Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
mercoledì 29 gennaio 2014
martedì 28 gennaio 2014
Aldo Penna: La legge elettorale non si mangia
A un anno dalle elezioni e a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che impedisce l'utilizzazione del Porcellum per le prossime scadenze, il circo politico dibatte solo di legge elettorale.
Mentre il paese affonda tra tassi di disoccupazione altissimi, chiusure a migliaia di attività economiche, sfondamento del miliardo di ore per la cassa integrazione, crollo dei consumi, il Parlamento più pagato d'Europa, i parlamentari più numerosi al mondo, se si esclude l'Assemblea Nazionale Cinese, discutono di legge elettorale.
Perché questa fretta? Se davvero alcuni capi politici hanno a cuore le sorti dell'Italia dovrebbero mettere in calendario un franco dibattito per la legge elettorale e occuparsi di un paese in caduta libera. Tre delle ultime cinque legislature si sono interrotte anticipatamente, durata media 720 giorni. Qualcuno pensa sia necessario battere il record repubblicano e votare a Maggio o Aprile?
Nel 1993 ventinove milioni di italiani demolirono il proporzionale delle multi preferenze e delle rissosità, per l'uninominale all'inglese. Il legislatore, allenato a tradire il mandato popolare, aggiunse un recupero proporzionale e iniettò nella politica italiana il virus della lista bloccata. Nel 2005 il centrodestra varò una riforma che, rinnegando ogni spirito referendario, consentì di riempire con amici, parenti, avvocati, commercialisti, analisti, dentisti, segretarie personali dei leader
piccoli e grandi di destra e sinistra, le liste di Camera e Senato.
Nella storia italiana ogni volta che si è profilata una legge truffaldina, le opposizioni hanno lottato anche a rischio della vita. Così fu per la legge Acerbo del 1923 che garantiva i due terzi dei seggi alla lista che superava il 25%, o per la legge truffa del 1953 che assicurava il 65% dei seggi alla coalizione che avesse superato il 50%. Per il Porcellum non si udì un solo lamento, una sola protesta vera. La tossina autoritaria e centralista era penetrata così a fondo
da corrompere tutti.
Il Bastardellum o Porcellinum ha le stesse caratteristiche della legge che si vorrebbe riformare. L'insistenza e le minacce per farla approvare subito è una spia pericolosa delle intenzioni dei suoi sponsor: nel 1953 la legge truffa fu approvata a febbraio e si votò ad Aprile, il Porcellum fu approvato tre mesi prima del voto e la stessa legge Acerbo fu votata nel novembre nel 1923 e applicata quattro mesi dopo.
Approvare adesso il Bastardellum avrebbe una sola conseguenza: il voto entro questo semestre. E' questo che vuole il sistema mediatico, ammaliato dalla magia della nuova legge da oscurare i drammi di una nazione che scivola rapidamente indietro in tutte le classifiche mondiali?
E' questo che vogliono i parlamentari appena eletti, seppur con una legge manipolatrice e feudale?
E' questo che vuole il sistema economico distrutto da anni di austerità per i soliti fessi e di mantenimento dei privilegi per i soliti noti?
In piena sindrome veltroniana si possono fare patti mefistofelici, guardarsi allo specchio e vedersi immacolati, ma il gioco arriva sempre alla fine e, al pari di Dorian Gray, il volto raffigurato nel quadro e, per ora nascosto a tutti, registra implacabilmente ogni cosa.
Aldo Penna
Stefano Rodotà: I paletti della Costituzione
I paletti della Costituzione
Il testo della nuova legge elettorale non rispetta la più importante delle
indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale, quella
riguardante le forzature maggioritarie che svuotano di significato la
rappresentanza
Lo leggo dopo
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di STEFANO RODOTA'
Poiché si è voluto definirla una “svolta storica”, la vicenda della nuova
legge elettorale e di alcune riforme costituzionali non dovrebbe essere
soggetta a diktat, chiusa nel campo ristretto di una politica che non sembra
disponibile a misurarsi con tutte le implicazioni di scelte particolarmente
impegnative. Si corrono così tutti i rischi legati all’inadeguatezza di
testi frettolosamente confezionati e ancor più frettolosamente adottati. Ma
vi è pure una sorta di ironia delle cose politico-istituzionali, che ha
trasformato un aggressivo “rottamatore” in un prudente “restauratore” di uno
degli assi portanti di un sistema di cui pure aveva denunciato tutti i
limiti. Questo è un risultato politico ormai acquisito, e che non può essere
sottovalutato, quale che sia l’esito finale del processo di riforma.
