Dall'Avvenire dei lavoratori
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SU ETICA ED ECONOMIA
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Un grande filosofo italiano riflette
sul disastro del liberismo selavaggio
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di Fulvio Papi *)
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Sulla “crisi finanziaria” ormai sono visibili alcune letture possibili che cercherò di riassumere nell’essenziale. Da un punto di vista rigorosamente teorico essa ha mostrato contemporaneamente il volto anarchico (nel senso che non ha una legge esterna alla propria riproduzione) e spontaneamente paranoide (nel senso che non riesce a vedere altro comportamento al di fuori della propria riproduzione) del capitalismo.
Il tema attuale delle “regole” scopre proprio questo problema. La crisi finanziaria sotto questo profilo non è un isolato episodio di “colpa” ma appartiene a uno stile generalizzato che non è detto sia impossibile addomesticare, ma che è stato vincente nella nostra congiuntura. Le distruzioni ambientali prodotte dall'insediamento nel mondo di numerose multinazionali, dal punto di vista dei danni procurati, non sono di certo trascurabili, anche se questi danni sono meno visibili poiché non hanno l’effetto mondiale immediato di una crisi finanziaria. Prima di esaminare le letture possibili e prevalenti della crisi, desidererei aggiungere due considerazioni.
Occorre domandarsi seriamente il perché sia dovuta proprio capitare una (prevedibilissima) crisi per mettere in una luce pubblica i guasti materiali e simbolici di un assolutismo liberista, al di là del delirio finanziario, quando da almeno mezzo secolo era chiaro che il calcolo della “ricchezza” secondo il famoso PIL è un calcolo monetario che ha poco a che vedere con le concrete condizioni di vita dell'”ambiente”, in un significato lato che comprende la natura e gli uomini socialmente esistenti. Secondo: i titoli che alla fine del loro tragitto finanziario rappresentano una ricchezza virtuale, all'origine derivano da un comportamento finanziario che, con il sistema del credito, mostrava possibile la realizzazione di un'idea sociale di felicità: la “propria casa” che è un desiderio di identità, di sicurezza, di difesa, di promozione sociale che, in altra epoca, sarebbe declinato nella dimensione del risparmio e dell’insieme delle virtù sociali che vi sono connesse.
Alla “crisi finanziaria” è quindi non solo presente, ma scatenante una immagine sociale di felicità che è la traduzione economica del desiderio come fondamentale in un ambiente sociale di capitalismo sfrenato. Andare a fondo nell'analisi della crisi significa prendere in considerazione il rapporto reale che si sottende a “questa traduzione economica del desiderio” che è, tra le varie cose, la manipolazione immaginaria della povertà.
Dicevo delle differenti letture della crisi:
1) Una tesi molto forte, soprattutto perché corrisponde a poteri reali, si pone il problema di trovare alcune regole generali, a livello finanziario, al fine di evitare la ripetizione di crisi di questo tipo. In sostanza, nell'immediato, salvare con un intervento pubblico la catastrofe e poi dare una regolamentazione ai criteri del credito, ritenendo in generale che il sistema possa riprendere a funzionare con “regole” considerate comunque buone e tali da provocare i migliori effetti possibili a livello sociale. Queste regole globali tuttavia non le sta elaborando nessuno che conti. Quanto agli interventi immediati non ho la competenza per entrare nel discorso, tuttavia non trascurerei l’ipotesi di chi teme che essi, non selezionati, possano essere nella medesima direzione della crisi.
2) La crisi finanziaria mostra gli effetti sbagliati del capitalismo contemporaneo in due direzioni tra loro connesse. Una: l'offerta di consumi spesso superflui, futili ad alto indice di spreco nelle aree ricche con effetti di ingiustizia nei confronti di larghe parti del mondo e, contemporaneamente, l'insostenibilità planetaria di uno sviluppo di questo genere. E da questo punto di vista si aprono due problemi che hanno una loro connessione, anche se non meccanica. L'uno è la trasformazione, all'interno del mercato, della produzione e dei consumi. L'altro è l'intervento di una dimensione etica nel processo economico.
3) Per quanto riguarda il primo punto è possibile immaginare che si possa sviluppare una dinamica conflittuale anche all'interno della dimensione economica capitalistica tra (per semplificare) “novatori” e “rendite di posizione”. E’ ovvio che dal punto di vista pubblico si dovrebbe immaginare il massimo appoggio ai “novatori”. Il che comporterebbe tutta una serie di modificazioni rilevanti, per esempio nel campo delle priorità urbanistiche, energetiche, ambientali, di comportamento culturale. In una prospettiva del genere vi è una dimensione etica - la precauzione - che è in grado di mostrare la sua competitività nel mercato e che ovviamente dovrebbe essere sostenuta dall'intervento pubblico.
4) Se invece si assume la dimensione dell'etica come “fondamento” il problema è molto più complesso. Può essere esemplificato così: nel sistema capitalistico da sempre esiste una forma di razionalità calcolatoria e previsionale relativa alla redditività del capitale impiegato. Ebbene, una concezione etica che non crede affatto alla riproduzione capitalistica come al migliore dei mondi possibili dovrebbe misurare gli effetti dell’investimento non solo relativamente al calcolo previsionale della redditività, ma in relazione al calcolo degli effetti sociali complessivi della produzione, sia in quanto oggetto della produzione, sia in quanto impatto sociale sulle popolazioni, sui consumi, sul territorio eccetera. La riproduzione del capitale impiegato dovrebbe calcolare la positività dei suoi effetti già nel disegno produttivo (in Italia non conosco che il caso Olivetti ).
