domenica 19 gennaio 2014

Network Socialismo Europeo: l’Europa della cooperazione contro la crisi | La Prima Pietra

Network Socialismo Europeo: l’Europa della cooperazione contro la crisi | La Prima Pietra

Aldo Penna: La storia si ripete

LA STORIA SI RIPETE: NEL GENNAIO 2008 A PALAZZO CHIGI C'ERA PRODI E VELTRONI SCALPITAVA PER SOSTITUIRLO. OGGI A PALAZZO CHIGI C'E' LETTA, E RENZI NON VUOLE ASPETTARE Le somiglianze tra la parabola veltroniana iniziata, per quello che qui ci riguarda, a ottobre del 2007 e finita nella disastrosa sconfitta del 2008, sembra stia per essere ripercorsa, forse inconsapevolmente dal suo successore attuale:Matteo Renzi. Il 4 novembre 2007 Veltroni, sindaco di Roma e plebiscitato segretario con il 75% dei voti nomina una segreteria "innovativa": 7 uomini e 9 donne. E Renzi, sindaco di Firenze, ed eletto segretario con quasi il 70% dei voti nel suo percorso emulativo nomina anche lui una segreteria simile: 5 uomini e 7 donne. La prima preoccupazione di Veltroni fu la legge elettorale, l'attuale preoccupazione di Renzi è la legge elettorale, ieri per modificare il Porcellum, oggi per varare una legge che sostituisca il Porcellum. A novembre 2007 sedeva a Palazzo Chigi, Romano Prodi. Nello stesso Palazzo a distanza di sei anni siede un altro leader democratico: Enrico Letta. Se Walter scalpitava, Renzi si è lanciato al galoppo sfrenato. Cambiare Palazzo e domicilio è un imperativo e si usano tutte le leve possibili per provocare la crisi di governo. Veltroni impaurì i partiti minori con proposte di sbarramento che li avrebbero esclusi. L'attuale segretario del Pd si scopre per le coppie di fatto, per lo ius soli, (allo scopo di provocare il crollo nervoso del NCD) e infine si incontra con Berlusconi con il probabile effetto di far cadere Letta, magari in tempo utile per votare a maggio. Anche Veltroni incontrando Berlusconi si preoccupò di rassicurare gli scettici: "Senza Berlusconi non si può fare una riforma, tanta gente mi dice di stare attento, io sto attento ma questo non significa rimettersi a fare quella cosa che al momento strapperebbe tanti applausi". E Renzi: "non possiamo non considerare quello che dice Forza Italia sulle regole, Sulle regole io discuto tutti i giorni anche con Forza Italia. Il secondo partito italiano lo lasciamo da parte? Non lo consideriamo per la legge elettorale?" A quanti temevano che l'attivismo veltroniano fosse pericoloso per il governo, Walter rispondeva: "Stiamo dando prova di senso di responsabilità, di generosità. Ma il sistema va cambiato e quello che si deve cercare di fare va fatto con questo Parlamento". E Renzi in questi giorni: "non si rischia nessuna rottura. Ma guardiamo la realtà: la popolarità del governo è ai minimi, non ci sono più le larghe intese, né l'emergenza finanziaria. Se uno mi chiede cosa ho fatto da sindaco in questi undici mesi, so cosa rispondere, se mi chiedono cosa ha fatto il governo in questi undici mesi faccio più fatica. Bisogna governare il Paese. io voglio dare una mano a Enrico". Sul lavoro Veltroni si era inventato una "preoccupazione" per i salari: "E' una priorità, un problema urgente da risolvere perché lo vogliono gli italiani. Le sollecitazioni dei sindacati sono giuste. Non si può aspettare fino a giugno. Forze politiche e governo devono concentrarsi sui problemi reali della gente, a cominciare dal rafforzamento del potere d'acquisto delle famiglie". Renzi qui sembra meno partecipe: il lancio del job act e qualche proposta poi abbandonata per il solito giro di valzer tra i Palazzi. Forse se Renzi guardasse al passato e alle analogie tra il suo baldanzoso percorso e il disastro di Veltroni si muoverebbe con modi diversi e differenti obiettivi: per esempio divenire il campione della difesa dei deboli, di chi è senza lavoro, di chi non riesce ad arrivare a fine mese. Ma si sa a queste obiezioni Renzi forse risponderebbe: il lavoro di chi? Aldo Penna

Elio Veltri: La finanza, farina del diavolo?