Dalle parti più diverse, e con argomenti che non possono essere ignorati, si
è soprattutto messo in evidenza come il testo della nuova legge elettorale,
già all’esame della Camera dei deputati, non rispetti la più importante
delle indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale —
quella riguardante le forzature maggioritarie che svuotano di significato la
rappresentanza, dunque la stessa democrazia parlamentare. È preoccupante,
allora, che non venga affrontata con la dovuta serietà e consapevolezza una
questione che è della massima rilevanza politica. Sembra quasi che, spinti
dal bisogno di ottenere comunque un risultato in tempi brevi, si sia deciso
di correre un pericolosissimo azzardo costituzionale. Che cosa accadrebbe,
infatti, se una legge elettorale freschissima di approvazione dovesse, come
la precedente, essere portata davanti alla Corte costituzionale per un suo
contrasto proprio con quanto i giudici della Consulta hanno appena
stabilito? Non sfugge a nessuno la gravità della situazione che si
determinerebbe, con effetto immediato di delegittimazione del nuovo sistema
elettorale, mentre proprio l’accento mille volte posto sulla “stabilità” ha
qui una più profonda ragion d’essere. Abbiamo bisogno di una legge
elettorale davvero “blindata” di fronte ai rischi della incostituzionalità,
come passaggio indispensabile per la stabilità complessiva del sistema e per
il recupero della fiducia dei cittadini. Ben consapevoli di questo rischio,
di cui tutti dovrebbero seriamente preoccuparsi, un gruppo di giuristi ha
prospettato l’eventualità di un intervento del Presidente della Repubblica,
non nella forma di una indiretta “moral suasion”, ma attraverso un rinvio
alle Camere di una legge fortemente sospetta di incostituzionalità. Siamo
ormai giunti ad un punto di fragilità del sistema nel suo insieme per cui
ogni uso congiunturale delle istituzioni, ogni loro manipolazione con
l’ottica del brevissimo periodo, può avviare una spirale distruttiva.
Al di là dei conflitti intorno a singole questioni, e delle ricorrenti
strumentalizzazioni, vi è dunque un nodo politico che deve essere sciolto.
Non riprodurrò qui tutti gli specifici argomenti che danno solido fondamento
alla critica del testo sanzionato dall’accordo tra Berlusconi e Renzi,
alcuni dei quali hanno una così forte evidenza da far sospettare che,
scrivendo quel testo, si sia voluto tenere sullo sfondo la sentenza della
Corte costituzionale, per inadeguatezza di lettura o per deliberata
intenzione di non attribuire a questa decisione tutto il peso che le spetta
nella definizione della politica costituzionale. Si manifesta così una
inquietante idea di “autonomia del politico”, di una discrezionalità
legislativa sciolta da ogni vincolo, che contrasta in radice con il punto
fondamentale della decisione della Corte dove si stabilisce che nel nostro
sistema non vi sono zone franche, sottratte al controllo di
costituzionalità. Questa forma di controllo è inseparabile dal
costituzionalismo democratico e, invece di stimolare spiriti di rivincita o
occasioni di conflitto, dovrebbe indurre a quella “leale collaborazione” tra
le istituzioni mancata in questi anni e che rappresenta una delle cause
della crisi che stiamo vivendo.
Ma, proprio nel momento in cui la politica sembra voler sprigionare la sua
forza residua, manifesta una volta di più le sue debolezze. Non si può certo
negare che l’inadeguatezza degli strumenti istituzionali abbia contribuito
ad impoverire la politica o a distorcerla deliberatamente. L’esempio più
clamoroso è sicuramente la legge elettorale appena dichiarata
incostituzionale, approvata con l’esplicito obiettivo di azzoppare la
coalizione guidata da Romano Prodi (e che l’opposizione, colpevolmente, non
contrastò in maniera adeguata). Ma oggi si racconta una storia che non ha
alcun riscontro nei fatti, enfatizzando la necessità di far sì che, come
accadrebbe negli altri paesi, la sera stessa delle elezioni si conoscerebbe
il nome di un vincitore, libero da ogni ipotesi di larghe intese e destinato
poi a governare senza inciampi nei cinque anni successivi. Favole
istituzionali, come dimostrano l’esempio tedesco, con le sue larghissime
intese e i due mesi di negoziato sul comune programma di governo; l’esempio
inglese, che proprio in occasione delle ultime elezioni vedeva possibile una
coalizione diversa da quella che ha dato vita all’attuale governo; quello
francese, con la possibile coabitazione tra maggioranze diverse, una che
investe il Presidente della Repubblica e un’altra che compone l’Assemblea
nazionale; lo stesso caso degli Stati Uniti, dove il potere presidenziale
non si traduce nella possibilità di andare avanti senza problemi nel corso
del suo mandato, come dimostra il conflitto duro con il Congresso che ha
radicalmente ostacolato significative iniziative di Obama e ha condizionato
pesantemente l’approvazione del bilancio. In quei paesi non ci si rifugia
dietro presunte inadeguatezze delle istituzioni, perché si è ben consapevoli
che vi sono questioni che possono e debbono essere risolte con la forza e la
responsabilità della politica. Se non si torna alla consapevolezza dei
doveri della politica, anche alcune necessarie riforme costituzionali
finiranno nel nostro paese con l’essere inefficaci.
