Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
martedì 2 agosto 2011
lunedì 1 agosto 2011
Vittorio Melandri: I ladri di speranza e la solitudine dei cittadini ultimi
ladri di speranza e “la solitudine dei cittadini ultimi”
A mio parere credo si possa parlare di vero e proprio lapsus, non so quanto freudiano.
Volendo rendere omaggio alla memoria di Enrico Berlinguer e alla sua lungimiranza, allorché più di trent’anni or sono lanciava l’allarme a proposito della questione morale che già da allora affliggeva il paese, e volendo anche rilanciare il suo appello, affinché la politica non si riduca a “scettico politicismo”, Livia Turco (Unità del 1° agosto 2011), afferma fra l’altro la necessità della “scrupolosa applicazione dell’Art. 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato”.
Parlo di lapsus, perché l’Art. 49 indica come soggetti titolari del diritto di “concorrere a determinare la politica nazionale”, non già i partiti, che lo stesso articolo individua chiaramente come “associazioni – strumenti”, ma i “cittadini”, e solo nelle mani dei “cittadini” detti strumenti possono rivelarsi utili.
Se non si coglie questo ordine logico di priorità, l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, non potrà mai essere evitata, e nessuna diversità, genetica o ideologica che sia, potrà mettere al riparo da una deriva che è sotto gli occhi di chi vuol vedere.
L’idea, non già “comunista” ma “leninista” e poi “sovietica” e per decenni introiettata nel DNA dei “comunisti italiani”, che prima venisse l’avanguardia-partito (un po’ come per i “cattolici italiani”, prima viene la Chiesa di Roma e solo poi la loro stessa fede) e solo poi i cittadini, ancorché cittadini comunisti, ha travolto le migliori intenzioni, e contribuito a rendere la nostra splendida Costituzione, quella “incompiuta” che Piero Calamandrei aveva per tempo identificato.
Oggi più che mai, quello che mi angoscia è la “solitudine dei cittadini ultimi”.
Ascoltando a Bobbio, nell’ambito del Filmfestival di Marco Bellocchio, il regista Saverio Costanzo, chiamato a discutere con gli spettatori in coda alla proiezione del suo film “La solitudine dei numeri primi”, tratto dall’omonimo libro di Paolo Giordano, mi sono confermato nella convinzione che oggi, più che mai in passato, la fortuna editoriale di un libro è anche legata a tutto ciò che è paratesto, a cominciare dal titolo e dalla copertina.
Nel caso qui richiamato “la solitudine” dei personaggi, che come “numeri primi” si sfiorano per l’intera loro esistenza senza mai riuscire a legarsi, ha una indubbia capacità evocativa, confermata dalla riuscita sia del libro che del film, nel rispetto dell’autonomia dei diversi linguaggi e dei diversi autori.
Oggi a mio modestissimo parere, quel titolo si presta anche ad evocare appunto un’altra solitudine, quella appunto dei cittadini italiani, sempre più “ultimi” e sempre meno “primi”, che anche quando indignati, anch’essi, come i personaggi di Giordano e di Costanzo, riescono ad avvertire la propria condizione di sofferenza, ma non riescono trasformarla in una condizione di comunanza, vivendo una solitudine che fa di ciascuno cittadino un’isola, ciascuno separato dall’altro anche da “pozzanghere di malaffare” che anziché prosciugarsi, sempre più assomigliano a veri e profondi bracci di mare.
In questo paese per altro, non sono solo i lapsus a farci mesta compagnia, e leggere per la firma di un “terzista cerchiobottista” (Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere) in servizio permanente effettivo, una dotta prosa vaticinare come la “grande stampa d’informazione non (possa) fare alla sinistra gli sconti che abitualmente e da anni non fa alla destra”, segnala che il livello di solitudine di noi cittadini (di sinistra, ma penso anche tantissimi di destra), è più prossimo all’amara conclusione del libro di Giordano, laddove i suoi personaggi registrano la loro definitiva separatezza, piuttosto che all’esile filo di speranza con cui si chiude il film di Costanzo.
Oggi in particolar modo ferisce che anche a sinistra prevalgano, chi addirittura in mala fede, ed altri pure in buona fede, i ladri di speranza.
È un segnale che ormai il limite di non ritorno per la nostra comunità nazionale è davvero prossimo, e i cittadini tutti, sono sempre più soli.
vittorio melandri
A mio parere credo si possa parlare di vero e proprio lapsus, non so quanto freudiano.
