EUROPA, DEMOCRAZIA
I leader europei hanno approvato, nel corso di una riunione definita “informale”, l’ipotesi di una Trattato sull’Unione di Bilancio (fiscal compact), che prevede un’ulteriore stretta rigorista su deficit e debito sulla linea liberista fin qui adottata dalla reggenza “franco-tedesca” che fin qui ha affrontato la crisi finanziaria: il disavanzo massimo è collocato allo 0,5% in rapporto al PIL, prevedendo un incardinamento nell’ordinamento dei singoli Stati con legge costituzionale; il programma di sviluppo prevede un completamento della liberalizzazione dei mercati interni e le politiche economiche dei paesi della moneta unica coordinate da un Eurosummit che dovrà essere ratificato da almeno 12 Parlamenti nazionali.
Nella sostanza un pacchetto molto “forte” di politiche sovranazionali, assolutamente in linea dal punto di vista ideologico con le forze conservatrici che, in questa fase, stanno dominando il quadro europeo.
Una situazione che pone, oggettivamente, due questioni fondamentali, la prima sul piano appunto,sovranazionale e l’altra, riguardante la sinistra italiana e rivolta al terreno della politica interna.
Riassumo in estrema sintesi: questa ipotesi di Trattato indica, ancora una volta e di più se fosse possibile, la necessità dell’Europa politica dotata di proprie istituzioni pienamente rappresentative: il ruolo del Parlamento Europeo è sicuramente cresciuto, nel corso degli anni, in particolare dopo il Trattato di Lisbona (a seguito del quale qualcuno accenna addirittura a una sorta di “bicameralismo” con la Commissione) ma l’obiettivo di tutte le forze progressiste e democratiche deve essere quello di un’adozione di piena sovranità al riguardo dell’insieme delle politiche sovranazionali.
Un obiettivo che non potrà essere perseguito senza un altrettanto forte presenza di soggettività politiche collocate compiutamente sul piano europeo, ben oltre alla costituzione dei gruppi parlamentari al Parlamento di Strasburgo: è il tema del PSE e dell’unità della sinistra a quel livello,ad esempio.
Il secondo tema, questa volta di carattere nazionale, riguarda il confronto politico che è necessario si apra, anche in Italia:, proprio nel momento in cui il governo dei “professori” oltre ad assumere i provvedimenti concreti che conosciamo sta rimodellando il sistema politico, costringendo i partiti (per quel che valgono) a riallinearsi sul proprio asse; risalta così, in negativo, proprio a questo proposito, l’assenza della sinistra dal Parlamento.
Un dato che mi è capitato di rimarcare più volte nel corso del tempo, dalle disgraziate elezioni del 2008 in avanti e che assume adesso carattere di particolare gravità e urgenza (se mai fosse stato diverso, in precedenza) : un punto di riflessione urgente per tutti coloro che, a sinistra, intendono impegnarsi in una ricostruzione di soggettività unitaria, cercando anche di sfuggire all’apparente prevalenza di una sirena leaderistca-movimentista che, utilizzando la tematica dei beni comuni (sulla quale non apro qui un dibattito che risulterebbe eccessivamente complesso per via dell’economia del discorso di oggi) sta prepotentemente occupando la scena mediatica ma che, a mio giudizio, non risulta la più idonea a riportare la sinistra a occupare il ruolo che le spetta in Parlamento, nel Paese, in Europa.