La finanza: Farina del diavolo? Aldo Cazzullo, su Sette scrive che la “ finanza non è il diavolo, va regolata, non demonizzata perchè ci consente di mantenere un alto tenore di vita”. Affermazioni giustissime ma contraddette dai fatti negli anni della crisi devastante che decine di milioni di europei hanno pagato a caro prezzo. Nel corso di essa è diventato più evanescente il rapporto tra finanza ed economia legale e più stretto quello con l'economia illegale e criminale; è aumentata la quota di finanza ed economia criminale in Italia e nel mondo; è aumentata la quantità di denaro sporco riciclato; è aumentata la percentuale di capitali esportati illegalmente e imboscati nei paradisi fiscali; è aumentata a dismisura la quantità di denaro prodotto dal nulla e messo sui mercati dalle banche e sono contestualmente aumentati i rischi di fallimento di molte banche, salvate dagli interventi finanziari degli Stati. La sola Unione Europea negli anni 2007-2012 ha messo a disposizione delle banche che rischiavano di andare a gambe per aria, 4600 miliardi di euro. Questo perchè, come scrivono Masciandaro e Pansa: “la farina del diavolo non diventa sempre crusca”(La farina del diavolo-Baldini-Castoldi-2000). E' vero: la finanza è utile se non diventa anarchica e non comanda la politica; se viene regolata e controllata e non viene creata dal nulla senza regole. E soprattutto se viene messa al servizio dell'economia reale e non la distrugge e con essa milioni di posti di lavoro. Esattamente quanto è successo negli anni della crisi terribile crisi che stiamo vivendo, peggiore di quella del 1929, come già nel 2003 aveva scritto Paolo Sylos Labini, inascoltato, perchè senza casacche. Allora, in America, epicentro della crisi, fu varata la legge Glass- Steagall che obbligava le banche a separare le attività di deposito da quelle speculative; lo Stato, nell'ambito del New Deal creò circa 15 milioni di posti di lavoro, soprattutto nel settore delle infrastrutture( strade, porti, scuole ecc) e le banche non erano piene di derivati, titoli spazzatura, che il più delle volte hanno determinato le condizioni per il loro fallimento. I problemi che riguardano la cosiddetta finanziarizzazione dell'economia e la necessità di contenerla attraverso riforme radicali nazionali ed europee , in Italia non trovano molto spazio nell'informazione, soprattutto televisiva. Personalmente ho parlato con alcuni dei giornalisti più accreditati, ma il teatrino li seduce e prevale sulle cose serie. Le cose non vanno certo meglio nella politica, nel Governo e nel Parlamento. Eppure, l'abbiamo detto e scritto tante volte, l'Italia, insieme alla Grecia, è il paese dell'Unione che ha la maggior quota di economia sommersa, criminale, di esportazione di capitali, di riciclaggio di denaro sporco e di evasione fiscale. Ricordo che dato: in Francia, una ricerca ha stimato in 600 miliardi i capitali esportati all'estero illegalmente dai cittadini francesi e imboscati. Quanti sono i soldi esportati illegalmente dagli italiani? Nessuno se ne occupa. Ma certamente non di meno, perchè la nostra evasione fiscale da lavoro nero, esportazione di capitali, riciclaggio e corruzione è maggiore di quella francese. Eppure, la legge anti-corruzione, approvata con dieci anni di ritardo rispetto agli altri paesi, sulla quale tornerò, è chiusa nei cassetti e del tutto inapplicata. I Problemi che la crisi in tutta Europa ha messo in evidenza riguardano: Il rapporto centuplicato tra la quantità di denaro circolante sotto ogni forma( titoli, azioni, obbligazioni, derivati ecc) e l'economia reale: beni e servizi; Un sistema bancario che negli anni ha visto prevalere accorpamenti e fusioni di banche, diventate tanto grandi e potenti da essere incontrollabili e minacciose al monito “ too big to fail” e