Volendo rendere omaggio alla memoria di Enrico Berlinguer e alla sua lungimiranza, allorché più di trent’anni or sono lanciava l’allarme a proposito della questione morale che già da allora affliggeva il paese, e volendo anche rilanciare il suo appello, affinché la politica non si riduca a “scettico politicismo”, Livia Turco (Unità del 1° agosto 2011), afferma fra l’altro la necessità della “scrupolosa applicazione dell’Art. 49 della Costituzione là dove si afferma che i partiti devono concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione e cessare di occupare lo Stato”.
Parlo di lapsus, perché l’Art. 49 indica come soggetti titolari del diritto di “concorrere a determinare la politica nazionale”, non già i partiti, che lo stesso articolo individua chiaramente come “associazioni – strumenti”, ma i “cittadini”, e solo nelle mani dei “cittadini” detti strumenti possono rivelarsi utili.
Se non si coglie questo ordine logico di priorità, l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, non potrà mai essere evitata, e nessuna diversità, genetica o ideologica che sia, potrà mettere al riparo da una deriva che è sotto gli occhi di chi vuol vedere.
L’idea, non già “comunista” ma “leninista” e poi “sovietica” e per decenni introiettata nel DNA dei “comunisti italiani”, che prima venisse l’avanguardia-partito (un po’ come per i “cattolici italiani”, prima viene la Chiesa di Roma e solo poi la loro stessa fede) e solo poi i cittadini, ancorché cittadini comunisti, ha travolto le migliori intenzioni, e contribuito a rendere la nostra splendida Costituzione, quella “incompiuta” che Piero Calamandrei aveva per tempo identificato.
Oggi più che mai, quello che mi angoscia è la “solitudine dei cittadini ultimi”.
Ascoltando a Bobbio, nell’ambito del Filmfestival di Marco Bellocchio, il regista Saverio Costanzo, chiamato a discutere con gli spettatori in coda alla proiezione del suo film “La solitudine dei numeri primi”, tratto dall’omonimo libro di Paolo Giordano, mi sono confermato nella convinzione che oggi, più che mai in passato, la fortuna editoriale di un libro è anche legata a tutto ciò che è paratesto, a cominciare dal titolo e dalla copertina.
Nel caso qui richiamato “la solitudine” dei personaggi, che come “numeri primi” si sfiorano per l’intera loro esistenza senza mai riuscire a legarsi, ha una indubbia capacità evocativa, confermata dalla riuscita sia del libro che del film, nel rispetto dell’autonomia dei diversi linguaggi e dei diversi autori.
Oggi a mio modestissimo parere, quel titolo si presta anche ad evocare appunto un’altra solitudine, quella appunto dei cittadini italiani, sempre più “ultimi” e sempre meno “primi”, che anche quando indignati, anch’essi, come i personaggi di Giordano e di Costanzo, riescono ad avvertire la propria condizione di sofferenza, ma non riescono trasformarla in una condizione di comunanza, vivendo una solitudine che fa di ciascuno cittadino un’isola, ciascuno separato dall’altro anche da “pozzanghere di malaffare” che anziché prosciugarsi, sempre più assomigliano a veri e profondi bracci di mare.
In questo paese per altro, non sono solo i lapsus a farci mesta compagnia, e leggere per la firma di un “terzista cerchiobottista” (Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere) in servizio permanente effettivo, una dotta prosa vaticinare come la “grande stampa d’informazione non (possa) fare alla sinistra gli sconti che abitualmente e da anni non fa alla destra”, segnala che il livello di solitudine di noi cittadini (di sinistra, ma penso anche tantissimi di destra), è più prossimo all’amara conclusione del libro di Giordano, laddove i suoi personaggi registrano la loro definitiva separatezza, piuttosto che all’esile filo di speranza con cui si chiude il film di Costanzo.
Oggi in particolar modo ferisce che anche a sinistra prevalgano, chi addirittura in mala fede, ed altri pure in buona fede, i ladri di speranza.
È un segnale che ormai il limite di non ritorno per la nostra comunità nazionale è davvero prossimo, e i cittadini tutti, sono sempre più soli.
vittorio melandri
Franco Astendo: Deriva tecnocratica e crisi del partito personale
DERIVA TECNOCRATICA E CRISI DEL PARTITO PERSONALE
La gravità della crisi politica ed economica che sta attraversando il nostro Paese, nel quadro più complesso della situazione internazionale (basta pensare agli USA), sta assumendo caratteristiche molto particolari sulle quali si sono intrattenuti, oggi 1 Agosto, sulle colonne del “Corriere della Sera” e di “Repubblica”, due tra i più autorevoli politologi italiani, Angelo Panebianco e Ilvo Diamanti.