Savona, li 31 Gennaio 2012 Franco Astengo
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
mercoledì 1 febbraio 2012
Alfonso Gianni: Ridare la parola ai popoli contro il fiscal compact
Ridare la parola ai popoli contro il fiscal compact
di Alfonso Gianni
Il Fiscal compact è quindi passato. 25 su 27 paesi della Ue lo hanno ingoiato, con l’eccezione, per motivi diversi, dell’Inghilterra – sempre più lontana da uno spirito europeo, qualunque esso sia – e della Repubblica ceca. L’accordo è stato accolto da noi con manifestazioni di gioia bipartisan. Era stato preceduto da una mozione unitaria alle camere che, accogliendo persino la proposta leghista delle radici cristiane dell’Europa cui finora il Parlamento non aveva consentito, valeva ben più di un paio di tradizionali fiducie. Full Monti si potrebbe dire con un gioco di parole troppo facile. In effetti risale il gradimento nei sondaggi al falso governo tecnico, il più politico degli ultimi anni. Una sorta di cupio dissolvi pare essersi impadronito della classe dirigente italiana, compresa buona parte del centrosinistra. Anzi, a essere più precisi, si tratta di un cupio servendi, visto che tutti si sono inchinati alla dottrina tedesca, vera vincitrice della partita, almeno sul corto periodo. La Merkel era di fronte al celebre bivio tracciato da Helmut Kohl: o la Germania si europeizza o l’Europa si germanizza. Ha scelto la seconda strada, nell’interesse della grande borghesia tedesca che vuole continuare a dominare in un mercato europeo dove invia il 60% delle proprie esportazioni. Che poi questa strategia sia miope, che essa può portare al fallimento dell’euro e dell’Europa, che questo provocherebbe la rivalutazione del marco e il rilancio dell’inflazione a due cifre nei paesi mediterranei, che quindi il prezzo delle merci tedesche diventerebbe proibitivo, che dunque tutto ciò infliggerebbe un colpo micidiale alla politica neomercantilista tedesca, è del tutto vero, ma la attuale classe dirigente che domina a Berlino – almeno fino alle prossime elezioni del 2013 – vuoi per mancanza di visioni lunghe, vuoi per tracotanza derivante dagli attuali rapporti di forza, è per ora in grado di fregarsene. Ma questo è un aggravante, non un attenuante come viene ridicolmente invocata nei salotti televisivi, da parte di chi vi va dietro, in primis il nostro governo.
Il giro di vite del nuovo patto sta nella rigidità della diminuzione di un ventesimo annuo della differenza che separa gli attuali livelli di debito dal “virtuoso” 60%, nel fatto che lo sforamento del deficit strutturale annuo dello 0,5% debba essere immediatamente sanzionato in modo automatico – il che, al di là delle differenze fra deficit congiunturale e deficit strutturale che qui tralascio, rappresenta un enorme inasprimento rispetto al vincolo del 3% di Maastricht -, nella imposizione di controlli che espropriano la sovranità dei singoli stati. Persino Papadimos, messo lì dalla Ue, ha capito che qualche protesta la deve elevare sul fatto che il bilancio greco venga fatto direttamente a Bruxelles.
Ma il problema riguarda tutti. La realtà è che siamo di fronte a un balzo in avanti nella espropriazione della sovranità dei singoli popoli senza alcuna compensazione in sistemi di governo democratico a livello europeo, visto che le decisioni sono saldamente in mano a organi non elettivi. Siamo al rovesciamento del principio liberale, sancito dalle celebri parole no taxation without representation che infiammarono la rivolta americana contro gli inglesi nella seconda metà del Settecento (i Boston tea party, ma quelli veri però). Abbiamo infatti una fiscalità senza rappresentanza democratica a livello europeo.
Le conseguenze per l’Italia sono pesantissime. Il nostro debito si aggira poco sopra i 1900mld, il 120% del nostro attuale Pil. Portarlo al 60% significa ridurlo della metà. Farlo in ragione di un ventesimo all’anno, significa ridurre il bilancio del 3%. In termini monetari ciò significa prepararsi a manovre annue di riduzione nell’ordine di 48 mld. Ma se il nostro prodotto interno lordo è in discesa, come dice il Fmi che prevede una riduzione del 2,2%, la situazione peggiora ulteriormente. Non è una grande scoperta. E’ il cane che si mangia la coda. Solo molto più in fretta. L’austerità strangola l’economia, altro che “austerità espansiva” di cui parlano la Merkel e i suoi seguaci con un irresponsabile ossimoro. I dati raccolti recentemente da Paul Krugman (vedi il grafico in appendice) usando come fonti il Fmi e il gruppo degli studiosi fondato a Gottinga dal grande storico dell’economia Angus Maddison, dimostrano che la reazione dell’Italia alla crisi è molto più lenta e peggiore di quanto non fu nella recessione seguente al grande crollo del 1920!
L’anno che abbiamo davanti sarà durissimo. Come comportarsi di fronte a questo è l’essenza della politica. Il resto sono chiacchiere e schermaglie. Poiché il moderno capitalismo ha scelto di separarsi dalla democrazia, la difesa strenua di quest’ultima può essere il classico granello di sabbia negli ingranaggi del primo.
