Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
sabato 6 maggio 2017
venerdì 5 maggio 2017
giovedì 4 maggio 2017
mercoledì 3 maggio 2017
Franco Astengo: Volatilità elettorale
VOLATILITA’ ELETTORALE di Franco Astengo
Augurandomi di non disturbare eccessivamente mi permetto una breve annotazione a margine relativa alla “scelta / non scelta” adottata dal candidato della “gauche” francese Mélenchon al riguardo della posizione da assumere nel ballottaggio presidenziale di domenica prossima (ballottaggio e non secondo turno: differenza da tenere bene a mente per gli improvvisati, in materia elettorale, legislatori italiani).
La scelta di Mélenchon è semplicemente opportuna e non tattica e non deve suscitare alcuno scandalo o perplessità nei sostenitori della linea “tutti uniti contro la destra” (o “contro” comunque qualcuno o qualcosa come succede da noi: populismo e quant’altro).
Si tratta, appunto, di una “scelta/non scelta” che prende atto dell’estrema volatilità che, in presenza di una profonda crisi di un certo tipo di forma della democrazia liberale, tutti gli elettorati dimostrano nelle più svariate occasioni: basta citare Brexit ed elezione di Trump ma anche (mi è scappato il veltroniano “ma anche” e lo mantengo) – ad esempio – i ballottaggi delle amministrative italiane più recenti.
Il fatto è che, in omaggio alla disintermediazione, all’esasperata personalizzazione della politica, del liquefarsi della “forma – partito” (esempio classico proprio la Francia e il PS che, nel turno “primario”, oltre all’impopolarità di Hollande ha sicuramente pagato il fatto di aver presentato un candidato strettamente “di partito”) nessuno controlla più nessuno e ogni indicazione di voto che arriva dall’alto è clamorosamente smentita (per questo c’è l’esempio Alitalia in piccolo, ma soprattutto in grande il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 in Italia).
Nessuno controlla più nessuno in particolare allorquando il candidato non è presente direttamente nell’arena della contesa e la volatilità elettorale può esprimersi liberamente nelle forme più massicce: ormai è ridotto ai minimi termini il voto di appartenenza e quello di opinione ha assunto davvero contorni molto incerti.
Un quadro di volatilità elettorale che, ormai di turno in turno, nelle diverse situazioni tocca il 40%.
Si è discettato per decenni sulle vicende dell’Uomo qualunque in Italia o del movimento poujadista in Francia, episodi lontani e isolati: adesso le fortune e le sfortune elettorali costruite in brevissimo tempo si sprecano. Pensiamo a Syriza, Podemos, Ciudadanos, M5S, lo stesso Macron. Un fenomeno che, tra l’altro non riguarda soltanto l’insegna “né di destra, né di sinistra” ma anche formazioni e leader ben caratterizzati sull’asse politico.
In realtà Mélenchon si è semplicemente sottratto al rischio di una dimostrazione di sostanziale impotenza nella capacità di indirizzare vasti settori di elettorato che a lui si erano rivolti bypassando la mediazione dei soggetti politici: come ha fatto Macron che adesso potrebbe pagare il fio di questa distorsione dell’agire politico mentre la candidatura di Marine Le Pen soffre meno di questa sindrome. Infatti, molto probabilmente il sostegno che le arriverà dal movimento sovranista di Dupont – Agnant risulterà più efficace (e si tratta di un consistente pacchetto di voti: 1.600.000 circa) proprio per via della diversa consistenza delle soggettività politiche collettive presenti nella “droite” e alla maggiore abitudine a seguire le indicazioni di donne e uomini ritenuti “della Provvidenza” (il personalismo un grande favore alla destra almeno in Occidente).
Si tratta del risultato di una politica votata esaustivamente al tecnicismo della governabilità e alla ricerca del Capo che parla direttamente alle folle (poi quando il Capo ha finito di parlare le folle se ne vanno a tutti a casa).
Un agire politico che ha perso, da queste parti, il proprio “ubi consistam” avendo smarrito completamente anche soltanto l’idea della rappresentanza.
Questo mi sembra il punto in cui ci troviamo all’interno di una situazione che espone l’intero quadro a un rinnovarsi di “resistibili ascese”.
Paolo Bagnoli: La lezione francese e i somari italiani
la lezione francese e i somari italiani
paolo bagnoli
Da Critica liberale
Quale lezione dobbiamo trarre dal primo turno delle elezioni presidenziali
francesi? La politica nostrana si è subito sbracciata guardando alla Francia per
traguardare l’Italia, ma la rappresentazione è stata più provincialistica che provinciale. Lo
è stato il campo partitico, ma anche quello politologico. Esso, infatti, si è affrettato a
dichiarare la fine della Quinta Repubblica con una certezza quasi assiomatica. Singolare.