cioè, come dire:” state attenti che siamo troppo grandi per fallire, perchè il nostro fallimento si tirerebbe dietro l'intero paese con la vita di milioni di cittadini”; Una montagna di titoli spazzatura nascosti nelle banche, nei ministeri, negli enti locali e nelle aziende. Titoli di cui molti acquirenti ignorano volutamente i rischi o non li conoscono per mancanza di informazione, con danni potenziali gravissimi per le loro comunità o per gli azionisti. L'Europa, nella prossima legislatura, o vara le riforme necessarie ad evitare il ripetersi di crisi devastanti come quella che stiamo vivendo o salta. E non solo la moneta unica. Salta l'assetto istituzionale e politico, si disgrega, ritorna a prima di Carlo Magno, e diventa terra di conquista delle grandi potenze mondiali, con conseguenze drammatiche per il futuro di intere generazioni. Cito alcune delle riforme indispensabili, che altri paesi stanno almeno discutendo e che solo in Italia non hanno cittadinanza nell'informazione e nelle istituzioni perchè si preferisce parlare di Renzi, di Letta e degli altri. 1) Riforma del sistema bancario che preveda il ridimensionamento delle megabanche al fine di favorire una vigilanza effettiva; riforma dello Statuto della BCE che consenta di finanziare i governi e non solo le banche e obbligo per le stesse di mettere a disposizione una parte dei finanziamenti ricevuti a tassi bassissimi, dell'economia reale e delle imprese; 2) Riforma dei mercati finanziari, controllo della quantità di capitali e di tutta la finanza strutturata( derivati) con garanzie di informazioni fornite agli acquirenti; 3) Controllo della cosiddetta finanza ombra e vigilanza Ricordo che in America sulla crisi e sulle conseguenze drammatiche per milioni di persone, indotte, con metodi discutibili, a contrarre mutui per comprare la casa, finanziati dalle banche con debiti, pur sapendo che i cittadini non avrebbero potuti pagarli, hanno indagato due commissioni di inchiesta del Congresso. Nel Regno Unito, in Germania e in Francia, alcune proposte di riforma sono arrivate in Parlamento e sono in discussione. In Italia i problemi riguardanti la tirannia della finanza sulla politica e sulle istituzioni, non è stata nemmeno presa in considerazione. Ma i senatori, quando si sono svegliati, una porcheria l'hanno fatta e hanno bocciato( su intervento delle banche?) un emendamento alla legge di Stabilità( art.16) presentato dalla senatrice Bignami, che chiedeva garanzie e trasparenza sui derivati. Per il resto, nessuno se ne occupa. Se non qualche studioso come Luciano Gallino che ha pubblicato “Il colpo di stato di banche e governi”, molto documentato e che consiglio, del tutto ignorato dalle reti televisive. Ma in Italia è successa una cosa ancora più grave sollevata sul Corriere della Sera da Milena Gabanelli: la Consob, autorità di controllo dei mercati e delle società quotate, con notevoli poteri, ha esautorato il servizio tecnico interno, che potrebbe controllare e far sapere al governo e alla pubblica opinione quante centinaia di miliardi di titoli spazzatura hanno in pancia il ministero dell'economia, i comuni e le regioni e per quali ragioni si sono consumate operazioni truffaldine in aziende pubbliche come la Telecom e Alitalia. Forse ha ragione l'economista di Harvard, Shoana Zuboff, la quale ha scritto :” la crisi economica ha dimostrato che la banalità del male occultata in un modello di attività economica ampiamente accettato può mettere a rischio il mondo intero e i suoi abitanti. Pertanto costituisce un crimine economico contro l'umanità”.( Bloomberg Business Week- 20 marzo,2009) Per questo noi rivendichiamo i nostri valori socialisti e lavoriamo per la costruzione di una grande forza che si richiama a quella storia, in Italia e in Europa. Elio Veltri

