martedì 6 dicembre 2011

Pierpaolo Pecchiari: Sulla manovra

Anche a me, come a molti, negli ultimi anni è toccata in sorte un'attività professionale indipendente al servizio delle piccole e medie imprese.

L'idea che la crescita dimensionale si possa ottenere con aiuti fiscali che consentano una maggiore capitalizzazione delle PMI è una bizzarria, e può essere venuta in mente solo a chi delle aziende da 15-20 dipendenti e 5-10 milioni di fatturato ha una conoscenza indiretta e libresca.
Si tratta di aziende che operano in un mercato interno asfittico, e che non hanno la forza per reggere la concorrenza sui mercati esteri da parte di gruppi che in Germania, Austria e Scandinavia hanno dimensioni e fatturato maggiori di almeno dieci volte.
Tralascio, solo per carità di Patria, ogni ragionamento sui limiti culturali e organizzativi di queste aziende, che purtroppo costituiscono la spina dorsale del nostro settore manufatturiero. Nella maggior parte dei casi, ormai da anni la loro unica strategia competitiva è stata quella di ridurre i costi, insistendo in particolare sul costo del lavoro, e sfruttando al massimo tutte le odiose possibilità offerte da una serie di leggi scellerate in tema di precarizzazione dei rapporti di lavoro.
In linea di massima temo che, in termini di crescita e incremento dell'occupazione, dalle nostre PMI industriali non ci sia da aspettarsi niente di buono. Forse qualche risultato potrebbe ottenersi con la riduzione significativa del cosiddetto "cuneo fiscale", ma è difficile immaginare l'espansione degli organici a fronte di fatturati comunque decrescenti...

A parer mio l'unica politica per la crescita può fondarsi su una conversione del nostro modello di specializzazione industriale, motivata con la necessità di una transizione ad un diverso modello di sviluppo. Green economy, ammodernamento delle reti di telecomunicazioni, intervento radicale sulla mobilità di persone e merci. Una riconversione di questo tipo è giustificata dall'emergenza ambientale, che è sotto i nostri occhi; e deve vedere sforzi che per intensità non hanno nulla di diverso a quelli storicamente fatti, nel secolo scorso, per il passaggio da economie di pace a economie di guerra.
Un passaggio di questo tipo ha buone probabilità di indurre la nascita e la crescita di aziende di medie dimensioni, o il rafforzamento di quelle medio-grandi già esistenti. Purtroppo la possibilità di realizzare questo passaggio dipende dalla presenza di un Europa più forte, in grado di assumere un ruolo in termini di indirizzo delle politiche industriali comuni. Qualcosa che ancora all'orizzonte ancora non si vede.

Altre soluzioni per creare sviluppo e occupazione proprio non sono date.

Che la manovra Monti sia un espediente per imbellettare i nostri conti pubblici e togliere l'Italia dalla posizione di "grande malato" d'Europa pare chiaro anche a me. Per la fretta si sono escogitati interventi caratterizzati - e voglio essere generoso - da una totale mancanza di fantasia.
Il problema è che l'Europa, anche con i nostri conti rimessi in ordine, rimane comunque estremamente vulnerabile. Proprio ieri, mentre in molti si congratulavano per le ritrovate "magnifiche sorti e progressive" d'Italia, gli analisti di S&P - evidentemente poco suggestionabili e ancor meno inclini all'esaltazione temporanea, propria invece degli sprovveduti - preannunciavano un downgrade generalizzato del rating di tutti i paesi europei, anche di quelli che si presentano come più virtuosi. E questa oggi è la notizia principale su tutti i quotidiani della stampa economica europea.

Nel corso delle ultime riunioni del nostro Forum sui temi economici e finanziari, Prini ha più volte cercato di indirizzare la nostra attenzione sul tema degli squilibri nella nostra bilancia dei pagamenti. Il discorso può diventare molto interessante, perché osservando invece di quella italiana la situazione tedesca - caratterizzata da un impressionante surplus - si può capire meglio lo scetticismo delle agenzie di rating e degli investitori istituzionali, che dall'area Euro stanno fuggendo a gambe levate. Purtroppo abbiamo a che fare con squilibri fra i diversi paesi dell'area Euro, che sarà molto difficile ridurre o sanare. Paul Krugman ha osservato come sia impossibile che i paesi del sud Europa - ma non solo loro - rimettano a posto i conti con politiche intrinsecamente recessive ("tagli e tasse") quando il loro partner europeo più forte li sta affossando con politiche commerciali estremamente aggressive (il 60-70% dell'export tedesco è in Europa, altro che BRICS o paesi emergenti!).
Qui non è più questione di deficit dovuto a spesa pubblica eccessiva per sostenere lo stato sociale: questa idea, così diffusa nella vulgata corrente, non ha alcun rapporto con la realtà, come ancora Krugman dimostra.