Da un lato Panebianco analizza la prospettiva del “governo tecnico”, quale risposta alla ormai imperante sfiducia nella democrazia rappresentativa: anzi un “governo tecnico” inteso quasi come fattore di “sospensione della democrazia”, laddove si scrive che esistono umori diffusi che indicano come in Italia, oggi, bisognerebbe fare certe cose e che i politici, proprio perché vincolati dagli elettori da un rapporto di rappresentanza, non siano in grado di farle.
Il dato emergente di questi “umori” non può che essere definito, almeno dal nostro punto di vista, come quello espressivo della “vera” antipolitica, non soltanto dell’espressione dell’antipolitica diciamo così di venatura “qualunquista”, ma di quell’antipolitica attraverso la quale si rischia di arrivare a un restringimento reale di canali di partecipazione democratica (del resto, nella discussione, sui “costi della politica”, si arriva spesso a questo tipo di conclusione e il “tagliare” si dirige proprio nel senso del “ridurre” spazi, invece di affrontare l’incredibile mole di privilegi fuori-misura di cui il ceto politico gode, a tutti i livelli, e il tema della corruzione, mai come adesso emergente, come dimostrano le molte inchieste in corso).
Del resto, l’assalto “tecnocratico” (che possiamo però permetterci di definire di “destra”, anche perché la politica non consente vuoti e chi intende occuparsene, anche sotto la bandiera dell’“anti” è chiamato comunque, oggettivamente, a schierarsi) si combina con una crisi verticale del sistema che, proprio Diamanti, indica nella deriva del “partito personale”.
Il “partito personale” ha rappresentato la risposta, prima a destra poi a sinistra, all’implosione dei grandi partiti di massa, avvenuta all’inizio degli anni’90 del secolo scorso: la prima risposta, in quella direzione fu la Lega – come ricorda opportunamente Diamanti – poi Forza Italia che riuscì, attraverso il meccanismo del partito “personale – azienda” a realizzare il capolavoro di incentrare l’intero sistema su di una sola persona.
Poi vennero le imitazioni e, sempre citando Diamanti, sono elencati: IDV, SeL, Udc, Fli, Api (i radicali fin dagli anni’80 avevano impostato la loro presentazione elettorale sul “nome” del leader: prima Panella e poi Bonino).
Restano esclusi, nella sostanza, il PRC (giudicato ormai invisibile) e l’esperimento del PD di Veltroni (nuova DC spostata a sinistra, con le “primarie” in luogo dei congressi, per regalare un’investitura di massa a “un leader”).
Tutto il meccanismo adesso è in forte difficoltà, il motore si è inceppato, proprio perché il leader sul quale si era incentrato l’intero sistema appare in declino e contemporaneamente la personalizzazione ha logorato i partiti.
In questo modo si apre la strada alla tecnocrazia di destra, perché ci avviamo (citiamo ancora Diamanti) “ a un futuro prossimo, già iniziato, senza leader e senza partiti.
Quale risposta possibile?
Corriamo il rischio di ripeterci, rispetto ad altre recenti analoghe occasioni, almeno per quel che riguarda la sinistra: occorre aprire la riflessione sui corpi intermedi, sull’organizzazione politica, sulla necessità della costruzione di un partito effettivamente radicato nella società, capace di intrecciare cultura e politica e su quella base esprimere capacità di rappresentanza e di costruire un nuovo gruppo dirigente.
Un partito che deve saper tener conto, ed è questo il punto conclusivo sul quale vorremmo soffermarci, capace di collocarsi sull’insieme delle concrete fratture sociali: quelle “storiche” della condizione materiale di vita e quelle “post-materialiste” della volontà, collettiva e dei singoli, di stabilire gli stili di vita più consoni alla società di oggi, alla necessità di salvaguardare il territorio, di realizzare più ricchi rapporti umani, di essere adeguati alla velocità dell’innovazione tecnologica e all’emergere, conseguente, di nuovi bisogni che attraversano le differenze di etnia, di genere, di generazione.