Bisogna quindi ridare la voce ai popoli sul nuovo trattato. Sappiamo che non è possibile ricorrere direttamente al referendum nel caso italiano – mentre già il 72% degli irlandesi lo richiedono -, in virtù dei vincoli posti dall’articolo 75 della nostra Costituzione. Ma è possibile progettare un referendum consultivo. Come successe nel 1989. Il che permetterebbe di risollevare, per assoluta analogia di materia, la questione del pareggio di bilancio in Costituzione già votato in prima lettura dalla Camera, ma in attesa di ulteriori passaggi parlamentari.
E’ necessario organizzare iniziative di lotta, sia in Europa che da noi. Possiamo augurarci che la manifestazione nazionale della Fiom dell’11 febbraio contenga anche questo. In ogni caso non possiamo lasciare che contro questa governance a-democratica della Ue si scaglino solo i vari populismi di destra, indirizzando nella direzione sbagliata una sacrosanta protesta. L’Ungheria già ci dice che, seppure in forme nuove, il fascismo può anche tornare.
Il punto zero sull’orizzontale indica l’anno 2007, inizio della crisi; il numero 100 sulla verticale indica la percentuale del Pil nel 2007; la linea azzurra indica l’andamento del Pil nel 1929 e anni seguenti; la linea rossa l’andamento del Pil dal 2007 in poi. Come si può vedere dopo sei anni di crisi (previsione a fine 2012) la moderna Italia, a differenza di quella degli anni trenta, non ha recuperato sul livello del Pil dell’inizio della crisi.
di Alfonso Gianni
Il Fiscal compact è quindi passato. 25 su 27 paesi della Ue lo hanno ingoiato, con l’eccezione, per motivi diversi, dell’Inghilterra – sempre più lontana da uno spirito europeo, qualunque esso sia – e della Repubblica ceca. L’accordo è stato accolto da noi con manifestazioni di gioia bipartisan. Era stato preceduto da una mozione unitaria alle camere che, accogliendo persino la proposta leghista delle radici cristiane dell’Europa cui finora il Parlamento non aveva consentito, valeva ben più di un paio di tradizionali fiducie. Full Monti si potrebbe dire con un gioco di parole troppo facile. In effetti risale il gradimento nei sondaggi al falso governo tecnico, il più politico degli ultimi anni. Una sorta di cupio dissolvi pare essersi impadronito della classe dirigente italiana, compresa buona parte del centrosinistra. Anzi, a essere più precisi, si tratta di un cupio servendi, visto che tutti si sono inchinati alla dottrina tedesca, vera vincitrice della partita, almeno sul corto periodo. La Merkel era di fronte al celebre bivio tracciato da Helmut Kohl: o la Germania si europeizza o l’Europa si germanizza. Ha scelto la seconda strada, nell’interesse della grande borghesia tedesca che vuole continuare a dominare in un mercato europeo dove invia il 60% delle proprie esportazioni. Che poi questa strategia sia miope, che essa può portare al fallimento dell’euro e dell’Europa, che questo provocherebbe la rivalutazione del marco e il rilancio dell’inflazione a due cifre nei paesi mediterranei, che quindi il prezzo delle merci tedesche diventerebbe proibitivo, che dunque tutto ciò infliggerebbe un colpo micidiale alla politica neomercantilista tedesca, è del tutto vero, ma la attuale classe dirigente che domina a Berlino – almeno fino alle prossime elezioni del 2013 – vuoi per mancanza di visioni lunghe, vuoi per tracotanza derivante dagli attuali rapporti di forza, è per ora in grado di fregarsene. Ma questo è un aggravante, non un attenuante come viene ridicolmente invocata nei salotti televisivi, da parte di chi vi va dietro, in primis il nostro governo.
Il giro di vite del nuovo patto sta nella rigidità della diminuzione di un ventesimo annuo della differenza che separa gli attuali livelli di debito dal “virtuoso” 60%, nel fatto che lo sforamento del deficit strutturale annuo dello 0,5% debba essere immediatamente sanzionato in modo automatico – il che, al di là delle differenze fra deficit congiunturale e deficit strutturale che qui tralascio, rappresenta un enorme inasprimento rispetto al vincolo del 3% di Maastricht -, nella imposizione di controlli che espropriano la sovranità dei singoli stati. Persino Papadimos, messo lì dalla Ue, ha capito che qualche protesta la deve elevare sul fatto che il bilancio greco venga fatto direttamente a Bruxelles.