sabato 18 gennaio 2014

La falsa parabola del costo del lavoro italiano | Insight

La falsa parabola del costo del lavoro italiano | Insight

The fake globalization of Mr Marchionne’s Fiat | Insight

The fake globalization of Mr Marchionne’s Fiat | Insight

Gim Cassano: Imbroglio elettorale

L’IMBROGLIO ELETTORALE. Le motivazioni della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha “bocciato” il Porcellum si prestano a due ordini di valutazioni: quello strettamente giuridico-costituzionale, e quello culturale e politico. Attenendomi ovviamente al secondo aspetto, le motivazioni della sentenza costituiscono un chiaro atto di accusa nei confronti delle forze politiche (ed in modo particolare, nei confronti delle maggiori), per il modo col quale queste, negli ultimi decenni, hanno messo mano alle diverse leggi elettorali che si sono succedute nel tempo. E, a ben vedere, costituiscono al tempo stesso una diffida a cambiare strada ed a evitare di continuare a sviluppare l’arte di imbrogliare gli italiani imponendo loro costruzioni barocche e condizionate prioritariamente dall’aspirazione di ciascuno a trarre dalla legge elettorale il massimo vantaggio, o il minimo svantaggio. Le motivazioni della sentenza muovono da una semplicissima considerazione: quella che, se il concetto di governabilità è insito nei principii logici sui quali si fonda la Costituzione, risultando quindi meritevole di tutela, e se quindi l’ordinamento che alla Costituzione fa seguito non può disattendere la necessità che il Paese sia governato, tale concetto non può essere esteso in modo irragionevole sino al punto di violare i fondamenti-cardine di qualsiasi democrazia: quello della rappresentanza e quello della libera scelta dei cittadini-elettori nella selezione dei propri rappresentanti. Tale affermazione è rilevantissima: essa conferisce sostanza giuridica a ragionamenti e considerazioni politiche e culturali che molti di noi hanno sviluppato in questi anni, e va dato pieno merito a chi, ad iniziare da Felice Besostri e da Aldo Bozzi ha operato con costanza e determinazione perché tali considerazioni si traducessero in una sentenza che riafferma quanto dovrebbe essere ovvio, oltreche etimologicamente insito nel termine: che cioè la democrazia non si fonda sull’intermediazione di caste che presumono arbitrariamente di rappresentare il popolo, ma sul popolo stesso, attraverso un mandato che questo direttamente conferisce. Il fatto che per affermar ciò che è ovvio sia stata necessaria una lunga battaglia in termini di diritto, condotta in nome dei principii fondamentali della nostra Costituzione e nonostante lo scetticismo e l’indifferenza delle forze politiche testimonia quanto sia profondo il deficit di democrazia del nostro sistema politico. Ma il fatto di esservi alla fine riusciti, indica anche come l’impianto della nostra Costituzione sia attuale e tutt’altro che da considerare unicamente come il risultato di una situazione storico-culturale oramai lontana nel tempo. Detto ciò, le motivazioni della sentenza della Consulta aprono la strada a conseguenze giuridiche ed a conseguenze politiche attorno alle quali necessariamente si svilupperà la discussione circa il nuovo sistema elettorale. Ma, a questo punto, occorre fare attenzione: la sentenza doveva limitarsi ad affermare l’inviolabilità di un principio generale, come ha fatto, ed a riscontrarne o meno la violazione nella normativa attuale. Essa non si è pronunziata, né poteva farlo, per un sistema elettorale piuttosto che per un altro, il che resta competenza del Parlamento, ed il fatto che essa non abbia precluso la strada, in via di principio, alle tre alternative lanciate da Renzi non significa che esse siano di per sé le uniche conformi alla Costituzione. Qualsiasi sistema elettorale che non violi il principio generale espresso dalla Corte è infatti in via di principio compatibile con l’impianto costituzionale; e, quale che sia il sistema elettorale si intende proporre, è necessario che nel suo effettivo realizzarsi venga rispettato il principio generale che la Corte ha sancito: verifica cui, quindi, anche le tre alternative proposte dal PD, devono venir sottoposte. Il che è compito politico, nel momento in cui è chiaro a tutti che, a suon di clausole, distinguo, quote, soglie, diventa più che possibile, pure in una legge elettorale a prima vista rispettosa dei principii che la Corte Costituzionale ha