Ma per stare a questo livello occorre pensare con chiarezza ad alcuni elementi fondamentali: il soggetto etico, anzi il modo di essere un soggetto etico, cioè l’assiomatica morale cui ci si riferisce nella propria azione. (Il “soggetto” è qui ovviamente collettivo).
a) Questo “soggetto” può essere obbligato a seguire un disegno etico in uno stato di natura totalitaria. Ma questo è “platonismo da quattro soldi” poiché nella nostra storia recente gli stati totalitari hanno mostrato e mostrano (come la Cina, sfruttamento del territorio e degli uomini) tutt'altro.
b) Oppure il paradigma etico può derivare da un comando religioso, e in questo caso la critica alla autoregolazione dell'economia deriva da una vera e propria “concezione del mondo” che investe tuttavia ogni sfera della vita. Quivi il fine dell'uomo - superiore al fine immanente alla economia che domina la scena mondiale - è letto in un sapere religioso dell'essere “secondo la legge di Dio”, e tramite una pedagogia pastorale o autoritaria, secondo la prospettiva in cui si colloca il giudizio. Basti pensare ai temi della bioetica, della famiglia, della procreazione, sui quali esistono prospettive etiche profondamente divergenti. La visione del mondo, “pastorale o autoritaria” come mostra tutta la storia moderna, non è condivisibile, nel suo insieme, da un’etica laica dove gli assiomi etici sono differenti (anche se vi sono validi motivi di convergenza nella dimensione di un “umanesimo della giustizia”). La secolarizzazione ha portato alla diffusione di un'etica laica, fondata sulla libera autodeterminazione dell'uomo in un contesto di valori egualitari, quindi in una prospettiva - desiderata - di universalità. E tuttavia è ormai comune riconoscere che, a latere, è invece proliferato un ethos che ha perduto qualsiasi dimensione universale e, nello spirito del capitalismo sfrenato e dei suoi effetti immaginari, è declinato in direzione di una libertà individualistica senza tempo, progetto, alterità, che nella sua possessività ripone la propria identificazione e la propria idea di felicità, e probabilmente è priva, all'origine, di elementi culturali di contrasto.
Ed è proprio per queste ragioni che, al di là delle strategie del sottosistema politico, mi pare fondamentale tentare di riportare nel discorso comune, si intende nei termini del mondo attuale, alcuni elementi fondamentali che sono propri dell'etica socialista. Quivi può coesistere la elaborazione concettuale dalla critica economico-sociale alla dimensione del senso della vita.
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*) Fulvio Papi (Trieste, 1930), direttore dell'Avanti! nei primi ammi Sessanta, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Pavia, è uno tra i maggiori filosofi italiani contemporanei. Erede della scuola di Milano, ne ha elaborato i criteri in modo originale e proprio. Ha pubblicato autorevoli testi di storia della filosofia, filosofia morale, estetica e politica: circa venticinque volumi, tra i quali Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno (Firenze, 1968), Utilità, oggetto e scrittura in Marx (Milano, 1983), Lezioni sulla Scienza della logica di Hegel (Milano, 1998). Attualmente ha in corso un’opera dal titolo Il lusso e la catastrofe. Nel 2000 è stato insignito dell'Ambrogino d'oro quale cittadino benemerito della Città di Milano.
Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
domenica 1 febbraio 2009
Claudio Bellavita: Nel segno della frammentazione
Dall'Avvenire dei lavoratori
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Nel segno della
frammentazione
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La sinistra a Roma, frammentata come la destra a Gerusalemme, è mini-autoreferenziale: giustamente indignata per lo sbarramento elettorale introdotto da Berlusconi e Veltroni prima alle politiche poi alle europee non trova il tempo, tra una manifestazione di velleitaria indignazione e un bruciamento di bandiere israeliane, per reagire nell'unico modo concreto, associandosi in una lista elettorale unica.
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di Claudio Bellavita
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A breve si vota per il rinnovo del parlamento israeliano, in una situazione interna e internazionale tra le più difficili della storia di Israele. Nell'incertezza sui risultati e sulle conseguenze per la politica estera e militare del piccolo stato, c'è una sola certezza: come sempre, non ci sarà nessun sbarramento per impedire la moltiplicazione dei partitini che rappresentano, talvolta ai limiti dell'assurdità, la storica tendenza al settarismo degli israeliani, soprattutto di quelli religiosi. Moltiplicazione che rende sempre più difficile la costituzione di un governo che abbia una politica unitaria, soprattutto quando la situazione interna e internazionale rende necessari dei coraggiosi cambi di rotta.
Non credo che sia un argomento su cui riescano a riflettere le schegge della nostra sinistra alternativa e mini-autoreferenziale, giustamente indignate per lo sbarramento elettorale introdotto da Berlusconi e Veltroni prima alle politiche poi alle europee, che tra una manifestazione di velleitaria indignazione e un bruciamento di bandiere israeliane non trovano il tempo e il modo per reagire nell'unico modo concreto, associandosi in una lista elettorale unica.
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Nel segno della
frammentazione
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La sinistra a Roma, frammentata come la destra a Gerusalemme, è mini-autoreferenziale: giustamente indignata per lo sbarramento elettorale introdotto da Berlusconi e Veltroni prima alle politiche poi alle europee non trova il tempo, tra una manifestazione di velleitaria indignazione e un bruciamento di bandiere israeliane, per reagire nell'unico modo concreto, associandosi in una lista elettorale unica.
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di Claudio Bellavita
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A breve si vota per il rinnovo del parlamento israeliano, in una situazione interna e internazionale tra le più difficili della storia di Israele. Nell'incertezza sui risultati e sulle conseguenze per la politica estera e militare del piccolo stato, c'è una sola certezza: come sempre, non ci sarà nessun sbarramento per impedire la moltiplicazione dei partitini che rappresentano, talvolta ai limiti dell'assurdità, la storica tendenza al settarismo degli israeliani, soprattutto di quelli religiosi. Moltiplicazione che rende sempre più difficile la costituzione di un governo che abbia una politica unitaria, soprattutto quando la situazione interna e internazionale rende necessari dei coraggiosi cambi di rotta.
