato disposto delle norme sulle soglie minime previste per accedere al riparto dei seggi e poi al premio di maggioranza, svilisce, nel nome di una presunta “governabilità” il buon diritto dei cittadini italiani di veder riconosciuta la rappresentanza delle proprie idee in Parlamento. Le soglie d’accesso rischiano di lasciar fuori dal Parlamento milioni di voti di cittadini che non si sentono rappresentati dai due maggiori partiti e noi socialisti facciamo parte di questa platea di cittadini esclusi.
Il rifiuto di tornare a poter esprimere una preferenza sui candidati, così come stabilito dal referendum del 1993 e riconosciuto dalla sentenza 1/2014 quale legittimo diritto dei cittadini, consegna alla storia una nuova legge truffa costruita per procrastinare nel tempo l’autocrazia di leaders o padroni di partiti non regolati da alcuna legge di attuazione dell’art. 49 Cost..
Infine riteniamo particolarmente grave il ripetuto attacco al presunto “potere di ricatto dei partitini” ripetuto più volte dal segretario del PD, anche il PSI è un partitino, ma ha una cultura che si basa sulla proporzionalità della rappresentanza elettorale, una delle Grandi Battaglie Storiche Socialiste. Storicamente negli ultimi 20 anni piccoli partiti come il PSI non hanno ricattato nessuno, ma sono, invece, stati vittime di scelte discriminatorie, come il diniego do coalizione nelle politiche 2008 e l’introduzione di soglie di accesso assurde nelle europee 2009. Sono i grandi Partiti, che si sono rivelati incapaci di governare l’Italia, malgrado le maggioranze artificiali garantite da leggi truffaldine ed incostituzionali. La grande maggioranza nel 2008 del PdL si è sciolta per le contraddizioni interne ed incapacità di affrontare la crisi. Nel 2013 sono stati i franchi tiratori presidenziali del PD a portare il Paese sull’orlo di una crisi istituzionale irreversibile.
Sono tutti elementi che ci fanno dire che la Democrazia Parlamentare, architrave su cui si regge la Costituzione Repubblicana, è in grave pericolo, pensiamo di poterlo affermare perché nel quinquennio passato abbiamo avuto il coraggio di fare e sostenere, in solitudine, un ricorso contro il porcellum legittimato non più di due mesi fa da una sentenza storica che il segretario del PD e Berlusconi intendono ignorare: la prima opposizione all’abnorme premio di maggioranza ha avuto tra i suoi protagonisti in Corte Costituzionale lo SDI e il Comitato Promotore della Costituente Socialista come evidenziato dalle sentenze n. 15 e 16 del 2008, basi della sentenza n. 1 del 2014.
Oggi chiediamo a voi che ancora ritenete di rappresentare in Parlamento la storia dei socialisti, di farvi carico dell’onore e dell’onere di sostenere una chiara e netta opposizione alla legge Renzi/Berlusconi, di rialzare la testa e di agire con l’orgoglio di chi sa di rappresentare un piccolo partito ma che è consapevole della sua grande Storia: dinnanzi alla Corte Costituzionale sono risuonate le parole del compagno Pietro Nenni, con le quali si oppose in Parlamento alla legge truffa del 1953.
Con i nostri più fraterni saluti
Felice Besostri (presidente di Rete Socialista), Patrizia Viviani (vice Presidente)
Firenze, 1° febbraio 2014
Livio Ghersi: Quando la forma è sostanza
Quando la forma è sostanza.
E' il 31 gennaio 2014. La Camera dei Deputati tiene la 164ª seduta di questa diciassettesima Legislatura. Dopo che sono state respinte le questioni pregiudiziali sulla legittimità costituzionale del disegno di legge in materia elettorale, il deputato Ignazio La Russa avanza una proposta di buon senso: ora che la maggioranza Partito Democratico - Forza Italia ha ottenuto la sua prima vittoria politica e l'iter di discussione della riforma è stato formalmente avviato, perché non consentire alla competente Commissione di riunirsi per una prima valutazione degli oltre quattrocento emendamenti complessivamente presentati dai vari Gruppi? La Presidente della Camera pone ai voti la proposta, che viene respinta. Quando sarà il momento, gli emendamenti saranno direttamente valutati e votati in Aula.
Questo fatto non viene nemmeno preso in considerazione dai tanti giornalisti e commentatori che seguono le vicende della riforma della legge elettorale. Forse viene considerato un ennesimo tentativo di ritardare l'iter; quindi i rispettivi estimatori di Renzi e di Berlusconi ne traggono soltanto un'ulteriore conferma della buona tenuta della maggioranza.