sancito, far rientrare dalla finestra quel che la Consulta ha buttato fuori dalla porta. E non mi sembra infondata l’opinione che proprio in questa direzione ci si stia muovendo: Difatti, se si esaminano nel concreto e nel dettaglio le tre alternative fatte proprie dal PD (Sindaco d’Italia, pseudo sistema spagnolo, Mattarellum rivisitato), si scopre che tutte e tre, esattamente come il Porcellum, prevedono l’abbinamento del premio di maggioranza, che dovrebbe assicurare la governabilità a soglie minime di ingresso determinate esplicitamente o di fatto. Infatti: • Nel caso del “sistema dei sindaci”, basato su un doppio turno di coalizione, verrebbe previsto da un lato un premio di maggioranza (sino al 60%) alla coalizione vincitrice, ed una soglia di ingresso del 5% (ma, si badi bene, non riferendosi alla coalizione, bensì alla singola formazione politica). • Nel cosiddetto “sistema spagnolo”, fondato su piccole circoscrizioni di 4-5 parlamentari ciascuna, verrebbe previsto un premio di maggioranza del 15%, ed una soglia di ingresso del 5%, che verrebbe ad aggiungersi a quella del 20% automaticamente determinata dal fatto che per ottenere un rappresentante in una circoscrizione, occorrerebbe ottenere almeno 1/5 dei voti in quella circoscrizione. • Infine, nella rivisitazione del Mattarellum, oltre a quelli determinati dai 475 collegi uninominali, i restanti 155 seggi, verrebbero attribuiti per i 3/5 (92 seggi) come premio di maggioranza, ed i residuali 63 seggi verrebbero lasciati come premio di consolazion a tutte le formazioni minori. Il che è come dire che una quota di elettorato pari probabilmente al 20-25% degli aventi diritto vedrebbe più che dimezzata la propria rappresentanza. E’ evidente che, con tali proposte, ben pochi sarebbero in ogni caso i progressi rispetto al Porcellum. La questione diventa ancor più grave, se si considera la questione lapalissiana che, quale che sia il sistema elettorale, chi non è candidato, non sarà mai eletto. E tutti questi sistemi sono tali da lasciare ancora un eccessivo spazio agli apparati di partito nello stabilire le candidature: ci ricordiamo, ai tempi del Mattarellum, i famigerati “tavoli” dei due poli, nei quali alcuni signori per ogni polo censivano i collegi in categorie di certezza, e li attribuivano stechiometricamente alle diverse forze politiche? E, ove si pensi al sistema “spagnolo”, chi e come stabilirà i 4-5 nomi per ogni circoscrizione? Se il Porcellum era tale che circa l’80% dei futuri deputati era già eletto (cioè nominato) all’atto del deposito delle liste, nella migliore delle ipotesi, l’uno o l’altro di questi sistemi, farà scendere tale percentuale attorno al 50-60%. Il che, francamente, sembra ancora un po’ troppo. E poi, non si riesce a capire per quale ragione, una volta che un premio di maggioranza abbia assicurata la cosiddetta governabilità, a questo debbano ulteriormente aggiungersi le soglie di sbarramento nei confronti delle formazioni minori. In effetti, l’esperienza dell’ultimo ventennio ha dimostrato che i premi di maggioranza non assicurano affatto la governabilità: non sono tanto i “nanetti” di Sartori a creare complicazioni, ma piuttosto l’inconsistenza politica di partiti-contenitore che, avendo per obbiettivo primario la propria perpetuazione, finiscono per l’essere di fatto incapaci di produrre effettivi indirizzi politici percepibili e misurabili dagli elettori. Viene meno così la capacità di guida politica di coalizioni che, a questo punto, sono tenute insieme, finchè dura, solo dal reciproco interesse. E quella di falciare i cespugli diventa così una necessità, non della governabilità, ma del perdurare di un sistema politico incapace di produrre classe dirigente, e capacissimo invece di produrre ed autoriprodurre caste di potere. Che questa interpretazione sia più che fondata è dimostrato dalla legge elettorale per le Europee, con la quale, tra pochi mesi, andremo a votare. Lanciata in primis dal PD, fu approvata frettolosamente a ridosso delle elezioni europee del 2009, dopo che le politiche del 2008 avevano prodotto, grazie al PD, la sconfitta del centrosinistra e la fuoriuscita dei socialisti e dell’intera sinistra dal Parlamento, ed invece assicurato la sopravvivenza di IdV. Qui non era, e non è, in gioco alcuna questione di governabilità. Il principio della rappresentanza politica dei cittadini-elettori dovrebbe quindi valere in via assoluta, senza