Non credo che sia un argomento su cui riescano a riflettere le schegge della nostra sinistra alternativa e mini-autoreferenziale, giustamente indignate per lo sbarramento elettorale introdotto da Berlusconi e Veltroni prima alle politiche poi alle europee, che tra una manifestazione di velleitaria indignazione e un bruciamento di bandiere israeliane non trovano il tempo e il modo per reagire nell'unico modo concreto, associandosi in una lista elettorale unica.
Besostri: ieri in Brasile, oggi in Italia
dall'avvenire dei lavoratori
Ieri in Brasile
oggi in Italia?
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Nella fase preagonica del PD, se non si riesce a dare una risposta credibile ed unitaria della sinistra, c’è il rischio, che il poco, che è rimasto a sinistra, sia ingoiato da un buco nero.
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di Felice Besostri
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Insegno all’Università Diritto Pubblico Comparato e conosco un solo esempio analogo a quello della ventilata riforma della legge elettorale per le europee. I militari brasiliani, dopo un golpe che diede vita ad una sostanziale dittatura, per darsi una parvenza di democraticità, decretarono per legge l’esistenza di due soli partiti l’ARENA (Alleanza per il Rinnovamento Nazionale) governativo di maggioranza e lo MDB (Movimento Democratico Brasiliano) minoritario di opposizione. Le elezioni si facevano, ma la minoranza non poteva vincerle.
Poiché nell’imminenza delle elezioni vediamo approvare la riforma elettorale trattata, sottobanco da PD e PDL, tutti ma proprio tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità.
Il bipartitismo non può nascere con le stampelle di una legge elettorale fatta su misura per il PDL per vincere e per il PD per mantenersi artificialmente in vita.
La progressiva paralisi involutiva del PD apre obiettivi spazi politici, ma non facciamoci illusioni gli spazi, se non ci sono forze soggettivamente in grado di occuparli, diventano vuoti che ingoiano tutti: la sinistra italiana, così come è strutturata non è in grado di occupare alcuno spazio.
Lo abbiamo già sperimentato alla nascita del PD: lo spazio lasciato libero a sinistra non è stato occupato, anzi c’è stata la grave sconfitta della Sinistra Arcobaleno (e la Costituente Socialista non è decollata).
Ora nella fase preagonica del PD, se non si riesce a dare una risposta credibile ed unitaria della sinistra, c’è il rischio, che il poco, che è rimasto a sinistra, sia ingoiato da un buco nero. Una settimana fa si è votato nel Land dell’Assia e da quanto è successo dobbiamo trarre delle lezioni, pur con le differenze del sistema politico ed elettorale tedesco ed italiano. La SPD ha perso un quarto dei suoi voti, che non sono stati assorbiti dalla Linke, che ha perso voti in assoluto: gli astenuti in più rispetto al 2008 sono in numero superiore agli elettori del partito di Lafontaine. In Germania non c’è alternativa a sinistra della SPD, ma la SPD non è più un’alternativa credibile alla CDU. Lo stesso sta avvenendo in Italia, se non si riesce a ricostituire e rinnovare la sinistra in senso socialista ed europeo: la sinistra esistente non è alternativa al PD ed il PD non è, non può e, neppure, vuole essere alternativa al PDL, il suo interessato rianimatore.
Chi è all’opposizione e non è alternativa oggi, non potrà mai diventare maggioranza domani.
Ieri in Brasile
oggi in Italia?
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Nella fase preagonica del PD, se non si riesce a dare una risposta credibile ed unitaria della sinistra, c’è il rischio, che il poco, che è rimasto a sinistra, sia ingoiato da un buco nero.
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di Felice Besostri
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Insegno all’Università Diritto Pubblico Comparato e conosco un solo esempio analogo a quello della ventilata riforma della legge elettorale per le europee. I militari brasiliani, dopo un golpe che diede vita ad una sostanziale dittatura, per darsi una parvenza di democraticità, decretarono per legge l’esistenza di due soli partiti l’ARENA (Alleanza per il Rinnovamento Nazionale) governativo di maggioranza e lo MDB (Movimento Democratico Brasiliano) minoritario di opposizione. Le elezioni si facevano, ma la minoranza non poteva vincerle.
Poiché nell’imminenza delle elezioni vediamo approvare la riforma elettorale trattata, sottobanco da PD e PDL, tutti ma proprio tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità.
Il bipartitismo non può nascere con le stampelle di una legge elettorale fatta su misura per il PDL per vincere e per il PD per mantenersi artificialmente in vita.
La progressiva paralisi involutiva del PD apre obiettivi spazi politici, ma non facciamoci illusioni gli spazi, se non ci sono forze soggettivamente in grado di occuparli, diventano vuoti che ingoiano tutti: la sinistra italiana, così come è strutturata non è in grado di occupare alcuno spazio.
Lo abbiamo già sperimentato alla nascita del PD: lo spazio lasciato libero a sinistra non è stato occupato, anzi c’è stata la grave sconfitta della Sinistra Arcobaleno (e la Costituente Socialista non è decollata).
Ora nella fase preagonica del PD, se non si riesce a dare una risposta credibile ed unitaria della sinistra, c’è il rischio, che il poco, che è rimasto a sinistra, sia ingoiato da un buco nero. Una settimana fa si è votato nel Land dell’Assia e da quanto è successo dobbiamo trarre delle lezioni, pur con le differenze del sistema politico ed elettorale tedesco ed italiano. La SPD ha perso un quarto dei suoi voti, che non sono stati assorbiti dalla Linke, che ha perso voti in assoluto: gli astenuti in più rispetto al 2008 sono in numero superiore agli elettori del partito di Lafontaine. In Germania non c’è alternativa a sinistra della SPD, ma la SPD non è più un’alternativa credibile alla CDU. Lo stesso sta avvenendo in Italia, se non si riesce a ricostituire e rinnovare la sinistra in senso socialista ed europeo: la sinistra esistente non è alternativa al PD ed il PD non è, non può e, neppure, vuole essere alternativa al PDL, il suo interessato rianimatore.
Chi è all’opposizione e non è alternativa oggi, non potrà mai diventare maggioranza domani.