Ma il problema riguarda tutti. La realtà è che siamo di fronte a un balzo in avanti nella espropriazione della sovranità dei singoli popoli senza alcuna compensazione in sistemi di governo democratico a livello europeo, visto che le decisioni sono saldamente in mano a organi non elettivi. Siamo al rovesciamento del principio liberale, sancito dalle celebri parole no taxation without representation che infiammarono la rivolta americana contro gli inglesi nella seconda metà del Settecento (i Boston tea party, ma quelli veri però). Abbiamo infatti una fiscalità senza rappresentanza democratica a livello europeo.
Le conseguenze per l’Italia sono pesantissime. Il nostro debito si aggira poco sopra i 1900mld, il 120% del nostro attuale Pil. Portarlo al 60% significa ridurlo della metà. Farlo in ragione di un ventesimo all’anno, significa ridurre il bilancio del 3%. In termini monetari ciò significa prepararsi a manovre annue di riduzione nell’ordine di 48 mld. Ma se il nostro prodotto interno lordo è in discesa, come dice il Fmi che prevede una riduzione del 2,2%, la situazione peggiora ulteriormente. Non è una grande scoperta. E’ il cane che si mangia la coda. Solo molto più in fretta. L’austerità strangola l’economia, altro che “austerità espansiva” di cui parlano la Merkel e i suoi seguaci con un irresponsabile ossimoro. I dati raccolti recentemente da Paul Krugman (vedi il grafico in appendice) usando come fonti il Fmi e il gruppo degli studiosi fondato a Gottinga dal grande storico dell’economia Angus Maddison, dimostrano che la reazione dell’Italia alla crisi è molto più lenta e peggiore di quanto non fu nella recessione seguente al grande crollo del 1920!
L’anno che abbiamo davanti sarà durissimo. Come comportarsi di fronte a questo è l’essenza della politica. Il resto sono chiacchiere e schermaglie. Poiché il moderno capitalismo ha scelto di separarsi dalla democrazia, la difesa strenua di quest’ultima può essere il classico granello di sabbia negli ingranaggi del primo.
Bisogna quindi ridare la voce ai popoli sul nuovo trattato. Sappiamo che non è possibile ricorrere direttamente al referendum nel caso italiano – mentre già il 72% degli irlandesi lo richiedono -, in virtù dei vincoli posti dall’articolo 75 della nostra Costituzione. Ma è possibile progettare un referendum consultivo. Come successe nel 1989. Il che permetterebbe di risollevare, per assoluta analogia di materia, la questione del pareggio di bilancio in Costituzione già votato in prima lettura dalla Camera, ma in attesa di ulteriori passaggi parlamentari.
E’ necessario organizzare iniziative di lotta, sia in Europa che da noi. Possiamo augurarci che la manifestazione nazionale della Fiom dell’11 febbraio contenga anche questo. In ogni caso non possiamo lasciare che contro questa governance a-democratica della Ue si scaglino solo i vari populismi di destra, indirizzando nella direzione sbagliata una sacrosanta protesta. L’Ungheria già ci dice che, seppure in forme nuove, il fascismo può anche tornare.
Il punto zero sull’orizzontale indica l’anno 2007, inizio della crisi; il numero 100 sulla verticale indica la percentuale del Pil nel 2007; la linea azzurra indica l’andamento del Pil nel 1929 e anni seguenti; la linea rossa l’andamento del Pil dal 2007 in poi. Come si può vedere dopo sei anni di crisi (previsione a fine 2012) la moderna Italia, a differenza di quella degli anni trenta, non ha recuperato sul livello del Pil dell’inizio della crisi.