Talora almanacca nell’analisi del sistema italiano che, al momento, è sempre più ciò che
resta di quello che era che non un qualcosa in via di assestamento positivo. Se le cose
stanno così non è certo responsabilità della politologia, ma se anche chi pensa non è esente
da critica, dobbiamo dire che certe derive propositive sulla riforma costituzionale e sul
battito di mani alla legge elettorale voluta da Matteo Renzi non hanno fatto fare una bella
figura alla disciplina dominante nelle tribune giornalistiche.
Il risultato del primo turno delle elezioni francesi è il frutto di un doppio fallimento:
dei socialisti al governo e della parabola discendente della destra repubblicana antifascista,
ossia del postgollismo. Il primo si chiama Francois Hollande; il secondo Nicolas Sarkozy. I
socialisti hanno pagato il prezzo più caro e, forse, occorre rendere l’onore delle armi a
Benoit Hamon fattosi carico – nonostante si presentasse con un programma di tutto
rispetto – della sconfitta. Francois Fillon è rimasto intrappolato nei propri guai
certificando un declino che già Sarkozy aveva incarnato. Marine Le Pen, nonostante fosse
la favorita, non ha portato a casa quanto si aspettava e, se scatterà la clausola repubblicana,
a casa rimarrà. Il quadro tuttavia è in movimento poiché, per la prima volta, si verifica
l’alleanza di un gollista con i petanisti. Infatti, Nicolas Dupont-Aignan, uscito dall’Ump nel
2007 , che ha raccolto alle elezioni il 4,7%, ha dichiarato che al ballottaggio voterà la Le
Pen non essendo più di estrema destra. Al di là di quanto ciò possa influire sull’esito della
scelta, si tratta di una novità su cui riflettere. Sia i socialisti che i repubblicani hanno pure
testimoniato come le primarie non servano a nulla; Enrico Letta, esiliatosi a Parigi, ma con
la testa sempre in Italia, lo ha detto per primo a supporto della propria viscerale avversità a
Matteo Renzi che fa delle tristi primarie del Pd il trampolino per la rivincita e il rilancio.
Piero Ignazi le ha definite “le primarie del nulla”.
Della crisi dei due poli storici della democrazia francese ha saputo trarre vantaggio
Emmanuel Macron il quale, dopoché alle primarie dei due partiti erano stati battuti i
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candidati ufficiali, Manuel Valls e Alain Juppé, si è trovato davanti una autostrada per
l’Eliseo. Bastava camminarci senza dire dove si voleva andare – fatta eccezione,
naturalmente, per la Presidenza – per egemonizzare l’incertezza del momento a proprio
vantaggio. Macron ha interpretato il proprio ruolo con grande professionalità. Si è tenuto
lontano da ogni contaminazione – compresa quella che poteva essere più che possibile del
proprio passato di ministro in un governo socialista – puntando sempre a distinguersi per
dare garanzia della novità che rappresentava. Su questo aspetto ha giocato la carta
dell’Europa con coraggio e bravura.
Dopo il primo turno il panorama francese dice alcune chiare cose. La prima è che la
sinistra quando non è unita quasi sempre perde. Basta sommare i consensi di Jean-Luc
Mélenchon e quelli di Hamon; il risultato l’avrebbe fatto vincere il primo turno. La lezione
di Francois Mitterrand se ne è andata in fumo; eppure già Lionel Jospin ne aveva fatto le
spese. Qui le responsabilità di Hollande sono veramente forti e, dall’altra parte, come
avrebbe potuto il Presidente in carica unire la sinistra non essendo nemmeno capace di
tenere unito il proprio Partito? Una cosa che Mitterrand aveva in grande cura e, se non
fosse stato così, non sarebbe stato all’Eliseo per ben quattordici anni. Verrà la resa dei
conti, vediamo cosa succederà. La destra – intendendo con ciò sia quella postgollista che
quella radicale – in Francia non può avere un’evoluzione simile a quella avvenuta in Italia
ove Silvio Berlusconi ebbe il coraggio di sdoganare i missini permettendogli di
conquistare il governo. Il solco tra le due destre, nonostante Dupont-Aignan, rimane
ampio e ciò dovrebbe far ragionare la sinistra. Se, però, per primi non ragionano i
socialisti, la sinistra si frantuma condannandosi alla sterilità. I socialisti, rinati ad Epinay,
rischiano nuovamente il destino della Sfio.