O seconderanno derive pericolose, come quelle legate alla convinzione che
solo la concentrazione del potere può farci uscire dalle difficoltà
presenti. Vi sono segni premonitori che non possono essere trascurati. Il
passaggio ad una democrazia d’investitura, quella appunto riassunta nello
slogan “la sera delle elezioni conosceremo nome del Presidente del consiglio
e composizione della maggioranza”, incide sulla posizione del Presidente
della Repubblica e getta un’ombra sul ruolo del Parlamento, depurato dal
bicameralismo perfetto in forme di cui ancora non conosciamo i dettagli, ma
pure funzionalizzato in maniera prevalente alla attuazione del programma
ministeriale. Dopo aver dovuto riconoscere che una serie di pretese di
revisione costituzionale erano divenute improponibili, alla fine di questo
nuovo iter riformatore scopriremo che il cammino è stato ripreso proprio in
questa direzione, con una sostanziale modifica della stessa forma di
governo?
Francesco Somaini: Il mito dell'art. 49
Parliamo sempre del mitico articolo 49 della Costituzione. Ma l'articolo 49 è vago. Esso non contiene delle indicazioni su come devono o dovrebbero funzionare dei partiti seri, ma si limita ad una mera enunciazione di principio : in modo tra l'altro anche piuttosto blando (perchè i costituenti furono su questo punto volutamente reticenti).
Rileggiamolo infatti questo benedetto articolo 49:
"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
Sono parole piuttosto anodine, e tra l'altro anche ambigue: perchè a ben vedere esse nemmeno dicono esattamente che i partiti devono essere davvero democratici al proprio interno, ma solo che i cittadini concorrono liberamente attraverso i partiti a determinare con metodo democratico la politica nazionale. Nel funzionamento generale del sistema (se ne potrebbe dedurre) vige certamente la democrazia, e i rapporti tra partiti si regolano sulla base del metodo democratico. Ma poi, dentro i partiti, ognuno si regola come meglio crede.
Dire dunque che bisogna tornare all'articolo 49 non significa davvero gran che. Perchè non è che lì ci sia già un dispositivo di norme bell'e pronte su come dovrebbero funzionare i partiti (per cui si tratterebbe solo di applicare una legge non attuata) No: in quell'articolo c'è soltanto la formulazione vaga di un'idea e nulla più. La verità è che dall'articolo 49, sarebbe poi dovuta discendere una legge ordinaria sui partiti politici, che ne regolasse per bene il funzionamento, e che prevedesse sanzioni per le violazioni della democrazia interna. Ma quella legge nessuno, nella storia dell'Italia repubblicana, l'ha mai voluta fare. Non lo vollero i costituenti (che venendo dall'esperienza del Fascismo, potevano anche comprensibilmente esitare ad immaginare lo Stato che mette il naso nella vita dei partiti appena rinati). E non lo vollero tutti quelli che sono venuti dopo (per motivi, in genere, assai meno nobili di quelli dei "Padri").
E noi crediamo forse che adesso una legge sui partiti la possa o la voglia scrivere il Parlamento attuale? C'è forse qualcuno che si illude davvero di questo? Ve lo immaginate come potrebbe essere questa ipotetica legge Renzi-Verdini-Casaleggio?
La verità, purtroppo, è che nemmeno l'art. 49 potrà davvero risolvere i nostri problemi di deficit clamoroso e crescente di democrazia. Nè potrà restituire ai cittadini la possibilità di scegliere davvero da chi farsi rappresentare...
La domanda di vera democrazia dovrà dunque levarsi necessariamente dal basso, costringendo a cedere chi vi si oppone.
E allora la prima cosa da fare, più che invocare inutilmente l'art. 49, dovrà necessariamente essere quella di non votare per i partiti che lavorano per comprimere (anziché per estendere) gli spazi di democrazia.
Fanno l'"Italicum"? Propongono un parlamento col 100 % di nominati, con premio "di minoranza", e con sbarramento per "asfaltare" chi non si piega ai diktat del più forte? Benissimo. L'unica soluzione - nell'attesa che la Corte ci venga a dire che questa legge è altrettanto incostituzionale del "Porcellum" appena invalidato - è quella di far scoppiare loro il giocattolo in mano. E la prima cosa è non votare per nessuno di coloro che faranno passare una legge del genere.
Altrimenti, se li votiamo, non ci dobbiamo lamentare...
Un saluto,
Francesco Somaini
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