L'articolo 72, primo comma, della Costituzione recita: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale». Questo è il procedimento legislativo cosiddetto ordinario.
Proprio i disegni di legge in materia elettorale rientrano tra quei provvedimenti per i quali, in considerazione della loro rilevanza nell'ordinamento democratico, l'ultimo comma dello stesso articolo 72 della Costituzione prevede una riserva di Assemblea: deve utilizzarsi «la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera». Il che non significa che si possa saltare l'istruttoria da parte della Commissione. Semmai il contrario: in tutte le fase procedurali, quindi anche nella prima fase nella Commissione di merito, l'esame della normativa deve essere tanto più attento ed approfondito.
I deputati del Movimento Cinque Stelle, con le loro intemperanze, hanno operato perfettamente come fattore di distrazione di massa. L'attenzione degli organi di informazione e dei commentatori si è concentrata in modo esclusivo sull'esigenza di difendere le Istituzioni, di esprimere solidarietà nei confronti del Presidente della Repubblica ingiustamente accusato di attentare alla Costituzione, di fare argine contro il nuovo "squadrismo" dei pentastellati, i quali, per non farsi mancare niente, si sono anche resi colpevoli di offese verbali nei confronti delle donne deputate.
E' successo così che sia passato quasi sotto silenzio un fatto enorme, che mi sembra non abbia precedenti nella storia della Repubblica italiana: per la prima volta un disegno di legge di importanza cruciale, qual è la legge elettorale, arriva davanti all'Assemblea della Camera senza che la Commissione competente abbia istruito il provvedimento.
Cosa avrebbe detto il deputato Gian Carlo Pajetta, antico compagno del Presidente Napolitano, se negli anni Cinquanta del Novecento un Governo centrista avesse portato in Aula un progetto di modifica della legge elettorale senza nemmeno prendersi il disturbo di farlo prima esaminare dalla Commissione di merito?
In un caso come questo, in cui la Costituzione ed i regolamenti parlamentari hanno lo stesso valore della carta straccia, c'è da riflettere sulla funzione puramente decorativa della burocrazia parlamentare. Per vincere un concorso di consigliere parlamentare alla Camera non basta studiare un manualetto di Diritto costituzionale ed un manualetto di Diritto parlamentare. Si richiede un livello di conoscenza di queste materie che si può acquisire solo dopo aver letto e digerito decine di monografie destinate all'approfondimento di argomenti specifici.
Eppure questi funzionari strapagati perché sicuramente competenti, possono appena alzare un sopracciglio di fronte alla ragione politica che, quando sono in gioco gli interessi fondamentali, vuole realizzare i propri obiettivi con la maggiore fretta possibile, anche a costo di essere brutale. Si sa che Renzi, avendo vinto le primarie, si considera al di sopra di piccolezze quali il rispetto delle forme e delle procedure: ma figuriamoci! Non parliamo poi di quale peso possa attribuire alle procedure Berlusconi.
Il problema è quello della mancata, o inadeguata, attivazione degli organi di garanzia, che sono i custodi della logica dello Stato di diritto. Stato di diritto significa, appunto, che nessuno è al di sopra della Costituzione e delle leggi; significa che le decisioni si adottano nel rispetto di procedure prestabilite. Il Presidente della Camera dei deputati dovrebbe essere il custode del Regolamento parlamentare; potrebbe e dovrebbe avere il consiglio ed il supporto della burocrazia parlamentare e, quindi, disporre dei migliori argomenti per impedire forzature e prevaricazioni. Le quali, quando si verificano, vanno a detrimento della qualità e ragionevolezza dei provvedimenti normativi approvati, oltre a recare danno alle minoranze parlamentari.
Quali sono le conseguenze pratiche della latitanza della Commissione di merito? Che non potrà essere approvato nessun emendamento stravolgente il testo frutto dell'accordo politico originario. Se, ad esempio, si volesse prevedere che i deputati vanno eletti in collegi uninominali, invece che nelle piccole circoscrizioni di cui oggi si parla, questa scelta comporterebbe, a catena, una serie di aggiustamenti tecnici nell'intero corpo normativo. Cosa che si può fare durante il lavoro in commissione, ma che è impossibile quando si proponga estemporaneamente un emendamento in Aula.