La vittoria di Macron ha naturalmente ridato colore al grigiore della politica
italiana. Uomo senza identità, senza un partito vero, “in marcia” per ora verso la conquista
della presidenza, nel caso vinca al secondo turno dovrà passare ancora l’esame vero
rappresentato dalle elezioni politiche per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale. E’ chiaro
che non si possono proiettare le percentuali dei candidati al primo turno sui possibili
risultati delle varie forze politiche nel nuovo Parlamento e sulle tendenze che
esprimeranno i nuovi deputati all’interno dei vari gruppi parlamentari. Non crediamo,
infatti, che la percentuale reale dei socialisti sia il poco più del 6% raccolto da Hamon.
Riteniamo che una volta archiviati sia Holland che Valls, il Psf possa ricostruirsi pensando
seriamente a se stesso e alla propria funzione con un nuovo gruppo dirigente capace di
ridare ai socialisti quanto Hollande e Valls hanno loro tolto.
Sbilanciarsi, quindi, su una definizione consacratoria di Macron è imprudente e
pure infantile. Ma la tentazione di arruolarlo nelle proprie “file” – come avviene un po’ per
tutti coloro che vincono - è troppo forte. E’ già successo con Bill Clinton, Tony Blair – il
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quale, sia detto tra parentesi, vede nell’andare oltre i partiti un’occasione per il ritorno alla
politica; speriamo ci ripensi – Barach Obama e Bernie Sanders. Niente di nuovo sotto il
sole; il vizio italico non ha limiti. Su tutti si è distinto Piero Fassino subito sbilanciatosi a
dichiarare: “Non mi convince la semplificazione di una sinistra che si avvicina al centro. Mi
convince di più l’idea che anche in Francia sia nato un centrosinistra come espressione di
un nuovo riformismo europeo. E in qualche modo con Macron nasce in Francia ciò che in
Italia è sorto con il Pd.(…) E’ la riconferma della necessità di un grande rinnovamento della
sinistra europea. Quando dieci anni fa fondammo il Pd, lo facemmo anche perché convinti
che era necessario un profondo cambiamento della sinistra, delle sue idee e della sua
identità. Dieci anni fa fummo guardati con sufficienza, oggi si può ben constatare che la
scelta fu lungimirante. E l’affermazione di Macron sollecita anche la sinistra francese a
ripensarci.” Bisogna riconoscere che la scuola del Pci era una cosa seria! Che dire? Che
Macron sia di centrosinistra – sempre ammesso che si sappia cosa significhi
“centrosinistra” che tutti dichiarano di volere per evocare un mitologico ritorno
all’ulivismo – è da vedere. Ma è clamoroso invocare il rinnovamento della sinistra
chiedendo il superamento e il cambiamento della propria identità la quale, non
dimentichiamolo, le proviene dalla storia. Una cosa sfugge a Fassino: che una cosa è
l’identità e una sono le politiche. Non ci stupiamo del ragionamento ricordando come, nel
periodo di gestazione del Pd, egli si affannasse a dire che veniva fatto un “partito di laici e
di cattolici” negando che questi ultimi possano essere “laici” e, pure, del fatto che, caso
mai, nei partiti convivono credenti e non credenti.
Vedremo cosa combinerà Macron. Per ora constatiamo che il suo essere in marcia
significa assorbire, da una posizione di centro, la destra e la sinistra; esse, quindi, in un
processo di indistinzione, vengono refluite in un centro il quale, essendo per sua natura già
concettualmente moderato non potrà che esserlo di più in una tendenza dinamica verso un
profilo conservatore. E’ un qualcosa che sempre avviene quando si afferma che destra e
sinistra sono superate, che non hanno più ragione di essere e così via. Di solito
un’operazione di camuffamento per superare solo la sinistra e, magari, ingentilire la destra.
Beato Fassino, beato lui. Ora, se gettiamo un occhio sulle primarie del Pd, ove il
tema del centrosinistra tiene banco, nessuno sa spiegare che cosa esso sia; non solo, ma i
tre candidati testimoniano -. ed è un giudizio politico non sulle persone – che il loro è il
partito della confusione. Fassino ragiona secondo la logica comunista che ha portato al Pd,
ma fa capire che sogna il blairismo, ossia il tacherismo sociale. Si vede che il renzismo non
gli basta.
lunedì 1 maggio 2017
Franco Astengo: L'elezione diretta del segretario del Pd. Le cifre
ELEZIONE DIRETTA DEL SEGRETARIO PD: FLESSIONE NEI VOTANTI, RENZI PERDE 600.000 VOTI di Franco Astengo
Sono stati appena comunicati i dati ufficiali riguardante l’elezione diretta del segretario PD ( denominazione corretta per il tipo di elezione svolta in luogo di quella di inesistenti “primarie”).