alcun correttivo dettato dalla necessità di assicurare maggioranze: gli eletti al Parlamento Europeo rappresentano i cittadini degli Stati-membri, le loro convinzioni, i loro interessi. Eppure, è stata fissata una soglia del 4% per accedere alla ripartizione dei seggi. E’ come dire che chi non rappresenti 2,4 milioni di cittadini, o 1,5 milioni di elettori, non ha diritto a rappresentarli: come dire che un corpo di cittadini di dimensioni ben superiori a quelle di non pochi Paesi-membri non abbia il diritto di essere rappresentato, senza che ve ne sia alcuna plausibile motivazione, se non quella delle forze politiche maggiori di escludere la possibilità di sopravvivere delle formazioni minori. Come io scrissi a quei tempi, una volta falciati i cespugli con il Porcellum e con l’applicazione che il PD ne aveva fatto, occorreva un buon diserbo per impedire che questi potessero riaffiorare. Ora, se è vero che non esiste un sistema elettorale perfetto, e che abbiamo democrazie ben più salde della nostra che operano con sistemi elettorali diversissimi, è anche vero che la tipologia del sistema elettorale non è l’unico aspetto a determinare i caratteri del sistema politico. Altrettanto importanti, a tal fine, sono le norme che codificano l’accesso all’elettorato passivo (presentazione liste e candidature, raccolta firme, etc.) e le modalità di svolgimento delle campagne elettorali (utilizzo, costo, e ripartizione, degli spazi di comunicazione). E, altrettanto importanti, come già si è detto, sono le condizioni in cui si svolge la vita interna dei partiti politici. Quindi, il principio generale che la Corte Costituzionale ha affermato nelle motivazioni della sua recente sentenza, perché sia reso effettivo, deve essere valutato in termini politici e concreti, tenendo conto dell’intero quadro che regola la questione della selezione della rappresentanza, e quindi: legge elettorale, diritti di accesso all’elettorato passivo, vita interna dei partiti. Nel nostro Paese, i partiti maggiori hanno eretto ad ulteriore difesa da eventuali nuovi intrusi un muro di norme sulla presentazione di candidature e liste sovente contraddittorie, e facilmente eludibili da chi disponga di apparati adeguati (vedi i casi della Regione Piemonte, della Lombardia, del Lazio), e la democrazia interna dei partiti è quella che tutti conosciamo. In tali condizioni, è evidente quanto risulti difficile la candidatura, e difatto preclusa la candidatura in posizioni di eleggibilità a chi sia sgradito agli apparati, ed è evidente quanto risulti difficile per una ipotetica nuova formazione il presentarsi in tutte le circoscrizioni o in tutti i collegi. Di conseguenza, quale che sia il sistema elettorale scelto, a meno che non si tratti di un proporzionale puro con preferenza, o che preveda al più il minimo indispensabile di premio di maggioranza, e senza alcuna soglia di sbarramento, le effettive possibilità di libera scelta e di diritto ad esser rappresentati per i cittadini risultano comunque fortemente limitate e compresse. A ben vedere, il vizio dell’ingovernabilità, che è stato attribuito alla tanto vituperata legge elettorale della Prima Repubblica, è dipeso più dalle questioni interne al partito allora stabilmente di governo, che dalla presenza dei partiti minori, e men che mai dalla presenza di un forte partito di opposizione. Su questi problemi, le forze politiche farebbero bene a domandarsi seriamente se non sia il caso di cominciare ad avviare una riflessione, anziché continuare a cercare la via demagogica di cercare di utilizzare la giusta indignazione dei cittadini per ridurre gli spazi di rappresentanza. Ed i cittadini farebbero bene a non cadere nella trappola della falsa corrispondenza che si tende a propinar loro: quella che il ripristino dell’efficienza e la riduzione dei costi della politica richiedano la riduzione degli spazi di rapprentatività politica. L’esercizio della democrazia ha un costo, e si fonda su procedimenti complessi che richiedono la compresenza di poteri in grado di bilanciarsi e, se necessario, di contrapporsi; ma tale costo, e tale complessità, in una democrazia che operi riuscendo a definire adeguatamente indirizzi politici ed economici, ed a selezionare una adeguata classe dirigente, risultano di gran lunga inferiori, dal punto di vista dell’interesse generale di un Paese, e non di quello di singole caste, a quelli di qualsiasi altro sistema.