Renzo Penna: Scalfari interpreta Lama
SCALFARI PENSA DAVVERO CHE ELIMINARE L’ARTICOLO 18 E LIBERALIZZARE IL MERCATO DEL LAVORO SERVA A CREARE SVILUPPO E LAVORO?
di Renzo Penna
Eugenio Scalfari utilizza una sua intervista fatta a Luciano Lama nel 1978 per chiedere a Susanna Camusso, alla Cgil e al Sindacato di “anteporre l’interesse generale del Paese al particulare delle singole categorie” e, nella sostanza, a non ostacolare il cammino del governo Monti che - per il fondatore di “la Repubblica” - starebbe perseguendo “una linea riformista e innovatrice”. Questa lungimirante assunzione di responsabilità del sindacato, che gli farebbe anche riassumere un ruolo da protagonista, si dovrebbe sostanziare nel: “favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita” e nell’accettare la riforma-riduzione della cassa integrazione proposta dal ministro del Lavoro. Questo perché, secondo Scalfari, la crescita dipende dalla produttività e questa, a sua volta, da tre elementi: dal costo di produzione, dalla flessibilità del mercato del lavoro e dalla capacità imprenditoriale. La Segretaria Generale della Cgil il di seguente ha risposto all’editoriale di Scalfari con una lettera al direttore di “la Repubblica” nella quale contestualizza le dichiarazioni di Lama, evidenzia le differenze con l’oggi nel peggioramento dei salari, nell’aumento delle diseguaglianze e sostiene che, mentre la Cgil mette sempre al centro della sua strategia il lavoro e l’occupazione, è la precarietà il problema più urgente da affrontare se si vuole favorire lo sviluppo.
Ma che le simpatie del giornale diretto da Ezio Mauro non contemplino le posizioni e le preoccupazioni della Camusso e della Cgil viene evidenziato dal titolo su cinque colonne con il quale, nello stesso giorno, si dà per acquisito che il governo eliminerà l’articolo 18 per i nuovi assunti.
Nel frattempo Istat informa che a dicembre 2011 il tasso di disoccupazione è salito all'8,9%: si tratta del dato più alto dal gennaio 2004, anno d'inizio delle serie storiche mensili. Se si prendono in considerazione le serie storiche trimestrali, invece, per ritrovare un tasso di disoccupazione così alto bisogna tornare al terzo trimestre del 2001. L’'Istat ha anche diffuso i dati provvisori della disoccupazione riferiti a dicembre 2011. Il numero di disoccupati ha raggiunto quota 2 milioni e 243mila (+20mila rispetto a novembre), tornando ai livelli di dieci anni fa. Un peggioramento consistente dovuto soprattutto all'incremento della disoccupazione maschile. La disoccupazione maschile cresce, dunque, del 5,1% rispetto a novembre e del 15,1% su base annua. In Italia quasi un giovane su tre, di coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro, è disoccupato. A dicembre il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 31%.
Per quanto riguarda il reddito dei lavoratori, prendendo sempre a riferimento il mese di dicembre, le retribuzioni salgono, rispetto allo stesso mese del 2010, in media solo dell’1,4%, mentre l’aumento dei prezzi risulta più che doppio (+ 3,3%) e il divario tra prezzi e salari registra la maggiore distanza dall’agosto del 1995. Non stupisce quindi che nella classifica della disuguaglianza l’Italia occupi le ultime posizioni tra i paesi dell’Ocse, risultando il reddito medio del 10 per cento della popolazione più ricca di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero: 49300 euro contro 4887.
Se prendiamo a riferimento la situazione della Germania questa si presenta in controtendenza, non solo nei confronti di quella italiana, ma delle principali nazioni europee e degli stessi Stati Uniti: le retribuzioni dei lavoratori tedeschi dal 1985 ad oggi sono cresciute del 30 per cento in termini reali e la disoccupazione è scesa ai minimi storici. Secondo le statistiche diffuse dall'agenzia per l'impiego, il rapporto tra persone in cerca di lavoro e la forza lavoro é infatti sceso a gennaio al 6,7% mentre il numero di disoccupati é calato di 34mila unità a 2,85 milioni.
Per evidenziare l’efficacia della politica industriale tedesca in difesa dell’occupazione che è sin qui riuscita, pur in presenza della crisi, ad evitare licenziamenti di massa, Federico Rampini prende a riferimento un commento dell’autorevole “Washington Post” che plaude alla politica di protezione dei posti di lavoro adottata dalla Germania. In particolare l’articolo del quotidiano della capitale USA, nel plaudire alla politica di protezione dei posti di lavoro tedesca applicata all’ultima crisi, sottolinea il ruolo avuto dalla legge del 2009 sul Kurzarbeit che: “incentiva le aziende in crisi a mantenere in servizio i propri dipendenti, sia pure a salario e orario ridotto, con lo Stato che interviene a versare la differenza nelle buste paga”. “Così - prosegue - hanno salvato mezzo milione di posti di lavoro e ciò ha consentito alle assunzioni di ripartire più velocemente con l’arrivo della ripresa, perché, a differenza di chi viene licenziato e rimane inattivo, i lavoratori coinvolti nel Kurzarbeit non hanno perduto il proprio addestramento e il proprio Know how”.