E’ il caso allora di svolgere alcune prime valutazioni sulla base dei numeri assoluti, in attesa di conoscere i dati suddivisi per aree geografiche e quindi di analizzare scostamenti importanti rispetto alle diverse zone d’influenza di un partito che molto di recente ha subito una scissione da parte di “storici” dirigenti della sinistra italiana.
Il PD ha scelto questo tipo di elezione diretta allargata all’intera platea elettorale (anzi oltre la platea elettorale della Camera dei Deputati) per la quarta volta, nel 2007 parteciparono al voto 3.554.169 elettrici ed elettori (fu eletto Veltroni con 2.694.721 voti) poi nel 2009 i votanti furono 3.102.709 ( Bersani eletto con 1.623.239 voti).
Analizziamo allora nel dettaglio le ultime due occasioni, quella del 2013 e quella svoltasi ieri, 30 Aprile, nelle quali è stato eletto segretario Matteo Renzi.
Nel 2013 i votanti furono 2.814.881 voti ( meno 739.288 rispetto al 2007, una cifra assoluta di calo nella partecipazione inferiore però a quella fatta registrare tra il 2013 e il 2017) : infatti il 30 Aprile hanno partecipato al voto 1.848.658 elettrici ed elettori con una flessione di 966.223 unità ( in sostanza sono stati perduti quasi il 35% di partecipanti al voto).
La candidatura vincente di Matteo Renzi è passata da 1.895.332 suffragi a 1.283.389: un calo di 611.943 voti ( il 32% di quanto realizzato nel 2013).
Gli altri due candidati nel 2013 (Cuperlo e Civati) assommarono in quell’occasione 910.443 voti; nel 2017 i due candidati sconfitti (Orlando e Emiliano) hanno conseguito complessivamente 549.745 voti ( un calo di 360.390 voti, pari al 39,5% sul totale precedente). Si può quindi affermare che il calo nella partecipazione al voto ha penalizzato maggiormente i candidati sconfitti e non Renzi.
Nel dettaglio il confronto Cuperlo – Orlando è stato da 510.970 a 357.526 e quello Civati – Emiliano da 399.743 a 192.219.
Una sommaria valutazione politica può essere riassunta in due dati: 1) è evidente uno spostamento al centro dell’elettorato democrat; 2) possono accentuarsi, pur nel quadro complessivo di un evidente arretramento complessivo, la caratteristica di partito personale essendosi fortemente caratterizzati i caratteri plebiscitari della consultazione.
Da rilevare, infine, il valore di questa consultazione sul totale degli aventi diritto al voto sul territorio nazionale.
Si tratta di un dato da non sottovalutare perché la rappresentatività complessiva del segretario del PD derivante dall’essere stato eletto direttamente fu rivendicata come una delle ragioni della sua ascesa alla presidenza del Consiglio.
Di conseguenza:
nel 2013 risultavano iscritti in Italia nelle liste elettorali 46.905.154 elettrici ed elettori; i 2.814.881 votanti valevano dunque il 6,00%; l’eletto Renzi con 1.895.332 voti di conseguenza il 4,04%. 4,04% sulla base del quale fu reclamato il diritto alla presidenza del Consiglio senza passare da alcun riscontro elettorale e fabbricando la maggioranza attraverso una scissione del campo avverso di centro destra.
Nel 2017 risultano iscritti, in Italia, nelle liste elettorali 46.720.943 elettrici ed elettori (dato al referendum del 4 Dicembre 2013). Il totale dei partecipanti all’elezione diretta del segretario del PD ( 1.848.658) valgono quindi una frazione pari al 3,95 dell’intero corpo elettorale ( - 2,01 rispetto al 2013) e il rieletto Renzi (1.283.389 voti) il 2,74% ( -1,30%).
In sostanza ha sicuramente basi ragionevoli l’idea di un PD partito – personale (con tutti i rischi annessi e connessi per l’intero sistema), mentre assolutamente fuori dalla realtà da punto di vista della consistenza del consenso nel sistema l’ipotesi di un ulteriore trasferimento diretto dalla segreteria del PD alla Presidenza del Consiglio che questa volta non potrà non avvenire se non attraverso un regolare turno elettorale al contrario di quanto accadde, ai limiti della Costituzione (come era già avvenuto con il governo Monti nel 2011) nel 2014.
In ballo, dopo questo tourbillon, la legge elettorale ricordando entrambe le sentenze della Corte Costituzionale: quella del 2014 che smantellò completamente la legge del 2005 e quella di pochi mesi fa che destrutturò il mai entrato in funzione Italikum.
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