Livio Ghersi: Mal di Spagna

Mal di Spagna Il "Corriere della Sera" ci informa che il professor Roberto D'Alimonte, in qualità di esperto del segretario del PD Renzi, ha incontrato il senatore di Forza Italia Denis Verdini, per valutare una possibile intesa sulla riforma della legge elettorale (si veda nell'edizione del 17 gennaio 2014 l'articolo a firma Dino Martirano, a pagina 2). Il professor D'Alimonte tiene a farci sapere che il senatore Verdini «è molto preparato, addirittura appassionato della materia». D'Alimonte, si sa, è una vestale del sistema maggioritario; ha lungamente tuonato contro la Corte Costituzionale che si è permessa di intervenire per dichiarare la parziale illegittimità costituzionale della legge n. 270/2005. Di conseguenza, quando il Segretario del Partito Democratico si fa supportare da D'Alimonte ha già fatto una scelta; che non è innocente, né indolore. Nella riunione della Direzione del PD tenutasi il 16 gennaio, Renzi ha ribadito che vuole una legge elettorale che comunque preveda un premio di maggioranza. Questo — ha precisato — non è pregiudizialmente escluso dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014. Vero, ma bisogna vedere come il premio si inserisce nel complesso della legge elettorale. Delle tre proposte che il Segretario del PD ha preso in considerazione, quella che più piace a Forza Italia è il modello definito simil spagnolo (anche se la Spagna è solo un pretesto). Si tratterebbe di ripartire il territorio nazionale in 118 circoscrizioni piccole; piccole nel senso che in ciascuna sarebbero assegnati quattro seggi, o, al massimo, cinque. La circostanza che queste circoscrizioni siano piccole, secondo Renzi, risolverebbe brillantemente uno dei due problemi che hanno determinato la declaratoria di illegittimità costituzionale della legge n. 270/2005: le liste bloccate, che non consentono agli elettori di scegliere i propri rappresentanti. Infatti, nella sentenza della Corte si legge che il meccanismo introdotto dal Legislatore del 2005 non era comparabile «con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l'effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l'effettività della scelta e la libertà del voto (al pari di quanto accade nel caso dei collegi uninominali)»; si veda il punto 5 delle Considerazioni in diritto. Sì, però, così, caro Renzi, anche con il nuovo sistema proposto nessuno dei 630 deputati sarebbe davvero scelto dagli elettori. E' vera scelta quella che si compie nei collegi uninominali; oltre tutto, mentre nelle elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, la contesa era fra centrodestra e centrosinistra, quindi si poteva prevedere chi avrebbe vinto nelle zone geografiche tradizionalmente rosse, o tradizionalmente azzurre (o verdi, o nere), oggi la presenza di probabili candidature competitive espresse da un terzo raggruppamento (il Movimento Cinque stelle) renderebbe la partita incertissima in ogni collegio. Poiché il sistema simil spagnolo non prevede collegi uninominali, ma liste concorrenti in circoscrizioni, bisogna aggiungere, per amore di verità, che proprio le piccole circoscrizioni sarebbero in teoria le più adatte a consentire la possibilità che gli elettori esprimano preferenze per i candidati. L'unica seria controindicazione per le preferenze, infatti, è che incentivano i candidati ad investire più denaro nelle campagne elettorali per essere eletti. Tale, inconveniente, tuttavia si manifesta in modo più pressante quando le circoscrizioni sono territorialmente molto vaste: più ampia è la circoscrizione, più bisogna spendere per farsi conoscere. Invece, in circoscrizioni che in media corrispondono ad una popolazione di cinquecentomila abitanti, quali sono le 118 proposte, non ci sarebbe bisogno di spendere in modo esagerato. Tutte le altre obiezioni che solitamente si muovono contro il criterio delle preferenze sono, a mio avviso, viziate da una logica