Valutazioni che dimostra di non condividere Eugenio Scalfari il quale, nella controreplica stizzita e più del consueto arrogante alla risposta della Segretaria della Cgil Susanna Camusso, torna a interpretare a proprio uso l’intervista di Luciano Lama per pretendere dal sindacato la licenziabilità, la moderazione sindacale e la riduzione della cassa integrazione, con la finalità di: “far diminuire la disoccupazione e aprire l’occupazione alle nuove leve giovanili”. Vista questa palese e non nuova insofferenza sua e del giornale che ha diretto nei confronti del ruolo e dell’autonomia del Sindacato e, in particolare, della Cgil e della Fiom, analogamente Scalfari non concorderà con l’opinione del “New York Times” che, con riferimento ai risultati economici e di occupazione della Germania, ha osservato come: “a prescindere dal colore politico dei cancellieri che hanno governato a Berlino - socialdemocratici o cristiano/democratici - tutti hanno impedito la decimazione dei sindacati che è avvenuta invece in America”. E ancora: “la forza dei sindacati è una delle spiegazioni per cui le classi lavoratrici e il ceto medio in Germania hanno goduto di un maggiore benessere rispetto a noi americani”.
Ma se Scalfari sembra ritenere che basterà eliminare l’articolo 18, lanciare finalmente in Italia la flexicurity e liberalizzare il mercato del lavoro perché il paese si tiri fuori dalle secche in cui è finito tornando a creare sviluppo e lavoro, un altro editorialista di “la Repubblica”, il professore Luciano Gallino, la pensa in maniera differente se non opposta. Quando boccia come semplificazione ideologica questa impostazione e ricorda che: “già trent’anni fa cominciarono gli attacchi alla presunta rigidità del mercato del lavoro e all’articolo 18. Ma personalmente non ho mai letto uno studio, una ricerca che provasse una relazione verificabile tra questa presunta rigidità e la crescita dell’occupazione”. In quanto: “la riforma del mercato del lavoro, da sola, non crea occupazione e non è la crescita a generare occupazione, ma esattamente il contrario: è la creazione di posti di lavoro a produrre crescita”. Occorre di conseguenza lavorare: “con serie politiche industriali, di stampo keynesiano, per la creazione diretta di posti di lavoro”.
In questo campo il paese più virtuoso risulta anche per Gallino la Germania. E uno dei motivi sta nel fatto che: “i sindacati sono molto forti, soprattutto nelle grandi aziende dove hanno il 50 per cento dei rappresentanti nei Consigli di sorveglianza. Non è un caso che in questo paese negli ultimi anni non si sia praticamente più licenziato. Basti ricordare gli accordi che flessibilizzano, in momenti di crisi, gli orari di lavoro, con la riduzione da 39 a 27 ore settimanali e con una perdita di salario di appena il 4 per cento grazie agli interventi dell’azienda e dello Stato”. L’accordo alla Siemens del 2010 che blocca i licenziamenti in tutto il mondo (210.000 addetti) fino al 2013 rappresenta un indirizzo che Gallino auspica possa essere seguito anche in Italia, ad esempio, in grandi aziende come Fiat e Finmeccanica dove determinerebbe una ricaduta importante in tutta la catena dell’indotto legata ad appalti e subappalti.
Analisi e giudizi che lo Scalfari di oggi, che con paternalistica fermezza richiama ad una maggiore responsabilità la Camusso e la Cgil, di certo non può condividere. Resta a questo punto da sapere se potremo ancora leggere gli interventi, sempre puntuali e documentati, del sociologo di Torino sul quotidiano diretto da Ezio Mauro.