Segnalazione: Leo Valiani tra politica e storia
LEO VALIANI TRA POLITICA E STORIA
1939.1956
Ora e luogo Data: martedì 10 febbraio 2009
Ora: 18.00 - 20.00
Luogo: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Indirizzo: Romagnosi, 3
DescrizionePRESENTAZIONE DEL XLII ANNALE DELLA FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI.
INTERVENGONO
ARTURO COLOMBO
GIOVANNI DEL LUNA
MARIA GRAZIA MERIGGI
ANDREA PANACCIONE
FRANCESCA PINO
1939.1956
Ora e luogo Data: martedì 10 febbraio 2009
Ora: 18.00 - 20.00
Luogo: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Indirizzo: Romagnosi, 3
DescrizionePRESENTAZIONE DEL XLII ANNALE DELLA FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI.
INTERVENGONO
ARTURO COLOMBO
GIOVANNI DEL LUNA
MARIA GRAZIA MERIGGI
ANDREA PANACCIONE
FRANCESCA PINO
Folena: Un partito della "conoscenza"
Da Aprile on line
Folena: un partito della "conoscenza"
Carlo Patrignani, 31 gennaio 2009, 19:01
L'intervista Il primo atto è riscoprire la "vita", i sentimenti, gli affetti, l'umano, ricollegandosi a un filone caldo della storia del socialismo: al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi e al comunismo libertario e critico che in Antonio Gramsci ha avuto il suo ispiratore. L'ex-coordinatore dei Ds, poi leader di "Uniti a Sinistra", formazione dell'arcipelago bertinottiano "Sinistra Europea", di fronte all'ennesima scissione di Vendola e compagni da Rifondazione Comunista è categorico e netto
Il primo atto è riscoprire la "vita", i sentimenti, gli affetti, l'umano, ricollegandosi a un filone caldo della storia del socialismo: al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi e al comunismo libertario e critico che in Antonio Gramsci ha avuto il suo ispiratore. E su queste basi si può "ri-costruire" un nuovo partito della sinistra, parte della grande famiglia socialista europea, che chiamo della cultura o della conoscenza. A parlare è l'ex-coordinatore dei Ds, poi leader di "Uniti a Sinistra", formazione dell'arcipelago bertinottiano "Sinistra Europea", Pietro Folena che, di fronte all'ennesima scissione di Vendola e compagni da Rifondazione Comunista è categorico e netto: "Rifondazione, accantonata la speranza di una forza nuova
della Sinistra Europea, cavalca legittimamente l'obiettivo della propria sopravvivenza, è una posizione comprensibile - spiega Folena - sia per chi ha osteggiato il cambiamento e sia per chi lo vorrebbe ma attende tempi migliori.
Incomprensibile invece è la posizione di chi sostiene le stesse idee di innovazione anche oggi: come si può pensare che - si chiede Folena - da una scissione e da una rottura, costruendo un piccolo partito con altre frange della sinistra dispersa, possa nascere un corso nuovo?".
Da Rifondazione, al Pd. "La crisi del Pd è palese - annota Folena - e non si sbaglia a affermare che questo progetto, pur con il fascino che ha esercitato, ha determinato una asimmetria da cui può uscir travolto il fragile bipolarismo italiano: in tali condizioni la destra può governare a lungo e finire con l'essere la sola possibile alternativa a se stessa". Insomma, bisogna prendere atto che una fase politica è finita e per ripartire non c'è che una strada: il socialismo versus vita. "Un Epinay italiana spesso annunciata e sempre bruciata dallo scontro sulla leadership - nota Folena - diventa un percorso necessario e perfino obbligato. Del resto la sinistra, nelle forme che si è data lungo il '900, è morta nel cuore della gente. E la violenta uscita dal Parlamento, per la prima volta in democrazia, non è solo l'esito di un'esperienza catastrofica di partecipazione al Governo e di una aggregazione elettorale confusa, gestita da un ceto politico chiuso, mediocre, autistico, ma è il prodotto (la cui altra faccia è la crisi dell'ipotesi neomoderata del Pd) di una separazione profonda, avvenuta negli anni del neoliberismo
globale, tra i "proletari di tutto il mondo" e le loro forme storiche di organizzazione autonoma".
Nuovo partito e pertanto un programma specifico. "Questo programma sulla vita, per conquistare fiducia e consenso, deve avere quattro pilastri: il primo è la specie umana, i suoi affetti, i suoi sentimenti, il suo corpo e la sua coscienza che diventano il terreno di conquista e di resistenza della libertà umana; il secondo, la nonviolenza come stile di vita, risposta alla guerra e alla logica amico-nemico; la libera circolazione del sapere per cambiare la vita di tanti; la dignità del lavoro, a partire dal suo prezzo, e quindi di un rinnovato programma di difesa delle condizioni economiche e sociali di chi lavora". Una nuova sinistra che sappia, secondo Folena, "promuovere un cambiamento in cui ciascuno possa poter realizzare una parte di se stesso e delle proprie aspirazioni".
Ed il nuovo partito della cultura e della conoscenza? "Penso ad una forza che, consapevole dello sfruttamento, e della violenza sulle donne e sui bambini, e dei rischi per la vita di tanti esseri viventi e dell'ecosistema, e della spirale terrorismo - fondamentalismo - guerra, sappia vedere oggi, nella diffusione e nell'accesso di un numero crescente di esseri umani alla cultura e alla conoscenza, un'opportunità straordinaria per cambiare quelle condizioni. Il sol dell'avvenire è una vita - continua Folena - e un'organizzazione sociale in cui il tempo per sé, per i propri affetti, per gli altri, per le relazioni sociali possa crescere in quantità e in densità, e in cui le componenti meccaniche, ripetitive, alienanti possano esser progressivamente circoscritte, ridotte, temperate. Un partito che vuole che alla cultura possa accedere chi oggi non può; che vuole moltiplicare i luoghi di produzione, di diffusione, condivisione dell'arte, della musica, della danza, del teatro, della letteratura, del cinema.