Savona, li 1 agosto 2011 Franco Astengo
La gravità della crisi politica ed economica che sta attraversando il nostro Paese, nel quadro più complesso della situazione internazionale (basta pensare agli USA), sta assumendo caratteristiche molto particolari sulle quali si sono intrattenuti, oggi 1 Agosto, sulle colonne del “Corriere della Sera” e di “Repubblica”, due tra i più autorevoli politologi italiani, Angelo Panebianco e Ilvo Diamanti.
Da un lato Panebianco analizza la prospettiva del “governo tecnico”, quale risposta alla ormai imperante sfiducia nella democrazia rappresentativa: anzi un “governo tecnico” inteso quasi come fattore di “sospensione della democrazia”, laddove si scrive che esistono umori diffusi che indicano come in Italia, oggi, bisognerebbe fare certe cose e che i politici, proprio perché vincolati dagli elettori da un rapporto di rappresentanza, non siano in grado di farle.
Il dato emergente di questi “umori” non può che essere definito, almeno dal nostro punto di vista, come quello espressivo della “vera” antipolitica, non soltanto dell’espressione dell’antipolitica diciamo così di venatura “qualunquista”, ma di quell’antipolitica attraverso la quale si rischia di arrivare a un restringimento reale di canali di partecipazione democratica (del resto, nella discussione, sui “costi della politica”, si arriva spesso a questo tipo di conclusione e il “tagliare” si dirige proprio nel senso del “ridurre” spazi, invece di affrontare l’incredibile mole di privilegi fuori-misura di cui il ceto politico gode, a tutti i livelli, e il tema della corruzione, mai come adesso emergente, come dimostrano le molte inchieste in corso).
Del resto, l’assalto “tecnocratico” (che possiamo però permetterci di definire di “destra”, anche perché la politica non consente vuoti e chi intende occuparsene, anche sotto la bandiera dell’“anti” è chiamato comunque, oggettivamente, a schierarsi) si combina con una crisi verticale del sistema che, proprio Diamanti, indica nella deriva del “partito personale”.
Il “partito personale” ha rappresentato la risposta, prima a destra poi a sinistra, all’implosione dei grandi partiti di massa, avvenuta all’inizio degli anni’90 del secolo scorso: la prima risposta, in quella direzione fu la Lega – come ricorda opportunamente Diamanti – poi Forza Italia che riuscì, attraverso il meccanismo del partito “personale – azienda” a realizzare il capolavoro di incentrare l’intero sistema su di una sola persona.
Poi vennero le imitazioni e, sempre citando Diamanti, sono elencati: IDV, SeL, Udc, Fli, Api (i radicali fin dagli anni’80 avevano impostato la loro presentazione elettorale sul “nome” del leader: prima Panella e poi Bonino).
Restano esclusi, nella sostanza, il PRC (giudicato ormai invisibile) e l’esperimento del PD di Veltroni (nuova DC spostata a sinistra, con le “primarie” in luogo dei congressi, per regalare un’investitura di massa a “un leader”).
Tutto il meccanismo adesso è in forte difficoltà, il motore si è inceppato, proprio perché il leader sul quale si era incentrato l’intero sistema appare in declino e contemporaneamente la personalizzazione ha logorato i partiti.
In questo modo si apre la strada alla tecnocrazia di destra, perché ci avviamo (citiamo ancora Diamanti) “ a un futuro prossimo, già iniziato, senza leader e senza partiti.
Quale risposta possibile?
Corriamo il rischio di ripeterci, rispetto ad altre recenti analoghe occasioni, almeno per quel che riguarda la sinistra: occorre aprire la riflessione sui corpi intermedi, sull’organizzazione politica, sulla necessità della costruzione di un partito effettivamente radicato nella società, capace di intrecciare cultura e politica e su quella base esprimere capacità di rappresentanza e di costruire un nuovo gruppo dirigente.
Un partito che deve saper tener conto, ed è questo il punto conclusivo sul quale vorremmo soffermarci, capace di collocarsi sull’insieme delle concrete fratture sociali: quelle “storiche” della condizione materiale di vita e quelle “post-materialiste” della volontà, collettiva e dei singoli, di stabilire gli stili di vita più consoni alla società di oggi, alla necessità di salvaguardare il territorio, di realizzare più ricchi rapporti umani, di essere adeguati alla velocità dell’innovazione tecnologica e all’emergere, conseguente, di nuovi bisogni che attraversano le differenze di etnia, di genere, di generazione.