antidemocratica e illiberale. Penso, in particolare, all'obiezione che, forti del consenso ottenuto dagli elettori, i parlamentari sarebbero meno controllabili dalle Segreterie dei partiti di appartenenza. E' esattamente quanto personalmente auspico, posto che la mia idea di Parlamento è quella di una libera Assemblea effettivamente rappresentativa della comunità nazionale, composta da persone preparate ed autorevoli, e non di un insieme di mediocri esecutori, di gente nominata senza meriti propri, capace soltanto di leggere discorsi scritti da altri e di schiacciare un bottone a comando. Comprendo che le vestali del maggioritario, preoccupate soltanto che qualcuno abbia l'autorità di decidere in fretta, non siano nemmeno attrezzate culturalmente per intendere la classica concezione liberale del Parlamentarismo. Renzi teorizza che non vuole perdersi dietro le tecnicalità delle leggi elettorali. Il diavolo, però, sta nei dettagli. Quando le circoscrizioni sono così piccole, ne traggono vantaggio unicamente i partiti che raccolgono più consenso. Ipotizziamo che nella circoscrizione tipo si debbano assegnare quattro seggi e per di più (per accentuare l'effetto maggioritario, utilizzando il metodo d'Hondt per il riparto dei seggi). Ipotizziamo che, a fronte di 100 voti validi espressi in totale, i voti si siano così distribuiti: Lista A: 23,8 voti; Lista B: 21,5 voti; Lista C: 19,2 voti; Lista D: 10,6 voti; Lista E: 9,0 voti; lista F: 5,8 voti. Si omettono i risultati delle altre liste meno votate. La lista A otterrebbe due seggi (il secondo con il quoziente 11,9); le liste B e C otterrebbero un seggio ciascuna. La lista D, con 10,6 voti resterebbe senza rappresentanza. In altre parole, bisogna aver chiaro che in circoscrizioni così piccole si ha un effetto di sbarramento implicito per cui anche liste che superino la percentuale del 10 per cento potrebbero non ottenere seggi. A quanto abbiamo letto, il sistema simil spagnolo prevede pure una soglia di sbarramento nazionale: sarebbero escluse dalla rappresentanza le liste che abbiano una percentuale di voti validi inferiore al 5 % nell'intero territorio nazionale. Di conseguenza, mentre la vera legge elettorale che vige in Spagna consente che i partiti più radicati a livello locale ottengano rappresentanza, questa possibilità sarebbe da noi preclusa da una così elevata soglia nazionale. Poiché l'effetto maggioritario fin qui descritto forse è sembrato ancora troppo poco incisivo al professor D'Alimonte ed allo scolaro Renzi, si aggiunge un ulteriore premio di maggioranza di 92 seggi. C'è quasi da rimpiangere il tanto vituperato "Porcellum"! Una cosa deve essere chiara: dal punto di vista di un liberale, un Parlamento degno di questo nome deve essere rappresentativo di tutte le forze politiche che abbiano un seguito consistente nel Paese; rispetto a questo principio, la considerazione degli interessi di un singolo partito, qual è il PD, viene sempre dopo. Nel contrasto tra l'interesse generale ad eleggere un vero Parlamento, e l'interesse particolare di un partito, dal mio punto di vista prevale sempre e comunque il primo. A buon intenditore, poche parole. Accenno soltanto ad altre questioni di mera tattica politica. E' opportuno stabilire un'intesa privilegiata con Forza Italia, un'intesa che dovrebbe essere tanto solida e tanto duratura da contemplare la possibilità di approvare insieme riforme costituzionali? Immaginiamo che Berlusconi abbia un'altra pronuncia giudiziaria per lui sfavorevole; ovvero che il magistrato di sorveglianza gli impedisca di assumere una determinata iniziativa politica nel periodo in cui dovrà scontare la pena alternativa a quella detentiva. Non si rende conto Renzi che ci potrebbero essere mille occasioni, dunque mille pretesti, per ricattare il PD, con la minaccia, molto concreta, di impedire che l'iter delle riforme intraprese si completi? Palermo, 17 gennaio 2014 Livio Ghersi