Un partito che fa del bello una visione degli spazi urbani, dei paesaggi naturali e culturali e delle relazioni tra esseri umani.
Qui vi è anche una corposa indicazione sulle forme organizzate, oltre quelle sperimentate nel secolo passato, di una nuova forza della sinistra - conclude Folena - in cui l'aspetto partecipativo e democratico, nella selezione dei dirigenti e dei candidati, non può prendere la fragile forma di un'occasionale
primaria, ma si deve impiantare sull'educazione permanente, sulla riflessione culturale e sull'organizzazione di un tempo per se, sull'organizzazione e sulla promozione di cultura nella società. Una comunità aperta, senza timori del diverso, che aiuta a valorizzare, nella società delle merci e del profitto, i
fattori umani".
Folena: un partito della "conoscenza"
Carlo Patrignani, 31 gennaio 2009, 19:01
L'intervista Il primo atto è riscoprire la "vita", i sentimenti, gli affetti, l'umano, ricollegandosi a un filone caldo della storia del socialismo: al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi e al comunismo libertario e critico che in Antonio Gramsci ha avuto il suo ispiratore. L'ex-coordinatore dei Ds, poi leader di "Uniti a Sinistra", formazione dell'arcipelago bertinottiano "Sinistra Europea", di fronte all'ennesima scissione di Vendola e compagni da Rifondazione Comunista è categorico e netto
Il primo atto è riscoprire la "vita", i sentimenti, gli affetti, l'umano, ricollegandosi a un filone caldo della storia del socialismo: al riformismo rivoluzionario di Riccardo Lombardi e al comunismo libertario e critico che in Antonio Gramsci ha avuto il suo ispiratore. E su queste basi si può "ri-costruire" un nuovo partito della sinistra, parte della grande famiglia socialista europea, che chiamo della cultura o della conoscenza. A parlare è l'ex-coordinatore dei Ds, poi leader di "Uniti a Sinistra", formazione dell'arcipelago bertinottiano "Sinistra Europea", Pietro Folena che, di fronte all'ennesima scissione di Vendola e compagni da Rifondazione Comunista è categorico e netto: "Rifondazione, accantonata la speranza di una forza nuova
della Sinistra Europea, cavalca legittimamente l'obiettivo della propria sopravvivenza, è una posizione comprensibile - spiega Folena - sia per chi ha osteggiato il cambiamento e sia per chi lo vorrebbe ma attende tempi migliori.
Incomprensibile invece è la posizione di chi sostiene le stesse idee di innovazione anche oggi: come si può pensare che - si chiede Folena - da una scissione e da una rottura, costruendo un piccolo partito con altre frange della sinistra dispersa, possa nascere un corso nuovo?".
Da Rifondazione, al Pd. "La crisi del Pd è palese - annota Folena - e non si sbaglia a affermare che questo progetto, pur con il fascino che ha esercitato, ha determinato una asimmetria da cui può uscir travolto il fragile bipolarismo italiano: in tali condizioni la destra può governare a lungo e finire con l'essere la sola possibile alternativa a se stessa". Insomma, bisogna prendere atto che una fase politica è finita e per ripartire non c'è che una strada: il socialismo versus vita. "Un Epinay italiana spesso annunciata e sempre bruciata dallo scontro sulla leadership - nota Folena - diventa un percorso necessario e perfino obbligato. Del resto la sinistra, nelle forme che si è data lungo il '900, è morta nel cuore della gente. E la violenta uscita dal Parlamento, per la prima volta in democrazia, non è solo l'esito di un'esperienza catastrofica di partecipazione al Governo e di una aggregazione elettorale confusa, gestita da un ceto politico chiuso, mediocre, autistico, ma è il prodotto (la cui altra faccia è la crisi dell'ipotesi neomoderata del Pd) di una separazione profonda, avvenuta negli anni del neoliberismo
globale, tra i "proletari di tutto il mondo" e le loro forme storiche di organizzazione autonoma".
Nuovo partito e pertanto un programma specifico. "Questo programma sulla vita, per conquistare fiducia e consenso, deve avere quattro pilastri: il primo è la specie umana, i suoi affetti, i suoi sentimenti, il suo corpo e la sua coscienza che diventano il terreno di conquista e di resistenza della libertà umana; il secondo, la nonviolenza come stile di vita, risposta alla guerra e alla logica amico-nemico; la libera circolazione del sapere per cambiare la vita di tanti; la dignità del lavoro, a partire dal suo prezzo, e quindi di un rinnovato programma di difesa delle condizioni economiche e sociali di chi lavora". Una nuova sinistra che sappia, secondo Folena, "promuovere un cambiamento in cui ciascuno possa poter realizzare una parte di se stesso e delle proprie aspirazioni".
Ed il nuovo partito della cultura e della conoscenza? "Penso ad una forza che, consapevole dello sfruttamento, e della violenza sulle donne e sui bambini, e dei rischi per la vita di tanti esseri viventi e dell'ecosistema, e della spirale terrorismo - fondamentalismo - guerra, sappia vedere oggi, nella diffusione e nell'accesso di un numero crescente di esseri umani alla cultura e alla conoscenza, un'opportunità straordinaria per cambiare quelle condizioni. Il sol dell'avvenire è una vita - continua Folena - e un'organizzazione sociale in cui il tempo per sé, per i propri affetti, per gli altri, per le relazioni sociali possa crescere in quantità e in densità, e in cui le componenti meccaniche, ripetitive, alienanti possano esser progressivamente circoscritte, ridotte, temperate. Un partito che vuole che alla cultura possa accedere chi oggi non può; che vuole moltiplicare i luoghi di produzione, di diffusione, condivisione dell'arte, della musica, della danza, del teatro, della letteratura, del cinema.
Un partito che fa del bello una visione degli spazi urbani, dei paesaggi naturali e culturali e delle relazioni tra esseri umani.