Proprio nella materia tecnicamente più complessa e delicata, i sedicenti riformatori impediscono che ci possono essere approfondimenti. Così si continuerà a fare pasticci e noi cittadini continueremo a scontare gli errori di questi mediocrissimi decisori politici.
Palermo, 31 gennaio 2014
Livio Ghersi
venerdì 31 gennaio 2014
Francesco Maria Mariotti: La democrazia è conflitto
Oggi (ieri, orami, a essere precisi), Enrico Mentana ha detto durante il suo telegiornale che alla Camera non si erano mai viste scene come quelle che hanno posto in essere i cosiddetti "grilllini". Questa sera si è anche saputo dell'occupazione dell'aula della prima commissione, con impedimento al lavoro dei parlamentari.
L'atteggiamento dei deputati grillini è sicuramente eccessivo e discutibile, e ci sono gli strumenti regolamentari per eventualmene punire i deputati che hanno esagerato; personalmente sono lontano anni luce da quel movimento, e rimango dell'idea che la stabilità sia un valore primario - oggi - per l'Italia, e in questo senso appoggio - pur con molti dubbi - il governo Letta.
Detto ciò, non è il caso di alzare eccessivamente i toni, nel giudicare e reagire alle "prepotenze" del movimento grillino. Credo che tutti ricordiamo scene "pesanti" in Parlamento; fa parte delle dinamiche anche dure che possono esserci fra maggioranza e opposizione.
C'è comunque una cosa che una qualsiasi maggioranza democratica non può fare: pretendere di dettare alla minoranza come deve fare la minoranza, come deve fare opposizione. Non può. Anche se la minoranza utilizza metodi e stile discutibili.
Certo, devono esserci regole - come quella oggi richiamata dalla Presidente Boldrini - con le quali riuscire a sbloccare l'impasse parlamentare; certo, come si dice spesso, la nostra deve essere una democrazia "che decide", e quindi a un certo punto "meccanismi - tagliola" sono inevitabili.
Però - soprattutto in un momento storico come quello attuale, e ancor più in una fase delicata come quella in cui si dicute di nuove norme elettorali - non ci si può scandalizzare se una forza politica che ha sempre detto di fare opposizione dura la fa poi realmente.
Altrimenti - al di là delle migliori intenzioni - si rischia di assomigliare a quei leader politici che dicono alle opposizioni: "Lasciateci lavorare", "Non disturbate il manovratore", e via così dicendo...
No, spiacente. Democrazia è conflitto, anche nelle sedi del dibattito (anzi, forse deve esserlo soprattutto lì, anche per "evitare" e "assorbire", diciamo così, il conflitto fra i cittadini...).
Meglio non dimenticarlo.
Francesco Maria
ps: sul problema delle "quote" di Banca d'Italia alcuni articoli di approfondimento
(...) L’assetto azionario della Banca va però rivisto, per almeno tre ragioni. In primo luogo, i processi di concentrazione avvenuti negli ultimi anni hanno accresciuto la percentuale del capitale della Banca detenuta dai gruppi bancari di maggiori dimensioni. Ciò non ha creato problemi di sostanza, grazie alle norme che limitano i diritti dei partecipanti, ma è necessario evitare la possibile (erronea) percezione che la Banca possa essere influenzata dai suoi maggiori azionisti.
In secondo luogo, occorre evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca. L’equilibrio che per anni ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche, non va alterato.
In terzo luogo, è necessario modificare le norme che disciplinano la struttura proprietaria per chiarire che i partecipanti non hanno diritti economici sulla parte delle riserve della Banca riveniente dal signoraggio, poiché quest’ultimo deriva esclusivamente dall’esercizio di una funzione pubblica (l’emissione di banconote) attribuita per legge alla banca centrale.(...)
Il modo più ovvio per ridurre la concentrazione dei partecipanti al capitale della Banca consiste nell’introduzione di un limite massimo alla percentuale di quote detenibili da ciascun soggetto, ampliando al tempo stesso la base azionaria. A tal fine, le quote dovrebbero essere facilmente trasferibili e in grado di attrarre potenziali acquirenti (investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo).