Savona, li 1 agosto 2011 Franco Astengo
Claudio Bellavita: Municipalizzate e coop
Sull'acqua pubblica, ci siamo scontrati con la casta dei burocrati delle municipalizzate, che dopo una carriera prevalentemente politica han cominciato a sognare gli stipendi delle multinazionali e si sono buttati tutti sulle privatizzazioni, condizionando con una campagna mediatica anche la posizione del PD, a sua volta succube della microcorrente liberista di Morando. E ancora adesso, lo misuriamo negli incontri dopo il referendum , prosegue la resistenza passiva. Non sarebbe male documentarsi su cosa fanno le municipalizzate in Scandinavia, ma anche in Francia e Germania, dove non c'è nessuno che racconta la favola che è l'UE che vuole le privatizzazioni.
Ma la nostra sinistra non conosce le lingue, è convinta di essere perfetta e potere insegnare agli altri, e così battiamo le nasate...
Secondo me, anche su quello che fa la coop in Italia ci sarebbe parecchio da dire. Anche lì si è creata una casta che , partendo da una nomina politica ha fatto una politica privatistica, ha creato un gruppo di potere fine a se stesso e assolutamente auto referenziale.
Di fatto, e parliamo solo del consumo, la catena coop non si distingue da quelle private per prezzi e qualità, non fa alcun intervento sociale, ed è molto poco trasparente nella democrazia interna. Tre domande:
-sono nati prima i discount privati (che evidentemente ci guadagnano) o la DICO, che avrebbe dovuto sorgere per ragioni sociali e invece ha aspettato di vedere se i privati ci guadagnavano?
-E i gruppi d'acquisto on line, che han fatto guadagnare miliardi agli inventori di Groupon, la coop pensa di intervenire o, non sia mai, se i soci cominciano a smanettare sul PC poi chiedono di partecipare per davvero alle decisioni?
-risulta che almeno in qualche iper coop (magari a Napoli) si siano installati i raccoglitori che danno qualche gettone per la spesa a chi porta PET, lattine e vetri?
Stendiamo poi un velo pietoso sulle cooperative di lavoro e le condizioni di sfruttamento dei dipendenti, che non riguardano solo quelle dei privati, ma , per ragioni di concorrenza, anche quelle della Lega.
Insomma, mentre le coop scandinave svolgono una reale azione di riequilibrio del mercato e di denuncia delle situazioni di sfruttamento, quelle italiane arrivano ultime sulla strada già battuta dalla speculazione. Ma , si sa, quelle italiane sono nate di fede comunista , quelle scandinave (orrore) sono socialdemocratiche..
Ma la nostra sinistra non conosce le lingue, è convinta di essere perfetta e potere insegnare agli altri, e così battiamo le nasate...
Secondo me, anche su quello che fa la coop in Italia ci sarebbe parecchio da dire. Anche lì si è creata una casta che , partendo da una nomina politica ha fatto una politica privatistica, ha creato un gruppo di potere fine a se stesso e assolutamente auto referenziale.
Di fatto, e parliamo solo del consumo, la catena coop non si distingue da quelle private per prezzi e qualità, non fa alcun intervento sociale, ed è molto poco trasparente nella democrazia interna. Tre domande:
-sono nati prima i discount privati (che evidentemente ci guadagnano) o la DICO, che avrebbe dovuto sorgere per ragioni sociali e invece ha aspettato di vedere se i privati ci guadagnavano?
-E i gruppi d'acquisto on line, che han fatto guadagnare miliardi agli inventori di Groupon, la coop pensa di intervenire o, non sia mai, se i soci cominciano a smanettare sul PC poi chiedono di partecipare per davvero alle decisioni?
-risulta che almeno in qualche iper coop (magari a Napoli) si siano installati i raccoglitori che danno qualche gettone per la spesa a chi porta PET, lattine e vetri?
Stendiamo poi un velo pietoso sulle cooperative di lavoro e le condizioni di sfruttamento dei dipendenti, che non riguardano solo quelle dei privati, ma , per ragioni di concorrenza, anche quelle della Lega.
Insomma, mentre le coop scandinave svolgono una reale azione di riequilibrio del mercato e di denuncia delle situazioni di sfruttamento, quelle italiane arrivano ultime sulla strada già battuta dalla speculazione. Ma , si sa, quelle italiane sono nate di fede comunista , quelle scandinave (orrore) sono socialdemocratiche..
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