Qui vi è anche una corposa indicazione sulle forme organizzate, oltre quelle sperimentate nel secolo passato, di una nuova forza della sinistra - conclude Folena - in cui l'aspetto partecipativo e democratico, nella selezione dei dirigenti e dei candidati, non può prendere la fragile forma di un'occasionale
primaria, ma si deve impiantare sull'educazione permanente, sulla riflessione culturale e sull'organizzazione di un tempo per se, sull'organizzazione e sulla promozione di cultura nella società. Una comunità aperta, senza timori del diverso, che aiuta a valorizzare, nella società delle merci e del profitto, i
fattori umani".
Renzo Penna: Dalla crescita insostenibile alla cultura della sobrietà
Da Aprile on line
Dalla crescita insostenibile alla cultura della sobrietà
Renzo Penna, 31 gennaio 2009, 18:41
L'intervento Crisi economica, la questione ambientale presenta il conto. La generale e difficile crisi economica - la cui natura prevalente è finanziaria e speculativa - induce a riflettere sulle possibili soluzioni che non potranno venire dalla sola riproposizione di un modello basato sul rilancio e il sostegno ai consumi
In discussione una crescita senza limiti
A questo proposito l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi invita a non dimenticare la sobrietà che costituisce la via maestra alla solidarietà e a ragionare sulla dimensione della crescita economica. Se la stessa sia sempre giustificata, anche quando risulta in palese contrasto con la condizione ecologica del pianeta ed incapace di garantire a tutti i popoli una esistenza dignitosa, non segnata da fame e malattie. Una sollecitazione alla politica e all'economia a cambiare indirizzo, a ripensare un modello di sviluppo meno condizionato e succube del mercato, più attento e rispettoso delle risorse ambientali, orientato non alla sola accumulazione quantitativa, ma alla soddisfazione qualitativa dei bisogni della gente, per superare una crisi che non è solo materiale ma culturale, morale e di incertezza sul futuro. Un richiamo da cogliere per mettere in discussione un modello basato sulla teoria di una crescita senza limiti, che ripone incondizionata fiducia nelle risorse della tecnica e nel funzionamento dei mercati. Una cultura basata sulla promozione del consumo per il consumo, come elemento indispensabile per sostenere la produzione, l'occupazione ed i redditi. Consumo di beni spesso indotti e inutili, da eliminare rapidamente e trasformare in rifiuti, mentre miliardi di persone, a noi sempre più vicine, mancano del minimo necessario a vivere, e i paesi più poveri rischiano di pagare per primi e in misura maggiore la crisi dei paesi ricchi. I cultori della crescita continuano infatti a negare in radice il principio di precauzione nei confronti dello sfruttamento delle risorse naturali e, se mai, pensano di utilizzare proprio la crisi per rinviare gli impegni a ridurre l'inquinamento e le emissioni dei gas serra che stanno riscaldando la terra e mutandone il clima. Impegni considerati nel nostro paese un disturbo all'uso, che non deve essere frenato, dei combustibili fossili, per non ostacolare la crescita sottovalutando, in questo modo, l'importanza strategica per l'Italia dello sviluppo delle fonti rinnovabili.
La questione ambientale presenta il conto
Sono però oggi le dimensioni della crisi che pretendono nuove risposte e rendono improponibile un modello di sviluppo drogato e insostenibile che in pochi decenni ha saccheggiato l'ambiente, consumato risorse fondamentali come l'acqua, non risolto il problema della fame, aumentato le disuguaglianze e indebitato le future generazioni. La questione ambientale, ignorata e nascosta per l'interesse mercantile legato allo sfruttamento delle risorse naturali, oggi presenta il conto.
Insieme ad altre autorevoli voci l'arcivescovo ci propone così di correggere la rotta, di pensare ad un nuovo progresso più assennato e giusto, più attento alle esigenze del pianeta e alla distribuzione delle risorse. Con un minor consumo di cose e beni superflui, che non migliorano la qualità della vita e non danno la felicità ai singoli, e una maggiore attenzione e più risorse allo sviluppo dei beni sociali fondamentali della ricerca scientifica, di cultura, sanità, sicurezza sociale, educazione e ai troppo spesso inadeguati servizi alle persone. Di fronte agli evidenti limiti di sostenibilità - ecologica, sociale e finanziaria - di una crescita solo quantitativa, si tratta di promuovere il valore di uno sviluppo equilibrato, basato sulla qualità e indirizzato al benessere collettivo.
La cultura della sobrietà
E' la risposta di una cultura fondata sulla sobrietà, sulla rivalutazione dei beni sociali, dove si constata che non è la rincorsa senza fine all'acquisto che appaga e fa stare bene, ma che questo si trova nella ricerca di una sintonia con un ambiente naturale meno inquinato e in relazioni e scambi con gli altri che accrescono le conoscenze e i saperi.
Non si tratta di tornare indietro e non è nostalgia del passato, ma il saper utilizzare le nuove conoscenze per usare con cognizione e ragionevolezza le risorse non infinite del pianeta che ci ospita. Inascoltati negli anni del secondo dopoguerra non erano mancati studi approfonditi e denunce autorevoli. Straordinario per idealità e preveggenza il discorso di Robert kennedy del 1967 a Detroit che evidenzia le storture del Pil come supposto indice di misurazione del benessere; di qualche anno più tardi il rapporto promosso da un gruppo di personalità del Club di Roma, presieduto da Aurelio Peccei, e basato sui limiti e l'esaurimento delle risorse naturali. Quel rapporto fu seguito nel 1987 dalla ricerca Bruntland che coniò per prima il termine "insostenibilità" e, nel 1989, dal primo studio dell'Ipcc per conto dell'Onu sul fenomeno del riscaldamento del pianeta.
A livello internazionale il tema ambientale era stato affrontato nel 1972 a Stoccolma dalla prima Conferenza mondiale sull'ambiente e lo sviluppo, seguita venti anni dopo da quella di Rio de Janeiro. Nel nostro paese importante è stato il lavoro di divulgazione scientifica sui limiti allo sviluppo di Giorgio Ruffolo, economista e ministro dell'Ambiente. Ma sulla ragionevolezza hanno sin qui prevalso i sostenitori della crescita incondizionata, della superiorità del mercato e della indispensabilità dei consumi, considerati i principali fattori della ricchezza.