Per raggiungere questi obiettivi è necessario: i) calcolare il valore corrente delle quote della Banca; ii) aumentare il valore del capitale della Banca (al momento puramente simbolico), trasferendo una parte di riserve a capitale; iii) attribuire ai partecipanti un flusso futuro di dividendi, il cui valore attuale netto sia pari al valore corrente stimato delle azioni della Banca (ponendo contemporaneamente fine a ogni eventuale pretesa sulle riserve statutarie); iv) fissare un limite
massimo alla quota di capitale detenibile da una singola istituzione o gruppo, stabilendo un intervallo temporale entro il quale cedere obbligatoriamente le quote eccedenti.(...)
http://www.bancaditalia.it/media/notizie/aggiornam_quote_capitale_BdI/Valore_quote_capitale_BI.pdf
http://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/comunicati/2014/comunicato_0027.html
La rivalutazione delle quote della Banca d'Italia continua a essere uno dei punti più spinosi per Il Tesoro. Una mossa che permetterà agli istituti di credito italiani di avere una posizione migliore rispetto a quella odierna nella prossima Asset Quality Review della Banca centrale europea. Potranno infatti avere più capitale a disposizione per affrontare la sorta di due diligence che sarà condotta nei prossimi dodici mesi. Allo stesso tempo, potranno godere di agevolazioni, come quelle sui dividendi. Un atteggiamento, quello tenuto dal Tesoro, che però continua a impensierire sia Commissione europea sia Bce, che stanno studiando le possibili implicazioni della misura. Mario Draghi ha spiegato oggi 5 dicembre che il consiglio direttivo della Bce non ha ancora stilato un parere in merito, mentre il Senato ha dato disco verde al decreto nonostante la bocciatura di ieri da parte della commissione Affari costituzionali.
http://www.linkiesta.it/Bankitalia-quote-rischi
Quello che il governo propone è che il valore nominale di queste quote sia rivalutato. Dagli attuali 156 mila euro a un valore che oscilla fra i 5 e i 7 miliardi. Fatta la rivalutazione, le banche potrebbero iscrivere a bilancio il valore rivalutato delle quote generando quindi una plusvalenza finanziaria complessiva che andrebbe dai 4 ai 6 miliardi. Plusvalenza che sarà tassata come una normale plusvalenza finanziaria. Meccanismo semplice e redditizio: con un tratto di penna il governo potrebbe alla fine recuperare circa 1-1.5 miliardi (il gettito derivante dall’imposta sulla plusvalenza), utilissimi a far quadrare i conti. Assumere una rivalutazione compresa fra i 5 e i 7 miliardi non è ipotesi di scuola. Il comitato di esperti nominati dal governo per portare avanti la rivalutazione - esperti di indubbia caratura accademica se vi compare il rettore della Bocconi Andrea Sironi insieme a Franco Gallo e Luca Papademos (qui il link al rapporto) - ha individuato tale forchetta come valore congruo per le quote di Banca d’Italia. A prima vista potrebbe sembrare che saranno gli istituti di credito a pagare per le promesse del governo di larghe intese. Non è così purtroppo.
http://www.linkiesta.it/rivalutazione-quote-banca-italia
A giorni la commissione di esperti incaricati di valutare il patrimonio di Banca d’Italiaconsegnerà il suo rapporto al governatore Ignazio Visco. Ma i principali protagonisti della cosiddetta Cabina di Regia hanno già fatto i loro calcoli e contano su questa operazione per finanziare nuove spese o riduzioni di tasse senza coperture. Vediamo prima di cosa si tratta e poi perché è un’operazione molto pericolosa, in cui le banche che detengono quote di Banca d’Italia e il Governo possono colludere ai danni dei contribuenti.
Le banche italiane che un tempo facevano parte del settore pubblico allargato detengono ancora il 94,33 per cento del capitale di Banca d’Italia. Solo il 5 per cento è proprietà di enti pubblici come Inps e Inail. È un retaggio del passato, che risale all’epoca delle banche d’interesse nazionale. Per quanto non abbiano mai consentito a queste banche, poi divenute private, la benché minima possibilità di incidere sugli indirizzi di vigilanza, né su qualsiasi altro aspetto dell’attività della Banca d’Italia, sarebbe opportuno, prima o poi, trasferire le quote ad enti pubblici oppure a una fondazione creata ad hoc, come in Francia. Del resto è lo stesso statuto di via Nazionale a contemplare che la Banca debba essere di proprietà pubblica. Ed è difficilmente immaginabile una banca nazionale posseduta da soggetti privati stranieri, quali sono già alcuni istituti bancari che detengono le quote e, presumibilmente, altri ancora lo saranno alla luce dei processi di aggregazione in atto a livello continentale dopo la crisi. Ma a che prezzo si può organizzare il trasferimento?
http://www.lavoce.info/banca-ditalia-e-il-mistero-delle-quote/
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