Se c'è qualcosa di buono nella manovra Monti è che adesso siamo legittimati a sostenere in sede europea - con una credibilità che il barzellettiere-puttaniere-fantasista di Arcore non poteva avere - le tesi illustrate da Amato e Prodi nel loro intervento congiunto di oggi sul Sole 24 Ore. Che sostanzialmente tornano alla carica su Eurobond e, addirittura, su "mutualizzazione temporanea del debito degli Stati membri al di là del 60% del Pil, con l'obiettivo di una riduzione progressiva dello stock e nella prospettiva della creazione di un Fondo monetario europeo". Proprio le cose di cui la Merkel e la Germania non vogliono nemmeno sentir parlare, come si è capito dal bilaterale di ieri in Francia. Sempre Amato e Prodi - in questo riprendendo alcuni ragionamenti di Monti di ieri, e quindi mostrando una certa unicità di intenti dell'establishment politico ed economico-finanziario italiano - stigmatizzano accordi bilaterali, intergovernativi o interni all'area Euro: l'Europa o marcia unita o si dissolve. Di nuovo, il contrario esatto di quanto sta chiedendo la Germania - una revisione rapida dei trattati tra i 24 non può essere data, quindi spinta su accordi intergovernativi multilaterali.
In sostanza pare che ci si appresti a usare una ritrovata credibilità internazionale per metterci significativamente di traverso rispetto ai disegni della Merkel e del suo involontario compagno di strada Sarkozy. Se così fosse, varrebbe la pena di resuscitare il vecchio detto per cui Parigi (o Bruxelles) val bene una messa (o il pianto greco della Fornero).
Auguriamoci che Monti e i suoi sappiano muoversi al meglio nelle sabbie mobili di Bruxelles e Strasburgo. In caso contrario, il giudizio su una manovra oggettivamente iniqua, che oggi può trovare estimatori solo tra i frequentatori del Billionaire di Briatore, sarebbe reso ancora più pesante dalla constatazione della sua sostanziale inutilità.



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1) L'incisivo commento di Krugman ai dati sul surplus commerciale tedesco (http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/12/05/lake-wobegon-europe/)
2) L'altrettanto pungente commento di Krugman ai dati che dimostrano lìassenza di qualsiasi relazione tra livello della spesa pubblica e tasso di interesse sui titoli di stato decennali per io diversi paesi europei (http://krugman.blogs.nytimes.com/2011/12/05/no-its-not-the-welfare-state/)
3) la lettera congiunta di Prodi e Amato a Monti, in vista dei prossimi vertici europei http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-06/caro-mario-italia-molli-063604.shtml?uuid=AaebYkRE

1 commento:

guido ha detto...

Assolutamente d’accordo!



“A parer mio l'unica politica per la crescita può fondarsi su una conversione del nostro modello di specializzazione industriale, motivata con la necessità di una transizione ad un diverso modello di sviluppo. Green economy, ammodernamento delle reti di telecomunicazioni, intervento radicale sulla mobilità di persone e merci. Una riconversione di questo tipo è giustificata dall'emergenza ambientale, che è sotto i nostri occhi; e deve vedere sforzi che per intensità non hanno nulla di diverso a quelli storicamente fatti, nel secolo scorso, per il passaggio da economie di pace a economie di guerra.
Un passaggio di questo tipo ha buone probabilità di indurre la nascita e la crescita di aziende di medie dimensioni, o il rafforzamento di quelle medio-grandi già esistenti. Purtroppo la possibilità di realizzare questo passaggio dipende dalla presenza di un Europa più forte, in grado di assumere un ruolo in termini di indirizzo delle politiche industriali comuni. Qualcosa che ancora all'orizzonte ancora non si vede.”







Qui quando si parla di crescita si intendono solo 2 cose. A) soldi alle imprese che però non vogliono crescere affatto. Il grosso (90/95%?) vola sotto lo schermo radar del fisco e lì vuole rimanere contando su svalutazione, lavoro nero e evasione fiscale per far cassa. B) Grandi lavori pubblici, buoni per mafie, bertolasi e verdini vari. Nessuno si è seriamente posto il problema di cosa servirebbe alla crescita un salto innovativo per migliorare il sistema della mobilità urbana. Altro che TAV!

GM