L'ambiente parte fondamentale di un nuovo progetto
L'attuale crisi globale può rappresentare l'occasione per far pesare l'ecologia e l'ambiente nella strategia di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, facendone integralmente parte. Avendo la possibilità di intervenire "a monte", all'origine dei processi e non, come è sempre avvenuto, "in coda" e alla fine. Con l'inevitabile conseguenza, nel secondo caso, di apparire come chi blocca, pone ostacoli, si oppone al lavoro ed è portatore di una politica del "no". Occorre cambiare. L'ambiente deve essere parte fondamentale di un nuovo progetto di riconversione della produzione e del tipo di società e, soprattutto in questo campo, deve tornare il primato e l'autonomia della politica non isolando, ma sostenendo chi, contro gli interessi costituiti e i poteri economici, fa valere l'interesse generale rappresentato dalla tutela del territorio.
I veri sostenitori delle politiche del "no"
Diventerà a quel punto evidente che sono altri i veri sostenitori delle politiche del "no": i poteri privati e le grandi corporazioni, le associazioni e i governi che li assecondano. No alle clausole sociali e ambientali, no alla pianificazione urbanistica, no alle valutazioni di impatto ambientale, no alla penalizzazione delle emissioni inquinanti, no alla limitazione de traffico privato nelle città, no alle zone pedonali dei centri storici...
La crisi mondiale segnala, in maniera drammatica e con pesanti conseguenze sociali, l'insostenibilità e la fine di un modello. La sfida del cambiamento non è purtroppo nelle corde degli attuali governanti del nostro Paese. La speranza questa volta viene dalla nazione più ricca e con le maggiori responsabilità nello sfruttamento delle risorse della terra. Una novità, quella della politica del nuovo presidente degli Stati Uniti che, se confermata, potrà trovare nella vecchia Europa un alleato interessato a riprendere e aggiornare contenuti e valori del proprio modello sociale e a creare le condizioni per una nuova sostenibilità dello sviluppo. Auguriamoci che questo accada.
Bibliografia:
- "La sobrietà dimenticata" discorso tenuto a Varese il 15 gennaio '09 dall'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi;
- "Il capitalismo ha i secoli contati" di Giorgio Ruffolo;
- "Azzerare i rifiuti. Vecchie e nuove soluzioni per una produzione e un consumo sostenibili" di Guido Viale;
- "Il sogno spezzato" le idee di Robert Kennedy.
Dalla crescita insostenibile alla cultura della sobrietà
Renzo Penna, 31 gennaio 2009, 18:41
L'intervento Crisi economica, la questione ambientale presenta il conto. La generale e difficile crisi economica - la cui natura prevalente è finanziaria e speculativa - induce a riflettere sulle possibili soluzioni che non potranno venire dalla sola riproposizione di un modello basato sul rilancio e il sostegno ai consumi
In discussione una crescita senza limiti
A questo proposito l'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi invita a non dimenticare la sobrietà che costituisce la via maestra alla solidarietà e a ragionare sulla dimensione della crescita economica. Se la stessa sia sempre giustificata, anche quando risulta in palese contrasto con la condizione ecologica del pianeta ed incapace di garantire a tutti i popoli una esistenza dignitosa, non segnata da fame e malattie. Una sollecitazione alla politica e all'economia a cambiare indirizzo, a ripensare un modello di sviluppo meno condizionato e succube del mercato, più attento e rispettoso delle risorse ambientali, orientato non alla sola accumulazione quantitativa, ma alla soddisfazione qualitativa dei bisogni della gente, per superare una crisi che non è solo materiale ma culturale, morale e di incertezza sul futuro. Un richiamo da cogliere per mettere in discussione un modello basato sulla teoria di una crescita senza limiti, che ripone incondizionata fiducia nelle risorse della tecnica e nel funzionamento dei mercati. Una cultura basata sulla promozione del consumo per il consumo, come elemento indispensabile per sostenere la produzione, l'occupazione ed i redditi. Consumo di beni spesso indotti e inutili, da eliminare rapidamente e trasformare in rifiuti, mentre miliardi di persone, a noi sempre più vicine, mancano del minimo necessario a vivere, e i paesi più poveri rischiano di pagare per primi e in misura maggiore la crisi dei paesi ricchi. I cultori della crescita continuano infatti a negare in radice il principio di precauzione nei confronti dello sfruttamento delle risorse naturali e, se mai, pensano di utilizzare proprio la crisi per rinviare gli impegni a ridurre l'inquinamento e le emissioni dei gas serra che stanno riscaldando la terra e mutandone il clima. Impegni considerati nel nostro paese un disturbo all'uso, che non deve essere frenato, dei combustibili fossili, per non ostacolare la crescita sottovalutando, in questo modo, l'importanza strategica per l'Italia dello sviluppo delle fonti rinnovabili.
La questione ambientale presenta il conto
Sono però oggi le dimensioni della crisi che pretendono nuove risposte e rendono improponibile un modello di sviluppo drogato e insostenibile che in pochi decenni ha saccheggiato l'ambiente, consumato risorse fondamentali come l'acqua, non risolto il problema della fame, aumentato le disuguaglianze e indebitato le future generazioni. La questione ambientale, ignorata e nascosta per l'interesse mercantile legato allo sfruttamento delle risorse naturali, oggi presenta il conto.
Insieme ad altre autorevoli voci l'arcivescovo ci propone così di correggere la rotta, di pensare ad un nuovo progresso più assennato e giusto, più attento alle esigenze del pianeta e alla distribuzione delle risorse. Con un minor consumo di cose e beni superflui, che non migliorano la qualità della vita e non danno la felicità ai singoli, e una maggiore attenzione e più risorse allo sviluppo dei beni sociali fondamentali della ricerca scientifica, di cultura, sanità, sicurezza sociale, educazione e ai troppo spesso inadeguati servizi alle persone. Di fronte agli evidenti limiti di sostenibilità - ecologica, sociale e finanziaria - di una crescita solo quantitativa, si tratta di promuovere il valore di uno sviluppo equilibrato, basato sulla qualità e indirizzato al benessere collettivo.