Alessandria, 1 febbraio 2012
di Renzo Penna
Eugenio Scalfari utilizza una sua intervista fatta a Luciano Lama nel 1978 per chiedere a Susanna Camusso, alla Cgil e al Sindacato di “anteporre l’interesse generale del Paese al particulare delle singole categorie” e, nella sostanza, a non ostacolare il cammino del governo Monti che - per il fondatore di “la Repubblica” - starebbe perseguendo “una linea riformista e innovatrice”. Questa lungimirante assunzione di responsabilità del sindacato, che gli farebbe anche riassumere un ruolo da protagonista, si dovrebbe sostanziare nel: “favorire la flessibilità del lavoro in entrata e in uscita” e nell’accettare la riforma-riduzione della cassa integrazione proposta dal ministro del Lavoro. Questo perché, secondo Scalfari, la crescita dipende dalla produttività e questa, a sua volta, da tre elementi: dal costo di produzione, dalla flessibilità del mercato del lavoro e dalla capacità imprenditoriale. La Segretaria Generale della Cgil il di seguente ha risposto all’editoriale di Scalfari con una lettera al direttore di “la Repubblica” nella quale contestualizza le dichiarazioni di Lama, evidenzia le differenze con l’oggi nel peggioramento dei salari, nell’aumento delle diseguaglianze e sostiene che, mentre la Cgil mette sempre al centro della sua strategia il lavoro e l’occupazione, è la precarietà il problema più urgente da affrontare se si vuole favorire lo sviluppo.
Ma che le simpatie del giornale diretto da Ezio Mauro non contemplino le posizioni e le preoccupazioni della Camusso e della Cgil viene evidenziato dal titolo su cinque colonne con il quale, nello stesso giorno, si dà per acquisito che il governo eliminerà l’articolo 18 per i nuovi assunti.
Nel frattempo Istat informa che a dicembre 2011 il tasso di disoccupazione è salito all'8,9%: si tratta del dato più alto dal gennaio 2004, anno d'inizio delle serie storiche mensili. Se si prendono in considerazione le serie storiche trimestrali, invece, per ritrovare un tasso di disoccupazione così alto bisogna tornare al terzo trimestre del 2001. L’'Istat ha anche diffuso i dati provvisori della disoccupazione riferiti a dicembre 2011. Il numero di disoccupati ha raggiunto quota 2 milioni e 243mila (+20mila rispetto a novembre), tornando ai livelli di dieci anni fa. Un peggioramento consistente dovuto soprattutto all'incremento della disoccupazione maschile. La disoccupazione maschile cresce, dunque, del 5,1% rispetto a novembre e del 15,1% su base annua. In Italia quasi un giovane su tre, di coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro, è disoccupato. A dicembre il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 31%.
Per quanto riguarda il reddito dei lavoratori, prendendo sempre a riferimento il mese di dicembre, le retribuzioni salgono, rispetto allo stesso mese del 2010, in media solo dell’1,4%, mentre l’aumento dei prezzi risulta più che doppio (+ 3,3%) e il divario tra prezzi e salari registra la maggiore distanza dall’agosto del 1995. Non stupisce quindi che nella classifica della disuguaglianza l’Italia occupi le ultime posizioni tra i paesi dell’Ocse, risultando il reddito medio del 10 per cento della popolazione più ricca di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero: 49300 euro contro 4887.
Se prendiamo a riferimento la situazione della Germania questa si presenta in controtendenza, non solo nei confronti di quella italiana, ma delle principali nazioni europee e degli stessi Stati Uniti: le retribuzioni dei lavoratori tedeschi dal 1985 ad oggi sono cresciute del 30 per cento in termini reali e la disoccupazione è scesa ai minimi storici. Secondo le statistiche diffuse dall'agenzia per l'impiego, il rapporto tra persone in cerca di lavoro e la forza lavoro é infatti sceso a gennaio al 6,7% mentre il numero di disoccupati é calato di 34mila unità a 2,85 milioni.
Per evidenziare l’efficacia della politica industriale tedesca in difesa dell’occupazione che è sin qui riuscita, pur in presenza della crisi, ad evitare licenziamenti di massa, Federico Rampini prende a riferimento un commento dell’autorevole “Washington Post” che plaude alla politica di protezione dei posti di lavoro adottata dalla Germania. In particolare l’articolo del quotidiano della capitale USA, nel plaudire alla politica di protezione dei posti di lavoro tedesca applicata all’ultima crisi, sottolinea il ruolo avuto dalla legge del 2009 sul Kurzarbeit che: “incentiva le aziende in crisi a mantenere in servizio i propri dipendenti, sia pure a salario e orario ridotto, con lo Stato che interviene a versare la differenza nelle buste paga”. “Così - prosegue - hanno salvato mezzo milione di posti di lavoro e ciò ha consentito alle assunzioni di ripartire più velocemente con l’arrivo della ripresa, perché, a differenza di chi viene licenziato e rimane inattivo, i lavoratori coinvolti nel Kurzarbeit non hanno perduto il proprio addestramento e il proprio Know how”.
Valutazioni che dimostra di non condividere Eugenio Scalfari il quale, nella controreplica stizzita e più del consueto arrogante alla risposta della Segretaria della Cgil Susanna Camusso, torna a interpretare a proprio uso l’intervista di Luciano Lama per pretendere dal sindacato la licenziabilità, la moderazione sindacale e la riduzione della cassa integrazione, con la finalità di: “far diminuire la disoccupazione e aprire l’occupazione alle nuove leve giovanili”. Vista questa palese e non nuova insofferenza sua e del giornale che ha diretto nei confronti del ruolo e dell’autonomia del Sindacato e, in particolare, della Cgil e della Fiom, analogamente Scalfari non concorderà con l’opinione del “New York Times” che, con riferimento ai risultati economici e di occupazione della Germania, ha osservato come: “a prescindere dal colore politico dei cancellieri che hanno governato a Berlino - socialdemocratici o cristiano/democratici - tutti hanno impedito la decimazione dei sindacati che è avvenuta invece in America”. E ancora: “la forza dei sindacati è una delle spiegazioni per cui le classi lavoratrici e il ceto medio in Germania hanno goduto di un maggiore benessere rispetto a noi americani”.
Ma se Scalfari sembra ritenere che basterà eliminare l’articolo 18, lanciare finalmente in Italia la flexicurity e liberalizzare il mercato del lavoro perché il paese si tiri fuori dalle secche in cui è finito tornando a creare sviluppo e lavoro, un altro editorialista di “la Repubblica”, il professore Luciano Gallino, la pensa in maniera differente se non opposta. Quando boccia come semplificazione ideologica questa impostazione e ricorda che: “già trent’anni fa cominciarono gli attacchi alla presunta rigidità del mercato del lavoro e all’articolo 18. Ma personalmente non ho mai letto uno studio, una ricerca che provasse una relazione verificabile tra questa presunta rigidità e la crescita dell’occupazione”. In quanto: “la riforma del mercato del lavoro, da sola, non crea occupazione e non è la crescita a generare occupazione, ma esattamente il contrario: è la creazione di posti di lavoro a produrre crescita”. Occorre di conseguenza lavorare: “con serie politiche industriali, di stampo keynesiano, per la creazione diretta di posti di lavoro”.
In questo campo il paese più virtuoso risulta anche per Gallino la Germania. E uno dei motivi sta nel fatto che: “i sindacati sono molto forti, soprattutto nelle grandi aziende dove hanno il 50 per cento dei rappresentanti nei Consigli di sorveglianza. Non è un caso che in questo paese negli ultimi anni non si sia praticamente più licenziato. Basti ricordare gli accordi che flessibilizzano, in momenti di crisi, gli orari di lavoro, con la riduzione da 39 a 27 ore settimanali e con una perdita di salario di appena il 4 per cento grazie agli interventi dell’azienda e dello Stato”. L’accordo alla Siemens del 2010 che blocca i licenziamenti in tutto il mondo (210.000 addetti) fino al 2013 rappresenta un indirizzo che Gallino auspica possa essere seguito anche in Italia, ad esempio, in grandi aziende come Fiat e Finmeccanica dove determinerebbe una ricaduta importante in tutta la catena dell’indotto legata ad appalti e subappalti.
Analisi e giudizi che lo Scalfari di oggi, che con paternalistica fermezza richiama ad una maggiore responsabilità la Camusso e la Cgil, di certo non può condividere. Resta a questo punto da sapere se potremo ancora leggere gli interventi, sempre puntuali e documentati, del sociologo di Torino sul quotidiano diretto da Ezio Mauro.
Alessandria, 1 febbraio 2012
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