La cultura della sobrietà
E' la risposta di una cultura fondata sulla sobrietà, sulla rivalutazione dei beni sociali, dove si constata che non è la rincorsa senza fine all'acquisto che appaga e fa stare bene, ma che questo si trova nella ricerca di una sintonia con un ambiente naturale meno inquinato e in relazioni e scambi con gli altri che accrescono le conoscenze e i saperi.
Non si tratta di tornare indietro e non è nostalgia del passato, ma il saper utilizzare le nuove conoscenze per usare con cognizione e ragionevolezza le risorse non infinite del pianeta che ci ospita. Inascoltati negli anni del secondo dopoguerra non erano mancati studi approfonditi e denunce autorevoli. Straordinario per idealità e preveggenza il discorso di Robert kennedy del 1967 a Detroit che evidenzia le storture del Pil come supposto indice di misurazione del benessere; di qualche anno più tardi il rapporto promosso da un gruppo di personalità del Club di Roma, presieduto da Aurelio Peccei, e basato sui limiti e l'esaurimento delle risorse naturali. Quel rapporto fu seguito nel 1987 dalla ricerca Bruntland che coniò per prima il termine "insostenibilità" e, nel 1989, dal primo studio dell'Ipcc per conto dell'Onu sul fenomeno del riscaldamento del pianeta.
A livello internazionale il tema ambientale era stato affrontato nel 1972 a Stoccolma dalla prima Conferenza mondiale sull'ambiente e lo sviluppo, seguita venti anni dopo da quella di Rio de Janeiro. Nel nostro paese importante è stato il lavoro di divulgazione scientifica sui limiti allo sviluppo di Giorgio Ruffolo, economista e ministro dell'Ambiente. Ma sulla ragionevolezza hanno sin qui prevalso i sostenitori della crescita incondizionata, della superiorità del mercato e della indispensabilità dei consumi, considerati i principali fattori della ricchezza.
L'ambiente parte fondamentale di un nuovo progetto
L'attuale crisi globale può rappresentare l'occasione per far pesare l'ecologia e l'ambiente nella strategia di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, facendone integralmente parte. Avendo la possibilità di intervenire "a monte", all'origine dei processi e non, come è sempre avvenuto, "in coda" e alla fine. Con l'inevitabile conseguenza, nel secondo caso, di apparire come chi blocca, pone ostacoli, si oppone al lavoro ed è portatore di una politica del "no". Occorre cambiare. L'ambiente deve essere parte fondamentale di un nuovo progetto di riconversione della produzione e del tipo di società e, soprattutto in questo campo, deve tornare il primato e l'autonomia della politica non isolando, ma sostenendo chi, contro gli interessi costituiti e i poteri economici, fa valere l'interesse generale rappresentato dalla tutela del territorio.
I veri sostenitori delle politiche del "no"
Diventerà a quel punto evidente che sono altri i veri sostenitori delle politiche del "no": i poteri privati e le grandi corporazioni, le associazioni e i governi che li assecondano. No alle clausole sociali e ambientali, no alla pianificazione urbanistica, no alle valutazioni di impatto ambientale, no alla penalizzazione delle emissioni inquinanti, no alla limitazione de traffico privato nelle città, no alle zone pedonali dei centri storici...
La crisi mondiale segnala, in maniera drammatica e con pesanti conseguenze sociali, l'insostenibilità e la fine di un modello. La sfida del cambiamento non è purtroppo nelle corde degli attuali governanti del nostro Paese. La speranza questa volta viene dalla nazione più ricca e con le maggiori responsabilità nello sfruttamento delle risorse della terra. Una novità, quella della politica del nuovo presidente degli Stati Uniti che, se confermata, potrà trovare nella vecchia Europa un alleato interessato a riprendere e aggiornare contenuti e valori del proprio modello sociale e a creare le condizioni per una nuova sostenibilità dello sviluppo. Auguriamoci che questo accada.
Bibliografia:
- "La sobrietà dimenticata" discorso tenuto a Varese il 15 gennaio '09 dall'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi;
- "Il capitalismo ha i secoli contati" di Giorgio Ruffolo;
- "Azzerare i rifiuti. Vecchie e nuove soluzioni per una produzione e un consumo sostenibili" di Guido Viale;
- "Il sogno spezzato" le idee di Robert Kennedy.
Segnalazione: 4 febbraio, presentazione libro di Elio Giovannini
Mercoledì 4 febbraio 2009 ore 16,30
Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
Palazzo du Mesnil | Via Chiatamone, 62 | Napoli
Cgil Campania Istituto Arfè Associazione Biondi - Bartolini Archivio Storico Cgil Campania
hanno il piacere di invitarla alla presentazione del libro
La farina e il lievito. Idee, percorsi, ricordi
di Elio Giovannini
saluti
Gina Melillo
modera
Massimiliano Amato
introduce
Vincenzo Esposito
partecipano
Luigi Falossi | Michele Gravano | Antonio Lettieri
Fabrizio Loreto | Enzo Mattina
sarà presente l'autore
Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
Palazzo du Mesnil | Via Chiatamone, 62 | Napoli
Cgil Campania Istituto Arfè Associazione Biondi - Bartolini Archivio Storico Cgil Campania
hanno il piacere di invitarla alla presentazione del libro
La farina e il lievito. Idee, percorsi, ricordi
di Elio Giovannini
saluti
Gina Melillo
modera
Massimiliano Amato
introduce
Vincenzo Esposito
partecipano
Luigi Falossi | Michele Gravano | Antonio Lettieri
Fabrizio Loreto | Enzo Mattina
sarà presente l'autore
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